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Reishiki: uno spartito musicale

di Régis Soavi

Nel nostro rapporto con il dojo abbiamo spesso a che fare con Reishiki (l’etichetta). Dal nostro primo contatto con le arti marziali, non appena penetriamo in un dojo, vediamo persone che si inchinano in modo molto rispettoso all’entrata, poi si salutano fra loro, o a volte in direzione del Kamiza dopo aver preso un’arma. Ogni scuola ha le proprie regole di buona condotta, come ha il proprio savoir-faire. In occidente alcune di queste regole sono a volte perfino affisse a fianco della porta, ci si aspetta solo che siano rispettare. Cosa che non avviene sempre, dato che un certo numero di persone è riluttante a rispettarle con la scusa della religiosità, della modernità o anche a volte perché ci vedono un aspetto troppo militare o settario. Tuttavia la nostra società ha i suoi protocolli, i suoi usi. Tutti si alzano quando la Corte entra in tribunale, gli attori e i musicisti si inchinano davanti al loro pubblico così come ci si alza quando viene suonato l’inno nazionale o l’inno europeo.

Il rispetto che viene richiesto in un dojo è più di un’usanza di origine orientale, che sia giapponese o cinese. Non si tratta di interpretare un ruolo, di “fare come in Giappone”, di essere rigorosi e irreprensibili, o perfino rigidi nel rispetto scrupoloso delle regole di buona educazione. Reishiki coinvolge tutto il nostro essere. La maggior parte di noi ha perso l’abitudine di inchinarsi davanti a qualcuno o qualcosa: lo shake-hand, la buona stretta di mano, il bacio o altri rituali più moderni hanno rimpiazzato ciò che assomigliava troppo spesso a un rapporto di potere su degli inferiori, imposto da parte di superiori gerarchici.

Prima di capire, come mi aveva insegnato il mio maestro Itsuo Tsuda Sensei, che il saluto fra partner, che sia in piedi o in ginocchio, è allo stesso tempo una maniera di unificare, di coordinare il respiro e di salutare la vita nell’altro, mi ci è voluto del tempo, e anche molto. Se lo accettiamo come una buona pratica, siamo spesso lungi dalla sua comprensione vissuta attraverso i nostri sensi. Reishiki tuttavia è lo spartito del meraviglioso brano musicale che è la pratica dell’Aikido. Lo spartito ci dà la battuta, il tempo, le note sono scritte sul pentagramma e sono così più facili da trovare, ma tutto resta da suonare. Evidentemente bisogna conoscere la chiave: sol? Do? O fa? E in che posizione? Con quale strumento si suona? Come lo suoneremo? Quasi tutto sembra possibile ma non si può comunque fare. Un esperto, un grande maestro, lui, è capace di fare il giocoliere con le note, di aggiungervi delle improvvisazioni, di accelerare il tempo in una certa parte, di rallentare in un’altra. Di insistere su una cadenza, di sopprimerne una o di accorciarla. Come un maestro di Aikido improvvisa di fronte al suo partner, unifica il suo respiro con lui e si muove in modo non convenzionale, creando in tal modo come un balletto al contempo estetico e temibile. Masamichi Noro Sensei ce ne faceva la dimostrazione a ogni seduta, negli anni ’70, quando ero ancora un giovane istruttore molto inesperto.

Reishiki: semplicemente un rituale?

Régis Soavi: recitazione del Norito, di origine Shinto, Misogi No Harae che recita tutti i giorni durante le sedute di Aikido. Calligrafia di Itsuo Tsuda Sensei, Guarda sotto i tuoi piedi.

L’aspetto cerimoniale ci permette di accedere al sacro senza condannarci al religioso, cosicché il profano stesso viene nobilitato e diventa sacro anche lui.

Un musicista classico si prepara prima di cominciare a suonare, compie un certo numero di volte degli atti che potrebbero essere qualificati come rituali. Accorda il suo strumento o semplicemente ne verifica l’intonazione, esegue degli esercizi di riscaldamento, di memorizzazione per dei passaggi difficili, come noi stessi ci prendiamo cura della nostra postura, del nostro corpo, e verifichiamo la nostra tenuta, keikogi, cintura, hakama, tutta questa attenzione fa parte integrante della cura che apportiamo alla pratica della nostra arte.

Reishiki permette di strutturare la pratica, attraverso i differenti rituali e la loro ripetizione, abbiamo così la possibilità di concentrare l’attenzione grazie al sostegno regolare che essi apportano. Al giorno d’oggi sono rari, per lo meno in Europa, i dojo in cui i praticanti si occupano delle pulizie quotidiane, della pulizia dei bagni, del riordino degli spogliatoi, o dei keikogi da prestito per i principianti, ecc. Di fatto agiscono come degli Uchi deshi di un’altra epoca. È diventato difficile far passare questo messaggio a delle giovani generazioni per le quali l’apprendimento è spesso diventato una seccatura di cui bisogna sbarazzarsi il prima possibile.

Reishiki: un codice morale?

Reishiki è la porta d’entrata verso un mondo dimenticato, il mondo della sensazione interiore, un mondo immateriale e tuttavia molto reale, molto concreto. È alla portata di tutti trovarlo, o ritrovarlo se è bloccato da convenzioni o idee inculcate dalla società a nostro discapito. Ovviamente i protocolli che regolano un’arte ci servono a evitare gli incidenti mediante l’ordine che esigono, ma è il loro carattere fondamentalmente naturale che mi sembra più importante. Se ciò non esiste, o non esiste più, non ne restano che delle usanze private del senso profondo. In una società in declino rispetto all’educazione mi sembra necessario permettere a tutti quelli che sono interessati alle arti marziali di ritrovare le basi, tanto indispensabili quanto logiche, del funzionamento umano.

Reishiki ci obbliga a rispettare ogni vita umana e ci conduce verso il rispetto della vita per la vita. Attraverso il codice morale che verrà applicato anche a noi, se lo applichiamo agli altri, possiamo riscoprire un fondo comune fra gli esseri umani. I valori che Reishiki porta esistono anche per farci avanzare nel quotidiano, le donne ad esempio sono, o dovrebbero essere, dato che sfortunatamente non è spesso il caso, rispettate da tutti in quanto praticanti e non perché sono tanto belline, o per condiscendenza, o per rispettare la parità. Una musicista non è apprezzata per le sue misure né per per la sua capacità polmonare se suona uno strumento a fiato, ma come ogni musicista per la qualità del suo modo di suonare, per la musicalità di un pezzo che è capace di farci scoprire durante un concerto.

Reishiki: un’impregnazione

Se si è capaci di sentire i riti, la nostra vita di tutti i giorni ha un altro sapore. Reishiki non è più una costrizione, è il percorso della nostra libertà interiore e siamo guidati passo dopo passo dal cerimoniale che trae le sue origini da rituali più antichi che non chiedono altro che di essere riscoperti. Lo “sport moderno”1concetto sviluppato da Pierre Bourdieu in «Comment peut-on être sportif?», Questions de sociologie, Éditions de Minuit, 1984. ha delle regole, dei regolamenti, a priori i loro ruoli sembrano identici – sicurezza, rispetto dell’altro, dell’arbitro, socializzazione, ecc. – e si arriverebbe a confonderli con Reishiki che è molto più antico. È più semplice per la nostra visione occidentale, ci siamo abituati, non dobbiamo fare sforzi se non quello di conformarvisi, ma appena si esce dai tatami, dal ring, dal campo, tutte queste regole legate allo sport praticato spariscono, si applicano altre regole. Spesso regole molto diverse, a volte semplicemente un po’ di buone maniere, altre volte il senza-regole della strada e le sue conseguenze. Reishiki permane come una presenza in noi, tramite un fenomeno che potremmo definire imprinting, una sorta di impronta, certo non all’inizio, non i primi anni. A poco a poco forgia il nostro spirito e dunque il nostro corpo senza deformarli, anzi al contrario, permette il loro sviluppo armonioso. Le regole dello sport esistono per essere rispettate per il tempo dell’esercizio, della pratica, Reishiki, agisce in ogni momento della nostra vita.

Reishiki: un artefatto?

A mio avviso non bisogna mai imporre Reishiki, fa parte di una comprensione che deve nascere nei praticanti più recenti, mentre i più anziani possono tramite la loro conoscenza e il loro esempio far avanzare i principianti. A parte la buona educazione minima richiesta in ogni luogo, è anche, e anzi soprattutto, l’ambiente del dojo che guiderà i nuovi arrivati. Se imponiamo delle norme, delle convenzioni, tutto rischia di irrigidirsi, di presentarsi come una nuova ideologia da applicare ma che sarà separata da ciò che è vivo e, come scrive così bene Matthew B. Crawford, «la vita diventa una imitazione della teoria: noi conduciamo un’esistenza fortemente mediatizzata in cui è indubbio che questo rapporto passa sempre di più attraverso rappresentazioni prefabbricate per noi. L’esperienza umana è diventata un artefatto sofisticato, e quindi estremamente manipolabile».2Matthew B. Crawford, Contact. Pourquoi nous avons perdu le monde, et comment le retrouver, Éditions La Découverte 2019, p.8. Che la nostra esperienza e il nostro insegnamento diventino un prodotto artificiale quando invece è proprio il contrario che cerchiamo, è forse quello che ci aspetta. Per di più con il rischio che questo vada esattamente nella direzione completamente opposta a quello che è, o dovrebbe essere insegnato nella nostra arte: la libertà dello spirito, l’intuizione, la forza vitale e tutto ciò che l’accompagna – flessibilità, mobilità, resistenza, capacità di ricentrarsi per non sprofondare dopo essere caduti, o di fronte alla difficoltà.

Il saluto nello stile Bushy-den Kiraku-ryu, una delle arti all’origine dell’Aikido.

Creare le condizioni

Le palestre sono adatte agli sport, vi si trovano degli spalti, vi si possono esercitare diverse attività, la manutenzione è gestita dall’amministrazione del luogo, e c’è un guardiano incaricato di far rispettare l’ordine nei corridoi, negli spogliatoi, ecc. Riuscire a comunicare il Reishiki in uno spazio di questa natura è una sfida. Purtroppo nulla predispone a rispettare il luogo, né come luogo pubblico, dato che sono molto pochi quelli rispettati al giorno d’oggi, né come un luogo, un posto che si potrebbe far proprio. Una sala da sport è adatta allo sport, un dojo è uno spazio per praticare un Budo, un Bujutsu, un’arte, che sia marziale o no. Qui la vibrazione, l’ambiente è differente. Non vi parrebbe curioso vedere una persona che fa della pasticceria sul bordo di una piscina, o assistere ad un combattimento di boxe pesi massimi in un padiglione da tè? Sistemare uno spazio, un locale che sarà stato trovato non in funzione di guadagni futuri, ma in funzione di parametri di tutt’altra natura che mi è impossibile descrivere in poche righe, ma che sono determinanti per il futuro dojo e per renderlo perenne, se si tratta di una scuola di arti marziali. Creare un luogo di questa natura è già applicare lo spirito di Reishiki, poiché là si incontreranno le persone che lo gestiranno, i coinquilini, in un certo senso, per un tempo indefinito, sarà la culla degli allievi già presenti, come anche dei futuri praticanti. Impareranno a rispettare e a far rispettare il Reishiki perché ne saranno all’origine, e al contempo i trasformatori in funzione dei bisogni. Saranno i continuatori di una tradizione che sentono come necessaria, e anzi indispensabile per permettere l’insegnamento e la pratica della loro arte.

Tokonoma, dojo Tenshin, Parigi. Calligrafia di Itsuo Tsuda Sensei, La grande gentilezza esclude la piccola gentilezza.

Reishiki è anche la riconoscenza: saper ringraziare

Come terminare un articolo su Reishiki senza salutare i Maestri che ho avuto la fortuna di incontrare, a volte di seguire, sempre di rispettare. Sono troppo numerosi e farne la lista sarebbe noioso per i lettori perché tutto questo è cominciato nella mia infanzia e avevo appena dodici anni. Ma mi piace citare quelli che mi hanno orientato in momenti cruciali, come il mio primo professore di Judo, metodo Kawaishi, che ha saputo guidarmi e la cui disciplina come pure la gentilezza mi hanno segnato a vita. Roland Maroteaux Sensei, colui che mi ha iniziato all’Aikido all’inizio degli anni ’70, grazie al quale ho incontrato Itsuo Tsuda Sensei, questo maestro dell’ombra che fu “il mio Maestro”. Come anche Henry Plée Sensei che mi ha dato un’opportunità (“messo il piede nella staffa”, come si suol dire) permettendomi di insegnare l’Aikido nel suo dojo della Montaigne Sainte Geneviève quando ero da pochissimo una cintura nera. Non ne dimentico nessuno di loro (anche quelli che non cito qui) perché è grazie alla loro semplicità ferma e all’orientamento che hanno saputo trasmettermi che ho capito e apprezzato Reishiki.

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Yashima n° 7 nel mese di marzo del 2020.

Notes

  • 1
    concetto sviluppato da Pierre Bourdieu in «Comment peut-on être sportif?», Questions de sociologie, Éditions de Minuit, 1984.
  • 2
    Matthew B. Crawford, Contact. Pourquoi nous avons perdu le monde, et comment le retrouver, Éditions La Découverte 2019, p.8.

Fukiko Sunadomari e le rimosse della storia

di Manon Soavi

Sapevate che Morihei Ueshiba, uno dei più grandi budoka del XX° secolo urlava scontento guardando i suoi allievi praticare:”Nessuno fa Aikido qui! Solo le donne fanno Aikido!”1Henry Kono, « Yin et Yang, moteur de l’Aïkido du fondateur » Entretien par Guillaume Erard, 2008, [online: https://www.guillaumeerard.fr/aikido/entretiens/entretien-avec-henry-kono-yin-et-yang-moteur-de-laikido-du-fondateur]?

Fukiko Sunadomari sensei all’Hombu Dojo, mentre insegna nella sezione femminile, nel 1956. Fonte: www.guillaumeerard.com

Come ha potuto un giapponese con una visione tradizionalista della famiglia e del posto delle donne dire una cosa simile e anche dichiarare che gli uomini erano svantaggiati nell’Aikido a causa del loro utilizzo della forza fisica2Affermazioni riportate da (almeno): * Itsuo Tsuda, La via della spoliazione, Yume Editions, 2016, p. 161 * Virgina Mayhew, « Entretien » avec Susan Perry, Aikido Today, 1991 * Miyako Fujitani, « I am glad I have Aikido », Magazine of Traditional Budo, n. 2, marzo 2019 * Mariye Takahashi, « Is Aïkido the pratical self-defense for women ? », Black Belt, novembre 1964.?

Affermazioni, d’altronde, ancora d’attualità, tanto è vero che l’Aikido più diffuso valorizza sempre la forza. Allora, perché queste parole, che illuminano la via sviluppata da Osensei, non sono più conosciute?

Forse a causa del silenziamento della trasmissione delle donne allieve di Osensei Ueshiba. Perché al di là dell’ingiustizia evidente dell’invisibilizzazione delle donne, tacere certi modi di fare, significa sopprimere tutta la memoria dei gesti e delle idee. I nostri atti si nutrono del passato e meno raccontiamo le azioni delle donne e le loro modalità, meno il campo delle possibilità è esteso per le generazioni seguenti. Lo vediamo bene nell’Aikido, oggi, dove sono le donne?

Gli uomini non devono giustificare il bisogno di essere ascoltati, invece per parlare delle donne si è costretti a motivare interesse per tutti. Tuttavia l’esperienza degli uomini non può “valere per tutti” non funziona così, il vissuto delle donne, i loro modi di fare sono specifici e differenti. Ecco perché vi propongo di scoprire qui una donna di cui sappiamo molto poco benché il suo percorso avrebbe giustificato che lei restasse nella storia dell’Aikido.

Herstory, una storia militante?

La storia è vista a torto neutra e fattuale nonostante sia una costruzione dei dominanti che condiziona il presente. Ecco perché Titiou Lecoq scrive: “Lavorando sulla storia delle donne, le storiche sono sempre sospettate di essere militanti. Perché la storia delle donne sarebbe militante? La storia che impariamo, che è maschile e non mista, non sarebbe anch’essa una forma di militanza?”3Titiou Lecoq, « Tant qu’on ne cherche pas les femmes dans l’Histoire, on ne les trouve pas » France Inter, 19/09/21

Il gioco di parole her-story sottolinea che la storia riflette dei punti di vista maschili: his-story. L’herstory ripristina il ruolo attivo delle donne nella storia. Nel suo libro Les grandes Oubliées – Pourquoi l’Histoire a effacé les femmes (Le grandi dimenticate – Perché la Storia ha cancellato le donne) Titiou Lecoq spiega che il suo obiettivo “non era tanto di femminilizzare la storia ma di demascolinizzarla. L’approccio è diverso. Demascolinizzare o devirilizzare implica l’idea che ci sia stato un preventivo approccio politico di mascolinizzazione della società.”4Titiou Lecoq, « Pourquoi l’histoire a-t-elle effacé les femmes ? » Revue Démocratie, 7 juin 2022

Lecoq prende la grammatica come esempio di mascolinizzazione volontaria oppure il fatto che nel Medio Evo esistevano “delle dottoresse (donne medico), delle giocoliere e delle orafe, delle autrici, miniaturiste, costruttrici di cattedrali e solo alla fine di questo periodo gli uomini hanno vietato loro di praticare questi mestieri.”5Titiou Lecoq, « Tant qu’on ne cherche pas les femmes dans l’Histoire, on ne les trouve pas » France Inter, 19/09/21 La mascolinazzazione della società è passata attraverso la cancellazione delle donne, delle loro storie, delle loro azioni, dei loro nomi.

Un esempio di cancellazione molto evidente è quello di Alice Guy che inventò il cinema! Mentre Méliès s’interesseva alle illusioni e altri a documentare le loro epoche con una cinepresa, Alice Guy immaginava di raccontare storie di finzione. In più di vent’anni girerà un centinaio di film come regista, sceneggiatrice e anche produttrice. I fratelli Lumière e Méliès hanno tuttavia conosciuto una grande posterità per una carriera molto più breve. Alice Guy è stata letteralmente cancellata: un buon numero dei suoi film sono stati riattribuiti volutamente a degli uomini negli archivi, e molti dei suoi film sono stati distrutti. Per molto tempo non fu nemmeno menzionata nelle enciclopedie del Cinema.

La storia di Alice Guy non è che un classico esempio di quel che accade alle creatrici. E se un’opera ci arriva gli storici mettono in dubbio che l’abbiano veramente realizzata loro, quando non contestano decisamente l’esistenza della persona.

La delegittimazione delle donne è una violenza simbolica che ha un ruolo importante nei meccanismi di dominazione maschile. Ecco perché Aurore Evain chiede la reintroduzione del termine Matrimoine, perché “il potere simbolico è immenso, nominare il nostro matrimoine è permettere alle donne come agli uomini di riconoscersi in modelli maschili e femminili;”6Aurore Evain « Vous avez dit ”matrimoine” ? », Mediapart, 23 novembre 2017. L’autrice afferma che ‘patrimonio’ significa letteralmente ‘eredità dei padri’, quindi è un termine falsamente neutro che in realtà indica la valorizzazione di “beni culturali trasmessi essenzialmente dagli uomini”. Propone quindi di recuperare il significato di ‘matrimoine’ nel senso di eredità delle donne.

Il Matrimoine dell’Aikido

Cosa sappiamo dell’her-story dell’aikido? Quasi niente. Anche qui bisogna “demascolinizzare” la storia, per ritrovare la memoria delle donne aikidoka. Ecco perché ho scritto su Miyako Fujitani7Manon Soavi, « Miyako Fujitani, l’effet Matilda de l’Aïkido ? » Self&Dragon Spécial Aïkido no17 aprile 2024. Trad. it. online: https://www.scuola-itsuo-tsuda.org/miyako-fujitani-effetto-matilda-dellaikido/. Per Fukiko Sunadomari da quando ho cominciato le mie ricerche attraverso fasi di sconforto e rabbia per quanto il potenziale sembrava interessante e le tracce assenti.

Ecco il poco che sappiamo: Fukiko Sunadomari è nata il 9 maggio 1914 in una famiglia di fedeli seguaci della religione Omoto Kyo. Verso la fine degli anni ‘30 inizia lo studio della naginata nella scuola Jikishingake-Ryu, sotto la guida della più grande esperta del Giappone, Hideo Sonobe sensei.

Fukiko Sunadomari con la sua naginata. Archivi della famiglia Sunadomari, tutti i diritti riservati.

Nel 1939 Hideo sensei incontra Morihei Ueshiba Osensei, durante una dimostrazione in Manciuria. Ne esce entusiasta e decide di mandare alcune delle sue allieve avanzate ad apprendere l’Aikido. È così che Fukiko comincia negli anni ‘50 all’Hombu Dojo. I suoi due fratelli (Kanemoto e Kanshu) avevano già iniziato a praticare sotto la direzione di Morihei Ueshiba.Fukiko vive diversi anni al Wakamatsu Dojo con la famiglia Ueshiba e l’uchideshi che ci vive8Stanley Pranin, Historical photo: Morihei Ueshiba, Aspiring Calligrapher, 6 novembre 2011 Aikido Journal. https://aikidojournal.com/2011/11/06/historical-photo-morihei-ueshiba-aspiring-calligrapher-by-stanley-pranin/. Ricoprirà la funzione di Fujin Bucho (direttrice della sezione delle istruttrici donne) fino alla morte di Osensei nel 19699Stanley Pranin, « L’Encyclopédie Aiki News de l’Aïkido » Aiki News, Tokyo. 1991. Questo ci dice che esisteva una sezione per formare delle istruttrici! Ciò solleva molte domande: perché un corso separato? Come funzionava, quante erano…?

Come mostra una lettera10Guillaume Erard, « Biographie d’André Nocquet, le premier uchi deshi étranger d’O Sensei Ueshiba Morihei » 2013, https://www.guillaumeerard.fr/ che Fukiko scrive alla famiglia di André Nocquet, Fukiko è una figura imprescindibile dell’Hombu Dojo, coinvolta nel funzionamento interno del Dojo e presso la famiglia Ueshiba. Sarà una confidente e un’assistente personale di Osensei per vent’anni, che gli attribuirà il grado di sesto dan. Esiste anche un video molto breve sul tetto di un immobile di Tokyo dove si vede Osensei mostrare Ki no musubi con Fukiko.

Ueshiba Osensei e Fukiko Sunadomari a Iwama nel 1966, pubblicato su Aikinew 1990, numero 85

Assistente d’Osensei era frequentemente chiamata a viaggiare con lui nella regione del Kansai dove Ueshiba insegnava Aikido facendo visita a degli allievi e amici di lunga data. Durante i suoi viaggi Osensei prendeva Fukiko come partner in dimostrazione in particolare davanti a delle praticanti donne11Miyako Fujitani, entretien, Magazine of Tradional Budo, no 2, mars 2019. Fukiko possedeva apparentemente molte foto di questo periodo12Stanley Pranin, Historical photo: Morihei Ueshiba, Aspiring Calligrapher, 6 novembre 2011 Aikido Journal..

Secondo il ricercatore dell’Aikido Stanley Pranin, a metà degli anni sessanta, accompagnò Osensei per una serie di viaggi e ne approfittò per raccogliere dei materiali in previsione di una biografia. Prese delle foto e intervistò un certo numero di vecchi allievi della religione Omoto che avevano conosciuto Morihei Ueshiba13Ibidem..

Dopo la morte di Osensei, continuò delle ricerche approfondite e scrisse con suo fratello Kanemoto la prima biografia autorizzata, Aikido Kaiso Morihei Ueshiba. Ovviamente Fukiko è menzionata solo come collaboratrice, solo suo fratello è l’autore ufficiale del libro!

A metà degli anni 80, Fukiko volle rendere omaggio a Osensei costruendo un piccolo tempio votivo in sua memoria a Kumamoto14Simone Chierchini, « Paolo Corallini’s Traditional Aikido Dojo » 2020 https://simonechierchini.co. Per finanziare il suo progetto si deciderà a vendere qualcuna delle numerosissime calligrafie originali di Osensei, che lui le aveva regalato15Ibidem..

Fukiko Sunadomori si spegne il 1° maggio 2006 a Fujisawa, all’età di 92 anni.

Fare la storia

Stanley Pranin ha dichiarato “Conoscevo bene Fukilko Sunadomari. La nostra associazione ha cominciato nel 1984 e ha proseguito fino alla fine del 1996. Le piaceva venire a visitare l’uffici di AikiNews a Tokyo e passavamo delle ore a parlare dell’Aikido, di Morihei e della religione Omoto.
Ho molte ore di registrazioni dei nostri colloqui, uno dei quali è in corso di trascrizione. Fukiko Sensei ne sapeva molto sulla vita pubblica e privata del Fondatore grazie alla sua vita all’Hombu Dojo e al suo ruolo di assistente di Morihei. La testimonianza di Fukiko Sensei è molto importante per una comprensione approfondita della storia, del carattere e dell’arte di Morihei.”16Stanley Pranin, Historical photo: Morihei Ueshiba, Aspiring Calligrapher, 6 novembre 2011 Aikido Journal.

Da destra a sinistra: Stanley Pranin, Kanshu Sunadomari e Fukiko Sunadomari. Archivi della famiglia Sunadomari. Tutti i diritti riservati.

Allora, dove sono queste ore d’interviste, questi articoli che riportano i suoi commenti? Ho cercato bene non c’è nulla, in nessuna pubblicazione di Pranin: i libri, le riviste AikiNews, Aikido Journal, versione cartacea o web. Nessuna traccia.

Josh Gold, l’attuale responsabile di Aikido Journal, mi ha confermato che non c’è alcuna registrazione, né digitalizzata né in cassette d’archivio.

Pranin ha scritto in un piccolo articolo “(Fukiko) era una persona franca, e si è distanziata dalla famiglia Ueshiba dopo la morte di Morihei. In quanto tali, i suoi commenti e i suoi ricordi non sempre si prestano alla pubblicazione, e noi ci siamo astenuti per lungo tempo dal pubblicare le trascrizioni di queste registrazioni, anche in forma editata. Con il tempo e le risorse, speriamo di rimediare a questa situazione.”17Ibidem.

Nel 2011 si giustifica così: “Si tratta di questioni molto sensibili, altrimenti avrei già pubblicato alcuni documenti e testimonianze. Anche se diversi decenni ci separano da alcuni degli avvenimenti in questione, la sensibilità delle figure chiave è motivo di preoccupazione. È un problema col quale mi sono confrontato da molto tempo di cui non ho ancora una buona soluzione. Ho esitato molto a pubblicare la lettera di dimissioni di Koichi Tohei sensei, per esempio. Vedremo come vanno le cose”.

Così, con un dolce scivolamento, quasi involontario, la mascolinizzazione della storia si perpetua. Le donne spariscono le une dopo le altre dalla scena e non restano che le voci maschili dominanti.

“È sicuramente la sua amante” una strategia di discredito delle donne.

Nessuno sarà sorpreso che nella posizione di Fukiko la voce che lei “dorme col capo” si sia diffusa, è la più vecchia arma per mettere a tacere le donne.

Partendo dal presupposto che se Osensei si è così “coinvolto” con una donna è che c’era una storia sentimentale dietro. Stranamente non si suppone la stessa cosa dei giovani ushideshi del dojo. Nè che Osensei avrebbe avuto un amante nascosto a Iwama!

Fukiko Sunadomari e Uehsiba Osenseï

Sulle opinioni di Fukiko si può fare un’ipotesi. Basandosi sulle parole di Pranin e sui pochi commenti che lei ha lasciato, è chiaro che Fukiko era una mistica18Hikitsushi senseï disait de Fukiko « elle comprend les choses spirituelles », Aikido Magazine, 10/1988 come Ueshiba Osensei. Sottolineava spesso l’importanza di questo aspetto nel percorso di Osensei19Stanley Pranin, Historical photo: Morihei Ueshiba, Aspiring Calligrapher, 6 novembre 2011 Aikido Journal.. Criticava l’inizio di un Aikido sconsacrato, sportivo – e alla fine molto maschile – non corrispondente , secondo lei, alla visione del fondatore?

Testo di Fukiko Sunadomari scritto per il “Aikido Friendship Demonstration Tournament” del 1985. Un evento organizzato da Stanley Pranin. Archivi della famiglia Sunadomari. Tutti i diritti riservati.

Questo Aikido corrisponde agli sforzi di Kishomaru Ueshiba verso l’espansione internazionale dell’arte di suo padre. Ma per Osensei l’Aikido era “un atto spirituale”20Ellis Amdur “[Ueshiba non forniva] lezioni spirituali supplementari delle quali il mondo è inutilmente pieno, ma atti spirituali” Caché en pleine vue. The Ran Network, 2023, p. 298 e lui stesso si teneva sul “Ame no Ukihashi, il ponte fluttuante celeste” quello che unisce il mondo visibile e invisibile. Era un’arte d’amore universale ricreando i legami che ci uniscono tra umani e al vivente non-umano.

L’occidente poteva sentire questo? L’occidente che, come dice Isis Labeau-Caberia, “si è dapprima adoperato per distruggere le cosmovisioni autoctone nel continente europeo – quelle dei mondi contadini, rurali e pagani, quelle dei druidi, dei guaritori e delle streghe – prima di riversarsi nel resto del mondo.”21Isis Labeau-Caberia « La tête ne nous sauvera pas : L’Occident est une cosmovision, la “raison” en est le mythe fondateur » 04/07/2023, sur https://isislabeaucaberia.substack.com/p/la-tete-ne-nous-sauvera-pas-part

Elevare l’intelletto al vertice e respingere il corpo, le emozioni e la spiritualità, è su questo dualismo artificiale che è nata la reificazione, la dominazione e lo sfruttamento di tutto quello che non era un “Uomo razionale moderno” cioè il vivente non-umano, le donne e i non-bianchi, rispediti allo stato inferiore di “Natura”.

In questo contesto l’Aikido è diventato prevalentemente uno sport di combattimento o un filone per i guru, mentre abbiamo bisogno disperatamente di pratiche del corpo, spirituali ma immanenti, spogliate di ogni dominazione.

Alcuni allievi di Osensei hanno criticato questo nuovo orientamento dell’Aikikai, rompendo con la famiglia Ueshiba: Koichi Tohei, Noriaki Inoue, il nipote di Osensei, Itsuo Tsuda e Kanshu Sunadomori. Peraltro non ci mancano interviste di questi famosi praticanti.

Resta una differenza, Fukiko era una donna con esperienza, che ha parlato per trasmettere la sua verità, né più né meno degli altri. Ma era una donna… allora non hanno ascoltato.

Fukiko Sunadomari durante una dimostrazione. Archivio della famiglia Sunadomari, tutti i diritti riservati.

Osensei parlava soprattutto di lei quando diceva che il suo Aikido ideale era quello delle giovani ragazze? Oppure quando urlava “Solo le donne fanno aikido, qui!”22Itsuo Tsuda, La via della spoliazione, Yume Editions, 2016, p. 161

Attraverso i frammenti della più vicina discepola di Morihei Ueshiba, forse anche la migliore, si distingue una relazione di trasmissione da maestro ad allieva, e anche oltre, una relazione spirituale. Allora come non suppore che l’Aikido di Fukiko doveva essere sorprendente? E come non rimpiangere questo anello mancante verso l’Aikido del fondatore?

Spero di aver contribuito nel mio piccolo a demascolinizzare l’Aikido e a far conoscere questo personaggio fuori dal comune. Ringrazio tra l’altro la cognata di Fukiko, che ha accettato di fornirmi le poche foto inedite riportate qui e qualche ritaglio di stampa.

Partecipa così alla trasmissione di un matrimoine dove ogni pezzo del puzzle conta.

Manon Soavi

Notes

  • 1
    Henry Kono, « Yin et Yang, moteur de l’Aïkido du fondateur » Entretien par Guillaume Erard, 2008, [online: https://www.guillaumeerard.fr/aikido/entretiens/entretien-avec-henry-kono-yin-et-yang-moteur-de-laikido-du-fondateur]
  • 2
    Affermazioni riportate da (almeno): * Itsuo Tsuda, La via della spoliazione, Yume Editions, 2016, p. 161 * Virgina Mayhew, « Entretien » avec Susan Perry, Aikido Today, 1991 * Miyako Fujitani, « I am glad I have Aikido », Magazine of Traditional Budo, n. 2, marzo 2019 * Mariye Takahashi, « Is Aïkido the pratical self-defense for women ? », Black Belt, novembre 1964.
  • 3
    Titiou Lecoq, « Tant qu’on ne cherche pas les femmes dans l’Histoire, on ne les trouve pas » France Inter, 19/09/21
  • 4
    Titiou Lecoq, « Pourquoi l’histoire a-t-elle effacé les femmes ? » Revue Démocratie, 7 juin 2022
  • 5
    Titiou Lecoq, « Tant qu’on ne cherche pas les femmes dans l’Histoire, on ne les trouve pas » France Inter, 19/09/21
  • 6
    Aurore Evain « Vous avez dit ”matrimoine” ? », Mediapart, 23 novembre 2017. L’autrice afferma che ‘patrimonio’ significa letteralmente ‘eredità dei padri’, quindi è un termine falsamente neutro che in realtà indica la valorizzazione di “beni culturali trasmessi essenzialmente dagli uomini”. Propone quindi di recuperare il significato di ‘matrimoine’ nel senso di eredità delle donne.
  • 7
    Manon Soavi, « Miyako Fujitani, l’effet Matilda de l’Aïkido ? » Self&Dragon Spécial Aïkido no17 aprile 2024. Trad. it. online: https://www.scuola-itsuo-tsuda.org/miyako-fujitani-effetto-matilda-dellaikido/
  • 8
    Stanley Pranin, Historical photo: Morihei Ueshiba, Aspiring Calligrapher, 6 novembre 2011 Aikido Journal. https://aikidojournal.com/2011/11/06/historical-photo-morihei-ueshiba-aspiring-calligrapher-by-stanley-pranin/
  • 9
    Stanley Pranin, « L’Encyclopédie Aiki News de l’Aïkido » Aiki News, Tokyo. 1991
  • 10
    Guillaume Erard, « Biographie d’André Nocquet, le premier uchi deshi étranger d’O Sensei Ueshiba Morihei » 2013, https://www.guillaumeerard.fr/
  • 11
    Miyako Fujitani, entretien, Magazine of Tradional Budo, no 2, mars 2019
  • 12
    Stanley Pranin, Historical photo: Morihei Ueshiba, Aspiring Calligrapher, 6 novembre 2011 Aikido Journal.
  • 13
    Ibidem.
  • 14
    Simone Chierchini, « Paolo Corallini’s Traditional Aikido Dojo » 2020 https://simonechierchini.co
  • 15
    Ibidem.
  • 16
    Stanley Pranin, Historical photo: Morihei Ueshiba, Aspiring Calligrapher, 6 novembre 2011 Aikido Journal.
  • 17
    Ibidem.
  • 18
    Hikitsushi senseï disait de Fukiko « elle comprend les choses spirituelles », Aikido Magazine, 10/1988
  • 19
    Stanley Pranin, Historical photo: Morihei Ueshiba, Aspiring Calligrapher, 6 novembre 2011 Aikido Journal.
  • 20
    Ellis Amdur “[Ueshiba non forniva] lezioni spirituali supplementari delle quali il mondo è inutilmente pieno, ma atti spirituali” Caché en pleine vue. The Ran Network, 2023, p. 298
  • 21
    Isis Labeau-Caberia « La tête ne nous sauvera pas : L’Occident est une cosmovision, la “raison” en est le mythe fondateur » 04/07/2023, sur https://isislabeaucaberia.substack.com/p/la-tete-ne-nous-sauvera-pas-part
  • 22
    Itsuo Tsuda, La via della spoliazione, Yume Editions, 2016, p. 161

Testimoniare

di Régis Soavi

Questo articolo è stato scritto per Dragon magazine spécial Aikido prima della chiusura della rivista; il tema era “La professionalizzazione”.

Responsabilità

Se l’insegnamento che abbiamo ricevuto e interiorizzato ha cambiato la nostra vita, se ci ha permesso di approfondire valori che ci stanno a cuore e di scoprirne altri che, sebbene finora ignorati, si sono rivelati essenziali per la qualità della nostra vita, è importante “trasmettere questo tesoro” perché è nostra responsabilità non lasciare cadere nell’oblio un patrimonio dell’umanità che è al servizio di ciò che vive.

Trasmettere

L’insegnamento dell’Aikido non è una professione nel senso comune del termine; fortunatamente per la nostra arte, si tratta invece di tutt’altro. È un compito che si è portati a svolgere un po’ come una missione liberamente accettata che ci è stata affidata per permettere ad altri di scoprire questo cammino, questa via, questo Tao che continuiamo a seguire. “Quando si lavora nelle professioni che si occupano dell’uomo, si lavora nella non-padronanza, ovvero in qualcosa di cui non si è padroni del risultato, poiché è la persona stessa che elabora ciò che sta diventando.”1Jacques Marpeau, “Un mot, un enjeu : « Profession » et « métier »”, articolo pubblicato il 09/03/2023 su https://cafepedagogique.net, tr. it. École Itsuo Tsuda. È la trasmissione di un’eredità che ci è stata tramandata a poco a poco nel corso di molti anni e che continua a risuonare nella nostra vita quotidiana. Nonostante le rigide regole imposte dallo Stato e attuate dalle varie federazioni, esiste ancora un piccolo margine che consente all’insegnamento della nostra arte di rimanere soprattutto un dono di sé e un modo per approfondire il proprio percorso. Si tratta principalmente di comunicare l’incomunicabile e, nonostante ciò, di riuscire a far passare il messaggio che ci è stato trasmesso da Tsuda sensei. Cambiare il mondo almeno localmente, “regionalmente”, questa è stata, a mio avviso, una parte importante del lavoro, sia filosofico che fisico, di Itsuo Tsuda. Insisteva in particolare su quella che chiamava “la pratica solitaria” che conduceva ogni mattina.

All’interno della seduta di Aikido, è una prima parte molto ritualizzata e profonda, basata unicamente sulla “Respirazione” (la circolazione del Ki e la sua visualizzazione) e che, oltre alla scrittura dei suoi libri, era il suo modo di intervenire in maniera diretta su ciò che lo circondava, sul Mondo.

Itsuo Tsuda

Nella nostra Scuola, è specificato fin dai primi articoli dello statuto che “pratichiamo senza scopo”. Tsuda sensei aveva insistito affinché queste poche parole fossero messe in primo piano, perché in esse risiede l’essenza della nostra pratica. Raramente vengono comprese all’inizio, e purtroppo anche in seguito, perché spesso sono considerate praticamente inconcepibili in occidente, a parte le persone che praticano seriamente e che grazie a ciò approfondiscono la loro conoscenza del Giappone o dell’Oriente in generale. Durante i primi contatti o quando se ne parla con amici e conoscenti, si sentono i commenti più disparati. Si va dai più leggeri come “è una storia assurda” fino a “non è una cosa seria, è una sciocchezza”. Inoltre, è molto spesso destabilizzante e difficile da ammettere, non ci sono “lezioni” come nelle palestre o nei centri yoga, ma sedute quotidiane condotte il più delle volte dai/dalle praticanti più anziani/e.

Non c’è nemmeno una progressione, ma un vero approfondimento, un’apertura anche verso una sensibilità consolidata e un mondo di sensazioni che, dal momento in cui se ne è capaci, permette a chiunque abbia il coraggio, il desiderio, di scoprire cosa significa condurre una seduta: basterà avere continuità, rispetto per gli altri e ovviamente il consenso del gruppo. Anche per la pratica dell’Aikido non si tratta di insegnare tecniche sofisticate o di correggere a tutti i costi, ma piuttosto di creare un ambiente favorevole all’evoluzione di ciascuno. Di permettere di cercare in profondità dentro di sé, a livello dell'”Hara”, la “Respirazione”, di prendere coscienza della circolazione del Ki. Ciò è ancora più evidente nella pratica del Katsugen Undo, nella quale dal punto di vista tecnico è sufficiente saper contare fino a venti seguendo un ritmo dato, per consentire la coordinazione del gruppo di praticanti.

Lo stesso vale per l’Aikido: sono la percezione concreta, fisica, non intellettualizzata, dello yin e dello yang e la postura, gli elementi determinanti per far passare un messaggio sia visivo che sensoriale. Condurre delle sedute non ha “alcun valore in sé”, basta che siano apprezzate dal gruppo. Tuttavia, a volte questo permette di capire meglio a che punto siamo nella nostra pratica, di vedere se siamo in grado di trasmettere ciò che abbiamo scoperto e che può essere utile agli altri. È importante comunicare a diversi livelli, a volte si capisce meglio quando la dimostrazione è fatta con un sempai più vicino a ciò che siamo in grado di fare, di vedere, di sentire. D’altra parte, se abbiamo capito bene, senza compiacere il nostro Ego, condurre le sedute ci permette di uscire dalla castrazione sociale che limita le nostre capacità e ci congela in un ruolo, qualunque esso sia, e di ritrovare noi stessi senza correre il rischio di una sopravvalutazione distruttiva dell’Io.

Una Scuola senza gradi

Dato che la nostra Scuola è una Scuola senza gradi, senza livelli “senza punti di riferimento fissi” come ci diceva Tsuda sensei, ogni passaggio, ogni approfondimento è importante nella nostra pratica, anche le più piccole scoperte devono essere considerate al loro giusto valore. Indossare l’hakama è significativo sotto diversi aspetti e ha un senso che dobbiamo scoprire se vogliamo capire cosa ci può apportare, e tra l’altro c’è anche un testo essenziale disponibile per chi lo desidera. La cintura nera non è un grado ma un’opportunità da cogliere, (c’è un testo che riporta le parole pronunciate in questa occasione). Ogni praticante segue un cammino che è personale per lui, puramente individuale, nessuno dovrebbe essere geloso o anche solo invidiare il percorso di un altro col rischio di perdere il senso di ciò che viene insegnato.

Diventare un Sensei

Non si tratta del “Fato”, ma piuttosto di un destino che si è creato indipendentemente dal desiderio, dalla volontà di colui o colei che, grazie a una pratica corretta e regolare nel corso di molti anni, è diventato capace di dare, di restituire ciò che ha ricevuto. Il termine Sensei, come tutti sanno, non è un grado né un riconoscimento e non ha alcun valore particolare, potrebbe essere interpretato come: “camminare davanti”, essere più anziani (indipendentemente dal numero di anni) e avere esperienza e capacità reali nella propria arte, comprendere e sentire “l’Altro” e saper comunicare con semplicità. Come in tutte le cose, c’è “caffè e caffè”, e quindi in tutte le arti ci sono “sensei e sensei”. Penso che nessuno possa rivendicare e soprattutto imporre un titolo del genere. Può essere attribuito a qualcuno per ragioni molto diverse. In ogni caso, può servire solo a chi lo usa, perché considerare qualcuno come il proprio sensei è un posizionamento dell’allievo, ed è questo posizionamento che gli permette di comprendere altre cose dal suo sensei.

Un percorso

Quando ero bambino, nella mia Scuola di Judo, come in tutte le arti marziali, c’erano le cinture colorate; eravamo bambini, poi adolescenti, e questo avrebbe dovuto stimolarci, «favorire una sana competizione parallelamente al sistema scolastico», per ottenere una fetta più grande della torta, anche a costo di schiacciare gli altri per averla. Il mondo suscita uno stile di vita e ci educa in questa direzione, «ci sono vincitori e vinti, questa è la forma di Egualitarismo che ci viene proposta, ben lontana dall’Equità, non è vero?»
All’epoca, non avevo altra scelta, se volevo praticare un’arte marziale, dovevo stare al gioco, superare gli esami, vincere combattimenti per ottenere dei gradi. Prima cintura bianca, poi gialla, poi arancione, poi verde e infine blu. Dopodiché, prepararsi per la marrone, in vista della consacrazione suprema, la cintura nera.

Un altro punto di vista

Gli anni Sessanta portano un ribaltamento di prospettiva. Come conseguenza del dopoguerra, inizia uno sconvolgimento sia a livello sociale, che societario e culturale. Tutto è messo in discussione. Ho diciassette anni e interrompo temporaneamente il mio allenamento per dedicarmi ad altre scoperte. Il mondo, o meglio “la Mia Visione” del mondo, cambia, la società disgregandosi rende qualcosa di impossibile, possibile, nulla sarà più come prima, IO NON SARÒ PIÙ COME PRIMA.

Dopo questa pausa, riprendo nuovamente le arti marziali, il “Judo jujitsu”, ma non vi ritrovo più lo stesso spirito. Anche il mio spirito è diverso.
Il vecchio mondo è Morto; un altro mondo sboccia dentro di me. Voglio usare i resti del vecchio mondo per rivoltarli contro di lui e permettere così la creazione di una situazione nuova. L’Aikido è una delle armi non letali a disposizione del mio essere per continuare nella direzione che ho preso. Ho vent’anni e inizio l’Aikido, un cammino nuovo e rivoluzionario per me.

Inizia un nuovo percorso, ovviamente con la cintura bianca. Ben presto faccio da Uke durante le dimostrazioni (so cadere molto bene e ho un buon equilibrio). Maroteau sensei mi dà il 1° kyu, con la conseguenza di portare l’hakama e di essere sempai.
Poi arriva la cintura nera, che ottengo nelle tre correnti derivate dall’Aikikai – prima da Nocquet sensei, poi da Tamura sensei e infine da Noro sensei – ma a orientarmi è soprattutto, parallelamente, l’incontro con colui che diventerà il mio maestro, Itsuo Tsuda.
Presso il mio Maestro continuo a mettere la cintura bianca ogni mattina e durante gli stage, mentre indosso quella nera e conduco sedute come istruttore un po’ ovunque nelle tre Scuole “ufficiali” riconosciute dalle federazioni. Infine, dopo sette anni di conflitti interiori, non ne posso più di questo disequilibrio, lascio perdere e decido di condurre solo sedute come quelle che Tsuda sensei ci trasmetteva. Questa decisione mi mette in una situazione un po’ particolare nei diversi dojo con cui lavoro, ma è il prezzo da pagare per ritrovare la mia stabilità nella pratica e approfondire ancora un po’ di più la mia ricerca sulla verità della circolazione del Ki. È il momento che ho scelto per iniziare a portare la cintura nera durante le sedute del maestro Tsuda.

Régis Soavi.

Un Hakama di color grigio

Anni dopo, compiuti cinquant’anni, ho approfondito la mia pratica, ho acquisito un’esperienza che mi permette di guidare i praticanti della nostra Scuola, sono responsabile degli stage in numerosi dojo dove vengo invitato, anche di altre federazioni. Cerco quindi di far vedere il nostro modo di praticare, di far sentire la circolazione del Ki e lo spirito generale della nostra Scuola. È in quel momento che decido di portare un Hakama di colore grigio, per me è un segno di anzianità e anche un posizionamento. Il mio maestro non c’è più da oltre trent’anni, mi sento in dovere di garantire la continuità di un insegnamento che non deve scomparire perché lo considero un cammino e una speranza per l’umanità. Molti elementi sono maturati nella mia pratica personale in tutti questi anni, dalla respirazione alla concentrazione, fino al modo in cui faccio circolare il Ki nei momenti più semplici. Durante kokyu-Ho, ad esempio, semplicemente appoggiando la mano sulla schiena delle persone per far loro sentire il passaggio del Ki, invece di dare loro indicazioni tecniche sulla posizione del corpo o delle mani.

Una mattina, durante la prima parte della seduta che Tsuda sensei chiamava pratica solitaria, la mia “respirazione” si è improvvisamente intensificata, un evento impossibile da descrivere se non con perifrasi che si potrebbero definire mistiche, mentre era molto più rudimentale e spontaneo di quanto si possa dire. Per me è una nuova breccia verso la profondità, che mi dà una sensazione di libertà naturale, ma è anche una nuova tappa su un percorso familiare, modesto e difficile, e allo stesso tempo sconosciuto. Da alcuni mesi sentivo che il mio modo di praticare si approfondiva, ma mancava qualcosa, una sorta di conferma che lo rendesse tangibile, più corporeo in qualche modo. Oggi ho settantacinque anni e, come in occasione di altri momenti di passaggio che ho vissuto, mi si presenta una nuova opportunità di evoluzione. Mi sembra importante ora confermarla, concretizzare il lavoro svolto nel corso degli ultimi cinquant’anni. Un atto semplice deve renderne conto: da “quella mattina” ho semplicemente rimesso una cintura bianca.

Visualizzare

L’atto che consiste nel visualizzare dipende essenzialmente dalla postura che permette la circolazione del Ki, dell’“energia vitale”. Se la postura corporea conduce l’energia verso il cervello, è l’immaginazione che entra in gioco e prende il sopravvento. Può essere positiva o negativa, è difficilmente controllabile e può facilmente sfuggire di mano, quindi è poco utilizzabile nell’azione immediata. Se l’immaginazione è positiva, può essere utilizzata nella vita quotidiana perché può essere creativa, ad esempio nella scrittura, nel disegno o nell’arte in generale, ma per agire e dare una risposta fisica diretta è un freno. Quando è negativa, molto spesso blocca l’azione e rende impossibile reagire, a meno che non la si superi con un rapido e supremo sforzo di volontà per non essere trascinati in una spirale improduttiva. Quando l’energia viene prodotta e raccolta nella parte bassa del corpo, “l’hara”, allora la visualizzazione diventa possibile.

Bisogna cominciare ad allenarla tramite esercizi che possono essere eseguiti quotidianamente durante l’Aikido. La cosa più importante è la risonanza che deve avere per ogni individuo. Deve corrispondere alla sua personalità, alla sua epoca o a qualcosa che lo tocca. La visualizzazione deve essere semplice e immediatamente utilizzabile, deve “parlarci”. Tsuda sensei ci avverte: “L’Aikido rischia di diventare […] una filosofia intellettuale senza partecipazione del corpo, una specie di nuoto nel salotto, o una ginnastica dei riflessi per trasformare gli uomini in cani di Pavlov. Oppure uno sport di combattimento da cui si esce demoliti. Oppure una politica. In ogni caso, il ki, l’elemento essenziale, è assente. Sarà un Aikido senza ki, che porta spesso all’irrigidimento muscolare. Per questo ci sono tante persone che hanno degli incidenti. La visualizzazione gioca un ruolo primordiale nell’Aikido. È un atto mentale, all’inizio, ma produce effetti fisici. Uno degli aspetti propri del ki è visualizzare. Cosa si visualizza nell’Aikido? Cerchi, triangoli e quadrati”.2Itsuo Tsuda, La Via della spoliazione, Yume Editions, 2016, pp. 154-155.

Sengai, cercle, triangle, carré
Disegno di Sengai

Riflessione o obbedienza

«Quando Hotei mostra la luna, lo sciocco guarda il dito». Questa traduzione troppo affrettata, troppo nota, è a mio avviso troppo forte. Distorce il messaggio e ci fa rifiutare i significati più profondi del proverbio, che si rischia di prendere alla lettera. Ci si può dire “anch’io ho guardato il dito, eppure non sono uno sciocco, ho dei diplomi e persino un dottorato…!” oppure “è ovvio, indica la luna, l’ho capito subito”. Sengai era un monaco zen della Scuola Rinzai (Scuola di Lin-tsi in Cina), una Scuola che utilizza i koan nel suo insegnamento. Il suo disegno, tratto da questo proverbio, anche se forse non è un Koan, ci fa riflettere: «non è forse la persona semplice, o forse il bambino che guarda il dito perché è nell’azione, nel momento, nell’istante presente», e quel piccolo personaggio che gioca ai suoi piedi e salta di gioia, e quell’enorme sacco che Hotei porta dietro di sé, di cosa si tratta? Vi si può anche vedere il sensei, il saggio che indica la via, la direzione, ma l’allievo per il momento vede solo il dito, cioè la pratica, anche se sospetta che dovrebbe vedere qualcosa che gli è ancora invisibile. Oppure è un monito rivolto a coloro che, per valorizzarsi, mostrano il dito, lasciano intendere di aver capito, mentre in realtà mostrano solo il loro Ego con lo scopo di avere degli adepti in ammirazione che obbediscono ciecamente per approfittare di loro. Tante possibilità e riflessioni si offrono a ciascuno di noi. A poco a poco qualcosa si chiarisce, si affina, si esce dall’abbrutimento mentale, ci si risveglia.

Hotei montre la lune. Dessin de Sengai
Sengai. Quando Hotei mostra la luna, lo sciocco guarda il dito

L’Aikido è un’arte marziale?

Chiunque, praticante o meno, ha il diritto di porsi questa domanda. Oggi esistono numerosi orientamenti nella nostra arte e molte correnti rivendicano un’autenticità più autentica di tutte le altre o un’antichità più antica, altre evocano un bisogno di rinnovamento, forse il fascino della modernità! La gamma di forme e di tecniche insegnate è enorme, a volte variano notevolmente, dalle più delicate alle più violente, dalle più flessibili, persino acrobatiche, alle più rigide, persino letali.

Chi può giudicare con serenità la loro opportunità o il loro valore nel nostro mondo? La nostra Scuola, sia per l’Aikido che per il Katsugen Undo, si basa sulla pratica del Non Fare (Wu-wei) che affonda le sue radici nelle filosofie cinesi come il Tchan, il Taoismo, e in quelle giapponesi come lo Shinto delle origini. Come tante altre scuole, trova il suo posto in quei grandi movimenti Pacifisti e Universalisti nati dopo la seconda guerra mondiale.

Régis Soavi

Notes

  • 1
    Jacques Marpeau, “Un mot, un enjeu : « Profession » et « métier »”, articolo pubblicato il 09/03/2023 su https://cafepedagogique.net, tr. it. École Itsuo Tsuda
  • 2
    Itsuo Tsuda, La Via della spoliazione, Yume Editions, 2016, pp. 154-155.

Lo sport, la violenza e le donne 2/2

2- La via del dragone

La prima parte di questo articolo può essere letta qui

Nel libro La puissance des mères, Fatima Ouassak ci ricorda che non c’è nulla da aspettarsi dalle autorità al potere, che “dobbiamo trasformarci in soggetti politici, ritrovare la nostra potenza di drago. Perché il nostro potere di creare il mondo è immenso. Per questo ne veniamo private. […] È la nostra resistenza che dobbiamo trasmettere”.1

Diventiamo draghi, diventiamo ReSisters! Questo brillante gioco di parole sottolinea il fatto che è possibile Resistere come Sorelle, come i gruppi locali di ReSisters che in tutto il mondo si occupano di sicurezza alimentare, militarismo, inquinamento, diritti riproduttivi e distribuzione delle terre.

Usiamo la forza del concetto di Reclaim – riappropriazione/riabilitazione/reinvenzione – uno degli strumenti più potenti delle ecofemministe. Questo gesto di riappropriazione e di modifica del soggetto, e allo stesso tempo di venirne trasformati·e. Le arti marziali non sono state create dagli dei, si sono tutte evolute!

“Una creazione permanente e incompiuta”: così Morihei Ueshiba, creatore dell’aikido, considerava la sua arte alla fine della sua vita. Lui stesso aveva sintetizzato nell’aikido una vita di pratiche marziali e ascetiche molto più antiche di lui.

Dobbiamo anche spezzare la rivalità tra donne che favorisce gli uomini, come hanno fatto alcune atlete olimpioniche sostenendo apertamente le loro avversare perdenti. Le ReSisters si sostengono e si ispirano a vicenda. Da quelle del passato, come le jujitsufragettes2 di Édith Garrud, a quelle di oggi. La campionessa di MMA Djihene Abdellilah ha trasformato la sua passione in uno strumento di emancipazione per le donne. In Cina, delle femministe si riappropriano del Wing Chun33.

In Mozambico, giovani donne si ispirano alla loro squadra femminile di boxe, Les Puissantes4. Infine in Bolivia, le discendenti delle donne indigene aymara e quechua, le Cholitas, vestite con le loro gonne tradizionali, sono diventate figure di ribellione attraverso l’alpinismo, lo skateboard e la catch (lotta americana).

Questo spirito delle ReSisters e del reclaim mi ha ispirato a creare sedute di aikido riservate alle donne. Un anno dopo la loro creazione, ho notato che l’approccio non misto per scelta toglie un freno rilevante per le principianti e accentua la sorellanza nel dojo. In sei mesi, il numero di donne che sono venute a provare è quadruplicato e un terzo ha continuato la pratica.

Cambiare le regole

Invece di nasconderci dietro l’idea di uguaglianza, che serve di fatto a proteggere lo status quo, iniziamo invece percorsi equi, riconoscendo le disuguaglianze di partenza per dare a tutte una reale possibilità nel mondo dello sport.

Un semplice esempio viene da una piccola squadra di calcio nel sud-est dell’Inghilterra.

Non contento di aver stabilito la parità retributiva tra la squadra maschile e quella femminile dal 2017, il club di Lewes va ora oltre con la sua campagna “See Us As We Are” (vedeteci per come siamo) perché “le calciatrici hanno bisogno di monitoraggio del loro ciclo mestruale, pantaloncini scuri per giocare, allenamenti aggiuntivi per acquisire sicurezza (alle donne viene detto che non possono giocare da quando sono piccole) e scarpe adatte alla morfologia femminile (altrimenti sono soggette a lesioni a causa dell’angolo tra il ginocchio e l’anca). Hanno bisogno di supporto fisiologico, nutrizionale e di programmi di allenamento basati sul corpo delle donne, non sui dati del gioco maschile”.5

In definitiva, “questa iniziativa invita l’industria calcistica a riconoscere le differenze di cultura e di valori e a non cercare semplicemente di inserire il calcio femminile nello stampo rotto del calcio maschile. Si deve avere il tempo, lo spazio e la libertà di permettere al calcio femminile di svilupparsi secondo le proprie caratteristiche emergenti”6

Un altro esempio è quello dell’equilibrio stabilito nella mia scuola di aikido7 che non deve nulla al caso. Le donne sono il 60%, e hanno le maggiori responsabilità, comprese quelle dell’insegnamento. Per raggiungere questo obiettivo Régis Soavi sensei traccia un percorso fin dagli anni ‘80. Per favorire l’emergere delle donne e mantenere questo fragile equilibrio nei dojo, tutto è importante: il suo modo di insegnare, le priorità attuate, l’ambiente, l’attenzione. E un’intransigenza di fronte ai comportamenti maschilisti.

Creare una visione

Un reclaim richiede un cambiamento profondo. L’autrice attivista Starhawk ha scritto che la magia consiste nel creare una visione. Essa dà il coraggio di cambiare il mondo e di muoverci verso un altro tipo di società8. Per creare una visione ampia e positiva dello sport, lo studio Move her Mind ha proposto di ridefinire lo sport come un’attività che implica il corpo in movimento, con un senso generale di benessere, indipendentemente dal livello o dagli obiettivi.
Questa visione più aperta rimette la competizione al suo (piccolo) posto. Infatti, il 96% delle donne pratica un’attività principalmente per la propria salute fisica e mentale9. Nel calcio amatoriale, uno studio10 mostra che vincere un titolo è l’aspetto meno importante di una partita per l’82% dei giocatori e delle giocatrici. Nell’aikido, sono la disposizione di spirito (24%), l’aspetto marziale (24%) e l’assenza di competizione (21%)11 a risaltare tra le praticanti. Per questo motivo la nostra scuola ha scelto un funzionamento senza gradi, per non riprodurre la guerra degli ego che essi comportano e l’oppressione che prevale con il rispetto gerarchico in troppi club.

Da parte mia, voglio portare una visione dell’aikido come potenza trasformatrice, una pratica che sia un collegamento tra tutto ciò che abbiamo artificialmente separato. Per riconciliarsi con se stessi, posizionarsi col proprio corpo. L’Aikido può essere questa via di sensibilità che rende percepibile ciò che lega il mondo umano e quello non umano.

Avere un partner è la grande ricchezza dell’aikido. Dobbiamo entrare in relazione e trovare nel nostro corpo, attraverso i gesti, un’affermazione di sé che non schiaccia l’altro. Invece di rivolgere la violenza verso l’altro, cercare di costruire un’altra possibilità al di fuori del campo della predazione. La situazione di conflitto esce quindi dal quadro ristretto del confronto distruttivo. L’alterità fa parte della vita, eliminarla del tutto è un incubo da dittature. L’Aikido ci riinsegna a costruire un vivere insieme nonostante e con i conflitti. Con gli umani e i non umani.

Eseguire una prestazione senza distruggersi

Pervasi·e da una certa idea maschile di ciò che è razionale e redditizio, ereditiamo continuamente metodi di apprendimento tossici. Potrebbe rivelarsi necessario fare un passo indietro per toglierci i paraocchi e trarre ispirazione da altre culture che vivono l’attività fisica in un modo molto meno dannoso.

Seguendo la tradizione ayurvedica, l’educatrice indiana per la salute delle donne Sinu Joseph12 lamenta che “l’allenamento sportivo moderno spinge gli atleti a superare i propri limiti, pensando che così si costruisca la resistenza”. Cita un maestro di Kalaripayattu, un’arte marziale millenaria, che afferma che “l’esercizio dovrebbe essere eseguito solo al 50% delle capacità di ogni individuo. Nello sport moderno, se riesce a correre per un chilometro, lo si fa continuare finché non è esausto. Nel Kalaripayattu portiamo l’intero corpo a uno stadio in cui può eseguire una prestazione senza sfinirsi. Ma non iniziamo forzando il bambino a continuare a correre finché non è esausto”. L’aspetto olistico colpisce nelle arti indiane che prescrivono una certa alimentazione ed esercizi, massaggi con oli specifici, ascolto dei cicli biologici, ecc.

È importante rivedere il concetto di prestazione e di resistenza in quest’ottica. Dare valore all’adattamento, alla continuità e, perché no, ai piccoli passi, piuttosto che ad allenamenti sempre lunghi, duri ed estenuanti. Djihene Abdellilahl sottolinea che gli sparrings (allenamenti) nella boxe non devono durare più del 10% della preparazione, e che questa “si basa sulla strategia, sulla tecnica e su una preparazione fisica e mentale su misura. […] Ciò che costruisce i veri guerrieri non è la brutalità, ma la padronanza e la precisione”.13
Nei nostri dojo di aikido, ognuno viene al proprio ritmo, ma proponiamo una pratica quotidiana. Le sedute durano un’ora e un quarto e l’idea non è quella di fare molti sforzi in una volta sola, ma piuttosto di stabilire un ritmo in cui la pratica finisce per agire per “capillarità”. Non è molto intensa, ma è molto sostenuta nel tempo. L’ecofemminista Ariel Salleh descrive questo ritmo, che è analogo al modo in cui funzionano gli esseri viventi, come tempo duraturo.14 Una temporalità ciclica, come i ritmi biologici, che a lungo termine mantiene l’equilibrio del corpo in modo molto più duraturo.

Riabilitare i cicli

I cicli cominciano solo timidamente a essere presi in considerazione nell’allenamento delle atlete di alto livello, ma sono ben lontani dall’essere integrati nella pratica amatoriale. Possiamo spingerci ancora oltre, invertendo la prospettiva. Vedere i cicli come un’opportunità, in fondo. Le mestruazioni sono considerate il quinto segno vitale15dopo la pressione sanguigna, la temperatura, il polso e la frequenza respiratoria. Sono un riflesso del nostro stato di salute, offrendo una finestra sul corretto funzionamento di molte dinamiche interne. Per di più, contribuiscono direttamente alla nostra salute, poiché gli ormoni prodotti dalle ovaie svolgono un numero impressionante di funzioni utili per il sistema cardiovascolare, nervoso e metabolico. Il progesterone ha un effetto antidepressivo, contribuisce alla salute del seno ed è essenziale per la formazione delle ossa.16

I cicli sono influenzati da molti fattori: fisici, emotivi, psicologici, culturali e socio-economici. Avere un ciclo mestruale sano non è solo un segno di buona salute, ma anche un’indicazione della qualità del nostro ambiente circostante. Questo si vede chiaramente nello sport, dove, a causa della cultura deleteria in cui si evolvono, alcune atlete usano l’amenorrea come prova che si stanno allenando a sufficienza e come garanzia della loro potenza. Ma invece questo segnale deve essere ascoltato: l’allenamento è troppo duro e il corpo inizia a rovinarsi. Gli uomini, che non ricevono questo segnale, sono quindi più propensi al sovrallenamento, con conseguenti danni permanenti.

Anche il climaterio non dovrebbe più essere un tabù vergognoso per chi lo attraversa. Élise Thiébaut esplora con grande umorismo la menopausa, i suoi contrattempi e le sue gioie, ricordandoci che non è una malattia, ma piuttosto una danza più o meno armoniosa, e a volte anche una prova. Conclude con saggezza: “Vorrei che prestassimo più attenzione alle sottili vibrazioni che parlano dell’importanza del sensibile, dello spirituale, dell’invisibile nella nostra vita. Ciò che il climaterio a volte ci infligge, in un mondo moderno scollegato dai cicli naturali, in cui ci viene costantemente chiesto di giurare al nostro computer che non siamo robot, ora lo stiamo infliggendo alla Terra. Le sue vampate di calore e le nostre sembrano condannarci a una catastrofe finale. Credo, al contrario, che l’accettazione profonda di ciò che siamo ci permetterà di far nascere insieme altre forme di società, altri modi di vivere insieme, legati a saperi antichi e futuri“.17

Ritrovare il corpo

Come diceva Françoise d’Eaubonne, abbiamo bisogno di pratiche che ci riportino al fatto di avere un corpo, potente e bello a prescindere da tutto.

Al di là del sabotaggio della piramide dell’oppressione, della rabbia contro la violenza, c’è questo tema essenziale: ritrovare il corpo. Non è “solo” una questione di accesso allo sport, e nemmeno di uguaglianza, ma di negazione del corpo, che è la perdita di vitalità e di contatto con la realtà. Gli esseri umani non sono sempre stati così sradicati, devastati interiormente, dubbiosi rispetto alla propria sensazione, la propria intuizione.

Riappropriamoci di queste arti marziali, di questi sport, da cui non siamo sempre stati esclusi·e.18 Insieme possiamo rivoluzionarli.

“Dici che non ci sono parole per descrivere questo tempo, dici che non esiste. Ma ricorda. Sforzati di ricordare. O, in caso contrario, inventa”.19

Manon Soavi

1 Fatima Ouassak, La Puissance des mères, editore La découverte, 2021
2 Lisa Lugrin e Clément Xavier Jujitsuffragettes, les Amazones de Londres, editore Delcourt, 2020
3 https://editionsasymetrie.org/nannu/les-feministes-contre-le-harcelement-sexuel-en-chine-3/
4 S. Mouchet « Boxeuses au Mozambique. Sur le ring pour sortir du K-O » rivista web Ablock! 18/01/2020
5 Caroline Criado Perez, Invisible Women, Newsletter del 02/09/2024 pubblicata su https://substack.com
6 https://lewesfc.com/news/lewes-shirt-see-us-as-we-are/
7 La Scuola Itsuo Tsuda
8 Starhawk, Rêver l’obscur. Femmes, magie et politique, editore Cambourakis, 2015
9 Studio Move her Mind.
10 Michael Moynihan Women are not little men, 2019, https://www.irishexaminer.com/sport/arid-30959578.html
11 Bilancio FFAB
12 Sinu Joseph Sports And Menstruation: Exploring Indigenous Knowledge, 2021, https://www.indica.today/
13 Djihene Abdellilah Arrêtons de normaliser la violence dans l’entraînement sous couvert de formation de guerrières 02/09/2024 pubblicato su www.linkedin.com.
14 Ariel Salleh Pour une politique écoféministe, editore Le Passager Clandestin et Wildproject, 2024.
15 Sweeney C. Harvard T.H. 2019 : https://www.hsph.harvard.edu/news/press-releases/harvard-apple-nih-study/
16 RQASF Menstruations en santé : un signe vital ! A lire sur https://rqasf.qc.ca/
17 Élise Thiébaut, Ceci est mon temps, editore Au Diable Vauvert, 2024, p. 238
18 Adrienne Mayor, Les Amazones. Quand les femmes étaient les égales des hommes, ed. La Découverte, 2017
19 Monique Wittig, Les Guérillères, editore Minuit, 1969, p. 126-127.

Lo sport, la violenza e le donne

Di Manon Soavi

Parte 1- Uscire dalla negazione

I Giochi Olimpici hanno attirato l’attenzione sulla pratica sportiva delle donne, sottolineando implicitamente fino a che punto lo sport rimane un mondo di competizione e aggressività progettato da e per gli uomini.

Dalla sessualizzazione dei corpi con le attillate e scomode tenute sportive obbligatorie ai discorsi sessisti e misogini dei commentatori, passando per le magnifiche inquadrature dal basso delle natiche delle atlete, senza dimenticare il divieto di indossare il velo per le sportive musulmane, la sequenza delle Olimpiadi del 2024 non ci ha risparmiato nulla.

Per poche donne che brillano – e a quale prezzo? – quante vengono spezzate, nauseate o scoraggiate? Le segnalazioni di abusi commessi da allenatori, mentori o partner sono purtroppo “solo” la parte visibile dell’iceberg. Al di sotto si nasconde il continuum1 di violenza che contribuisce all’asservimento, all’oggettivazione e all’annientamento delle donne. Abusi che colpiscono anche la pratica amatoriale poiché ogni anno una donna su due, nonostante lo desideri, non intraprende il percorso della pratica fisica2.

Come insegnante di aikido e femminista, sono arrabbiata: il mondo delle arti marziali non fa eccezione. È portatore di un immaginario che associa combattimento e virilità, ed è una vera e propria riserva esclusiva dell’identità maschile. Con il pretesto dell’efficacia marziale, vi regna l’omertà sulle violenze contro le donne, la negazione delle loro difficoltà di accesso ai tatami, il rifiuto delle critiche, mentre invece queste pratiche, in quanto arti emancipatrici, potrebbero giovare a tutti·e, comprese le donne private dei loro benefici.

Non tacere più

Nonostante tutto, alcune voci si levano: quella del judoka Patrick Roux che denuncia3 le violenze inflitte ai bambini con il pretesto dell’allenamento. Quella di Neilu Naini4, un’aikidoka americana drogata e violentata dal suo sensei (maestro di Aikido), con la complicità di un compagno di tatami. Creatrice di #metooaikido, si batte per dei dojo più sicuri attraverso un lavoro di prevenzione. O anche Djihene Abdellilah5, campionessa di grappling e MMA, che continua a denunciare le violenze traumatiche inflitte in nome della preparazione ai combattimenti.

È tempo di ribellarsi e di ricordare al mondo che le pratiche marziali non sono una ridicola esibizione di virilità sudata, né un passepartout per la violenza, ma strumenti millenari ricchi di filosofie di vita: il rispetto, il lavoro del corpo, la flessibilità, la respirazione, il superamento di se stessi, lo sviluppo della sensazione e dell’ intuizione… Anche l’aikido, che si dichiara universale e aperto a tutti, sta affrontando una crisi: la frequenza è in caduta libera6, i praticanti invecchiano e la presenza delle donne rimane sempre bassa: dal 20% al 30%. Ma ogni critica che rimetta in questione il suo orientamento androcentrico viene liquidata come espressione di un’“isteria femminista”. La vecchia ricetta: un pizzico di gaslighting7 mescolato a una buona dose di mansplaining8.

Quando ho istituito a Parigi9 una seduta non mista riservata alle donne, ho ricevuto un po’ di sostegno, fortunatamente, ma anche molte critiche da parte degli aikidoka: reazioni epidermiche che mi intimavano di non creare divisioni all’interno di quest’arte universalistica, con il rischio di provocare un’improbabile disastro. Tuttavia, credo che sia necessario non solo denunciare gli abusi, ma anche guardare più da vicino la realtà delle donne e ciò che impedisce loro di praticare sport e arti marziali.

Disuguaglianze sistemiche

Su questo tema, alcuni studi ci forniscono dei dati illuminanti. Lo studio Move her Mind10 è la più grande ricerca mondiale11 sulle disuguaglianze di genere nella pratica sportiva. La prima constatazione di questo studio, la disparità tra la visione degli uomini e la realtà quotidiana delle donne: il 54% degli uomini pensa che le donne abbiano abbandonato lo sport perché a loro non piace e il 56% suppone che i principali ostacoli siano i complessi fisici, la paura delle molestie e il timore del giudizio. Eppure è la mancanza di tempo il principale ostacolo segnalato dalle interessate.
Infatti, le donne ovunque nel mondo non sono soddisfatte del proprio livello di attività fisica e il 53% delle donne europee si trova di fronte ostacoli sistematici alle proprie pratiche. Interpellate, hanno individuato cinque ostacoli principali12.

1. Il tempo (76%)

Influenzate dai condizionamenti di genere, alle donne manca il tempo. Secondo le donne interessate, l’ostacolo principale è la distribuzione dei compiti domestici e del lavoro di cura – assistenza, educazione dei figli, assistenza alle persone non autosufficienti, sostegno emotivo – svolti all’interno della famiglia13. Secondo l’INSEE14, quando entrambi i genitori lavorano a tempo pieno, il 70% delle donne svolge almeno un’ora di lavoro domestico al giorno, rispetto al 28% degli uomini.

2. Il costo (62%)

Dato che gli uomini guadagnano (in media) il 32% in più rispetto alle donne, ciò incide pesantemente sul budget che possono dedicare allo sport. A ciò si aggiunge la caduta del potere d’acquisto delle madri dopo il divorzio: queste perdono il 14,5% del loro tenore di vita, mentre gli uomini lo aumentano del 3,5%15.

3. L’ambiente (43%)

L’esperienza comune e quotidiana della violenza subita porta le donne ad adottare strategie di autoesclusione da qualsiasi situazione percepita come non sicura. Il paradosso è che questa paura inculcata le porta a temere gli estranei fuori casa, mentre invece sono più in pericolo con persone a loro vicine in un ambiente familiare. Ricordiamo che il 91% degli stupri e dei tentativi di stupro sono commessi da persone del proprio entourage16.
La vulnerabilità delle donne, presentata come una caratteristica “naturale”, induce un’ipervigilanza negli spazi pubblici, alimentata da esperienze spiacevoli, intimidatorie o umilianti – punizioni tramite l’attività sportiva durante l’infanzia, violenza da parte degli allenatori di educazione fisica e sportiva, ora di nuoto obbligatoria, ecc. I commenti indesiderati richiameranno sempre le donne all’ordine affinché questo controllo sociale maschile continui17.

Anche nelle arti marziali, il disprezzo di cui sono vittime le donne come anche i praticanti principianti o intermittenti contribuisce a questo circolo vizioso di mancanza di fiducia in se stessi. Le esperienze traumatiche subite fin dalla più tenera età hanno un impatto duraturo: “Quando avevo dodici anni, l’insegnante di aikido mi ha detto di sdraiarmi per fare una dimostrazione della forza dell’hara. Si è messo in piedi sulla mia pancia. Il dolore è stato terribile, ho creduto di svenire. Ho smesso definitivamente di praticare arti marziali”.18

Le principianti di Aikido testimoniano: “Sono salita per la prima volta sui tatami, abbiamo fatto il saluto, un uomo mi ha afferrato senza dire una parola e mi sono ritrovata per terra, con il naso contro un tatami puzzolente. Non sono mai più tornata”. Un’altra: “Il mio insegnante di Aikido dopo 3 minuti di riscaldamento inizia con 20 minuti di tecniche con caduta in volo. I dieci principianti che non sanno fare quella caduta non hanno né spiegazione né alternativa accessibile”.

Questi maltrattamenti colpiscono anche le persone anziane. Tra i 40 e i 70 anni le donne possono perdere il 40% della massa ossea e sono quindi più soggette a fratture. Una parigina racconta: “Principiante di oltre 60 anni, mi ritrovo a praticare con un uomo, praticante avanzato, alto e di forte corporatura. Non ho mai visto la tecnica proposta, ma, senza alcuna spiegazione, mi solleva, mi fa passare sopra le sue anche e mi sbatte direttamente a terra (koshinage)”.

Uno studio condotto dalla Commissione Donne della Federazione Francese di Aikido e di Budo19 deplora la stessa situazione nei club di aikido. Invece di mettere tutta la loro energia nella loro arte, le praticanti di aikido si sfiancano per proteggersi dai comportamenti brutali dei loro partner: “Sono fisicamente apprensiva, alcuni di loro ti massacrano i polsi, ti costringono a fare cadute in volo, non ti fanno cadere in modo sicuro. Non dosano la loro forza e non trattengono i colpi”.

Con la scusa dell’allenamento, le praticanti subiscono aggressioni: “Mi prendo veri e propri colpi in faccia col pretesto che sono mal posizionata, ed è normale che li prenda in faccia”. Visitando un’altra scuola di Aikido, ho visto un insegnante anziano, armato di bastone, colpire ripetutamente una ragazza nel plesso. Si è ritrovata con un livido.

Djihene Abdellilahl sottolinea che non c’è alcuna giustificazione al colpire e insultare le persone supponendo di renderle più forti e che i colpi non creano delle “guerriere”, ma vittime. La violenza che lei stessa ha subito non l’ha resa più forte, ma ha normalizzato nella sua mente le violenze fisiche e psicologiche che ora denuncia. “Secondo gli studi di Christine Mennesson, sociologa specializzata in sport e genere, alcune donne adottano atteggiamenti “guerrieri” non per scelta, ma per essere accettate e rispettate in ambienti dominati dagli uomini. Questa dinamica crea un’illusione di consenso alle pratiche violente”.20

4. Le condizioni fisiche (42%)

Le convinzioni autolimitanti dovute agli stereotipi di genere e alla mancanza di rappresentanza femminile portano a sentimenti di esclusione. Questa mancanza di fiducia in se stesse porta le donne a ritenere di non essere abbastanza in forma per un’attività fisica.

Le aikidoka vorrebbero anche21 che più insegnanti e praticanti donne venissero messe in risalto nella comunicazione, negli stage e nelle dimostrazioni. Come dice Yeza Lucas: “Se un’altra donna si aggiunge al gruppo non sono più sola. E se arriva una terza e vede già due donne sul tatami, anche lei potrebbe sentirsi meno intimidita”22.

5. Mancanza di luoghi (38%)

Le donne hanno imparato a considerare la loro biologia come un “inconveniente” da mettere da parte, anche a costo di rimetterci la salute, per imporsi in un mondo che idolatra la forza. Lola Lafon lo riassume con umorismo: “La fermezza è venerata: seni sodi, cosce sode, ‘muscolosi’ discorsi politici con le palle. Tutto tranne che essere un ‘budino’. Orrore per il fragile, il morbido, il tremante “23.

Ciò che è più arrotondato, flessuoso o tenero è destinato al disprezzo e a subire violenza. In questo universo asfissiante, le donne, come il pesce che deve arrampicarsi su un albero per dimostrare il proprio valore,24 si credono stupide e incapaci, oppure incassano danneggiandosi. Ecco perché avere luoghi dove praticare secondo i propri desideri, in sicurezza e tenendo conto della biologia specifica è un obiettivo richiesto dalle giovani generazioni (45%).

Ho fatto qui il punto della situazione e non è incoraggiante. La constatazione è comunque definitiva? Niente affatto: la soluzione esiste ed è molto semplice. Basta diventare ReSister, o addirittura trasformarsi in draghi femmine.

Per leggere la seconda parte dell’articolo, clicca qui

Manon Soavi

Notes :

1 Vedi Christelle Taraud (dir.) – Féminicides. Une histoire mondiale, 2022, Paris, La Découverte.

2 Secondo lo studio Move her mind 2023, il 53% delle donne in Europa afferma di non svolgere tanta attività fisica quanto vorrebbe (fonte https://www.asics.com/fr/fr-fr/mk /move-her- mind/report) e secondo i risultati di Santé Publique France, nel 2024, il 41% non fa abbastanza attività fisica per mantenersi in salute, soprattutto perché l’81% di queste si trascura anteponendo la salute e le esigenze dei propri cari alla propria.

3 Patrick Roux, Le revers de nos médailles, Editore Dunod, 2023

4 Vedi la testimonianza e l’impegno di Neilu Naini su https://www.metooaikido.com

5 Campionessa del mondo di grappling e di Francia di MMA (Mixed Martial Arts); fondatrice della Djihene Academy.

6 Dal 2016: Karate -15%, Judo -16%, Aïkido -35%. Ulteriori informazioni sui blog aiki-kohai e paressemartiale.

7 Il gaslighting, noto anche come sviamento cognitivo, è un concetto di psicologia che descrive le manovre utilizzate per manipolare la percezione della realtà da parte degli altri. Le informazioni vengono distorte o presentate sotto una luce diversa, omesse selettivamente per favorire chi ne abusa, o distorte per far dubitare la vittima della percezione e salute mentale. Vedi H. Frappat Le Gaslighting ou l’art de faire taire les femmes, ed. L’Observatoire, 2023.

8 Il termine mansplaining si riferisce alla situazione in cui un uomo spiega a una donna qualcosa che lei già conosce, o di cui è addirittura esperta, con un tono paternalistico e condiscendente.

9 Sedute non miste e stage al dojo Tenshin a Parigi, al dojo Yuki-ho a Tolosa, e a Yume Dojo a Milano.

10 Commissionato da ASICS, azienda giapponese che crea scarpe e abbigliamento sportivo dal 1940

11 Studio Move her mind 2023 disponibile online: https://www.asics.com/fr/fr-fr/mk/move-her-mind/report

12 Studio Move her mind 2023

13 L’Observatoire des inégalités https://inegalites.fr/Le-partage-des-taches-domestiques-et-familiales-ne-progresse-pas

14 INSEE, 2022, https://www.insee.fr/fr/statistiques/6047759?sommaire=6047805#graphique-figure3

15 Cifre dell’INSEE, consultabili qui : https://inegalites.fr/Les-inegalites-de-salaires-entre-les-femmes-et-les-hommes-etat-des-lieux et https://inegalites.fr/La-rupture-conjugale-une-epreuve-economique-pour-les-femmes

16 Le Monde: « Stupri: più di nove vittime su dieci conoscono il proprio aggressore » 2018, https://urls.fr/hhsxAM

17 Lieber, M. (2002). Le sentiment d’insécurité des femmes dans l’espace public : une entrave à la citoyenneté ? – Nouvelles Questions Féministes, 21, 41-56.

18 Testimonianza orale raccolta dall’autrice

19 CRF FFAB, Bilancio 2019, consultabile online: https://www.ffabaikido.fr/fr/bilan-des-enqu-tes-des-crf-279.html

20 Djihene Abdellilah, Arrêtons de normaliser la violence dans l’entraînement sous couvert de formation de guerrières, pubblicato su LinkedIn, 01/09/2024.

21 CRF FFAB, Bilancio 2019, consultabile online: https://www.ffabaikido.fr/fr/bilan-des-enqu-tes-des-crf-279.html

22 Yeza Lucas Communiquer vous permet de fidéliser vos adhérents ! 2024 https://aikido-millennials.com/

23 Lola Lafon Prendre notre place dans ce monde podcast “Chaud dedans” del 12 giugno 2024

24 Frase attribita ad Einstein.

Approfondimento

Di Régis Soavi

Lasciare… lasciare… lasciare… Dimenticare per perdere l’abitudine al giudizio sugli altri così come su noi stessi, che troppo spesso serve solo a giustificare le nostre azioni, a nascondere le nostre incomprensioni o le paure, e confondere le nostre sane riflessioni dal profondo del nostro essere. Progredire o regredire fa parte di un mondo identico, un mondo ingannevole in cui l’apprendimento, come la formazione o la competizione, sono diventati oggetti commerciabili. L’approfondimento non è monetizzabile.

Citius, Altius, Fortius

Più veloce, più alto, più forte. Questo è il motto dei Giochi Olimpici, l’ideale dello sport di alto livello. L’Aikido, invece, si colloca in una dimensione totalmente diversa, aperta a tutti, a ciascuno, senza essere minimamente sminuito come arte marziale, Arte del soffio e soprattutto Arte dell’armonia. Nelle pratiche marziali in Giappone si usa dire che tutte le arti seguono percorsi che all’inizio e anche per molto tempo possono sembrare molto diversi tra loro, ma che puntano tutti nella stessa direzione, verso la cima della montagna, il Monte Fuji. Alcuni sono tortuosi o di difficile accesso, altri sembrano più facili, più rapidi o semplicemente più lenti, ma tutti si incontrano sulla vetta. I patriarchi del buddismo zen, che incoraggiano la perseveranza, aggiungono: “quando arrivi in cima, non fermarti, continua a salire”.

KATSUSHIKA HOKUSAI (1760–1849) Fujiyama / 富士山 (3, 776 m -12,389 ft) Japan
HOKUSAI, Fujiyama / 富士山

Tsuda sensei ci proponeva un’altra immagine, una visualizzazione che permetteva un altro punto di vista, un modo di pensare che mi è sempre servito da orientamento e mi ha permesso di aprirmi a un’altra dimensione essenziale e tuttavia semplice, un riorientamento di cui avevo assolutamente bisogno. Quando parlava dei suoi Maestri – fossero essi giapponesi come Ueshiba Morihei Osensei, Noguchi Haruchika sensei creatore del Seitai, Hosada sensei della Scuola Kanze Kasetsu con cui studiò la recitazione del Nō, o francesi come Marcel Granet e Marcel Mauss all’Università degli Studi di Sorbona – spiegava che grazie alla loro ricerca, intensa quanto continua, nella loro disciplina, avevano scavato “pozzi di grande profondità”. Eppure, pur lavorando in campi molto diversi, ciò che ciascuno di loro aveva scoperto avvicinandosi alla fonte, era che quella che vi scorreva era la stessa “Acqua”.

Lui stesso, parlando del suo lavoro, della sua ricerca nell’Aikido, nel Seitai e nella comunicazione attraverso i suoi libri, ci diceva, due anni prima della sua morte, che cominciava a sentire l’umidità. La direzione da lui indicata non è quella di accumulare conoscenze, tecniche o competenze, ma di andare sempre nella direzione della spoliazione che permette all’individuo di svegliarsi, di uscire dal suo torpore. Ce ne dà un esempio in questo paragrafo del suo quinto libro1: “La sola cosa che mi preoccupa è fino a che punto riuscirò a sviluppare la mia respirazione. La mia esperienza m’insegna che, su questo, non ci sono limiti. Ciò che mi sembrava difficile, impossibile o anche inconcepibile diventa un giorno fattibile, e in seguito facile e piacevole. Tutto si svolge come l’incubazione di un uovo. Quando l’embrione diventa un pulcino, rompe il guscio ed esce. Un nuovo mondo si apre con il risveglio di nuove sensazioni”.

Itsuo Tsuda approfondissement
Itsuo Tsuda

Approfondire non significa ripetere all’infinito

Ogni partner, ogni situazione, è un’opportunità per incontrare e scoprire qualcosa di nuovo, di sottilmente diverso. È grazie a questa diversità che possiamo crescere. D’altra parte, ricordo i miei primi anni di Judo. Avevo appena dodici anni e, sebbene praticassimo il metodo noto come “Judo-jujitsu giapponese”, molto diverso dal “Judo moderno” perché, tra l’altro, non c’erano categorie di peso e tutto si basava sul disequilibrio piuttosto che sulla forza, il nostro maestro pensò bene di allinearsi alle tendenze più moderne promosse da Anton Geesink, il primo non giapponese a vincere il titolo di campione del mondo nel 1961. Iniziò a farci lavorare su uno “speciale”, cioè una sola tecnica, al massimo due, per ciascuno di noi. Dovevamo ripeterle instancabilmente per vincere le poche gare intercomunali e poter partecipare ai tornei dell’Île-de-France.

Pensava che fosse uno stimolo che si adattava perfettamente alla pedagogia moderna, ma per quanto mi riguarda, mi ero già reso conto di quanto ci stessimo spostando dall’arte marziale allo sport. E tuttavia amavo lo sport, soprattutto la corsa e la campestre in particolare, ma ciò che amavo del judo secondo me stava scomparendo. Nonostante tutto, continuavo al club e soprattutto, contemporaneamente, in quello che chiamavo il mio “Dojo personale” con un amico judoka e karateka: era uno spazio di una ventina di metri quadrati di cui ero molto orgoglioso perché ero riuscito a installarlo in uno scantinato su tatami di fabbricazione estremamente artigianale.

Tuttavia, aveva tutte le caratteristiche necessarie per la nostra pratica, foto dei maestri nel Tokonoma, ecc. Lì praticavamo le “vere” arti marziali, con la nobiltà dell’arte, ma naturalmente anche con scioltezza e con rigore, mettendo a confronto le esperienze appena acquisite – all’epoca avevo solo quindici anni e praticavo da quattro anni. Il nostro repertorio si trovava nei primi libri pubblicati e non tralasciavamo nessun Kata, anche i più difficili, anche se non erano ancora alla nostra portata, ma ciò che ci appassionava era scoprire la ricchezza e la finezza di quest’arte, che affondava le sue radici nell’esperienza dei secoli passati.

L’Aikido e la scoperta del ki

Il nostro insegnante di Judo ci aveva parlato dell’Aikido e fatto vedere alcune semplici tecniche. Cosa si celava dietro quelle tecniche di cui ci parlava e che ci aveva fatto intravedere? Come progredire nelle arti marziali? Queste erano le domande che mi assillavano quando ho voluto riprendere gli allenamenti dopo gli eventi del 1968. Avevo lasciato la mia periferia, avevo fatto molte arti diverse e mi ero allenato in ogni sorta di arti marziali, ma tutto questo mi andava bene solo a metà. Iscrivendomi a Parigi presso il dojo della Montagne Sainte-Geneviève con il Maestro Plée, speravo di trovare finalmente qualcosa che mi soddisfacesse.

È stato proprio dopo i corsi di Judo, e grazie alle sedute di Aikido che Maroteau sensei conduceva nonché grazie alle sue dimostrazioni o alle sue spiegazioni sull’importanza del Ki sia nell’Aikido che nel Jiu-jitsu che ho intravisto la direzione da prendere. È grazie a lui che ho trovato il filo che mi ha portato a quello che è diventato il mio maestro di Aikido, nonché di Katsugen Undo e Seitai nei suoi ultimi dieci anni, Tsuda sensei, e per questo non lo ringrazierò mai abbastanza. In tutti i maestri che ho incontrato in seguito, ho cercato di vedere e sentire il Ki, invisibile ma presente in ognuno di loro.

Attraverso gli incontri in occasione di stage nazionali e internazionali, ho incontrato praticanti di scuole diverse, sempre nell’ottica non di mettermi in conflitto né di scoprire nuove tecniche, e nemmeno soprattutto di mostrare quello che sapevo fare, ma di sentire il Ki nelle persone con cui praticavo. L’importante per me era percepire cosa li animava, superficialmente o più profondamente, se era positivo o negativo rispetto alla mia pratica. Tutto questo mi ha permesso di verificare a che punto ero, ma anche di sentire quanta strada avevo fatto, e quindi di approfondire e andare più lontano. I libri di Tsuda sensei, per la loro semplicità ma anche la profondità, non sono stati solo guide teoriche, ma soprattutto guide pratiche che ho potuto utilizzare nella vita quotidiana e che, a poco a poco, mi hanno costretto a “lasciare la presa” per poter finalmente ritrovare me stesso e confermare ciò che mi spingeva, che mi guidava.

Régis Soavi approfondissement
Régis Soavi

Progredire per diventare o approfondire per “essere”.

Finché vogliamo ottenere una vittoria, su noi stessi o sugli altri, ottenere vantaggi o rafforzarci, seguiamo fondamentalmente la stessa strada. È la via dell’acquisizione che si concentra sul superficiale, sul contenitore più che sul contenuto, sulla forma più che sull’essenza. Prendere coscienza del tragitto che si sta seguendo, e della frustrazione che molto spesso ne deriva, può portarci a fare marcia indietro e ad iniziare a imparare come usare l’insoddisfazione per cercare ciò che è già presente e che aspetta solo di compiersi, piuttosto che cercare di colmare, per sopravvivere, le lacune che avvertiamo nella nostra struttura caratteriale o fisiologica.

Questo è il percorso che ci propone l’Aikido, un’arte dell’incontro, con una dimensione che ci sorprenderà tanto quanto ci delizierà, se abbiamo la pazienza di scoprirla. Intensificare la sensazione, non opporsi alla delusione quando si presenta, ma accettarla come un’amica che ci aiuta a scavare un po’ più a fondo nella direzione che noi stessi abbiamo deciso di seguire. Risvegliare la nostra intuizione grazie alla fusione con i nostri partner e prestando attenzione a ogni movimento, alla circolazione di quest’energia interiore che dobbiamo scoprire e che è a portata di mano. Aprirci alla nostra umanità immanente senza lasciarci espropriare o invadere, perché la nostra sfera è diventata più percepibile, più forte, con una pratica al contempo realistica, ma soprattutto, senza falsità o compiacimento.

Approfondire è scoprire un mondo sconosciuto

È quando siamo stanchi, depressi o a volte semplicemente sofferenti che si risvegliano in noi sorprendenti capacità insolite. Perché non possiamo più comportarci come di solito, e se abbiamo lavorato nella direzione dell’approfondimento, ecco che emergono abilità sconosciute, altri modi di fare, di capire ciò che ci circonda. In questo caso, l’ego, senza che ce ne rendiamo conto in modo cosciente, ha la possibilità di sottomettersi a qualcosa di sconosciuto. Se accettiamo che lo faccia senza averne paura, allora si aprono possibilità insospettate, di cui l’empatia è il motore, e il desiderio di comunicare è la conseguenza. Il bisogno di agire che nasce allora da questa situazione ci spinge, più o meno rapidamente, a uscire da questo stato di difficoltà, portandoci a una comprensione di ciò che cercavamo senza esserne consapevoli. Le risposte che emergono sono spesso sepolte nel profondo di noi stessi. Sono tuttavia di grande semplicità, come ad esempio “Perché si è scelto di praticare l’Aikido?” o “Perché approfondire nonostante la lentezza e la difficoltà di questo tipo di percorso?”

Il mondo a cui abbiamo accesso non è diverso da quello in cui vivevamo, con l’aggiunta di una dimensione, il Ki. È una quarta dimensione o una quinta se consideriamo il tempo come la quarta. A rigore si può concepire il Ki come oggi viene concepita la gravità, o qualsiasi altra cosa che al momento ci è parzialmente sconosciuta, non saprei darne una definizione perché è una dimensione “a parte”. Tsuda sensei ce ne dà un indizio quando scrive nel 1973 fin dalle prime pagine del suo primo libro Il Non Fare:

“Trasporre il problema del “ki” nel vocabolario francese, in cui ogni parola sottostà all’imperativo di definirsi, di limitarsi, è in sé contraddittorio, perché il “ki” è suggestivo e illimitato per natura.”, “Lo spirito occidentale, con la sua tendenza intellettuale e analitica, è incapace, ad ogni modo, di ammettere nel suo vocabolario una parola così flessibile come ki: infinitamente grande, infinitamente piccolo, estremamente vago, estremamente preciso, molto comune, terra terra, tecnico, esoterico”.2
Ma in fondo quello che pratichiamo si chiama AI KI DO, non è vero? La “Via di fusione, di armonizzazione del Ki”.

Un articolo di Régis Soavi

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Notes:

1Itsuo Tsuda, Le dialogue du silence, p. 36, editore Le Courrier du livre

2Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Editions, 2014, pp. 14 e 18

Ki no Nagare: la visualizzazione

di Régis SOAVI

Nel suo insegnamento, Itsuo Tsuda sensei ha insistito sulla visualizzazione che, legata alla respirazione, è un mezzo per scoprire questa via del ki no nagare, lo scorrere del ki. Respirazione e visualizzazione sono degli strumenti per approfondire la percezione di questa circolazione e godere dei benefici nella vita quotidiana.

Immaginazione o visualizzazione

L’immaginazione non genera risultati tangibili se non la disillusione, la delusione quando si torna alla realtà. La visualizzazione, invece, non è un processo mentale, una sorta di vagabondare della mente, ma coinvolge tutto il corpo.

Poche persone fanno una distinzione tra questi due procedimenti prima di averne fatto l’esperienza in modo ben separato e prima di averne verificato la realtà. La visualizzazione è sia azione che non azione, anticipazione e attesa del momento opportuno, richiede la massima distensione così come la massima concentrazione, ma non ha difficoltà a trovarle perché per questo si appoggia su ciò che percepisce come fondamento dell’unità vissuta.

Tsuda senseï était un intellectuel dans le meilleur sens du terme un philosophe de l’ancienne génération.
Photo de Eva Rotgold© tous droits réservés.

Ki no nagare: un oceano di interazioni

Ogni cultura sviluppa la propria comprensione del mondo, la propria filosofia. La nostra cultura occidentale ha sviluppato nei secoli un approccio analitico, che porta ad una grande precisione e attenzione ai dettagli. Questo approccio interessante è chiaramente visibile nella scienza e nella tecnologia, ma anche nelle arti marziali.

Questa ricerca della precisione è anche ciò che spinge gli esseri umani a superare se stessi, a diventare migliori nella propria disciplina, come ci hanno già dimostrato alcuni praticanti di alto livello. Quindi non si tratta solo del dettaglio del gesto, ma anche della comprensione del funzionamento dell’essere umano, delle sue risorse sia fisiche che psicologiche. Seppur importante e necessaria, è questa stessa direzione che, quando diventa esclusiva, ci impedisce di raggiungere l’unità, se il dettaglio e il controllo diventano troppo presenti, perdiamo l’insieme e in particolare la percezione dello scorrere del ki.Altri, come la cultura giapponese, hanno anche una grande attenzione ai dettagli ma hanno mantenuto più presente una certa concezione dei legami che intercorrono tra tutto ciò che vive e quindi della globalità.

Il biologo Marc-André Selosse propone nel suo libro Jamais seul (Mai solo) un cambio di prospettiva su questo argomento: oggi abbiamo ampliato la comprensione di ciò che vive con le nozioni di fenotipi estesi o ”olobionti”. Ma M.A. Selosse va ancora oltre, dicendo che possiamo considerare il mondo come un oceano di microbi in cui “galleggiano” strutture più grandi e multicellulari (piante, animali), e abbiamo anche la visione dell’ecologo di un oceano di interazioni in cui «Ogni ”organismo” (questo vale anche per ogni microbo) è un nodo in una colossale rete di interazioni.

L’ecologo vede ciò che è vivo come questa rete, dove quelli che chiamiamo organismi sono in realtà solo punti tra i quali si articolano queste interazioni.» M.A. Selosse sottolinea che questa è una visione del mondo già sostenuta da alcune culture non occidentali, che “hanno una percezione più centrata sulle interazioni e ci incorporano in un tutto con ciò che ci circonda. [?] È forse il momento di sbarazzarsi degli avatar che l’individualismo occidentale proietta nella nostra visione del mondo biologico… e quotidiano. La scienza occidentale ha trasposto una filosofia basata sull’individuo in una biologia basata sull’organismo: al di là dei successi raggiunti, la vera svolta ora sta nel rimettere al centro l’interazione”. (M.A Selosse, Jamais seul, Éd Acte Sud, p. 329.) Ki no nagare che si traduce in scorrere, circolazione del ki, è forse un modo per comprendere questo oceano di interazioni.

Credo che l’essenza dell’Aikido risieda nella comprensione fisica e tangibile di questa nozione dello scorrere del ki. Perché anche un fiumiciattolo può dare una direzione diversa ad un fiume. Chi è all’origine del cambiamento, chi agisce sull’altro? A volte ci vogliono anni, anche secoli, per risolvere una questione del genere.

L’arte del Non-agire

Attraverso un’arte come l’Aikido, si può sperimentare molto concretamente e finemente questa sensazione di ki no nagare e scoprire gradualmente che il ki no nagare è affine allo spirito del Non-fare. Ci si posiziona accettando di “andare con”, senza decidere di influenzare in modo volontaristico la direzione, e questo rimanendo un centro forte e ben al suo posto, senza avvalersi o approfittare della situazione. È la posizione del “saggio” in senso taoista, come evoca Chuang-Tzu con la storia del nuotatore delle cascate di Lü-leang che si mantiene perfettamente in un luogo dove nessun animale può nuotare e che spiega “Mi lascio risucchiare dai vortici e risollevare dalla corrente ascendente, io sono i movimenti dell’acqua e non agisco per conto mio” (J.F. Billeter, Lezioni sul Zhuangzi, Ed. NotteTempo, p.26).

Wei wu wei, letteralmente “agire nel non-agire” si basa sulla sensazione di flusso, di interazione o di ki no nagare.È forse guidato da una sensazione interiore indefinibile, e proprio perché si è percepita questa direzione che ci si è diretti verso la via dell’Aikido, indipendentemente dalla nostra vita passata che, a seconda delle circostanze, poteva essere diversa e talvolta anche l’esatto opposto. L’Aikido apre un’altra prospettiva a coloro che si pongono domande su ciò che li circonda, su ciò che vivono giorno per giorno.Tuttavia, ci sono momenti in cui tutto si ferma indipendentemente dalla nostra vita quotidiana e dalla sua routine.

È quando tutto si ferma che, a volte, si prende coscienza del sé, di ciò che siamo veramente e di certe facoltà che oggi vengono poco considerate nella società cosiddetta moderna. Può essere un imprevisto, un incidente che accade inaspettatamente, un combattimento, uno shock emotivo che non ci aspettavamo e che rischia di finire male, o come un colpo della sorte che si abbatte su di noi e di cui non capiamo nulla. E in un tal momento si ha l’impressione che tutto stia crollando, che nulla valga più niente, che tutti gli sforzi siano inutili, vani e insignificanti.

Può essere l’inizio di una forte depressione da cui alcuni usciranno solo grazie a cure mediche.Ma può anche essere il punto di partenza per un diverso orientamento della nostra vita, come un passo indietro che ci farebbe fare un balzo in avanti. Ed è questo tipo di svolta che ho realizzato personalmente quando ho incontrato il mio sensei, Itsuo Tsuda.

La mia esperienza negli anni mi ha mostrato che praticando seriamente, quotidianamente, delle porte si aprivano, delle sensazioni di una infinita precisione mi guidavano verso dimensioni che non conoscevo o dell’epoca della mia infanzia, che avevo dimenticato come molti di noi, o che non riuscivo più a sentire.L’intuizione fa parte di queste scoperte, e la visualizzazione ne è il veicolo e il motore. Non la percezione di qualcosa in divenire o una sorta di premonizione, ma piuttosto la percezione delle relazioni tra le cose; a volte immutabili, se non nascoste, almeno invisibili senza questo stato di sensibilità.

À travers un art comme l’Aïkido, on peut expérimenter très concrètement et finement cette sensation de ki non nagare

La visualizzazione cosciente

Armonizzarsi con il partner è ovviamente una base indispensabile nella pratica dell’Aikido, ma l’insegnamento di Tsuda sensei ci spingeva molto oltre. La sua insistenza nel farci lavorare ogni mattina sulla visualizzazione nonostante le nostre difficoltà e la nostra pigrizia, ha prodotto poco a poco dei risultati per coloro che volevano continuare su questa via.

Ricordo che una volta durante Kokyu Ho, mi sono ritrovato bloccato alle spalle di fronte a un partner temibile che non voleva proprio mollare; detto ciò, era senza alcuna aggressività ma con una determinazione implacabile. Improvvisamente senza che io vedessi o sentissi nulla, ho visto che il mio partner si stava alzando da terra per cadermi accanto senza che io avessi dovuto fare il minimo sforzo, mi sono girato, Tsuda sensei era dietro di me, come se nulla fosse e con un sorriso di presa in giro che svelava una punta di ironia. Durante le sue dimostrazioni non ha mai esitato a farci sentire quanto fosse difficile o addirittura impossibile resistere a questo flusso tanto potente quanto delicato che riusciva a far emergere durante la tecnica, lasciandoci allo stesso tempo sbalorditi e divertiti. Molte volte avevo l’impressione di essere un bambino che gioca con il nonno.

L’interesse della visualizzazione è che può iniziare consapevolmente come un lavoro quotidiano e passare al livello inconscio a volte molto rapidamente anche se non in modo permanente. Il vantaggio del suo utilizzo è che permettendo lo scorrere del ki in una direzione diversa da quella bloccata dall’avversario, ci si ritrova nella non-combattività, nella non-aggressività e nel desiderio di fusione con l’altro. È forse lì, in questo territorio senza mappe né punti di riferimento, ma tuttavia molto concreto, che troveremo le radici dell’amore universale di cui parla O Sensei.Ecco un passaggio di uno dei libri di Tsuda Sensei che mi sembra illuminante e significativo riguardo a ciò che ha cercato di di far sviluppare ai suoi studenti:”Si parla spesso nell’Aikido di scorrere del ki, ki no nagare, il che corrisponderebbe, psicologicamente parlando, alla visualizzazione. Ma lo scorrere del ki ha un contenuto più concreto e più ricco della visualizzazione. Esso implica l’idea che qualcosa esca effettivamente dal corpo, dalle mani o dagli occhi per descrivere traiettorie che verranno seguite successivamente.

Abolisce dunque la separazione assoluta tra ciò che è interno e ciò che è esterno. A dire il vero, una tale separazione non è forse un’idea fittizia inventata per comodità intellettuale? Un essere umano non può vivere, nemmeno per un istante, completamente separato dall’esterno. Esso introduce anche l’estensione del sistema volontario al di fuori del quadro convenzionale dei muscoli volontari. Se non ci fosse scorrere del ki, l’Aikido sarebbe semplicemente una ginnastica o una danza. La difficoltà in questa materia è che non si vede questo scorrere di ki, mentre per esempio si può tastare e verificare l’esistenza dei muscoli.” (I. Tsuda, La via della spoliazione, Yume Editions, p.173) “Dato che lo scorrere del ki implica lo spostamento nello spazio ed anche nel tempo, esso può assumere un carattere premonitore. È così che il Maestro Ueshiba diceva di vedere l’immagine dei suoi avversari che stavano cadendo prima che ciò si producesse. Questo fatto sarebbe allo stesso tempo premonitore e controllato.

Questa considerazione ci porta all’idea rivoluzionaria che si possa agire sull’avvenire con certezza e questo, proprio nel momento in cui la scienza, abdicando al proprio assolutismo, ammette l’incertezza come una verità rigorosa. Con lo scorrere del ki, il futuro può divenire tanto concreto quanto il presente. Né lo scorrere del ki, né la capacità di anticipare il futuro sono appannaggio esclusivo dell’Aikido. Su un piano più generale, possono esistere in tutti. Se prendo una matita sul tavolo, il ki scorre verso la matita. Lo scorrere del ki in questo gesto non è molto intenso. Non c’è coinvolgimento di tutta la mia persona. In un’epoca in cui i mestieri erano più tradizionali e meno ingombrati da innovazioni, questa facoltà naturale era più intensa. C’era comunque una maggior concentrazione nel compimento di un atto. C’erano gioia e delusione, perché c’era un senso reale dell’anticipazione.

Oggi, con il progresso tecnico e il contesto economico più sviluppato, non si sa più a che punto si sia. Il mestiere che si impara ora, forse non sarà più valido negli anni futuri. I giovani sono inondati di possibilità di scelta, ma nessuna di queste è stabile. I giovani sono alla ricerca di tutto, senza potersi impegnare a fondo in qualcosa.” (I. Tsuda, Ibid, p. 177-178) Tsuda Sensei è stato soprattutto un intellettuale nel senso migliore del termine, un filosofo di quella vecchia generazione che, grazie a uno sguardo lucido sulla società che lo circondava, non si è accontentato di criticarla o elogiarla ma ha saputo trovare la quintessenza delle problematiche e fare dei collegamenti, sia tra le civiltà antiche, le loro culture, i loro costumi, sia con gli esempi di ciò che osservava nel suo tempo seguendo questo filo che lui stesso aveva trovato grazie ai suoi maestri sia orientali sia occidentali.Curioso di tutto ciò che percepiva utile per il suo insegnamento, trovava esempi che ci parlavano e ci parlano ancora quando rileggiamo i suoi libri; come questo interesse per l’opera di Constantin Stanislavskij il cui insegnamento basato sulla relazione affettiva e sull’esperienza personale degli attori ha influenzato il famoso corso di teatro newyorkese Actor Studio di Lee Strasberg ed Elia Kazan, e che Tsuda Sensei trovava significativo come concezione, come comprensione di ciò che stava cercando di trasmettere come messaggio.

Questo gli ha permesso di essere esaustivo, persino lapidario in questa frase sulla visualizzazione come la vedeva il regista: “Ha sfruttato bene l’effetto della messa in situazione. Se la messa in situazione viene perfettamente accettata ed attuata, c’è scorrere del ki. Se si esegue un gesto con un’intensa visualizzazione della situazione o con la testa piena di idee astratte, di ipotesi o di teorie, il gesto è lo stesso ma il risultato non è lo stesso. È quello che fa la differenza tra l’attore e il gigione.” (I. Tsuda, ibid, p.175.)Note :1) Constantin Stanislavskij (1863-1938) è stato un attore, regista teatrale e insegnante russo, teorico del teatro, noto per essere l’ideatore del metodo Stanislavskij.

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Legittimare il combattimento o comprendere la vita

Di Régis Soavi

Il “non-combattimento” non è il rifiuto del combattimento così come il “Non-Fare” non è mai il “non fare niente”. Comprendere la vita nelle sue manifestazioni più insolite, più sconvolgenti, più incongrue, a volte apparentemente più incomprensibili, è forse il vero combattimento da portare avanti.

Praticare l’Aikido e ritornare alle origine dell’essere

Questo articolo è difficile per me, perché sono originariamente un combattente che, grazie alla pratica dell’Aikido e del Katsugen Undo, aspira oggi solo al “non-combattimento”. Disgustato fin dalla prima adolescenza dalle condizioni e dalle soluzioni proposte dalla società, il mio percorso avrebbe potuto essere molto diverso se non avessi incontrato il mio maestro: Itsuo Tsuda. Mi ci sono voluti sette anni affinché si disinnescasse in me ciò che non avrebbe fatto altro che portarmi alla mia rovina. Dopodiché, sono stati sufficienti alcuni decenni per rispondere alla mia domanda interiore e consolidare la direzione che avevo iniziato a prendere. Ho poi trovato una personale risposta antitetica attraverso il lavoro di emancipazione ed liberazione delle persone che vengono a praticare nella nostra Scuola. Permettere a ciascuno di ritrovare la propria forza interiore, in contrapposizione al rafforzamento di tutte le tendenze acquisite, che sono solo il risultato di un’educazione soggiacente orchestrata da un mondo che ci fa credere nella nostra debolezza, che ci ha abituato alla paura e quindi ci spinge alla sottomissione.

Se la nostra arte fosse stata solo una “autodifesa” non l’avrei praticata per così tanto tempo, non mi sarei alzato tutte le mattine all’alba, per quasi cinquant’anni, per andare al dojo. Non ho sacrificato niente per questo, non ho lasciato che niente mi sviasse da questa direzione. L’Aikido è un “fatto sociale totale” nel senso in cui M. Mauss l’intendeva. Mi ha portato a molteplici approfondimenti della mia comprensione. Mi ha portato a lottare contro l’ingiustizia subita da individui di tutti i generi, attraverso la normalizzazione dei corpi che sono diventati rigidi, bloccati, e attraverso il ritorno alla verità della forza interiore che chiede solo di riemergere. Uscire dal quadro mostrandone la falsità. Proporre l’autogestione dei gruppi nei dojo, l’indipendenza delle persone, il potere dell’incontro tra gli esseri piuttosto che l’incomprensione o la manipolazione sono sia le condizioni sia le risposte da fornire.

Regis Soavi dojo Tenshin Paris
Régis Soavi insegna da 50 anni a Parigi.

Un combattimento legittimo: favorire la vita

Tutti i combattimenti possono essere legittimati sulla base di una teoria o di un’ideologia, ma dobbiamo, in ogni circostanza, misurarne gli effetti, le conseguenze. Il fine non giustifica i mezzi. Troppi combattimenti furono persi da chi li aveva vinti e questo giustamente perché i mezzi erano ingiustificabili nei confronti della vita. La violenza fatta agli esseri umani in una società ingiusta suscita il combattimento e la risposta è molto spesso un giusto conflitto, una lotta contro l’avversità. La lotta non è nonostante ciò obbligatoriamente un combattimento violento, ma un combattimento senza lotta è votata all’insuccesso. La rivolta contro le ingiustizie di ogni tipo, che siano individuali o collettive, deve passare attraverso la nostra sensibilità e la nostra empatia, deve nutrirsene. Se ci porta al combattimento, come rifiutarlo, è al contrario alla forma che dobbiamo essere attenti; è così che si potrà praticare il “non-combattimento”e agire nel Non-Fare.

Una soluzione: la coevoluzione e possibile simbiosi

Si deve farla finita a livello individuale con dei ragionamenti che legittimano tutto, basandosi in modo eccessivo ed esclusivo sul troppo famoso “struggle for life” di Darwin, spesso tradotto in modo semplicistico con “la lotta per la vita”. Già dal XIX secolo, quando le conoscenze scientifiche riguardo il funzionamento del corpo erano ancora poco evolute il principe Kropotkin, teorico libertario, senza negare la totalità della teoria dell’evoluzione, precisa che le specie meglio adattate non sono necessariamente le più aggressive, ma possono essere le più sociali e le più solidali.

Questa teoria sarà d’altronde verificata dal ricercatore M.A. Selosse in questo inizio del XXI secolo quando scrive sulla biodiversità, il microbiota o la simbiosi. Il Darwinismo è la giustificazione utilizzata a partire dal XIX secolo per soffocare le rivolte sociali, legittimare lo sfruttamento dell’essere umano, consolidare il patriarcato su basi pseudo-scientifiche e finire per distruggere il pianeta in nome del profitto immediato. Il primatologo olandese-americano Frans de Wall, che ha studiato il sentimento di empatia negli animali, ne deduce che il darwinismo sociale «è un’interpretazione abusiva: sì, la competizione è importante in natura, ma, come abbiamo visto, c’è qualcosa in più. […] Siamo programmati anche per essere empatici, per essere in risonanza con le emozioni degli altri». Favorire la vita a livello individuale e collettivo e propagare attraverso un’arte come l’Aikido il possibile arricchimento dell’umanità nella via verso la quale i nostri maestri ci hanno guidato è per me più che un compito ma piuttosto una convinzione.

Régis Soavi La poussée du bokken.
La spinta del bokken.

Legittima Difesa

Prima di porci il problema della legittima difesa, è importante riflettere sulla nostra umanità, sulla nostra animalità ancestrale, sulle nostre reazioni primitive spesso antitetiche, e soprattutto sul nostro istinto di vita che soppianta il nostro riflesso di morte. A volte semplicemente anche l’istinto di sopravvivenza è sufficiente a risvegliarci dal torpore a cui ci porta la paura di ciò che ci circonda. Per portare a compimento questa riflessione, non possiamo accontentarci di un rapido sguardo al pensiero generale, né tanto meno di guardarci intorno in cerca di risposte, e nemmeno solo di esempi. La nostra riflessione, il nostro pensiero, se vuole essere intelligente, deve immergersi nel profondo dell’essere per trovare delle risposte sempre relative, mai definitive, piuttosto in qualche modo mutevoli, perché gli elementi a nostra disposizione sono alla stesso tempo numerosi e contraddittori, teorici, legislativi e persino religiosi. Tali elementi hanno le loro ragioni d’essere nelle varie società, nelle diverse epoche, non possono essere liquidati con un tratto di penna, né possono essere adottati su basi superficiali, ed è questo che rende così preziosa l’arte dell’Aikido, che ci conduce tanto fisicamente quanto attraverso la mente.

Favoriser la vie au niveau individuel comme au niveau collectif.
Favorire la vita a livello individuale così come a livello collettivo.

Una risposta adeguata

La natura dentro di noi ha bisogno di risposte, e queste risposte devono essere giuste e chiare. Devono essere prive di ambiguità, e non devono creare più problemi della domanda stessa, né generare altre incomprensioni in uno scatenarsi di rancori. La situazione che porta a combattere è, se la si comprende, già propizia a fornirci una risposta giusta. È il nostro atteggiamento nella vita che è il nostro punto di partenza, ed è per questo che praticare l’Aikido ha tanta importanza. Non si tratta solo di un allenamento alla lotta, ma piuttosto di ritrovare la sensazione di ciò che vive in tutti gli aspetti della vita quotidiana. L’esistenza non è un lungo fiume tranquillo e il mondo non è un parco di divertimenti. Le ingiustizie, le violenze esistono, nessuno può ignorarle. Chiudere gli occhi su ciò che ci circonda sarebbe, anche se è il risultato di un condizionamento o di una paura del futuro, solo un posizionamento egocentrico infantile o un egoismo cinico. Non posso vedere il combattimento solo come una soluzione individuale o collettiva, ma molto più come una sana esigenza di salute, di intelligenza del mondo e una ricerca di unificazione, di pacificazione, di ritorno all’unità.

La vigilance constante n'est pas la tension permanente. Œuvre de H. Shunso.
La vigilanza costante non è la tensione permanente. Opera di H. Shunso.

Nel combattimento, la distensione, una necessità?

La distensione non è un’opzione, non è neanche una tattica o un sotterfugio per vincere, ma più semplicemente il risultato di uno stato dell’essere. Non si acquisisce ma si scopre seguendo un cammino di semplicità e di sincerità. È un modo di vivere quando il corpo e lo spirito sono “finalmente” in armonia. È questo ritorno alla natura profonda di noi stessi che deve avvenire quando ci siamo liberati di ciò che ci ingombra, di ciò che ci incatena, di ciò che ostruisce la visione chiara che potremmo avere se fossimo più liberi. L’Aikido è una via maestra per arrivarci, Tsuda sensei la chiamava “La via della spogliazione”, la “via del meno” opposta alla via dell’acquisizione che suscita la tensione e il conflitto. È una nuova base che ci riporta alla nostra prima infanzia ma senza essere puerili, con al contrario la forza dell’età, dell’esperienza, e forse un po’ di quella saggezza che ci porta la nostra arte.
Una poesia come quella che ho trovato nella rivista Utomag vale a volte più di una lunga argomentazione.

“Il combattimento”

Essere sempre pronta

Osservare in modo diffuso Non agire inutilmente

Agire al momento giusto

In un corpo disteso pronto a scattare

Lo si vede molto bene nei gatti:

La vigilanza costante non è la tensione permanente

Al contrario, sono capaci di una distensione molto grande

Il loro corpo è elastico, pronto a tendersi per l’azione,

e una volta che questa sia conclusa, a distendersi di nuovo

La loro aggressività, dispiegata in caso di bisogno, è pari soltanto alla loro

voluttà, impiegata senza moderazione

Devono essere condannati per l’una o l’altra?

Devono rinunciare a l’una o l’altra?

No

Perché agiscono in modo totalmente adeguato alla loro funzione di animali:

essere Ciò non ha niente di costruito, di riflettuto.

Sono, vivono, proteggono la propria integrità, il proprio territorio.

Non saranno aggressivi per essere aggressivi, così come non

lo saranno per principio

Il combattimento è un modo di preservarsi, non è un fine in sé

Se lo fosse, sarebbe forse che l’istinto di preservarsi è intaccato.

A volte preservarsi è non combattere

Ma non combattere non deve mai essere una rinuncia a se stessi, alla propria
capacità di preservarsi.

Estelle Soavi, Utomag N° 23, février 2024, « Le combat », p. 14

Un articolo di Régis Soavi pubblicato nel gennaio su 2025 Self & Dragon Spécial Aikido n° 20.

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Miyako Fujitani, l'”effetto Matilda” dell’Aikido?

Di Manon Soavi

Immaginate per qualche secondo un mondo in cui sarebbero scritti degli articoli su “l’Aikido al maschile”! Con un unico articolo che parlerebbe di Tohei sensei, Shioda sensei, Noro sensei e Tamura sensei. Articoli che troverebbero rilevante metterli insieme in nome del fatto che hanno in comune… un cromosoma Y. È strano, persino ridicolo, non è vero? Come mettere insieme uomini con storie personali ricche, diverse, ognuno con un rapporto privilegiato con O sensei, ognuno con un percorso personale diverso nell’Aikido? Ognuno di loro ha la propria personalità, la propria storia, il proprio insegnamento specifico. Ognuno di loro merita, come minimo, un articolo dedicato solo a lui.

Eppure questo è ciò che accade alle donne. Troviamo pertinente parlare di Aikido “al femminile”… Ovviamente questo non è specifico solo dell’Aikido, è un fenomeno sociale. Sapete che gli Stati Uniti sono stati campioni del mondo di calcio? Ah, sì, il calcio “femminile”, quindi non conta. Perché? Perché c’è IL calcio e poi c’è il “calcio femminile”.
È anche il fenomeno che permette ai Puffi di avere ciascuno una caratteristica, anche minore, mentre la Puffetta, la sua caratteristica, è quella di essere una ragazza, tutto qui. Non ha alcun carattere, a parte i tratti che caratterizzano una ragazza stupida e civettuola. Certo, è solo un fumetto ma se ci pensate per qualche minuto si possono trovare centinaia di esempi dello stesso fenomeno. Gli uomini sono persone, personaggi con caratteristiche e storie. Le donne sono, nella stragrande maggioranza dei casi, solo “donne”. Come le aikidokate messe insieme nel cestino “aikido femminile” negando le loro specificità, le loro differenze, le loro storie. Fortunatamente alcuni cercano di tracciare i loro percorsi anche se le informazioni sono “come per caso” molto meno disponibili, se non del tutto inesistenti!

Tenshin dojo de Miyako Fujitani Osaka
Tenshin dojo di Miyako Fujitani a Osaka

L’effetto Matilda

«L’effetto Matilda è la negazione, la spoliazione o la minimizzazione ricorrente e sistemica del contributo delle donne alla ricerca scientifica, il cui lavoro è spesso attribuito ai loro colleghi maschi. È un fenomeno osservato da Margaret W. Rossiter, storica della scienza che chiama questa teoria “effetto Matilda” in riferimento all’attivista femminista americana del XIX secolo Matilda Joslyn Gage. Quest’ultima aveva notato che gli uomini si attribuivano i pensieri intellettuali delle donne vicine a loro, i contributi delle donne erano spesso ridotti a ringraziamenti in fondo alla pagina.
È, ad esempio, l’effetto osservato per Rosalind Franklin, i cui lavori, determinanti per la scoperta della struttura del DNA, saranno pubblicati a nome dei suoi colleghi. Idem per le scoperte di Jocelyn Bell in astronomia che valsero al suo direttore un premio Nobel nel 1974. Lui, non lei.

La storia di Miyako Fujitani assomiglia un po’ a quella di Mileva Einstein, fisica, compagna di studi e prima moglie di Albert Einstein. Mileva e Albert Einstein si incontrano sui banchi dell’università e la teoria della relatività sarà la loro ricerca comune. Solo che rimane incinta mentre non sono sposati, il che fa precipitare il loro matrimonio ma rallenta notevolmente Mileva nei suoi studi. Alla fine i tre figli che la coppia avrà, l’ultimo dei quali, disabile a vita, saranno completamente a carico di Mileva, una volta che Albert Einstein partirà per fare carriera negli Stati Uniti. Naturalmente, non si tratta qui di mettere in discussione il genio di Albert Einstein, ma di interrogarsi sulle possibilità che ha avuto Mileva, lei, di continuare la sua carriera con tre figli a carico, di cui uno disabile. Albert Einstein è potuto partire per fare carriera solo perché lei è rimasta. Infine, se ci pensiamo, il detto che dice “dietro ogni grande uomo c’è una donna” non è affatto romantico o tenero, se lo riformuliamo più giustamente “dietro ogni grande uomo c’è una donna che si è sacrificata perché non aveva altra scelta”. La carriera, le onorificenze, i premi, le posizioni, il riconoscimento dei colleghi, tutto questo si basa sullo schiacciamento più o meno “accettato” delle donne.

Quando si pensa di misurare la competenza di una donna sulla base della sua carriera, del riconoscimento dei suoi pari, si dimentica che il gioco è truccato, perché per ogni maestro di aikido che ha fatto carriera c’è dietro almeno una donna che si è occupata dei loro figli, spesso del dojo, delle iscrizioni, della contabilità, delle relazioni sociali. Senza contare la cura del marito stesso, l’attenzione a lui. Su queste basi, assicurate dalla moglie del maestro, la straordinaria abilità marziale può fiorire e brillare. Attenzione, non metto in dubbio la competenza di questi maestri, contestualizzo la presenza femminile che ha permesso loro di prosperare. Una presenza che spesso hanno considerato dovuta, uno stato di fatto. Poiché sistemica. Al contrario, molto spesso, nessuno ha aiutato le donne a esercitare le loro arti. Nessuno tiene i loro figli, prepara i pasti, fa la contabilità del dojo per loro. Per non parlare di quelli che hanno cercato di sbarrargli la strada. Quindi quando si confrontano, su una presunta base oggettiva, le loro carriere con quelle di certi uomini, ovviamente, in modo strutturale, non hanno potuto raggiungere la stessa fama. Tuttavia, non è una questione di competenze, ma di società.

Miyako Fujitani senseï
Miyako Fujitani senseï

La storia di Miyako Fujitani

Nata negli anni Cinquanta in Giappone, Fujitani sensei è oggi una delle rare donne settimo dan dell’Aikido che insegna nel proprio dojo da quarant’anni, a Osaka. Allieva di Koichi Tohei, passa il primo e secondo dan davanti a Ueshiba O sensei. Tuttavia, contrariamente alla storia di un certo numero di allievi di Ueshiba O sensei, il suo percorso di aikidoka non racconta come ha iniziato a confrontarsi con il mondo e a fare carriera, ma racconta la storia che è spesso il destino delle donne: rimanere indietro e sopportare. In questo senso è un percorso simbolico.

Miyako Fujitani si confronta molto giovane con la violenza maschile. Suo padre maltratta e picchia i suoi tre figli. Muore quando lei ha sei anni, avendo “solo” avuto il tempo di maltrattarla e slogarle la spalla. Continua a confrontarsi con questa violenza alle scuole medie dove subisce da parte dei ragazzi aggressioni quotidiane. In quel periodo pratica la danza classica e il Chado (l’arte del tè) ma decide di reagire e progetta di fare judo come suo fratello. Alla fine sceglie l’Aikido. Il suo primo insegnante a Kobe rifiuta le donne nel suo corso, ma lei insiste così tanto che finisce per accettarla. Successivamente, diventa allieva di Tohei sensei e passa il primo dan davanti a Ueshiba O sensei a Osaka nel 1967. Racconta che «O sensei Ueshiba si riferiva a se stesso come Jii (nonno) quando insegnava al gruppo di donne. Era sempre accompagnato dalla signorina Sunadomari, che lo assisteva in ogni modo. [In particolare] Ueshiba sensei dimostrava sempre questo trucco con lei, una sorta di svenimento per ingannare l’avversario.»1

Quando inizia l’Aikido, lei si sente inferiore come donna nella pratica. Senza altro modello, non ha altro orizzonte che “diventare forte” come gli uomini per essere finalmente considerata “altrettanto competente”. Cerca quindi di competere con la forza muscolare degli uomini che la circondano. Per un anno si rafforza muscolarmente. Racconta che la sua tecnica sembrava allora, in effetti, molto potente, ma che maltratta talmente il suo corpo che finisce per rompersi le ossa delle braccia e delle dita. Si danneggia anche le articolazioni dei gomiti e delle ginocchia. Dovrà anche smettere di praticare per un anno per riprendersi.

Miyako Fujitani senseï
Miyako Fujitani senseï

Questa situazione in cui le donne soffrono in modo sproporzionato di lesioni legate alla loro professione si trova ad esempio nelle donne pianiste, dove «diversi studi dimostrano che le donne pianiste sono più esposte al dolore e alle lesioni rispetto ai pianisti di sesso maschile (per le donne, il rischio è superiore di circa il 50%). Un altro studio mostra che il 78% delle donne, contro il 47% degli uomini, soffre di disturbi muscoloscheletrici.»2 È quindi anche un problema sociale in cui, poiché si dà valore solo a un certo modo di fare, di muoversi, di suonare musica, ecc., le donne sono sistematicamente svantaggiate e, con la volontà di esercitare il proprio mestiere, di realizzare le proprie passioni, danneggiano eccessivamente il proprio corpo. Pagando anche il prezzo di interruzioni di carriera o addirittura di abbandoni.

Miyako Fujitani ha ventuno anni quando incontra Steven Seagal, a Los Angeles dove accompagna Tohei sensei per un seminario di Aikido. Assiste al suo passaggio di primo dan negli Stati Uniti e poco dopo il suo ritorno in Giappone, ritrova Seagal. Ha appena vinto una somma di denaro con uno spettacolo di Karate a Los Angeles, spettacolo durante il quale si rompe il ginocchio, ma con i soldi guadagnati compra il biglietto per il Giappone e sbarca con, come unici averi, un paio di jeans bucati e una forchetta d’argento.
Miyako Fujitani è allora secondo dan e apre il proprio dojo, che chiama Tenshin dojo, su un terreno della madre e i soldi di quest’ultima. Si sposa con Steven Seagal pochi mesi dopo il loro incontro nel 1976 e, in un riflesso molto tipico del condizionamento femminile, è lei stessa a metterlo nella posizione di insegnante principale nel suo dojo, mentre lei è il suo sempai, cioè il suo superiore gerarchico. È un condizionamento molto forte delle donne che vengono educate con l’idea che devono garantire la pace della famiglia e il benessere del marito favorendo l’idea che lui si fa della propria superiorità. Soprattutto non guadagnare di più, non essere più conosciuta, non riuscire meglio di lui con il rischio di vedere la propria famiglia distrutta. Tutte le donne sanno molto bene questo e le storie di uomini che lasciano le proprie compagne, gelosi della loro riuscita, non sono rare. Mona Chollet lo esplicita perfettamente nel suo capitolo «”farsi piccola” per essere amata?», con l’aiuto di esempi uno più eloquente dell’altro e con questa conclusione critica: «La nostra cultura ha normalizzato così bene l’inferiorità delle donne che molti uomini non sono in grado di affrontare una compagna che non si sminuisca o non si autocensuri in alcun modo.»3 Evidentemente per Fujitani la cosa si aggrava con il rapido arrivo di due bambini piccoli.

La discesa agli inferi

Anche se è nel proprio dojo, Seagal inizia a sminuirla, relegandola al ruolo della “giapponese che porta il tè mentre lui gioca al piccolo shogun”4. La trappola si chiude su di lei, tanto più che giornali e televisioni fanno eco al “gaijin’s dojo” evidenziando l’idea che Steven Seagal sia “il primo occidentale ad aver aperto un dojo in Giappone”, benché in realtà abbia fagocitato il dojo di Miyako Fujitani.
Durante questo periodo, Steven Seagal intrattiene molte relazioni con altre donne, comprese delle allieve, e alla fine annuncia a Fujitani che ritorna negli Stati Uniti per fare carriera come attore. Lei resta ad aspettarlo con la promessa che potrà raggiugerlo con i figli. Un’altra promessa: dei soldi per prendersi cura dei figli, neanche questa sarà mantenuta.
Alla fine, degli avvocati la contatteranno per chiedere il divorzio e permettere a Seagal di risposarsi negli Stati Uniti.

Miyako Fujitani et sa fille
Miyako Fujitani e sua figlia

Non tutti i mali vengono per nuocere

Miyako Fujitani è ovviamente disperata per essere stata così abbandonata con i due figli. Per coronare il tutto, quasi tutti gli allievi del dojo sono in realtà più colpiti dal carisma di Seagal che interessati all’Aikido. Il terreno che aveva minato sminuendola sistematicamente davanti agli allievi agisce in modo duraturo poiché non solo se ne vanno ma, inoltre, tornano a prendersi gioco di lei e del suo dojo abbandonato. Lei racconta in un’intervista «[In quel periodo] avevo voglia di nascondermi in un buco. Eppure non avevo fatto niente di male! Alcuni allievi venivano da altri dojo con molta arroganza, come se fossero a casa propria. Dicevano ai miei rari allievi “lei è debole, andate altrove”. Ho veramente detestato questo periodo e questo dojo. Alcune persone hanno raccontato persino che Steven mi avesse lasciato perché ero cattiva (ride). Ciononostante, quando andavo a letto la sera, pensavo a quello che avevo. […] Utilizzavo l’immaginazione per vedere i miei figli crescere e per immaginare i miei nipoti e mi chiedevo se sarebbe arrivato il giorno in cui mi sarei sentita veramente felice di avere l’Aikido. È questo che mi ha aiutato ad arrivare fin qui. Amo insegnare ai giovani con gioia e oggi posso veramente dire “sono felice di avere l’Aikido.»5

Alla fine, resiste, persevera, scopre anche la scuola di spada Yagyu Shinkage-ryu a cui si appassiona e che nutre la sua comprensione dell’Aikido. Tiene duro e porta avanti il ruolo di madre e la propria passione per l’Aikido. «Oggi, molte donne lavorano, anche in professioni che prima erano riservate agli uomini. Non è raro che una donna lavori e allo stesso tempo cresca dei figli. Per me, era difficile perché dovevo provvedere ai bisogni della mia famiglia insegnando l’Aikido. All’inizio [l’Aikido] era un’arte marziale praticata maggiormente dagli uomini e avevo dovuto saltare a lungo l’allenamento a causa dei bambini. Era vergognoso per me in quanto insegnante di Aikido: un giorno che ho ripreso l’allenamento, ho fatto un errore e mi sono fatta male a entrambe le ginocchia.»6

Miyako Fujitani senseï
Miyako Fujitani senseï

Aikido: essere una donna è un vantaggio

Oggi lei insiste nel proprio insegnamento su una pratica che rispetti l’integrità del corpo come valore cardinale. Frutto degli incidenti che aveva avuto quando aveva iniziato, insiste quindi sull’importanza per Uke di seguire correttamente invece di resistere fino al punto in cui il corpo soffre. «L’ukemi non è un movimento di dimostrazione, lo scopo iniziale è proteggere il corpo dalle ferite. Fare ukemi non vuol dire che siete un perdente. Se Uke comprende che tipo di tecnica è usata, allora può sottrarvisi. Ne approfitta e prepara il contrattacco. Durante l’esecuzione di una tecnica, il ruolo di uke non è solo quello di eseguire correttamente l’ukemi senza resistere alla proiezione, ma anche osservare il timing della tecnica, sviluppando così la capacità di “leggere” la tecnica. Dopo tutto, è un esercizio sia per chi esegue il Waza sia per chi lo riceve.»7 Per questo sottolinea la necessità di avere un corpo disteso. «In giapponese, c’è la parola 脱力, Datsuryoku, che si traduce con “distendere il corpo come durante il sonno.” Quando dormiamo normalmente non possiamo utilizzare il corpo con una energia eccessiva».8

«Nel Karaté, per esempio, si blocca o si contrattacca, ma nell’Aikido, non si blocca. Non ci scontriamo allo stesso livello dell’avversario, è per questo che è così delicato. Il Ma Ai è molto importante e insisto molto su questo punto. Insegno qualcosa di completamente diverso da quello che fanno [all’Aikikai] di Tokyo che, mi dispiace dire, è sbagliato. Insegno un metodo più morbido con un Ma Ai preciso affinché le tecniche possano essere eseguite più facilmente.»9

Convinta che l’Aikido sia l’arte marziale che va bene per le donne, lavora quotidianamente per svilupparlo, e tramite degli eventi, come nel 2003 quando conduce negli Stati Uniti uno stage chiamato Grace&Power. Women&Martial Arts. L’importanza di avere dei modelli non le sfugge. Certamente «C’è stata un’epoca in cui il dojo [di Ueshiba O sensei] contava molte allieve. Ma per un certo periodo, molti allievi hanno utilizzato la forza e si sono fatti male. Al punto che molte donne si sono scoraggiate. E per un certo periodo c’è stato un vuoto di donne che praticavano.»10
«[Io stessa] ho insegnato l’Aikido per più di 10 anni in un’atmosfera di discriminazione verso le donne. [Tuttavia] perfezionando sempre di più la mia pratica, ho sviluppato il mio stile d’Aikido, un Aikido che può essere praticato da donne che non hanno alcuna capacità fisica.

Penso che gli uomini che praticano il mio stile sono molto avvantaggiati. Se volete utilizzare i muscoli dall’inizio, vi abituerete a utilizzare sempre la forza. Ma non realizzerete né svilupperete granché. Ma se si scoprono le basi senza utilizzare la forza, basandosi unicamente sui principi, allora i muscoli, la statura, ecc., saranno un vantaggio da non sottovalutare una volta raggiunto un certo livello.
Il fondatore dell’Aikido ha dichiarato11:”L’Aikido basato sulla forza fisica è facile. L’Aikido senza forza inutile, è molto più difficile.” So che se provassi a basare i miei corsi di Aikido sulla forza fisica, non sarei in grado di fare neanche una tecnica e non avrei nessun allievo. Si può forse dire che le tecniche di Aikido sviluppate dalle donne detengono la chiave dei segreti ultimi dell’Aikido – un Aikido che non si basa sulla forza.»12

NOTE:
1 – Miyako Fujitani «I am glad I have Aikido», Magazine of Traditional Budo, n. 2, mars 2019. Trad. Manon Soavi.
2 – Caroline Criado Perez, Femmes invisibles. Comment le manque de données sur les femmes dessine un monde fait pour les hommes, éd. First 2019, p.182
3 – Mona Chollet, Réinventer l’amour, édition Zones, 2021, p.99
4 – Fujitani Miyako in Sylvain Guintard, Rencontres extraordinaires, édition Budo, 2014, p. 94
5 – «I am glad I have Aikido» entretien avec Miyako Fujitani, Magazine of Traditional Budo, n. 2, mars 2019
6 – «Zu viele Menschen in dieser Welt müssen leiden.» entretien avec Miyako Fujitani, Aikido Journal n. 34D mars 03
7 – Ibidem
8 – Ibidem
9 – «I am glad I have Aikido» entretien avec Miyako Fujitani, Magazine of Traditional Budo, n. 2, mars 2019
10 – Ibidem
11 – Itsuo Tsuda allievo diretto del fondatore riporta anche che O sensei ha dichiarato che «il suo Aikido ideale era quello delle giovani ragazze. Le giovani non sono capaci, a causa della loro natura, di contrarre le spalle tanto quanto i ragazzi. Il loro Aikido, per questo motivo, è più fluido e più naturale.» Itsuo Tsuda, La via della spoliazione, Yume edition, 2016, p.161
12 – «Zu viele Menschen in dieser Welt müssen leiden.» entretien avec Miyako Fujitani, Aikido Journal n. 34D mars 03

Complementarità

Di Régis Soavi

Tensione e distensione sono i due aspetti più visibili del movimento interiore umano; come lo yin e lo yang, possono succedersi, intrecciarsi o sovrapporsi, ma non sono mai completamente separati, nonostante l’intensità delle reazioni che provocano.

Il nostro mondo ci offre ogni giorno motivi di tensione, che di per sé non è da condannare, perché il più delle volte è una funzione involontaria, oppure un riflesso di difesa di fronte alle avversità. Gli esseri umani hanno mille motivi per tendersi, ma la tensione che cerca di scaricarsi provoca molto spesso atteggiamenti aggressivi che portano a un effetto valanga. È allora difficile apportare un po’ di distensione per risolvere questa situazione. Si cerca di ottenere la distensione con il volontario, ma molto spesso è ancora peggio e la situazione si aggrava. Più si cerca di distendersi, più si ragiona, più la tensione aumenta. È l’escalation che sembra non aver più fine.

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Espirazione al plesso durante una seduta di Katsugen undo, nel dojo di Tsuda sensei

Involontario

La tensione non è che una risposta a una determinata situazione. Se la risposta è adeguata, tutto va bene. Ma molto spesso ci porta verso qualcosa che non desideriamo e ci porta a superare i limiti accettabili per gli altri. Altre volte provoca blocchi che rendono impossibile, o comunque difficile, risolvere una paura o un conflitto interno. In questo caso, il raggiungimento della distensione deriva spesso da uno sforzo volontario, da un allenamento rigoroso, da un superamento consapevole della situazione.
Contrariamente alla ricerca del controllo tramite la volontà, il Seitai ha un punto di vista relativamente semplice e tuttavia di buon senso sul movimento del corpo, che ho sentito spesso esporre da Tsuda sensei durante le sue conferenze. Nel suo libro, Il dialogo del silenzio, riassume il pensiero di Noguchi sensei sulla salute in una frase: «’Un corpo in buona salute è elastico’. Ciò può tradursi con una grande ampiezza muscolare, in altre parole, c’è una grande differenza nei muscoli tra il momento di contrazione e il momento di distensione. Un corpo in buona salute è paragonabile a un elastico nuovissimo che si allunga e si accorcia facilmente. Questa elasticità diminuisce man mano che si invecchia. Quando l’ampiezza muscolare si azzera, si smette di vivere. La morte non arriva quindi bruscamente. Ci si avvicina alla morte con una perdita graduale di elasticità.»(1) Tsuda sensei spiega in un altro libro, Anche se non penso SONO: «Quando un movimento viene eseguito normalmente, la contrazione muscolare deve cessare dopo l’uso per lasciare il posto alla distensione. Se l’irrigidimento persiste nelle parti interessate, è perché il movimento è eseguito male. Questo vale per qualsiasi movimento che il corpo esegue. L’ideale del Seitai è mantenere al massimo l’ampiezza muscolare, in altre parole, lo scarto tra contrazione e distensione.»(2)

Il senza tensione: qualcosa di inumano?

Ci sono degli adagi che danno da riflettere, come ad esempio questo: “Solo il saggio, come un ‘Buddha vivente’, rimane calmo in ogni circostanza e assume una postura tranquilla che riflette la più perfetta distensione”. È vero o si tratta, come al solito, di un’idea mal compresa, di un messaggio che perde tutto il suo valore a causa della sua riduzione semplicistica? E poi, chi può fare una simile affermazione? I praticanti di arti marziali sono spesso alla ricerca di modi per mantenere la calma, per non farsi sopraffare dalla paura, in qualsiasi circostanza. La meditazione e gli esercizi concepiti per questo scopo possono portare a trovare una certa serenità, ma quando ci si trova inaspettatamente in una situazione difficile, spesso tutto svanisce e si resta come incapaci di reagire.

complementarità
Favorire la distensione durante le immobilizzazioni

Restare Cool

Come rimanere calmi e sereni quando una situazione diventa pericolosa? La risposta dipende naturalmente dalla situazione stessa, ma prima di tutto dal Taiheki(3) della persona e quindi dalla sua postura e dalla capacità di movimento del corpo. Quello che viene chiamato Taiheki è l’espressione visibile della polarizzazione dell’energia vitale in un punto particolare del corpo, il più delle volte una zona che comprende il Koshi e una o più vertebre. Questo influisce evidentemente sulle abitudini corporee e di conseguenza può causare blocchi così come una maggiore facilità di movimento, e può influire sulla rapidità di azione: di fronte a una determinata situazione, un certo tipo di praticanti sarà in grado di trovare la distensione solo attraverso l’azione: un blocco dell’energia alla terza lombare lo costringe a torcersi e ad agire per consumarla, indipendentemente dalle conseguenze. Una volta risolto il problema, anche se si rende conto di aver fatto una sciocchezza, si distende.
Un altro ha bisogno di pensare prima di agire, conosce tecniche per proteggersi in caso di pericolo, ma quando si trova effettivamente nella situazione si allontana dalla scena, se può, per rimanere spettatore. Questo distacco gli permette di avere uno spirito critico e un giudizio obiettivo. La sua energia è bloccata alla prima vertebra lombare e alla terza cervicale; tende a salire al cervello ma non riesce a ridiscendere facilmente. Si distende perché è soddisfatto quando trova la soluzione teorica.
Un altro ancora sarà un eccellente praticante, uno sportivo in gran forma, ma per lui la distensione arriva quando ha calcolato bene la sua mossa. È pronto e sa come reagire, le sue tecniche sono sicure, domina la situazione. La sua energia si concentra nella quinta lombare, e questo lo spinge ad andare avanti comunque.

Equilibrio

Qualunque sia la nostra postura, l’agilità, le difficoltà o i blocchi, ciò che cerchiamo nel quotidiano per mantenerci in forma, e quindi in salute, è l’equilibrio, la capacità di tenderci in caso di bisogno e di rimanere distesi quando non è più necessario. La capacità di tensione è favorita dalla distensione che agisce come regolatore della salute umana. È l’alternanza tensione e distensione, pieno e vuoto che regola la vita di ognuno. È il nostro sistema involontario, se ben funzionante e quindi capace di reagire, a dare le risposte giuste a tutte le circostanze che si possono presentare, perché è l’intuizione, come afferma il filosofo Henri Bergson, che è “la coscienza nella sua forma più luminosa”, e quando è ben risvegliata è l’indiscutibile giudice della situazione. Se siamo interessati allo sviluppo interiore dell’individuo, la pratica dell’Aikido ci porta, e oserei dire, ci costringe ad avere una visione e una comprensione non dualistica del mondo in cui viviamo. Ci permette di ritrovare il senso profondo del Tao come unità, di sentire lo yin e lo yang come forze non separate che scorrono nel corpo. Nella contrazione come pure nel rilassamento possiamo sentire queste forze come correnti, flussi biologici trasportati dalle reti muscolari e animati da ciò che facciamo fatica a definire, ma che ognuno di noi conosce e riconosce. Non resta quindi che guidarle affinché armonizzino noi e i nostri partner in ogni movimento, in ogni tecnica. “L’umanità ha cominciato probabilmente con una simile intensità di vita, con un grande scarto tra la tensione e la distensione, tra la concentrazione dell’energia e la sua dispersione, per potersi fare strada unicamente con la sua intuizione. Con lo sviluppo dell’intelligenza, l’intuizione retrocede, per lasciare il posto alla logica, alla spiegazione razionale all’imperativo dell’ordine. Il numero di stampelle aumenta”.(4)

complementarità
“Solfeggio” esercizio di distensione prima della pratica

Espirazione

Tutte le sedute di Aikido nella nostra Scuola iniziano con una pratica respiratoria e ancora più precisamente con un esercizio di respirazione profonda che è stato insegnato a Tsuda sensei dal maestro di Seitai Haruchika Noguchi sensei, ed è stato integrato in questa parte che viene eseguita da soli, anche se allo stesso ritmo degli altri. Questa prima parte era molto importante per O sensei, che la praticava ogni mattina. Nonostante la trasmissione di Tsuda sensei, Tamura sensei e molti altri, è scomparsa dalla maggior parte dei dojo. Dimenticata a causa del fatto di non esserne a conoscenza o dell’incomprensione, poiché molto spesso è stata, erroneamente, equiparata a un rito religioso o a un riscaldamento sportivo, mentre in realtà si trattava di un Misogi. In altre parole, un rito di purificazione, di unione con la natura e allo stesso tempo di realizzazione di sé come parte di un tutto, essendo al contempo il tutto e la parte, senza distinzioni. Questo esercizio di Seitai si svolge in questo modo: seduti in seiza, sui talloni, si mettono le mani all’altezza del plesso solare e, premendo leggermente, ci si piega in avanti fino a toccare i tatami, espirando con la bocca spalancata ma distesa, un po’ come un bambino che rimane a bocca aperta davanti a un regalo inaspettato. Poi ci si raddrizza con un’inspirazione. Di fatto si tratta di una sorta di sbadiglio indotto artificialmente, perché, come tutti sanno, non si può sbadigliare volontariamente e nemmeno a comando. Anche se non è spontaneo, questo sbadiglio agisce in profondità sul sistema parasimpatico e provoca una distensione che può durare a lungo, o almeno per un principiante, per tutta la durata della seduta. Si fa questo esercizio tre volte di seguito, molto tranquillamente, prima di continuare la Pratica respiratoria che sarà ritmata dall’inspirazione alternata all’espirazione. È l’ampiezza della respirazione, e il fatto di rimanere concentrati su quest’atto, che permette che alla tensione segua la distensione, in modo da non rimanere nell’una o nell’altra di queste due condizioni che bloccano le nostre azioni e reazioni, a causa di troppa energia non spesa o di una mancanza di reattività causata dalla flaccidità.

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“Schiena a schiena” esercizio di distensione alla fine della seduta

Senza la distensione l’Aikido perde la sua identità

Non c’è bisogno di guardare molto indietro, se l’Aikido ha avuto il suo momento di gloria come arte marziale, è soprattutto grazie al modo disteso che i nostri maestri hanno insegnato, alla bellezza dei loro gesti, alla semplicità del loro comportamento, da cui ovviamente scaturiva l’efficacia che ci ha affascinato all’inizio. È stato questo atteggiamento, molto più che la tensione, i gesti bruschi o addirittura violenti, o l’aggressività che si manifesta in molti aspetti del nostro mondo sociale o nelle pratiche guerriere a toccarci. Mi sembra sia essenziale non dimenticare le nostre radici, né rinnegare ciò che ha sempre fatto parte dell’insegnamento della nostra arte, ma al contrario comprenderne l’importanza, la potenza, la finezza. Guidare le nuove persone, la generazione dei “millennials”, come gli anziani del secolo scorso, offrendo loro con modestia ciò che siamo riusciti a scoprire e sperimentare, frutto di una pratica tanto non aggressiva e flessibile quanto talvolta intensiva, ma sempre alla ricerca della comprensione dell’altro, della fusione di sensibilità, della distensione per favorire sempre la vita. Questo è il percorso che seguo, è il percorso della nostra Scuola, è la via che il mio maestro Itsuo Tsuda mi ha insegnato. È questa via che ci permette di essere in questo mondo vivendo in un altro. È così che posso fare mio questo aforisma del filosofo Raoul Vaneigem:
“Nel desiderio irrefrenabile di vita si dissolvono e aboliscono le leggi di un mondo che non è il mio”.

Régis Soavi

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1) Itsuo Tsuda, Le dialogue du silence, Le Courrier du Livre, p. 44.

2) Itsuo Tsuda, Même si je ne pense pas JE SUIS, Le Courrier du Livre, p.76.

3) Tendenze posturali.

4) Itsuo Tsuda, La scienza del particolare, Yume Editions, pagg. 126-127.

Specchio

di Régis Soavi

Shisei è il riflesso dell’anima e della salute del corpo, sia fisica che psicologica. È l’indiscutibile rivelatore di uno stato, permanente o temporaneo, per chi sa leggere la postura nell’espressione della sua manifestazione della vita. “La postura è la concretizzazione del movimento inconscio.” Itsuo Tsuda1

Postura e involontario

La ricerca scientifica moderna ha evidenziato che, a parte i problemi di struttura corporea o mentale, la malattia o anche l’età, la postura è nella maggior parte dei casi il risultato dell’educazione e degli sforzi che si fanno per conformarsi all’ambiente culturale e sociale; è quindi tramite una mescolanza di volontario e di involontario che si ottiene la postura che si desidera. È necessario prender coscienza che, a meno che non diventiamo rigidi, l’involontario, qualunque sia il nome che gli diamo (inconscio, subconscio o anche sistema nervoso autonomo), ha sempre la preponderanza sul volontario. Nonostante tutto, spesso ci è difficile accettarlo, averne piena consapevolezza. La prova della nostra incomprensione è il desiderio di correggere la postura con l’aiuto del volontario, nella speranza di supplire ad una mancanza, ad un’indisposizione, ad una sofferenza personale o per ogni sorta di altre ragioni, ognuna delle quali ha ai nostri occhi un valore di per sé. Il nostro sistema involontario è al servizio della vita che lavora in ognuno di noi. E tra l’altro, è lì proprio per correggere le nostre difficoltà posturali e permetterci di preservare un equilibrio il più naturale possibile affinché la vita si mantenga dentro di noi. E questo, a volte, anche a costo di dolori o deformazioni se resistiamo ai suoi impulsi regolatori e persistiamo nel rifiutarci di lasciare la presa, e quindi nell’irrigidirci combattendo contro di esso. È quindi importante stimolare questo sistema involontario attraverso esercizi che, invece di metterlo in pericolo o cercare di dominarlo, gli diano la libertà di svolgere il proprio lavoro e di riequilibrarci ogni volta che ce n’è bisogno. Il Katsugen undo, introdotto in Francia con il nome di Movimento rigeneratore da Itsuo Tsuda sensei dall’inizio degli anni settanta, corrispondeva esattamente alla risposta che molti di noi, praticanti di arti marziali, cercavano già allora per migliorare la propria postura. Questo ovviamente non era l’unico metodo esistente e alcuni hanno trovato in diverse discipline o terapie dei mezzi che hanno permesso loro di andare avanti senza subire danni. Ma ovviamente non era alla portata di tutti, sia dal punto di vista finanziario che dell’impegno che richiedeva in continuità, resistenza o tempo. Questo metodo di attivazione dell’involontario, il Katsugen Undo scoperto da Haruchika Noguchi sensei, è praticato da più di mezzo secolo da migliaia di giapponesi. È, per la sua semplicità, la sua filosofia e il suo bassissimo costo di iniziazione e di tariffa per la pratica, un’attività che non solo è alla portata di tutti e tutte, ma soprattutto è di grande aiuto per ognuno grazie alla sua capacità di risolvere molti problemi posturali attraverso l’attivazione del sistema involontario. È una possibilità per chiunque abbia il desiderio di trovare un percorso verso la salute in modo autonomo e indipendente. Un gran numero di ricercatori, di medici, di shiatsuka che avevano focalizzato le loro ricerche sui benefici di una postura che fosse flessibile, forte, sana e che portasse l’individuo verso l’autonomia e l’indipendenza nella cura della propria salute, si sono recati a far visita a Noguchi sensei per entrare in contatto e scambiare i loro punti di vista e anche le loro tecniche, sull’esempio di Moshe Feldenkrais il cui metodo è ben noto in Francia o anche di Kishi sensei che ha sviluppato la propria tecnica sotto il nome di Sei-ki.


Itsuo Tsuda introdusse il Katsugen undo in Francia all’inizio degli anni ’70.

Il soffio

Non molto tempo fa si usava uno specchio che si metteva davanti alla bocca di un morente per sapere se c’era ancora un po’ di vita o se la morte era già avvenuta. Questo metodo, seppure primitivo, dava un’indicazione, certamente relativa, ma indicava chiaramente l’importanza data al soffio, alla respirazione, e quindi a questa manifestazione della vita della persona davanti alla quale veniva messo. Oggi lo specchio non basta più, testiamo l’attività cerebrale nella speranza di non sbagliare sulla capacità dell’individuo di tornare a una vita normale, in ogni caso abbiamo applicato il protocollo imposto, abbiamo messo in funzione le macchine, quindi siamo legalmente tutelati. Il soffio, però, è qualcosa di molto diverso dalla respirazione polmonare perché è portatore di un’energia molto più vasta, anche se poche persone ne sono consapevoli o la riconoscono.

Il soffio è l’alimento della postura, semplicemente per la sua composizione interna, per gli elementi visibili e invisibili che porta. Chi può credere in una postura forte, nella vera potenza di una persona quando vede che la sua respirazione è bloccata. Non sono gli esercizi che rendono più ampio il soffio, permettono magari di liberare semplicemente la psiche, di calmare lo spirito, affinché il Ki circoli di nuovo senza ostacoli in questo corpo finalmente libero dalle tensioni.

La postura: un benessere personale

La ricerca di una postura a tutti i costi comporta dei rischi per l’organismo, soprattutto quando le tecniche proposte prevedono esercizi mirati all’irrigidimento per conformarsi a un’idea di corpo pubblicizzata oggi dai social network. Immagini e rappresentazioni occupano sempre più spazio nella vita quotidiana, a scapito di una realtà semplice, considerata poco attraente. Le posture che emergono degli Antichi Maestri attraggono sempre meno perché troppo spesso non vengono comprese e sembrano essere nascoste alla maggior parte delle persone. È dopo lunghi anni di pratica che gli occhi interiori si aprono per rivelarci quello che avremmo potuto vedere se non fossimo stati accecati dallo spettacolo del mondo. Quando Tsuda sensei scrive per farci comprendere meglio O sensei Ueshiba, lo fa sempre in un modo particolare, e mi sembra importante ritrovare le testimonianze dei maestri che, come lui, hanno conosciuto il fondatore dell’Aikido: «Il mio contatto con lui che è durato più di dieci anni mi ha dato un’immagine di lui completamente diversa da quella comunemente ammessa per un atleta. […] Non l’ho mai visto fare il minimo esercizio che fosse per fortificare i propri muscoli per tutto il tempo che l’ho conosciuto. Invece, l’ho visto fare spesso il norito, formula rituale, che lo metteva in comunicazione con gli dei. Era una pratica religiosa senza nessun rapporto con gli sport o l’atletica. Un giorno, mi ha detto in occasione di una mia visita a Iwama, nel suo ritiro di campagna: ‘Quando avevo dai cinquanta ai sessant’anni, avevo una forza straordinaria. Ora, non ho più molta forza e faccio fatica anche a portare un secchio d’acqua. Invece, comprendo l’Aikido molto meglio di allora.’ Chi accetterebbe, in Occidente, l’idea di un atleta che non ha più forza fisica, che passa la propria giornata in pratiche religiose e che, tuttavia, è capace di compiere delle prestazioni straordinarie? In ogni caso, senza nessuna incoerenza, l’accettavo come tale. Ero affascinato dalla sua postura, dal suo incedere. In lui, tutto era naturale, semplice, senza il minimo gesto inutile, senz’alcuna ostentazione, né orgoglio. Sentivo attorno a lui, benché invisibile, tutto un paesaggio di serenità, di realizzazione. Io, pagliaccio grossolano, non potevo resistere al piacere di vederlo ogni mattina, alzandomi alle quattro, per dieci anni fino alla sua morte. Spazzava qualsiasi mia preoccupazione meschina della vita sociale.»2

postura

Régis Soavi, mentre recita il norito, all’inizio della seduta.

Il centro

Un buon equilibrio, un buono Shisei richiede un buon centro ben posizionato, ma come trovarlo, averne cura, conservarlo? Tsuda sensei racconta che durante la meditazione che O sensei chiamava “Ka-Mi” (meditazione che si pratica in piedi all’inizio della seduta), diceva ai suoi allievi: Ame-tsuchi no hajime “mettetevi all’inizio dell’universo”. Oggi è diventato molto difficile proporre un’immagine del genere, che rischia di non essere compresa o compresa solo letteralmente, il che equivale ad una comprensione puramente mentale quando si tratta di tutt’altro. Solo l’esperienza può guidarci per rendere concreto questo centro. Dobbiamo andare nel più profondo della nostra sensibilità, essere senza pensieri, essere presenti realmente “qui e ora”. La scienza ha spezzato questo semplice rapporto con il nostro ambiente, con ciò che possiamo sentire, non riusciamo nemmeno più a sapere chi siamo e dove siamo. Mi sembra che ci sia stato un tempo in cui l’essere umano non si poneva più domande sulla sua posizione nell’universo di quante non gli fossero necessarie per vivere la vita di tutti i giorni. Poco gli importava dello spazio, dei pianeti, delle costellazioni, se non per ciò che aveva un rapporto diretto con la sua vita quotidiana, l’agricoltura, il tempo che fa, il movimento degli animali e i loro cicli riproduttivi. La conoscenza dell’astrologia era rivolta all’uomo e a ciò che lo circonda. Il luogo in cui si trovava diventava il centro della sua vita e di conseguenza del suo universo. È grazie a questo che si sentiva parte di un universo, “il suo mondo, il suo cosmo”. La scienza ha ampliato la nostra concezione e la nostra percezione dell’universo, benissimo, ma il risultato è una destabilizzazione della nostra realtà. L’essere vivente si sentiva al centro del pianeta, “la sua terra”, ovunque fosse, ovunque vivesse. Poi venne l’inizio della sua disorganizzazione mentale. Sebbene essa sia stata necessaria per uscire dall’oppressione religiosa dell’epoca medievale che subiva, creò uno shock, poi degli sconvolgimenti che avrebbero perturbato sempre di più. Prima gli venne insegnato che la terra era rotonda come una palla, poi che girava attorno a un asse, poi che girava intorno al sole e infine che il sole era al centro del sistema solare. L’essere umano si è quindi ritrovato decentrato, non era più il centro di un universo ma respinto verso l’esterno. Come se non bastasse, apprese che il sistema solare faceva parte di una gigantesca galassia, la Via Lattea, scia bianca che aveva potuto vedere nel suo cielo, che era esso stesso in competizione con altri sistemi solari, buchi neri ecc. Ma ancora una volta constatò che non era il centro di questa galassia, che si trovava piuttosto su uno dei bordi esterni, una sorta di corno di stelle in una lontana periferia. Ancora più recentemente si scoprì che questa galassia è quasi nulla rispetto ai miliardi di miliardi di miliardi di galassie conosciute, o semplicemente indovinate, o concettualizzate grazie all’arte della matematica. La cosa umana si è ritrovata molto piccola, insignificante, anche rispetto a ciò che la circonda. La questione rimane: come trovare, ritrovare il proprio centro in queste condizioni?

postura

Morihei Ueshiba: Una postura semplice, senza il minimo gesto inutile.

Ameno-minaka-nushi

All’inizio della seduta di Aikido, subito dopo il funakogi undo, “movimento del remo” come lo chiamavano i giovani allievi di O sensei, c’è una specie di meditazione in movimento, ma molto lenta all’inizio, tama-no-hireburi “la vibrazione dell’anima”. Essa si pratica a mani unite, davanti all’Hara, la sinistra sopra la destra. Si fanno vibrare le mani, senza eccessi, ma in modo regolare. Una delle particolarità di questa meditazione è che si deve farla con una sola inspirazione che deve essere molto, molto lenta. Questo esercizio deve essere ripetuto tre volte, accelerando leggermente ogni volta il ritmo della vibrazione. Subito prima di questa pratica O Sensei faceva a voce alta delle evocazioni in forma d’invocazioni dei nomi di Kami che Tsuda sensei ci ha trasmesso negli ultimi anni della sua vita. Per me, è nello stesso tempo una fessura, un leggero spazio, una leggera apertura, ed anche una direzione, una porta e una chiave, che mi permettono di ricentrarmi. Mi permette ogni mattina di intrufolarmi, quando si pratica, in quello che può rappresentare nonostante tutto, ne sono consapevole, un “rischio”. Quello d’immergersi in un universo mentale parallelo, una specie di schizofrenia o un vortice mistico da cui si esce solo con difficoltà. Tuttavia basta mantenere il sangue freddo, la lucidità fisica e psichica per restare presenti a se stessi.

O Sensei usava dei rituali shinto come una specie di trasposizione delle proprie sensazioni. Come uno scrittore, un musicista o un pittore traspongono le proprie sensazioni quando compongono un’opera, o ci fanno scoprire un mondo che gli appartiene. Nello Shinto, Ameno-minaka-nushi è considerato come il Kami Centro dell’Universo ed è la prima evocazione, poi è la volta di Kuni-toko-tachi, Eterna Terra, la materializzazione del mondo, in quanto esseri umani, in quanto praticanti, prendiamo corpo, realizziamo la materia, ciò che siamo, si potrebbe dire, quasi carne e sangue. Infine Amaterasu-o-mi-kami si presenta alla nostra coscienza, e non c’è altra alternativa che accettarla. Principio femminile, Amaterasu è “La” Kami Sole, al contempo vita, stimolazione della vita e creazione. Tra ogni momento della vibrazione, la vibrazione continua, niente si ferma, il ritmo dei movimenti del remo, funakogi undo, accelera, passando da lento a mediamente rapido, poi a molto rapido. Itsuo Tsuda sensei ci spiegava che questo ritmo gli ricordava la recitazione del Nö che aveva studiato per quasi venticinque anni, e in cui ci sono tre ritmi diversi che si susseguono: Jo, Ha e Kyu. Noi europei possiamo ad esempio permetterci di evocare i ritmi musicali largo, andante, e poi presto, prestissimo. Tsuda sensei ci dà qualche indicazione riguardo la propria comprensione delle invocazioni di O Sensei.

1) Wake-mitama (emanazione): tutti gli esseri sono emanazioni di un Tutto, di Ame-no-minaka-nushi, del Dio centro. Siamo tutti Dio stesso nella nostra essenza. Fondamentalmente, ci identifichiamo con il Dio centro. Nelle religioni rivelate come il cristianesimo o l’islamismo, l’essenza divina appartiene esclusivamente ad un solo essere. Tutti gli altri sono pecore o montoni che hanno bisogno di un pastore o di una guida spirituale.

2) Kotodama (vibrazioni): Tutto l’Universo è concepito come pieno di sensazioni di vibrazioni. Queste vibrazioni preesistono prima di essere percettibili.”3

Il riflesso dell’anima

Il nostro stato mentale non può che riflettersi nella nostra postura, qualunque sia la teoria che, forse, abbiamo fatto nostra. La postura di ognuno è influenzata dal momento che si sta vivendo, da ciò che ci circonda, vicino o lontano. In effetti da tutte le circostanze interne o esterne. La nostra capacità di mantenere una postura corretta, in grado di reagire, è nonostante tutto una cosa che si può lavorare e può dare buoni risultati se non si va in senso contrario a quello che fa bene al corpo e a quello che siamo nel profondo di noi stessi.

“Umile fiore che spunti nella crepa di un muro

la tua felicità di essere te stesso ti basta

per essere al centro dell’universo”.4

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale nel mese di april del 2024.

Note:

1. Itsuo Tsuda, Cœur de ciel pur, Ed. Le Courrier du Livre, 2015, p. 23.

2. Tsuda Itsuo, Le Dialogue du Silence, Ed. Le Courrier du Livre, 1979, p. 76.

3. Itsuo Tsuda, La voie des dieux, Ed. Le Courrier du Livre, 1979, p. 109.

4. Bing xin: autrice, poetessa (1900-1999), citata da F. Verdier nel suo libro Passeggera del silenzio, Ed. Tea, pag. 100.Specchio

Tutto è in tutto, e reciprocamente

Di Régis Soavi

Comprendere il Riai è, al di là delle corrispondenze tecniche, uscire dal mondo della separazione. È accettare di ritrovare l’unità dell’essere per sentire in tutto il proprio corpo la vita che si manifesta.

Sì il Riai esiste, l’ho incontrato

Per capirlo veramente e nello stesso tempo sentirlo nel nostro essere, dobbiamo andare oltre qualcosa. Andare al di là della tecnicità, non ridursi semplicemente all’imitazione, rispettando ovviamente coloro che ci guidarono e ci portarono i frutti delle proprie ricerche. Quando Noro Masamichi sensei creò il Kinomichi, rivelò, già più di quarant’anni fa, ciò che aveva scoperto. Ha potuto farne approfittare i propri allievi e questo senza bisogno di discutere a proposito del Riai, perché ne dimostrava ben prima le capacità, il vigore e la finezza nelle dimostrazioni così straordinarie che ho avuto la fortuna di vedere. Anche le capacità di Tamura Nobuyoshi sensei in questo campo non sono più da dimostrare. Tanti altri ce lo hanno dimostrato.

Dietro le quinte

Qualunque sia la nostra tecnica e, per quanto precisa, dipende da moltissimi elementi. Innanzitutto la nostra mente prima e durante l’azione, così come le reazioni del partner contro l’avversario, la nostra forma fisica del giorno, e infine l’istante T, sempre nell’indefinibile. Dietro le quinte del nostro essere interiore, se così si può dire, sta lavorando qualcosa di cui non siamo a conoscenza, e anche di cui non possiamo e non dobbiamo prendere coscienza – se non nel momento stesso in cui accade –, perché c’è il grande rischio di impedirgli di manifestarsi. Solo le persone che hanno accettato di svuotare la mente dai rumori di disturbo che la ingombrano possono realizzare l’unità necessaria per la giusta azione.
Quando siamo vuoti da ogni pensiero parassita e ogni domanda superficiale, siamo nello stato naturale dell’essere umano in cui ciò che può e deve sorgere saprà utilizzare sia il nostro potenziale, che a sua volta saprà basarsi sul nostro allenamento, sia il nostro comportamento nella vita di tutti i giorni.

Régis Soavi: Rendere visibili gli assi corporei che portano l'azione
Régis Soavi: Rendere visibili gli assi corporei che portano l’azione

Fare un paragone è un pericolo

Vedere gli assi del corpo che portano l’azione mi sembra “l’atto” più importante per un praticante perché le linee che definiscono questi assi dipendono da ogni persona, da ogni tendenza corporea e ognuna ha le sue specificità. Il pericolo del confronto è il rischio di bloccare l’attenzione sui dettagli a scapito dell’intera osservazione. Invece, saper apprezzare nel suo giusto valore un movimento, un gesto, qualunque sia l’arte, ci permette di ampliare il nostro campo di conoscenza e, allo stesso tempo, le nostre capacità.
Forse lo Yoseikan Budo è l’arte in cui la realtà del Riai è stata per me fin dall’inizio più evidente. Creato alla fine degli anni sessanta da Mochizuki Minoru che era senza dubbio uno dei più alti gradi in diverse arti marziali del Giappone (Aikido, Jujitsu, Iaido, Judo, Kendo, Karate), lo Yoseikan Budo è ora guidato dal figlio Mochizuki Hiroo che ne è il Soke. Ho avuto la fortuna di incontrarlo, negli anni Settanta, a una dimostrazione alla quale Tsuda sensei, invitato lui stesso, ci aveva portato. Dato che avevo praticato il Judo per più di sei anni, il Ju-jitsu Hakko-ryu con Maroteaux sensei e il Jiu-jitsu della scuola Jigo ryu con Tatsuzawa senseï, ho subito apprezzato la performance che avevo potuto vedere. I kata di Iaido che chiudevano la presentazione di quest’arte rivelavano senza dubbio una comprensione e una messa in luce della realtà del Riai.

Allo stesso modo, ricordo di aver visto un documentario(1) all’inizio degli anni novanta sul Tai Chi Chuan che presentava il lavoro del maestro Gu Meisheng, e di essere stato estremamente impressionato dai movimenti del suo corpo, dal suo modo di muoversi durante le sue dimostrazioni. Vedevo in modo molto preciso lo stesso movimento corporeo del mio maestro Tsuda Itsuo, le tecniche erano fondamentalmente diverse, ma sia la mente che quel qualcosa che lo abitava dava un risultato incredibile: vedevo il mio maestro vivo eppure non era lui. Mi sono procurato la videocassetta e la guardiamo al dojo ogni volta che è opportuno, come ad esempio durante lo stage d’estate.
Confrontare l’efficacia della tecnica senza vedere l’essenziale del movimento sarebbe un grave errore. A volte, indipendentemente dall’eventuale competenza tecnica, basterà la sola presenza o determinazione della persona – cioè la concentrazione del Ki (del Chi per le arti cinesi) – a risolvere un problema.

La respirazione KA MI

Ciò che c’è dietro ogni movimento, e che spesso non si percepisce abbastanza, è la “Respirazione”. Nello stesso modo in cui il sangue circola in ogni parte del nostro corpo, anche la più piccola, la respirazione, in particolare l’ossigenazione, circola anch’essa senza interruzioni in ogni cellula. È il vettore della nostra facoltà di muoverci, quindi di spostarci, e quindi di reagire quando ce n’è bisogno. La visualizzazione della respirazione è la consapevolezza della realtà del Ki. È molto difficile concepire il Ki, che appartiene al campo del sentire, motivo per cui i maestri di arti marziali utilizzano diversi metodi nei loro insegnamenti per consentire ai loro studenti di avvicinarsi a questa percezione. È, in particolare, attraverso la pronuncia dei nomi Ka e Mi che Tsuda sensei ci ha insegnato che si può comprendere l’identità che è comune a tutte le tecniche e a tutte le arti. Questo non toglie nulla alla specificità di ciascuna di esse, ma ci apre una finestra per la sua comprensione.
Ad ogni inspirazione si pronuncia mentalmente, o a bassa voce, ciò che aiuta la visualizzazione, la parola Ka (radice di fuoco in giapponese) e ad ogni espirazione Mi (radice di acqua); a poco a poco si integra questo modo di fare e quindi la visualizzazione diventa sempre più facile. Tanto che non è più necessario preoccuparsene, tranne che per alcuni esercizi che richiedono una maggiore concentrazione. È importante sapere che la visualizzazione non ha nulla a che fare con l’immaginazione perché è un atto che avviene attraverso l’azione concreta del koshi che è in contatto diretto con la realtà. L’immaginazione è, invece, un prodotto delle zone superiori del cervello, il cui scopo è quello di farci entrare in un mondo astratto e quindi fondamentalmente irreale.

Itsuo Tsuda: esercizio di respirazione Ka-Mi durante la pratica respiratoria
Itsuo Tsuda: esercizio di respirazione Ka-Mi durante la pratica respiratoria

Grazie a questo insegnamento, è possibile prendere coscienza che la nostra percezione del tempo si dilata in questa realtà che è la nostra quotidianità. È una cosa che ognuno ha già vissuto almeno una, se non molte volte, nella propria vita. Ad esempio, quando si aspetta un autobus che è in ritardo di due minuti, il tempo ci sembra molto lungo, mentre una serata con gli amici è passata prima che ce ne rendessimo conto. Ma questa tecnica di visualizzazione che si basa sulla respirazione può rivelarci molto di più di queste semplici constatazioni, può svelarci un universo che fino a quel momento non conoscevamo. Tsuda sensei ce ne ha descritti alcuni aspetti quando scriveva nel suo secondo libro:
“La dilatazione del tempo costituisce il fondamento stesso della tecnica seitai. Tra l’espirazione e l’inspirazione, c’è una pausa nella respirazione, un punto morto nel quale l’uomo non può reagire in alcun modo. Questa fessura, come ci si può rendere conto, è quasi impercettibile e si ha l’impressione che l’espirazione e l’inspirazione si succedano senza soluzione di continuità. Ma per Noguchi(2), è come una porta spalancata.
[…] È d’altronde nella fessura della respirazione che qualsiasi tecnica, che si tratti di Judo, di Kendo o di Sumo, funziona veramente. L’inspirazione permette di contrarre i muscoli, l’espirazione di rilasciarli. Ma durante la ritenzione, non è possibile né contrarre né rilasciare. Se si agisce dopo l’inspirazione e prima dell’espirazione, è inutile cercare di decontrarsi, si resta rigidi. Ci si lascia proiettare al di sopra della spalla, per esempio.” (ItsuoTsuda, La via della spoliazione, Yume Editions, p. 128-130)
Tocca ad ognuno di noi utilizzare questa scoperta per il benessere di tutti.

Il Non-Fare

Perché parlare del Non-Fare in un articolo sul Riai? Perché penso che sia una delle chiavi più importanti nella pratica delle arti marziali, e che oggi sia troppo poco conosciuta o trascurata, perché sfugge allo stato attuale della sperimentazione cosiddetta scientifica comunemente accettata. Questa chiave è considerata parte del dominio mistico mentre era alla base degli antichi insegnamenti e, quindi, delle conoscenze dei nostri maestri in molte arti marziali. Tutte le tecniche sono state costruite a partire dall’esperienza involontaria e spesso inconscia del corpo dell’essere umano, indipendentemente dal suo genere, dalla latitudine in cui viveva o dalla sua età. Tutte le tecniche si sono sviluppate e concatenate per permettere una migliore efficacia di fronte alle avversità. Nascono tutte da una risposta a un atto, che sia già iniziato o appena nato. La precisione viene dopo, deriva dagli assi, dall’ambiente, come dalla volontà che nasce dall’incontro, dal pericolo che si rivela o meno, quindi dalla necessità.
L’Aikido è un’arte del Non-Fare (il wu-wei così rinomato in Cina) ed è ciò che O Sensei ha trasmesso nel corso degli ultimi dieci anni della propria vita – perorando la pace e raccomandando ciò che oggi si chiama la simbiosi, piuttosto che il parassitismo e la cosiddetta “Lotta per la vita” così mal compresa già all’epoca di Darwin.
Tsuda sensei, insistendo sulla capacità di fusione delle persone e la respirazione coordinata, ci ha dato un’orientazione e ha permesso questa ricerca che alcuni di noi continuano. O Sensei che non aveva più tecniche realmente individuabili né comprensibili come ce lo spiegavano i maestri che lo hanno conosciuto direttamente da giovani, ci guida innanzi tutto ad andare in questa direzione. Se ci allontaniamo dall’idea di efficacia e, allo stesso modo, di rendimento – così cara alla nostra società cosiddetta moderna o civilizzata – avremo la possibilità di incontrare la vita e di poter utilizzare le nostre capacità, che potranno così appoggiarsi su queste conoscenze ancestrali troppo spesso svalutate.

Note

1) Yolande du Luart, Le Taiji quan: de Shanghai à Pékin à la recherche du qi, 1991.
2) Noguchi Haruchika, creatore della tecnica seitai e del Katsugen undo.

Vedere

Di Régis Soavi“Il maestro non chiede altro che essere derubato del proprio insegnamento che, per lui, è di una semplicità estrema, ma che, per gli altri appare misterioso, incomprensibile, inverosimile.” (Tsuda Itsuo, Le Triangle instable, Le Courrier du Livre, 1980, p. 132.)

Vedere, sentire

Anche se si inizia l’Aikido con delle idee superficiali provenienti dal mondo che ci circonda, è importante che poco a poco esse si avvicinino alla realtà e diventino uno strumento per riappropriarsi del corpo, il nostro corpo autentico.Ad ogni seduta che conduco, dopo la prima parte che ognuno esegue da solo ma in armonia con gli altri, e che è basata essenzialmente su degli esercizi di circolazione del Ki, comincio con la dimostrazione di una tecnica che, a priori, molti praticanti già conoscono. Tutta l’arte della dimostrazione consiste nel far passare un messaggio attraverso il movimento effettuato. Vi è l’avvio di un dialogo, non è solamente una tecnica e neanche un modo di fare perché ogni praticante, in rapporto al suo livello, alla sua attenzione, come alla sua capacità del momento, deve potervi trovare quello che gli è necessario per approfondire la sua pratica. Si tratta più di una trasmissione che di qualsiasi altra cosa. Insisto su un elemento, la precisione, la distanza, o qualsiasi altra particolarità, affinché qualcosa che tengo a rendere concreto sia ben visibile e diventi una forma evidente per la semplicità con cui lo mostro e affinché, attraverso il lavoro e l’allenamento che seguono, il corpo nel suo insieme non debba più riflettere ma agisca naturalmente ritrovando la spontaneità.

Itsuo Tsuda calligraphie ciseler un insecte graver une fleur

Cesellare un insetto, incidere un fiore

C’è un’espressione comune in Cina, un proverbio, che significa “Lavoro facile” di cui i primi due ideogrammi sono come la calligrafia in stile piccolo sigillo (sigillare) di Tsuda sensei: ???? cesellare insetto piccola tecnica.Questa calligrafia (pagina a fianco) può quindi esprimere: “L’incisione di un fiore è molto facile, come anche la scultura di un insetto”.Il proverbio vuol dire che tutti possono incidere o disegnare un piccolo fiore poiché è un lavoro semplice e facile da realizzare, ma a sua volta questo indica che solo i grandi maestri possono realizzare un’opera notevole. Tutto dipende dal kokyu. Tsuda sensei si esprime sul significato di questa parola nel suo secondo libro La via della spoliazione. È raro poter disporre di una tale definizione, semplice e precisa allo stesso tempo, che permette a noi Occidentali, a priori non preparati, di comprendere il suo contenuto:”Nell’apprendimento di un’arte giapponese è sempre questione di ‘kokyu’, che è l’equivalente propriamente detto della respirazione. Ma questa parola significa anche abilità nel fare qualcosa, il trucco del mestiere. Quando non si ha ‘kokyu’, non si può eseguire qualcosa come si deve. Un cuoco ha bisogno di ‘kokyu’ per servirsi bene del proprio coltello, e l’operaio per i propri utensili. Il ‘kokyu’ non si spiega, si acquisisce. [?]Quando si acquisisce il ‘kokyu’, si ha l’impressione che utensili, macchine, materiali, fino ad allora ‘indomabili’, divengano improvvisamente docili ed obbediscano ai nostri ordini senza opporre resistenza.Il ki, il kokyu, respirazione, intuizione, ecco i temi intorno ai quali ruotano le arti ed i mestieri del Giappone. Costituiscono il segreto professionale, non perché lo si voglia custodire come un brevetto d’invenzione o come mezzo per guadagnarsi il pane, ma perché è intrasmissibile intellettualmente. La respirazione, è l’ultima parola, il segreto supremo dell’apprendimento. Solo i discepoli migliori vi accedono dopo anni di grandi e continui sforzi.” (Itsuo Tsuda, La via della spoliazione, Yume Editions, 2016, p. 35-36.)

Il ruolo dell’insegnante

Uno dei ruoli dell’insegnante – ed è ben lungi dall’essere il suo unico compito – è di agire, tra l’altro, come una sorta di direttore d’orchestra. Dà il tempo, propone diversi modi di interpretare una tecnica, di portarla in una direzione con lo scopo di conferirgli tutto il suo potenziale, allo stesso modo del Maestro d’orchestra dà delle indicazioni sul “come interpretare” un brano musicale mettendo l’accento su una nota, un insieme di note, un tratto particolare. L’insegnante come il direttore d’orchestra ha un ruolo molto importante e con la sua maniera di condurre una seduta di Aikido può renderla noiosa o accattivante; troppo rapida e senza precisione per esempio, la seduta può non centrare il proprio obiettivo nonostante l’intenzione fosse buona; come un direttore d’orchestra può far “deragliare” un brano musicale che era di grande sensibilità se si mostra troppo rigido nella sua maniera di dirigere. Né rigidi né troppo molli, allo stesso tempo morbidi e convincenti, sia l’uno che l’altro danno la propria interpretazione di quello che hanno sentito, di quello che hanno compreso della propria arte, sia della musica sia della seduta di Aikido che conducono. Un altro direttore d’orchestra o un altro insegnante vedranno altre cose, altri accenti da evidenziare, ognuno di loro insisterà su differenti aspetti.I rapporti con i musicisti come con gli allievi sono anch’essi determinanti. Se si comporta in modo dittatoriale, colui che conduce non avrà l’adesione di quelli che dovrebbero seguirlo, otterrà al massimo una sottomissione che non potrà che rendere l’opera musicale banale o il corso di Aikido senza anima e senza gioia. Sull’esempio del direttore d’orchestra che non deve dimenticare soprattutto di non essere il compositore e che deve rispettare l’opera per quello che è, o che pensa o sente che sia, l’insegnante nelle arti marziali non è il creatore di quest’arte che desidera sviluppare e far conoscere, ne è l’interprete per quanto geniale esso possa essere. Il compositore stesso, come Beethoven credo, diceva che non faceva altro che trascrivere la musica che sentiva e che preesisteva nell’universo che lo circondava. Allo stesso modo, noi non facciamo altro che interpretare quello che faceva O sensei, quello che conosciamo, quello che abbiamo potuto percepire dai video dell’epoca, quello che diversi maestri hanno saputo trasmetterci e, più precisamente, quello che personalmente ho potuto scoprire grazie al contatto diretto con Tsuda sensei durante tutti questi anni. Ma O sensei stesso considerava la sua arte come qualcosa che gli era stata data, trasmessa da qualcosa di più grande di lui, qualcosa che percepiva e che provava a comunicare attraverso i suoi movimenti, la sua persona, le sue parole, la sua postura, o semplicemente con la sua presenza.Resta il fatto che ogni seduta è una sfida e dipende dall’ambiente che siamo riusciti a creare. Il grande direttore d’orchestra Sergiu Celibidache riteneva che, quale che fosse il numero di prove, l’impegno di ogni musicista, l’attenzione del pubblico, tutto poteva essere rimesso in discussione all’ultimo momento. Il concerto, come momento di verità ultima, dipende da elementi a volte imprevedibili che, favorevoli o meno, cambiano il corso dell’evento, della dimostrazione. Il ruolo dell’insegnante consiste nel permettere ad ogni allievo di dispiegare le proprie capacità anche al di là di quello che ognuno di loro può concepire o percepire.

Un lavoro sul corpo

È grazie alla sincerità del lavoro sul corpo che possiamo farlo uscire dall’isolamento della nostra struttura mentale alienata dalle abitudini di ragionare e reagire in modo profondamente dualistico. Le dimostrazioni servono per mostrare che qualcosa è possibile e ci può permettere di cambiare ciò che ci lega se andiamo in una direzione con sincerità. Il corpo deve ritrovare la sua base naturale, quello che è realmente in profondità, e non essere modellato per seguire i desideri di un’epoca, di una moda, di un’idea di sé prestampata su un cervello reso fragile dall’ambiente circostante. La dimostrazione di una tecnica dipende da molteplici fattori che condizionano una risposta ad hoc e non una risposta incondizionata prevista dalla nomenclatura delle tecniche. Deve permettere a chiunque di sentirsi coinvolto da quello che passa sotto i suoi occhi in modo da saper reagire a seconda del bisogno, indipendentemente dal contesto ma piuttosto integrando ciò che lo circonda per creare una situazione che porterà una soluzione tranquilla, e se possibile pacifica, contrariamente a qualsiasi atto che rischierebbe di diventare sgradevole e/o persino pericoloso.

Avec un débutant il faut se montrer particulièrement disponible.

Quale partner utilizzare

Ho visto spesso degli insegnanti scegliere regolarmente il loro migliore allievo come uke. Se questa scelta sembra ragionevole nelle dimostrazioni pubbliche, al momento delle “porte aperte” in quanto si tratta di mostrare la bellezza dell’arte o la sua efficacia, senza rischi per il partner che saprà cadere in ogni circostanza, ciò non ha più senso nel quotidiano dove l’obiettivo è tutt’altro a mio avviso. Lavorare con degli anziani spesso ci valorizza per via della loro disponibilità, della qualità dei loro spostamenti, del modo di seguire che hanno ma quanto a loro l’inconveniente è che cercano spesso di mettere in risalto il proprio professore. Con un principiante, soprattutto chi è veramente principiante, è molto differente, in questo caso, non ci sono errori possibili, bisogna mostrarsi particolarmente disponibili di fronte a un corpo che non è abituato a muoversi, a reagire in tale situazione e che rischia di farsi male per niente. È indispensabile comprendere, sentire l’altro, e malgrado tutto arrivare a far passare il messaggio che si desidera per permettere l’apprendimento e lo sviluppo di persone che vengono per imparare. Ho sempre trovato interessante fare le dimostrazioni delle tecniche con persone decisamente meno preparate, se non principianti, cosa che mi permette di mostrare e anche dimostrare che l’adattamento al corpo dell’altro è uno dei segreti del Non-fare.

Il segreto di ciò che è vivo

È necessario che le dimostrazioni durante una seduta siano adattate ogni volta alle tipologie di persone che sono presenti e che, grazie a ciò, possano percepire mediante impregnazione la circolazione del Ki, cosa molto più difficile se queste dimostrazioni sono mediatizzate. I libri contenenti disegni o foto non possono servire che come supporto tecnico o un complemento talvolta indispensabile, ma non possono sostituire le dimostrazioni dal vivo. I video possono anche essere utili per conoscere le differenti scuole o i “Maestri storici”, ma anche – e forse di più – per dare un’immagine della nostra arte e in tal modo suscitare il desiderio di scoprire la sua bellezza come la sua efficacia. Tuttavia, che si tratti di musica o di arti marziali, il segreto si trova al di là della forma o dell’allenamento, è piuttosto a mio avviso nella manifestazione di ciò che è vivo, che si può scoprire solo grazie a quello che si è sentito al suo contatto. Un musicista dilettante può animare un ballo folk e permettere a un paese intero di trovare un’unità nel piacere di essere insieme perché lui stesso è parte integrante dell’ambiente. In un dojo, ciò che è vivo, e quindi il Ki, si manifesta grazie a ciò che vi è nella persona che conduce la seduta. È la qualità interiore che si esprime nelle dimostrazioni, che siano rapide o lente, possenti o sottili e penetranti. È il Ki che esse sprigionano che ci porta a cominciare la pratica dell’Aikido, che ci spinge a continuare o talvolta a fuggire da quel posto. Nulla può sostituire ciò che è vivo, né i discorsi, né i sorrisi, né le finzioni. Le dimostrazioni durante le sedute sono per me il riferimento ultimo, “un momento di verità”

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 15 nel mese di ottobre del 2023.

Aikido un’arte che emancipa. Un’arte che si emancipa.

di Régis SoaviDa settembre 2023 presso i dojo della Scuola Itsuo Tsuda, a Parigi, a Tolosa come a Milano oltre alle sedute quotidiane, una seduta di Aikido a settimana sarà riservata esclusivamente alle donne.

Una seduta per donne, gestita da donne, condotta da donne.

Forse è importante precisare fin da subito che non si tratta di una nuova versione dell’Aikido e nemmeno di un Aikido più morbido e ovviamente soprattutto non di un Aikido “femminile” ma di un Aikido “non-misto per scelta” concepito come un atto di “empowerment”.Fondamentalmente, non è destinata alle praticanti che già conoscono la nostra Scuola e che vanno alle altre sedute, quantunque vi siano le benvenute per essere Sempai o per permettere di far scoprire la pratica alle nuove persone che verranno. L’obiettivo è quello di permettere alle nuove partecipanti di praticare l’Aikido nel rispetto della loro diversità, e quindi di avere una visione diversa da quelle diffuse attraverso i vari media troppo spesso alla ricerca del sensazionalismo, dell’esagerazione, anche del volgare. Tutti abbiamo sentito commenti o da una compagna o da un’amica che, dopo averci sentito parlare dell’Aikido, ci hanno detto “no no, non fa per me, è troppo violento” o anche “è una cosa da maschi”. Oggi è necessario presentare l’Aikido come una possibilità realistica di permettere alle donne di ritrovare “una fiducia in se stesse” spesso alterata dall’ambiente dominante nelle arti marziali e di affermarsi non come una comunità separata ma piuttosto come un gruppo che si emancipa, che esce da un certo tipo di relazione sociale per cercare di trovare, ritrovare o continuare il cammino, “la via”, che è costantemente da riscoprire, verso un’umanità più semplice, più pacifica e, quindi, più vera. Proporre un’arte marziale già riconosciuta in modo specifico come l’Aikido, una seduta separata per le donne, non è nulla di rivoluzionario o di nuovo per noi perché le donne nella Scuola Itsuo Tsuda sono sempre state numerose e molto spesso persino maggioritarie. Ma, da lì a creare una seduta supplementare di questo tipo, c’è il pericolo che sia oggetto di una tale incomprensione per gran parte dei praticanti come delle praticanti, di qualunque scuola siano, che c’è il rischio che questa innovazione venga considerata problematica, perturbante, inutile e quindi controproducente. Questa incomprensione non sarà un’esclusività di quelli o quelle che sono coinvolti nella nostra arte, temo, perché sento già un buon numero di critiche, sia nella forma che nella sostanza, che potrebbero avere le loro ragion d’essere se il mondo d’oggi fosse davvero quello che afferma di essere e non quello che è veramente. Questo percorso a mio avviso è diventato una necessità ancora più acuta nel ventunesimo secolo che nei secoli precedenti, semplicemente a causa della modernizzazione ideologica delle menti che vorrebbe far credere in una nuova normalità più eguale quando di fatto non è che la reificazione del vecchio mondo.Barbara Glowczewski quando scrive sugli aborigeni australiani ci dà le ragioni di questo bisogno di “entre soi”1 che secondo me è sempre esistito anche se è stato ostacolato o travestito in modo da poter persistere nonostante la disapprovazione della società: “Se questa rivendicazione di un ‘entre soi’ esiste è perché c’è stata storicamente una disapprovazione, una spoliazione di ciò che apparteneva loro, o meglio di ciò che segnava la loro appartenenza sia ai saperi sia alle terre che essi ed esse hanno trasformato nei secoli, anzi nei millenni.” Tutto è detto.aikido émancipe

Perché ho promosso e sostenuto con determinazione questo progetto?

Forse perché, praticando arti marziali da 60 anni e in particolare l’Aikido da 50 anni, sono sempre stato interessato al lato Yin che ha tanta importanza nella nostra arte come componente intrinseca della totalità e che viene tanto spesso sminuito, così come il lato Ura è stato spesso svalutato a favore dell’Omote apparentemente tanto più brillante e quindi ritenuto a torto più forte, più “valido” in una scala di valori distorta da secoli.Forse questi aspetti rappresentano quello che mi mancava o meglio quello che faticava a svilupparsi naturalmente in me all’interno di questa società così Yang e che l’insegnamento del mio maestro Tsuda sensei mi spingeva a cercare, a riscoprire nel profondo. Sicuramente è anche ciò che immaginavo di dover reprimere o almeno moderare per sopravvivere e cercare di vivere come pensavo di desiderarlo, come mi suggeriva la società. È anche grazie alla mia personale vita familiare, a tutta la sua ricchezza e soprattutto al suo radicalismo nei confronti del mondo sociale, che ho potuto trovare la strada verso questo universo troppo spesso misconosciuto da quella metà dell’umanità che è il mondo femminile, un mondo né totalmente Yin come qualcuno potrebbe farci credere a prima vista, né privo di Yang, anzi.L’Aikido di Tsuda Sensei mi ha permesso di cogliere un’altra dimensione che andava ben oltre ciò che avevo potuto percepire in un primo approccio alle arti marziali. A questo proposito scrive, già nel 1982, questa frase che sembra premonitrice: “L’Aikido, concepito come movimento sacralizzato dal Maestro Ueshiba, sta scomparendo per far posto all’Aikido atletico, uno sport da combattimento, più in linea con le esigenze dei civilizzati”2. Aveva questo modo di toccare, spesso semplicemente con l’aiuto di poche parole, i nostri punti sensibili, di aprire porte nella nostra mente per far riflettere noi (suoi allievi) sul concreto, sulla vita quotidiana.femmes aikido émancipe

Un’arte che emancipa.

Uscire dai sentieri battuti e ribattuti, solcati dal vomere delle convenzioni e dai carri pesanti per i carichi di idee prefabbricate è certo un lavoro difficile ma più che necessario.È ora giunto il momento di uscire dai ranghi, di approfittare di uno stato di coscienza che è potuto emergere in Occidente grazie al movimento femminista e che riprende in quest’ultimo le rivendicazioni delle generazioni precedenti prima che nuovi ideologi al servizio del potere, o meglio dei poteri, non utilizzino tutto ciò che c’è di vero in questa emersione attraverso un discorso che, con i suoi presunti aspetti innovativi, ricicla vecchi logori ritornelli, mescolandoli se necessario con le idee in voga, nel migliore dei casi pensando di fare la cosa giusta, nel peggiore comportandosi da lacchè delle ideologie dominanti.Se l’Aikido è un’arte che emancipa l’individuo, e questa è la sua principale ragion d’essere nella nostra Scuola, è quindi necessario, anzi imperativo, aprire gli occhi sul mondo che ci circonda. Questa emancipazione deve tuttavia essere senza limiti anche se a volte è doloroso guardare in faccia le cose, è sempre molto salutare farlo.Constatare l’abbandono della nostra arte e di conseguenza il disinteresse che essa sembra suscitare sia tra gli adolescenti sia tra i giovani adulti e, notoriamente da parte di metà dell’umanità (il mondo femminile), è diventato un’evidenza per molti e molte insegnanti di arti marziali. La risposta più spesso addotta con l’obiettivo di reclutare nuovi/e praticanti è quella di offrire dimostrazioni di efficacia e prove comparative tra le diverse tendenze, scuole o arti diverse, quando non si tratta di mescolare tecniche provenienti da tutto il mondo per creare un melting-pot attraente per quante più persone possibile! E se il problema non fosse lì, proprio per niente lì dove stiamo vanamente scavando e ostinandoci a trovare una soluzione?Una persona emancipata è una persona autonoma, indipendente, libera: la nostra ricerca va in questa direzione. Creando spazi di libertà, luoghi diversi per loro intima natura, possiamo permettere che si creino le condizioni che favoriscono lo sviluppo dell’essere in modo veramente autonomo. I dojo sono luoghi di tale natura. Ma chi lo sa?! Il timore di ritrovare le stesse condizioni di tutto ciò che le circonda e le opprime “in modo discreto” non incoraggia il mondo femminile ad entrare in uno dei nostri dojo per vedere cosa vi succede davvero, disilluse come sono dai tentativi infruttuosi già sperimentati o dalla falsità dei discorsi spesso lenitivi, sebbene socialmente accettabili. Mi sembra che dobbiamo creare delle situazioni come l’affirmative action negli Stati Uniti, secondo me tradotta erroneamente come “discriminazione positiva”, che venne resa possibile dall’iniziativa di J.F. Kennedy all’inizio degli anni Sessanta. Una situazione nuova, un posizionamento dei Dojo, che consente alle donne che, pur attratte dalle arti marziali, non avrebbero alcun desiderio di confrontarsi ancora una volta con il sessismo (anche se involontario, e gentile). Permettere di tentare, avendo esse un rapporto particolare con il corpo, diverso da quello degli uomini, che una volta tanto non sarà loro rimproverato né accettato con accondiscendenza, di trovare sia il piacere sia l’efficacia grazie ai progressi fisici nei movimenti, la stabilità e l’equilibrio nell’armonizzazione della respirazione senza ambiguità o compiacenza. Essendo assente la competizione, possono così scoprire tutte le capacità del loro “essere”, della totalità del loro corpo come della loro mente in un ambiente reso sicuro dall’aver posto in essere l’aspetto non misto. Il lato marziale, anch’esso non dimenticato, permetterà di ritrovare delle capacità e una sicurezza di fronte alle avversità esistenti in un mondo dominato dal potere del maschile.

takako kunigoshi
Takako Kunigoshi

Un’arte che si emancipa

Da Louise Michel e le sue consorelle durante la Comune di Parigi, e ancor prima di loro, da Olympe de Gouges agli albori della Rivoluzione francese, le donne rivendicano la Libertà l’Uguaglianza e la Fraternità (o la Sorellanza) per tutte e tutti senza mai trovarle ad eccezione di qualche raro momento storico, ed anche in questo caso in modo molto relativo.E se l’Aikido fosse questa leva che agisce per cambiare la nostra società, questo strumento che emancipandosi dalle abitudini, dalle idee preconfezionate, dai corredi che gli sono stati aggiunti, ridiventasse o almeno si avvicinasse di nuovo agli ideali del suo fondatore Morihei Ueshiba, che considerava il mondo come una grande famiglia?O sensei insisteva sull’importanza dell’equilibrio tra Yin e Yang, sulla loro alternanza all’interno dell’Unità. Tsuda Sensei ci parlava continuamente della respirazione Ka Mi, l’alternanza di inspirazione ed espirazione alla base della Vita. Nei due esempi entrambi di fatto parlavano del Tao, dell’Uno. Per tornare a questa ricerca dell’unità contrapposta alla separazione, è talvolta necessario fare un passo indietro, come farebbe qualsiasi buon sociologo, per analizzare cosa ha portato l’Aikido a questa impasse in cui si trova oggi, quando invece era considerato una delle principali arti marziali negli anni Sessanta e Settanta, sia dal punto di vista filosofico che per quanto riguarda gli aspetti fisici, accessibile a tutte e a tutti indipendentemente dall’età o dalla forma fisica.Tsuda sensei, come tutti gli allievi di O sensei, aveva il suo modo, e in un certo senso era molto particolare, di comunicarci ciò che aveva visto e compreso nell’insegnamento del suo maestro. La sua ricerca era diretta fin dall’inizio verso il Non Fare. Non essendo giovane, aveva quarantacinque anni quando iniziò a praticare Aikido con il maestro Ueshiba, scoprì qualcosa che i giovani Uchi-Deshi non erano in grado di vedere o capire, come spiega così bene Tamura Sensei. Infatti Tsuda sensei non insegnava, ci trasmetteva quello che aveva scoperto con i maestri che aveva conosciuto, tra gli altri, con Ueshiba sensei, Noguchi sensei o Marcel Granet e Marcel Mauss. Questa trasmissione mi ha segnato al massimo grado ed è stata il filo conduttore del mio insegnamento durante tutti questi anni. Mi ha permesso di rivolgermi alle donne e agli uomini senza occuparmi della distinzione di genere, età o livello, capacità del corpo così come difficoltà o addirittura handicap. Per me anche questo è stato occasione di migliorare il mio insegnamento e di insistere su certi aspetti per andare verso la libertà e l’autonomia degli individui.L’Aikido è un superamento dei conflitti: ai-nuke, è un’occasione per capire come gestire i problemi della società. Tsuda sensei scrive “L’Aikido del Maestro Ueshiba, da quello che ho sentito, era completamente pieno di questo spirito di ai-nuke, che chiamava ‘non-resistenza’. Dopo la sua morte, questo spirito è scomparso, è rimasta solo la tecnica. Aikido originariamente significava la via della coordinazione del ki. Inteso in questo senso, non è un’arte di combattimento. Quando la coordinazione è stabilita, l’avversario cessa di essere avversario.”3 Sta a ciascuno di noi prendere in mano questo strumento, perché è nelle nostre mani che può acquisire una reale efficacia, non con discorsi ma fungendo da esempio delle possibilità alla nostra portata. Aprendo il corpo, si aprono gli occhi alle realtà. Ora o mai più sta a noi insegnanti permettere che la nostra arte, poiché dovrebbe essere più lucida, sia l’arte del superamento delle arti antiche, attingendo alle sue origini che non sono negate ma intese come la necessità, certamente arcaica, di un’epoca ormai passata. Creando le condizioni necessarie per permettere alle donne di riappropriarsi, almeno nella nostra Scuola, di ciò che per tanti secoli era loro sfuggito e mancato, si tratta di creare un contesto, un ambiente, un’atmosfera indispensabile, un contesto essenziale perché questo lavoro di riconquista possa compiersi. Queste sedute dedicate in un certo senso sono solo una proposta per suscitare una situazione di riequilibrio che dovrà estendersi a tutti gli ambiti, nelle arti marziali così come al di fuori della società, e principalmente in ogni aspetto della vita quotidiana. Takako Kunigoshi sensei, una delle rare allieve donne del Kobukan Dojo, citava queste parole di O sensei: “Che sia la cerimonia del tè o la composizione floreale, esistono dei punti in comune con l’Aikido poiché il cielo e la terra sono fatti di movimento e di calma, di luce e d’ombra. Se tutto fosse continuamente in movimento ci sarebbe un caos completo.”4Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 15 nel mese di ottobre del 2023.1) L’entre soi (trad. lett.: tra di sé) è la situazione in cui ci si trova solo con i propri simili.2) Itsuo Tsuda, La Voie des dieux, Le Courrier du Livre, 1982, p. 146.3) Itsuo Tsuda, Face à la science, Le Courrier du Livre, 1983, p. 29.4) Takako Kunigoshi sensei, Les Maitres de l’Aikido – période d’avant guerre, Ed. Budoconcepts, p.286.

Senza punti di riferimento fissi, una scuola senza gradi

Di Manon SoaviItsuo Tsuda sensei diceva “non c’è cintura nera di vuoto mentale” sottolineando così che l’essenziale non è misurabile né comparabile. Seguendo questa direzione, Régis Soavi sensei fin dagli anni 80 ha fatto la scelta radicale di una scuola senza gradi. Una scelta che denota il funzionamento della nostra società basata sulla competizione.

Un orizzonte infinito

Avvertenza: questo articolo non mira assolutamente a sostenere che questa scelta sia la migliore, a denigrare i gradi o altro. Si dà semplicemente il caso che il riai della nostra scuola (la coerenza dei suoi principi) passi per questa strada. Questo articolo racconta un’altra possibilità senza spirito di valutazione tra i sistemi ma piuttosto in uno spirito di scoperta di un’altra cultura.Questa scelta di non avere gradi, di nessun tipo, è una cosa che a volte sorprende, o delude. In effetti, alcune persone sentono il bisogno di misurare il loro percorso, di avere delle tappe, il che è comprensibile alla luce del contesto in cui viviamo. Ma questa particolarità è anche un orientamento che libera, che dà sollievo a tante persone! Almeno qui, nei dojo della nostra scuola, non c’è misura, né paragone, né gerarchia.In un mondo in cui tutto si quantifica: le vitamine che ingeriamo, la nostra produttività, le nostre ore di sonno passando per la velocità dell’estinzione del nostro pianeta, tutto si misura e si calcola. Un luogo senza gradi è un po’ come passare dall’orizzonte di una città, fatto di punti di riferimento, di quartieri, di edifici, all’orizzonte dell’oceano. È liberatorio e leggermente inebriante.

Senza riferimenti fissi

Tsuda sensei scriveva che con i bambini siamo “senza punti di riferimento fissi”, cioè non ci si può riferire a dati esterni, oggettivi: a questa età, tanti centimetri, tale capacità, tale bisogno. Eppure questo è ciò che consiglia la maggior parte degli approcci in puericultura! È lo spirito della sistematizzazione. Per Tsuda sensei si trattava di affinare la capacità di attenzione, di risvegliare la intuizione e di sentire attraverso la fusione di sensibilità i bisogni del bambino. Un dialogo sensibile, unico perché diverso per ognuno e in ogni momento, con una verifica delle nostre intuizioni attraverso le reazioni del bambino. La natura della relazione si sposta quindi dalla ricerca di prestazioni (allevare un bambino o passare un grado) alla qualità della relazione, del momento presente sempre fluttuante. Una qualità che non può essere valutata esternamente perché deve essere sempre rinnovata.Allo stesso modo, una Scuola senza gradi non fornisce riferimenti fissi obiettivi, come tecnica, velocità, precisione o altro. Poiché partiamo dall’individuo e ognuno è diverso, nessuno può essere paragonato ad un altro. Nel nostro stile di Aikido, ciascuno sviluppa, attraverso una forma tecnica comune, la propria specificità che non solo gli corrisponde, ma sposa anche i cicli della vita, le età e gli stati di ciascuno.È nella relazione con l’altro che ognuno può misurare il cammino percorso, sia attraverso la propria osservazione che attraverso i riscontri dei suoi partner e del suo sensei. O andando a vedere altri insegnanti in occasione di stage occasionali. Perché senza un giudice esterno non c’è né sanzione né, soprattutto, ricompensa! Non si tratta certo di immaginarsi geniale e onnipotente! In questo caso i nostri partner e il nostro sensei si incaricheranno di farci ridiscendere sulla terra, si tratta di ritrovare il gusto di fare le cose per se stesse. Ritrovare anche il tempo, un tempo che non è lineare, perché il nostro “progresso” non è una linea retta con l’arrivo alla fine. Si tratta piuttosto di un’evoluzione circolare, “il pensiero orientale non procede per mezzo di dimostrazione, non è orientato verso un senso finale e definitivo, ma procede per cerchi di sperimentazione successivi affinché la comprensione scaturisca da un ritorno al centro stesso della questione” (Gu Meisheng, La via del respiro, Luni).È ovviamente possibile combinare un sistema di gradi e l’idea di un cammino senza fine, i grandi adepti lo hanno sempre fatto, semplicemente nella nostra Scuola abbiamo deciso di porre questo paradigma fin dall’inizio.

Il momento giusto

Una volta scartato questo modello, abbiamo una situazione in cui cominciamo senza hakama e incontriamo allora la possibilità di scoprire il momento giusto per mettere questo famoso hakama. Nella filosofia del Non-Fare si tratta di riscoprire l’azione giusta, quella che non è né calcolata né determinata dalla nostra “piccola intelligenza”, il volontario calcolatore che si fissa su piccoli scopi, ma dalla “grande intelligenza” che si esprime se la si ascolta realmente.Alcune persone mettono l’hakama dopo un anno di pratica e altre dopo dieci anni, in realtà non ha alcuna importanza se non per se stesse e la loro capacità di sentire il momento giusto. Ma ci sono molte persone per le quali cogliere questo momento presenta una grande difficoltà. Molti perdono quest’occasione di ritrovare il senso del momento proprio attraverso il mettere l’hakama. Che sia per eccessiva leggerezza, per paura, per ansia, per presunzione, per incomprensione, o per mille altre ragioni. Siamo di fronte a noi stessi.È anche un’occasione per scoprire la differenza tra la scelta e la decisione! Tsuda sensei attribuiva un’importanza immensa alla decisione, come ha scritto: “Una decisione può essere presa molto rapidamente a seconda delle circostanze, ma può anche richiedere molto tempo prima di maturare.Il più delle volte si confonde la decisione con l’opzione.Ma sono due cose completamente diverse.L’opzione implica il confronto tra diverse possibilità e la scelta che se ne fa. È un atto di intelligenza. [?] Non è la stessa cosa con la decisione che determina il nostro orientamento nella vita. Questa decisione non è un atto dell’intelligenza, è un atto dell’istinto.(…)La vera decisione è quella che corrisponde alla tensione interiore che sale al massimo. Senza tensione interiore, non c’è decisione. Più la decisione esige coraggio, sacrificio dell’amor proprio e dei vantaggi materiali, più essa guadagna peso.” (Itsuo Tsuda, La via degli dei)Offrendo ai praticanti la situazione propizia a sentire il momento giusto e a prendere una vera decisione, utilizziamo lo strumento dell’hakama per camminare in questa via di autonomia: decidere da soli. Può sembrare aneddotico, ma per molti non è facile e mancheranno il momento giusto.Accompagnare questo cammino per ogni persona è anche ricco di insegnamenti per i più anziani che devono essere attenti ad agire nel Non-Fare: lasciar maturare a volte, aumentare spesso la pressione interiore, acconsentire raramente! Eppure nessuna condotta può essere determinata in anticipo, anche questo è “senza punti di riferimento fissi” ma quando l’azione è giusta è un’evidenza. Affinché questo atto sorga, bisogna svuotarsi la testa e non avere idee preconcette. Questo accompagnamento può essere fatto solo se, e solo se, la persona che intende mettere l’hakama ha “sete” di questa trasmissione. È la sua disponibilità, il suo posizionamento che lo permette o meno.

Dare, ricevere, rendere

Il percorso dei praticanti inizia già, prima di niziare a mettere l’hakama, con il fatto di piegare quello di un praticante più anziano. Ancora una volta, l’assenza di gradi disorienta un po’ i primi tempi. La nostra ottica è sempre che l’atto assuma un senso in se stesso, non per rispetto della tradizione. Tuttavia, noi non ci consideriamo con un egualitarismo forzato. Molte cose vengono prese in considerazione: l’età, gli anni di pratica, ma anche l’attitudine o l’atteggiamento interiore. A volte una persona avrà un’attitudine, un’affinità con un’arma, o un certo tipo di tecnica, o potrà semplicemente, attraverso un respiro più profondo, aiutare qualcuno che è più anziano di lei. Alla fine dipende da molti fattori.Allora perché piegare l’hakama? Per ringraziare? Si e no. Il fatto di piegare l’hakama non è semplicemente un risposta diretto di tipo “ringraziamento” per qualcosa. A volte può esserlo, certo, ma si può scoprire molto di più, come una qualità di relazione. Questa relazione si avvicina a ciò che gli antropologi hanno chiamato “economia del dono”. Messo in luce da M. Mauss e B. Malinowski all’inizio del XX secolo, si può sottolineare che questo sistema si basa sulla triplice necessità: di dare, di ricevere e di rendere. A differenza dell’economia di mercato (di cui fa parte il baratto), l’economia del dono non si aspetta reciprocità. Implica che una persona A offra una ricchezza a una persona B, senza che questa persona B debba dare una contropartita o si senta in debito nei confronti di A. Invece è un atto che si fa sempre in un contesto (famiglia, cultura, società); nel nostro caso si tratta del dojo e della pratica. L’economia del dono implica dunque dare, ricevere e rendere nel contesto ma non necessariamente alla stessa persona, né lo stesso valore, né nello stesso momento. Ciò che importa è che continui la circolazione della ricchezza, che non ci sia stagnazione o accumulazione. Nel nostro caso la ricchezza è un insegnamento o un atteggiamento, un momento di pratica ecc. La persona che l’ha ricevuta continuerà a far circolare donando a sua volta ad altri. Può anche piegare l’hakama, ma se comprendiamo il significato dell’economia del dono comprendiamo che piegare l’hakama non è un modo per rimborsare ciò che l’altro ci ha dato. Non siamo pari, perché piegare l’hakama non è restituire ma dare a nostra volta. Piegare l’hakama implica anche che l’anziano riceva! Per colui al quale si piega l’hakama è anche un dono che “lo obbliga” in cambio a continuare a rendere e così via. Per questo non deve essere sistematico, altrimenti si perde il senso dell’atto, il senso di dare, ricevere e rendere.Questo non può imporsi altrimenti si ricade nel sistema binario gerarchico, è per questo che lasciamo ognuno libero di fare il proprio cammino, di capire a più o meno lunga scadenza poiché “la vera morale sorge dall’interno” come diceva Tsuda sensei, trovandosi d’accordo con l’anarchico Kropotkin su questa saggezza interna degli esseri viventi. Ma poiché fin dall’infanzia si insegna ai bambini a rispettare le persone in funzione della gerarchia e dell’autorità che esercitano, si perde completamente il senso del rispetto semplice e naturale. Questo rispetto che emerge quando si è rispettati. Lasciamo lavorare il tempo e la pratica affinché l’obbligo, imposto dalle nostre abitudini e dalla nostra educazione, cada, e infine sorga il rispetto.

Altri possibili

Recentemente la ricercatrice Heide Göttner-Abendroth ha teorizzato nei suoi studi sulle società matriarcali che sono società di economia del dono (precisazione utile: le società matriarcali non sono l’inverso del patriarcato, sono società egualitarie, matrilineari, dove le donne e particolarmente le madri sono al centro del clan, in una posizione acratica cioè senza potere). Göttner-Abendroth spiega anche che “i principi economici delle società matriarcali sono inestricabilmente connessi a quelli spirituali [?]. L’immagine-guida dell’economia è la stessa la madre terra e la condivisione e il dono dell’abbondanza sono i suoi valori supremi.” (Heide Göttner-Abendroth, Le società matriarcali – studi sulle culture indigene del mondo, Ed. Venexia) Dato che la maternità è chiaramente il dono della vita senza aspettarsi nulla in cambio, queste società considerano la maternità valore cardine, non il fatto di avere dei figli biologici ma la capacità di dare e la condizione di spirito che questo implica. In queste società si può parlare anche di maternità sociale che uomini e donne praticano, indipendentemente dal fatto di avere figli biologici o meno. Si tratta quindi di un atteggiamento verso la vita, di un posizionamento di rispetto, di cura, evidentemente messo in relazione con il dono di vita del pianeta, la Terra. Oggi la società inizia appena a prendere coscienza della globalità di ciò è vivo e dei legami inestricabili tra umani e altre forme di vita. Ma se la scienza è progredita, la mentalità della società evolve molto lentamente e i nostri valori restano la predazione e la competizione per delle risorse considerate come inerti, in breve il capitalismo patriarcale.Che rapporto c’è tra la nostra piccola Scuola di Aikido e Katsugen undo e questi grandi problemi del mondo? Che rapporto c’è tra un hakama e una società che pratica l’economia del dono? Direi che al nostro livello contribuiamo a far vivere degli spazio-tempo in cui vigono altri valori. Senza andare all’altro capo del mondo si può fare volontariamente questo passo di lato per uscire dal confronto, e ci si può concentrare sull’esperienza concreta del ki ritrovando così la sensazione della vita in ogni cosa che guidava i nostri antenati. Sentire inizia con il saper sentire se stessi! Indipendentemente dalle proiezioni, dai giudizi e dalle idee che abbiamo su noi stessi, l’hakama, il piegarlo e il metterlo, se si è capaci di coglierla, può essere un’occasione di sperimentare da soli un altro paradigma.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

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Articolo di Manon Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 14 nel mese di gulio del 2023.

Essere umili, certo, ma fieri di sé

di Régis SoaviSembra che oggi il senso della parola fierezza si sia appesantito in modo fuorviante, la fierezza è diventata quasi uno dei maggiori difetti in certe classi della società. Si usa erroneamente la parola fiero per definire “uno che si crede superiore agli altri e lo manifesta con il suo comportamento”, mentre in questo caso spesso si tratta, a mio avviso, semplicemente di un inconscio presuntuoso.

La stima di sé

Troppo spesso confondiamo l’autostima, che è eminentemente rispettabile, con la vanità, che è una forma di autocompiacimento che può solo farci del male. Diremo invece di una persona “che si suppone consapevole dei suoi limiti, delle sue debolezze, e che lo manifesta con un atteggiamento volutamente modesto e schivo” che è umile, anche se questa umiltà è fittizia e serve solo a ingannare il suo entourage. Il mondo politico è sempre stato pieno di questo tipo di usurpazione appropriandosi dell’uso dei termini essere umili o essere fieri. L’umiltà implica un rapporto sociale, è necessaria di fronte agli altri per mantenere un equilibrio esterno tanto quanto quello interno, ma non deve nuocere al nostro stato di coscienza e alla forza che ci guida nella nostra vita.

L’amor proprio

Inizia alla nascita nella sua forma naturale chiamata egocentrismo e di cui non bisogna aver paura nonostante le raccomandazioni di certe scuole di pediatria o di pedagogia, perché è indispensabile per la sopravvivenza del bambino piccolo. Molto velocemente il bambino prende coscienza di essere ed è orgoglioso di essere ciò che è, di ciò che può fare o dire. Partecipa al mondo non come creatura dipendente ma già come creatore di ciò che lo circonda, per lui il mondo “gli appartiene e vuole goderne”. La forza della vita che fatica a contenersi in questo piccolo corpo lo spinge ad esercitare le sue capacità in tutte le opportunità che troverà alla sua portata, e anche oltre. Se non è spezzato dall’educazione, manterrà un senso di quello che viene chiamato amor proprio, che a mio modesto parere è la fierezza. L’amor proprio ci spinge ad andare al di là delle nostre capacità, a cercare più lontano più in profondità, a scoprire, per essere fieri di sé, ciò che ci riempie di soddisfazione e allo stesso tempo stimola il desiderio di superare se stessi proprio di tutti gli esseri viventi.Essere fieri dei propri talenti è l’opposto della presunzione ed essere consapevoli di ciò che si è capaci di fare non è vanità. Troppe volte ho visto e ricevuto persone al dojo che non erano più consapevoli delle loro reali capacità e allora ne hanno inventate di fittizie per sopravvivere in un mondo dove solo i più forti sembrano avere il sopravvento. Rovinate, aspettano ordini o almeno esempi da poter imitare per diventare ciò che non saranno mai nella realtà, ma per reclamarlo davanti a chi è più debole di loro.

Un umile dojo

È in uno di quei vecchi quartieri di Parigi che ha mantenuto un’atmosfera calma e al contempo popolare che, da parigino all’antica, ho la fortuna di insegnare ogni mattina.Situato come in una nicchia al primo piano di un edificio che un tempo era industriale, il dojo Tenshin si trova nel ventesimo arrondissement di Parigi. Ci si accede dopo aver attraversato una porta che da un lato si apre su un piccolo vicolo cieco, e dall’altra parte su un giardinetto che bisogna attraversare prima di salire le scale. Nessuna insegna luminosa appariscente, niente grandi foto che vantano le virtù del luogo e propongono fitness e/o cultura fisica e marziale. Adiacente alla vecchia petite ceinture (ferrovia in disuso che circondava Parigi), vicinissimo a uno di quei ponti ferroviari che non esistono quasi più, ha il fascino dei luoghi nascosti che ci piace scoprire durante una passeggiata in città in un giorno di sciopero o di vacanza quando la città è svuotata. Quando si entra nel dojo tutto cambia; anche se le finestre dell’angolo caffè si affacciano sul giardino, anche se appena le si apre risuonano i canti degli uccelli, lo spazio dei tatami si presenta come un bozzolo di oltre 200 mq, illuminato sia dal cielo sia da ventagli luminosi posti a soffitto. Frutto del lavoro dei praticanti che ne hanno assicurato la ristrutturazione oltre che la manutenzione quotidiana, il dojo per noi ha un fiero aspetto. In questo luogo di lavoro del corpo e sul corpo, nella dolcezza e nella concentrazione come nella resistenza e nella tenacia, ogni persona che partecipa alle sedute di Aikido o Katsugen Undo1 si sente fiera di esserci, senza alcuna presunzione, ma con il piacere di vivere ciò che il mondo del quotidiano ha reso difficile o addirittura impossibile per alcuni. Tutto è da riconquistare e se il desiderio c’è, il luogo vi si presta. Se il dojo si presenta così umilmente (è il suo lato Ura) è anche per permettere l’incontro con persone semplici e coraggiose che sapranno scoprirne l’interesse (il suo lato Omote) al di là delle apparenze.

O sensei Ueshiba, che postura magnifica!

Umiltà e postura

Preservare l’umiltà per permettere di ritrovare la fierezza di essere ciò che si è realmente non manca di interesse e spesso si presenta come una necessità di fronte a ego smisurati e di costruzione recente, spesso dovuti all’educazione dei figli di una parte privilegiata della società. Di solito le persone umili sono rappresentate curve, piegate in due, a testa bassa, questo in realtà è solo un segno di sottomissione o di rinuncia. La respirazione in questo caso è bloccata o sibilante e tutto il corpo tenderà ad andare verso l’inganno se non vi è già. Umiltà e umiliazione sono due cose diverse, non si diventa umili attraverso l’umiliazione, la reazione più sana sarà la ribellione, poi ci drizzeremo per mostrare le nostre capacità, anche nelle avversità. Quando il corpo è dritto, lo scheletro è in equilibrio e non più schiacciato dal peso delle carni, ciò che lo circonda lo mantiene in questa postura, animato da questa energia vitale che è difficile definire ma che conosciamo e riconosciamo. Ricordo ancora oggi la postura di Tsuda sensei che esce dal dojo dopo la seduta mattutina con la sua borsa per fare un po’ di spesa prima di tornare a casa. A chi non lo conosceva sembrava un uomo ordinario, un asiatico che sceglieva la frutta in rue Saint Denis o comprava un giornale, per chi sapeva “vedere” emanava da lui una presenza, un modo di muoversi, diverso da tutti quelli che lo circondavano. Con la schiena dritta e la testa allineata, si poteva dire che avesse un portamento fiero; anche senza sapere nulla della postura si poteva sentire la sua forza interiore, la sua “aura”.

Tsuda Itsuo sensei. Il corpo si raddrizza e si distingue in mezzo alla folla.

Uno

Tutti i maestri che sono stati allievi di Morihei Ueshiba, sotto la cui direzione ho avuto la possibilità di imparare e di allenarmi, come Noro sensei, Nocquet sensei, Tamura sensei, avevano un’idea molto alta di ciò che era stato loro trasmesso e si sentivano investiti di una missione che non potevano tradire. Proprio come altri come Sugano sensei, Hikitsuchi sensei, Kobayashi sensei o Shirata sensei che ho incontrato durante gli stage, tutti avevano una grande semplicità, un grande rigore ed erano fieri di trasmettere la nostra arte con l’umiltà che si addiceva a ciascuno di loro, sapendo chiaramente essere “fieri e umili” allo stesso tempo.Ovviamente Tsuda sensei, che è stato il mio maestro per dieci anni, faceva parte di questa tradizione e sapeva benissimo come metterci al nostro posto quando occorreva, spesso usando l’umorismo o la derisione perché aveva l’arte di guidarci senza sminuirci, ma piuttosto valorizzando le nostre qualità senza mai lasciarcene inorgoglire.Ecco un testo di Haruchika Noguchi2 tradotto da Tsuda sensei, che a prima vista e per chi non conosce l’autore può sembrare estremamente presuntuoso, ma può anche darci una piccola idea della visione di un maestro riconosciuto come il più prestigioso nella sua arte.«Riflessione sulla vita integraleIo sono.Io sono il Centro dell’Universo.In me risiede la Vita.La Vita non ha né inizio né fine.Attraverso me, si estende all’infinito, attraverso me, si collega all’eternità.Come la Vita è assoluta e infinita, anch’io sono assoluto e infinito.Se io mi muovo, l’Universo si muove. Se l’Universo si muove, io mi muovo. “Io” e l’Universo siamo Uno indivisibile, un corpo e un pensiero.Io sono libero e senza barriere. Sono distaccato dalla vita e dalla morte. È così, ben inteso, anche per la vecchiaia e la malattia. Io, ora, realizzo la Vita e dimoro nella quiete infinita ed eterna.La mia condotta nella vita quotidiana rimane imperturbabile e inalterabile. Questa convinzione è incorruttibile ed eternamente inattaccabile.Uhm! Va tutto bene.» (Traduzione di Itsuo Tsuda, Uno, Yume Editions)Tsuda Sensei aggiunge nel suo libro alcune osservazioni: “Questo pensiero forse non ha bisogno di commenti, per quelli che ne sentono direttamente l’impatto. Eppure mi rendo conto dell’enorme distanza che separa questo pensiero dal pensiero occidentale che sottende la struttura mentale dei civilizzati […]Io, sono. Questa affermazione è semplice, profonda e sublime.A differenza di Cartesio, Noguchi non ha bisogno di provare la sua affermazione. Non si trova in una posizione di “distanza”, ma è “dentro” rispetto alla propria affermazione. Questa ci può imbarazzare per la sua stessa semplicità […] Ma nessuno osa dire: “Io sono”, punto.Io sono il Centro dell’Universo. Dal punto di vista occidentale, non può essere che la parola di un pazzo. Noguchi è un megalomane, un fanatico che si crede Dio? […] Tuttavia, ciò che dice deriva da una banalissima constatazione: io sono l’unico a sentire il valore diretto della mia esperienza. Da questo punto di vista, chiunque può riconoscere di essere egli stesso il Centro dell’Universo. A ciascuno il suo universo.Universo mentale? Universo soggettivo? Quanti Universi ci sono nell’Universo?» (Itsuo Tsuda, Uno, Yume Editions, 2020)

Calligrafia di Itsuo Tsuda. La vita. “Io sono. Io sono il Centro dell’Universo. In me risiede la Vita.”

Avere un bel portamento

Guardiamo la postura di O sensei quando cammina o quando innaffia i fiori: che postura magnifica! Allo stesso modo, rimango senza parole quando guardo come si muove Shimada Teruko sensei, esperta di Jikkishin-kage-ryu.

Shimada Teruko senseï.
Uomini o donne senza distinzione mostrano una certa nobiltà nella presenza davanti agli altri, così come semplicità e modestia nella loro intimità. Fino a non molto tempo fa si valorizzava la prestanza, che se non veniva evidenziata per nascondere difetti, debolezze o anche mediocrità o addirittura falsità, doveva riflettere l’interiorità, l'”anima” della persona. Molti valori sono ormai intesi come negativi o assurdi, si parla di arroganza, orgoglio, stupidità, infantilismo, ecc., dove il mio modo di intendere il mondo vedeva audacia, cortesia, intelligenza o brio, come ad esempio nel monologo del “no grazie” tratto dalla commedia di Edmond Rostand “Cyrano de Bergerac”.Le arti marziali e più in particolare l’Aikido ci riportano a noi stessi, indipendentemente dall’educazione che abbiamo ricevuto, è la possibilità di ricentrarsi e allo stesso tempo di misurare la nostra indipendenza come pure la nostra dipendenza da tutto ciò che ci circonda. È l’occasione, grazie al contatto con gli altri, di ritrovare le nostre radici vive, seppur invisibili, ma non immateriali, o anzi di una materialità non ancora riconosciuta come misurabile. Con la pratica regolare, il corpo si raddrizza e, senza essere eccezionale, si distinguerà in mezzo alla folla come un elemento carico e degno di interesse.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 14 nel mese di luglio del 2023.Note:1) Katsugen Undo (in italiano Movimento Rigeneratore): pratica che permette la normalizzazione del corpo grazie all’attivazione del sistema motorio extrapiramidale (sistema involontario).2) Haruchika Noguchi (1911-1976), fondatore del Seitai, di cui I. Tsuda seguì l’insegnamento per più di vent’anni.

Rendere l’impossibile possibile

Intervista a Régis SoaviPerché ha iniziato l’Aikido?Ho iniziato Judo-jujitsu, come si chiamava a quel tempo, nel 1962 e il nostro insegnante ce lo presentò come “la via della cedevolezza”, l’uso della forza dell’avversario. Avevo quasi dodici anni e amavo le tecniche, il disequilibrio, le cadute che potevano essere anche un superamento della tecnica subita. Il nostro istruttore ci parlava di hara, postura e sapevamo che lui stesso stava imparando l’Aikido e che aveva il grado di “gonna nera”, che era molto impressionante per noi. Gli eventi del ’68 mi hanno orientato verso delle tecniche di combattimento di strada, di kobudo e verso delle diverse tattiche. Tuttavia nel 1972 ho voluto riprendere il Judo, e mi sono iscritto in rue de la Montagne-Sainte-Genviève presso Plée sensei, potevamo praticare Judo, Karate o Aikido al prezzo di una singola quota, era ideale per allenarsi. Ma il Judo era cambiato: le categorie di peso, l’allenamento di una tecnica specifica per vincere un combattimento, ero molto deluso. Una sera dopo la seduta sono rimasto a guardare l’Aikido, era Maroteaux sensei a condurre la seduta e sono stato immediatamente conquistato.

Régis Soavi agli esordi, nel Judo, 1964
Régis Soavi agli esordi, nel Judo, 1964
Perché continuare?Ho trovato nell’Aikido molto più di un’arte, una “Via” di grande ricchezza che, come qualsiasi via, ha bisogno solo di essere approfondita. Ogni giorno la seduta mi permette di scoprire un aspetto, di sentire che si può andare molto oltre, che sono solo sul bordo di qualcosa di più grande, come se un oceano si presentasse davanti a me. Al di là del piacere che provo, mi sembra importante testimoniarne l’esistenza.Quale aspetto ti parla di più: marziale, mistico, salute, spiritualità?Non c’è separazione per me tra tutte queste cose, sono interdipendenti.Perché crea dei dojo piuttosto che praticare in delle palestre?Capisco la sua domanda, sarebbe molto più facile utilizzare le strutture esistenti, niente da fare, nemmeno la pulizia, la direzione si farebbe carico di tutto. Avremmo la possibilità di brontolare se non è abbastanza pulito, di reclamare se qualcosa non va, tanto saremmo solo dei passanti temporanei. Ed invece, per me il dojo è di cruciale importanza. In primo luogo perché è un luogo dedicato e quindi permette un’atmosfera diversa, liberata dai vincoli delle amministrazioni, un luogo dove ci si sente a casa, dove si ha la libertà di organizzarsi come si vuole, dove si è responsabili di tutto ciò che accade. È grazie a questa messa in situazione che si può capire cos’è un dojo, e questo fa la differenza, permette una pratica che va oltre l’allenamento e porta gli individui verso l’autonomia, la responsabilità. Ma il motivo principale è che il luogo si carica dal punto di vista del KI, così come un’antica dimora, un teatro antico o certi templi. Questo caricarsi [di KI] ci permette di sentire che un altro mondo è possibile, anche all’interno di quello in cui evolviamo.
Régis Soavi che conduce una seduta nel suo dojo
Lei ha creato diversi dojo ma anche altri luoghi già a partire dagli anni ’80. Il Jardin Floréal, un luogo per i bambini, poi diversi atelier di pittura, così come una scuola di musica La Musique Buissonnière. Perché tutti questi luoghi? Cos’hanno in comune?Il mio desiderio è sempre stato quello di favorire la libertà dei corpi come delle menti, allo scopo che siano finalmente riuniti. Questo lavoro, per essere realizzato, esige una visione molto ampia senza alcuna ideologia, al di fuori dei sistemi che abbrutiscono, al di fuori della competizione, sempre alla ricerca da una parte della sensibilità, che sembra essere diventata una malattia o una tara nella nostra società, e dall’altra, e tra le altre cose, della spontaneità. Creare un giardino d’infanzia per permettere di dare delle basi di un’educazione nella libertà che favorisca in questo modo la non-scolarizzazione, degli “atelier di pittura-espressione”(1) secondo lo spirito del lavoro d’Arno Stern che sono delle bolle, che liberano l’essere umano dalla sclerosi nevrotica che lo circonda, dare la possibilità ad adulti e bambini di appassionarsi alla musica, in particolare quella classica, grazie ad una notazione musicale “la musique en clair”(2) che permette di suonare fin da subito e di scoprire il piacere di suonare senza subire l’irrigidimento della mente e del corpo organizzato dagli specialisti del solfeggio e dell’insegnamento musicale in generale. Tutto ciò sempre al servizio dell’essere umano, della possibilità di uno sviluppo armonioso dei corpi e delle menti.Lei si sceglie un ruolo da non-maestro, non è vero? In realtà lei è il sensei, colui che indica il cammino, colui che si assume la responsabilità dell’insegnamento, ma allo stesso tempo è un membro ordinario dell’associazione, che partecipa alla ricerca delle soluzioni per qualsiasi problema si presenti quotidianamente e si preoccupa tanto del riscaldamento quanto di una perdita o dei lavori di manutenzione.Vedo che ha capito molto bene la mia posizione. Questo modo di porsi è una necessità per me, è fuori questione che io mi perda, ingannato da un potere fittizio che avrei acquisito approfittando di sotterfugi e di false apparenze ma che lusingherebbe il mio ego. La mia ricerca in questa direzione deriva dal Non-Fare e riguarda tutti gli aspetti della mia vita, è antica, lunga e rischiosa allo stesso tempo perché “senza riferimenti fissi” come scriveva Tsuda sensei. Questo orientamento è uno strumento, un utensile indispensabile per permettere ai membri delle associazioni di camminare verso la propria libertà, la propria autonomia attraverso l’attività nel dojo. Per riassumere il mio pensiero, vorrei citare un filosofo del XIX secolo che apprezzo da molto tempo e la cui importanza mi è sempre sembrata sottovalutata nella nostra società. “Nessun individuo può riconoscere la propria umanità, né di conseguenza realizzarla nella vita, se non riconoscendola negli altri e cooperando alla sua realizzazione per gli altri. Nessun uomo può emanciparsi se non emancipa con lui tutti gli uomini che lo circondano. La mia libertà è la libertà di tutti, poiché io non sono realmente libero, libero non solo nelle idee ma nei fatti, se non quando la mia libertà e il mio diritto trovano la loro conferma e la loro sanzione nella libertà e nel diritto di tutti gli uomini, miei eguali”.(3)Com’era Itsuo Tsuda e cosa l’ha colpita di lui?Era un uomo di grande semplicità e allo stesso tempo di grande finezza. Il fatto che parlasse così perfettamente il francese, che lo scrivesse, ci permetteva una comunicazione che non potevo trovare altrove con un maestro giapponese. Era anche un intellettuale nel senso migliore del termine, la sua conoscenza dell’Oriente e dell’Occidente gli ha permesso di trasmettere un certo tipo di messaggio, che rimane ancora oggi senza eguali, in relazione al corpo e alla libertà di pensiero, in particolare nei suoi libri. Aveva incontrato Ueshiba Morihei nel 1955 come traduttore di Nocquet sensei e cominciò a praticare nel 1959, quando aveva già quarantacinque anni. Fu suo allievo per dieci anni, ma poiché era già praticante di Seitai e traduceva per gli stranieri francesi e americani le parole di O sensei, ha potuto cogliere la profondità delle sue parole e l’importanza della postura, dello spirito e soprattutto del respiro (del Ki) nella prima parte dell’Aikido, cosa che oggi sembra dimenticata – con mia grande tristezza.
Itsuo Tsuda con Régis Soavi nel 1980, Parigi
Come trovare l’equilibrio tra insegnamento e pratica personale?Direi semplicemente che io pratico Aikido da cinquant’anni, ogni mattina alle 6:45 per un’ora e mezza e 365 giorni all’anno. Naturalmente, pratico anche il Katsugen undo (che Tsuda sensei aveva tradotto con Movimento rigeneratore), anche in questo caso – potrei dire – tutti i giorni, se non altro, almeno attraverso il bagno caldo Seitai(4). Per quanto riguarda l’insegnamento, ho più o meno uno stage al mese, che sia a Parigi, a Tolosa, a Milano o a Roma.C’è stata evoluzione nella sua pratica o nel suo insegnamento?Certo che sì! Come potrebbe essere altrimenti? Se ci si esercita sinceramente la pratica si estende a tutti gli aspetti della nostra vita, faccio fatica a capire le persone che hanno abbandonato o vanno a cercare altre arti perché trovano l’Aikido ripetitivo. La vita quando è vissuta pienamente è ripetitiva? Ogni istante della mia pratica provoca dei cambiamenti, delle evoluzioni, e anche degli sconvolgimenti che mi hanno portato a rimettere in discussione, ad approfondire. Questo è ciò che provoca in me la gioia nella mia pratica dell’Aikido. Anche i momenti più difficili, e forse più di altri, sono stati i vettori di trasformazioni e di arricchimenti.Il suo maestro, ItsuoTsuda, una volta le ha dato un koan, vero?Sì, ma faccio fatica a raccontare le circostanze esatte. Devo prima spiegarvi che Tsuda sensei sapeva parlare al subconscio delle persone, ogni volta che lo faceva era un modo per dare loro una mano ma non ne parlava quasi mai. Diceva che Noguchi sensei lo faceva correntemente perché fa parte delle tecniche Seitai. Un giorno, in seguito ad una discussione, mi disse «Coraggio», frase tutto sommato abbastanza banale, ma il tono che usò dicendolo evidentemente all'”intermissione respiratoria” mi sconvolse e mi fece reagire, dandomi una forza interiore che non sospettavo. Un’altra volta è stata più importante perché è stato in quel momento che mi ha dato il koan. Mentre gli raccontavo le difficoltà rispetto al lavoro (come guadagnare di che vivere per me e la mia famiglia, ecc.) e come trovare il modo per continuare a praticare, e persino aprire un dojo perché sarei andato via da Parigi per qualche anno e sarei stato a 800 km, cominciò a spiegarmi che nella scuola di Zen Rinzai (avevo appena letto le interviste di LinTsi e lui lo sapeva) il maestro dà agli allievi dei koan che loro devono risolvere. All’improvviso mi ha detto «Impossibile» «Questo è per lei!» Poi se n’è andato rapidamente, lasciandomi inchiodato sul posto, sconcertato, completamente sbalordito. Devo dire che all’inizio l’ho trovato assurdo, ridicolo, mi aveva già dato qualche tempo prima una direzione per la mia pratica scegliendo in modo preciso la calligrafia MU(5) come regalo da parte dei miei allievi parigini. Ma ora, ero scioccato, non capivo. Mu mi sembrava un vero koan, già conosciuto, catalogato, accettabile, ma “impossibile” non aveva senso. Perché dire questo a me? È nel corso degli anni che la “risposta” è apparsa come evidente.Che posto occupa il Katsugen Undo nella sua pratica?Oh! Ha un’importanza di primo piano, ma, per rispondervi, ecco un aneddoto. Eravamo al ristorante con Tsuda sensei, e Noguchi Hirochika – il primo figlio di Noguchi sensei – che era seduto accanto a me mi chiese improvvisamente: «Katsugen undo, che cos’è per lei?» La risposta fu tanto immediata quanto spontanea: «È il minimo», risposi, e da allora non ho cambiato opinione. Questa risposta era piaciuta molto a Tsuda sensei ed egli la utilizzò in alcune delle sue conferenze durante gli stage. Il “minimo” per mantenere l’equilibrio, per permettere al nostro sistema involontario di funzionare correttamente così da non aver più bisogno di preoccuparci della salute, e da non aver più paura della malattia.
Hirochika Noguchi con Régis Soavi, Parigi 1981
Per lei, un Aikido senza Katsugen undo ha senso?Sì, certo, nonostante tutto, dipende da come si pratica. È semplicemente un peccato non approfittare di ciò che può renderci indipendenti, di ciò che può risvegliare la nostra intuizione, la nostra attenzione, la nostra capacità di concentrazione e liberare la nostra mente.Da molti anni lei contribuisce a Dragon Magazine. Questo cosa vi apporta?Questo mi permette di trasmettere un messaggio e allo stesso tempo mi costringe a renderlo il più chiaro possibile rispetto all’insegnamento del mio maestro Tsuda sensei, e quindi alla nostra Scuola. È anche un modo per uscire dall’ombra pur rimanendo nella semplicità, senza fare pubblicità o clamore. Leggere regolarmente gli articoli dei miei contemporanei e dei giovani insegnanti, mi dà molto e mi permette di vedere e comprendere le diverse direzioni in cui va l’Aikido e le loro ragioni d’essere, anche quando non le approvo.La scrittura è importante nel Budo?La scrittura è sempre importante perché è una delle basi della comunicazione – “le parole volano via ma gli scritti rimangono”. Tuttavia, senza una pratica reale, questo rischia di rimanere nel campo delle idee e di soddisfare solo l’intelletto, in questo caso si manca il bersaglio.Ci sono stati anche altri maestri che sono stati importanti per lei?Ho la fortuna di appartenere a un’epoca in cui era possibile incontrare un gran numero di sensei della prima generazione. Gli anni ’70 erano molto ricchi da questo punto di vista, correvamo di stage in stage per formarci, prestando attenzione alle loro parole, alle loro posture, per trarre il meglio da ciò che ognuno di loro apportava. Tutta la mia riconoscenza va dunque a tutti coloro che mi hanno insegnato, il mio maestro Itsuo Tsuda senseï, Masamichi Noro sensei, Nobuyoshi Tamura sensei, André Nocquet sensei, come pure a coloro che ho avuto occasione di incontrare. Preferisco citarli in ordine alfabetico per non suggerire nulla rispetto all’importanza che hanno avuto nella mia pratica: Michio Hikitsuchi sensei, Hirokazu Kobayashi sensei, Rinjiro Shirata sensei, Seiichi Sugano sensei, Kisshomaru Ueshiba sensei, cosí come – sebbene io non abbia mai praticato il Karaté – Taiji Kasé sensei, o Hiroo Mochizuki sensei che ho incontrato grazie a Tsuda sensei e che mi hanno colpito. Non dimentico Maroteau Rolland sensei che fu il mio primo insegnante di Aikido e che mi ha permesso di incontrare colui che fu il mio principale mentore: Itsuo Tsuda sensei.1) Un luogo chiamato oggi “atelier del gioco del dipingere”.2) La pedagogia del Maestro Jacques Grey (1929-2019), pianista.3) Mikhail Bakunin, filosofo anarchico, 1814-1876.4) Rivista Yashima, N°13, ottobre 2021.5) “Nulla” o “non-esistenza”, termine usato nel Taoismo per esprimere la vacuità.

Le cose esteriori non hanno nulla di certo né di necessario

Di Manon SoaviMax Stirner scriveva nel 1844: “Ci sono erranti dello spirito, che, soffocando sotto il tetto che ospitava i loro padri, se ne vanno a cercare lontano più aria e più spazio. Invece di restare in un angolo del focolare familiare a smuovere le ceneri di un’opinione moderata, invece di prendere come verità indiscutibili ciò che ha consolato e placato tante generazioni prima di loro, attraversano la barriera che racchiude il campo paterno e si avviano, per le ardite vie della critica, dove li conduce la loro indomita curiosità di dubitare..” (Max Stirner, L’unico e la sua proprietà)Itsuo Tsuda sensei è noto per i suoi dieci libri, a volte anche per le sue calligrafie permeate di filosofia tch’an (Zen in giapponese) o per aver introdotto il Seitai in Europa. La sua scuola di pensiero “La scuola della respirazione”, anche se relativamente modesta, ha segnato in modo duraturo le migliaia di persone che sono passate nei dojo o che hanno letto i suoi libri. Eppure non bisogna immaginarsi che il suo cammino sia stato un lungo fiume tranquillo fino alla saggezza. Al contrario, è stato il rifiuto delle certezze del passato a spingerlo verso un’altra strada. Tsuda sensei era certamente un “vagabondo dello spirito” che soffocava sotto il tetto paterno, come dice Stirner. Nel 1914, quando è nato, suo padre era un grande industriale giapponese che aveva fatto fortuna e si era trasferito in Corea, allora sotto il dominio giapponese. Non è possibile sapere esattamente cosa ha motivato la rivolta di Itsuo Tsuda contro suo padre e la sua partenza a sedici anni. Tuttavia, sappiamo che c’entra il modo di agire del padre dopo la morte della madre e della sorella maggiore. C’è qualcosa di inaccettabile per il giovane Itsuo Tsuda, ma suo padre si aspetta che si rassegni, che sopporti e taccia. A questa sofferenza si aggiunge l’incontro con una ragazza coreana (che alla fine sposerà, quattordici anni dopo, quando la ritroverà durante la seconda guerra mondiale). Questa ragazza, di cui si innamora, gli permette di avvicinarsi ad alcune delle immense sofferenze del popolo coreano allora dominato dal Giappone con grande violenza di Stato.A sedici anni, in totale rottura con il padre, rifiuta il diritto di primogenitura e parte, solo, senza alcuna certezza, salvo quella che gli sarebbe stato insopportabile continuare sulla strada che era tracciata per lui. Così per quattro anni vagabonderà, in senso letterale, in Cina e in Manciuria, trascorrendo due anni a Shanghai. Trova una città allora straordinariamente cosmopolita, con da un lato le concessioni francesi e britanniche e dall’altro una fortissima presenza dei movimenti anarchici coreani, giapponesi e cinesi.Bisogna credere che Itsuo Tsuda non amasse le certezze perché a vent’anni parte questa volta per Parigi, conoscendo solo qualche parola di francese, alla ricerca della libertà di pensiero. Quando arrivò nel 1934, piombò nel bel mezzo dei movimenti del Fronte Popolare, degli scioperi e delle manifestazioni di massa dell’epoca. Un movimento di una forza che ci è difficile immaginare oggi e che la guerra schiaccerà, falciando la gioventù operaia rivoluzionaria dell’epoca. A poco a poco, Itsuo Tsuda si integra e inizia a studiare alla Sorbona con Marcel Mauss e Marcel Granet. È in contatto con gli ambienti intellettuali di Montparnasse, e credo di poter affermare che stesse progettando di restare a Parigi, almeno per un bel po’. Ma nel 1940 il mondo sprofonda nella guerra e viene richiamato dal Giappone. Con grande pena deve imbarcarsi per un paese che, in fondo, non conosce. Ciò che lo attende in Giappone è il caos della guerra, il nazionalismo e l’incertezza totale del domani. Forse le situazioni estreme mostrano chi crolla e chi ha la resistenza di continuare il proprio cammino. Tsuda sensei aveva certezze? Non so, ma il fatto è che continua la sua strada nonostante la guerra. I suoi interessi per la sinologia e per l’etnologia non si smentiscono, al contrario, pubblica traduzioni e articoli. Dopo la guerra, la sua vita sembra “stabilizzarsi”, sposato e salariato (lavora ad Air France come interprete) eppure continua ad approfondire instancabilmente. L’incontro con il N?, poi con il Seitai e il suo fondatore Haruchika Noguchi (con il quale studierà per vent’anni), e infine con O sensei Ueshiba e l’Aikido saranno gli strumenti decisivi dell’articolazione della sua filosofia: il Non-fare e la nozione di Ki.

Les choses extérieurs n’ont rien de certain ni de nécessaire. calligraphie d’Itsuo Tsuda.

Coltivare l’incertezza

Si potrebbe credere che, arrivato a quel punto, per lui tutto diventi chiaro, come spesso accade nelle persone di una certa età dopo una giovinezza tumultuosa. Ma non è così, è a cinquantasei anni che ritorna in Francia senza garanzie né promesse, come scriverà lui stesso. Vivendo di nuovo miseramente, in una stanza della servitù vicino alla Gare du Nord a Parigi, si mette a scrivere, direttamente in francese. Comincia anche ad insegnare l’Aikido e a diffondere il Katsugen undo (la ginnastica dell’involontario del Seitai). A sessantotto anni, nel suo ottavo libro, scrive: “Dal punto di vista comune, sono un uomo imprudente. Non prendo precauzioni contro microbi, virus, inquinamento, malattie. Non sono né protetto né armato contro i pericoli. Faccio ciò che voglio fare, senza disturbare nessuno.Non spetta a me imporre le mie idee, dicendo: “Non fate quello che faccio io, ma fate quello che vi dico”. Tale formula spetta ai grandi, ai potenti, ma non a me. La mia formula è: “Vivo, vado, faccio.”Non è per conformarmi a uno scopo morale, sociale o politico che faccio qualcosa. Faccio quello che sento dentro di me, quello che posso fare senza rimpianti. Io non cerco l’utopia all’esterno. Cerco la soddisfazione interiore, incondizionata. È nella respirazione calma e profonda che trovo la mia vera soddisfazione. Questo, nonostante le numerose contrarietà della vita moderna. Ho superato e supererò le difficoltà, finché dura la vita. È così che trovo il piacere di vivere. » (Itsuo Tsuda, La Voie des dieux, Le Courrier du Livre)Itsuo Tsuda ci ha lasciato anche insegnamenti preziosi attraverso le sue calligrafie. Su questa questione dell’incertezza, troviamo questa frase di Chuang-tzu che egli calligrafò: “Le cose esteriori non hanno niente di certo né di necessario” (1). Le cose esteriori vanno e vengono, buone o cattive, nulla è prevedibile e nulla è in sé un bene o un male. Tuttavia, integrare realmente questo dato dell’incertezza delle cose esterne è difficile, lo abbiamo potuto constatare in prima persona con i due anni di crisi che abbiamo appena vissuto. Mesi di instabilità e di crisi che, senza essere l’equivalente di una guerra, ci hanno logorato, stancato. Abbiamo potuto misurare, al nostro livello, la difficoltà di andare avanti e gli effetti non hanno smesso di farsi sentire.

La forza interiore

Il difetto dell’educazione occidentale è che tende a farci prendere in considerazione solo l’aspetto volontario dell’individuo. Allora, per compensare la propria debolezza, l’essere umano mostra le sue certezze all’esterno pur rimanendo molto incerto di se stesso all’interno.L’insegnamento di Tsuda sensei riorienta la nostra attenzione verso le capacità insospettate del nostro involontario. Ascoltare i nostri bisogni interiori che si esprimono e ci danno le direzioni da seguire per noi stessi e mantenere l’imprevedibilità, la disponibilità verso l’esterno poiché nulla è certo né necessario. Significa fidarsi delle capacità di adattamento umano.Non essendo mai andata a scuola, ho avuto a che fare con una sfilza di persone che proiettavano le proprie preoccupazioni sulle nostre scelte e che avevano la certezza che i miei genitori stavano sprecando le mie possibilità per il futuro. Tuttavia, una cosa è certa: il futuro è sempre incerto (a volte addirittura assente). Ho quindi vissuto un’infanzia del momento presente piuttosto che dettata da un futuro inesistente. Nella gioia e nella fiducia di fare le cose per loro stesse, nel momento in cui manifestavo un interesse. I miei genitori hanno avuto momenti di dubbio, ovviamente, ma erano convinti che vivere come i loro progenitori fosse semplicemente non vivere, ma morire lentamente. Hanno preferito fare la scelta dell’incertezza prendendo una strada divergente. Perché la certezza interiore che la cosa più importante fosse vivere ora non li ha lasciati. Non andare a scuola era questa possibilità inaudita di apprendere a contare sulle proprie risorse per affrontare le inevitabili difficoltà dell’esistenza.Praticare un’arte come l’Aikido è, almeno sui tatami, dover contare su questa spontaneità perché qualunque sia l’apprendimento tecnico non è possibile prevedere tutto. I corpi sono spesso più o meno paralizzati dall’interno e l’attività del corpo è bloccata (attività del corpo intesa secondo J. F. Billeter: “insieme delle energie e dell’attività inconscia che alimentano e sostengono l’azione cosciente”) (2). Ma allora l’adattamento, l’integrazione, non avvengono più. Quindi, un’arte che rimette in movimento le risorse del corpo, che reintroduce il gioco, è davvero salutare anche se non è una terapia. La vita riprende attraverso il corpo.Ecco perché l’Aikido non deve diventare un catalogo tecnico sterile, con attacchi sempre prevedibili e risposte standard. La parte dell’incertezza deve essere mantenuta con diversi mezzi pedagogici come jyu waza o il lavoro a più attaccanti per esempio. Quando ho cominciato lo studio delle tecniche di jujitsu della Bushuden Kiraku ryu, ciò che era formativo era uscire dal quadro dell’Aikido e trovare alcune tecniche, molto vicine all’Aikido, ma in modo diverso; ciò rompeva il quadro e mi ha permesso di continuare l’Aikido con la sensazione interna delle possibilità di atemi, di kubi shime, di kaeshi waza, ecc. Senza peraltro mettere per forza questi elementi ad ogni tecnica, il semplice fatto di averli percepiti nel mio corpo mi dava un posizionamento diverso.

Manon Soavi

Creatività

L’Aikido ci porta ovviamente a sentire le situazioni in cui dobbiamo andarcene o agire prima che sia troppo tardi. È, certamente, una base. Ma questo ha più a che fare con l’intuizione e il potenziale creativo dell’individuo nel senso in cui lo esprime il ricercatore Arno Stern che con il controllo: “Creare è acquisire una libertà al di fuori della presa della società consumistica. Quando parlo di libertà, non è una parola leggera che pronuncio; è la condizione ed anche lo scopo dell’educazione che genera l’atto creatore. Creatività non significa produzione di opere. È un atteggiamento nella vita, una capacità di padroneggiare qualsiasi dato dell’esistenza.» (Arno Stern, Homo-vulcanus, Edizioni Scientifiche Ma. Gi.)Nelle arti marziali ci sono molti esempi. Perché ciò che rende efficiente un’arte non è il bagaglio tecnico, ma prima di tutto l’essere umano e la sua capacità di reazione. Ci sono naturalmente molte storie e racconti di arti marziali che lo raccontano, ma voglio finire questa riflessione con una storia che ricolloca l’Aikido in una realtà dove non c’è certezza sul risultato (l’esterno) ma è evidente la necessità di far fronte (l’interno). Viene raccontata dalla figlia di Virginia Mayhew (pioniera dell’Aikido, fondatrice del New York Aikikai e allieva diretta di O sensei):”Quando avevo sette anni, mia madre ed io ci siamo trasferite nel sud della California e abbiamo vissuto in un vecchio motel nel centro di Los Angeles. A tarda notte, mentre tornavamo nella nostra stanza, un uomo arrabbiato che brandiva una mazza ci ha bloccato la strada e ha chiesto i nostri soldi. Mia madre ha cercato di ragionare con lui e si è offerta di dividere i suoi soldi. Questo sembrava solo farlo arrabbiare di più e si avvicinò a mia madre brandendo la sua mazza in modo minaccioso su di lei. Ricordo di aver avuto paura quando mia madre si è diretta verso di lui. Non capivo ancora la nozione di irimi, quindi non aveva senso per me vederla dirigersi verso un uomo che stava per colpirla con una mazza. Lo scontro vero e proprio è durato solo pochi secondi. La mazza non è mai entrata in contatto con mia madre perché improvvisamente ne ha preso possesso e poi ha immobilizzato il polso del tipo in una leva dolorosa. Si è chinata vicino a lui e ha detto: “Non le farò del male, ma sappia che non è bene attaccare una donna, soprattutto quando sono presenti i suoi figli. Quando la lascerò andare, se ne andrà tranquillamente, ma noi terremo la mazza”. Quando finalmente ha lasciato il polso, il suo potenziale aggressore non ha potuto fuggire abbastanza velocemente.” (Shankari Patel, Irimi su feministaikidoka.blogspot.com. Trad. G. Érard.)Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

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Articolo di Manon Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 12 nel mese di gennaio del 2023.Note:1. Régis Soavi, Sara Rossetti, Manon Soavi, Itsuo Tsuda – Calligrafie di primavera, Yume Editions, 2018, p. 364.2. Vedere il lavoro del sinologo Jean François Billeter su Chuang-tzu o il suo libro Un paradigme edizioni Allia (2012).

Disequilibrare è destabilizzare

di Régis SoaviQuando si cerca di disequilibrare una persona, istintivamente si sa dove si deve toccarla, sia fisicamente che psicologicamente. Nella maggior parte dei casi è il suo centro che deve essere raggiunto in modo tale da renderlo fragile e quindi vulnerabile.

La visione del Seitai

È difficile giungere al centro della sfera del partner se la periferia è potente poiché tutte le azioni sembrano rimbalzare sulla superficie o scivolare come su uno strato liscio, elastico e capace di deformarsi senza diminuire di densità, dunque senza essere penetrata né essere raggiunta in nessun modo. Tutto dipende da come ciascuno dei partner saprà e riuscirà a utilizzare la propria energia centrale, il proprio ki, sia nel ruolo di Tori che in quello di Uke. Va da sé che altri fattori non meno importanti, come la determinazione, il bisogno di vincere, fanno parte integrante di questa sfera e possono cambiare la situazione, poiché il ki non è un’energia come l’occidente oggi è abituato a considerarla, cioè un certo tipo d’elettricità o di magnetismo. Il Ki è la risultante di componenti multifattoriali e, avendo preso una certa forma, diventa concreto, anche se è difficile da analizzare e quasi non misurabile se non attraverso i suoi effetti. In tutti i casi, uno degli elementi essenziali dell’azione sarà la postura, non soltanto presa in considerazione per la sua caratteristica fisica, ma anche per il suo equilibrio energetico, le sue tensioni, le sue coagulazioni, i luoghi dove si trovano bloccate, imprigionate, così come le sue relazioni, tanto positive che negative, con il resto del corpo e le conseguenze che queste determinano. Una scienza del comportamento umano basata sull’osservazione fisica, la sensibilità ai flussi che percorrono il corpo e la conoscenza anatomica, è di primaria importanza quando se ne ha bisogno per esercitare molte professioni. Ciò non toglie che anche per un dilettante, un appassionato, essa può anche aiutarci a comprendere il nostro entourage o permetterci di uscire dall’imbarazzo quando ciò è necessario. Uno degli obiettivi di questa scienza, il Seitai, è quello di comprendere meglio l’essere umano nel suo movimento in generale e nel suo movimento inconscio in particolare. È uno strumento di qualità che ha già dato prova del suo valore in Giappone come in Europa, e che difficilmente può essere trascurato quando si pratica un’arte marziale. Benché sia stato insegnato in Francia per una decina di anni da Tsuda sensei attraverso la pratica del Katsugen Undo, le sue conferenze, e la pubblicazione dei suoi libri, la scarsa conoscenza in occidente del lavoro del suo iniziatore Noguchi sensei ha penalizzato la sua diffusione. Chiede di essere oggi più conosciuto, più riconosciuto per permettere a chi vi si interessa di trovare gli elementi che lo porteranno ad una migliore comprensione, almeno teorica. È quindi importante che il Seitai si faccia conoscere per essere meglio compreso e ammesso, per questo di tanto in tanto do modestamente per le persone interessate alcune indicazioni soprattutto sui Taiheki che, se si può dire sicuramente in modo un po’ caricaturale, presentano come una sorta di cartografia del territorio umano, sia a livello della circolazione del ki, sia dei suoi passaggi, dei suoi ponti, dei suoi punti di uscita, di entrata, ecc. È possibile comprendere meglio i Taiheki e il Seitai praticando il Katsugen Undo, che è alla base del ritorno all’equilibrio fisico e alla sensibilità necessari per avvicinarsi in modo pratico a questa conoscenza. Si può anche, almeno intellettualmente, andare direttamente alla fonte delle informazioni, leggendo o rileggendo i libri che Tsuda sensei ha scritto in francese. Il principio di base è riassunto in questa “definizione” che egli stesso ha dato: «Lo scopo del Seitai è quello di regolarizzare il circuito dell’energia vitale, che è polarizzata in ogni individuo, e di normalizzare così la sua sensibilità. La filosofia che sottende il Seitai è il principio che l’uomo è un Tutto indivisibile, e ciò lo distingue ovviamente dalla scienza umana occidentale che è basata su un principio analitico.» (Itsuo Tsuda, Il Non fare, Yume. p.76).

destabiliser
Lasciar sorgere l’azione giusta.

Un corpo atletico

Alcune persone hanno un corpo dalle proporzioni armoniose, spalle larghe e squadrate, gambe lunghe, sembrano estremamente stabili, per molti rappresentano l’esempio dell’essere umano ideale, donna o uomo. Ma se si osserva il loro comportamento appena si muovono, hanno tendenza a piegarsi in avanti (è una delle caratteristiche del tipo 5 che fa parte del gruppo “avanti-indietro” chiamato anche antero-posteriore). Di conseguenza, quando devono inclinarsi, spingono il sedere all’indietro e talvolta appoggiano le mani sulle ginocchia per compensare. Si possono riconoscere facilmente perché spesso, anche se immobili, incrociano le mani dietro la schiena per rimanere in equilibrio, non è un’abitudine, è un bisogno di riequilibrio. Questo è un chiaro segno di un bacino che manca di equilibrio e solidità, nonostante tutti gli sforzi, il centro, l’Hara rimane vulnerabile. In occasione di un incontro o di un allenamento è sufficiente quindi, se si è preso il tempo sufficiente per osservarlo, approfittare del momento in cui il partner si muove e quindi si inclina in avanti, per entrare sotto il terzo punto del ventre, circa due dita sotto l’ombelico, e aspirarlo o lasciarlo scivolare sopra di noi, e questo, indipendentemente dalla tecnica che si è scelto di applicare. Sembra semplice quando lo si legge, ma sebbene si tratti solo di uno degli aspetti, la scoperta e la comprensione della postura sono senza dubbio tra gli elementi che hanno la maggiore importanza. All’inizio, nella fase di apprendimento delle arti marziali, per quanto riguarda la realizzazione più concreta delle tecniche, è necessaria una conoscenza, ma nonostante tutto è grazie ad un allenamento basato sulla sensazione e sulla respirazione, che si acquisisce la capacità di cogliere il momento giusto e di essere “dentro”. Del resto il lavoro di osservazione dei partner, se si possiede la conoscenza delle posture, non può che farci del bene, può essere quel qualcosa in più di decisivo nel caso di una competizione o se si debba determinare se si tratta di un pericolo reale o di un’intimidazione.

Sentire le linee di equilibrio.

I Sumotori

I Sumotori con la loro corpulenza, la loro postura molto bassa, il loro modo di muoversi, sembrano esempi ideali di stabilità e di equilibrio, almeno fisico. Anche se il loro addestramento accentua alcune tendenze già presenti e rafforza le loro capacità nella direzione della solidità, rischia di deformarne altre a beneficio del loro successo futuro in combattimento. Dal punto di vista dei Taiheki, nonostante tutto, non sfuggono alla propria tendenza di base. Ci sono Sumotori di tutti i tipi, ovviamente, ma alcune tendenze di Taiheki sono più rappresentate di altre. Nel caso dei Sumotori appartenenti ai gruppi dei verticali, ce ne sono pochi di tipo 1 perché questo tipo di deformazione provoca molto rapidamente la loro eliminazione. Ciò si spiega con il fatto che fin dalla più tenera età si rivelano piuttosto incompetenti, anche quando sono fisicamente forti, sono molto facilmente destabilizzati. Il motivo principale risiede nel modo in cui affrontano l’azione. Seguono sempre l’idea del combattimento pre-concepito o percepito man mano che si svolge, e quindi sono sempre in ritardo e sorpresi dalla mossa del loro avversario. Invece i tipi 2, se hanno osservato bene gli ultimi combattimenti dei loro avversari, se sono ben guidati, possono definire una strategia che, se non è disturbata da cose imponderabili, può portarli alla vittoria. Hanno un’ottima conoscenza della fisiologia e dell’anatomia del corpo sia immobile che in movimento, cosa che permette loro quando vogliono sbilanciare l’avversario, di farlo con la massima probabilità di successo, poiché il terreno è stato ben preparato almeno teoricamente. Si basano anche sulla logica e la riflessione derivate dai combattimenti precedenti poiché è questo che li guida, e raramente la sensazione o l’intuizione. Diventati Yokozuna, si ritirano e si dedicano alla scrittura di libri, di articoli sulla loro vita, sul loro allenamento o ancora utilizzano la loro reputazione per sostenere delle buone cause, ecc.

Sumo Foto di Yan Allegret, Dohyô, 2006. Série photographique autour du monde du sumo

Torcersi per vincere

Per alcuni, disequilibrare vuol dire vincere, precipitarsi e poi prendere il sopravvento con un attacco frontale, diretto. Questa sembra essere la soluzione migliore se non l’unica possibilità che viene loro in mente, e non possono in alcun modo resistervi. Queste persone sempre pronte a combattere, a reagire, hanno in generale reazioni molto fisiche. Quando reagiscono con attacchi o risposte di ordine psicologico, ad esempio piccole frasi insidiose, si può facilmente vedere che si torcono, il loro bacino non è più nella stessa direzione della linea centrale del loro viso. Si può anche notare che, allo scopo di prepararsi all’azione immediata, il loro corpo mostra una torsione che accentua i loro punti di appoggio. Questa torsione, quando è permanente, è un ostacolo ad un movimento libero per chi ce l’ha e deve sopportarla. La soluzione sarebbe, se non si riesce a normalizzarla, riuscire ad utilizzarla in un lavoro per esempio o grazie ad un’attività che richiede un buon senso della competizione. Le persone che hanno questo tipo di deformazione ne subiscono le conseguenze loro malgrado. Si può notare in loro una tensione che è quasi permanente e quindi una grande difficoltà a rilassarsi, a prendersi il proprio tempo, questo porta a relazioni difficili con gli altri perché si sentono eternamente in competizione.Quando si conosce il Seitai e più precisamente i Taiheki, si capisce meglio questo tipo di tendenze comportamentali. Questo permette di sapere quando e come agire senza cadere nella trappola della rivalità che queste persone cercano di mettere in atto intorno a loro per prepararsi a difendersi e di conseguenza per attaccare. Gli individui di questo tipo fanno parte del gruppo “Torsione” e tutto si basa sul fatto che inconsciamente hanno una sensazione di grande debolezza che non riconosceranno mai. Fondamentalmente si sentono in pericolo in modo permanente, motivo per cui considerano che la miglior difesa è l’attacco immediato perché sorprende l’avversario e dovrebbe non dargli l’opportunità di replicare.

Morihei Ueshiba O Sensei. Destabilizzare con lo sguardo.

Un archetipo dell’essere umano

A volte, una piccola frase, o una parola al momento giusto, possono cambiare una situazione, sia nel bene che nel male. Se si è capaci di respirare profondamente e di concentrare il ki nel basso ventre, si può, agendo al momento opportuno, far crollare un intero edificio e trasformare quella che sembrava essere una fortezza inespugnabile in una decorazione di carta-pesta per luna park. La respirazione addominale fa parte dei segreti che sono accessibili a tutti i praticanti a condizione che rivolgano la propria attenzione in questa direzione e che vi si esercitino. Le persone la cui energia si concentra naturalmente nella parte inferiore del corpo, a rischio di coagulazione se non c’è normalizzazione, sono classificate, dal punto di vista Seitai, sia nel gruppo detto di “torsione” (tipo 7 principalmente), sia nel gruppo bacino. Vorrei soffermarmi su coloro che all’interno di questo gruppo hanno una tendenza alla chiusura del bacino, cioè a livello delle ossa iliache (tipo 9), perché per Tsuda sensei rappresentano una tendenza che si trova all’origine dell’umanità. In questi tempi storicamente molto lontani, l’aspetto della sopravvivenza dal punto di vista fisico era primordiale, ma la sensibilità come anche l’intuizione erano qualità indispensabili. Sono proprio queste qualità che permettono al tipo 9 di essere un passo avanti agli altri in caso di pericolo, perché sente intuitivamente se deve rispondere a un gesto di minaccia o se si tratta di una semplice provocazione, inoltre sa se questa provocazione sarà seguita da un atto o se finirà in un nonnulla. “L’intuizione non può essere sostituita dalla conoscenza né dall’intelligenza. L’intuizione non si generalizza. In molti casi, sono la conoscenza e l’intelligenza che falsano l’intuizione.” (ibid. p.98) La presenza di una persona di questo tipo in un gruppo umano non lascia mai indifferenti, anche se si è incapaci di conoscerne la ragione né di percepirla con facilità. Queste persone hanno un comportamento che a volte sorprende la maggior parte della gente, sia a causa della loro rigidità, perché possono chiudersi molto facilmente, sia a causa del potere della loro concentrazione molto insolita nel nostro mondo dove la dispersione e la superficialità sono la norma. “Quando si concentra, non concentra solo una parte delle sue funzioni fisico-mentali. Concentra tutto il suo essere.” (ibid. p.98). La loro concentrazione è percepibile attraverso l’intensità del loro sguardo, il che è già estremamente destabilizzante, basta per esserne persuasi rivedere i pochi film che conosciamo su O Sensei, lui stesso del tipo 9.La postura dei Sumotori al momento del combattimento è una postura che si adatta particolarmente bene a una persona di tipo 9 dato che “lo scarto tra l’apertura e la chiusura del bacino è molto grande in lui. Può accovacciarsi completamente, senza sollevare i talloni e rimanere a lungo in questa posizione, poiché è la sua posizione di distensione. Quando si alza, il suo peso si sposta dal lato esterno dei piedi alla base degli alluci. Questa è la sua posizione di tensione.” (ibid.95)

Sensibilità e intuizione

L’Aikido ci guida verso la stabilità e l’equilibrio, il Seitai si presenta anch’esso come una via che va nella stessa direzione, anche se lo fa grazie ad altri esercizi; la coniugazione delle due tecniche, Aikido come arte marziale e il Seitai attraverso il Katsugen Undo come proponeva Tsuda sensei, ha permesso alla nostra Scuola di continuare nella direzione del ritorno verso una sensibilità semplice ma indispensabile, in un mondo che mira piuttosto all’insensibilità e alla rigidificazione che si pretendono protettrici. L’intuizione ritrovata, la ricettività di nuovo attiva ci sono indispensabili per essere attori della nostra vita.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 11 nel mese di ottobre del 2022. 

Misticismo o Mistificazione

Di Régis SoaviLa mistificazione è il risultato ottenuto da chi utilizza il mistero per ingannare gli altri.La mistica o misticismo è ciò che riguarda i misteri, le cose nascoste o segrete. Il termine rientra principalmente nell’ambito spirituale, ed è usato per qualificare o designare esperienze interiori di contatto o comunicazione con una realtà trascendente non discernibile dal senso comune.

O Sensei un mistico!

Nessuno può negare che O sensei fosse un mistico, ma fu per questo un mistificatore? La sua vita, la sua fama già da vivo, i suoi combattimenti divenuti storici – in particolare contro un Sumotori, o maestri di arti marziali – il suo insegnamento, le testimonianze dei suoi allievi, tutto questo tende a dimostrare il contrario. Molti Uchi-Deshi hanno raccontato come O sensei riuscisse a intrufolarsi tra la folla delle stazioni giapponesi sovraffollate, come ad esempio a Tokyo durante l’ora di punta. Qual era il suo segreto nonostante la sua età avanzata? La pratica di un’arte come la nostra non porta solo potenza e resistenza, queste si ottengono dopo qualche anno di impegno, e direi anche che durano solo un certo tempo, perché con l’età diventa difficile fare affidamento solo su di esse. C’è, tuttavia, un ambito che mi sembra importante da comprendere e sperimentare, è il lavoro tramite ciò che viene vissuto e sentito direttamente, e questo fin dall’inizio. Lo spazio, il Ma, deve diventare qualcosa di tangibile, perché è una realtà che non è teorica, tecnica o mentale. È piuttosto come una sfera di protezione adattabile a tutte le circostanze, lungi dall’essere un mantello dell’invisibilità o una corazza indistruttibile, si muove insieme a noi, è allo stesso tempo fluida e molto resistente, si contrae, si espande o si ritrae secondo necessità e indipendentemente dalla nostra capacità cosciente o volontaria. Non è una sicurezza infallibile, ma in molti casi può salvarci la vita o almeno evitare il peggio. Troppo spesso è stata trasformata in un valore mistico, mentre è solo il risultato di un lavoro appassionato e appassionante. È una realtà a cui non si deve mai rinunciare, fin dall’inizio, anche se può sembrare irraggiungibile. Se c’è un orientamento essenziale che l’Aikido ci insegna, è quello di non opporsi frontalmente, di evitare il confronto diretto quando possibile e di usarlo solo in ultima istanza.

Mysticisme ou mystification
Il lavoro che deve essere fatto, sta a ciascuno di noi compierlo, fisico o filosofico che sia.

Yin e Yang una truffa?

Il Tao non è solo una comprensione orientale del mondo, ma piuttosto un’intelligenza intuitiva ancestrale. È intimamente conosciuto da molti popoli, e artisti, poeti, pittori o altri hanno talvolta saputo comunicarci a modo loro l’essenza delle forze che lo animano. Il pittore Kandinskij, pur essendo un artista moderno ed europeo, ha saputo trovare le parole che, anche se riferite ad un’opera d’arte, ci parlano come praticanti e ci permettono una visualizzazione dello Yin e dello Yang: “Ogni forma ha un contenuto interiore. La forma è quindi l’esteriorizzazione del contenuto interiore. […] È chiaro che l’armonia delle forme è fondata solo su un principio: l’efficace contatto con l’anima” (Kandinskij Lo spirituale nell’arte (1954), p. 49, SE editore 2005)È attraverso la comprensione dello Yin e dello Yang che si possono vedere più chiaramente certi meccanismi del corpo e del suo movimento, per dirla semplicemente, capire come funziona. Ecco un approccio che dovrebbe chiarire il mio punto di vista: l’involucro esterno del nostro corpo nel suo insieme è Yang e quindi l’interno è Yin, anch’esso nel suo insieme. L’aspetto corporeo, il lato luminoso delle persone, il loro aspetto sociale così come il modo in cui si presentano, la comunicazione, il rapporto con gli altri, tutto questo, se non ci sono deformazioni, è piuttosto di tendenza Yang. L’interno, inteso non solo dal punto di vista organico ma anche psichico ed energetico, è Yin. Evidentemente non c’è una reale separazione tra l’uno e l’altro ma l’aspetto della complementarietà porta a osservare che è lo Yin che alimenta lo Yang, così come è l’inspirazione che permette l’espirazione e quindi l’azione. Lo Yin sostiene lo Yang, gli conferisce pienezza, la forza del corpo deriva dalla forza dello Yin e si manifesta attraverso lo Yang. Tutta la forza dello Yin ha bisogno di un involucro, per quanto malleabile possa essere dall’interno, questo deve anche avere la possibilità di indurirsi per contenere questa forza e allo stesso tempo prepararla a reagire, ad agire. Se la potenza dello Yin non è contenuta, se non ha la possibilità di centrarsi – perché allora sarebbe senza limiti e quindi senza punti di riferimento – rischia di disperdersi senza dare alcun frutto. Se lo Yang è sottoalimentato a causa della povertà dello Yin che fatica a rigenerarsi, o di una separazione tra Yin e Yang causata dall’indurimento interno della “parete” che al contempo li separa e li unisce, allora l’azione diventa impossibile. Come sempre è l’equilibrio tra i due che ne fa una forza unica, il disequilibrio a favore dell’uno o dell’altro crea le condizioni per un disequilibrio generale, all’origine di molteplici patologie più o meno gravi, e dell’incapacità di dare risposte corrette e rapide a tutti i problemi fisici, psichici o semplicemente energetici e quindi funzionali.

regis soavi yin yang
“Ogni forma ha un contenuto interiore. La forma è quindi l’esteriorizzazione del contenuto interiore”. Kandinsky

Una mente sana in un corpo sano

Un organismo che reagisce in ogni circostanza, con flessibilità ed efficienza, di fronte ad un’aggressione umana come pure una microbica, è un ideale a cui si può aderire, o comunque qualcosa che merita di essere perseguito. L’Aikido nella nostra Scuola, per la qualità della preparazione all’inizio della seduta, basata sulla respirazione, così come per il modo in cui si svolgono le cose durante una seduta, permette di risvegliare il corpo nel suo insieme. Già il semplice fatto di respirare più profondamente, di concentrare il respiro nel basso ventre, e di lasciare che questa facoltà naturale si sviluppi al proprio ritmo, permette, tra l’altro, un aumento dell’ossigenazione del cervello e quindi un miglioramento del funzionamento delle cellule, come pure una migliore comunicazione tra di esse. Da qui a dire che diventiamo più intelligenti c’è un limite che non voglio oltrepassare, perché l’intelligenza dipende da molteplici fattori ed è difficilmente quantificabile, anche con i metodi scientifici attuali. Preferirei classificare l’intelligenza come una qualità del cervello umano il cui uso a volte è sorprendente. Ma se semplicemente ci si accorge che ci si muove meglio, si ragiona meglio e più velocemente, che diventa più difficile venire imbrogliati o che qualcuno si approfitti di noi con proposte allettanti, o argomentazioni basate su ragionamenti fallaci per mancanza di riflessione, è già un grande passo. Può anche essere in parte un’uscita, anche relativa, dal mondo della stupidità e della falsità che governa il nostro pianeta.

Scoprire da sé; esperienza piuttosto che credenza

Quando si tratta di forza, tendiamo a vedere la cosa e a parlarne in termini di quantità, piuttosto che di qualità. Da appassionati di arti marziali, ricordo che proprio all’inizio dell’entusiasmo che ha attraversato la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, consultavamo avidamente articoli che spiegavano come ottenere la massima efficacia con il minimo di forza muscolare. Come, grazie alla velocità, al posizionamento, alla postura, alla tecnicità, e anche ad una potenza muscolare che, pur non essendo la cosa più importante, doveva essere presente e soprattutto ben direzionata, si arrivava a risultati che potevano essere sorprendenti. Nel Karate, nel Kung-fu, nel Jiu-jitsu o in qualsiasi altra arte marziale, gli esempi non mancavano. In altri articoli si menzionavano meditazioni orientali di ogni sorta, in grado di far acquisire abilità incredibili a chi le praticava. Sebbene molto spesso grossolanamente esagerato, il fondo di verità delle tecniche, delle posture o delle meditazioni è oggi riconosciuto, analizzato e teorizzato dai ricercatori di matematica, scienze umane o scienze cognitive. Questo riconoscimento, anche se ha l’interesse di rendere giustizia a queste pratiche, resta puramente intellettuale. Invece di portare ad una concreta ricerca fisica e permettere a tutti di beneficiarne, provoca un affaticamento, o un surriscaldamento mentale, che rischia di rendere inutili gli sforzi che alcuni praticanti fanno per intraprendere un percorso leggermente diverso con l’aiuto di insegnanti competenti e informati. È attraverso l’esperienza nella pratica, che si scopre ciò che nessun testo avrebbe potuto apportarci. I testi antichi, o anche talvolta più recenti, hanno un valore innegabile e spesso ci sono serviti da guida o sono stati a posteriori i rivelatori delle nostre scoperte. La loro capacità di esprimere a parole, di esplicitare ciò che abbiamo provato, di rivelare un’esperienza che ci “parla”, può dimostrarsi un aiuto prezioso. Cosa avrei fatto se non fossi stato guidato dai libri e dalle calligrafie, delle sorte di Koan, del mio maestro Itsuo Tsuda.

regis soavi
Fare “UNO” con la massima semplicità.

Privilegiare la qualità rispetto alla quantità

Viviamo in un mondo in cui l’accumulo di beni, merci, conoscenze e sicurezze è la regola. Ci viene proposto un “essere umano potenziato”, come nel progetto transumanista, grazie all’Intelligenza Artificiale (detta I.A.). È perché oggi l’essere umano non trova più il suo posto perché i valori sono cambiati? O perché deluso dal suo ambiente, sia di prossimità che globale, non ha più gusto per nient’altro che per il superficiale e perde sia il senso, sia l’interesse per ciò che è lento e profondo. Già alla fine del secolo scorso, negli anni ’80, il direttore d’orchestra Sergiu Celibidache, durante un corso di direzione d’orchestra a Parigi a cui ebbi la fortuna di assistere, si lamentava del fatto che non esistevano più grandi movimenti sinfonici scritti in un tempo “largo”: «Tutto si è accelerato», diceva. L’Aikido ha saputo conservare dal passato, valori di umanità, di rispetto per l’altro, di sensibilità, che ne fanno uno strumento di qualità per ritrovare ciò che rende l’uomo un essere sensibile e non un robot. Per quanto perfezionato sia, questo “umano potenziato” sarà nel migliore dei casi solo una pallida imitazione, un surrogato di ciò che ciascuno di noi può essere e soprattutto di ciò che può diventare.

La ribellione non è negazione

La ribellione è un atto di salute del nostro organismo fisico come della nostra mente. Soprattutto non va trascurata la sua salutare importanza. Se pratichiamo un’arte come la nostra non è affatto un caso. Se abbiamo percepito l’intelligenza di questa “disciplina” è perché qualcosa in noi era pronto, e questo anche se non lo sapevamo, cioè anche se non ne eravamo consapevoli. Se ci fidiamo delle reazioni del corpo fisico invece di averne paura, possiamo ricominciare a capire la logica delle sue reazioni. Anche qui non si tratta di credenza popolare, di tornare indietro, di oscurantismo. Si tratta di un’altra conoscenza, allo stesso tempo nota a tutti, e non riconosciuta nella sua pienezza perché perturbante.Quando c’è un’infezione, un malessere, o qualsiasi altra disfunzione che ovviamente ci infastidisce, il corpo si ribella spontaneamente, cerca in tutti i modi di risolvere il problema, di ritrovare l’equilibrio perduto. Aumenta la temperatura, si avvale delle proprie armi di riserva come anticorpi di ogni tipo, così come dei suoi amici, con i quali è in simbiosi, batteri che producono antibiotici, virus macrofagi, ecc. Questa sana rivolta può rivelarsi a volte violenta e rapida, ma in realtà il più delle volte inizia molto dolcemente, lentamente, all’inizio potremmo anche non accorgercene. Altre volte si risolve prima di diventare consapevoli di questa risposta, anche in questo caso tutto dipende dallo stato del corpo e nonostante tutto può essere necessario sostenere la natura che opera in noi. Ognuno si assume le proprie responsabilità. Se abbiamo saputo conservare il nostro organismo lasciandolo lavorare quando abbiamo avuto piccoli disturbi senza costringerlo, lasciandolo libero nelle sue manifestazioni, ci vorrà poco per dargli una mano, a volte basterà un po’ di riposo, o un aiuto occasionale da persone competenti. È a monte che bisogna considerare ciò che accade nel nostro corpo, e una sana riflessione sulla vita, il suo movimento e la sua natura non può che fare del bene.

mysticisme
O sensei. Norito, invocazione degli dei. Foto pubblicata in La via della spoliazione, Itsuo Tsuda.

Seguire le tracce

Ciò che è appassionante nell’Aikido è ritrovare le tracce lasciate dai nostri antichi maestri, vedere come ciascuno di loro si è appropriato di quest’arte per creare, per realizzare la propria vita. Inutile copiarli, meglio imparare, dalla loro postura, dai loro scritti. Trovare dei compagni per una pratica sana, dove il nostro intuito si risveglia, dove il nostro corpo ridiventa come nell’infanzia, flessibile, agile, intrepido, e dove troviamo ciò che esso non avrebbe mai dovuto perdere, una certa audacia. L’Aikido non è un trampolino su cui ci si sfinisce saltando, perfezionando costantemente la tecnica, ma ricadendo sempre nello stesso punto per gravità. È una via formidabile in cui le difficoltà sono bilanciate dalla natura stessa del percorso, dalle nostre capacità del momento, dalla nostra perseveranza e dalla nostra sincerità. Sono porte che si aprono, portandoci ad una coscienza più fine e talvolta anche ad uno stato di giubilo quando le sensazioni che ci attraversano sono “UNO” con la nostra prestazione fisica priva di ogni pretesa ma vicina alla massima semplicità. È perché ho visto il piacere e la facilità nella pratica che avevano alcuni insegnanti, e i risultati della ricerca come la semplicità che manifestavano molti maestri che ho conosciuto, che è cresciuto in me il desiderio di raggiungere il loro livello, o almeno avvicinarmi ad esso in questa vita. I vecchi maestri, ciascuno con il proprio metodo, ci hanno guidato verso ciò che siamo nel profondo di noi stessi. Ma il lavoro che deve essere fatto, sta a ciascuno di noi compierlo, fisico o filosofico che sia. Tutto dipende sempre da noi, anche se siamo stati ingannati da falsi profeti o ciarlatani boriosi pronti a tutto per le briciole di potere che riescono ad ottenere dai loro inganni. Se si osservano le conquiste che i nostri predecessori su questa via hanno lasciato, se si sa usare il loro insegnamento, se li si sa riconoscere senza farne degli idoli o dei santi, ci si renderà conto che il cammino, anche se arduo e oscuro, non è così difficile. Per scoprirlo non basta una vita, ma la vita basta a se stessa finché la si vive pienamente.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 10 nel mese di luglio del 2022.

Trasmettere

di Régis SoaviInsegnare, in un dojo, è trasmettere. È anche al contempo riunire e servire. Non si tratta di rafforzare il proprio Ego, né di essere un animatore al servizio dei voleri delle persone che frequentano le sedute, ma di permettere lo schiudersi di ciò che è allo stato di bocciolo e che attende in ciascuno di noi.

Una vocazione?

Non credo veramente alla vocazione perché il termine vocazione si riferisce troppo facilmente a ciò che è religioso, campo semantico da cui è necessario allontanarla il più possibile, perché la nostra società ha da tempo intorpidito le acque. Se parliamo di vocazione, deve essere primaria, materialista e pragmatica, sarà quindi piuttosto un’attitudine, un talento. Atteggiamenti del tipo “salvare persone che non hanno capito nulla, portarle alla luce” ecc., non sono assolutamente adatti all’insegnamento di un’arte come l’Aikido, senza per questo doverne fare un’arte comune o addirittura prosaica, una specie di “difesa personale”. Il fatto di insegnare deve scaturire naturalmente dalla ricerca che si è stati in grado di fare nel corso della propria pratica, ed è in questo senso che si tratta di una trasmissione. Spesso inizia con il desiderio di far conoscere ciò che si è scoperto, ciò che si è compreso, o creduto di comprendere e anche se non è una vocazione, ci sono persone che hanno talento per spiegare, per far vedere. Persone a cui piace prendersi cura degli altri, di permettere loro di progredire in un’arte o in un mestiere, che “sanno” farlo perché capiscono gli altri, perché hanno una sensibilità che è orientata in questa direzione, e un’affinità con questo percorso.

Trasmettere la postura.

La pedagogia

La pedagogia nell’istruzione scolastica il più delle volte consiste nel far ingoiare la pillola, perché sia l’allievo che l’insegnante sono tenuti ad ottenere un risultato.Nell’Aikido direi che non ci sono metodi pedagogici buoni o cattivi, ci sono insegnanti buoni, meno buoni, anche cattivi, e per di più, tra questi, colui che è perfetto per uno può essere deplorevole per un altro e viceversa, anche, e forse soprattutto, quando si tratta di trasmissione. Le persone che iniziano a praticare, spesso arrivano con delle idee o delle immagini sulle arti marziali. O perché hanno visto dei video o dei film d’azione e sono rimasti entusiasti dello spettacolo, o a causa della loro vita personale in cui hanno incontrato difficoltà, subìto costrizioni, molestie, e vogliono uscire da questo stato di paura che queste situazioni hanno generato. Alcuni scoprono l’Aikido attraverso testi filosofici, a volte antichi come quelli sul Taoismo o sul Bushido. Nessuno comincia per caso, c’è quasi sempre un motivo, consapevole o meno, sempre un filo conduttore. Bisogna quindi adattare le risposte, dare forma alle parole senza tradire il loro significato profondo, far vedere, dimostrare grazie ad una tecnicità affinata come far circolare la nostra energia, cosa che permette la scoperta dello strumento “Respirazione” come la intendeva Tsuda sensei, cioè l’uso del ki attraverso la tecnica, i movimenti, gli spostamenti, l’istinto, ecc.

Il mio percorso

L’Aikido che il mio maestro Itsuo Tsuda mi ha insegnato è un po’ come una danza marziale, con la differenza che non ha, come la Capoeira, una forma che nasce dalla necessità di nascondere le sue origini o la sua efficacia. Della danza ha la bellezza, la finezza, la flessibilità di reazione. Della musica, ha la capacità di improvvisare su una base e la solidità dei temi suonati. Della marzialità ha la forza, l’intuizione, la ricerca delle linee fisiche tracciate dal corpo umano. La ricchezza dell’insegnamento che ho ricevuto è incommensurabile. Guidato da Tsuda sensei, attraverso le sue parole come i suoi gesti, ho potuto crescere, assetato com’ero di vivere pienamente, di andare oltre le ideologie proposte dal mondo “spettacolare e commerciale” in cui viviamo. Essendo un bambino del dopoguerra, mi sono scoperto pieno di speranza durante gli eventi di quel periodo storico che furono gli anni ’68 e ’69. È stato come un risveglio alla vita.Questa rinascita aveva fatto maturare il frutto della mia comprensione del mondo. In così poco tempo ero cresciuto talmente che mancava solo lo sbocciare di ciò che ero veramente. L’incontro con il mio maestro non deve nulla al caso. Attirato dal ki che emanava, non potevo che incontrarlo. “Quando l’allievo è pronto, il maestro arriva”, dicono in Giappone; non ero pronto per quello che mi sarebbe successo, ma ero pronto a riceverlo. Turbato, sconvolto da ciò che vedevo, da ciò che sentivo, da ciò che emanava da lui, abbordavo tuttavia nuovi territori, dove si estendeva una giungla che mi sembrava inestricabile, tanto era grande la mia fragilità rispetto a questo nuovo mondo. Dieci anni con lui non sono bastati, il lavoro di “districare” continua, anche se oggi, a distanza di quasi quarant’anni, ho potuto tracciare dei sentieri grazie alle sue indicazioni, questi “segnali indicatori” come diceva spesso, che ci ha lasciato.

La posizione di Uke permette di esporre vari aspetti della tecnica e il modo di mantenere il centro.

La continuità

Ogni mattina inizia un nuovo giorno. Insegnare per un’ora, un’ora e mezza due volte a settimana non corrisponde alla mia regola di vita, né d’altronde al mio credo. Ho bisogno di più, molto di più, per questo il dojo è aperto tutti i giorni, non per motivi pecuniari (anche se l’associazione che lo gestisce ne avrebbe bisogno) ma per permettere la continuità di tutti quelli che possono venire regolarmente. Come tutti, ho iniziato tenendo corsi in diversi dojo, pubblici (palestre) o privati. Prima di conoscere seriamente il mio maestro, ho persino tenuto corsi di Aikido nel retrobottega del negozio di un esperto di tappeti orientali, e ho addestrato un giovane investigatore privato all’autodifesa. Avevo vent’anni all’epoca, e un po’ come nei film della Pantera rosa con l’ispettore Clouseau, interpretavo il ruolo di Kato, cercando di attaccarlo a sorpresa a casa sua per testare le sue tecniche di combattimento e i suoi riflessi. Andare più in là a tutti i livelli, non ristagnare mai, avanzare sempre. Scoprire e far scoprire, e grazie a questo comprendere sia fisicamente che intellettualmente, insomma essere vivi.Per me è sempre stato importante non dipendere dalla mia arte per mantenermi nella vita quotidiana. Economicamente, questo mi ha portato ad essere in difficoltà per tanti, tanti anni, a stare attento ai centesimi nella vita di tutti i giorni, a non condurre una vita da consumatore “soddisfatto di se stesso”, ma forse è per questo che ho potuto approfondire la ricerca, e quindi insegnare.

La libertà

Senza libertà, nessun insegnamento di qualità è possibile! L’insegnante è responsabile di ciò che porta ai suoi allievi, della qualità, nonché delle basi e dell’essenza dei suoi corsi. Oggi tutte le discipline sono inquadrate da regole definite dalle strutture dello Stato, e questo provoca una corruzione del valore di un’arte, perché ciò che fa la ricchezza di una seduta di Aikido non può nascere da un contenuto banalizzato, edulcorato, “pedagogizzato”, ma molto di più dall’impegno di chi la conduce. Se i nostri maestri sono stati i nostri Maestri, lo devono più alla loro personalità che alla tecnica che insegnavano. È per questo che si riconoscevano fra loro, per il valore di ciascuno di essi, qualunque fosse la loro arte, il carisma, la personalità. Gli allievi avevano le proprie preferenze, secondo le proprie capacità, i propri gusti per questa o quella tendenza che pensavano di trovare qua o là.

TAO stile sigillare: piccolo sigillo. Calligrafia su tela di Tsuda Sensei.

Una relazione reciproca e asimmetrica

Ogni apprendimento deve basarsi sulla fiducia tra chi fornisce la conoscenza e chi la riceve, ma come suggeriva già Dante Alighieri nel XIII secolo, la relazione come la stima che intercorre tra il “maestro” e l’allievo devono essere “reciproche e asimmetriche” (V. Sermonti, L’Inferno di Dante, Emons Audiolibri – Canto XV). L’importante è che ci sia accettazione da entrambe le parti, non c’è un diritto o un dovere all’inizio, nessun obbligo di imparare, nessun obbligo di insegnare. La ricerca dell’uno e il beneplacito dell’altro creano questa asimmetria. Allo stesso tempo, vi è il riconoscimento reciproco dell’uno verso l’altro in relazione al valore di ciascuno. L’insegnamento non è un prodotto finito da acquistare e consumare senza moderazione. Impegna chi lo elargisce come chi lo riceve. È importante che colui che lo fornisce non sia nella rigidità di chi “sa”, ma nella fluidità di chi comprende e si adatta, senza ovviamente perdere il senso di ciò che dovrebbe comunicare e valorizzare. Il destinatario non è mai una pagina bianca su cui imprimere l’insegnamento e i propri valori; a seconda dell’epoca o anche più semplicemente delle generazioni, possono sorgere distorsioni e possono essere necessari degli adattamenti. È la fiducia reciproca che permette l’approfondimento in un’arte. Se sono solo le tecniche che dobbiamo affinare, pochi mesi o pochi anni sono sufficienti, poi possiamo passare ad altro. Ma potremmo ottenere una vera soddisfazione con un programma del genere?

La mnemotecnica che consiste nel dimenticare¹

Nell’Aikido come altrove in molti apprendistati, si richiede ai principianti di ricordare, se possibile con precisione, la tecnica, il suo nome, la forma da adottare in tali o talaltre circostanze. C’è ovviamente una certa logica in questo processo educativo, ma è diventata una condizione indispensabile nelle federazioni durante i passaggi di grado, di Dan e anche per i passaggi di Kyu. Questo sovraccarico del conscio è profondamente dannoso per il risveglio della spontaneità. Dopo un po’, l’apprendimento diventa non solo noioso, ma a volte anche controproducente, non si ha più voglia di imparare. Se ci si preoccupa del conscio, è perché è più facile da manipolare, specialmente quando è stato abituato a rispondere “presente” da anni di scolarizzazione e di manipolazioni. Ma se invece ci si accontenta di guidare il subconscio, si rimarrà stupiti nel vedere l’individuo svilupparsi in armonia con se stesso e quindi con chi lo circonda, senza bisogno di nascondere la propria natura con maschere sociali che turbano così tanto sia l’organismo che la psiche. Questo passaggio del libro di Tsuda Sensei “Anche se non penso SONO” fa luce sul lavoro del subconscio:”La nostra attività mentale non inizia solo con lo sviluppo della materia grigia, di quella parte cosciente che ci permette di percepire, ragionare e ricordare. Il conscio risulta dall’accumulazione delle esperienze che abbiamo avuto dalla nascita. Impariamo a parlare, a maneggiare utensili, a cominciare dal cucchiaio, per esempio. Il conscio non costituisce la totalità della nostra attività mentale. Ci sono strade, perché c’è la terra. Senza la terra non ci sarebbero strade. Chiamiamo ‘subconscio’ quella parte della mente che preesiste al conscio. Il subconscio lavora non solo dalla nascita fino alla morte, ma anche durante la gestazione, sentendo e reagendo nel grembo materno, cercando ciò che è piacevole e respingendo ciò che è sgradevole. E così il bambino scalcia quando si sente a disagio. Una volta che una sensazione o un sentimento penetra nel subconscio, controlla tutto il comportamento involontario dell’individuo che non può combattere efficacemente contro di esso con sforzi volontari.”

Regis Soavi aikido ma ai
Il “MA-AI” uno spazio inespugnabile e senza tempo.

Il ruolo del sensei

Il maestro, il sensei non è perfetto, e non ha la vocazione ad esserlo o a pretenderlo. È inutile e perfino dannoso, per lui come per certi allievi, che questi ultimi, nonostante la loro buona fede e senza volerlo, proiettino una tale immagine di perfezione, che non può che essere falsa, sulla sua persona come sul suo lavoro. Imperfetto ma solido, è l’anello di una lunga catena di insegnamento e realizzazione di vita, che, se spezzata, andrà perduta per sempre. Il suo ruolo non è quello di rinchiudere gli allievi in una Scuola, di costringerli, a volte insidiosamente, a una dottrina, ma di permettere a tutti di liberarsi dalla routine per sentire il flusso vitale che percorre questa catena immensa, come un canale di irrigazione capace di irrigare grandi spazi così come piccoli giardini. Occorre inoltre che il terreno sia stato lavorato, reso permeabile e pronto a far crescere in seguito quanto seminato nel corso della vita. Non riproducibile e non industrializzabile, l’insegnamento non potrà mai servire a far fruttare ciò per cui è stato concepito se non è compreso nella sua essenza o assimilato in profondità, dal successore o dai successori e posto al centro della propria vita.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 9 nel mese di appril del 2022.¹ Tsuda Itsuo, Même si je ne pense pas JE SUIS, Le Courrier du Livre, 1981, p. 59

Tra sottomissione e rabbia: la paura

di Manon SoaviTutti conoscono la paura a diversi gradi, ma non conosciamo tutti le stesse paure e quando si parla di un soggetto in modo generale, se ne parla al maschile. Se avere paura non è ovviamente appannaggio delle donne, ci sono specificità della paura al femminile nel nostro mondo ed è l’angolazione che ho scelto per riflettere su questo tema. La situazione delle donne è sempre una duplice o triplice pena. Se siete un uomo povero sarà difficile, ma se siete una donna povera, sarà peggio. Se siete immigrato, sarà difficile, ma donna immigrata sarà peggio e così via. C’è sempre un accumularsi, perché essere donna è già percepito come un “handicap”. L’argomento della paura e il suo rapporto con le arti marziali già in sé non è un argomento facile, al maschile. Ma al femminile è un’altra cosa. Al femminile, la paura è molto spesso una compagna quotidiana, dalle molteplici facce. C’è una vera e propria educazione alla paura nell’educazione delle ragazze. Allora se non è forse peggio che per gli uomini, credo che sia assolutamente necessario sentire anche questo punto di vista, perché come dice Howard Zinn “Finché i conigli non avranno degli storici, la storia sarà raccontata dai cacciatori…”. Le donne devono raccontare da sole il proprio vissuto. Raccontare ciò che la paura induce come rapporto con il mondo e ciò che fa al corpo.Per cominciare, come propone la filosofa Elsa Dorlin, bisogna guardare

“ciò che fa essere una donna”

Le donne hanno particolarmente familiarità con la paura perché crescono in un mondo che è loro piuttosto ostile. Il grado di ostilità dipende dalla regione del globo dove nascete. Ben inteso per ogni donna dipenderà dalla sua educazione e dal suo vissuto. Ciononostante si possono delineare delle grandi linee, delle tendenze delle società.Come si sa, è dall’infanzia che i ragazzi potranno sviluppare e sperimentare la propria agilità, la propria forza, il proprio corpo, il proprio potere? Invece lo spazio delle ragazze è molto spesso ridotto a giochi statici e a giocattolini carini. Le loro menti sono accaparrate da questa preoccupazione sull’apparenza, che devia e consuma la loro energia. I loro corpi non dispiegano le proprie potenzialità e non conosceranno la propria potenza, o raramente. Su questo s’innesta un intero mito della superpotenza maschile che alimenta una cultura di sottomissione e una norma, quella di una “femminilità senza difesa”. La filosofa Elsa Dorlin, che studia come i dominanti “disarmano” a tutti i livelli le popolazioni dominate, spiega la politica che consiste nel rendere impossibile, impensabile la possibilità di difendersi. Chiama questo fenomeno “la fabbrica dei corpi disarmati”. O ancora spiega come “si tratta qui di condurre alcuni soggetti ad annientarsi come soggetti […] Produrre degli esseri che più si difendono più si rovinano” (Elsa Dorlin Difendersi, 2020). È così che la paura è trasmessa in modo secolare. Essere donna è, talmente spesso, avere paura. Una paura che si sconnette dalle situazioni reali, che diventa un background, come una preda che s’ignora. Certo è talmente insopportabile che molte donne lottano contro questa paura. Alcune riescono più o meno a tirarsene fuori. Ciononostante, benché non sia molto piacevole da guardare, né da riconoscere, credo che sia necessario approfondire un po’ di più su questa posizione di preda.Elsa Dorlin analizza attentamente questo posizionamento culturale di preda che si applica alle donne da troppo tempo. Attraverso l’analisi di un romanzo (1) ne fa una dimostrazione flagrante di cui non posso che citare dei lunghi passaggi per farne comprendere il senso. Il personaggio del romanzo di chiama Bella. “Come milioni di altre, Bella è una giovane ragazza senza storia, di cui nessuno dovrebbe ricordarsi. Nella vita, lei non ha né ambizioni né pretese, neanche la felicità più semplice, la più stereotipata. [?] Bella è un’antieroina, un personaggio anonimo, una donna che passa via veloce, un’ombra tra la folla. E, Bella è comune a un punto tale che può rappresentare tutte le donne. [?] Chi non ha, almeno una volta, sentito la mediocrità esistenziale di Bella, il suo anonimato, la paura così familiare che l’accompagna, le speranze abortite, lo sfinimento rivendicativo, la claustrofobia di vivere in quello spazio striminzito, di sopravvivere nel suo corpo, nel suo genere, la sua umiltà nel sopportare le grane sociali, la sua unica esigenza di vivere tranquilla? Perché quasi tutti i giorni facciamo, in modo diverso e ripetitivo, l’esperienza di tutta questa miriade di violenze insignificanti che ci intossicano la vita, che mettono continuamente alla prova il nostro consenso. [?]Le prime pagine che descrivono la vita di Bella fanno emergere in filigrana qualcosa che potremmo definire fenomenologia della preda. Un’esperienza vissuta che proviamo in tutti i modi a sopportare, a normalizzare attraverso un’ermeneutica della negazione, tentando di dare un senso a questa esperienza svuotandola del suo aspetto invivibile, insopportabile. [?] Prova a vivere come sempre, a rassicurarsi facendo finta che vada tutto bene, a proteggersi facendo come se non fosse successo nulla, de-realizzando la propria percezione della realtà – in strada, proprio davanti a lei, un uomo la guarda dalla sua finestra giorno e notte, ma forse è lei a pensare che un uomo la guardi. Bella vive in questo sforzo costante che consiste nel dare pochissima importanza a sé: a ciò che prova, alle sue emozioni, al suo malessere, alla sua paura, alla sua angoscia, al suo terrore. Questo scetticismo esistenziale della vittima mostra una perdita di fiducia generalizzata che tocca tutto quello che è vissuto, percepito in prima persona. Poi, quando la negazione diventa impossibile, Bella sopporta: ripiegandosi su se stessa, nascondendosi nel suo appartamento, restringendo il suo spazio vitale che, nonostante i suoi sforzi, è violato. Vive nella banalità quotidiana di una preda che vuole ignorarsi, occupandosi dell’organizzazione della sua vita per salvarne il senso [?]” (ibid)Elsa Dorlin dimostra in questo passaggio questa fabbrica in azione sulle donne. Certo si tratta di un romanzo ma a volte è attraverso la fiction che si esprime meglio una realtà: questa paura paralizzante, più o meno permanente che si cerca di negare per continuare a vivere. Una paura inculcata, culturale, che impedisce di agire e che fa delle donne, ancora e sempre, dei corpi di vittime. L’abbiamo tutte più o meno fortemente sentita. Abbiamo tutte lottato contro questa paura per vivere malgrado tutto. Per rientrare tardi, per andare in viaggio da sole, per accettare un invito, per lavorare. Siamo obbligate a passare sopra questa paura altrimenti non facciamo niente.Sfortunatamente e paradossalmente questa paura inculcata e i nostri sforzi per passare al di là e cortocircuitano l’istinto, che include il timore necessario, quello che ci permette di sentire il pericolo e di reagire, in un modo o in un altro.

Fenomenologia della preda

La vera preda, l’animale cacciato da un predatore esterno alla propria specie, ha una grande attenzione per se stessa e accorda un’immensa fiducia a tutti i segnali di paura istintiva. Rifiutando di accordare quest’attenzione a sé, le donne si mettono ancora maggiormente in pericolo. Seguendo sempre l’analisi del romanzo Dorlin prosegue “La storia di Bella è anche la storia di un vicino, un uomo qualunque che abita nel palazzo di fronte e che un giorno ha deciso di violentarla. Perché? Perché Bella sembra così patetica, così fragile, così già ‘vittima’. E, se siamo tutte un po’ Bella, è anche perché, come Bella, abbiamo dapprima cominciato a non uscire più a una certa ora, in certe vie, a sorridere quando uno sconosciuto ci parla, ad abbassare lo sguardo, a non rispondere, ad accelerare il passo quando rientriamo a casa; ci siamo assicurate di aver chiuso bene a chiave le porte, tirato le tende, di non muoverci più, di non rispondere più al telefono. E, come Bella, abbiamo speso molte energie a credere che la nostra percezione di questa situazione non fosse degna di senso, che non avesse valore, realtà: a dissimulare le nostre intuizioni ed emozioni, a far finta che non stesse succedendo niente di rivoltante o, al contrario, che forse, sì, era inaccettabile essere spiata, molestata o minacciata, ma che eravamo noi a essere di cattivo umore, che stavamo diventando intolleranti, paranoiche, o che eravamo sfortunate, che questa “roba” poteva capitare solo a noi. Precisamente, l’esperienza di Bella è una somma di briciole di esperienze generalmente condivise ma anche la descrizione minuziosa di tutte queste tattiche prosaiche, di tutto questo fenomenale lavoro (percettivo, affettivo, cognitivo, gnoseologico, ermeneutico) che facciamo ogni giorno per vivere “in modo normale”, che dipende dalla negazione, dallo scetticismo e che rende indegno tutto ciò che ci riguarda. ” (ibid)Questa mancanza di attenzione a sé, al proprio sentire, comincia nell’infanzia, è allora che si opera la distorsione della percezione. Quante bambine sentiranno “Ti maltratta/ti picchia perché ti ama molto. È un maschio, è normale.” Esplicitamente o implicitamente si insegna alle bambine a non ascoltarsi. Che induce nelle donne adulte questa situazione paradossale, sentirsi preda, aver paura, ma dovendone negare senza sosta i segnali. Perché il predatore, il nemico non è di un’altra specie! Un coniglio non avrà mai il minimo dubbio sulle intenzioni di una volpe. Ma per noi che siamo della stessa famiglia, egli è nello stesso tempo un potenziale nemico ma può essere invece un amico, un amante, un marito, un padre, un padrone, un collega? Come mantenere il discernimento? Queste ingiunzioni paradossali avvelenano costantemente la vita della maggior parte delle donne. Allora lottiamo contro la paura con l’energia della disperazione. Cerchiamo bene o male di affermarci in questo mondo. E un giorno scoppia, allora la rabbia rimpiazza la sottomissione. A volte ci permette di reagire ma spesso distrugge tutto intorno.

Cosa può l’Aikido in questo stato di cose?

Credo che sia possibile camminare verso un cambiamento di questo stato di cose attraverso il corpo. Perché bisogna precisare che quest’atto di dominazione agisce molto profondamente a livello dei corpi, «L’oggetto di quest’arte di governare è l’impulso nervoso, la contrazione muscolare, la tensione del corpo cinesico, la scarica dei fluidi ormonali; opera su ciò che lo eccita o lo inibisce, lo lascia agire o lo contrasta, lo ritiene o lo provoca, lo rassicura o lo fa tremare, quello che lo fa colpire o meno” (ibid)Nell’educazione delle ragazze, come per le donne adulte, la pratica dell’Aikido sul lungo termine apre una prospettiva inedita. Un giorno, in occasione di una seduta di Aikido che conduceva mio padre, Régis Soavi, insegnante a Parigi da cinquant’anni, egli ha detto: “Prima di affermarsi, bisogna posizionarsi.” Questa frase mi ha colpito come la definizione perfetta di ciò che poteva essere l’Aikido per le donne. Invece di tentare di affermarsi, di rivendicare di fronte a una società che non ci ascolta o che rifiuta la nostra percezione, imparare prima a posizionarsi. Posizionarsi nel senso marziale del termine, quindi una questione di Shisei. Alla fine non essere una preda è una posizione, una postura. Non si tratta di essere un coniglio che si arma per difendersi ma, tramite la propria postura interiore, di dire “puoi essere una volpe, ma guarda, anch’io sono volpe e non coniglio”. Quando siamo posizionati, l’affermazione è là.

Posizionarsi prima di affermarsi

L’Aikido permette di creare delle nuove pratiche di sé che trasformano la nostra realtà e i nostro rapporti.La prima tappa è ritrovare, non il neutro illusorio, ma l’indeterminato, la sensazione della vita, prima delle separazioni. Nella nostra scuola, la Scuola Itsuo Tsuda, cominciamo con una meditazione, poi per una ventina di minuti pratichiamo dei movimenti e degli esercizi di respirazione che, benché possano assomigliare a un riscaldamento, non lo sono. Si potrebbe dire che si tratta di una comunione con lo spazio, con la vita che ci circonda. È un momento in cui ognuno è in sé e con gli altri in una respirazione comune indeterminata. Ueshiba O sensei diceva “Io mi posiziono all’inizio dell’universo”. Quest’indicazione, sebbene possa apparire strana, ci dà in effetti una prospettiva molto più vasta che un semplice esercizio. Dimenticare chi siamo, dove siamo e semplicemente respirare. Progressivamente la respirazione si approfondisce e la calma nasce, si comincia a ritrovare l’individuo, prima delle categorizzazioni, delle separazioni, della cultura. È un po’ come soffiare sulle braci per rianimare un fuoco che si spegne.Man mano che si pratica soli-e o a due, i corpi si liberano, i movimenti si dispiegano. Una pratica regolare, quotidiana se possibile, su un certo tempo, è necessaria per rimodellare il nostro rapporto con il mondo, poco a poco. Per ritrovare un corpo che abita il proprio spazio, che occupa la strada, che instaura un altro modo di essere. Come ho detto non si tratta di diventare delle superdonne, capaci di difendersi come delle eroine. Di rendere colpo su colpo. Si tratta di rieducare il nostro corpo e la nostra mente per avere un Shisei, un posizionamento diverso nelle nostre vite. Si tratta appunto di non ritrovarsi più “preda” ignorando i segnali d’allerta.Il ruolo dell’insegnante è di fare Uke il più possibile per aiutare i-le praticanti a sentire tutte le possibilità che si offrono loro, gli Atemi, il Ma-ai, il Hyoshi, tutto quello che farà la differenza prima di essere completamente bloccati-e. Se la paura ci sommerge si sovrastimerà l’attaccante e, pietrificati-e, la situazione peggiorerà. A forza di praticare si riesce a mantenere una respirazione più calma e, senza sovrastimare se stessi-e, a posizionarsi. È per questo che l’attacco deve essere ben portato, rappresentare un certo pericolo senza bloccare totalmente.Ciò ci permetterà anche di non ristagnare in una situazione prima di reagire, che sia famigliare, al lavoro, o altrove. E nello stesso tempo di non essere più intossicati-e da paure inutili, da angosce che non corrispondono alle situazioni che ci fanno ripiegare su noi stessi-e. Attenzione, non dico che le vittime di aggressioni avrebbero dovuto reagire, sappiamo che il restare paralizzati è una strategia di protezione dell’essere umano e che a volte la miglior cosa da fare è non battersi per non morire. Il mio discorso non riguarda per forza le situazioni estreme, di grande violenza, ma piuttosto quelle banali, cosiddette “poco gravi”, di cui abbiamo una paura inculcata e che per accumulazione sono devastanti.Non è semplice cambiare, uscire dal dualismo della sottomissione o della rabbia. È per questo che è tramite la pratica che il corpo si riscopre capace e che la mente si placa, si tranquillizza. Nella storia che ho citato, quella di Bella, il romanzo non comincia veramente che nel momento in cui per Bella la situazione si ribalta, il momento in cui infine, considera che finalmente basta così. Allora prenderà un martello. È stupita di aver finalmente la forza di sollevarlo, stupita che fosse sempre stato lì, a portata di mano. E il gioco al massacro comincia, al punto che questo romanzo farà scandalo in Inghilterra per la violenza della seconda parte.Per me non si tratta di legittimare la violenza di questo romanzo; questo detto, quante grandi opere, dal romanzo storico al western, da Ben Hur al Conte di Montecristo hanno fatto della vendetta la forza d’azione per degli uomini? Ma lasciamo stare. Credo che possiamo avere questa rivelazione della nostra potenza molto prima di arrivare agli estremi della distruzione di sé o degli altri.Man mano che si pratica un Aikido che ci riconcilia con noi stessi-e, si può ritrovare la sensazione della potenza. Non una potenza che schiaccia gli altri, ma la potenza che viene dall’hara, dal centro dell’umano. È un percorso centripeto che chiamiamo a volte empowerment quando delle persone s’impossessano di modi di essere, di pratiche di sé per smantellare le dominazioni che vengono esercitate su di loro e riprendere il potere sulla propria vita. Negli anni 60/70, delle femministe americane hanno usato questo termine per mettere in risalto una liberazione non dettata dall’esterno, in cui verrebbe detto ancora una volta alle donne ciò che devono essere, ciò che è “una libera donna occidentale”, ma piuttosto un’emancipazione centripeta, che si basi sui mezzi di cui ognuna dispone per rispondere da sola alle situazioni problematiche. In questa prospettiva l’Aikido può essere un processo di empowerment che permette di ravvivare le proprie risorse interne e di minimizzare il “disturbo radio” della paura culturale. Allora il nostro Shisei, il nostro atteggiamento sarà come quello dell’uccello del proverbio: “L’uccello non teme che il ramo ceda, perché non ha fiducia nel ramo, ma nelle proprie ali”.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

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Articolo di Manon Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 8 nel mese di gennaio del 2022. Note:1) Elsa Dorlin Difendersi, Fandango, 2020, traduzione italiana di Se défendre, La Découverte, 2019. Analisi del romanzo d’Helen Zahavi. Dirty Week-end, del 1991.

La paura, un’origine acquisita congenitamente?

di Régis SoaviLa paura ha una doppia origine, è prima di tutto una risposta primitiva, atavica, già perfettamente nota, ma ha anche un’origine acquisita congenitamente, ed è quindi proprio per questo una conseguenza della civiltà.Sebbene possa essere uno dei mezzi di difesa per la sopravvivenza, troppo spesso è diventata un handicap nelle nostre società industrializzate.La paura nel mondo di oggi tende a precedere quasi ogni azione per un gran numero di persone e non compare per caso, si presenta sotto forma di – ho trovato trentadue sinonimi per questa emozione – timore, apprensione, inquietudine, angoscia, ecc., questi ultimi intersecandosi si demoltiplicano(1) Ogni volta essa annulla l’atto, il gesto, l’iniziativa, o li distoglie dall’obiettivo prefissato, presentandosi come se fosse “la” risposta indispensabile ad ogni problema che si pone.

La respirazione, il suo meccanismo

Il blocco della respirazione e le difficoltà respiratorie di molti nostri contemporanei in caso di aggressione o, soprattutto, di minaccia di un conflitto possono essere spiegati con un meccanismo selvatico involontario, cioè primitivo, che si è irrigidito. Si tratta più di un’abitudine che è nata proprio dalla paura piuttosto che di una mancanza di allenamento a combatterla o a superarla. Blocchiamo l’aria, la comprimiamo, per rispondere nel modo più adatto a ciò che potrebbe accadere. Tratteniamo il respiro, “il fiato” per essere pronti ad agire, immagazziniamo aria con una rapida inspirazione perché per agire, per difenderci, per fuggire, o anche semplicemente per gridare, bisogna espirare. È l’espirazione che permette l’azione aggressiva o difensiva e quindi è l’ispirazione che, precedendola, ci rassicura perché ci posiziona in modo vantaggioso rispetto agli atti che sembrano inesorabilmente seguire. Istintivamente agiamo in questo modo ogni volta che pensiamo di doverci difendere, e questo fin dall’infanzia. In realtà, a prescindere dall’intenzione, non sempre possiamo difenderci, la società non lo permette, ci sono delle regole. In molti casi siamo costretti a rimanere in ansia, bloccati, con il fiato corto senza riuscire a liberarci. Basta ricordarsi della propria infanzia o adolescenza, delle proprie reazioni fisiche durante gli esami o semplicemente di quando uno dei nostri insegnanti interrogava a sorpresa o ci faceva una domanda su un argomento che non avevamo studiato abbastanza, o che avevamo saltato. Ci sono troppe persone per le quali la scuola ha rappresentato un percorso tragico durante il quale l’ansia, per quanto interiorizzata, è stata una delle loro più fedeli compagne nell’avversità. Non è così sicuro che, parafrasando l’aforisma di Nietzsche, “ciò che non ci uccide ci rende più forti”. Dipende troppo dall’individuo, dal momento e dalla situazione, tra le altre cose. Le difficoltà nell’infanzia non sono sempre all’origine di facoltà di resistenza o di resilienza come qualcuno potrebbe pensare, ma possono causare debolezze o handicap e questo spesso deriva in gran parte dal punto di partenza, dalla nascita, dall’ambiente familiare, ecc. Ma essendo la paura divenuta una reazione primaria abituale, un a priori che sorge in ogni circostanza, la soluzione adottata dal corpo attraverso un sistema involontario perturbato rimane sistematicamente la stessa: bloccare la respirazione. Quella che era la risposta corretta, diventa il suo opposto. “La soluzione diventa il problema”(2). Il corpo non riesce più ad espirare o a muoversi, nemmeno a parlare, tanto meno ad urlare. Se qualcosa si sblocca per qualsiasi motivo, allora arriva l’espirazione e con essa l’azione si rivela, il bisogno trova una risposta alla situazione, la paura passa in secondo piano e lascia il posto a reazioni che a volte verranno considerate anche come coraggio o incoscienza, codardia o buon senso a seconda del momento o dell’idea che se ne ha.

Régis Soavi - Essere istintivi
Essere istintivi

Una preesistenza alla nascita

È soprattutto dalla metà del XX secolo che nacque l’ideologia della conservazione della specie umana tramite la protezione delle manifestazioni della vita. Questo concetto di protezione impegnò la società occidentale in una corsa alla medicalizzazione dei corpi che non era mai stata nemmeno immaginata fino a quel momento. Questa profilassi, che poteva essere intesa come una risposta moderna e salvifica, è stata purtroppo effettuata facendo suonare campanelli d’allarme per semplici rischi che prima erano considerati normali e che erano intrinseci alla vita. Provocando così, tramite la paura che hanno generato, un effetto nocebo di un’ampiezza senza eguali in passato.La prevenzione in gravidanza è diventata negli anni una iper-medicalizzazione che si è banalizzata, e che ha privato in primis la donna, ma anche il padre, seppur in misura minore e per ripercussione, di un rapporto semplice con il corpo, con il proprio corpo. La gioia di portare in grembo un bambino, e la forza che ne deriva, si è trasformata in angoscia per ciò che accadrà, e anche per il suo presente nell’utero, la vita del futuro bambino che subisce il trauma della contrazione che sente, e che è causata dall’inquietudine dei suoi genitori. Purtroppo, l’inquietudine viene trasmessa più di quanto si pensi. Nonostante il desiderio del contrario, della serenità che vorremmo assicurare al bambino, questa preoccupazione si trasforma rapidamente in paura, timore del movimento, dei cambiamenti, e più in generale in apprensione di fronte all’ignoto. Le conseguenze sono facilmente prevedibili: rischi di shock emotivi e fragilità di fronte alle difficoltà che possono persistere nella vita futura del bambino. Durante il parto, se manca la tranquillità, se viene sostituita dall’agitazione o dall’ansia, si creano una tensione e una contrazione che bloccano la respirazione del neonato che non capisce cosa sta succedendo ma ne soffre visceralmente senza poter far nulla. A poco a poco, durante la crescita, la mancanza di risposta a questa incomprensione genererà inizialmente pianti e grida, poi una certa forma di apatia, di rinuncia, con l’abbandono della lotta se non si trova una soluzione soddisfacente a questa richiesta.

Taiheki uno strumento per la comprensione

Ho già avuto modo di spiegare su “Dragon Magazine”(Dragon Magazine Spécial Aîkido, n° 23, janvier 2019.) come la conoscenza dei Taiheki può essere uno strumento di qualità in particolari circostanze per comprendere le reazioni delle persone. La classificazione dei Taiheki sviluppata da Haruchika Noguchi sensei(3) si basa sul movimento involontario umano. Non si tratta di una tipologia che consente di inserire gli individui in piccole caselle, ma di identificare le tendenze comportamentali abituali, tenendo conto delle compenetrazioni che possono esserci tra di loro. Itsuo Tsuda sensei ce ne dà una rapida descrizione in questo estratto di uno dei suoi libri:«I 12 tipi di Taiheki sono i seguenti:1. cerebrale attivo 5. polmonare attivo 9. bacino chiuso2. cerebrale passivo 6. polmonare passivo 10. bacino aperto3. digestivo attivo 7. urinario attivo 11. ipersensibile4. digestivo passivo 8. urinario passivo 12. apaticoDa 1 a 10 si vedono le regioni di polarizzazione che sono 5:cervello, organi digestivi, polmoni, organi urinari, bacino.11 e 12 sono un po’ speciali, perché corrispondono a delle condizioni più che a delle regioni.Per una stessa regione, si ha un numero dispari e un numero pari. I numeri dispari si applicano alle persone che agiscono per eccesso di energia, a seconda della regione interessata. I numeri pari sono per quelle persone che subiscono l’influenza esterna a causa di una carenza di energia.» (Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Editions, 2014, p. 79.)Di fronte al pericolo quando si ha paura le risposte saranno molteplici, ma non lo saranno solo in base all’allenamento o alle capacità, ma anche, e soprattutto, a causa della circolazione del ki nel corpo, di questa energia che può essere coagulata in un punto o in un altro, portando a ristagni specifici e quindi risultati e risposte differenti.no

Régis Soavi - Non lasciarsi sopraffare
Non lasciarsi sopraffare
Gruppo verticalePerché l’azione si attivi, il ki deve andare al koshi ma quando c’è una coagulazione a livello della prima vertebra lombare, l’energia sale al cervello e ha difficoltà a ridiscendere. Ecco perché le persone di tipo uno, cerebrale attivo, tenderanno a sublimare la paura, a oggettivarla, a farne un oggetto da contemplare per analizzarla, e trovare una soluzione che soddisfi l’intelletto, perché l’azione, soprattutto un’azione immediata, non è la loro principale ambizione. Spesso fraintendiamo questo tipo di posizioni che possono sembrare stupide. Ci si chiede perché la persona non ha reagito in tali o tali circostanze, si troverà forse grazie ai Taiheki una risposta alle domande che ci si può porre sul mistero di certi comportamenti umani.Le persone di tipo due, cerebrale passivo, sono del tutto consapevoli di ciò che sta accadendo, ma il loro corpo non reagisce come aveva pensato il cervello, sebbene non ci sia nulla di imprevedibile. Non possono controllare la propria energia, che in questo caso scende, ma provoca reazioni fisiche incontrollabili come dolori di pancia o tremori che rendono difficile una risposta adeguata.Gruppo lateraleIn questo gruppo la coagulazione è localizzata a livello della seconda lombare e interessa l’apparato digerente. Ecco perché il tipo tre, digestivo attivo, va in panico mentre cerca di placare la paura, sgranocchia velocemente qualcosina che ha sempre a portata di mano in caso di necessità. Se ha un po’ più di tempo, mangia qualcosa di più sostanzioso, un panino, un pasticcino, l’importante è avere lo stomaco pieno; è grazie a questo che il suo plesso solare si ammorbidisce e la paura diminuisce o addirittura svanisce. Allora diventa diplomatico e cerca di sistemare le cose; se non ci riesce, allora si arrabbia e si lancia in modo disordinato, senza pensare alle conseguenze.Il tipo quattro, digestivo passivo, rimane inerte di fronte alla paura, incapace di reazioni. È una persona affabile e sembra quasi che la cosa non lo riguardi. Dall’esterno si vede molto poco della sua natura perché ha difficoltà ad esprimere le sensazioni o i sentimenti. Dal punto di vista dell’azione si presenterà come una persona premurosa, cortese, che cerca di appianare le cose, di sdrammatizzare la situazione.Gruppo avanti-indietroIl tipo cinque, polmonare attivo, ha tendenza ad inclinarsi in avanti, il che facilita l’azione energica; la regolazione o la coagulazione, o anche il blocco della sua energia si trovano a livello della quinta lombare.Quando si trova di fronte ad un pericolo, e quindi di fronte alla paura, lo vede come un faccia a faccia. Agisce spesso in modo estroverso, ma è anche uno che ragiona, che calcola; se la paura che prova è logica, la affronterà in modo metodico e si tirerà indietro solo se entra in gioco il suo interesse, cioè, se rischia di rimetterci le penne. Agisce a sangue freddo perché si è preparato, per lui l’allenamento ha sempre una ragione di esistere, al di fuori da ogni sentimento.Il tipo sei, polmonare passivo, invece, è introverso, inibito, ha un senso di frustrazione, ma d’altro canto si infiamma velocemente, soprattutto a livello verbale; di fronte alla paura si irrigidisce ancora più del solito ma può o esplodere come durante una crisi di isteria o rinchiudersi come un’ostrica, tenere il broncio e aspettare.
Régis Soavi - La postura è essenziale
La postura è essenziale
Gruppo torsioneIn questo caso la vertebra interessata è la terza lombare, è quella più in avanti rispetto all’asse della colonna vertebrale, è anche il perno a partire dal quale il corpo si muove dal punto di vista della rotazione. Senza rotazione di questa vertebra e senza curvatura lombare c’è poca possibilità di azione del koshi.Il tipo sette, urinario attivo, si torce in modo tale da proteggere i propri punti deboli, sia fisici che psichici, non vuol sapere nulla della paura, vuole ignorarla, e funziona. Sa che non può combatterla se non a rischio che essa si rafforzi e lo blocchi nella sua azione, ritiene che bisogna soprattutto non pensare, bisogna tirar dritto, costi quel che costi. Viene spesso considerato come un eroe o un incosciente, se ne frega, semplicemente non può resistere a ciò che lo spinge in avanti, l’azione è la sua ragione di vita e il suo modus operandi.Il tipo otto, urinario passivo, ha il koshi che diventa duro e il suo spirito combattivo si tende interiormente. D’altra parte, tende a fare il gradasso e si offende per un nonnulla. Affronta la propria paura se c’è un pubblico, o se viene messo in competizione, se un avversario lo sfida. Anche se non può vincere, si ostina in modo da non perdere, mentre il tipo sette vuole assolutamente trionfare. Esagera le condizioni che lo hanno portato ad avere paura e poiché ha una voce forte, a volte può imporsi con i suoi soli schiamazzi.Gruppo bacinoNel caso delle persone di tipo nove o dieci, la polarizzazione avviene in tutto il corpo. Si potrebbe dire che c’è una tendenza alla tensione, alla concentrazione, per gli uni e al rilassamento, o addirittura alla lassità permanente, per gli altri.Nel tipo nove, bacino chiuso, è la tensione a prevalere. Non ha paura facilmente perché il suo intuito gli permette di percepire il pericolo prima che si manifesti. In ogni caso, la paura, anche se presente in un dato momento, non lo ferma mai nelle sue iniziative. È una persona per la quale l’intuizione è più importante della riflessione. È vigoroso ma d’altra parte estremamente ripetitivo, è tenace e piuttosto introverso. La sua energia è interiorizzata a livello del bacino. Rappresenta un esempio per chi vuole osservare la continuità negli esseri umani.Il tipo dieci, bacino aperto, è il più capace di dissipare energia. Di fronte alla paura trova più forza per proteggere gli altri che per la sua protezione personale; si pensa che agisca per gentilezza, di fatto agendo così dimentica la propria paura e le proprie difficoltà. In caso di pericolo, se è solo, lungi dal cercare di combattere può cercare di fuggire, perché ciò che conta è rimanere in vita e quindi può facilmente essere considerato un codardo, mentre se sono in gioco altre vite è il suo istinto primordiale per la sopravvivenza che scaturisce in modo involontario “per assicurare il futuro della specie umana”. Rischia di soffrire a causa dell’opinione degli altri che ovviamente non lo capiscono in questo genere di casi, e che per questo reagiscono secondo la morale o idee inculcate sul coraggio.Tipo undici detto “ipersensibile”Reagisce molto rapidamente difronte alla paura perché vi è abituato, ma questa reazione non produce un’azione, essa sembra piuttosto avere un carattere emotivo ed egli ha una forte tendenza ad esagerarla. Anche se non succede quasi nulla, egli drammatizza perché si produce in lui un’accelerazione del cuore non appena il suo Kokoro viene turbato, può facilmente svenire o sviluppare un attacco d’asma. A causa della sua sensibilità esacerbata, è il candidato ideale per ogni tipo di derisioni, anche se vi sfugge, sa che può diventare un capro espiatorio e subire vessazioni alle quali non saprebbe come rispondere.Tipo dodici detto “apatico”Affinché possa reagire di fronte alla paura, ha bisogno di ricevere ordini chiari. Anche se si presenta con un corpo robusto e squadrato, questa è solo un’apparenza in quanto non sa come reagire, a volte lo fa in modo troppo forte, o lascia perdere. Ha tendenza a seguire la massa, ad agire se gli altri intorno a lui agiscono, a fare come tutti o ad aspettare subendo.Poiché la società tende a iperproteggere i cittadini, negando loro anche il diritto di difendersi da soli, salvo in determinate circostanze molto inquadrate dalla legge, si produce un intorpidimento degli individui che rischia di favorire una direzione che plasma corpi di tipo dodici qualunque sia il Taiheki di partenza.
Senza incidenti, così va l'uomo dabbene, calligrafia di Itsuo Tsuda
Senza incidenti, così va l’uomo dabbene, calligrafia di Itsuo Tsuda

Aikido, una speranza

La normalizzazione del terreno non avviene combattendo la paura. Se questo qualcosa che continua a vivere in noi, che aspira a una maggiore libertà, non si risveglia, è una lotta che rischia di essere solo superficiale. L’insegnamento dell’Aikido mira a rendere gli individui indipendenti e autonomi e non a formare combattenti, ciò non toglie nulla al fatto che si tratta dell’apprendimento di un’arte marziale. Si può imparare perfettamente la falegnameria o la musica senza voler diventare un professionista, ma essendo un appassionato capace di fabbricare un tavolo, o un armadio, capace di apprezzare una sinfonia, come pure un quartetto o un lied. Se si ha una buona formazione, si saprà reagire in modo corretto in ogni circostanza, si saprà valutare la situazione, si sentirà quando bisogna intervenire e come, o se ci si deve astenere da qualsiasi intervento. La pratica dell’Aikido trasforma le persone indipendentemente dal loro passato, dalle loro tendenze, ma solo a condizione che accettino di fermarsi nella loro folle corsa all’acquisizione di tecniche psichiche o fisiche che dovrebbero fornire la soluzione a tutti i problemi, a tutte le paure. La liberazione se è necessaria, a volte può anche venire dall’atto che consiste in un “indietro tutta”, per ritrovare l’equilibrio e la forza che ognuno di noi possiede e che aspettano solo di sorgere, di dispiegarsiVolete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 8 nel mese di gennaio del 2022.Notes :

  1. In francese “démultiplier” significa “aumentare la potenza di qualcosa moltiplicando i mezzi utilizzati”, esiste però anche un senso figurato che in italiano manca.
  2. Paul Watzlawick, teoria di Palo Alto.
  3. Haruchika Noguchi, ideatore del Seitai (1911-1976).

 

La Pratica Respiratoria

di Régis SoaviÈ consuetudine in quasi tutti i dojo chiamare i pochi esercizi che precedono un corso, “preparazione” o “riscaldamento”. E se non si trattasse di ginnastica o educazione fisica, ma di qualcos’altro! Tsuda sensei scriveva(1) che il suo maestro Morihei Ueshiba era furioso quando, già all’epoca, e sebbene non le avesse mai dato un nome, i suoi giovani allievi chiamavano questa parte esercizi preparatori o riscaldamento.

Una prima parte!

Per O sensei questa prima parte della seduta era indispensabile e inseparabile dall’insieme della sua pratica; per questo Tsuda sensei da parte sua, in mancanza d’altro, quando doveva parlarne ai suoi allievi o descriverla, le aveva dato il nome di “Pratica Respiratoria”. Spiega la sua scelta della parola “respirazione” – che per lui sarà una parola chiave per trasmettere un messaggio agli occidentali – fin dal primo capitolo del suo primo libro Il Non Fare: «Quando uso la parola respirazione, non parlo di una semplice operazione biochimica di combinazione ossigeno-emoglobina. La respirazione è allo stesso tempo vitalità, azione, amore, spirito di comunione, intuizione, premonizione, movimento.L’Oriente conserva ancora questi aspetti sotto il nome di prana o di quello di ki.Anche l’Occidente sembra averli conosciuti: ne sono testimoni la parola psyché, anima-soffio, o anima, da cui derivano parole come anima, animare, animale, animosità o spiro, da cui abbiamo tratto parole come spirito, ispirazione, aspirazione, respirazione.»(2) Questi esercizi di respirazione, di circolazione della nostra “energia vitale”, del nostro ki, sono ancora oggi di fondamentale importanza per me.

La ripetizione

Non posso davvero descrivere cosa c’è di diverso nella nostra Scuola rispetto a quanto si fa in altri luoghi, né farne l’apologia, perché sta ad ognuno farsi un’idea su ciò che riceve, su ciò che sente. Ogni insegnante di ogni Scuola o gruppo, per l’insegnamento che ha ricevuto, per il suo percorso, i suoi studi, avrà il proprio metodo, la propria pedagogia, adatta tanto a se stesso quanto ai suoi allievi. Alcuni usano nuove tecniche, attingono ad altre culture, cercano altri metodi di educazione, utilizzano una psicologia dell’apprendimento più moderna. Nulla è da denigrare, tutto è possibile e tutto è giustificato a priori per fare in modo di far vivere al meglio la nostra pratica, di trasmettere l’essenziale: “l’universalità del messaggio di pace di O sensei”. Una delle critiche che si possono fare alla “Scuola Itsuo Tsuda” è che è piuttosto ripetitiva e conservatrice. In effetti, questa prima parte che facciamo ogni mattina, non è cambiata da quando il mio maestro ha iniziato a insegnarla all’inizio degli anni settanta. Quanto a me, non essendone mai stanco, non ho mai, in più di cinquant’anni di pratica quotidiana, sentito il bisogno di cambiare qualcosa, né per me, né per i miei allievi. È anche questa ripetizione che permette un approfondimento della nostra respirazione e di conseguenza una scoperta dei princìpi che governano tutti i movimenti della nostra pratica.

Norito
Norito

I fondamenti di questo lavoro

Questa prima parte segue un ordine logico che le è proprio, e mi sembra inutile dettagliarne tutti i movimenti. Tuttavia, alcuni punti devono essere chiariti e in particolare che cosa la rende qualcosa di diverso da ciò che la maggior parte degli aikidoka generalmente conosce. Dopo il saluto verso il Kamiza, c’è una meditazione in seiza di qualche minuto, e la recitazione del Norito “Misogi no harae” da parte di colui che conduce la seduta. Si inizia quindi con un esercizio volto a liberare la regione del plesso solare da tutte le tensioni accumulate. Questo movimento deriva dal Katsugen undo, fu introdotto da Tsuda sensei e deriva dall’insegnamento del suo maestro di Seitai Haruchika Noguchi sensei. Per il resto, tutti gli esercizi che seguono sono stati insegnati per anni da O sensei. Non rivendico un ritorno alle origini, un’autenticità unica e nascosta fino ad oggi, di fronte alle distorsioni che sarebbero state causate da cattivi insegnamenti, perché è noto che O sensei variava gli esercizi di questa prima parte. Eppure, per quanto ne sappiamo, ce n’erano alcuni che non cambiavano mai. Il Saluto alle otto direzioni, o Funakogi undo(3) e Tama-no-hireburi(4) sono tra questi. Gli ultimi due hanno ritmi specifici, una respirazione precisa e un protocollo particolare rispetto alla direzione verso cui girarsi o quante volte eseguirli. Sarebbe noioso e forse anche azzardato descriverli in un articolo, perché vanno insegnati direttamente da maestro ad allievo sui tatami. Per quel che riguarda gli altri esercizi, ciò che più conta in tutti questi gesti non è il numero di volte che vengono eseguiti, né la velocità, né la forza, ma piuttosto l’intensità della vibrazione percepita da tutto il corpo in quel momento. Vale lo stesso discorso per il Kiai che la persona che conduce la seduta emette alla fine della Prima parte. Anche in questo caso, non è né la potenza del grido, del suono, né la sua intensità, ma sono la natura dell’atto, la profondità della respirazione, l’esattezza del momento e la concentrazione richiesta, legati alla correttezza della sua esecuzione, che trascendono l’azione per farne una risposta adeguata, un processo di normalizzazione del corpo. Ogni esercizio durante questa parte deve essere eseguito in uno stato di coscienza specifico. Bisogna concatenarli con la stessa concentrazione che impiegheremmo se da essa dipendesse la nostra vita, o almeno la nostra salute; e nello stesso tempo il rilassamento è indispensabile per la loro buona esecuzione. Il miglior atteggiamento possibile è quello di essere raccolti e allo stesso tempo senza pensieri, il che richiede alcuni anni di apprendimento, ma soprattutto, perseveranza.

La necessità di un contesto adeguato

Non posso non insistere sull’importanza dell’ambiente quando si intende fare la Pratica respiratoria in uno stile simile a quello che facciamo nella nostra Scuola. L’atmosfera che si respira in un dojo dedicato è di tutt’altra natura se la paragoniamo a quella che si trova in un club o in una palestra. Se inoltre in questo luogo dedicato siamo riusciti a creare un Tokonoma(5) in cui sono posti un Kakejiku(6) e un’Ikebana(7), la qualità della concentrazione, il rispetto del silenzio saranno più facili. Sarà così più agevole impregnarsi, immergersi in un ambiente che favorisce questa ricerca. Grazie a questo ambiente potremo trovare il modo di eseguire i gesti, le sequenze, che, un po’ come una coreografia che non ha mai nulla di superficiale, fanno muovere il corpo in modo da renderlo più permeabile alla percezione dei flussi interiori, rendendolo più morbido, oltre che più reattivo. Si tratta semplicemente di ritrovare il cammino intrapreso dai sensei del passato, di capire perché chi ci ha guidato, tutti quelli che ho conosciuto o talvolta semplicemente incrociato durante stage, o incontri, seguivano molti di questi “riti” senza porre domande in gioventù, ma cercando poi le risposte dentro di sé.

Funakogi undo
Funakogi undo

La scoperta dello Yin e dello Yang

È ne La via degli dei che Tsuda sensei riporta questo avvertimento di Madame Nakanishi(8), grande maestra nell’arte del Kotodama(9) :«”Dopo la scomparsa dell’iniziatore, i kata, le forme, cominciano a decomporsi perché i successori non sono in grado di capire cosa abbia motivato l’iniziatore nel profondo. Si ereditano le forme, le si semplifica, le forme degenerano”, ha detto la signora Nakanishi.L’Aikido, concepito come movimento sacralizzato dal Maestro Ueshiba, sta scomparendo per lasciare il posto all’Aikido atletico, sport di combattimento, più conforme alle esigenze dei civilizzati.»(10)Queste osservazioni di due grandissimi maestri, Nakanishi sensei e Tsuda sensei, avrebbero potuto scoraggiarmi del tutto, eppure è proprio questo tipo di frasi che mi ha stimolato e spinto in avanti. La scoperta dello Yin e dello Yang, è proprio in questa prima parte che possiamo farla perché è una pratica “solitaria”. Niente può turbarci finché rimaniamo concentrati sulla percezione di ciò che sentiamo, è come una corrente interiore che a poco a poco si traduce in termini di Yin e Yang. È un approccio empirico fondamentalmente non mentale e l’intero corpo ne percepisce immediatamente gli effetti. Allora il nostro Aikido si trasforma, si entra in un’altra dimensione, con una prospettiva psicofisica di maggiore ampiezza, vale a dire il fatto di sentire concretamente nelle proprie membra, in tutta la propria postura, la circolazione del Ki come flussi differenti che hanno una natura precisa, positiva o negativa, Yin o Yang. Correnti che si trasformano e si alternano a volte passando dallo Yin allo Yang, circolano da un lato all’altro, girano o si fermano inaspettatamente e alla fine ci guidano in tutti i nostri movimenti nonostante ne abbiamo a malapena coscienza. Ciò non avviene dall’oggi al domani, ma ha dato un senso alla mia pratica dell’Aikido, mi ha permesso di perseverare, e di superare i momenti di scoraggiamento, i passaggi difficili, quelli in cui ci si sente bloccati, senza slancio. È anche grazie a queste ripetizioni quotidiane, a tutti questi gesti, che il nostro corpo si rigenera e percepisce gli altri non solo attraverso il loro aspetto fisico o sociale, ma piuttosto attraverso quello che emanano nel profondo, che non è soltanto psicologico ma di tutt’altro ordine, di altra natura.

Dalla pratica solitaria all’osmosi

Si tratta di una metamorfosi qualitativa importante che non è fatta per far sognare, perché è fuori dall’ordinario, e perché questa trasformazione apre delle possibilità per percepire il nostro universo, la nostra umanità in tutta la sua complessità. All’opposto dei mondi virtuali che ci vengono proposti tramite la tecnologia e i rapporti sociali nel nostro quotidiano, si inizia a percepire l’universo del reale, la sua natura profonda. Allo stesso tempo non così diversa dalla nostra vita di tutti i giorni e tuttavia di tutt’altro genere. Ogni esercizio di questa prima parte è legato al nostro respiro, ogni movimento è in relazione con l’inspirare o l’espirare. Tsuda sensei pronunciava ad alta voce Ka all’inspirazione e Mi all’espirazione, ci spiegava che quando si unisce la respirazione si realizza Ka e Mi che diventano Kami che si può tradurre con Dio. Non si tratta di un dio in senso religioso e neanche in senso mistico ma più concretamente della vita in tutte le sue manifestazioni. La marzialità non scompare, ma viene solo trascesa. Si comprenderà meglio perché Tsuda sensei scriveva «L’Aikido, la via di coordinazione del ki, è un’arte di “fondere il ki” dunque una forma marziale di osmosi.»(11)

L’Aikido, religione o filosofia?

Dal momento in cui si ritualizza tutta o una parte della pratica in un’arte marziale, si viene accusati di religiosità o di misticismo. Il Reishiki, i saluti, la concentrazione, le diverse meditazioni, tutto diventa sospetto, come tutto ciò che ne fa un’arte pacifica, rispettosa dell’essere umano. È difficile spiegare alla luce del materialismo scientifico e delle attuali conoscenze quale sia l’interesse di una pratica ritualizzata poiché sfugge dall’idea di progresso. Eppure il mondo della ricerca malgrado tutto va avanti con gli studi attuali per comprendere in maniera più accurata come funziona il nostro ambiente. Ma gli studi devono avere un che di scientismo per essere accettati. Per esempio si può arrivare a collegare dei sensori, fabbricati a partire da rivelatori di menzogne, a delle piante per comprenderne il linguaggio, quando non si è ancora in grado di spiegare perché certe persone abbiano il “pollice verde”. Si cerca con qualsiasi mezzo di riprodurre la natura per i benefici che apporta all’essere umano, senza comprendere come questa stessa natura faccia questo lavoro. Si analizza, si divide, si taglia, per trovare l’elemento attivo di una sostanza senza rendersi conto che è l’insieme a creare questo composto. Se manca una sola parte, un solo elemento, o se il ritmo non è rispettato, il risultato sarà completamente diverso, e può anche essere contrario a ciò che si era sperato di trovare o a ciò che si era scoperto prima. Se non abbiamo bisogno di religioni che ci incatenino a dei dogmi, non abbiamo neanche bisogno di ideologie che limitino le nostre libertà o peggio ci asserviscano. Anche se alcune di queste nuove credenze o di queste dottrine, a volte con presunto valore scientifico, sono state concepite per il nostro “bene”, per la nostra “felicità” presente o futura, non valgono ai miei occhi più delle chimere del passato. Un’alienazione vale l’altra. La ricerca dell’unità dell’essere resta per molti di noi il valore ultimo; per trovarla, la Pratica respiratoria rimane uno strumento di qualità, a nostra disposizione. Gli dei antichi sono morti come rappresentazioni, come immagini proiettate dall’umanità, ma quest’energia che era loro attribuita e che ci anima c’è sempre, possiamo sentirla, riscoprirla e utilizzarla in noi.

Tama-no-hireburi
Tama-no-hireburi

Mantenere la salute

“La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non consiste soltanto in un’assenza di malattia o infermità”(12). Questa è la definizione dell’OMS, e noi in Occidente l’accettiamo come fosse scontata. Viene spesso compresa alla lettera così come il suo corollario con le sue implicazioni: bisogna combattere la malattia, eliminare i microbi, i virus, bisogna correggere la natura che è così imperfetta, bisogna sostenere, proteggere l’essere umano, ecc. La dottrina diventa così assoluta che finisce per dare risultati contrari a quanto si sperava, e in particolare questo: “le persone s’indeboliscono”. Invece di dare la possibilità al corpo di svilupparsi in modo naturale, lo si obbliga a preservarsi da tutto quello che potrebbe eventualmente essere pericoloso o lo si blinda. Si forza, e lo si forza in nome di imperativi concettuali sulla salute, cosiddetti scientifici o medici. Si rinforza l’educazione teorica sul funzionamento del corpo così come sull’igiene senza comprenderne i fondamenti, si norma l’estetica dei giovani ragazzi e ragazze, a scapito della loro reale salute. Il risultato è lungi dall’essere all’altezza delle speranze che la nostra società vi ha riposto ma il condizionamento c’è, e per molto tempo. La Pratica respiratoria, questa prima parte accessibile a tutti qualunque sia il nostro passato o il nostro stato fisico, è forse la risposta a ciò che si sente quando si scopre il peso dell’oppressione che si esercita sul corpo, il nostro corpo, e la sua influenza sulla nostra mente, la nostra riflessione e di conseguenza sui nostri atti.

Dei gesti semplici

È un processo di decontaminazione che può cominciare. Come per il pianeta quando bisogna disinquinare la natura, è importante interrompere un processo, smettere di utilizzare gli stessi funzionamenti, di “fare un po’ di più della stessa cosa”(13). I gesti semplici associati alla respirazione, la “circolazione del ki” portano, fin dall’inizio di questo lento lavoro di ricostruzione, risultati visibili che stupiscono spesso chi è vicino alle persone che praticano, qualunque sia la loro età o la loro condizione fisica. La vera difficoltà sta nella continuità molto più che negli sforzi che sono in realtà estremamente modesti. È anche possibile limitarsi a questa prima parte se lo si desidera o se delle condizioni imperative ci obbligano a farlo, il benessere che ne risulterà non sarà minore, perché l’unità “corpo-spirito” che verrà ritrovata è il vero regalo che la nostra natura profonda ha sempre cercato.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 7 nel mese di ottobre del 2021.Note :1) Itsuo Tsuda, La scienza del particolare, Yume Editions, 2019, p. 148.2) Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Editions, 2014, p. 18.3) Spesso tradotto come “movimento del remo”.4) Tsuda sensei lo traduceva con “Vibrazione dell’anima”.5) Rientranza della parete utilizzata per esporre un Kakejiku.6) Incorniciatura in forma di rotolo per una calligrafia o un dipinto.7) Composizione floreale giapponese.8) La signora Nakanishi, sacerdotessa Shinto, insegnò il Kotodama al maestro Ueshiba.9) Il Kotodama è la conoscenza del potere spirituale attribuito ai suoni.10) Itsuo Tsuda, La voie des dieux, Le Courrier du Livre, 1982, p. 128.11) Itsuo Tsuda, Il Non Fare, Yume Editions, 2014, pp. 70 e 71.12) Primo principio enunciato del preambolo della Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) adottata dalla Conferenza internazionale della Salute, firmata dai rappresentanti di 61 stati nel luglio 1946 ed entrata in vigore il 7 aprile 1948.13) Paul Watzlawick, teorico della Scuola di Palo Alto.

Una Scuola della sensazione

di Manon SoaviAl giorno d’oggi, alcuni di noi non vogliono più sentire. Non sentire più il caldo, il freddo, il dolore o la stanchezza. A mano a mano che l’individuo si piega agli imperativi sociali, alle norme e ai consigli, trascurando i bisogni specifici del corpo, diventa insensibile. Molto spesso allora non si sente più con precisione se si ha fame o meno, se si ha voglia di finocchio, formaggio o carne. Alcuni non sanno più se i loro piedi sono caldi o freddi. E in fondo sentire fa paura…Sempre di più, a causa delle condizioni in cui viviamo, perdiamo la nostra facoltà di sentire. Sentire l’ambiente, gli altri e soprattutto sentire noi stessi. Eppure come autodeterminarsi, orientarsi nella propria vita se non ci si sente? O in modo non abbastanza fine? Nell’insegnamento di Tsuda Sensei questa domanda era essenziale e egli utilizzava le pratiche dell’Aikido e del Seitai come strumenti per ritrovare la sensibilità, questa capacità tanto denigrata perché confusa con il sentimentalismo. Il primo dojo di mio padre, Régis Soavi, aperto nel 1984, si chiamava École de la Sensation, (Scuola della Sensazione), per dire fino a che punto sia un asse importante nella nostra Scuola.Per Tsuda Sensei inizia un processo di ritrovamento della sensibilità grazie al fatto di prestare regolarmente attenzione a fenomeni che il più delle volte trascuriamo. Lo scrisse con il suo stile inimitabile “Non sta a me dire che un sistema è migliore di un altro. È il campo della politica, o quello del riformatore. Mi accontento di annusare frammenti di informazioni qua e là, e di chiedermi se un tale odore non provenga dal vino di Bordeaux, dalla birra belga o dalla zuppa di cipolle. E aspetto la conferma.Le mie osservazioni non sono scientifiche, sono solo sensazioni. Le mie sensazioni sono più o meno attenuate come quelle di tutti i civilizzati che sono formati secondo l’educazione moderna, vale a dire sotto la pressione dei vari sistemi.Cerco però di ravvivare le mie sensazioni, di purificarle per non confondere il vino con la birra.”(1)Ma a che serve ravvivare le proprie sensazioni? Per molte persone la sensazione è piuttosto imbarazzante. Oppure si dovrebbero sentire solo le cose buone, le cose divertenti e belle. Purtroppo (o per fortuna?) la sensazione è un tutto, inscindibile e necessario per l’essere umano. “La sensazione è un’attività vitale che assicura un aggancio al mondo reale”(2) diceva Tsuda Sensei.Attraverso la sua ricerca filosofica e la sua doppia formazione (giapponese per le pratiche del corpo, occidentale per l’antropologia e la sociologia), Itsuo Tsuda ha cercato di far vedere ciò che perdiamo diventando insensibili. Far vedere che, nonostante gli apparenti vantaggi a breve termine di non sentire più, ne usciamo sminuiti, indeboliti. Il suo percorso lo ha portato a capire che più ci circondiamo di oggetti e tecnologie che ci aiutano, ci sostengono, più ci affidiamo ad esse per fare le cose, e più gradualmente perdiamo la capacità di fare noi stessi. Questo non è grave di per sé e fa parte delle capacità evolutive. Scrive a questo proposito il paleoantropologo Pascal Picq: “Le innovazioni tecniche e culturali sono in realtà le cause delle nostre trasformazioni biologiche. [?] Da Erectus, i fattori comportamentali e culturali sono diventati essi stessi motori di trasformazioni evolutive: biologia e cultura intrecciano interazioni sempre più complesse, anche negli aspetti più fondamentali che costituiscono gli esseri umani [?].(3) I problemi sorgono quando siamo talmente supportati da ogni parte che diventiamo incapaci di fare le cose da soli. Non si tratta di rifiutare qualsiasi evoluzione tecnologica ma di tener conto nell’equazione di ciò che si perde con ogni dipendenza. Tsuda Sensei si rammaricava di essere stato “inondato da queste paccottiglie scientifiche che ci tolgono ogni possibilità di esercitare la nostra facoltà di concentrare l’attenzione e di sentire.”(4)

Sei, vita, calligrafia di Itsuo Tsuda. La sensation de la vie
Sei, vita, calligrafia di Itsuo Tsuda.

Sentire la vita in ogni cosa

Itsuo Tsuda come giapponese e con il suo sguardo da antropologo faceva emergere le differenze di approccio tra Oriente e Occidente. Non per classificarle o contrapporle, ma al contrario, perché potessero arricchirsi a vicenda. Tra le caratteristiche principali della visione tradizionale giapponese, Hiroyuki Noguchi (dalla famiglia di Haruchika Noguchi, creatore del Seitai) parla della nozione di Sentire la vita in ogni cosa come di un asse essenziale della concezione della vita dei giapponesi. Il riconoscimento dell’onnipresenza della vita era la chiave di volta dell’esperienza umana giapponese e portava a tutti la certezza di una corrispondenza tra tutte le cose. Possiamo dire che la società occidentale che si è composta dall’età dell’Illuminismo si è basata su parametri di riferimento esterni all’uomo, movimento dei pianeti per il suo calendario, divisione del tempo basata su un calcolo matematico, misurazione delle temperature su scala centesimale, ecc. Il carattere predominante è dell’ordine dell’astrazione e dell’oggettività.Eppure sappiamo tutti che un’ora in buona compagnia passa più velocemente di un’ora in metropolitana o in ufficio, se lì ci si annoia. O addirittura passa più velocemente di quindici minuti di attesa di un autobus. Il punto è il sistema di riferimento: per essere organizzati nella società abbiamo bisogno di un sistema di riferimento esterno, ma la percezione umana si basa sui nostri stessi sistemi di riferimento che sono le nostre sensazioni, che sono totalmente soggettive e dipendono dal nostro stato, dalla situazione, ecc.Al contrario, la società giapponese, più di un secolo fa, era interamente fondata sull’esperienza diretta e sul rapporto sensibile dell’uomo con il suo ambiente e con se stesso. Il punto di riferimento era la sensazione. Ad esempio, il calendario tradizionale era calcolato secondo il ritmo delle stagioni e dei cicli di vita degli animali. Così, cambiava ogni anno e dava più importanza al modo in cui gli uomini vivevano le stagioni piuttosto che alle date. Nella musica, era il ritmo della marcia a stabilire il tempo e non il metronomo. Allo stesso modo in tutti i campi dell’artigianato, i maestri (tintori, vasai, fabbri, falegnami…) consideravano vivi i materiali che usavano. Ciò che contava di più era la sensibilità esercitata nel rapporto tra l’uomo e il materiale con cui lavorava.Si può anche notare che tutte le culture antiche avevano questo tipo di approccio basato sull’individuo fino a che non venivano organizzate in maniera sistematica da un sapere ufficiale, spesso scollegato dalla realtà mutevole e territoriale. Queste conoscenze del territorio, in contatto con la realtà delle persone, sono chiamate conoscenze vernacolari. L’antropologo James Scott fa un esempio: “[?] il consiglio dato dal nativo americano Squanto ai coloni bianchi del New England su quale fosse il momento migliore per seminare una pianta che non conoscevano ancora: il mais. Stando a quel che si dice, suggerì loro ‘di piantarlo quando le foglie di quercia sono della misura di un orecchio di scoiattolo.'(5) James Scott fa notare che un almanacco contadino avrebbe indicato una data, o un periodo, ma che una data non avrebbe tenuto conto delle differenze tra ogni anno, le differenze tra un campo al nord o un campo che beneficia più a lungo dei raggi del sole. La singola prescrizione si adatta male al contesto, mentre un’indicazione vernacolare si basa sulla persona che può fare questa osservazione rigorosa degli eventi primaverili, che si verificano ogni anno, ma ogni volta in modo diverso, più precocemente o più tardi. La conoscenza vernacolare non è né trasponibile né universale, ma è verissima e reale per chi la vive direttamente.

Il Seitai

La stessa questione si ritrova nel rapporto con il corpo. Stessa inversione anche del sistema di riferimento, perché piuttosto che partire dalle conoscenze mediche generali, che hanno un valore innegabile ma che difficilmente si adattano a una realtà mutevole, unica per ogni individuo, il Seitai non prende come base riferimenti esterni di peso, temperatura o analisi, per quanto sofisticate e precise, ma il campo dell’individuo, nella sua globalità. Sono le sensazioni interne che saranno le guide dell’equilibrio e della salute.La nozione di Seitai creata da Haruchika Noguchi Sensei negli anni ’50 si distingue quindi molto chiaramente dai consueti approcci terapeutici. Il suo modo di considerare l’attività del corpo si basa sulla constatazione che il corpo ha una naturale capacità di riequilibrarsi per assicurare il suo corretto funzionamento. E che se si ascolta il proprio bisogno di equilibrio, se si è abbastanza sensibili ai segnali, il corpo mantiene il suo equilibrio da solo nella maggior parte dei casi.La salute non è quindi considerata come assenza di malattia, essendo la malattia solo il sintomo di un corpo che lavora per ristabilire il suo equilibrio. È durante i suoi anni di intensa attività come professionista che Haruchika Noguchi si rende conto che a forza di cercare di facilitarsi la vita o di proteggersi per rimanere in salute, il corpo si indebolisce, con conseguente bisogno di nuovo supporto. E allo stesso tempo, se il corpo si indurisce al punto da diventare insensibile, è anche debole perché manca la flessibilità che consente la reattività: “Le persone impazienti immaginano di essere in buona salute perché non sono mai ammalate. Ma se il corpo è sensibile a un cattivo stimolo, gli resiste, lo supera e si normalizza: la valvola di sicurezza del corpo sta funzionando e attraversate la malattia. […] Se un lebbroso è ferito, non sente dolore. Se il corpo non sente che qualcosa non va, le sue capacità di rigenerarsi non vengono stimolate. Il corpo reagisce solo se è in grado di sentire che c’è qualcosa di anormale. [?] È necessario rendere il sistema extrapiramidale sensibile, in modo che le capacità di recupero dell’organismo sorgano naturalmente per correggere anche piccole anomalie. È in quest’ottica che inizio le persone al Katsugen undo.”(6) Il Katsugen undo – una pratica del Seitai – tradotto come Movimento rigeneratore da Tsuda Sensei, ha quindi in particolare questa funzione di sensibilizzare il corpo. Diventeremo più sensibili, le nostre sensazioni si affinano. Ciò non significa che non avremo mai bisogno di assistenza, tutto dipenderà dalle capacità del nostro corpo, ancora una volta nessuna verità assoluta, solo la sensazione che ci guida per sapere se abbiamo bisogno di aiuto o se il nostro corpo reagisce a una perturbazione in modo normale.Col tempo, la sensazione dei nostri stati fisici e mentali diventa più raffinata e più precisa. Allo stesso modo la nostra percezione degli stati degli altri diventa molto più chiara. Praticando lo Yuki a due nel Katsugen undo si è portati a non intervenire sugli altri, ma semplicemente a fondersi attraverso un leggero tocco sulla schiena e l’attenzione alla respirazione. A poco a poco la nostra sensazione degli altri diventa molto più penetrante, non ci accontentiamo delle parole che ci dicono, delle maschere sociali che mostrano. Non si tratta di cadere nell’interpretazione o nell’analisi. Si rimane semplici di fronte a queste sensazioni naturali sebbene spesso dimenticate.

Esercizio di sensibilità con il contatto della mano.
Esercizio di sensibilità con il contatto della mano.

L’Aikido

L’altro strumento di sensibilizzazione del corpo utilizzato nella nostra Scuola è l’Aikido. Le persone che praticano lo fanno per una serie di motivi ovviamente, ma una delle conseguenze della pratica dell’Aikido può essere una maggiore sensibilità se ci si orienta verso una certa direzione. La Scuola del maestro Sunadomari, ad esempio, accorda una grande importanza a tre principi: Ki no nagare (circolazione/flusso del ki), Kokyu Ryoku (respirazione/ritmo) e Sesshoken Ten (contatto con il partner attraverso il ki). Possiamo dire che questi principi sono anche i fondamenti della Scuola Itsuo Tsuda e che richiedono un affinamento delle nostre sensazioni per essere scoperti e messi in pratica. Non sorprende che un’attenzione costante a determinate sensazioni li sviluppi. I ricercatori che studiano la propriocezione sono colpiti dalle capacità di ciò che per loro è un senso a tutti gli effetti, e un senso che può essere addestrato. Ora stanno facendo studi per vedere come, ad esempio, in certi mestieri, sviluppiamo un acuto senso della propriocezione che abbraccia il nostro ambiente e gli altri. Lo vediamo in modo spettacolare con i piloti della Pattuglia Acrobatica Nazionale che praticano un rituale di preparazione prima di ogni volo. Questo rituale si chiama “musica”. Seduto su una sedia, ogni membro del team imita i gesti di pilotaggio della sequenza secondo gli ordini del leader. È così che le menti dei piloti provano la coreografia di una presentazione aerea mozzafiato. Una performance durante la quale, lo dicono loro stessi, non avranno tempo per pensare, saranno guidati dalle loro sensazioni interne, che allenano quotidianamente.È nella stessa disposizione di spirito che pratichiamo tutte le mattine, abbastanza lentamente. Ci sono momenti più dinamici in una seduta ovviamente, ma molto lavoro lento che richiede una certa concentrazione e attenzione alle nostre sensazioni. È necessaria anche un’attenzione a ciò che l’altro ci comunica in risposta: essa ci confermerà o meno che siamo nella giusta linea, nella giusta angolazione. Non sarà questione di misurazioni oggettive, millimetriche o altro, sarà la sensazione dell’altro, Uke o Tori, che determinerà se abbiamo fatto un Kuzushi corretto, o un Tenkan sufficiente, in quell’istante. Nell’ultima parte della seduta facciamo sempre ciò che chiamiamo movimento libero, un lavoro libero in cui il/i partner attaccano un Tori come meglio credono. Ogni Tori deve gestire gli attacchi del suo Uke, reagendo spontaneamente, perché è impossibile prevedere il movimento, non ci sono istruzioni. Siccome eseguiamo questo esercizio in ogni seduta quotidiana, tutti vi partecipano senza distinzione di livello. Spesso i principianti si tendono, la paura sale, allora bisogna che uke rallenti, che faccia degli attacchi più prevedibili in modo che Tori abbia il tempo di sentire. Perché l’obiettivo non è applicare a tutti i costi la propria tecnica o bloccare Tori. L’obiettivo è ancora esercitare la nostra sensazione, quella che ci fa reagire all’attacco in corso e deviarlo, muovendosi allo stesso tempo senza calcoli. A poco a poco, a forza di praticare lentamente, si può accelerare sempre di più, e la reazione avviene più spontaneamente. Allora la velocità dell’attacco, la sua messa in atto, o renderlo meno prevedibile, non sarà più un problema, perché saremo nel tempo. Ricordo benissimo che i miei maestri di pianoforte facevano tutti la differenza tra quando, per avere il tempo giusto, suonavo veloce e, scontenti, mi dicevano “è veloce, precipitoso, frettoloso”, e quando, a furia di esercitarmi, riuscivo a suonare veloce, ma sembrava che lo padroneggiassi. Allora non era più veloce. Era il tempo giusto eppure era la stessa velocità oggettiva con il metronomo, o addirittura più veloce, lo constatavo con rabbia! La sensazione di velocità dipende dalla padronanza del musicista e dalla percezione dell’ascoltatore. In breve, la sensazione dell’istante unico.Il grande direttore d’orchestra Sergiu Celibidache rifiutava le registrazioni dei concerti perché per lui catturavano un momento pienamente adeguato alla realtà, per farne un momento congelato, riproducibile, che diventava falso una volta tolto dal contesto. Per lui il tempo non era dell’ordine del tempo fisico, non era un dato metronomico ma una condizione che fa sì che le manifestazioni musicali si esprimano.

Il tatto

In molte arti marziali l’ottenimento di capacità particolari di percepire gli attacchi prima che accadano è stato oggetto di ricerca e di fascino. Yomi, Hy?shi, Metsuke, Yi, ecc., tutti questi “concetti” parlano di questo, di sensibilità smisurate, necessarie per il vero combattimento ovviamente. Ma c’è un senso ancora più banale che la nostra società sta sempre più dimenticando, arrivando oggi al culmine: il semplice tatto. Eppure, questo senso primario, banale, è vitale per noi.Può essere triste dover aspettare che i ricercatori confermino ciò che sappiamo intuitivamente, ma il tatto è letteralmente un senso vitale. È il primo senso a svilupparsi nel neonato ed è l’ultimo alla fine della vita, mentre gli altri sensi declinano, le fibre nervose cutanee che reagiscono al tatto rimangono vitali la maggior parte del tempo fino alla fine. È la prima e l’ultima modalità di comunicazione tra gli esseri umani. Ancora più importante, il contatto fisico rappresenta un bisogno vitale: essere toccati è indispensabile per un buono sviluppo fisico, immunitario e cerebrale. In assenza di un contatto fisico regolare nell’infanzia, i disturbi sono molteplici e catastrofici. Anche per un adulto, essere privato del contatto fisico per troppo tempo porta a problemi fisici e psicologici. Per Francis Mcglone, uno dei più importanti neuroscienziati che studia il tatto, “Per noi il tatto è indispensabile tanto quanto l’aria che respiriamo e il cibo che mangiamo. […] Il rischio di morte prematura dovuto al consumo di tabacco, al diabete o all’inquinamento è di circa il 40%. Quello dovuto alla solitudine è del 45%. Ma nessuno si è ancora davvero reso conto che ciò che manca alle persone sole è proprio il contatto fisico”.(7)Inoltre, secondo questa ricerca, il corpo si disabitua e quindi tollera sempre meno di essere toccato, sebbene i danni causati da questa assenza si facciano sentire. C’è un processo di desensibilizzazione. Questo è in linea con il punto di vista di Tsuda Sensei per il quale “L’organismo si difende indurendosi. Si diventa insensibili alle sensazioni esterne e interne. Non ci viene neanche il raffreddore. Si è robusti. […] L’indurimento ci procura una parvenza di salute che fa invidia alla gente che soffre continuamente di piccoli malanni. […] Si perde a poco a poco la finezza nell’espressione e si diventa rigidi. La robustezza ha il proprio rovescio della medaglia: la fragilità. […] Mubyo-byo, malattia senza malattia, è così che il Maestro Noguchi definisce questo stato di desensibilizzazione che isola l’uomo dal proprio ambiente.”(8)Fortunatamente questo processo non è irreversibile e si può iniziare il cammino inverso, per risensibilizzare il corpo. Le arti marziali con il contatto sono fra le ultime roccaforti, insieme alla danza probabilmente, dove toccarsi è ancora possibile, dove sono le informazioni trasmesse dal tocco che saranno decisive per la nostra reazione. Per conservare o ritrovare la sensibilità che si ricollega con le nostre capacità umane.Note:1) Itsuo Tsuda, La Voie des Dieux, Le Courrier du Livre, 1982, p. 12.2) Itsuo Tsuda, Uno, Yume Editions, 2020, pp. 37 e 38.3) Pascal Picq, Et l’évolution créa la femme, Odile Jacob, 2020, p. 243.4) Itsuo Tsuda, Uno, Yume Editions, 2020, p. 105.5) James C.Scott, Elogio dell’anarchismo, Elèuthera, 2014, p. 60.6) Haruchika Noguchi, Order, Spontaneity and the Body, Zensei, 1984, traduzione della Scuola Itsuo Tsuda.7) Francis Mcglone, dans Le pouvoir des caresses, documentaire de D.Kaden, Allemagne, 2020, production Arte.8) Itsuo Tsuda, La Scienza del Particolare, Yume Editions, 2019, p. 25.

Armonia o Coercizione e Scappatoia

Di Régis Soavi. Coercizione: l’atto di costringere qualcuno, per forzarlo ad agire.Scappatoia: modo abile e indiretto per uscire dall’imbarazzo.Queste sono le definizioni del dizionario. Nei sinonimi di scappatoia troviamo: schivata, scampo, evasione e anche via d’uscita. Non sarebbe piuttosto questo il significato da dare agli Ukemi che, di fatto, nell’Aikido, non sono che risposte intelligenti alle proiezioni?

Una via d’uscita

Come abbiamo visto nello Speciale Aikido N°22 di Dragon Magazine riguardante gli Ukemi, la caduta nella nostra arte non è mai considerata come una sconfitta ma piuttosto come un andare oltre. È anche, a volte, semplicemente un mezzo per uscire da una situazione che nella realtà potrebbe essere pericolosa, anche fatale se accompagnata da certi Atemi, o se cadendo viene toccato un punto vitale. Allo stesso modo, la proiezione, se sembra effettivamente una costrizione durante una seduta, lascia sempre una via d’uscita per Uke, un modo per lui di ritrovare la propria integrità, l’Ukemi è lì per questo. Durante gli anni di apprendimento, una delle condizioni essenziali per ognuno è perfezionare le proprie cadute, poiché serviranno a migliorare le risposte alle tecniche di proiezione di Tori. Non dobbiamo confondere l’allenamento e il combattimento; senza cadute controllate è pericoloso proiettare qualcuno senza rischiare un incidente e le sue possibili conseguenze, ciò non è affatto l’obiettivo della pratica sui tatami. Sia che le proiezioni siano corte come nei Koshi-nage, o più lunghe come nei Kokyu-nage, lasciano sempre la possibilità a Uke di uscire indenne dalla tecnica. Solo le proiezioni con un controllo severo, ad esempio fino a terra, non lasciano dubbi quanto al fatto di non poterne sfuggire, ma se si lavora solo in questa direzione tanto vale praticare il Jiu-jitsu per il quale è la regola, e che è perfettamente adatto al combattimento tra guerrieri. A mio parere, la vocazione dell’Aikido non è la ricerca dell’efficacia ma piuttosto l’approfondimento delle capacità, sia fisiche che psico-sensoriali, umane, al fine di ritrovare la pienezza del corpo e le sue complete capacità.

Proiettare è allontanare

Quando una persona ha questa brutta abitudine di “appiccicarsi” agli altri, di essere così vicina durante una discussione, che ci si sente oppressi, si ha un solo desiderio, e cioè allontanarla con tutti i mezzi; solo il nostro lato sociale, se non la buona educazione, a volte ci impediscono di farlo. Se non l’allontaniamo, cerchiamo di allontanarci noi, prendiamo una certa distanza. Allo stesso modo, proiettare è allontanare l’altro, è permettersi di riconquistare lo spazio che è stato invaso, o persino rubato, o distrutto, durante un’incursione nella nostra sfera vitale, a maggior ragione durante un confronto. Ritrovare il Ma-ai, questa percezione dello spazio-tempo la cui comprensione e soprattutto la sensazione fisica è alla base del nostro insegnamento, è essenziale per l’esercizio della nostra libertà di movimento, per la nostra libertà di essere. È recuperare un soffio, una respirazione forse più calma, possibilmente ritrovare una mente riorganizzata, una lucidità che è stata disturbata da un’aggressione che ha innescato una tecnica di risposta che è diventata istintiva e intuitiva grazie all’allenamento. È anche la possibilità ovviamente di rendere consapevole l’aggressore dell’inutilità, della pericolosità di proseguire nella stessa direzione.nage waza

Curare la malattia

L’Aikido ci porta ad avere un rapporto diverso con il combattimento, relativo più alla lucidità sulla situazione, che alla risposta violenta e immediata per azione riflessa ad un’aggressione. Questa attitudine che può essere chiamata saggezza, acquisita in anni di lavoro sul corpo, ne è il risultato.Chi aggredisce è in un certo senso visto come un individuo che ha perso il controllo di se stesso, spesso semplicemente per ragioni sociali o educative. Un disgraziato, uno squilibrato, un malato dal punto di vista psichico, che purtroppo può rivelarsi dannoso per la società, per chi gli sta intorno, e che, come minimo, disturba l’armonia relazionale tra le persone, e, al peggio, provoca danni incommensurabili agli altri. Non si tratta di punire il “malato”, né di scusare la malattia che si giustificherebbe in nome del principio della contaminazione da parte della società, ma di trovare il modo per uscire dalla situazione senza essere noi stessi contaminati. L’Aikido è una formazione per tutti e il suo ruolo è più ampio di quanto molte persone generalmente pensino. Spesso porta sollievo, anche pacificazione, alle proprie difficoltà o abitudini di natura psicologica, permette attraverso una formazione allo stesso tempo rigorosa e piacevole, di ritrovare la forza interiore e la via giusta per poter affrontare questo tipo di problema.Durante l’allenamento, se la proiezione arriva alla fine della tecnica, non è mai fine a se stessa. A volte potrebbe essere vista come una firma, e come una liberazione di Tori ed anche di Uke.Una buona proiezione richiede un’ottima tecnicità ma soprattutto una buona coordinazione della respirazione tra i partner. È importante non forzare mai un praticante a cadere ad ogni costo. Dobbiamo essere in grado di sentire, anche all’ultimo momento, se il nostro partner è in grado di eseguire una caduta corretta o meno, altrimenti si provocherà un incidente e ne saremo responsabili. Tutto dipende dal livello del partner, dal suo stato “qui e ora”; se la minima tensione o la minima paura si manifesta all’ultimo momento, è imperativo sentirla, percepirla e permettere che il nostro Uke si rilassi per poter fare la caduta senza pericolo. A volte sarà meglio abbandonare l’idea della proiezione e proporre di scendere fino a terra accompagnando, cosa efficace e tuttavia delicata, anche se l’ego di alcuni rimarrà sempre insoddisfatto di non aver potuto mostrarsi così brillante come avrebbe desiderato. Ma è agendo così che avremo permesso ai principianti di continuare senza paura. È grazie alla fiducia che avranno acquisito con i loro partner che saranno portati a perseverare. Avranno constatato di essere stati presi in considerazione per come sono, che le loro difficoltà e il loro livello sono rispettati, che la paura che hanno avuto non è un handicap per la pratica, anzi, permette loro di andare al di là di quelle che credevano essere le loro incapacità, i loro limiti. Constatano con piacere di non essere cavie al servizio dei più avanzati, ma che con qualche sforzo potranno raggiungerli o addirittura sorpassarli se ne hanno il desiderio.I più avanzati devono essere lì per permettere ai più nuovi di constatare che la caduta è un piacere quando la proiezione è fatta da qualcuno tecnicamente capace di condurla in modo da coniugare morbidezza e armonia, e quindi in modo sicuro. Tsuda Sensei racconta come si comportava O Sensei Morihei Ueshiba durante le sedute da lui condotte:”Se, all’età di più di ottant’anni, piccolo di statura, proiettava una banda di assalitori giovani e vigorosi, così facilmente, come se fossero pacchetti di sigarette, questa forza straordinaria non era affatto la forza, ma la respirazione. Domandava, carezzandosi la barba bianca e chinandosi con sollecitudine verso di loro, se non avesse fatto loro male. Gli assalitori non si rendevano conto di quello che era loro accaduto. Di colpo, erano stati trasportati da un cuscino d’aria, avevano visto la terra in alto e il cielo in basso, prima di atterrare. Si aveva una fiducia assoluta in lui, sapendo che non avrebbe mai fatto del male a nessuno.”(1) Questo comportamento di O Sensei nei confronti dei suoi allievi deve servire da esempio a ciascuno secondo il proprio livello perché ci conduce non alla abnegazione o al farsi da parte, ma alla saggezza come esprimeva Lao Tseu: “Il saggio è giusto senza essere rigido, incisivo senza lacerare, diretto senza essere arrogante, brillante senza abbagliare”.(2)nage waza régis soavi

Proiezione o brutalità

L’Aikido di oggi sembra oscillare tra due tendenze principali, una vorrebbe andare verso la competizione e una visione sportiva, l’altra cerca un modo per rafforzarsi, per attingere da antiche tecniche di combattimento come il Jiu-jitsu un’efficacia che non gli è più riconosciuta.E se l’Aikido fosse sufficiente a se stesso! Nulla impedisce di praticare altre arti, di fare Teatro o Danza, Iaido o Boxe, ma questo non sarà in alcun modo complementare. È piuttosto un arricchimento per l’individuo stesso, per il proprio sviluppo. Forse si capirà più in là, di nuovo, cosa fa la ricchezza della nostra Arte.Perché rendere i dojo di Aikido luoghi di allenamento al combattimento di strada dove l’efficacia diventa il punto di riferimento ultimo? Il dojo è un altro mondo in cui bisogna penetrare come se fosse tutta un’altra dimensione, poiché è proprio di questo che si tratta, anche se pochi allievi ne sono consapevoli. Se le proiezioni sono diventate solo delle costrizioni, dov’è il rapporto di armonizzazione messo in evidenza dal fondatore e dai suoi allievi più vicini, e che rivendichiamo ancora oggi? Troppo spesso ho visto praticanti affermare il proprio ego schiacciando Uke alla fine di una tecnica, benché il partner non avesse opposto quasi alcuna resistenza fino a quel momento. O altri, opporre una resistenza ulteriore allorché la tecnica è già finita da un punto di vista tattico, sia nel posizionamento che nella postura dell’uno come dell’altro, obbligando Tori ad applicare in modo severo e inutile una proiezione che, per questo, diventa molto rischiosa per Uke se non ha un livello sufficiente.Che dire delle dimostrazioni preparate sotto gli auspici di maestri autoproclamati, di cui Internet ci satura, con una quantità di contorsioni e salti mortali, il tutto decorato dai commenti di chi le visualizza?Non è una totale assurdità vivere nella costrizione quotidiana esercitata dai comportamenti generati dal tipo di società in cui viviamo, e praticare le arti marziali per imparare a “subirle senza batter ciglio”, o imparare a costringere gli altri per recuperare le poche briciole di potere che ci hanno lasciato, quando invece il progetto sostenuto dalla pratica dell’Aikido è di tutt’altra natura?nage waza régis soavi

Un tappo di champagne

Come spesso fa nei suoi libri Tsuda Sensei ci racconta la sua esperienza e la sua pratica con O Sensei Ueshiba Morihei, ecco ancora un passaggio: “C’è un esercizio che consiste nel lasciarsi prendere un polso dal proprio avversario che lo afferra e lo blocca con due mani. A questo punto lo si ribalta all’indietro con la respirazione che viene dal ventre. Quando il polso viene bloccato da qualcuno molto forte, è impossibile muoversi. Questo esercizio ha per scopo quello di aumentare la potenza della respirazione.Un giorno il Maestro Ueshiba sorridendo mi ha presentato due dita della mano sinistra per fare questo esercizio. Non avevo mai visto nessuno farlo con due dita. Le ho afferrate con tutte le mie forze. E allora, pof, sono stato proiettato in aria come un tappo di champagne. Non si trattava di forza, perché non ho sentito alcuna resistenza fisica. Sono stato semplicemente portato via da una ventata d’aria. Era veramente gradevole e non aveva niente di paragonabile a quello che facevano gli altri praticanti.” “Un’altra volta era in piedi e mi fece segno di venire. Mi posi davanti a lui ma egli continuava a parlare a tutti. La cosa durò piuttosto a lungo, mi chiedevo se avessi dovuto rimanere lì o ritirarmi quando, di colpo, sono stato portato via da un cuscino d’aria e mi sono ritrovato a terra dopo una bella caduta. Tutto ciò che avevo potuto constatare era stato il suo kiai potente e la sua mano destra che, dopo aver descritto un cerchio, si era diretta verso il mio viso. Non ero stato toccato. A questo si potrebbero dare spiegazioni psicologiche o parapsicologiche di ogni tipo, ma sarebbero tutte false. Prima che avessi avuto il tempo di reagire con un qualsiasi riflesso, ero già stato proiettato. Questo famoso cuscino d’aria, è l’unica spiegazione. “(3)”Parlare di decontrazione quando si parla di Aikido sembra sconcertare molte persone. Sono sufficientemente contratte in partenza e hanno bisogno di contrarsi ancor di più per sentirsi bene. Quello che cercano sono il dispendio di energie fisiche e nient’altro. Il mio Aikido è definito come un Aikido dolce. Ci sono persone a cui piace. Altri preferiscono l’Aikido duro. Ho sentito fare degli apprezzamenti. Qualcuno ha detto: «Il vero Aikido, è l’Aikido duro». Questi ha avuto un polso rotto ed è stato bloccato per un mese. Ognuno ha i suoi gusti. Io mi fermo quando sento che l’avversario è troppo rigido per poter cadere adeguatamente. So riparare i polsi rotti, e anche le costole rotte. Se so riparare è perché ho rispetto per l’organismo vivente. Evito di rompere. Se si preferisce rompere, gli insegnanti si trovano facilmente.”(4)La potenza della respirazione è paragonabile alla forza della coercizione? Quale dovrebbe essere l’orientazione da prendere? A ognuno spetta di decidere la direzione che vuole seguire, nessuno ci deve forzare, qualsiasi siano le buone ragioni invocate.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 6 nel mese di luglio del 2021.Note:1) Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Editions, 2014, pag. 23.2) Lao Tseu, Le classique du tao et de ses vertus, Moundarren, 1993, p. 77.3) Itsuo Tsuda, La via della spoliazione, Yume Editions, 2016, pag. 151-152.4) Ibidem, pag. 160-161.

Una immobilizzazion liberatrice

di Régis SoaviUn’immobilizzazione che ha la prospettiva di sbloccare, ammorbidire, riattivare un’articolazione, non è forse un paradosso o addirittura un controsenso? Tuttavia, è questa l’ottica che abbiamo nella Scuola Itsuo Tsuda, perché non si tratta di costringere il nostro partner con la coercizione o tramite una tecnica diventata temibile a forza di allenamenti in vista di un’efficacia futura, ma piuttosto di approfittare di questo momento per affinare la nostra sensibilità.

Ritrovare la flessibilità

La Scuola Itsuo Tsuda ha seguito un percorso particolare per quanto riguarda le immobilizzazioni. Invece di considerarle come un blocco assoluto a cui dobbiamo rispondere con sottomissione, e il più rapidamente possibile, pena il dolore che a volte può essere intenso, io le vedo come un’opportunità per ammorbidire le articolazioni, restituire loro la mobilità perduta. C’è un modo di lavorare sulle immobilizzazioni con la respirazione che è molto più un accompagnamento che un blocco. Quando i praticanti ci sono abituati non hanno più paura di essere maltrattati, al contrario, Uke partecipa con Tori all’immobilizzazione evitando di irrigidirsi, respirando più profondamente, per migliorare le sue capacità.È l’arte di visualizzare la respirazione (il ki) attraverso il braccio del partner che rende possibile entrare in contatto con la respirazione dell’altro. Se il punto di partenza è la coordinazione del respiro (inspiriamo ed espiriamo allo stesso ritmo del nostro partner), è un primo passo da non trascurare perché da esso dipende tutto il resto. All’inizio, e purtroppo per molti anni ancora, tutto quello che si riesce a fare è torcere il braccio per controllare l’altro, con il rischio di danneggiare l’articolazione. Ma a poco a poco, se facciamo attenzione, se non forziamo, possiamo iniziare a sentire la circolazione di un’energia molto concreta e allo stesso tempo molto speciale attraverso l’arto che controlliamo così come in tutto il nostro corpo. Alcune persone ne sono talmente sorprese che si rifiutano di dare a questo l’importanza necessaria e rischiano di perdersi un evento fondamentale, la possibilità di approfondire quella che io chiamo la loro respirazione e quindi di scoprire uno degli aspetti primordiali della nostra arte: l’armonia. È proprio in questi momenti che posso intervenire per far sentire alle persone che la loro sensazione è molto reale, che non è un’immaginazione, toccandole personalmente nella loro sensibilità grazie a una dimostrazione diretta, senza discorsi teorici. A volte faccio vedere anche con infinite precauzioni e con la massima dolcezza come sia possibile, con un partner già ben avanzato, andare molto più in là, non solo nella visualizzazione ma anche nella sensazione concreta che possiamo comunicargli facendo sentire il percorso che prende questa energia rivelatrice di sensazioni. Quando si è attenti e privi di idee preconcette, abbastanza vuoti in un certo senso, e allo stesso tempo ben concentrati, si può avere la sensazione di percorrere, come su una strada, gran parte del corpo. Si comincia dall’estremità della mano, si prosegue fino alla spalla, si raggiunge, sempre con la sensazione, la colonna vertebrale e si scivola molto lentamente verso la terza lombare, che è la fonte del movimento, dell’attività, ed è in relazione con l’hara, la risaia di cinabro come la chiamano i cinesi, oppure il terzo punto del ventre nel Seitai. Questo è possibile grazie ad una percezione che può sembrarci del tutto nuova, mentre è semplicemente una capacità del corpo che usiamo poco o niente, talmente viene dimenticata, a causa dell’irrigidimento fisico e mentale, scarso o addirittura drammatico risultato ottenuto a seguito dei tanti anni in cui abbiamo esercitato il controllo del conscio, del volontario e anche della ragione, sul nostro involontario sulla nostra comprensione intuitiva, sulle radici stesse della nostra vita.

si raggiunge la colonna vertebrale e si scivola molto lentamente verso la terza lombare, che è la fonte del movimento in relazione con l’hara.

Far circolare il ki

Ritrovare nel profondo di noi stessi come far circolare il ki, come pacificarlo, è una ricerca da sempre stimolata dai più grandi maestri. Non è affatto un approccio che mira ad appassionare le persone alla ricerca del meraviglioso, ma piuttosto un approccio orientato verso una realtà verificabile a cui abbiamo la possibilità di aderire purché ci interessi senza a priori. Sono la visualizzazione, l’attenzione, la fluidità nell’esecuzione delle tecniche, nonché la sensibilità, che permettono di lavorare in questa direzione. Un gran numero di arti in Oriente, a volte usando un nome diverso per citare questa ricerca, sono in grado di dimostrarne il valore: il Tai Chi, il Qi Gong tra le altre per la Cina, così come il Kyudo, lo Shiatsu o il Seitai in Giappone. Del resto se ci si informa, si troverà una serie di civiltà in tutto il mondo che, con nomi diversi, hanno saputo preservare ed evidenziare questa dimensione di grande valore che è il ki.Tutto dipende dalla direzione che prendiamo dall’inizio nella pratica dell’Aikido. Tsuda sensei ce lo ricordava con una certa ironia quando citava il suo maestro: “Il Maestro Ueshiba non smetteva di ripetere che l’Aikido non è uno sport, né un’arte di combattimento. Ma oggi, è considerato ovunque come uno sport di combattimento. Da dove viene questa differenza di concezione così flagrante?”(1). Pur lasciandoci riflettere su questa antinomia, questo paradosso, si guardava bene dal negare l’efficacia dell’Aikido quando veniva praticato dallo stesso O sensei. “Il M° Ueshiba immobilizzava a terra i giovani praticanti di Aikido, solo posando loro un dito sulla schiena. A prima vista la cosa sembrava inverosimile. Qualche anno di pratica mi ha permesso di capire che ciò è possibilissimo. Non si tratta di premere con la forza di un dito, ma di farci passare il kokyu, di dirigere la respirazione attraverso il dito.”(2)

L’essenza

Se si vuole che l’immobilizzazione sia nello spirito di cui parlava O sensei, quella che consiste nel ripulire le articolazioni dalle scorie che le intralciano, dalle tensioni che ne diminuiscono le capacità, allora la postura è di primaria importanza. O sensei considerava che la pratica dell’Aikido fosse un Misogi, vale a dire che si trattava di sbarazzarsi delle impurità accumulate: “La Terra è già stata portata alla perfezione… Solo l’umanità non si è ancora del tutto realizzata. E questo a causa dei peccati e delle impurità che sono entrati in noi. La forma delle tecniche di Aikido è una preparazione per sbloccare e ammorbidire tutte le articolazioni del nostro corpo”.(3) Per controllare i movimenti e reprimere un avversario in modo tale che gli sia impossibile reagire, è sufficiente essere solido, stabile, avere una buona conoscenza tecnica e, naturalmente, essere determinato. Per chi invece vuole agire in modo da rendere più libera un’articolazione, ad esempio, sono la sensibilità, la morbidezza e una buona conoscenza delle linee che uniscono il corpo ad essere necessarie. Niente può essere fatto senza l’accordo e la comprensione di Uke, con il quale ovviamente non si tratta di darsi delle arie da guaritore, da guru che sa tutto, o di imporre sottilmente “per il suo bene” questo o quel modo di fare. C’è un’altra conoscenza oltre a quella che ci viene fornita dall’anatomia, questa può certamente servire come base per una minima comprensione, ma come amatori, nel senso migliore del termine, cioè appassionati della nostra arte, è di primaria importanza non limitarsi all’aspetto strettamente fisico della tecnica.

La postura

La postura di chi esegue un’immobilizzazione tipo Nikyo o Sankyo, anche se essenzialmente molto concentrata, è ancora più impegnativa se vogliamo andare più in là. L’approccio, l’attitudine, la ricerca cambiano la nostra corporeità e le permettono di acquisire una dimensione diversa, allo stesso tempo più morbida, più fine, più sensibile. È indispensabile fondersi con il partner, adattarsi inizialmente alla postura dell’altro per permettergli di trovare il suo posto, di posizionare il suo corpo in modo che possa ricevere nel miglior modo possibile il gesto, l’atto che consentirà la distensione, o addirittura l’attesa liberazione. Ma l’immobilizzazione non comincia a terra, già nella presa del polso deve esserci l’impossibilità di movimento aggressivo da parte di Uke. In questo caso, come per la maggior parte delle tecniche, la postura e il “Ma” (la distanza) sono nonostante tutto determinanti allo stesso modo della ferma delicatezza della presa.

La postura e il “Ma” (la distanza) sono determinanti.

Sentire l’altro

Se parlo di delicatezza è perché molti principianti cercano con la forza quello che è il risultato di una lunga pratica, di una lunga ricerca. Molto spesso rafforzano la loro tecnica, alla ricerca della potenza, perfezionando la precisione, a discapito della sensazione che si può avere dell’insieme del corpo se, da una parte, si è compresa fisicamente, a livello dell’Hara, la circolazione dello Yin e dello Yang, e se, dall’altra, invece di approfittare dell’occasione per soddisfare il proprio ego, ci si è posizionati in un atteggiamento, direi, di benevolenza verso il proprio partner. Dire che l’Aikido sviluppa una migliore comprensione dell’essere umano è una banalità, dire che si percepisce meglio l’anima umana ci fa entrare nella sfera dei mistici, avere la pretesa di sentire ciò che sta accadendo “nel corpo, nello spirito dell’altro” sembra semplicemente delirante e al di là di ogni ragione. Eppure non è così diverso da quello che fanno i genitori premurosi quando si prendono cura del loro neonato. Itsuo Tsuda ne dà un’idea nel capitolo 3 “Il bambino educatore dei genitori”, del suo ultimo libro Face à la science, di cui ecco un passaggio:”Saper trattare bene il bambino è per me l’apice delle arti marziali.Sentendo la mia riflessione, un francese ha sussultato: ‘Come è possibile accettare un’idea così assurda, bizzarra e incomprensibile come associare il bambino alle arti marziali? [?]’. Ovviamente, per una mente occidentale, sono due cose completamente diverse, non correlate. Le arti marziali, in fondo, non sono altro che arti di combattimento. Si tratta di schiacciare gli avversari, difendersi dalle aggressioni. Se il tuo avversario è lì, sferri un calcio di karate. Se è più vicino, applicherai una certa tecnica di Aikido. Se ti afferra per i vestiti, lo proietterai con una tecnica di judo. Altrimenti, estrai il coltello e piantaglielo nel ventre. Se puoi tirar fuori la tua 6’35, ancora meglio. [?] Si tratta insomma di accumulare i vari e complicati mezzi e tecniche di aggressione e di riempire l’arsenale. [?] Tuttavia, oltre ad ai uchi, c’è ai nuke, uno stato d’animo che consente agli avversari di passare attraverso il pericolo di morte senza distruggersi a vicenda. Ci sono pochissimi maestri che hanno raggiunto questo stato d’animo nella storia. L’Aikido del Maestro Ueshiba, da quello che ho sentito, era completamente impregnato di questo spirito di ai nuke, che lui chiamava “non resistenza”. Dopo la sua morte, questo significato è scomparso, è rimasta solo la tecnica. Aikido originariamente significava la via di coordinazione del ki. Inteso in questo senso, non è un’arte di combattimento. Quando viene stabilita la coordinazione, l’avversario cessa di essere avversario. Diventa come un pianeta che ruota attorno al Sole nella sua orbita naturale. Non c’è lotta tra il Sole e il pianeta. Entrambi escono indenni dall’incontro. La fusione è benefica e arricchente per l’uno come per l’altro. […]Se il bambino emettesse grida ben distinte, [?] sarebbe più facile. Ma non è così. È solo l’intuizione dei genitori che permette di distinguere queste sottili sfumature. È l’impegno totale dei genitori che salva la situazione. Se non attribuiscono loro tanta importanza come se fossero sotto la punta di un’arma da taglio, se sono distratti al punto da pensare solo di tirare fuori la propria “bambola” per mostrarla agli altri: ‘Il nostro bambino è il bambino più bello della regione’, nessun altro può costringerli.Ecco delle condizioni che associano il bambino alle arti marziali. Inutile elencare molte altre condizioni. Niente vale quanto l’esperienza vissuta. [?] Uno dei rari ambiti che ancora rimane e che richiede questo totale abbandono del “io intellettuale” è la cura del bambino. Mantenere questa cura nella sua purezza, nel senso della coordinazione del ki, è un lavoro colossale quando ci sono tante soluzioni facili che sono pratica corrente”.(4)

La ferma delicatezza dell’immobilizzazione permette di ammorbidire le articolazioni.

Il Seitai

Senza il mio incontro con il Seitai e soprattutto senza la pratica del Katsugen undo (Movimento rigeneratore) non avrei mai scoperto possibilità come quelle che ho citato. La pratica regolare del Movimento rigeneratore lungo gli anni è una delle chiavi per l’approfondimento di ciò che Tsuda Sensei chiamava la respirazione, quest’arte di sentire la circolazione dell’energia vitale che altro non è che una delle forme che il Ki assume quando si manifesta in modo concreto e sensibile. Uno degli esercizi che pratichiamo durante le sedute di Katsugen undo si chiama Yuki ed è una delle pratiche del Non-Fare che, ben orientate, permette di realizzare la fusione di sensibilità con un partner. Sta ad ognuno usarlo nella vita di tutti i giorni e a maggior ragione nell’Aikido o in qualsiasi altra arte marziale. Se tutte le situazioni non sembrano favorevoli a ciò quando si inizia, è sicuramente una possibilità, una strada da percorrere, che mi sembra adeguata e che si può scoprire, soprattutto nei momenti più tranquilli come durante un’immobilizzazione o lo zanshin che la segue.Questo è il percorso che ci indicava Tsuda sensei, il percorso che lui stesso aveva seguito sulle orme dei suoi maestri Morihei Ueshiba per l’Aikido, Haruchika Noguchi per il Seitai o, in un altro modo, dei suoi maestri occidentali, Marcel Granet e Marcel Mauss – rispettivamente per la sinologia e l’antropologia – che ha avuto anche modo di conoscere personalmente.Questo percorso, “il Non-Fare” o “Wu wei” in cinese, non ha nessun limite o profondità definibile, ogni praticante deve fare la propria esperienza, verificare a che punto è e accettare i suoi limiti per approfondire continuamente invece di accumulare.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 5 nel mese di april del 2021.Notes:1) Tsuda Itsuo, La Voie des dieux, Le Courrier du Livre (1982), p. 58.2) Tsuda Itsuo, La via della spoliazione, Yume Editions (2016), p. 106.3) Ellis Amdur, Hidden in Plain Sight: Tracing the Roots of Ueshiba Morihei’s Power, Freelance Academy Press (2018), p. 292, traduzione Scuola Itsuo Tsuda.4) Tsuda Itsuo, Face à la science, Le Courrier du Livre (1983), pp. da 24 a 27.Foto: Paul Bernas e Bas van Buuren 

1 + 1 = 1 : La respirazione

di Régis Soavi«”Che siano uno o molti non ha alcuna importanza, li metto tutti nel mio ventre”, diceva O sensei». È con questa frase che Itsuo Tsuda sensei un giorno ha risposto a una delle mie tante domande sulla pratica e in particolare sul modo di difendersi da più partner.

Magia o semplicità

Gli allenamenti a più persone hanno l’obiettivo di condurci nella direzione del Non-Fare.
Giovane aikidoka, cercavo di bere a tutte le fonti disponibili, e i miei riferimenti li trovavo presso Nocquet sensei, Tamura sensei, Noro sensei. Ma ovviamente li trovavo anche presso colui a cui mi sentivo più vicino: Tsuda sensei. All’inizio degli anni Settanta eravamo molto appassionati di aneddoti sulle arti marziali, sui grandi maestri storici, e in particolare su O sensei Ueshiba Morihei. Andavamo peraltro ad acquistare i film in “super 8” che erano disponibili in quel tempio che era il negozio di arti marziali della Montagne Sainte-Geneviève a Parigi, affascinati come eravamo dalle prodezze di questo grande maestro. Sebbene profondamente materialista, non ero lontano dal credere in qualcosa di magico, a poteri eccezionali concessi a certi esseri più che ad altri. ItsuoTsuda mi ha riportato con i piedi per terra, perché quello che ci faceva vedere era molto semplice, ma nonostante tutto rimaneva assolutamente incomprensibile. Le tecniche che ci faceva vedere, le conoscevo già bene, ma le faceva con una tale semplicità, una tale facilità che ne ero turbato, e questo non faceva che rafforzare il mio desiderio di continuare a praticare per scoprire i “segreti” che glielo permettevano.

Il suo leitmotiv: la respirazione

Quando parlava di respirazione bisognava intendere la parola KI, era la traduzione che aveva scelto per esprimere questo “non-concetto” così comune, e così immediatamente comprensibile in Giappone, ma così difficile da cogliere in Occidente. Spiegava che si può realizzare l’unità primordiale quando si unisce la propria respirazione col proprio o coi propri partner. La respirazione diventa il supporto fisico, l’atto concreto che permette di unificarsi con gli altri. Fisicamente agisce come una sorta di costrizione dolce sul corpo dei partner. Sappiamo tutti di cosa sto parlando, non è assolutamente un mistero. Ci sono persone capaci di mettere a disagio gli altri, altre che sanno imporsi, imporre la propria respirazione, lasciando a volte il loro interlocutore nell’incapacità di pronunciare una parola. Nelle arti marziali, ed è particolarmente visibile nell’arte della spada, si tratta di desincronizzare il respiro per sorprendere l’avversario, per destabilizzarlo. Il momento cruciale in molti casi è quello in cui l’inizio dell’inspirazione di chi sta di fronte corrisponde alla fine dell’inspirazione dell’altro, in altre parole l’inizio dell’espirazione. Si colpisce durante questo intervallo tra espirazione ed inspirazione. Questo momento, che si chiama “intermissione respiratoria”, è il momento ideale per dispiegare la propria forza fisica in un combattimento e vincere l’avversario. Accade in tutt’altro modo nell’Aikido in cui questo stesso istante permette di entrare nel respiro del partner, in questa via che è la via dell’armonia, dove si tratta di unificare i respiri, di arrivare a un respiro comune.

Praticare con un partner come se fossero molti

Per cominciare è più semplice praticare con un solo partner, ma è importante non fissarsi su di lui, restare disponibili per altri interventi. Questa disponibilità si ottiene grazie alla calma interiore, e questo inizia dalla buona conoscenza delle tecniche e dal non farsi prendere dal panico. Nonostante tutto, ci vorranno alcuni anni per essere tranquilli in tali circostanze, ed è per questo che non dobbiamo aspettare ad iniziare a lavorare in questa direzione. Direi che praticare con più partner, più che una performance da eseguire, rappresenta per me un orientamento pedagogico, l’Aikido è un tutto, non lo si può tagliare a fette. Si tratta di una pedagogia globale e non di un insegnamento di tipo scolastico convalidato da voti ed esami. Già, ogni volta che il gruppo di praticanti si trova in numero dispari, si può approfittarne per lavorare a tre, ma questo non sarà sufficiente per acquisire i giusti riflessi, il giusto atteggiamento da adottare. Ogni volta che il gruppo lo consente, cioè se non ci sono troppe differenze di livello, si può far praticare tutti in gruppi di tre o anche quattro partner.Se i due partner afferrano Tori insieme, e con entrambe le mani, sono la tecnica e la capacità di Tori di concentrare la potenza nell’hara attraverso la respirazione che saranno determinanti, la morbidezza delle braccia e delle spalle consentirà di far circolare l’energia, il ki, fino alla punta delle dita, e di farla sgorgare al di là, provocando la caduta dei partner sui tatami. Ma se lavoriamo con attacchi alternati, la difficoltà maggiore non è nel fatto di fare le tecniche, ma soprattutto nel ruolo di Uke.

La calma interiore inizia dal fatto di conoscere bene le tecniche.
In effetti Uke, troppo spesso, non sa come comportarsi, e aspetta il suo turno per attaccare. Il mio insegnamento quindi consiste anche nel mostrare come posizionarsi, come trovare l’angolo di attacco; in questo caso interpreto il ruolo di Uke, esattamente come negli antichi koryu. Faccio vedere come girare attorno a Tori, come sentire le brecce nella sua respirazione, nella sua postura e come Tori può usare un partner contro l’altro, lo faccio lentamente in modo che Tori non si senta davvero aggredito ma piuttosto disturbato nelle sue abitudini, nella sua mobilità o nella sua incapacità di muoversi in armonia. Le forme dell’attacco devono essere molto chiare, non si tratta di dimostrare la debolezza dell’altro ma di permettergli di sentire quello che gli succede intorno senza bisogno di guardare o di agitarsi, ma piuttosto sviluppando la sua capacità sensoriale. Non deve fissarsi sulla costrizione che ogni presa gli impone, ma, al contrario, rendersi conto che le prese possono essere occasione di un superamento e persino di un vantaggio.

Il valore dello spostamento

Gli spostamenti assumono un valore speciale quando ci sono più persone intorno a noi. Se guardiamo il traffico su un’autostrada nelle ore di punta dalla cima di un ponte che la sovrasta, saremo molto sorpresi di vedere come i veicoli sfiorano, sorpassano, rallentano, accelerano e persino cambiano corsia in una sorta di balletto che però non è governato da alcuna autorità superiore, ma in realtà da ogni conducente. Ci si potrebbe aspettare un’enorme quantità di incidenti, o almeno degli stridori di lamiere in pochi minuti, eppure non è così, va tutto bene. Ci sono ovviamente incidenti, ma pochissimi, rispetto a ciò che possiamo immaginare o vedere dall’alto del nostro osservatorio.Se quando si pratica con più partner si impiega altrettanta concentrazione, attenzione e rispetto per l’altro come quando si guida qualsiasi veicolo, dato che si tratta del nostro corpo – e non di un’estensione della consapevolezza di questo corpo, come può essere con un’auto – diventa molto più facile. Ripeto: è necessario avere una buona tecnica, non avere timore per ciò che sta accadendo, ma calma e sicurezza di sé, pur essendo vigili e consapevoli di ciò che si muove intorno a noi. La differenza con l’esempio che ho appena dato è che i partner cercano di toccarci, di colpirci o immobilizzarci, a differenza dei veicoli che si evitano a vicenda. Ora, proprio come l’auto per esempio – che attraverso l’antropotecnica1 diventa come un prolungamento del nostro corpo, di cui conosciamo, di cui abbiamo coscienza delle dimensioni, al centimetro, addirittura al millimetro – si tratta di cogliere l’opportunità di sentire la nostra sfera, non più come un sogno, un’idea, una fantasia, un’immaginazione o un delirio esoterico inventato di sana pianta da qualche mago o ciarlatano, ma piuttosto come una realtà concreta accessibile a tutti, dal momento che ne siamo già capaci in automobile se prestiamo sufficiente attenzione. Si tratta quindi di giocare con questa sensazione, questa estensione: non appena le sfere si sfiorano, già si estendono, si ritraggono, si spostano costantemente, rispondendo ai bisogni senza dover ricorrere al sistema volontario. È il lavoro dell’involontario, dello spontaneo, come se gli spostamenti si facessero da sé, in modo preciso e con facilità. È allora che siamo nella pratica del Non-Fare, questo famoso non-agire, il wu-wei cinese, ciò che sembrava mitico diventa realtà. Gli allenamenti a più persone hanno l’obiettivo di condurci nella direzione del Non-Fare. Si può fare pratica in mezzo a una folla, in un grande magazzino in un giorno di saldi, o più quotidianamente nella metropolitana per i chi abita in città. Il gioco consiste nel sentire come muoversi, come spostarsi, come riuscire a passare negli interstizi vuoti tra le persone.

Si tratta di unificare i respiri, di arrivare a un respiro comune.
O sensei era un maestro anche in quest’arte di muoversi tra la folla. I suoi Uchi deshi si lamentavano di non riuscire a seguirlo in mezzo alla massa, quando dovevano prendere la metropolitana per accompagnarlo a una dimostrazione o quando dovevano partire in treno con lui. E tuttavia erano giovani e vigorosi ma avevano enormi difficoltà a muoversi nella stazione affollata mentre lui, molto anziano e piuttosto fragile alla fine della sua vita, si infilava nella moltitudine con una velocità sorprendente.

Ricreare uno spazio attorno a sé

L’arte di confondersi tra la folla, di passare inosservati, può essere una disposizione naturale, oppure una deformazione – talvolta dovuta a un trauma – da cui deriva una sofferenza: essere la persona che non si vede, quella che non si nota, che diventa invisibile. Ma può anche essere un’arte, e sembra che anche in questa O sensei Ueshiba Morihei eccellesse. A volte è necessario mimetizzarsi, confondersi per esempio in una folla, svanire per passare inosservati. La nostra sfera in questo caso diventa come trasparente, ma rimane allo stesso tempo molto presente, coerente, stabile e potente. Intorno alla persona si crea uno spazio vuoto quasi impenetrabile, quindi è delicato o addirittura difficile attaccarlo, e anche solo avvicinarsene. Ho avuto l’opportunità di sperimentarlo durante le dimostrazioni con il mio maestro Tsuda sensei, ma penso che fosse ancora più lampante dopo le sedute, quando prendevamo un caffè o un tè tutti insieme al dojo proprio di fronte agli spogliatoi dove eravamo riusciti a liberare un piccolo spazio. C’era un grande tavolo basso ed eravamo tutti seduti attorno ad esso, più o meno incollati l’uno all’altro, tranne che attorno a Sensei. C’era sempre uno spazio su entrambi i lati che sembrava invalicabile, e non era solo il rispetto a impedirci di sederci lì. C’era un vuoto molto concreto, molto reale, solido come una roccia. Tsuda sensei sembrava non prestarci mai attenzione, beveva il caffè, parlava, raccontava storie e poi, dopo una mezz’oretta o più, si alzava e se ne andava. Ma il vuoto rimaneva: anche se a volte ci fermavamo un po ‘di più, nessuno occupava il posto vuoto, qualcosa persisteva lì. Questa è quella che chiamo l’arte di creare uno spazio invalicabile attorno a sé, difficilmente ci si può esercitare in quest’arte, è piuttosto una capacità che emerge naturalmente, che emerge quando si diventa indipendenti, autonomi, quando si è oltrepassato la fase di iniziale apprendistato o quando se ne presenta la necessità.

L’uno e il multiplo

Ciò che è problematico non è la molteplicità degli attacchi, ma la nostra capacità di rimanere calmi in tutte le circostanze. Chi può vantarsene, e non è forse un mito? Se gli attacchi sono convenzionali, o previsti in anticipo, come una sorta di balletto, si esce dal ruolo pedagogico dell’Aikido. Si tratterà solo della ripetizione di gesti, che possono essere affinati o resi più estetici, certo, ma privi di profondità. Si tratterà di uno spettacolo che, per quanto professionale possa essere, per quanto ammirevole possa essere, non riguarda più l’Aikido, che avrà perso, io penso, il suo valore di cambiamento nel profondo dell’essere umano.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 4 nel mese di gennaio del 2021.Foto: Paul Bernas, Jérémie Logeay

Fudoshin: lo spirito immutabile

di Régis SoaviIl lavoro di Jiyuwaza può essere considerato in diversi modi e ogni Scuola ha un proprio modo di vederlo, di praticarlo. La Scuola Itsuo Tsuda, per quanto la riguarda, ne ha fatto incontestabilmente una delle basi del proprio insegnamento, della propria pedagogia.

Jiyuwaza: “il movimento libero”

Tsuda sensei, benché giapponese, usava molto raramente termini tecnici della sua lingua materna. Intellettuale di grande finezza, scrittore e filosofo, conferenziere e tecnico Seitai, accordava una grande importanza al fatto di essere, per quanto possibile, sempre ben capito. Inoltre, poiché padroneggiava perfettamente la lingua francese, utilizzava unicamente questa durante le sedute di Aikido. Per me che seguivo all’epoca tutti i sensei che venivano in Francia, era abbastanza strano ascoltarlo spiegare una tecnica o anche mostrarla senza nemmeno dire il nome in giapponese. Alcuni allievi che conoscevano solo il suo Aikido erano abituati e non erano affatto scioccati. Personalmente ho mantenuto l’uso dei nomi giapponesi, come mezzo di comunicazione nel mio insegnamento, solo quando è indispensabile, ed è diventato una tradizione nei nostri dojo. È per questo che nella nostra Scuola quello che chiamiamo “movimento libero” alla fine di ogni seduta, prima di fare il kokyu ho, è un esercizio che potremmo chiamare “Jiyuwaza”. È una specie di randori leggero ed è un momento molto importante, poiché gli spazi tra le persone sono ridotti dal fatto che tutti si muovono nello stesso tempo in tutte le direzioni, e che ognuno agisce come vuole seguendo la propria ispirazione, in funzione del proprio partner, o dell’angolo nel quale si trova rispetto all’altro. A volte, senza transizione, continuando l’esercizio e senza che nessuno torni a sedersi, faccio cambiare partner. Poi dopo qualche minuto, di nuovo, dico: “Cambiare”, poi alla fine annuncio con un sorriso: «Bagarre generale!» e allora si crea una mischia allegra in cui ognuno è Uke e Tori, a turno o allo stesso tempo. È il caos ma leggero, di modo che nessuno si faccia male, eppure è importante che ognuno dia il massimo in funzione del proprio livello. È un esercizio importante che faccio fare spesso durante gli stage dove c’è tanta gente, perché ci dà l’idea di ciò che siamo capaci di fare in una situazione ingarbugliata. È primordiale che gli attacchi portati non siano violenti, che non provochino la paura ma che siano sufficientemente decisi da sentire la continuità del ki nel gesto. Se sono superficiali o esitanti si perde il proprio tempo, oppure ci si illude sulle proprie capacità. È un processo di apprendimento difficile, che richiede anche anni, ma è di grande importanza pedagogica, motivo per cui pratichiamo il “movimento libero” a due quotidianamente alla fine di ogni seduta.

Ancora una volta la sfera

mormyridae
Mormyridae: trasformando gli impulsi elettrici in suono, quindi in linee, abbiamo un’immagine della sfera di questi pesci.
È guardando un documentario sull’evoluzione che mi aveva mandato uno dei miei allievi durante il confinamento che, come lui, mi sono stupito nello scoprire la rappresentazione visiva della sfera che circonda un particolarissimo pesce appartenente alla famiglia dei Mormyridae. Sebbene conosciuti fin dalla più remota Antichità perché, curiosamente, sono stati spesso rappresentati negli affreschi e nei bassorilievi che adornano le tombe dei faraoni, sono state appena scoperte su di loro qualità notevoli. Si tratta di pesci che hanno uno scheletro osseo, cosa già piuttosto rara. Oltre a questa particolarità, hanno delle facoltà insolite. Cacciano e comunicano tramite impulsi elettrici, emettendo scosse elettriche leggere (tra 5 e 20 V), ed estremamente brevi, inferiori a un millisecondo, che si ripetono a velocità variabile e senza interruzioni superiori a un secondo. Un organo particolare produce questo campo elettrico che circonda il pesce. Trasformando gli impulsi elettrici in suono, poi in linee, possiamo successivamente averne un’immagine come quella nella pagina accanto (questo dipende dall’impaginazione, quindi è eventualmente da cambire in sopra o sotto): in questo modo possiamo visualizzare la sfera di questi pesci. Essi utilizzano tale sfera anche come sistema di difesa. Grazie a questo campo possono differenziare un predatore da una preda o da un loro simile. Quando un predatore entra in questo campo, lo deforma e questa informazione viene immediatamente comunicata al cervelletto. Il cervelletto in essi è nettamente più grande del resto del cervello. Questa capacità di produrre e analizzare una corrente elettrica debole è loro utile per orientarsi nello spazio, e permette loro di localizzare ostacoli, di individuare prede, anche in acque torbide o in assenza di luce.

Una rappresentazione mentale o una funzione del cervelletto

La sfera nell’essere umano è forse solamente una rappresentazione mentale delle capacità inconsce che possiede – lo sapremo forse tra diversi anni o secoli – ma ciò non toglie nulla alla sua realtà, percepita dal praticante di arti marziali, né alla sua efficacia. Il ki, questa sensazione enigmatica della nostra stessa energia, della nostra osservazione, dell’atmosfera, che tutti i popoli hanno conosciuto e trasmesso nelle proprie culture senza poterle dare una definizione precisa, potrebbe essere la risposta, certamente considerata come non scientifica, ma che ha una realtà empirica attestata dall’esperienza di molti maestri, sciamani o mistici. Se cerchiamo risposte nel campo delle scienze cognitive, possiamo trovare elementi che, messi insieme, danno corpo a questa ricerca.Il cervelletto gioca un ruolo importante in tutti i vertebrati. Nell’essere umano il suo ruolo è assolutamente essenziale nel controllo motorio, che è la capacità di effettuare aggiustamenti posturali dinamici e di dirigere il corpo e gli arti in modo da compiere movimenti precisi. È determinante inoltre in alcune funzioni cognitive ed è anche coinvolto nell’attenzione e nella regolazione delle reazioni di paura e piacere. Contribuisce alla coordinazione e sincronizzazione dei gesti e alla precisione dei movimenti. In un attacco simultaneo di più persone, le arti marziali – e l’Aikido in particolare – devono aver preparato l’individuo, grazie alla ripetizione e alle sequenze durante i kata o nei movimenti liberi, a fornire le risposte necessarie per uscire da questo tipo di situazione. Quando si tratta di sopravvivenza, gli “organi” che sono cervelletto, talamo e sistema motorio extrapiramidale devono essere pronti. L’apprendimento deve essere stato di qualità, includendo la sorpresa, l’attenzione e persino una sorta di apprensione, in modo che l’involontario trovi dove attingere durante queste esperienze per mettere in atto i gesti giusti.

Essere come un pesce nell’acqua

Jiyuwasa è come una danza in cui l’involontario è il re. Non si tratta di essere il sovrano onnipotente che governa subordinati o tirapiedi, ma piuttosto di entrare in un mondo sottile dove la percezione, la sensazione ci guidano. Come il pesce sopra citato, si tratta di sentire il movimento dell’altro quando si dispiega e tocca la nostra sfera, soprattutto per non partire prima, con il rischio che l’attacco cambi direzione, ma essere in una posizione, una postura, che suscita un certo tipo di gesto e quindi di risposta. La tecnica non deve essere prevista né prevedibile, ma adattabile e adattata alla forma che cerca di raggiungerci. Una rilettura di Sun Tzu ci offre alcune citazioni scelte come: “Se conosci il nemico e conosci te stesso, la vittoria è assicurata. Se conosci il Cielo e la Terra, la tua vittoria sarà totale.”(1). Conoscere, ignorando cosa accadrà: come fare? È attraverso la fusione di sensibilità con il partner che possiamo scoprire come dobbiamo comportarci, come dobbiamo agire, reagire senza prima riflettere, senza esitazione. A poco a poco da questo tipo di esercizio nasce una sorta di fiducia in cui tutte le risposte sono possibili. È il momento di andare più lontano, di chiedere al nostro partner di essere più sottile, e anche più tenace. Deve, ogni volta sia possibile, capovolgere i ruoli e presentarsi come se fosse Tori invece che Uke.

regis soavi aikido fudoshin
Si tratta di sentire il movimento dell’altro mentre si dispiega e tocca la nostra sfera.

Fudoshin

Quando si pratica con diversi partner o quando si tratta di uscire dalla comodità della pratica quotidiana con persone che si conoscono, per esprimere ciò che alcuni chiamano il potenziale, si verificano varie reazioni di tensione, il corpo che teme questo incontro diverso si tende, e diventa rigido. Tsuda Itsuo sensei ci dà una risposta, o meglio esegue una decodifica della situazione attraverso un testo di Takuan che cita, sviluppando per gli occidentali che siamo, due o tre concetti che ci illuminano sui comportamenti e le risorse che dobbiamo trovare nel più profondo di noi stessi.”Come uscire da questo stato di torpore è il problema principale per chi esercita la professione delle armi. A questo proposito, è tuttora celebre un testo, Fudôchi Shimmyô roku, La Sagezza immutabile, scritto da Takuan (1573-1645), un monaco zen, che dava consigli a uno dei discendenti della famiglia Yagyû, incaricata dell’insegnamento della spada presso lo shogunato Tokugawa.’Fudô vuol dire immobile’, dice, ‘ma questa immobilità non è quella che consiste nell’essere insensibile come la pietra o il legno. Si tratta di non fissare lo spirito, mentre si va avanti, a sinistra e a destra, muovendosi liberamente, come desiderato, in tutte le direzioni’. L’immobilità, secondo Takuan, è dunque essere imperturbabile nello spirito, non si tratta assolutamente di immobilità senza vita. Significa non rimanere nella stagnazione, poter agire liberamente, come l’acqua che scorre. Quando si rimane bloccati a causa della fissazione su un oggetto, il nostro spirito, il nostro kokoro è perturbato dall’influenza di questo oggetto. L’immobilità rigida è il terreno propizio allo smarrimento. ‘Anche se dieci nemici ti attaccano, ognuno con un colpo di spada’, dice, ‘basta lasciarli passare, senza bloccare la tua attenzione ogni volta. È così che puoi fare il tuo lavoro senza impedimenti di uno contro dieci.’ [?] La formula di Takuan è di vivere nel presente, al massimo, senza essere in alcun modo ostacolati dal passato che sfugge.”(2)La maestria per ognuno di noi, per quanto relativa possa essere, è sempre, qualunque siano le nostre capacità, le nostre difficoltà, o talvolta anche le nostre facilità, il risultato di una vita di lavoro e allenamento. Frédéric Chopin, quando aveva appena suonato a memoria quattordici preludi e fughe di Jean-Sébastien Bach, aveva dichiarato ad una sua allieva durante una lezione privata: «L’ultima cosa è la semplicità. Dopo aver esaurito tutte le difficoltà, aver suonato una quantità immensa di note e note, è la semplicità che ne esce con il suo fascino, come l’ultimo sigillo dell’arte. Chiunque voglia arrivarvi subito non ci riuscirà mai; non si può iniziare dalla fine.»(3)A prescindere dall’essere Musicista, Artigiano, Monaco zen o Sensei di arti marziali, sono la sincerità nel lavoro e il piacere condiviso che ci guidano verso la semplicità, verso Fud?shin, lo spirito immutabile.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 3 nel mese di ottobredel 2020.Note :1) Sun zi, L’art de la guerre, Guy Trédaniel Éditeur, 2011, p. 69. In italiano Sun Tsu, L’arte della guerra, Feltrinelli, 2013.2) Tsuda Itsuo, La Voie des dieux, Le Courrier du Livre, 1982, pp. 72-73.3) Guy de Pourtales, Chopin ou le poète, Gallimard, 1940, p. 145.Foto: Bas van Buuren e immagine tratta da La favolosa storia dell’evoluzione: l’Albertine Rift, Arte France

Aikido: una via di normalizzazione del terreno del corpo

di Régis SoaviAikido Journal: “L’Aikido può ancora sopravvivere dopo più di tre mesi d’interruzione?(1)Règis Soavi: “Chi parla di interruzione di più di tre mesi della pratica? Secondo le nostre fonti, che in realtà sono dei contatti diretti, fatta eccezione per tre o quattro persone che avevano cominciato da meno di uno o due mesi, nessuno dei membri del nostro dojo ha smesso di praticare (a casa propria). Anzi, per alcuni, il confinamento ha loro permesso di fare quella che noi chiamiamo la Pratica respiratoria (comunemente chiamata Taiso nelle altre Scuole) tutte le mattine quando di solito il lavoro non permette loro che tre o quattro sedute alla settimana.Certo che il luogo, il dojo, è rimasto chiuso. Sebbene, essendo io stesso confinato a Parigi per ordine dello Stato, ma abitando accanto al dojo, ho potuto continuare ad andarci e mantenervi la Vita. Ogni mattina con la mia compagna (confinata con me) abbiamo potuto, dopo il Norito Misogi no Harae che recito prima delle sedute, fare la pratica respiratoria. La risonanza creata dagli “Hei Ho” al momento del Funakogi undo o dal battito delle mani che ritmano gli esercizi iniziali, ha permesso penso di mantenere questo spazio “pieno”, nel senso della pienezza del Ki. Il dojo non è mai stato vuoto.”A.J.: “La ripresa della pratica nella sua forma abituale sarà possibile al rientro o dovrà attendere lo sviluppo e l’introduzione di un vaccino efficace contro la SARS-CoV-2?”R.S.: ” Aikido: La via, è un’autostrada?(2 )È più necessario che mai normalizzare il nostro terreno al fine di permettere una reazione del corpo che sia nello stesso tempo sana e rapida. Se il Katsugen undo (Movimento rigeneratore) è una risposta specifica per permettere al corpo di reagire, l’Aikido, per quanto lo riguarda, – se è praticato in maniera regolare con l’attenzione e la concentrazione indispensabili – è una pratica che va nella medesima direzione. A condizione naturalmente di dimenticare l’aspetto “voglio un’efficacia immediata e facile”. Negli statuti dei nostri dojo figura sempre questa raccomandazione di Tsuda Sensei sullo spirito della pratica: “senza conoscenza, senza tecnica, senza scopo”. Queste indicazioni – di spirito molto zen si dirà – fanno della nostra Scuola una Scuola molto particolare, non è certo la sola, ma questo tipo di Scuole è diventato raro e adesso comincia ad essere di nuovo ricercato per le sue specificità.È attraverso la mobilitazione dell’unità dell’Essere che il corpo fisico ritrova delle capacità troppo spesso dimenticate, sottovalutate, sopravvalutate, o ancora disprezzate, ma in tutti i casi troppo spesso sottoutilizzate. Perché il Tai Chi Chuan e il Qi Gong, qualsiasi sia la Scuola, hanno potuto continuare, progredire e fiorire mentre molti club d’Aikido hanno avuto meno iscritti e poi talvolta sono morti lentamente? Non sarà forse perché hanno saputo mettere in evidenza l’aspetto salute, sviluppo personale, nonché l’aspetto distensione della loro pratica, di fronte allo stress provocato dai modi di vivere moderni, piuttosto che il lato marziale che eppure esiste in numerose Scuole e – oserei anche dire – esiste in maniera sottesa in tutte le Scuole? Non hanno avuto paura a mettere in primo piano dei valori che sono o dovrebbero essere i nostri, quali la circolazione del ki (il Chi o Qi) e l’importanza dell’unità del corpo per mantenere la salute psichica tanto quanto quella fisica.Immunità crociataDopo averci rinchiusi, confinati nelle città e nei paesi, dopo aver infuso la paura alla maggioranza della popolazione mondiale, oggi ci parlano dell’immunità crociata come se fosse una scoperta. Ma non ci si pone la domanda della capacità di resistenza, di resilienza dell’essere umano da migliaia di anni? Se l’essere umano esiste ancora, non è perché è fondamentalmente radicato nella Natura con la N maiuscola e non nella natura intesa come ambiente – che del resto tratta così male? Noi siamo una parte non separata dalla “Natura”, conduciamo una vita in simbiosi con quello che ci circonda, siamo fondamentalmente dei Simbionti. I batteri, tanto temuti, non esercitano solo un ruolo patogeno, essi sono per esempio anche all’origine della nostra capacità di respirare, grazie alla loro mutazione in mitocondri (3); senza il loro lavoro saremmo incapaci di digerire gli alimenti e quindi di nutrirci; grazie al loro lavoro partecipano ai nostri sistemi di difesa facendo barriera contro degli elementi pericolosi. I virus, i retrovirus, per quanto li riguarda, hanno un ruolo nella nostra capacità di vivere e di superare le difficoltà e gli ostacoli: alcuni tra loro sono dei batteriofagi, altri, spesso molto antichi, intrappolati che siano in delle parti ancora incomprese del DNA (parti così incomprese da essere state anche chiamate “rubbish” o “spazzatura”), servono da miniera di informazioni – un po’ come un’immensa biblioteca – per il sistema immunitario, a condizione che lo si lasci lavorare ogni volta che ne abbia bisogno.Che ne è dell’equilibrio in questi giorni di paura La società ci propone, ci impone sempre maggiori protezioni, e noi siamo sempre più disorientati davanti alla difficoltà. Nell’Aikido si parla di allenamento, si vuole un corpo forte, forse bisognerebbe anche pensare ad allenare il nostro sistema immunitario, e non impedirgli di fare il proprio lavoro.La paura, una banalitàLa paura è la grande responsabile, e ci viene inculcata a partire dalla nostra più tenera infanzia, con gentilezza, con buona volontà, per il nostro bene. Tutto questo senza quasi che nessuno se ne renda veramente conto. Tutta la nostra cerchia vi partecipa: genitori, famiglia, educatori, insegnanti, media. La paura del dolore, la paura della malattia, la paura della morte. Si deve fare attenzione, diffidare di tutto, del minimo raffreddore, della febbre più lieve, di un minuscolo foruncolo, tutto deve essere trattato, analizzato, catalogato, c’è pericolo ovunque, l’individuo arriva a pretendere di essere rinchiuso in un bunker, che sia fisico o mentale, che deve contenere un morbido bozzolo di protezione perfettamente rassicurante. Tutto questo sembra normale, perché privarsi di questo bozzolo, privarne gli altri, i nostri amici, i nostri familiari? La società moderna ha alterato il senso della vita e l’ha rimpiazzato con il suo consumo passivo, i propagatori di questa nuova ideologia ne hanno fatto un oggetto del desiderio, a volte un oggetto di culto come durante il confinamento, ma sempre un oggetto. Si può invertire la rotta? Fare marcia indietro? Ciò avrebbe un senso? Saremmo presto trattati come pazzi, gruppo settario pericoloso, da eliminare rapidamente in quanto “rischio di contagio ideologico”. Se la soluzione c’è, è individuale, ragionevole e responsabile, nei confronti di se stessi come di quelli che ci circondano.A.J.: “Nel contesto della diminuzione del numero di praticanti e dell’invecchiamento di questi, l’Aikido ha ancora una possibilità di sopravvivenza dopo più di tre mesi d’interruzione?”R.S.: ” Il mito della vecchiaia”Mi si dice. “Non ci sono più giovani praticanti nei dojo di Aikido! Vanno tutti a praticare dei Budo considerati più efficaci, più volontari!” Perché un tale disfattismo? E se invece di fare “un po’ di più della stessa cosa”, come enuncia la teoria dei ricercatori di Palo Alto, riflettessimo su quello che ci ha fatto venire, noi, in un dojo di Aikido piuttosto che scegliere un’altra arte? E se la nostra forza fosse altrove, se il valore dell’Aikido non fosse nell’apprendimento del combattimento ma fosse nell’arte della fusione della respirazione, nello sviluppo della sensibilità, nel favorire le ricerche sulla sensazione della sfera, l’intuizione, la liberazione dell’essere umano vero che dorme nel profondo di ciascuno di noi? Questo non forma delle persone deboli ma, la contrario, delle persone capaci di andare a cercare quello di cui hanno bisogno al momento giusto anche in un ambiente difficile, se non pericoloso. E se la nostra forza fosse l’involontario, e il suo punto d’arrivo il “Non-Fare”? Ma come arrivare a risvegliare questa forza? Se non la si è conservata dall’infanzia, forse abbiamo semplicemente bisogno di ritrovarla e per fare questo abbiamo bisogno di maturare, a volte abbiamo anche bisogno di eliminare le false buone soluzioni, le illusioni, gli stratagemmi. O Sensei Morihei Ueshiba ha cercato per tutta la vita nella pratica dei Budo così come attraverso il Sacro, e questa ricerca era la realizzazione stessa della sua vita. Non è andato in pensione a sessant’anni per diventare direttore di un club. È stato un esempio per quelli che, come Tsuda Sensei, l’hanno conosciuto personalmente. Un esempio e sicuramente non “una persona a rischio” da dover proteggere. Come si fa oggi con i più anziani negli istituti specializzati.Non resisto a citare un piccolo passaggio di un testo che Itsuo Tsuda aveva pubblicato sotto forma di quaderno all’inizio degli anni settanta e che ho conservato gelosamente fino alla sua pubblicazione ufficiale in una raccolta postuma nel 2014. Questo passaggio la dice lunga sullo stato d’animo di questo maestro fuori dal comune che ho avuto la possibilità di seguire per più di dieci anni e che ha impregnato così fortemente il mio percorso nella pratica della nostra arte.Itsuo Tsuda scrive“Ho cominciato l’Aikido a l’età di quarantacinque anni, età alla quale si rinuncia in generale a ogni movimento che rischia di essere violento. Per più di dieci anni, tutte le mattine, andavo alla seduta che cominciava alle ore 6.30, alzandomi alle 4, senza sosta, anche se capitava di mettermi a letto alle due del mattino o perfino se avevo la febbre a quaranta gradi, e questo, per il piacere di vedere questo maestro ottuagenario camminare sui tatami. Dei compagni del dojo mi dicevano: «Ha una volontà di ferro». Al che io replicavo: «No. Ho una volontà talmente debole che non riesco a smettere di continuare». Questo provocava un allegro scoppio di risate tra loro, ma ero sincero.”(4)Régis soavi, articolo pubblicato sul n. 75 di AikidoJournal, ottobre 2020 Tema: confinamento e Covid-19

  1. In Francia il primo confinamento a causa del covid-19 è iniziato il 17 marzo ed è finito l’11 maggio 2020, ma si è potuto riprendere la pratica dell’Aikido solo il 12 luglio.
  2. Itsuo Tsuda, Uno, Yume editions, 2019, p. 31.
  3. Marc-André Selosse, Jamais seul, Ed. Actes Sud, 2017.
  4. Itsuo Tsuda, C?ur de ciel pur, Le Courrier du Livre, 2014, p. 110.