Tutto è meglio “semiaperto” #2

continua dalla parte 1

(parte 2)

 

Nota dei traduttori: in questa intervista, Shin’ya Noguchi utilizza il termine giapponese henshū 編集 – letteralmente “editare” – ma lo intende in senso creativo e filosofico, parlando ad esempio di “edizione” del corpo o dei luoghi. Una metafora può aiutare a chiarire il concetto: se un editore, per creare un libro, può iniziare raccogliendo e organizzando dei testi, può anche rieditare un’opera riprendendone e modificandone l’organizzazione precedente. Allo stesso modo, l’individuo ha la possibilità di rieditare (riorganizzare) le proprie connessioni nervose e la propria consapevolezza corporea, al fine di ricostruire un corpo più equilibrato. Editare il corpo potrà quindi significare riorganizzare-riadattare l’esperienza corporea o ancora – un termine che Shin’ya Noguchi utilizza altrove – educare il corpo (tai-iku 体育). Allo stesso modo, l’edizione di un luogo o di una relazione potrà significare trasformazione, preparazione, messa a punto.
Nel testo che segue, tutte le note a piè di pagina sono dei traduttori.

La lotta contro le parole chiuse

Se Shin’ya Noguchi insiste così tanto sull’edizione [編集henshū: riorganizzazione, riadattamento dell’esperienza corporea] e sulla traduzione, è perché nutre un senso di crisi profondo nei confronti del mondo del Seitai in cui è cresciuto. “L’Associazione Seitai Kyokai a cui appartenevo in passato aveva una soglia d’ingresso molto alta: per essere ammessi servivano almeno due garanti. Era un mondo estremamente chiuso.”

Le comunità dotate di un’elevata specializzazione sviluppano inevitabilmente un gergo — una terminologia specialistica — che circola solo al loro interno. È un’arma a doppio taglio: da un lato consente una comunicazione efficace tra gli addetti ai lavori, ma dall’altro provoca anche una frattura con l’esterno. “In un mondo chiuso, la conversazione si regge interamente sul gergo. Ma così si perde la capacità di parlare a chi sta fuori. Si dimentica come dialogare. Il luogo diventa sempre più chiuso.”
L’espressione stessa “Seitai di Noguchi” si è trasformata in un nome comune, che circola con un senso limitato e viene consumato esclusivamente all’interno di una determinata categoria: tecnica terapeutica, aggiustamento, dote geniale, funziona / non funziona, ecc. Per resistere a questa “morte del linguaggio”, Shin’ya Noguchi ha fondato, insieme al padre e al fratello, una nuova organizzazione: Seifū Gakusha. Ciò che fa è “tradurre” il pensiero di Haruchika Noguchi in parole comprensibili per le persone di oggi, senza ricorrere alla terminologia specialistica del Seitai. È un’impresa che va oltre l’edizione [編集henshū: messa a punto, preparazione] del luogo: un’opera di trasposizione del pensiero in contesti differenti.
In questo tentativo, suo padre, Hiroyuki Noguchi, è stato un precursore. “Mio padre ha iniziato a spiegare i tre pilastri del Seitai — yuki, katsugen e suitaigairokei1Sistema extrapiramidale. sostituendoli con parole di uso comune: ‘toccare’, ‘muoversi’, ‘incontrare l’altro’.”
Questa operazione di traduzione ha incontrato la dura opposizione di una parte delle forze conservatrici di Seitai Kyokai che replicavano: “Haruchika Sensei non ha mai detto una cosa del genere!” Eppure, senza parole che esistano al di fuori del gergo, quella sapienza non può essere condivisa con la società e finisce per isolarsi e scomparire. “Anche mio padre ha combattuto nella solitudine, ma la sua è stata una traduzione rivoluzionaria. Ha trasformato i concetti in parole che chiunque potesse comprendere intuitivamente: ‘Toccare è una buona cosa’.”
Se Zensei Shinsha affronta temi apparentemente sorprendenti, è proprio perché tutto rientra in questa strategia di degergalizzazione. Se si espone l’insegna Seitai, verranno solo persone già interessate al Seitai. Ma se si predispone all’entrata un bel suono, un libro interessante, accessi universali, si riuniranno persone diverse. E il dialogo che si svolgerà tra loro sarà fatto di parole vive, e non di termini specialistici.
“Se un’organizzazione, una società, perde le parole, è la fine. Per questo voglio tenere questo luogo ‘semiaperto’, in modo che l’aria di fuori possa sempre entrare. Altrimenti, tutto si deteriora.” La frattura tra specializzazione e dimensione pubblica non riguarda soltanto il Seitai; riguarda l’accademia, l’arte, i dipartimenti di Ricerca e Sviluppo delle imprese, insomma, ogni collettivo di specialisti. Continuare a tradurre senza temere ‘di farsi rimproverare’: forse è l’unico modo per rimettere in circolazione la conoscenza nella società.
Tuttavia, rifiutare le categorie preesistenti e persistere nell’essere un luogo indefinito comporta anche un dolore molto concreto. A proposito del finanziamento di Zensei Shinsha, Shin’ya Noguchi sorride amaramente: “ci ho investito tutti i miei risparmi, al punto da far preoccupare la famiglia.” Naturalmente ha provato a ottenere finanziamenti pubblici, ma senza successo. Il motivo è evidente. “Per ottenere un finanziamento, avrei dovuto categorizzare il luogo: ‘questo è uno spazio musicale’. Ma è proprio la cosa che so fare di meno.”
Qui si ascolta musica, si parla del corpo, si leggono libri. È proprio questa trasversalità a costituire il valore del luogo. Ma in un sistema sociale compartimentalizzato, ciò che attraversa le categorie viene trattato come un’entità senza una chiara appartenenza. I fondi provengono solo da caselle specifiche — promozione musicale, servizi sociali territoriali, ecc. — e Zensei Shinsha, che si trova in una zona intermedia, non rientra in nessuna di queste. “Anche i collezionisti e gli appassionati di musica si aggregano ciascuno per filiera verticale, perché questo li rassicura. Quando dico che tutto questo in fondo è la stessa cosa, non vengo capito.”
Il fatto di non ottenere sovvenzioni è, paradossalmente, la prova che Zensei Shinsha sta aquisendo una nuova forma di notorietà che sfugge alle categorie esistenti. Se il luogo venisse compreso, classificato e finanziato, non sarebbe più semiaperto. Accettare questa solitudine istituzionale pur continuando, nonostante tutto, a mantenere un atteggiamento di apertura: è proprio qui che risiede, secondo Shinya Noguchi, una vera forma di autonomia.
6 dicembre 2025, giorno del nostro reportage, è stato organizzato un evento, sotto forma di seduta di ascolto e discussione, nella sala da musica per celebrare l’uscita del volume Acustica, ambiente, improvvisazione: veglia attorno al vento che soffia tra i pini [mfn]Shōrai: nel cha-no-yu, così viene descritto il delicato fremito dell’acqua che si scalda nel bollitore.[/mfn] — L’avventura dell’orecchio (edizioni Company). I paesaggi sonori e le improvvisazioni, selezionati dagli autori Keiichi FUKUSHIMA e Takashi TSUDA, hanno risuonato nella sala fino a tarda notte.

Riconnettere le sensazioni

Il tempo trascorso a Zensei Shinsha possiede una qualità radicalmente diversa da quella delle esperienze musicali a cui siamo abituati. I luoghi classici di diffusione musicale — sale da concerto, night club — hanno spesso la funzione di farci assorbire un elevato volume sonoro, bere ed esternare lo stress nell’eccitazione collettiva: sono innanzitutto spazi di consumo. Vi si cerca una fuga dal quotidiano, una liberazione provvisoria.
Ma ciò che Shin’ya Noguchi persegue in questo luogo non è né consumo né evasione. È piuttosto un tempo dedicato a imparare da ciò che è antico, a riportare le percezioni corporee alterate al loro stato originario. “Credo che questo luogo non abbia chiaramente lo stesso ruolo degli altri spazi musicali esistenti. Non è un posto in cui si viene semplicemente per apprezzare la musica, ricevere un elevato volume sonoro o socializzare.”
Il mutamento più radicale che avviene a Zensei Shinsha investe il corpo stesso. Shin’ya Noguchi spiega che quando in questo spazio risuona un suono di qualità, nella percezione umana si verifica un fenomeno singolare. “Quando il suono giusto comincia a risuonare, si ha l’impressione che l’orecchio si sposti da qualche parte. La funzione uditiva sembra distribuirsi su tutto il corpo. Per esempio, si ha l’impressione di ascoltare con le braccia, o con la punta delle dita.”
Nella società contemporanea, il corpo è completamente suddiviso in funzioni specializzate. Si vede con gli occhi, si sente con le orecchie, si pensa con il cervello. Ogni organo opera come specialista indipendente, e le informazioni vengono elaborate in modo frammentato. Shin’ya Noguchi considera del tutto innaturale la condizione in cui lo specialista della testa e lo specialista delle braccia sono separati. L’esperienza musicale di Zensei Shinsha smonta questa divisione del lavoro. Le potenti onde sonore che si sprigionano dagli Eurodyn della Siemens fanno vibrare non solo i timpani, ma anche la pelle, le ossa e gli organi interni. L’ascolto perde allora la sua localizzazione e si fonde in un una forma di “tatto” globale, che coinvolge tutto il corpo.
“Chee Shimizu, il DJ e selezionatore musicale con cui organizzo eventi, tiene gli occhi spalancati quando ascolta la musica, senza fissare nulla in particolare. Dice: ‘Il suono raggiunge i miei occhi e ne assaporo l’effervescenza’.” Shin’ya Noguchi stesso, invece, quando è in uno stato di concentrazione profonda, chiude gli occhi e avverte “qualcosa come un salvagente che affiora dolcemente nella zona del basso ventre, come se fossi immerso in un bagno.”
Ascoltare con la vista. Ascoltare con il ventre. Qui si dissolve non soltanto il confine tra udire e ascoltare, ma i confini stessi tra i cinque sensi. Si compie una riedizione [再編集 saihenshū: riorganizzazione, riadattamento] completa delle percezioni corporee. E questa trasformazione non si compie soltanto all’interno dell’individuo.
Shin’ya Noguchi rievoca un momento vissuto in un piccolo negozio di dischi: “C’è stato un istante in cui le orecchie di tutte le persone presenti hanno cominciato a orientarsi nella stessa direzione. In un silenzio che ricordava quello di una sala da tè, l’ascolto convergeva in un unico punto. Ho avuto l’impressione che io e gli altri fossimo diventati un tutt’uno.” Non l’esperienza musicale isolata delle cuffiette, ma un’immersione condivisa in uno stesso spazio, percependo la presenza altrui. Ciò che ne nasce, è una risonanza collettiva delle sensazioni.

Se la persona accanto è contenta, anch’io divento felice. Se la concentrazione di qualcuno si approfondisce, la profondità dell’intero luogo aumenta. Corpi ‘semiaperti’ si connettono fluidamente attraverso il suono trasformandosi in un unico grande recettore che assapora la risonanza. Ciò a cui aspira Zensei Shinsha non è altro che il ripristino di un corpo in grado di risuonare con gli altri.

Durante l’evento, Shinya Noguchi si è spesso soffermato in fondo alla sala musicale per ascoltare la musica insieme ai visitatori.

Un’etica della “difficoltà di accesso”

Ma per preservare un luogo così delicato e denso, è necessaria una sorta di barriera protettiva. È per questo che Zensei Shinsha è stata deliberatamente concepita come un luogo di “difficile accesso”. “L’ingresso è un vicolo dall’aspetto un po’ losco, funzioniamo solo su prenotazione, e i testi di presentazione degli eventi sono scritti in uno stile complicato. Sono tutti filtri intenzionali.”

Quando si parla di luogo aperto, si tende a immaginare uno spazio senza barriere che accoglie chiunque senza condizioni. Ma un’apertura senza difese rischia di diluire l’atmosfera del luogo, talvolta di distruggerla. Il semiaperto a cui aspira Shin’ya Noguchi non significa restare senza protezione. Significa mantenere il collegamento con l’esterno e al contempo gestire con cura i confini, per proteggere la qualità dell’interno.
Questa cura si manifesta simbolicamente all’ingresso. “Se guardo l’ingresso da noi, vedo che le scarpe degli ospiti sono allineate in modo impeccabile. Allora dico: ‘Oggi andrà tutto bene’. Quando si passa dall’esterno all’interno, bisogna cambiare modalità di concentrazione. Il modo in cui si dispongono le scarpe è il segnale che indica se quel rituale è stato compiuto.”
I partecipanti si premurano di prenotare, leggono un testo complesso, percorrono il vicolo per arrivare fin qui. Ciascuna di queste tappe adatta a poco a poco il loro spirito e il loro corpo alla modalità di presenza richiesta dal luogo. Shin’ya Noguchi aggiunge sempre una parola personale nello scambio di e-mail per la prenotazione. Non si tratta di una procedura amministrativa, ma di un’“edizione della relazione” [編集 henshū: preparazione, messa a punto] già in corso. Grazie a questa attenzione, non solo si prevengono le cancellazioni dell’ultimo minuto, ma la persona che si presenta quel giorno si trasforma da semplice
consumatore in partecipante che contribuisce alla formazione del luogo.
“Rendere il processo per accedere allo spazio un po’ più impegnativo fa parte del semiaperto. Per ricevere qualcosa, bisogna prepararsi a costruire una relazione.” I servizi contemporanei si sforzano di rendere l’esperienza del fruitore il più fluida possibile, eliminando ogni attrito. Ma al contrario Zensei Shinsha preserva deliberatamente una certa resistenza. È proprio quell’attrito a sollecitare la partecipazione attiva dei visitatori e a coltivare il rispetto verso il luogo. La gentilezza non consiste nell’invitare facilmente chiunque con un semplice gesto. A volte consiste nel fissare una soglia elevata, per poi accogliere con la musica più bella e lo spazio più accogliente coloro che scelgono di varcarla. Questa è l’etica del luogo secondo Shin’ya Noguchi.

Verso un bene comune che risuona

Dalla teoria del corpo fondata sull’antagonismo tra tensione e distensione, a quest’arte dell’edizione che non enuncia l’essenziale, fino alla protezione del luogo attraverso la difficoltà di accesso, l’iniziativa promossa da Zensei Shinsha e dalla Sala da musica commemorativa Haruchika Noguchi offre una serie di spunti concreti per immaginare una nuova società.

Shin’ya Noguchi sottolinea l’importanza di “attraversare orizzontalmente” piuttosto che limitarsi alle “compartimentazioni verticali”. Seitai, audio, letteratura, natura: non si tratta di approfondire ciascuno di questi ambiti come discipline (verticali) distinte, ma di collegarli tra loro attraversandoli da una prospettiva (orizzontale) comune, quella della vita umana. In questo spazio, i ruoli fissi — specialista e profano, interprete e spettatore, ospite e invitato — si dissolvono, e tutti interagiscono alla pari attraverso un terreno comune.
Quando gli si chiede in che modo dovrebbero moltiplicarsi in futuro luoghi come Zensei Shinsha, dedicati all’ascolto della musica, Shin’ya Noguchi risponde: “Vorrei che nascessero più luoghi in cui l’obiettivo non fosse solo ascoltare musica, luoghi in cui qualcosa di nuovo possa nascere dal fatto di attraversare orizzontalmente le cose. È da tali pratiche che la cultura emerge, credo.”
Zensei Shinsha non è un museo compiuto. Ereditando ciò che Haruchika Noguchi ha lasciato alle generazioni successive, il luogo continua a respirare adattandosi al proprio tempo, in uno stato perennemente incompiuto. Le valvole degli amplificatori si scaldano, la puntina del giradischi percorre i solchi, le persone si radunano, e poi si disperdono. Questo stesso processo non è altro che la realizzazione concreta di ciò che Haruchika Noguchi chiamava zensei: vivere pienamente, mobilitando la propria forza vitale fino in fondo. In una società che insegue l’efficienza e le risposte esatte, non stiamo forse irrigidendo il corpo e trattenendo il respiro? Se avvertite questa sensazione, provate a bussare alla porta nascosta di quel vicolo di Komae. Là vi attende una risonanza libera, “semiaperta”, che il vostro corpo ancora non conosce, o che, forse, ricorda con nostalgia.

Shinya Noguchi

 

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Notes

  • 1
    Sistema extrapiramidale. ↩︎