di Régis Soavi
L’ambiente è un punto di partenza e un risultato, è nel senso più vero del termine un’atmosfera materiale, e al contempo immateriale, concreta eppure a volte quasi invisibile, ma sempre reale e tutt’altro che superflua.
Fattore determinante
L’ambiente di un dojo non è qualcosa di fisso né di definito per l’eternità, perché è nella finezza che si rivelerà la sua capacità di adeguarsi alla situazione. Se diventa rigido invece di essere semplicemente saldo, se diventa aggressivo anziché forte, sarà certamente più adatto alle arti di combattimento violente, o a quelle che tentano di esserlo, che a un’arte come la nostra, un’arte in cui la “non competizione” deve guidarci verso il rispetto per l’altro, verso una certa saggezza. Il luogo è quasi sempre un elemento fondamentale per la pratica dell’Aikido, soprattutto per i principianti; contribuisce a creare la particolare atmosfera che si incontra nei dojo della nostra Scuola. Tutto è stato concepito, organizzato e talvolta adattato, a seconda del luogo, della composizione del gruppo come pure delle sue capacità, in modo che ci si senta allo stesso tempo a proprio agio e concentrati. Tutto è stato previsto per favorire la pratica, e in questo luogo si sente che tante cose si sono già evolute e continueranno a evolversi. Nulla è stato disposto per rimanere immutabile; tutto dipenderà dalle circostanze, dall’ambiente favorevole che si svilupperà o si distruggerà per rinascere talvolta altrove, in un altro spazio.
È possibile, nonostante tutte le difficoltà, creare un Dojo adatto in altri luoghi, ma richiederà molta continuità, resilienza, e il lavoro svolto sarà costantemente messo alla prova da un contesto sociale sul quale è difficile avere un impatto, e si rischia di sfinirsi. Quando un luogo è adatto, è carico, non in sé, sebbene ciò sia possibile, ma piuttosto per la presenza attenta e spesso invisibile dei praticanti, vecchi e nuovi, cordialmente mescolati, perché è un Dojo, un luogo dove si pratica la Via. Non appena varchiamo la soglia, e a volte anche molto prima, a seconda della sensibilità di ciascuno, iniziamo a sentirne gli effetti, sia fisici che psicologici, per non dire psichici o spirituali. Nei nostri dojo, la semplicità deve regnare: niente “ring” o “zona di combattimento”, niente foto di atleti a torso nudo, solo qualche ritratto di vecchi maestri già scomparsi, un Tokonoma con un Kakemono che valorizza una calligrafia e, quando possibile, un Ikebana: tutto qui. Basta un semplice saluto quando si sale sul tatami per capire, per sentire ciò che è importante.

Un’attenzione concentrata
Una singola presenza può permettere che ci sia un ambiente favorevole, ma allo stesso modo, un’altra può turbare tutti gli sforzi compiuti dalle molte persone coinvolte nella seduta. Ecco perché c’è un vero lavoro di approfondimento da compiere da parte di ciascuno. Nell’immobilità come nell’azione, ci deve essere comprensione, e anche flessibilità; se non quella del corpo, bisogna per lo meno ricercare quella dello spirito. La prima parte di una seduta di Aikido nella nostra Scuola esiste per permetterci di percepire la creazione di uno “spazio-tempo” diverso, la cui esistenza veniva dimostrata ogni mattina da Tsuda sensei, così come a volte me lo ha fatto sentire in occasione di conversazioni private. Attraverso i suoi gesti, il suo ritmo, la sua sola presenza, sapeva suscitare qualcosa di diverso in me, un me più profondo e sereno, l’inizio di una presa di coscienza che ci ha messo così tanti anni a crescere. La sua respirazione profonda creava da sola l’ambiente necessario per la pratica. Sentivo che si ricollegava allo spirito dell’Aikido di O Sensei Morihei Ueshiba, che vi si avvicinava ogni giorno un po’ di più, sia quando, ad esempio, aveva tracciato una delle sue calligrafie come “Il Paese dove non succede niente”, sia quando, per guidarci, diceva: «Durante Tama-no-hireburi,1“Vibrazione dell’Anima” mi posiziono al centro dell’Universo».
L’ambiente non è qualcosa di ornamentale
Sebbene l’ambiente non sia il risultato di un allestimento immutabile, richiede un contesto adatto, che non sia destabilizzante, o il meno possibile, perché è sensibile a ciò che lo circonda, e può essere facilmente disturbato da persone o rumori inaspettati. A volte si tratta di dettagli che altrove non darebbero fastidio, ma che qui, a causa dei loro ritmi o di quel «non so che» che ognuno percepisce, rovinano ciò che è così difficile da ottenere. D’altra parte, non basta disporre oggetti giapponesi o cinesi che rendono il locale “orientale” per ritrovare pace e serenità.
È ciò che è intrinseco al Kakemono o all’Ikebana a trasformare l’atmosfera; sono proprio i gesti che hanno dato vita all’oggetto, che lo hanno trasceso, dandogli risonanza, che hanno permesso la creazione di un certo ambiente, rendendo possibile la percezione del Ki e che, per estensione, favoriscono anche un lavoro di armonizzazione del corpo, rendendolo più libero. La cura del dojo, i diecimila piccoli miglioramenti e sistemazioni, contribuiscono in modo significativo a mantenere un ambiente indispensabile per una pratica semplice ed equilibrata.
L’atmosfera, naturalmente, dipende anche da ciò che avviene nella mente dei praticanti, o meglio, dovrei dire nella loro testa. Se c’è preoccupazione per la scarsa partecipazione alle sedute, e quindi sono sempre gli stessi che praticano fra loro, si prova una sensazione di stanchezza che si diffonde al dojo nel suo insieme. Se i membri dell’associazione non riescono più a far quadrare i conti, queste preoccupazioni occupano la loro mente e, di conseguenza, rendono difficile accogliere nuove persone, poiché, non essendo liberi da esigenze finanziarie dovute alle loro realtà immediate, l’importanza della quota associativa finisce inconsciamente per prevalere sulla persona che è appena arrivata. Tutti i nuovi membri lo sentono senza rendersene conto e fanno marcia indietro senza nemmeno sapere perché, perdendo l’occasione di scoprire ciò che forse cercavano da tempo. Anche gelosie, desideri insoddisfatti, ambizioni, risentimenti e incomprensioni, sempre attribuiti ad altri, ovviamente influenzano e creano un ambiente che difficilmente permette la pratica dell’Aikido o del Katsugen Undo2Movimento Rigeneratore in modo semplice e profondo. Visto cosa è oggi l’essere umano, qualunque ne sia la ragione, spetta a ciascuno di noi “svuotare la testa”, come diceva Tsuda sensei, per superare tutto ciò che può bloccarci e impedirci di vivere pienamente secondo la nostra vera natura. È per questo che abbiamo scelto di praticare in un dojo; è per questo che seguiamo questa via.

Rigenerazione
Ogni mattina, la prima parte (pratica respiratoria) ci permette di avanzare, di scavare ogni volta un po’ più in profondità, di sbarazzarci di ciò che ci ingombra; questo è il senso che diamo alla parola purificazione. Il Katsugen Undo agisce allo stesso modo, se lo lasciamo scattare, attivando il nostro sistema involontario, ridandogli il proprio spazio, ovvero il posto primario per quanto riguarda la vita fondamentale, l’essenza della vita umana, quella che non lasciamo più agire dopo aver lasciato la prima infanzia. Queste due pratiche che agiscono sul corpo e sulla mente, ci permettono di ritrovare sia la vivacità sia la tranquillità di cui abbiamo bisogno. Se l’ambiente non è adatto, se è deleterio, rischiamo di lasciarci sfuggire qualcosa, di deviare e di peggiorare le cose, perdendo così ancora una volta un’opportunità. Se non ci prendiamo cura del contesto e delle condizioni della pratica, che sia per noi stessi o per gli altri, andiamo a controsenso e perdiamo la nostra obiettività, il senso dell’universalità, la ricerca dell’unità, a favore di partiti presi e parzialità.
Itsuo Tsuda scriveva del gruppo che veniva al suo dojo nei primi anni Settanta: «Se si viene al dojo, è certamente per godere dello spirito di comunione che vi regna. Si viene per integrarsi al gruppo. Ma questa integrazione presenta una grande diversità. In casi estremi, ci si isola in un angolo per fare il proprio Movimento [Rigeneratore] da soli. Non si vuole che qualcuno ci tocchi. In altri casi, si ha un partner abituale, senza il quale non si può fare il Movimento. In altri casi ancora, si pratica con tutti, ma ci si sente bene con questa o con quella persona e a disagio con un’altra. Ci sono sensibilità più o meno aperte, sensibilità che si attirano o si respingono tra loro. Molti vengono regolarmente, altri irregolarmente. Molti sono combattuti tra il desiderio di partecipare e quello di isolarsi. Il gruppo non è dunque affatto omogeneo. Tuttavia esiste uno spirito di corpo, di comunione e di famiglia, innegabile.[…] Quel famoso ambiente di cui ho parlato, non vale per tutti. Diverse persone hanno reagito con rifiuti di ogni tipo: sorpresa, imbarazzo, perplessità, sentimento confuso, indignazione, disprezzo, sdegno, ecc.» 3Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, pp. 119-121
Creare un ambiente temporaneo
Per lo stage d’estate, organizzato da quasi quarant’anni nel villaggio di Mas d’Azil4Le Mas d’Azil, regione dell’Ariège, Sud della Francia, tutto deve essere creato da zero. Poiché è impossibile riunire tutti i praticanti della nostra Scuola in un dojo in città, semplicemente per motivi di spazio e logistici, dobbiamo creare un ambiente adeguato in una vecchia palestra dei primi anni ’60, pressoché in disuso. Mentre lo stage dura 15 giorni per chi vi partecipa, dura quasi un mese per chi lo organizza. Con entusiasmo sempre rinnovato, una ventina di praticanti preparano il luogo. Quasi tutto deve essere riorganizzato ogni anno, a volte con cambiamenti graditi, o meno. È impressionante vedere ogni giorno questa vecchia palestra diventare sempre di più un Dojo. Viene ridipinta, vengono appese le tende, vengono creati gli spogliatoi, c’è un fermento di attività, ogni minimo dettaglio è curato e i problemi vengono risolti grazie alla collaborazione tra i membri più anziani e quelli più nuovi.
Alla fine della settimana, il Dojo è pronto, il Tokonoma è allestito, non manca quasi nulla, lo spazio viene lasciato a riposo per un intero pomeriggio – è la necessità di un “Ma”5Ma 間, “spazio tempo”, “intervallo vuoto” e la sera si aggiunge il tocco finale: la posa del Kakemono con la sua calligrafia. Il Kakemono è stato concepito e realizzato mesi prima appositamente per questa occasione; da solo completa l’ambiente che regnerà per tutto lo stage. Un Ikebana in armonia completa poi il Tokonoma.
La mattina del primo giorno, durante quella che potremmo definire un’apertura solenne, indosso un hakama da cerimonia e faccio il primo saluto e tutta la pratica respiratoria non con il bokken ma con un ventaglio; l’ambiente che si crea ci porta verso l’armonia, il Non-Fare, piuttosto che verso il combattimento.

Un ambiente che rispetta l’indipendenza e la Libertà di ciascuno
Nella nostra Scuola, sebbene pratichiamo tutti le stesse arti, ogni dojo ha il suo ambiente. Ci sono diversi dojo in Francia, e si potrebbe pensare che più o meno si assomiglino tutti, ma in realtà non è affatto così. Come si può comparare Parigi con Tolosa o Blois? Ognuno ha le sue caratteristiche, le sue usanze e abitudini; lo stesso vale per l’Italia: Milano non è Roma, ma nemmeno Ancona o Pescara. Che dire di Amsterdam o Bogotà? La stessa pratica, ma individui diversi, ambienti diversi e talvolta anche, a seconda delle esigenze, dell’epoca o delle necessità locali, possono presentarsi leggere variazioni, sfumature su certi punti senza alterarne la profondità, come giustamente affermava il direttore d’orchestra rumeno Sergiu Celibidache riguardo all’interpretazione di un brano musicale che viene eseguito in modo diverso senza tradire la sua natura o il compositore, in funzione del luogo o del pubblico. L’ambiente è uno degli strumenti a nostra disposizione, proprio come la pratica; viene ricreato e mantenuto quotidianamente per favorire l’indipendenza e la Libertà di ciascuno, come afferma Tsuda Sensei:
«L’indipendenza e la libertà di cui parlo sono qualcosa che sorge in noi, da sé, una sensazione di quiete profonda in ogni circostanza. Non è un apporto esterno. Esiste già in noi. Lo scopriamo quando ci sbarazziamo di tutto ciò che ci ingombra»6Itsuo Tsuda, Le triangle instable, p. 96 «Nessun apporto esterno, denaro, onore, potere può procurarci la vera Libertà, perché è una sensazione interiore che non dipende da alcuna condizione materiale o oggettiva. Ci si può sentire liberi nella peggiore delle costrizioni, così come prigionieri al culmine della felicità.»7Itsuo Tsuda, Il dialogo del silenzio, pp. 83-84 Ecco perché ho incoraggiato e contribuito alla creazione di dojo autonomi e indipendenti; questo lavoro è ben lungi dall’essere concluso, è solo un inizio che dovrà essere portato avanti, ma era questo il desiderio del mio maestro Itsuo Tsuda che lo ha innescato più di cinquant’anni fa.
Régis Soavi
Notes
- 1“Vibrazione dell’Anima”
- 2Movimento Rigeneratore
- 3Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, pp. 119-121
- 4Le Mas d’Azil, regione dell’Ariège, Sud della Francia
- 5Ma 間, “spazio tempo”, “intervallo vuoto”
- 6Itsuo Tsuda, Le triangle instable, p. 96
- 7Itsuo Tsuda, Il dialogo del silenzio, pp. 83-84