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#1 Il Doho e la percezione interna del corpo

Articolo di Hiroyuki Noguchi1Figlio di Haruchika Noguchi, fondatore del Seïtai del 1993. Tradotto dal giapponese dalla Scuola Itsuo Tsuda.

Un tempo, alla base della cultura tradizionale giapponese, vi era un approccio singolare alla percezione e al movimento del corpo. Questa tradizione era legata a un modo di muoversi che andava oltre i confini delle diverse discipline, stili e scuole ed era la norma dell’esercizio fisico2Marcel Mauss indicava che il corpo è espressione di noi stessi, ma soprattutto di una concezione culturale, dell’organizzazione sociale e dei sistemi di rappresentazione del mondo. L’educazione gioca un ruolo fondamentale nella trasmissione delle tecniche del corpo che forgiano i nostri habitus – modo di essere, andatura generale, tenuta, disposizione d’animo. M. Mauss Les Techniques du corps, Journal de Psychologie, vol. xxxii, no 3-4, 15 marzo-15 aprile 1936..

Sebbene non ci sia mai stato un sistema organizzato, i nostri predecessori hanno beneficiato di questo modo di muoversi in una maniera assolutamente naturale e hanno approfondito i propri movimenti. Chiamo Doho3Doho lett. Metodo di movimento quest’approccio tradizionale al corpo. È un modo di vivere il proprio corpo che sta scomparendo anche se si tratta di un’eredità immateriale sviluppata dagli antichi. Cerco di ritrovare questo modo di muoversi e i suoi principi di percezione interna del corpo, dal punto di vista del metodo Seitai4Il Seitai è stato elaborato da Haruchika Noguchi (1911-1976). Questo “metodo” comprende la pratica del Katsugen undo (Movimento rigeneratore) diffuso in Europa da Itsuo Tsuda negli anni ’70. Il Seitai si basa sull’assunto che il corpo ha una capacità naturale di riequilibrarsi in modo da garantire il proprio corretto funzionamento. La pratica mira a ripristinare questa sensibilità e le capacità di autoregolazione dell’organismo. .

Il Doho e la cultura giapponese

La cultura giapponese è un fiore che è sbocciato sul ricco terreno del Doho. Ma se un terreno si rovina, i fiori non avranno altra scelta che deperire. Il Chado, l’arte del tè, il teatro Nō e l’Hana, l’arte dei fiori, sono forme d’arte straordinarie create da grandi maestri. Tuttavia, la bellezza di una cerimonia del tè non sta nella sua forma, ma nel terreno che la sottende, cioè nei sottili movimenti tra l’ospite e l’invitato.

Qualunque sia la forma, anche se tecnicamente eccellente, se non c’è un movimento attivo del corpo che ne è alla base, essa non ha vita.

La raffinatezza di Ichigo-Ichie5四字熟語 lett. Una vita, un incontro in cui ogni esperienza è unica. può essere avvertita solo nel momento presente, essendo Kannou dōkō6感応道交espressione buddista. Comunicazione reciproca tra i sentimenti del Buddha e gli esseri umani. In un senso più ampio, si tratta della comprensione tra persone vicine, ma che hanno una differenza di posizione come tra il maestro e il discepolo cioè in una comunicazione reciproca che può avvenire solo quando il modo di muovere il corpo implica una forte concentrazione del ki, da parte dell’ospite e dell’invitato, che scambiano e si fondono insieme.

Il modo in cui un maestro del tè si muove non è sempre specifico della cerimonia del tè. Non c’è dubbio che l’arte dei maestri del tè sia impregnata di ogni loro movimento, il suo modo di camminare hoko, la sua postura seduta zahô, il suo approccio nijiri7躙にじり La posizione strisciante. Avvicinarsi lentamente. e la sua camminata sulle ginocchia shikko, sono comuni allo shintoismo, al Nō e alle arti marziali.

Allo stesso modo, sebbene il gesto di una mano che tiene una tazza sia diverso dal gesto di battere le mani e di unirle per pregare, nel Doho, l’effetto sul corpo è simile.

Il Doho attraversa tutte le arti.

Nelle risaie fangose i contadini avevano sviluppato un modo di muoversi in cui allungavano fortemente le dita dei piedi verso l’esterno per essere flessibili e stabili a livello del koshi8Koshi zona delle anche, bacino e parte bassa della colonna vertebrale.. La scuola di spada Yagyu ha sviluppato lo stesso modo di muoversi e sedersi in seiza per essere in grado di sentire una presenza lungo la propria schiena. Si può anche dire che il modo di maneggiare le bacchette per il kaiseki9Il pasto semplice che l’ospite della cerimonia del tè (chanoyu) serve ai suoi convitati prima della cerimonia è lo stesso dei movimenti dell’arte della spada giapponese.

Nella recitazione del Nō la sensazione di vibrazione del suono nell’hara10Hara, zona situata sotto l’ombelico. Centro del corpo nelle tradizioni giapponesi e cinesi 丹田). si ritrova nello shintoismo e nel metodo del kiai dello Shugen11Lo shugendō (修験道) è una millenaria tradizione spirituale giapponese in cui il rapporto tra uomo e natura è fondamentale. Utilizzando l’ascesi, la vita in montagna e includendo insegnamenti animisti, shintoismo, taoismo…. In tutti questi casi una certa curvatura del koshi è indispensabile. È presente anche nella danza del Nō, probabilmente perché in origine gli attori di Nō ballavano cantano.

È così che i nostri antenati hanno creato le proprie forme uniche di agricoltura, rituali, combattimenti, ornamenti ed eleganza, secondo i principi del Doho, comune al popolo giapponese. Allo stesso modo le culture straniere importate in Giappone sono state integrate grazie al Doho.

Un buono esempio è l’inclinazione in avanti del koshi che non era sottolineata così tanto sul continente, ma è diventata indissociabile dal Zazen giapponese.

Con questa curvatura del koshi, durante la pratica di Zazen quando si uniscono le mani, si avvicinano le dita lasciando tra i pollici uno spazio sottile come un foglio di carta. Ciò favorisce un movimento sottile, il Doho.

Inarcare il koshi è un movimento che i giapponesi apprezzavano particolarmente e che si ritrova tanto nel tracciato del calligrafo o nel seiza, la postura seduta, quanto nelle persone comuni a un tavolo tradizionale giapponese.

Se si osserva nel dettaglio, si possono percepire diversi modi d’inarcare il koshi.

Nel caso del Nō ci si siede accompagnati dalla sensazione di tirare verso l’alto le vertebre sacrali, mentre nel caso dello Zen la sensazione è che le vertebre sacrali spingano verso l’hara, provocandone la discesa. Un po’ come se l’hara fosse tirato verso il basso.

Lo sport moderno non fa eccezione in Giappone, anche nel baseball. Vi ritroviamo le diverse maniere di inarcare il koshi.

C’è Sonkyo, la posizione accovacciata del ricevitore. Shizumi, la posizione dell’interno e la posizione del battitore. Questi sembra tenere una spada giapponese che simbolizza l’inclinazione del koshi.

Queste tre posizioni corrispondono a tre modi specifici d’inarcare il koshi: la posizione del prete, la posizione secondo lo stile del Nō e la posizione secondo lo stile dello Zen.

Il Doho è come un “legame di sangue” per i giapponesi, un “DNA” che, seppur parzialmente disgregato, si è tramandato fino ai giorni nostri. È la prova che noi siamo un popolo che, se dispiega tutto il proprio potenziale, sarà naturalmente in accordo con i principi del Doho.

Una puleggia chiamata Nanban è stata introdotta in Giappone, e l’immagine di un operaio che utilizza questa puleggia avrebbe dato origine alla parola Nanba, che sarebbe una delle caratteristiche originali del modo di muoversi giapponese.

La camminata Nanba avviene quando la gamba destra è in avanti, anche la spalla destra e l’alto del corpo destro avanzano.

Nelle antiche arti marziali, la postura in piedi So12ソla posizione sō, posizione eretta di base nella scuola Kashima Shin Ryu e la postura di profilo Shumoku sono riconosciute tipiche del Nanba.

Dall’Awa Odori13Danza popolare alle danze Nō, e ancora di più nelle posizioni dei contadini che piantano il riso, tutti questi movimenti provengono dal Nanba.

Durante il raduno mattutino alla scuola elementare, la nostra generazione doveva fare un esercizio di camminata chiamato “Kôshin: camminare al passo”14La politica di modernizzazione dell’era Meiji (dopo il 1868) consistette nel sostituire le forme tradizionali giapponesi in tutti gli aspetti. Questo toccò anche l’educazione del corpo attraverso l’introduzione della ginnastica occidentale.. All’epoca non si era ancora abituati a camminare al passo alla maniera occidentale oscillando alternativamente le mani davanti e dietro, tanto che molti allievi si sono trovati come impacciati dopo due o tre passi e sono stati subito catalogati come con scarse capacità motorie. È strano, perché i giapponesi erano maltrattati unicamente perché si muovevano nello stile tradizionale.

Provate con gli scolari di oggi e vedrete che la camminata Nanba è completamente scomparsa. Se ci pensate bene, l’educazione fisica giapponese a scuola dalla restaurazione Meiji ha cercato di estirpare la tradizione del Doho rappresentata dalla marcia Nanba. Oggi, cent’anni dopo, questa politica nazionale ha trionfato, ma ha portato anche alla scomparsa delle tecniche tradizionali.

Anche in questo caso, se il substrato del Doho si perde, il fiore non può che perire, indipendentemente dalla protezione di cui gode. Tuttavia, ancora oggi, mentre molti giapponesi hanno naturalmente adottato il modo di camminare occidentale, se riunite dieci giapponesi e chiedete loro di camminare facendo grandi passi, energici, e grandi gesti delle braccia, come se stessero calpestando la terra, almeno sette di loro faranno il Nanba.

Nonostante tutto, bisogna insegnargli ad avanzare con i piedi piatti piuttosto che lasciar cadere il peso alternativamente su un piede e poi sull’altro. Oggi, le persone camminano sulle dita. Se lo fate sulle dita, non vi muoverete mai con la camminata Nanba. Si può dire che il Nanba è chiaramente legato alla sensazione dell’arco plantare ed è strettamente legato all’andatura tradizionale dei piedi che scivolano (摺り足 Suriashi).

Per capire le caratteristiche della cultura di un paese, non è inutile esaminare la relazione tra gli oggetti e le persone. La produzione di oggetti è in effetti strettamente legata all’apparizione di una cultura. L’artigiano tradizionale giapponese, Yoshio Akioka ha sottolineato che una delle qualità della cultura giapponese è che gli oggetti hanno un’utilizzazione flessibile e polivalente. Le bacchette, per esempio, sono uno strumento di uso polivalente, contrariamente alle forchette e ai coltelli occidentali, che hanno un unico uso. Le stesse bacchette sono usate per raccogliere i fagliolini, prendere del tofu, ingoiare il porridge di riso e tagliare le patate. Tuttavia, l’uso di un singolo oggetto in modo così versatile significa che l’uso del metodo Doho è il più fine possibile.

Il Kenjutsuka, Yoshinori Kono utilizza l’esempio del nihonto (spada giapponese) per illustrare i numerosi usi di uno stesso strumento. Il nihonto è sia una spada che una sciabola, contrariamente della differenziazione continentale, dove la sciabola è uno strumento monouso, per tagliare. Tuttavia, ciò porta a un’ambiguità funzionale nella misura in cui, il nihonto è inferiore alla sciabola per il taglio e non è buono per infilzare quanto la spada. Kono sensei dichiara: “Ecco perché non si taglia con la spada, ma con il koshi. Il kenjutsu (l’arte della spada giapponese) è prima di tutto un taijutsu; un’arte del corpo ”.

Non solo le spade giapponesi, ma anche gli strumenti prodotti dai maestri giapponesi, sono oggetti incompiuti. Tuttavia, ciò non vuol dire, sia chiaro, che le competenze degli artigiani siano immature. Al contrario, restano incompiuti per armonizzare la funzione dell’attrezzo e la motricità del suo utilizzatore. È come gli spazi vuoti nella pittura a inchiostro. Per gli artigiani giapponesi, uno strumento non è completo se non quando è collegato a una persona.

Inoltre, gli utensili giapponesi sono già concepiti per favorire il Doho dell’utilizzatore. Per esempio, il manico di teiera giapponese deve essere troppo corto per poter essere impugnato. Ovviamente, non è perché i nostri antenati avessero delle mani piccole. Per cominciare, il manico di una teiera non è fatto per essere afferrato. Deve essere tenuto tra il pollice e l’indice in forma di un gancio. Questo kata richiede al mignolo una presenza forte e profonda per sostenere il peso dell’acqua calda nella teiera.

L’utilizzo del mignolo è la base dell’abilità del Doho. Il mignolo è il dito più strettamente legato al koshi attraverso il polso. Di conseguenza, se teniamo il kyusu (teiera giapponese) in questo modo, il peso dell’acqua calda è naturalmente supportato dal koshi. Cosi la forma del kyusu è concepita per favorire la tenuta da parte del koshi.

Questo esempio mostra chiaramente che il Doho era presente fin nei minimi dettagli della vita quotidiana. Vi fu un tempo in cui i kata formati dal Doho funzionavano realmente nella vita di tutti i giorni. Questo tempo non è poi così lontano.

Il carattere 躾 (shitsuke; disciplina) non è un carattere cinese. Si tratta di un carattere giapponese che si scrive 身ヲ美シウスル (letteralmente corpo che abbellisce). È in questo che risiede la visione dell’educazione che avevano gli antichi. In termini semplici, l’educazione giapponese era un’educazione del corpo. L’accento veniva messo “sull’apprendimento tramite il corpo”, piuttosto che sulla memorizzazione tramite la testa, e sul fatto di rispettare “la sensazione del corpo” piuttosto che la comprensione intellettuale.

L’apprendimento non era l’allenamento della mente, ma la pratica del corpo. Pertanto, il primo principio dell’educazione era la disciplina del corpo, che significava la trasmissione dei principi e dei kata del Doho. I bambini imparavano a tenere la ciotola e le bacchette al momento opportuno. La ciotola era tenuta con il pollice della mano sinistra curvata all’indietro. Non era soltanto per evitare di toccare il bordo per ragioni d’igiene. Infatti, se si tiene la ciotola con l’articolazione del pollice arcuato, ci si può sedere con il koshi anch’esso arcuato verso la pancia. mentre se si piega l’articolazione, immediatamente si perde l’hara, il koshi si affloscia. “Perdere il koshi” significa mostrare codardia. Invece si avete un koshi e un hara stabili, avrete fiducia in voi e sarete determinati. Gli antichi vedevano il carattere di una persona nel suo koshi e nel suo hara.

Ci sono sensazioni e prese di coscienza che non possono mai manifestarsi se il terreno non è pronto, cioè se il corpo non è in “ordine”. Gli antichi ne erano ben consapevoli ed è per questo che hanno sviluppato questi metodi superiori, il Doho, per andare oltre e scoprire un kokoro15Kokoro designa lo spirito, il cuore o la natura interiore (saggezza, aspirazione, attenzione, sincerità, sensibilità). che non era ancora stato scoperto.

Non è esagerato dire che questa è la base della cultura dello shin-shin-ichi-nyo 心身一如, l’unità corpo-mente. Le arti del Doho non sono mai state proprietà esclusiva degli artigiani, dei danzatori o dei praticanti di arti marziali. I giapponesi utilizzavano i kata per “essere” nella gioia, nella collera, nel dolore, nella riflessione, nell’esprimere un giudizio e nella determinazione.

Inoltre, i giapponesi diffidavano dello spirito derivato da un kata svuotato del suo significato, ma apprezzavano lo spirito di un kata spezzato che dava vita a una nuova forma in un delicato equilibrio. Le nozioni estetiche di Iki16Iki 粋 chic, fresco, diretto, originale. Può riguardare l’atteggiamento, il comportamento, l’apparenza, l’estetica. e Sharé17Sha-re 洒落 alla moda, divertente, spiritoso, piacevole. ne sono buoni esempi.

Lo spirito un tempo era molto vicino al corpo. Lo spirito è costituito da parole/suoni. La parola è la voce. La voce emana dal corpo. Come abbiamo già detto, la vocalizzazione si faceva con il metodo del Doho. Le parole sono all’origine degli ideogrammi, delle calligrafie. La scrittura si faceva con il metodo Doho. È così che l’intelligenza degli antichi brillava con il metodo doho.

Il motivo per cui gli haiku e i koan zen sono così apprezzati è soprattutto per la loro rapidità. È una sensazione di velocità che non può essere creata diluendo il tema. La velocità è richiesta dai principi del Doho. È un’azione senza pausa. Una tale qualità può essere trovata solo evitando il rimpianto e fermandosi in modo netto. La brevità dell’haiku non è qualcosa di ordinario, è chiaramente un’aspirazione a coltivare uno spirito determinato. La brevità è quindi inevitabile.

L’articolo continua nella parte 2, che sarà pubblicata nell’ottobre 2025.

Hiroyuki Noguchi, 1993.

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Notes

  • 1
    Figlio di Haruchika Noguchi, fondatore del Seïtai
  • 2
    Marcel Mauss indicava che il corpo è espressione di noi stessi, ma soprattutto di una concezione culturale, dell’organizzazione sociale e dei sistemi di rappresentazione del mondo. L’educazione gioca un ruolo fondamentale nella trasmissione delle tecniche del corpo che forgiano i nostri habitus – modo di essere, andatura generale, tenuta, disposizione d’animo. M. Mauss Les Techniques du corps, Journal de Psychologie, vol. xxxii, no 3-4, 15 marzo-15 aprile 1936.
  • 3
    Doho lett. Metodo di movimento
  • 4
    Il Seitai è stato elaborato da Haruchika Noguchi (1911-1976). Questo “metodo” comprende la pratica del Katsugen undo (Movimento rigeneratore) diffuso in Europa da Itsuo Tsuda negli anni ’70. Il Seitai si basa sull’assunto che il corpo ha una capacità naturale di riequilibrarsi in modo da garantire il proprio corretto funzionamento. La pratica mira a ripristinare questa sensibilità e le capacità di autoregolazione dell’organismo.
  • 5
    四字熟語 lett. Una vita, un incontro in cui ogni esperienza è unica.
  • 6
    感応道交espressione buddista. Comunicazione reciproca tra i sentimenti del Buddha e gli esseri umani. In un senso più ampio, si tratta della comprensione tra persone vicine, ma che hanno una differenza di posizione come tra il maestro e il discepolo
  • 7
    躙にじり La posizione strisciante. Avvicinarsi lentamente.
  • 8
    Koshi zona delle anche, bacino e parte bassa della colonna vertebrale.
  • 9
    Il pasto semplice che l’ospite della cerimonia del tè (chanoyu) serve ai suoi convitati prima della cerimonia
  • 10
    Hara, zona situata sotto l’ombelico. Centro del corpo nelle tradizioni giapponesi e cinesi 丹田).
  • 11
    Lo shugendō (修験道) è una millenaria tradizione spirituale giapponese in cui il rapporto tra uomo e natura è fondamentale. Utilizzando l’ascesi, la vita in montagna e includendo insegnamenti animisti, shintoismo, taoismo…
  • 12
    ソla posizione sō, posizione eretta di base nella scuola Kashima Shin Ryu
  • 13
    Danza popolare
  • 14
    La politica di modernizzazione dell’era Meiji (dopo il 1868) consistette nel sostituire le forme tradizionali giapponesi in tutti gli aspetti. Questo toccò anche l’educazione del corpo attraverso l’introduzione della ginnastica occidentale.
  • 15
    Kokoro designa lo spirito, il cuore o la natura interiore (saggezza, aspirazione, attenzione, sincerità, sensibilità).
  • 16
    Iki 粋 chic, fresco, diretto, originale. Può riguardare l’atteggiamento, il comportamento, l’apparenza, l’estetica.
  • 17
    Sha-re 洒落 alla moda, divertente, spiritoso, piacevole.

La via di Itsuo Tsuda – intervista a Manon Soavi

Traduzione dell’intervista di Louise Vertigo a Manon Soavi, 17 febbraio 2023 per la radio AligreFM, nel programma Respirazione per parlare del suo libro “Le maître anarchiste, Itsuo Tsuda”  per ascoltare la versione francese, clicca qui.LV: Buongiorno Manon SoaviMS: BuongiornoLV: Sono molto felice di accoglierla per la pubblicazione del suo libro “Le maître anarchiste Itsuo Tsuda, savoir vivre l’utopie” per le edizioni L’Originel. Per lei, la pratica dell’energia, dell’arte marziale, porta a qualcosa di più, poiché avvia una riflessione, un posizionamento sul funzionamento della società stessa. Questo è ciò che scopriremo durante la trasmissione. Per prima cosa, le chiedo di presentarsi.MS: Prima di tutto grazie per avermi ospitato qui oggi. In effetti dico spesso che sono come Obelix, sono caduta nella marmitta quando ero piccola, poiché è un percorso che i miei genitori hanno iniziato prima che io nascessi. È iniziato con le rivolte del maggio ’68, la messa in discussione dei sistemi degli anni 70. Poi il loro incontro con Itsuo Tsuda permetterà loro di attuare davvero, di vivere nel loro corpo, nella loro sensibilità, un altro modo di considerare il mondo, di considerare la vita e i rapporti umani. È un punto di svolta per attuare tutte quelle idee, tutto quel fermento che c’era in quegli anni: gli anarchici, i situazionisti, tutti quei pensatori che hanno messo in discussione il mondo moderno. E queste idee che li hanno nutriti hanno trovato in Itsuo Tsuda un’eco molto forte. Quest’incontro ha cambiato il loro modo di vivere, il loro modo di essere, progressivamente, è un percorso. Quando sono nata io, e poi mia sorella, tre anni dopo, c’è qualcosa che ovviamente è continuato, nel rapporto con i bambini, nel ritmo della vita. Cioè loro non avrebbero mai preso in considerazione di far tutto quel percorso di liberazione per uscire da quei sistemi di dominio e lasciare le loro figlie ricominciare da zero. È per questo che, molto naturalmente ne è derivato che né io né mia sorella siamo mai andate a scuola. Questo è fondamentale. Perché il fatto di non essere andate a scuola ci ha permesso una vita molto diversa, una sorta di continuum tra l’infanzia, l’adolescenza, la vita adulta, ci ha permesso di non avere queste separazioni, queste caselle, queste categorie bambino | uomo | donna | lavoro | svago: tutto era intrecciato. E la filosofia di Itsuo Tsuda, la filosofia del Non-Fare, l’importanza del corpo, del subconscio, tutto ciò era presente, onnipresente nella nostra vita quotidiana.

Manon Soavi en entretien sur Aligre FM
Manon Soavi
LV: Molto bene, sì, lo approfondiremo. Lei è la figlia del Sensei Régis Soavi. Suo padre è stato allievo di Itsuo Tsuda per dieci anni. Insegna Aikido da oltre quarant’anni…MS: Anche cinquanta, adesso.LV: Ah sì, va bene! E potrebbe… Quindi immagino che sia stato Itsuo Tsuda a portarlo a questo livello.MS: Mio padre ha iniziato a fare judo quando era giovane, a 12 anni, in questo ha fatto un percorso. Poi ha iniziato l’aikido, ha praticato con diversi maestri di aikido, il maestro Noro, il maestro Tamura. Ha fatto un percorso rispetto all’aikido… e un giorno (nel 1973) ha incontrato Itsuo Tsuda. E Itsuo Tsuda è stato in effetti qualcuno che ha completamente riorientato la sua pratica dell’aikido, e anche la scoperta del Katsugen Undo, che si traduce come Movimento Rigeneratore, è una dimensione che ha cambiato, attraverso la sua scoperta, anche la natura del suo aikido. Itsuo Tsuda è diventato il suo maestro, quello che ha seguito per dieci anni, fino alla sua morte. Poco prima della morte di Itsuo Tsuda, nel 1983, Régis Soavi ha deciso di andare a Tolosa e di aprire il proprio dojo con l’accordo di Itsuo Tsuda che lo ha, in quel momento, incoraggiato a continuare il suo cammino. E da allora continua effettivamente ad insegnare tutte le mattine, da 50 anni. Tutte le mattine l’aikido, e ad iniziare persone al Katsugen Undo.LV: Molto bene sì. Ho avuto la fortuna di vivere questa esperienza con lei.
Régis Soavi
LV: Dunque, ora parleremo del percorso singolare di Itsuo Tsuda. E prima parliamo di ciò che lo ha influenzato. Chi era? E forse per cominciare possiamo parlare un po’ di ciò che è l’inizio di ogni cosa nell’energia che è il Tao. Ma quindi chi era, qual è il suo percorso?MS: Itsuo Tsuda è nato nel 1914 in una famiglia giapponese che viveva in Corea. La Corea all’epoca era occupata dal Giappone. Era una società molto rigida, molto dura, militarizzata, colonialista. A 16 anni, Itsuo Tsuda rifiuterà la primogenitura. Si oppone a suo padre, abbastanza violentemente poiché se ne va. Lascia tutto a 16 anni e vagabonda, come ha detto. Attraversa la Cina. E alla fine, negli anni ’30, ha un solo desiderio: incontrare la Francia. Già in Cina secondo me è stato a contatto con il pensiero anarchico, con pubblicazioni, è qualcosa che lo ha già segnato. Ma allora in Francia quando arriva nel 1934 c’è il Fronte Popolare, è un momento in cui, a livello sociale, c’è tutto un movimento molto importante in Francia, la cui portata è stata in gran parte dimenticata oggi, e in cui il movimento anarchico era molto molto forte. Quegli anni a Parigi sono estremamente importanti per Itsuo Tsuda. Seguirà l’insegnamento di Marcel Granet e Marcel Mauss alla Sorbona in sinologia e sociologia. Sono ricercatori che lo segnano profondamente nel suo pensiero, nella sua comprensione del mondo, delle culture. Al momento della guerra è costretto a partire per il Giappone. E scopre, a 30 anni, il suo paese durante la seconda guerra mondiale. Anche questo è un grande sconvolgimento. Avrebbe desiderato restare in Francia, aveva ancora tutto un percorso da fare. Ma la vita ha deciso diversamente. Dopo la guerra s’immerge quindi nella propria cultura, che di fatto non conosce. Scoprirà il Noh e poi il Seitai, con il Maestro Haruchika Noguchi e gli ultimi dieci anni del M° Ueshiba per l’aikido. Questo percorso, con la scoperta di una cultura dove il corpo non è separato dallo spirito, dove c’è questa sensazione della vita in ogni cosa, le cose non sono materia inerte, non sono separate, tanto il corpo quanto lo spirito, la natura quanto noi stessi ? Siamo un tutto. E questa è la scoperta di un pensiero cui si era già avvicinato tramite la Cina antica, tramite Marcel Granet. E le sue ricerche sull’antropologia, che continua per tutti questi anni in Giappone – tra l’altro è il primo traduttore in giapponese di “La religione dei cinesi” di Marcel Granet, è davvero qualcosa che approfondisce. E questa scoperta del taoismo: è un grande conoscitore di Chuang Tzu. Ma il Giappone è stato chiuso per 200 anni, conservando così le tracce di una cultura molto più antica, davvero fondamentale, che continua ad esprimersi nelle arti tradizionali.L.V.: Sì. Molto interessante. Dunque, leggerò un passaggio del suo libro e poi faremo una pausa musicale, che le darà il tempo di riflettere sulla questione. A proposito del Tao, del quale si interessa:«In questa geografia iniziatica del dao [tao], c’è una soglia oscura che viene rappresentata dal fondo di una valle misteriosa.» Il Dao de jing si esprime in modo vago e poetico per parlare di questo: «Lo spirito della valle non muore. È la Femmina Oscura, [?] questa è l’origine del cielo e della terra. Indistinguibile, sembra sempre presente e in noi mai si esaurisce» Gu Meisheng spiega che questo è un modo figurato di parlare del senso attivo del vuoto, lo esplicita con queste parole: «La valle è allo stesso tempo un luogo vuoto e sensibile che riverbera i suoni. La valle è vuota, ma quando si grida, l’eco ci risponde. Tale è la natura del dao. Il dao è quindi un vuoto di estrema sensibilità.»Ascoltiamo “Dead of night”, di Orville PeckMS: Sì, in quel brano che ha letto sul Tao, il Maestro Gu Meisheng lo racconta molto bene. Solo la poesia può davvero trasmettere qualcosa che non si può esprimere a parole. Sicuramente conosce questa storia Zen in cui c’è un maestro Zen in un monastero che chiede a uno dei monaci di pulire il Giardino… Allora il monaco rastrella, rastrella, pulisce, tutto è impeccabile, va dal maestro e dice:”Ecco fatto “. Il maestro arriva, guarda e gli dice: “Ricomincia”. Allora l’allievo ricomincia, di nuovo, pulisce tutto bene, bene, impeccabile, torna dal maestro e gli dice: “Ecco fatto, maestro”. Allora il maestro viene e dice: “non va bene”, e se ne va. L’allievo comincia ad averne abbastanza. Allora questa volta lascia un mucchietto di foglie morte. Ritorna dal maestro e dice: “È fatto”. E quando il maestro arriva, guarda e non dice niente. Ebbene questo è il vuoto: il vuoto è attivo. Non si può definirlo in modo definitivo. Ma è vero che è completamente in contrasto con la nostra filosofia, con il modo in cui vediamo il mondo oggi in Occidente, che si è diffuso praticamente in tutto il mondo. Questo è esattamente ciò che Tanizaki lamentava in “Libro d’ombra1”. Abbiamo una specie di idea che tutto deve essere portato alla luce, tutto deve essere sezionato, non ci devono essere zone d’ombra, non ci deve essere ignoranza, tutto deve poter essere spiegato con la razionalità. Salvo che quando si seziona un corpo umano, un corpo animale, qualunque cosa, l’essenziale comunque non c’è più. Quindi c’è sempre questa essenza che ci sfugge. E secondo me, questo è del tutto in linea con le analisi di varie pensatrici ecofemministe, o anche Mona Chollet, che parlano di quell’aspetto inconoscibile mediante la scienza razionale, ma che si sente, che si vive, che è qualcosa che gli esseri umani conoscono, con cui hanno un legame molto forte, e le pensatrici ecofemministe cercano di decostruire la nostra comprensione del mondo per scoprire che la razionalità potrebbe non essere dalla parte che pensiamo, forse non si tratta di sezionare tutto, di affrontare tutto nel modo più razionale. Forse c’è un insieme che ci sfugge completamente, un rapporto con la Terra, un rapporto con la vita, forse effettivamente un rapporto con l’oscurità, con il corpo, con tutte quelle cose che abbiamo denigrato, allontanato, schiacciato e che bisogna rivalutare o riscoprire.L.V.: Sì. Il mistero è molto importante, è molto prezioso. E veniamo dunque ai principi delle arti marziali: coltivare la propria sensibilità, la propria attenzione. Rimanere attenti alla velocità biologica, cosa che richiede un’intensità di attenzione. Questo l’ho preso dal suo libro. Quindi stavamo parlando dell’influenza del gyo su questo maestro…MS: Sì, allora, Itsuo Tsuda trova davvero nelle pratiche del corpo, nella fattispecie il seitai e l’aikido, questa incarnazione, questa possibilità di sentire. Scopre la dimensione del ki e della respirazione. Il gyo è un termine spesso tradotto con ascetismo. Ma la differenza nella versione occidentale dell’ascetismo è che si cerca di uscire dal proprio corpo mediante delle pratiche, di non sentire più, di sottrarsi dal corpo. Mentre nel gyo, nelle pratiche ascetiche dell’Asia o anche dell’India, per lo meno alcune branche, al contrario si cerca l’unità, la riunificazione tra lo spirito e il corpo attraverso pratiche ascetiche. Sono pratiche ascetiche che hanno influenzato in particolare il M° Ueshiba che ne ha trasmessa una parte attraverso l’aikido. Si può vedere attraverso l’aikido una possibilità di ritrovare questo legame, questa totalità dell’essere.LV: Ha parlato di nuovo del seitai, il movimento rigeneratore: magari potrebbe darci dei chiarimenti su questo.MS: Il Seitai è stato messo a punto dal Maestro Haruchika Noguchi a partire dagli anni ’50. Si interessa di ciò che rende ogni individuo unico e indivisibile e della sua capacità innata di equilibrarsi per mantenere la salute. È il movimento inconscio del corpo. Nel seitai, che è, si potrebbe dire, una filosofia, una comprensione dell’essere umano, ci sono diverse tecniche, diverse pratiche e c’è in particolare il Katsugen Undo che Itsuo Tsuda traduce con Movimento Rigeneratore, ed è proprio questo l’aspetto che interessa a Itsuo Tsuda, il movimento rigeneratore. È questo aspetto del seitai che sceglie di ritrasmettere negli anni ’70 in Francia; lo interessa proprio per il suo orientamento personale, la sua filosofia, la sua ricerca di libertà tanto per se stesso quanto per gli altri, questa ricerca di libertà, di autonomia: trova nel Katsugen Undo una possibilità di riattivare da sé le risorse del proprio corpo per ritrovare l’equilibrio. Di non dipendere più da un esperto, da una pratica esterna, dal parere di un maestro o altro. È per questo che lo avvicino a ciò che Ivan Illich chiamava cose conviviali, nel senso che sono strumenti che chiunque può utilizzare, non c’è bisogno di una competenza e questo è fondamentale per Itsuo Tsuda.LV: Sì, questo mi fa pensare che nel Qi Qong si lavora con questa dimensione. Si collabora con queste dimensioni di automedicazione proprie del corpo.MS: Il Maestro Noguchi diceva che non si finiva mai con i “si deve” e “non si deve”, con le indicazioni esterne e che, dagli anni ’50, questo non ha fatto che peggiorare. Oggi si devono mangiare 5 frutti e verdure al giorno, si deve bere un litro d’acqua, si deve mangiare ma muoversi, bisogna fare sport, ma non troppo, ? abbiamo ingiunzioni esterne permanenti?LV: È vero.MS: E si dimentica il proprio bisogno biologico che dipende dal giorno, dal momento, da tante cose e che non è uguale per noi, per il mio vicino, per mio figlio, ognuno ha un bisogno diverso e l’unica bussola siamo noi stessi. E ritrovare la capacità di sentire se si ha voglia di carote o di cioccolato, se si è mangiato abbastanza oppure no, è semplicemente l’inizio dell’autonomia.LV: Assolutamente. Ed ora parliamo un po’ di Ki, che in Cina si chiama Qi, per esempio. Lei scrive “Il Ki sfugge a qualsiasi tentativo di categorizzazione” diceva Itsuo Tsuda che ha spiegato questo molte volte. Qui in Occidente il Ki è molto difficile da spiegare perché non entra nel sistema delle categorie. Lei fa questo esempio: sentirsi osservati.MS: Il ki può essere tradotto a seconda delle circostanze con intuizione, ambiente, intenzione, vitalità, respirazione, azione, movimento, spontaneità? è qualcosa di fluido che non si può effettivamente definire. Itsuo Tsuda diceva anche che “il ki muore nella forma”. Ma è qualcosa che si può sentire. È un’esperienza concreta. Faceva questo esempio: si cammina per strada e all’improvviso si sente. Ci si sente osservati, ci si gira? magari si trova chi ci osserva da dietro una tenda. Forse è solo un gatto, ma l’abbiamo sentito comunque. Si sente l’intenzione. Ovviamente nelle arti marziali lo si usa piuttosto per sentire il ki di aggressione, il pericolo. È una delle forme. Ma si può benissimo percepire il ki del pericolo per altre ragioni. Al contrario, si può sentire un ki accogliente, si può sentire un ambiente. Ci si sente bene in certi posti. E in certi posti ci si sente estremamente a disagio.LV: E anche con delle persone. Per me ci sono delle amicizie, degli amori di ki.MS: Assolutamente. Ci sono persone che emanano qualcosa.LV: Ci si sente subito in confidenza, subito bene, perché quel qi – direi piuttosto qi o ki, beh, poco importa – parla al mio.MS: Certo. Assolutamente. Il problema è il fatto che si impara fin dall’infanzia, fin dalla primissima infanzia, a non ascoltare se stessi. A non ascoltare questa intuizione, questa cosa che ci parla. Allora, purtroppo, perdendo il contatto con se stessi si dimentica un po’ questa sensazione.LV: Va bene, pensiamoci mentre ascoltiamo Hot Hot Hot di Matthew E. White.LV: Ne abbiamo parlato abbastanza velocemente, perché bisogna dire che questo libro è molto molto ricco e ve lo raccomando, parliamo ora del suo insegnamento in senso stretto. E per cominciare le chiederò cosa lui ha trovato nella pratica dell’aikido del M° Ueshiba?MS: Ha conosciuto il M° Ueshiba negli ultimi anni della sua vita, gli ultimi dieci anni. Il M° Ueshiba alla fine di una vita intera di pratica, di ricerca ha proposto un’evoluzione della sua arte. L’ha chiamata una via dell’amore. Credo che sia un potente strumento per l’evoluzione umana. C’è effettivamente il gyo, le pratiche ascetiche, i misogi e diverse cose che l’hanno alimentato nella sua ricerca. Credo che quello che ha affascinato Itsuo Tsuda sia la libertà di movimento di questo maestro. Il M° Ueshiba aveva già ottant’anni eppure aveva una libertà di movimento che Itsuo Tsuda che aveva quarant’anni, non aveva, si sentiva già rigido. Attraverso la pratica dell’aikido, la pratica quotidiana della prima parte che Itsuo Tsuda chiamava pratica respiratoria, che è una pratica individuale con vari movimenti che ravvivano, che rimettono in moto il corpo, che approfondiscono la respirazione, è qualcosa che alimenta, che alimenta la vita in noi. Quel che è piuttosto strano o curioso è che per esempio troviamo anche tra i ribelli, i rivoluzionari come “il comitato invisibile” questa frase che dice “l’esaurimento delle risorse naturali è probabilmente molto meno avanzato dell’esaurimento delle risorse soggettive, delle risorse vitali che colpisce i nostri contemporanei”. Questo esaurimento è la questione, si tratta di rivitalizzare le risorse interne, questa radice. Itsuo Tsuda diceva che era lì per proporre la possibilità di ravvivare la radice. E penso che sia quello che ha trovato anche nell’aikido. In ogni caso, è quello che ha insegnato, è quello che ha dato come orientamento. Perché ancora una volta, come per il Seitai da cui ha preso il katsugen undo, nell’aikido c’erano anche aspetti più marziali e altri, che di fatto non lo interessavano, che altri allievi del M° Ueshiba hanno sviluppato, ognuno ha fatto il suo percorso. Ma ciò che lo interessava era questo aspetto della respirazione, della circolazione del ki, questa possibilità attraverso il corpo. Questo è ciò che lo ha segnato ed è ciò che ha trasmesso nella sua scuola.
A destra Itsuo Tsuda, al centro Régis Soavi negli anni ’80
LV: E’ vero che è una grande ricchezza l’aikido del M° Ueshiba e che alcuni hanno sviluppato la propria via. C’è anche il M° Noro che ha creato un movimento, un’arte del movimento.MS: Si, infatti.LS: Non è più un’arte marziale ma un’arte del movimento. Oltretutto erano amici.MS: Si, infatti. Conosceva piuttosto bene il M° Noro che ha creato il Ki no michi. C’era una grande differenza di età, perché il M° Noro è stato allievo del M° Ueshiba molto giovane, è stato un allievo interno, aveva 17, 18 anni, mentre di fatto Itsuo Tsuda ha iniziato l’aikido a quarantacinque anni. E nonostante questa grande differenza di età, avevano molti punti in comune, un’affinità che effettivamente era molto forte. Avere iniziato così tardi l’aikido, ha permesso a Itsuo Tsuda in qualche modo anche di avere un bagaglio intellettuale, perché aveva anche un bagaglio culturale in sinologia, e di cogliere quindi i riferimenti quando il M° Ueshiba parlava in modo poetico, letterario, riferendosi alla mitologia e alla cultura cinese. E Itsuo Tsuda aveva quel bagaglio, era veramente un intellettuale ed è quello che gli ha permesso di mettersi dentro. Inoltre, era il traduttore, anzi l’interprete all’inizio, ed ha continuato ad esserlo, degli Occidentali che venivano dal M° Ueshiba. Come il M° Nocquet, e altre persone. Quindi era anche un modo per lui di essere molto in contatto con i discorsi del M° Ueshiba, che doveva tradurre per renderli comprensibili a questi occidentali.LV: Molto bene. Allora c’è un altro aspetto che ho trovato interessante nel maestro Itsuo Tsuda, è la mnemotecnica che consiste nel dimenticare.MS: Ancora una volta, si tratta di trovare questa connessione con se stessi, come lui diceva. Questa capacità. E’ avere fiducia nella propria capacità interna, nelle proprie risorse e anche nel proprio inconscio, nel proprio subconscio. Abbiamo l’impressione di essere noi a decidere di fare questo o quello, ma nei fatti, il 90% delle nostre attività vitali, o addirittura il 100% è totalmente incosciente. Non si può accelerare il battito cardiaco o rallentarlo, a parte forse qualche Yogi ma la maggior parte del tempo non abbiamo alcun impatto sulle nostre funzioni vitali. Ed abbiamo l’illusione del controllo su noi stessi, sulla Natura, sugli altri? siamo completamente in un’illusione di controllo. Dunque, invece di irrigidirsi sul “non devo assolutamente dimenticare di comprare il latte rientrando a casa” – questa è una tensione, è il mentale che sta cercando di ricordarselo. E sappiamo tutti bene che la maggior parte delle volte tornati a casa, posate le chiavi ci diciamo “Ah! Il Latte! L’ho dimenticato…”. Mentre, al contrario, Itsuo Tsuda dice: “Visualizzate voi stessi mentre uscite dalla metropolitana, fate la deviazione per il piccolo supermercato accanto e prendete il latte”. Visualizzate questa azione, la vedete. Ok? E ora dimenticate, non pensateci più.LV: Grazie per questo consiglio che metterò subito in pratica. Allora, cosa succede nel dojo? Il dojo permette di riprendere il potere sul proprio corpo e questo si estende alla vita quotidiana. La cito: “Il dojo fa parte di quei luoghi unici in cui il tempo scorre diversamente, in cui il mondo si ferma per qualche istante”.MS: Nella nostra Scuola abbiamo diversi dojo e sono luoghi interamente dedicati all’aikido ed al katsugen undo. Non sono delle palestre, non sono delle sale sportive, non ci sono altre attività. Sono luoghi gestiti da associazioni. Dunque le persone si autogestiscono, si auto-organizzano. Tutti i membri sono responsabili del loro dojo. Non c’è da un lato il dojo e dall’altro dei clienti. Ciascuno è in qualche modo come a casa propria e in casa d’altri allo stesso tempo. Quindi è uno spazio un po’ fuori dal tempo, fuori dal mondo, grazie all’orientamento che ha dato Itsuo Tsuda, e l’orientamento con cui anche Régis Soavi, mio padre, ha continuato a lavorare per 50 anni, e che oggi io stessa provo a continuare. Continuare a dare questo impulso. Di far comprendere che si può vivere diversamente.LV: Sì, allora il dojo è il luogo in cui si viene a lavorare sulla Via. Torno un po’ su questa nozione di arte marziale – non può essere qualcosa di meccanico dove il corpo sarebbe un oggetto. Quindi è molto più connessa effettivamente con questa dimensione del soffio, con la spiritualità. Quindi suo padre recita un Norito al mattino.MS: Sì, non solo mio padre. Tutti iniziamo la seduta con questo Norito che è una recitazione. A dire il vero, non si sa nemmeno cosa voglia dire. E’ un momento, è un modo di mettersi in un’altra condizione, un’altra disponibilità. Certe volte mio padre fa questo esempio, parla di un Lied di Schubert che è in tedesco – e magari non capiamo il tedesco. Eppure quando lo ascoltiamo, c’è qualcosa in noi che risuona. Lo si percepisce, lo si sente, è inesplicabile.LV: Si. Ci sono vocali che sono sacre soprattutto in sanscrito e davvero il suono, la vibrazione ha un’azione. Quindi deriva dallo Shintoismo. È un’invocazione agli dei originari. Leggerò un brano in cui per l’appunto suo padre ne parla. “Régis Soavi dice: «Il norito non appartiene al mondo della religione ma certamente al mondo del sacro nel senso animista. Le vibrazioni e la risonanza portata dalla pronuncia di questo testo ci apportano a ogni seduta una sensazione di calma, di pienezza e a volte qualcosa che va al di là e resta inesprimibile. Il norito è un misogi. Per sua essenza, non è mai perfetto, cambia ed evolve. È il riflesso di un momento del nostro essere.»” Allora ci riflettiamo durante l’ascolto del brano Sure di Shannon Ley.
itsuo tsuda
Itsuo Tsuda
LV: Allora, parliamo del Maestro Itsuo Tsuda oggi. E parliamo di anarchia.MS: L’anarchia è una parola che è diventata tabù. Una parola piena di violenza e caos. E infatti si dimentica completamente, si dimentica e direi anche che sicuramente la parola è stata intenzionalmente separata da ciò che era, e da ciò che è sempre la filosofia anarchica. La filosofia anarchica è l’organizzazione fatta da sé, l’autogestione. E’ l’ordine senza il potere. E’ semplicemente un rifiuto del dominio degli uni sugli altri. E alla fine è qualcosa che non è così sconosciuto. Già prima della creazione degli Stati, comparsi intorno al 3000 o 4000 a.C., esistevano e sono esistite per molte migliaia di anni, società che si autogestivano. E anche dopo la creazione degli Stati ci sono stati molti luoghi sulla terra che hanno continuato ad autogestirsi, ad avere funzionamenti diversi. C’è un certo numero di storici, di ricercatori, Pierre Clastres e altri o David Graber ad esempio, che hanno fatto ricerche e dimostrato che esistono vari tipi di organizzazione sociale. Quello che è sicuro è che anche se c’è un leader, il ruolo del leader non è la coercizione, non è dirigere gli altri. Molto spesso è un ruolo di mediatore, di qualcuno che deve trovare il modo di organizzare le cose ma che non decide nulla da solo. Il leader non può dare ordini agli altri. L’anarchia è riscoprire questa potenza dell’individuo e qualcosa che si organizza con gli altri. I movimenti anarchici sono stati molto potenti. Ci sono stati effettivamente alcuni atti di violenza che sono stati esageratamente enfatizzati per screditare il movimento, per screditare tutto un pensiero ricco e complesso. Non c’è un’anarchia, ce ne sono molte. Ed è qualcosa che effettivamente ha molto segnato il pensiero di Itsuo Tsuda, e anche il pensiero di mio padre Régis Soavi. La ricerca di libertà, non soltanto la libertà interiore, certo, ma anche la libertà con gli altri. Nel Dojo si tratta difatti di farsi carico di tutti gli aspetti della propria esistenza. Quindi bisogna ben comprendere che non si tratta di una libertà separata dalla realtà. Aurélien Berlan si oppone alla fantasia di liberazione, dove si sarebbe liberati da tutte le contingenze materiali, ma evidentemente liberati con altre persone che sono schiave, che siano schiavi energetici, tecnologici o con altre persone dominate. Quindi, contro la fantasia della liberazione, parla della ricerca dell’autonomia. Riprendere in mano la propria capacità, in tutti gli aspetti della vita. Questo ovviamente accomuna anche le femministe della sussistenza, che parlano anche di questo aspetto molto importante, di riappropriarsi di tutti gli aspetti della propria vita. E’ questo che cerchiamo in un dojo. E in ogni caso nei nostri, c’è evidentemente l’aspetto pratico del corpo ma c’è anche l’aspetto fondamentale di questa organizzazione, di uscire da un rapporto in cui si arriva, si è clienti, si paga e si vuole avere qualcosa in cambio. Siamo tutti coinvolti, impegnati a far vivere questo dojo perché il luogo esista, per noi stessi. Non si tratta nemmeno di dirsi che lo si deve fare per gli altri, io mi sacrifico? assolutamente no. Ciascuno di noi lo fa per se stesso ma in collaborazione con gli altri.LV: Si allora quello che trovo veramente molto interessante in questo percorso – e qui troviamo, e ne parla nel suo libro, cose in comune in particolare con i Kogi – cioè che la vera morale nasce dall’interno. Questo lavoro, questo cambiamento interiore sfocerà in un cambiamento esteriore. E lei dice anche che la creazione di uno Stato ha determinato una deprivazione dei valori creativi dell’individuo.MS: La morale sorge dall’interno, l’anarchico Kropotkin ne parla, come pure Itsuo Tsuda, ed effettivamente i Kogi. Non si tratta di avere regole esterne, divieti, ancora una volta ingiunzioni, ma di ritrovare questa morale che fa sì che si collabori gli uni con gli altri. Si ritrova anche la nozione di attenzione. Fare a meno di un capo, i Kogi vivono così. Ma noi, noi viviamo con il dominio. Siamo sempre allo stesso tempo dominati e dominatori di qualcuno. Non possiamo semplicemente dire “ah sì, è la libertà, faremo a meno di un capo e tutto è facile”. Non è la realtà. La realtà è che va rifatta un’auto-educazione per comprendere l’attenzione, l’autodisciplina che ciò richiede. Riscoprire sia la propria potenza che la propria capacità di organizzazione. Alla fine c’è una presa di coscienza che si avvicina un po’ a ciò che Winona LaDuke dice sugli Amerindi, che sanno di essere oppressi ma non si sentono impotenti. I Bianchi invece non sanno di essere oppressi ma si sentono impotenti. Beh, è proprio così. Riscopriamo che alla fine siamo dominati, siamo dominanti ma che non siamo impotenti. Penso che fosse questo il senso della frase quando Itsuo Tsuda diceva: “L’utopia non esiste da nessuna parte se non dove siamo”. È ritrovare questa potenza oggi e ora. E sono qui per dire che è possibile.LV: Sicuramente.MS: Anche se questo richiede un cammino! Non è una bacchetta magica. È qualcosa su cui lavorare, da scoprire. Questo richiede un percorso nel proprio corpo, come effettivamente nello spirito. Ci sono strumenti filosofici, strumenti di comprensione intellettuale e strumenti per uscire da quello che abbiamo integrato totalmente fin dalla primissima infanzia. Fin dalla primissima infanzia si insegna ai bambini a non ascoltarsi, a non poter dire No, a non essere se stessi, ebbene in effetti si arriva ad avere delle persone che integrano il dominio e bisogna fare un lavoro per uscirne, ed è possibile. È possibile fare questo percorso, e camminare almeno un po’ più liberi.LV: Si, siamo in cammino in ogni caso. Quindi questa cultura della separazione, lei ne parla in particolare quando evoca il pianto dei bambini, dicendo che non è veramente normale che i bambini piangano in altre culture. In Kenya è piuttosto una cultura di prossimità, di attaccamento.MS: La cultura della separazione è un modo di separarci da noi stessi, dal nostro corpo, dalle nostre sensazioni, gli uni dagli altri evidentemente. E’ pensare che sia normale lasciar piangere un neonato, trascinare un bambino urlante per la strada perché non vuole andare a scuola, che è normale, che la vita è così, che in ogni caso bisogna “perdere la propria vita per guadagnarsela” come dicevano i sessantottini. Eppure è questa la vita? Non è possibile rifiutarsi completamente di giocare a questo gioco? Non possiamo riscoprire che dentro di noi siamo liberi? Allora di certo mi si dirà: “Sì, ma i soldi? Sì, ma ci sono i debiti? Sì, ma bisogna pagare questo, è così, nella vita bisogna soffrire..” Ma effettivamente chi l’ha detto? Ah sì? Perché? Magari semplicemente no! Forse ci sembra di avere tutte queste catene, e da qualche parte le abbiamo davvero, certo. Non cadono con un tocco di bacchetta magica. Ma si può fare un percorso che ci riunisca e in cui ci accorgeremo che effettivamente il pianto dei bambini esprime forse la cosa fondamentale: che non va affatto bene!LV: Trovo che questa sia una conclusione molto bella! Allora Manon Soavi, raccomando vivamente questo libro “Le maître anarchiste Itsuo Tsuda, savoir vivre l’utopie“.

Dojo, un altro spazio-tempo

di Manon Soavi«[?] Il cammino per la scoperta di sé in profondità [?]» diceva Tsuda Sensei «non è una linea retta verso il paradiso, è tortuoso.»(1) Come i musicisti classici passano la loro vita in una ricerca infinita di evoluzione, i praticanti di arti marziali sono su cammini senza fine. Peraltro queste vie non sono prive di senso, di cartelli stradali e di verifiche. Uno dei cartelli stradali che ha lasciato Tsuda Sensei ai suoi allievi è «Dojo».Egli stesso scrive in materia: «Come ho già detto, il dojo non è semplicemente uno spazio a parte e riservato a certi esercizi. È un luogo dove lo spazio-tempo è diverso da quello di un luogo profano. L’atmosfera è particolarmente intensa. Vi si entra salutando per sacralizzarsi e si esce salutando per desacralizzarsi. [?] Mi si dice che in Francia, si trovano dei dojo che sono semplicemente delle palestre o dei club sportivi. E sia. Ma, quanto a me, io voglio che il mio dojo sia un dojo, e non un club con un gestore e dei clienti abituali, e questo allo scopo di non disturbare la sincerità dei praticanti. Ciò non significa che essi debbano avere una faccia corrucciata e compassata. Al contrario, bisogna mantenere uno spirito di pace, di comunione e di gioia.»(2)Ma perché creare dei Dojo? È alquanto faticoso e richiede molto lavoro!

Costruire un dojo, un’avventura incerta !
Per rispondere a questa domanda bisogna, forse, ritornare al motivo per cui pratichiamo. Se ogni risposta è individuale e complessa, personalmente concordo con coloro che pensano che pratichiamo prima di tutto per «essere». Per «essere» veramente, non fosse che per il tempo di una seduta.L’Aikido è allora uno strumento per ritrovare noi stessi. Cominciare ad «essere» sui tatami è un primo passo che comincia con un “lasciar andare”: accettare di salire sui tatami e di entrare in contatto con gli altri! Ma un contatto diverso da quello retto dalle convenzioni sociali. D’altra parte a volte constato la riluttanza di alcuni debuttanti ad indossare un Keikogi, come se conservare la loro tuta da ginnastica consentisse loro di salvaguardare un’identità sociale. Il Keikogi ci mette tutti su di un piano di uguaglianza, al di fuori dalle etichette sociali, cancella le forme del corpo, i sessi, le età, gli stipendi… Ben inteso però, a patto che non si faccia sfoggio dei gradi, dei dan per mostrarsi superiori con i debuttanti. Se la nostra mentalità o il nostro stato d’animo è quello di vivere una pratica insieme all’altro, e non quello di mostrare di essere i più forti, allora la paura dell’incontro con l’altro può diminuire. Nella Scuola Itsuo Tsuda non ci sono gradi, questo risolve la questione una volta per tutte.

L’avventura comincia all’aurora (3)

Il Dojo stesso è un luogo fuori dal tempo sociale, fuori dall’epoca, indifferente alla localizzazione geografica, e anche tutto ciò ci disorienta completamente. Inoltre noi pratichiamo al mattino presto (come faceva O Sensei Ueshiba). Le sedute si tengono tutte le mattine, tutto l’anno, alle 6.45 durante la settimana e alle 8.00 nel week-end. Che nevichi, che ci sia il sole, che sia un giorno di vacanza o di lavoro, il Dojo è aperto e ci sono le sedute. Al di là della suddivisione arbitraria del tempo del nostro mondo.Anche l’alba è un tempo particolare. Tra il risveglio e la pratica non c’è quasi nulla. L’autore Yan Allegret l’ha così espresso in un articolo apparso in KarateBushido: «Avviene intorno alle 6 del mattino. Delle persone escono di casa e si dirigono verso un luogo. A piedi. In macchina. In metropolitana. Fuori, le strade di Parigi sono ancora assonnate, quasi deserte. L’alba è vicina. La seduta di Aikido inizia alle 6:45. Il ritmo della città è ancora quello della notte. Quelli che sono usciti non hanno ancora indossato le armature necessarie alla giornata di lavoro che si annuncia. Qualcosa rimane in sospeso. Con la nascita del giorno si ha l’impressione di camminare in un interstizio.»(4)Un interstizio di tempo e spazio durante il quale si può cominciare il lavoro su noi stessi. Perché bisogna perdere, almeno un po’, i nostri punti di riferimento abituali per ritrovare la sensazione interiore dei nostri riferimenti. La sensazione della nostra velocità biologica piuttosto che il tempo scandito dal quadrante dell’orologio. Per ascoltare sé stessi c’è bisogno di silenzio intorno. E nel nostro mondo il silenzio non è una cosa facile da trovare!

Uno scrigno

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Mettere l’uomo in armonia con sé stesso
È per questo che nella Scuola Itsuo Tsuda diamo tanta importanza alla creazione dei Dojo. Certo, è possibile praticare ovunque, adattarsi a tutte le circostanze. Ma è sempre auspicabile? Per riprendere il parallelo con la musica (argomento che conosco bene, avendo esercitato per circa quindici anni la professione di pianista e concertista) si può suonare all’aperto, in una palestra, in una scuola, una chiesa, un ospedale, ecc. E del resto non ho nulla contro la democratizzazione della musica classica, al contrario. Ma una buona sala da concerto è un’altra cosa. È uno scrigno, dove il musicista, invece di passare il tempo ad adattarsi alla situazione, a compensare la cattiva acustica o altro, può immergersi nell’ascolto, cercare la finezza e far sorgere la musica. Vivere le due esperienze è sicuramente necessario per un professionista. Per un debuttante trovare la concentrazione e la calma in mezzo all’agitazione o alle correnti d’aria mi sembra francamente molto difficile.Nel caso dell’Aikido il Dojo è lo scrigno di questa ricerca. Se si coglie questa possibilità di avere un Dojo, si apre un’altra prospettiva. Perché se la nostra mente può comprendere i concetti filosofici che sottendono il discorso sulla Via, lo stato d’animo, ecc., far sì che il corpo li viva realmente, è un’altra questione. Siamo spesso troppo occupati, perturbati, e abbiamo veramente bisogno di un ambiente che favorisca certe disposizioni di spirito.Si può constatare, man mano che se ne fa l’esperienza, che lo spirito di Dojo viene coltivato in modo preciso e allo stesso tempo in un ambiente fluido e inafferrabile. Avviene la stessa cosa che per i luoghi di culto. A volte in una piccola chiesa di campagna, una cappella nascosta all’angolo di un vicolo, si respirano più silenzio e sacralità che non in una immensa cattedrale visitata da milioni di turisti. Nei Dojo avviene la stessa cosa. Non sono né la dimensione né il rispetto assoluto delle regole che lo rendono un luogo differente. Dojo «il luogo dove si pratica la via», è un’alchimia tra il luogo, il modo in cui è allestito, l’atmosfera che vi regna. Non basta che il Dojo sia bello, benché un tokonoma con una calligrafia montata su kakejiku, un ikebana, creino un ambiente, è necessario che esso sia pieno e vivo dei suoi praticanti!L’architetto Charlotte Perriand ha fatto questa considerazione a proposito della casa giapponese che «non cerca di apparire, ma di mettere l’uomo in armonia con sé stesso»(5).È una bella definizione che si può perfettamente applicare alla nozione di Dojo. Mettere l’essere umano in armonia con sé stesso e quindi con la natura di cui facciamo parte. Non appena si entra nel dojo, lo si deve sentire subito. Le persone spesso restano per un breve istante come in sospeso, anche i semplici visitatori. È istintivo.L’attività che regna nel Dojo è anche un aspetto essenziale. Si ha la possibilità di occuparsi della totalità degli aspetti della vita. I membri fanno la contabilità, i lavori, le pulizie…A proposito delle pulizie del Dojo Tamura Sensei diceva: «Questa pulizia non concerne solamente il Dojo di per sé stesso, ma anche il praticante che, tramite questo gesto, compie una pulizia in profondità del proprio essere. Il che significa che anche se il Dojo sembra pulito, bisogna comunque pulirlo ancora e ancora.»(6) Il sinologo J.F. Billeter parla di «attività pulita» quando l’attività umana diventa l’arte di nutrire la vita in se stessi. Ciò faceva parte delle ricerche degli antichi Taoisti cinesi. Per noi, nel XXI secolo, si tratta ancora di riappropriarsi dell’attività umana, di rimettersi in relazione con essa non come una cosa separata dalla nostra vita, che ci consente di guadagnare denaro e aspettare le vacanze, ma come un’attività totale. Una partecipazione di tutto l’essere all’attività. Il lavoro dei membri ad un’opera comune nel proprio Dojo permette loro anche di appropriarsene, non come di una proprietà, ma nel vero senso di un bene comune: «ciò che è di tutti è mio», e non «è di tutti, quindi di nessuno, e me ne frego». Per questo rovesciamento di prospettiva a volte ci vuole del tempo. Non lo si può apprendere con le parole o con delle regole rigide. Si scopre e bisogna sentirlo da sé.A volte mi viene detto: «Al Dojo è possibile, ma al lavoro o a casa è impossibile». Non ne sono così sicura. Se quanto si è approfondito al Dojo è sufficiente, allora si sarà capaci di portarlo altrove. O Sensei Ueshiba diceva: «il Dojo è là dove io sono».Forse non rivoluzioneremo il mondo in un colpo solo, certo, ma ogni volta che reagiremo differentemente il mondo intorno a noi cambierà. Ogni volta che saremo capaci di ritrovare il nostro centro e di respirare profondamente le cose cambieranno. Tutti i nostri problemi si risolveranno, ma noi li vivremo in maniera differente, allora anche la nostra realtà sarà diversa.
Un luogo vuoto ben pieno

Non avere soldi è un vantaggio

Per Musashi Miyamoto tutto può essere un vantaggio. Nel momento di un combattimento avere il sole alle spalle può essere un vantaggio, se il nemico ha il sole alle spalle e pensa di essere avvantaggiato, è un vantaggio. Perché tutto dipende dall’individuo, da come si orienta. A volte anche non avere soldi è un vantaggio, perché allora non abbiamo altra soluzione che quella di creare, di inventare delle soluzioni. È quindi possibile creare dei Dojo senza sovvenzioni, interamente dedicati a una o due pratiche, ciò che a priori era impossibile diventa realtà.A volte la difficoltà ci stimola a creare ciò che ci è indispensabile. Nell’essere inquilino, nell’essere volontario, nel fare da soli, nel non cercare la perfezione ma la soddisfazione interiore. Ascoltando le proprie esigenze interiori e non gli uccelli del malaugurio che vi dicono che non funzionerà ancor prima di aver iniziato.Temporaneo? Come tutto ciò che vive sulla terra, sì, ma di un temporaneo vissuto pienamente nell’istante. Vivere intensamente, seguire il proprio cammino, non è una cosa «facile». Ma i poeti ci hanno già dato dei consigli, come R.M. Rilke: «Sappiamo poco, ma che dobbiamo attenerci al difficile è una certezza che non ci deve abbandonare.»(7)Costruire tutto accettando l’instabilità, lavorare per essere soddisfatti e non per uno stipendio o per la fama, ecco dei valori che vanno piuttosto in senso contrario rispetto alla nostra società del piacere immediato, del consumo come compensazione alla noia. Se oggi non ci sono più necessariamente, nella nostra società, delle lotte per la sopravvivenza, c’è sempre una lotta per avere sempre di più. Una felicità di facciata, una vita messa in scena, che viene esibita sui nostri social network. Come hanno teorizzato i situazionisti della fine degli anni Sessanta, ciò che viene direttamente vissuto scompare in una rappresentazione, la vita diventa quindi un accumulo di spettacoli, fino al suo parossismo, in cui la realtà si inverte: la rappresentazione della nostra vita diviene più importante del nostro vissuto reale. Come diceva Guy Debord «Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso.»(8)In un Dojo si lavora per riallacciarci con il vero che persevera in noiÈ esattamente nello stesso senso che va la pratica del Katsugen Undo, che permette il risveglio delle capacità del corpo. Il risveglio della vita, della nostra natura profonda. Allora la realtà non è più un’oppressione che ci impedisce di fare ciò che vogliamo della nostra vita, ma tutto al contrario, è la percezione sottile della realtà che ci mostra che tutto dipende da noi, dalla nostra orientazione. Il fondatore del Katsugen Undo, Noguchi Haruchika Sensei, scrive alcune riflessioni a proposito dell’opera di Chuang-Tzu. Queste riflessioni sono di grande interesse e io non resisto a terminare questo articolo utilizzando le voci intercalate di questi due pensatori:«Chuang-Tzu ha visto come un tutto unico i contrari di bene e male, di bellezza e bruttezza, e dell’utile e dell’inutile, e per lui la vita e la morte erano anche un tutto unico, quello che nasce muore e quello che cessa di esistere torna in vita. “La vita sorge dalla morte e la morte sorge dalla vita” ha scritto.»«Quando Tsu-Yu contrasse una malattia paralizzante, Tsu-Szu andò a trovarlo e gli chiese: “Pensi che il tuo destino sia spiacevole?” La risposta di Tsu-Yu fu sorprendente: “Perché dovrei trovarlo spiacevole? Se si sono prodotti dei cambiamenti e il mio braccio sinistro si trasforma in un gallo, lo userò per annunciare l’alba. Se la mia spalla destra è trasformata in un proiettile, la userò per abbattere un piccione da arrostire. Se i miei glutei diventano ruote di carro e il mio spirito un cavallo, viaggerò grazie a loro. Allora non avrei bisogno di altro veicolo che me stesso – sarebbe meraviglioso!” […]Questa è la strada che Chuang-Tzu percorre. Nella sua attitudine – che qualsiasi cosa accada, è appropriata, e che quando qualcosa accade, vai avanti e affermi la realtà – non vi è nessuna traccia della rassegnazione che si trova nel sottostare al destino. La sua affermazione della realtà non è altro che l’affermazione della realtà. La dignità di quest’uomo è espressa dalle sole parole di Lin Chi: “Ovunque tu sia, sii padrone”.»(9)Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

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Articolo di Manon Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n 24) nel mese di april del 2019.Note:1. e 2. Itsuo Tsuda, C?ur de Ciel Pur, Éditions Le Courrier du Livre, 2014, p.86 e p.113.3. Jacques Brel, 1958.4. Yann Allegret, À l’affût du moment juste, KarateBushido 1402, février 2014. Traduzione e adattamento Scuola Itsuo Tsuda, Alla ricerca del momento giusto, New Martial Hero Magazine, aprile-giugno 2014.5. Mona Chollet, Chez soi. Une odyssée de l’espace domestique, Edition La découverte 2015 p.311.6. Noboyoshi Tamura, Aikido, Les presses de l’AGEP, 1986, p.19.7. Rainer-Maria Rilke Lettere ad un giovane poeta Adelphi 1997 p. 48.8. Guy Debord, La Società dello Spettacolo Baldini-Castoldi 2017 p 66.9. Haruchika Noguchi sur Tchouang-Tseu edition Zensei, traduzione Scuola Itsuo Tsuda Chuang-Tzu https://www.ecole-itsuo-tsuda.org/it/noguchi-sur-tchouang-tseu-3/FotoJérémie Logeay, Paul Bernas, Anna Frigo

Misogi del primo gennaio

Le note che seguono hanno la funzione di ritracciare le origini e i momenti importanti della preparazione e dello svolgimento del Misogi del primo gennaio così come si pratica nei dojo della Scuola Itsuo Tsuda. Non sostituiscono in nessun modo la trasmissione orale e il vissuto della cerimonia, sono delle indicazioni non un procedura imposta da seguire. Per aiutare a entrare meglio nell’ambiente di questi momenti, sembra utile presentare questo testo basandosi sui tre ritmi della tradizione giapponese: jo -ha -kyu.Ecco sull’argomento, qualche estratto del libro di Itsuo Tsuda, La scienza del particolare: “Studiando il teatro N?, ho conosciuto i tre ritmi: jo -lento, ha -normale, e kyu -rapido [?]. Jo significa introduzione, ha rottura, cambiamento, e kyu rapido [?]. I frutti crescono gradualmente (jo), maturano a vista d’occhio (ha), e di colpo si staccano dai rami (kyu).”

Origine e preparativi (jo)

La vita dei dojo della nostra Scuola è ritmata da diversi cicli temporali. Tra quello che inizia con la creazione del dojo e quello, quotidiano, delle sedute di invitation misogiAikido, si trovano il ciclo plurisettimanale delle sedute di Katsugen undo, il ciclo stagionale degli stage e quello annuale del Misogi del primo gennaio. 

Misogi è una pratica che viene dallo Shinto pre-buddista. Lo Shinto o Kami-no-michi, via degli Spiriti della Natura o via degli Antenati non è una religione come si intende in Occidente. Una religione nel senso occidentale comprende una dottrina, dei rituali e una morale. Nello Shinto, non ci sono né una dottrina ben definita né una morale, restano dei rituali tra cui si trova Misogi. È nel Kojiki (Cronache dei Fatti Antichi) che si trova la prima traccia scritta di questo termine, e più precisamente nel passaggio in cui Izanagi, volendo sbarazzarsi dello sporco preso quando era passato dal regno dei morti, andò a fare delle abbluzioni –misogi– in un corso d’acqua.

Noh-okina

Questo rito, in Giappone, si svolge in molti luoghi, in particolare nei dojo di arti marziali ma anche nei teatri N?. Nel caso dei dojo di arti marziali, prende generalmente la forma di una seduta intensiva che si tiene dopo l’inizio dell’anno solare. Nei teatri N?, la cerimonia porta il nome del brano che viene rappresentato: Okina. Esso ha luogo unicamente il primo giorno dell’anno o nelle grandi occasioni. Le porte del teatro sono chiuse durante il suo svolgimento, cosicché le persone in sala prendano parte al Misogi con gli attori. La loro entrata in scena è preceduta da diversi rituali che possono variare da una scuola all’altra, tra questi, si trova  kiribi: un assistente batte delle pietre focaie davanti ad ogni attore e poi sulla scena. Il momento centrale del Misogi è  Okina. Composto da tre danze, è il brano più antico del repertorio, non ha una trama narrativa. Quando è soltanto recitato, porta il nome di  Kami Uta che il Maestro Tsuda ha tradotto con N? divino.Nel suo dojo a Parigi, egli aveva scelto per il Misogi una forma che deriva da quella praticata nei teatri N?. Nei giorni precedenti l’inizio dell’anno, così come lo shite -attore principale- dell’Okina, rallentava le sue attività. Il giorno della cerimonia, recitava il N? divino dopo che uno dei praticanti aveva battuto le pietre focaie. Un anno in cui condusse il Misogi a Ginevra, aveva detto ai suoi allievi che potevano, in sua assenza, fare la prima parte della pratica respiratoria al posto della recitazione del N? divino. Dopo la morte del Maestro Tsuda, Régis Soavi, che fu suo allievo per dieci anni, propose, nei dojo dove insegnava, di associare un elemento live -la prima parte della pratica respiratoria e in particolare la recitazione del Norito– a una registrazione del N? divino recitato dal Maestro Tsuda e realizzata negli ultimi anni della sua vita.

Misogi è generalmente tradotto con purificazione, ma bisogna evitare di cercarvi una connotazione morale. Misogi non significa diventare buoni, gentili o smettere di essere cattivi… Bisogna intendere questo termine ‘purificazione’ come sinonimo di spoliazione. Per estensione di questa traduzione, se si considera che quando si purifica una sostanza essa si addensa, si concentra, si può considerare questo rito come un processo di ricerca e di scoperta della concentrazione. Il Misogi del primo gennaio è una festa, è una cerimonia laica con origini rituali giapponesi.

De droite à gauche : Masamichi Noro, Katsuaki Asai, Itsuo Tsuda lors du 1er janvier 1971
Da destra a sinistra: Masamichi Noro, Katsuaki Asai, Itsuo Tsuda al 1 ° gennaio 1971. Collezione privata di Madame Noro Tavel

I preparativi per la cerimonia iniziano in generale verso la metà dell’autunno. Ciò che attira in primo luogo l’attenzione è la creazione dell’invito che sarà mandato alle persone che i membri del dojo desiderano invitare al Misogi. È un momento privilegiato per far scoprire il dojo a persone a noi vicine, che siano più sensibili alla concentrazione della cerimonia o al lato più conviviale che segue con il brindisi con il sake. Verso la fine di novembre, un gruppo di persone, in generale i membri del consiglio direttivo, predispone il planning e la lista dei compiti da svolgere, in particolare per quanto riguarda le pulizie del dojo. La parola “pulizie”, intesa nel senso di abluzione, è quindi la traduzione prima di Misogi. Così come Izanagi si bagnava nel fiume, il dojo si lava abbondantemente. Quello che potrebbe essere visto come un compito noioso è spesso un momento gioioso, scaglionato su uno o due week end in mezzo al mese di dicembre. È il momento di pulire 202493_124932644336910_2084791010_oposti un po’ dimenticati nel resto dell’anno e di alleggerire gli armadi da certi oggetti non utilizzati, che a volte continueranno la loro vita a casa di qualcuno, in ogni caso lontano dal dojo. I pranzi in comune durante le giornate di pulizie sono l’occasione di spiegare ai nuovi lo svolgimento della cerimonia e di cominciare a vedere chi sarà presente e chi vuole partecipare.

 

560830_124933077670200_1026697845_nTra i  ruoli importanti, possiamo citare: la persona che conduce la seduta, quella che batte le pietre focaie, le persone che vogliono praticare, quelle che si occupano dell’accoglienza e di far prendere posto alle persone che assistono, la persona che fa partire la registrazione del N? divino. E anche quella che va a comprare il saké, quelli che lo servono, quelli che coordinano la lista dei piatti e dolci portati per accompagnare il saké. Torneremo più avanti su alcuni punti specifici. Si può comunque già dire che è difficile pensare che la persona che conduce la seduta o quella che batte le pietre focaie debbano anche gestire, per esempio, il servizio del saké. Tutto questo implica quindi l’impegno di un numero notevole di persone nell’ottica di uno svolgimento piacevole per tutti del Misogi.Nelle settimane che precedono la cerimonia, viene presa una decisione riguardo alla persona che condurrà la seduta e quella che batterà le pietre focaie. Questa scelta è sempre una convergenza tra un desiderio individuale e un desiderio collettivo. Non è raro che dei nomi emergano rapidamente durante le discussioni, è in ogni caso incongruo pensare che una persona o l’altra dovrebbe condurre perché non l’ha mai fatto! È apprezzabile anche che una certa intesa ci sia o si crei tra queste due persone. Succede a volte che un dojo inviti un membro della Scuola che pratica in un altro dojo, per condurre il Misogi, è comunque poco frequente. È preferibile che queste due persone  si immergano nell’ambiente dei preparativi della cerimonia. La loro presenza è quindi benvenuta durante le giornate di pulizie ed è indispensabile durante le prove (in generale una o due) dello svolgimento della cerimonia. Queste prove non hanno lo scopo di arrivare a una perfetta esecuzione ma piuttosto permettere ai partecipanti di sentire la concentrazione necessaria. Misogi potrebbe essere visto come uno spettacolo, per quanto il suo svolgimento è regolato minuziosamente, ma non si tratta di questo.

Prima della cerimonia (ha)

È fondamentale che I praticanti si organizzino in modo che l’essenziale per non dire la totalità delle questioni che si pongono e dei compiti da svolgere siano risolti il più in anticipo possibile rispetto al 31 dicembre. Questo ultimo giorno dell’anno -a parte la seduta mattutina di Aikido- non vedrà che un’ultima pulizia dei tatami e la creazione di un ikebana o di un mazzo di fiori. Il dojo sarà allora lasciato a riposo fino all’indomani mattina. Questo spazio temporale senza attività, che permette al luogo di vuotarsi, si chiama Ma in giapponese. È un preambolo essenziale al buon svolgimento del Misogi.

dojo

Il mattino del primo gennaio, la persona che conduce la cerimonia è probabilmente tra i primi a entrare al dojo. Se per caso, la incrociamo, non dobbiamo parlarle o preoccuparcene. Le sue prime parole quel giorno saranno per la recitazione del Norito.Intorno alle dieci, i partecipanti cominciano ad arrivare. Sono accolti, idealmente, da due persone, una che praticherà e l’altra no. La seconda si incaricherà di fargli prendere posto mentre la prima, all’ora stabilita, chiuderà la porta del dojo.Il tempo, relativamente breve, tra l’apertura del dojo e l’inizio della cerimonia è un momento particolare. Usciti dalle strade addormentate, a volte un po’ annebbiati dalle feste della vigilia, tutti scoprono allora il dojo bello e pulito come non mai. Siamo qui, il nuovo anno comincia!Verso le dieci e venti, le persone che assistono sono sistemate sui tatami, davanti al tokonoma; un passaggio viene lasciato dietro di loro. La persona che conduce e quella che batte le pietre focaie hanno preso posto una di fronte all’altra. I praticanti si coordinano per uscire dagli spogliatoi e posizionarsi.

La cerimonia (kyu)
Régis Soavi lors du misogi 2012 au Dojo Tenshin
Régis Soavi al Dojo Tenshin il 1 ° gennaio 2012

Tra le dieci e venticinque e le dieci e trenta, il praticante incaricato dell’accoglienza chiude la porta così come la tenda, creando così uno spazio doppiamente chiuso.Posizionandosi alla vista di colui che batte le pietre focaie, segnala che la cerimonia può cominciare. La persona che conduce avanza dall’angolo in cui era, per lasciare un passaggio dietro di sé.Les silexAl momento opportuno, la persona incaricata delle pietre focaie le prende dalla scatola. Poi si alza e con un passo semplice e concentrato, fa il giro del dojo, fermandosi in ogni angolo per battere per due volte e ben alte le pietre focaie, che producono delle scintille che forse sarà la sola a vedere. Tramite quest’atto e questo percorso, materializza lo spazio sacro nel quale si trovano tutti i partecipanti.Capture1Una volta finito ciò, sistema le pietre focaie nella loro scatola e raggiunge gli altri praticanti. La persona che conduce si alza per il saluto alla calligrafia. Contrariamente alle sedute quotidiane, non saluta con un’arma ma utilizza un ventaglio bianco che non verrà aperto.Come detto sopra, il Norito saranno le sue prime parole. Momento particolare, che nel quotidiano aiuta a fare il vuoto e permette il passaggio dalla vita corrente alla seduta, la recitazione prende quel giorno un’intensità più forte del solito.  La pratica respiratoria che segue è più breve, come nelle sedute di Ame no ukihashi ken.Per concludere la cerimonia, si ascolta la registrazione del N? divino recitato dal Maestro Tsuda. Questo documento sonoro ci permette di continuare a celebrare, in una forma che ci appartiene ma con uno spirito intatto, il Misogi come lui l’aveva fatto scoprire ai suoi allievi.

Le porte del dojo vengono riaperte verso le undici e un quarto, la sistemazione delle tazze da saké e delle cose da mangiare che l’accompagnano lascerà a tutti il tempo di ritrovarsi per festeggiare il nuovo anno.

sake

10616022_326482504206021_6162090710743319900_n1. Sources : Armen GODEL, joyaux et fleurs du Nô. Édition Albin Michel 2010 et http://www.the-noh.com/en/plays/data/program_067.html