Di Manon SoaviItsuo Tsuda sensei diceva “non c’è cintura nera di vuoto mentale” sottolineando così che l’essenziale non è misurabile né comparabile. Seguendo questa direzione, Régis Soavi sensei fin dagli anni 80 ha fatto la scelta radicale di una scuola senza gradi. Una scelta che denota il funzionamento della nostra società basata sulla competizione.
Un orizzonte infinito
Avvertenza: questo articolo non mira assolutamente a sostenere che questa scelta sia la migliore, a denigrare i gradi o altro. Si dà semplicemente il caso che il riai della nostra scuola (la coerenza dei suoi principi) passi per questa strada. Questo articolo racconta un’altra possibilità senza spirito di valutazione tra i sistemi ma piuttosto in uno spirito di scoperta di un’altra cultura.Questa scelta di non avere gradi, di nessun tipo, è una cosa che a volte sorprende, o delude. In effetti, alcune persone sentono il bisogno di misurare il loro percorso, di avere delle tappe, il che è comprensibile alla luce del contesto in cui viviamo. Ma questa particolarità è anche un orientamento che libera, che dà sollievo a tante persone! Almeno qui, nei dojo della nostra scuola, non c’è misura, né paragone, né gerarchia.In un mondo in cui tutto si quantifica: le vitamine che ingeriamo, la nostra produttività, le nostre ore di sonno passando per la velocità dell’estinzione del nostro pianeta, tutto si misura e si calcola. Un luogo senza gradi è un po’ come passare dall’orizzonte di una città, fatto di punti di riferimento, di quartieri, di edifici, all’orizzonte dell’oceano. È liberatorio e leggermente inebriante.
Senza riferimenti fissi
Tsuda sensei scriveva che con i bambini siamo “senza punti di riferimento fissi”, cioè non ci si può riferire a dati esterni, oggettivi: a questa età, tanti centimetri, tale capacità, tale bisogno. Eppure questo è ciò che consiglia la maggior parte degli approcci in puericultura! È lo spirito della sistematizzazione. Per Tsuda sensei si trattava di affinare la capacità di attenzione, di risvegliare la intuizione e di sentire attraverso la fusione di sensibilità i bisogni del bambino. Un dialogo sensibile, unico perché diverso per ognuno e in ogni momento, con una verifica delle nostre intuizioni attraverso le reazioni del bambino. La natura della relazione si sposta quindi dalla ricerca di prestazioni (allevare un bambino o passare un grado) alla qualità della relazione, del momento presente sempre fluttuante. Una qualità che non può essere valutata esternamente perché deve essere sempre rinnovata.Allo stesso modo, una Scuola senza gradi non fornisce riferimenti fissi obiettivi, come tecnica, velocità, precisione o altro. Poiché partiamo dall’individuo e ognuno è diverso, nessuno può essere paragonato ad un altro. Nel nostro stile di Aikido, ciascuno sviluppa, attraverso una forma tecnica comune, la propria specificità che non solo gli corrisponde, ma sposa anche i cicli della vita, le età e gli stati di ciascuno.È nella relazione con l’altro che ognuno può misurare il cammino percorso, sia attraverso la propria osservazione che attraverso i riscontri dei suoi partner e del suo sensei. O andando a vedere altri insegnanti in occasione di stage occasionali. Perché senza un giudice esterno non c’è né sanzione né, soprattutto, ricompensa! Non si tratta certo di immaginarsi geniale e onnipotente! In questo caso i nostri partner e il nostro sensei si incaricheranno di farci ridiscendere sulla terra, si tratta di ritrovare il gusto di fare le cose per se stesse. Ritrovare anche il tempo, un tempo che non è lineare, perché il nostro “progresso” non è una linea retta con l’arrivo alla fine. Si tratta piuttosto di un’evoluzione circolare, “il pensiero orientale non procede per mezzo di dimostrazione, non è orientato verso un senso finale e definitivo, ma procede per cerchi di sperimentazione successivi affinché la comprensione scaturisca da un ritorno al centro stesso della questione” (Gu Meisheng, La via del respiro, Luni).È ovviamente possibile combinare un sistema di gradi e l’idea di un cammino senza fine, i grandi adepti lo hanno sempre fatto, semplicemente nella nostra Scuola abbiamo deciso di porre questo paradigma fin dall’inizio.
Il momento giusto
Una volta scartato questo modello, abbiamo una situazione in cui cominciamo senza hakama e incontriamo allora la possibilità di scoprire il momento giusto per mettere questo famoso hakama. Nella filosofia del Non-Fare si tratta di riscoprire l’azione giusta, quella che non è né calcolata né determinata dalla nostra “piccola intelligenza”, il volontario calcolatore che si fissa su piccoli scopi, ma dalla “grande intelligenza” che si esprime se la si ascolta realmente.Alcune persone mettono l’hakama dopo un anno di pratica e altre dopo dieci anni, in realtà non ha alcuna importanza se non per se stesse e la loro capacità di sentire il momento giusto. Ma ci sono molte persone per le quali cogliere questo momento presenta una grande difficoltà. Molti perdono quest’occasione di ritrovare il senso del momento proprio attraverso il mettere l’hakama. Che sia per eccessiva leggerezza, per paura, per ansia, per presunzione, per incomprensione, o per mille altre ragioni. Siamo di fronte a noi stessi.È anche un’occasione per scoprire la differenza tra la scelta e la decisione! Tsuda sensei attribuiva un’importanza immensa alla decisione, come ha scritto: “Una decisione può essere presa molto rapidamente a seconda delle circostanze, ma può anche richiedere molto tempo prima di maturare.Il più delle volte si confonde la decisione con l’opzione.Ma sono due cose completamente diverse.L’opzione implica il confronto tra diverse possibilità e la scelta che se ne fa. È un atto di intelligenza. [?] Non è la stessa cosa con la decisione che determina il nostro orientamento nella vita. Questa decisione non è un atto dell’intelligenza, è un atto dell’istinto.(…)La vera decisione è quella che corrisponde alla tensione interiore che sale al massimo. Senza tensione interiore, non c’è decisione. Più la decisione esige coraggio, sacrificio dell’amor proprio e dei vantaggi materiali, più essa guadagna peso.” (Itsuo Tsuda, La via degli dei)Offrendo ai praticanti la situazione propizia a sentire il momento giusto e a prendere una vera decisione, utilizziamo lo strumento dell’hakama per camminare in questa via di autonomia: decidere da soli. Può sembrare aneddotico, ma per molti non è facile e mancheranno il momento giusto.Accompagnare questo cammino per ogni persona è anche ricco di insegnamenti per i più anziani che devono essere attenti ad agire nel Non-Fare: lasciar maturare a volte, aumentare spesso la pressione interiore, acconsentire raramente! Eppure nessuna condotta può essere determinata in anticipo, anche questo è “senza punti di riferimento fissi” ma quando l’azione è giusta è un’evidenza. Affinché questo atto sorga, bisogna svuotarsi la testa e non avere idee preconcette. Questo accompagnamento può essere fatto solo se, e solo se, la persona che intende mettere l’hakama ha “sete” di questa trasmissione. È la sua disponibilità, il suo posizionamento che lo permette o meno.
Dare, ricevere, rendere
Il percorso dei praticanti inizia già, prima di niziare a mettere l’hakama, con il fatto di piegare quello di un praticante più anziano. Ancora una volta, l’assenza di gradi disorienta un po’ i primi tempi. La nostra ottica è sempre che l’atto assuma un senso in se stesso, non per rispetto della tradizione. Tuttavia, noi non ci consideriamo con un egualitarismo forzato. Molte cose vengono prese in considerazione: l’età, gli anni di pratica, ma anche l’attitudine o l’atteggiamento interiore. A volte una persona avrà un’attitudine, un’affinità con un’arma, o un certo tipo di tecnica, o potrà semplicemente, attraverso un respiro più profondo, aiutare qualcuno che è più anziano di lei. Alla fine dipende da molti fattori.Allora perché piegare l’hakama? Per ringraziare? Si e no. Il fatto di piegare l’hakama non è semplicemente un risposta diretto di tipo “ringraziamento” per qualcosa. A volte può esserlo, certo, ma si può scoprire molto di più, come una qualità di relazione. Questa relazione si avvicina a ciò che gli antropologi hanno chiamato “economia del dono”. Messo in luce da M. Mauss e B. Malinowski all’inizio del XX secolo, si può sottolineare che questo sistema si basa sulla triplice necessità: di dare, di ricevere e di rendere. A differenza dell’economia di mercato (di cui fa parte il baratto), l’economia del dono non si aspetta reciprocità. Implica che una persona A offra una ricchezza a una persona B, senza che questa persona B debba dare una contropartita o si senta in debito nei confronti di A. Invece è un atto che si fa sempre in un contesto (famiglia, cultura, società); nel nostro caso si tratta del dojo e della pratica. L’economia del dono implica dunque dare, ricevere e rendere nel contesto ma non necessariamente alla stessa persona, né lo stesso valore, né nello stesso momento. Ciò che importa è che continui la circolazione della ricchezza, che non ci sia stagnazione o accumulazione. Nel nostro caso la ricchezza è un insegnamento o un atteggiamento, un momento di pratica ecc. La persona che l’ha ricevuta continuerà a far circolare donando a sua volta ad altri. Può anche piegare l’hakama, ma se comprendiamo il significato dell’economia del dono comprendiamo che piegare l’hakama non è un modo per rimborsare ciò che l’altro ci ha dato. Non siamo pari, perché piegare l’hakama non è restituire ma dare a nostra volta. Piegare l’hakama implica anche che l’anziano riceva! Per colui al quale si piega l’hakama è anche un dono che “lo obbliga” in cambio a continuare a rendere e così via. Per questo non deve essere sistematico, altrimenti si perde il senso dell’atto, il senso di dare, ricevere e rendere.Questo non può imporsi altrimenti si ricade nel sistema binario gerarchico, è per questo che lasciamo ognuno libero di fare il proprio cammino, di capire a più o meno lunga scadenza poiché “la vera morale sorge dall’interno” come diceva Tsuda sensei, trovandosi d’accordo con l’anarchico Kropotkin su questa saggezza interna degli esseri viventi. Ma poiché fin dall’infanzia si insegna ai bambini a rispettare le persone in funzione della gerarchia e dell’autorità che esercitano, si perde completamente il senso del rispetto semplice e naturale. Questo rispetto che emerge quando si è rispettati. Lasciamo lavorare il tempo e la pratica affinché l’obbligo, imposto dalle nostre abitudini e dalla nostra educazione, cada, e infine sorga il rispetto.
Altri possibili
Recentemente la ricercatrice Heide Göttner-Abendroth ha teorizzato nei suoi studi sulle società matriarcali che sono società di economia del dono (precisazione utile: le società matriarcali non sono l’inverso del patriarcato, sono società egualitarie, matrilineari, dove le donne e particolarmente le madri sono al centro del clan, in una posizione acratica cioè senza potere). Göttner-Abendroth spiega anche che “i principi economici delle società matriarcali sono inestricabilmente connessi a quelli spirituali [?]. L’immagine-guida dell’economia è la stessa la madre terra e la condivisione e il dono dell’abbondanza sono i suoi valori supremi.” (Heide Göttner-Abendroth, Le società matriarcali – studi sulle culture indigene del mondo, Ed. Venexia) Dato che la maternità è chiaramente il dono della vita senza aspettarsi nulla in cambio, queste società considerano la maternità valore cardine, non il fatto di avere dei figli biologici ma la capacità di dare e la condizione di spirito che questo implica. In queste società si può parlare anche di maternità sociale che uomini e donne praticano, indipendentemente dal fatto di avere figli biologici o meno. Si tratta quindi di un atteggiamento verso la vita, di un posizionamento di rispetto, di cura, evidentemente messo in relazione con il dono di vita del pianeta, la Terra. Oggi la società inizia appena a prendere coscienza della globalità di ciò è vivo e dei legami inestricabili tra umani e altre forme di vita. Ma se la scienza è progredita, la mentalità della società evolve molto lentamente e i nostri valori restano la predazione e la competizione per delle risorse considerate come inerti, in breve il capitalismo patriarcale.Che rapporto c’è tra la nostra piccola Scuola di Aikido e Katsugen undo e questi grandi problemi del mondo? Che rapporto c’è tra un hakama e una società che pratica l’economia del dono? Direi che al nostro livello contribuiamo a far vivere degli spazio-tempo in cui vigono altri valori. Senza andare all’altro capo del mondo si può fare volontariamente questo passo di lato per uscire dal confronto, e ci si può concentrare sull’esperienza concreta del ki ritrovando così la sensazione della vita in ogni cosa che guidava i nostri antenati. Sentire inizia con il saper sentire se stessi! Indipendentemente dalle proiezioni, dai giudizi e dalle idee che abbiamo su noi stessi, l’hakama, il piegarlo e il metterlo, se si è capaci di coglierla, può essere un’occasione di sperimentare da soli un altro paradigma.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:
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Articolo di Manon Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 14 nel mese di gulio del 2023.
Di Manon SoaviMax Stirner scriveva nel 1844: “Ci sono erranti dello spirito, che, soffocando sotto il tetto che ospitava i loro padri, se ne vanno a cercare lontano più aria e più spazio. Invece di restare in un angolo del focolare familiare a smuovere le ceneri di un’opinione moderata, invece di prendere come verità indiscutibili ciò che ha consolato e placato tante generazioni prima di loro, attraversano la barriera che racchiude il campo paterno e si avviano, per le ardite vie della critica, dove li conduce la loro indomita curiosità di dubitare..” (Max Stirner, L’unico e la sua proprietà)Itsuo Tsuda sensei è noto per i suoi dieci libri, a volte anche per le sue calligrafie permeate di filosofia tch’an (Zen in giapponese) o per aver introdotto il Seitai in Europa. La sua scuola di pensiero “La scuola della respirazione”, anche se relativamente modesta, ha segnato in modo duraturo le migliaia di persone che sono passate nei dojo o che hanno letto i suoi libri. Eppure non bisogna immaginarsi che il suo cammino sia stato un lungo fiume tranquillo fino alla saggezza. Al contrario, è stato il rifiuto delle certezze del passato a spingerlo verso un’altra strada. Tsuda sensei era certamente un “vagabondo dello spirito” che soffocava sotto il tetto paterno, come dice Stirner. Nel 1914, quando è nato, suo padre era un grande industriale giapponese che aveva fatto fortuna e si era trasferito in Corea, allora sotto il dominio giapponese. Non è possibile sapere esattamente cosa ha motivato la rivolta di Itsuo Tsuda contro suo padre e la sua partenza a sedici anni. Tuttavia, sappiamo che c’entra il modo di agire del padre dopo la morte della madre e della sorella maggiore. C’è qualcosa di inaccettabile per il giovane Itsuo Tsuda, ma suo padre si aspetta che si rassegni, che sopporti e taccia. A questa sofferenza si aggiunge l’incontro con una ragazza coreana (che alla fine sposerà, quattordici anni dopo, quando la ritroverà durante la seconda guerra mondiale). Questa ragazza, di cui si innamora, gli permette di avvicinarsi ad alcune delle immense sofferenze del popolo coreano allora dominato dal Giappone con grande violenza di Stato.A sedici anni, in totale rottura con il padre, rifiuta il diritto di primogenitura e parte, solo, senza alcuna certezza, salvo quella che gli sarebbe stato insopportabile continuare sulla strada che era tracciata per lui. Così per quattro anni vagabonderà, in senso letterale, in Cina e in Manciuria, trascorrendo due anni a Shanghai. Trova una città allora straordinariamente cosmopolita, con da un lato le concessioni francesi e britanniche e dall’altro una fortissima presenza dei movimenti anarchici coreani, giapponesi e cinesi.Bisogna credere che Itsuo Tsuda non amasse le certezze perché a vent’anni parte questa volta per Parigi, conoscendo solo qualche parola di francese, alla ricerca della libertà di pensiero. Quando arrivò nel 1934, piombò nel bel mezzo dei movimenti del Fronte Popolare, degli scioperi e delle manifestazioni di massa dell’epoca. Un movimento di una forza che ci è difficile immaginare oggi e che la guerra schiaccerà, falciando la gioventù operaia rivoluzionaria dell’epoca. A poco a poco, Itsuo Tsuda si integra e inizia a studiare alla Sorbona con Marcel Mauss e Marcel Granet. È in contatto con gli ambienti intellettuali di Montparnasse, e credo di poter affermare che stesse progettando di restare a Parigi, almeno per un bel po’. Ma nel 1940 il mondo sprofonda nella guerra e viene richiamato dal Giappone. Con grande pena deve imbarcarsi per un paese che, in fondo, non conosce. Ciò che lo attende in Giappone è il caos della guerra, il nazionalismo e l’incertezza totale del domani. Forse le situazioni estreme mostrano chi crolla e chi ha la resistenza di continuare il proprio cammino. Tsuda sensei aveva certezze? Non so, ma il fatto è che continua la sua strada nonostante la guerra. I suoi interessi per la sinologia e per l’etnologia non si smentiscono, al contrario, pubblica traduzioni e articoli. Dopo la guerra, la sua vita sembra “stabilizzarsi”, sposato e salariato (lavora ad Air France come interprete) eppure continua ad approfondire instancabilmente. L’incontro con il N?, poi con il Seitai e il suo fondatore Haruchika Noguchi (con il quale studierà per vent’anni), e infine con O sensei Ueshiba e l’Aikido saranno gli strumenti decisivi dell’articolazione della sua filosofia: il Non-fare e la nozione di Ki.Les choses extérieurs n’ont rien de certain ni de nécessaire. calligraphie d’Itsuo Tsuda.
Coltivare l’incertezza
Si potrebbe credere che, arrivato a quel punto, per lui tutto diventi chiaro, come spesso accade nelle persone di una certa età dopo una giovinezza tumultuosa. Ma non è così, è a cinquantasei anni che ritorna in Francia senza garanzie né promesse, come scriverà lui stesso. Vivendo di nuovo miseramente, in una stanza della servitù vicino alla Gare du Nord a Parigi, si mette a scrivere, direttamente in francese. Comincia anche ad insegnare l’Aikido e a diffondere il Katsugen undo (la ginnastica dell’involontario del Seitai). A sessantotto anni, nel suo ottavo libro, scrive: “Dal punto di vista comune, sono un uomo imprudente. Non prendo precauzioni contro microbi, virus, inquinamento, malattie. Non sono né protetto né armato contro i pericoli. Faccio ciò che voglio fare, senza disturbare nessuno.Non spetta a me imporre le mie idee, dicendo: “Non fate quello che faccio io, ma fate quello che vi dico”. Tale formula spetta ai grandi, ai potenti, ma non a me. La mia formula è: “Vivo, vado, faccio.”Non è per conformarmi a uno scopo morale, sociale o politico che faccio qualcosa. Faccio quello che sento dentro di me, quello che posso fare senza rimpianti. Io non cerco l’utopia all’esterno. Cerco la soddisfazione interiore, incondizionata. È nella respirazione calma e profonda che trovo la mia vera soddisfazione. Questo, nonostante le numerose contrarietà della vita moderna. Ho superato e supererò le difficoltà, finché dura la vita. È così che trovo il piacere di vivere. » (Itsuo Tsuda, La Voie des dieux, Le Courrier du Livre)Itsuo Tsuda ci ha lasciato anche insegnamenti preziosi attraverso le sue calligrafie. Su questa questione dell’incertezza, troviamo questa frase di Chuang-tzu che egli calligrafò: “Le cose esteriori non hanno niente di certo né di necessario” (1). Le cose esteriori vanno e vengono, buone o cattive, nulla è prevedibile e nulla è in sé un bene o un male. Tuttavia, integrare realmente questo dato dell’incertezza delle cose esterne è difficile, lo abbiamo potuto constatare in prima persona con i due anni di crisi che abbiamo appena vissuto. Mesi di instabilità e di crisi che, senza essere l’equivalente di una guerra, ci hanno logorato, stancato. Abbiamo potuto misurare, al nostro livello, la difficoltà di andare avanti e gli effetti non hanno smesso di farsi sentire.
La forza interiore
Il difetto dell’educazione occidentale è che tende a farci prendere in considerazione solo l’aspetto volontario dell’individuo. Allora, per compensare la propria debolezza, l’essere umano mostra le sue certezze all’esterno pur rimanendo molto incerto di se stesso all’interno.L’insegnamento di Tsuda sensei riorienta la nostra attenzione verso le capacità insospettate del nostro involontario. Ascoltare i nostri bisogni interiori che si esprimono e ci danno le direzioni da seguire per noi stessi e mantenere l’imprevedibilità, la disponibilità verso l’esterno poiché nulla è certo né necessario. Significa fidarsi delle capacità di adattamento umano.Non essendo mai andata a scuola, ho avuto a che fare con una sfilza di persone che proiettavano le proprie preoccupazioni sulle nostre scelte e che avevano la certezza che i miei genitori stavano sprecando le mie possibilità per il futuro. Tuttavia, una cosa è certa: il futuro è sempre incerto (a volte addirittura assente). Ho quindi vissuto un’infanzia del momento presente piuttosto che dettata da un futuro inesistente. Nella gioia e nella fiducia di fare le cose per loro stesse, nel momento in cui manifestavo un interesse. I miei genitori hanno avuto momenti di dubbio, ovviamente, ma erano convinti che vivere come i loro progenitori fosse semplicemente non vivere, ma morire lentamente. Hanno preferito fare la scelta dell’incertezza prendendo una strada divergente. Perché la certezza interiore che la cosa più importante fosse vivere ora non li ha lasciati. Non andare a scuola era questa possibilità inaudita di apprendere a contare sulle proprie risorse per affrontare le inevitabili difficoltà dell’esistenza.Praticare un’arte come l’Aikido è, almeno sui tatami, dover contare su questa spontaneità perché qualunque sia l’apprendimento tecnico non è possibile prevedere tutto. I corpi sono spesso più o meno paralizzati dall’interno e l’attività del corpo è bloccata (attività del corpo intesa secondo J. F. Billeter: “insieme delle energie e dell’attività inconscia che alimentano e sostengono l’azione cosciente”) (2). Ma allora l’adattamento, l’integrazione, non avvengono più. Quindi, un’arte che rimette in movimento le risorse del corpo, che reintroduce il gioco, è davvero salutare anche se non è una terapia. La vita riprende attraverso il corpo.Ecco perché l’Aikido non deve diventare un catalogo tecnico sterile, con attacchi sempre prevedibili e risposte standard. La parte dell’incertezza deve essere mantenuta con diversi mezzi pedagogici come jyu waza o il lavoro a più attaccanti per esempio. Quando ho cominciato lo studio delle tecniche di jujitsu della Bushuden Kiraku ryu, ciò che era formativo era uscire dal quadro dell’Aikido e trovare alcune tecniche, molto vicine all’Aikido, ma in modo diverso; ciò rompeva il quadro e mi ha permesso di continuare l’Aikido con la sensazione interna delle possibilità di atemi, di kubi shime, di kaeshi waza, ecc. Senza peraltro mettere per forza questi elementi ad ogni tecnica, il semplice fatto di averli percepiti nel mio corpo mi dava un posizionamento diverso.Manon Soavi
Creatività
L’Aikido ci porta ovviamente a sentire le situazioni in cui dobbiamo andarcene o agire prima che sia troppo tardi. È, certamente, una base. Ma questo ha più a che fare con l’intuizione e il potenziale creativo dell’individuo nel senso in cui lo esprime il ricercatore Arno Stern che con il controllo: “Creare è acquisire una libertà al di fuori della presa della società consumistica. Quando parlo di libertà, non è una parola leggera che pronuncio; è la condizione ed anche lo scopo dell’educazione che genera l’atto creatore. Creatività non significa produzione di opere. È un atteggiamento nella vita, una capacità di padroneggiare qualsiasi dato dell’esistenza.» (Arno Stern, Homo-vulcanus, Edizioni Scientifiche Ma. Gi.)Nelle arti marziali ci sono molti esempi. Perché ciò che rende efficiente un’arte non è il bagaglio tecnico, ma prima di tutto l’essere umano e la sua capacità di reazione. Ci sono naturalmente molte storie e racconti di arti marziali che lo raccontano, ma voglio finire questa riflessione con una storia che ricolloca l’Aikido in una realtà dove non c’è certezza sul risultato (l’esterno) ma è evidente la necessità di far fronte (l’interno). Viene raccontata dalla figlia di Virginia Mayhew (pioniera dell’Aikido, fondatrice del New York Aikikai e allieva diretta di O sensei):”Quando avevo sette anni, mia madre ed io ci siamo trasferite nel sud della California e abbiamo vissuto in un vecchio motel nel centro di Los Angeles. A tarda notte, mentre tornavamo nella nostra stanza, un uomo arrabbiato che brandiva una mazza ci ha bloccato la strada e ha chiesto i nostri soldi. Mia madre ha cercato di ragionare con lui e si è offerta di dividere i suoi soldi. Questo sembrava solo farlo arrabbiare di più e si avvicinò a mia madre brandendo la sua mazza in modo minaccioso su di lei. Ricordo di aver avuto paura quando mia madre si è diretta verso di lui. Non capivo ancora la nozione di irimi, quindi non aveva senso per me vederla dirigersi verso un uomo che stava per colpirla con una mazza. Lo scontro vero e proprio è durato solo pochi secondi. La mazza non è mai entrata in contatto con mia madre perché improvvisamente ne ha preso possesso e poi ha immobilizzato il polso del tipo in una leva dolorosa. Si è chinata vicino a lui e ha detto: “Non le farò del male, ma sappia che non è bene attaccare una donna, soprattutto quando sono presenti i suoi figli. Quando la lascerò andare, se ne andrà tranquillamente, ma noi terremo la mazza”. Quando finalmente ha lasciato il polso, il suo potenziale aggressore non ha potuto fuggire abbastanza velocemente.” (Shankari Patel, Irimi su feministaikidoka.blogspot.com. Trad. G. Érard.)Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:
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Articolo di Manon Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 12 nel mese di gennaio del 2023.Note:1. Régis Soavi, Sara Rossetti, Manon Soavi, Itsuo Tsuda – Calligrafie di primavera, Yume Editions, 2018, p. 364.2. Vedere il lavoro del sinologo Jean François Billeter su Chuang-tzu o il suo libro Un paradigme edizioni Allia (2012).
Traduzione dell’intervista di Louise Vertigo a Manon Soavi, 17 febbraio 2023 per la radio AligreFM, nel programma Respirazione per parlare del suo libro “Le maître anarchiste, Itsuo Tsuda” per ascoltare la versione francese, clicca qui.LV: Buongiorno Manon SoaviMS: BuongiornoLV: Sono molto felice di accoglierla per la pubblicazione del suo libro “Le maître anarchiste Itsuo Tsuda, savoir vivre l’utopie” per le edizioni L’Originel. Per lei, la pratica dell’energia, dell’arte marziale, porta a qualcosa di più, poiché avvia una riflessione, un posizionamento sul funzionamento della società stessa. Questo è ciò che scopriremo durante la trasmissione. Per prima cosa, le chiedo di presentarsi.MS: Prima di tutto grazie per avermi ospitato qui oggi. In effetti dico spesso che sono come Obelix, sono caduta nella marmitta quando ero piccola, poiché è un percorso che i miei genitori hanno iniziato prima che io nascessi. È iniziato con le rivolte del maggio ’68, la messa in discussione dei sistemi degli anni 70. Poi il loro incontro con Itsuo Tsuda permetterà loro di attuare davvero, di vivere nel loro corpo, nella loro sensibilità, un altro modo di considerare il mondo, di considerare la vita e i rapporti umani. È un punto di svolta per attuare tutte quelle idee, tutto quel fermento che c’era in quegli anni: gli anarchici, i situazionisti, tutti quei pensatori che hanno messo in discussione il mondo moderno. E queste idee che li hanno nutriti hanno trovato in Itsuo Tsuda un’eco molto forte. Quest’incontro ha cambiato il loro modo di vivere, il loro modo di essere, progressivamente, è un percorso. Quando sono nata io, e poi mia sorella, tre anni dopo, c’è qualcosa che ovviamente è continuato, nel rapporto con i bambini, nel ritmo della vita. Cioè loro non avrebbero mai preso in considerazione di far tutto quel percorso di liberazione per uscire da quei sistemi di dominio e lasciare le loro figlie ricominciare da zero. È per questo che, molto naturalmente ne è derivato che né io né mia sorella siamo mai andate a scuola. Questo è fondamentale. Perché il fatto di non essere andate a scuola ci ha permesso una vita molto diversa, una sorta di continuum tra l’infanzia, l’adolescenza, la vita adulta, ci ha permesso di non avere queste separazioni, queste caselle, queste categorie bambino | uomo | donna | lavoro | svago: tutto era intrecciato. E la filosofia di Itsuo Tsuda, la filosofia del Non-Fare, l’importanza del corpo, del subconscio, tutto ciò era presente, onnipresente nella nostra vita quotidiana.Manon SoaviLV: Molto bene, sì, lo approfondiremo. Lei è la figlia del Sensei Régis Soavi. Suo padre è stato allievo di Itsuo Tsuda per dieci anni. Insegna Aikido da oltre quarant’anni…MS: Anche cinquanta, adesso.LV: Ah sì, va bene! E potrebbe… Quindi immagino che sia stato Itsuo Tsuda a portarlo a questo livello.MS: Mio padre ha iniziato a fare judo quando era giovane, a 12 anni, in questo ha fatto un percorso. Poi ha iniziato l’aikido, ha praticato con diversi maestri di aikido, il maestro Noro, il maestro Tamura. Ha fatto un percorso rispetto all’aikido… e un giorno (nel 1973) ha incontrato Itsuo Tsuda. E Itsuo Tsuda è stato in effetti qualcuno che ha completamente riorientato la sua pratica dell’aikido, e anche la scoperta del Katsugen Undo, che si traduce come Movimento Rigeneratore, è una dimensione che ha cambiato, attraverso la sua scoperta, anche la natura del suo aikido. Itsuo Tsuda è diventato il suo maestro, quello che ha seguito per dieci anni, fino alla sua morte. Poco prima della morte di Itsuo Tsuda, nel 1983, Régis Soavi ha deciso di andare a Tolosa e di aprire il proprio dojo con l’accordo di Itsuo Tsuda che lo ha, in quel momento, incoraggiato a continuare il suo cammino. E da allora continua effettivamente ad insegnare tutte le mattine, da 50 anni. Tutte le mattine l’aikido, e ad iniziare persone al Katsugen Undo.LV: Molto bene sì. Ho avuto la fortuna di vivere questa esperienza con lei.Régis SoaviLV: Dunque, ora parleremo del percorso singolare di Itsuo Tsuda. E prima parliamo di ciò che lo ha influenzato. Chi era? E forse per cominciare possiamo parlare un po’ di ciò che è l’inizio di ogni cosa nell’energia che è il Tao. Ma quindi chi era, qual è il suo percorso?MS: Itsuo Tsuda è nato nel 1914 in una famiglia giapponese che viveva in Corea. La Corea all’epoca era occupata dal Giappone. Era una società molto rigida, molto dura, militarizzata, colonialista. A 16 anni, Itsuo Tsuda rifiuterà la primogenitura. Si oppone a suo padre, abbastanza violentemente poiché se ne va. Lascia tutto a 16 anni e vagabonda, come ha detto. Attraversa la Cina. E alla fine, negli anni ’30, ha un solo desiderio: incontrare la Francia. Già in Cina secondo me è stato a contatto con il pensiero anarchico, con pubblicazioni, è qualcosa che lo ha già segnato. Ma allora in Francia quando arriva nel 1934 c’è il Fronte Popolare, è un momento in cui, a livello sociale, c’è tutto un movimento molto importante in Francia, la cui portata è stata in gran parte dimenticata oggi, e in cui il movimento anarchico era molto molto forte. Quegli anni a Parigi sono estremamente importanti per Itsuo Tsuda. Seguirà l’insegnamento di Marcel Granet e Marcel Mauss alla Sorbona in sinologia e sociologia. Sono ricercatori che lo segnano profondamente nel suo pensiero, nella sua comprensione del mondo, delle culture. Al momento della guerra è costretto a partire per il Giappone. E scopre, a 30 anni, il suo paese durante la seconda guerra mondiale. Anche questo è un grande sconvolgimento. Avrebbe desiderato restare in Francia, aveva ancora tutto un percorso da fare. Ma la vita ha deciso diversamente. Dopo la guerra s’immerge quindi nella propria cultura, che di fatto non conosce. Scoprirà il Noh e poi il Seitai, con il Maestro Haruchika Noguchi e gli ultimi dieci anni del M° Ueshiba per l’aikido. Questo percorso, con la scoperta di una cultura dove il corpo non è separato dallo spirito, dove c’è questa sensazione della vita in ogni cosa, le cose non sono materia inerte, non sono separate, tanto il corpo quanto lo spirito, la natura quanto noi stessi ? Siamo un tutto. E questa è la scoperta di un pensiero cui si era già avvicinato tramite la Cina antica, tramite Marcel Granet. E le sue ricerche sull’antropologia, che continua per tutti questi anni in Giappone – tra l’altro è il primo traduttore in giapponese di “La religione dei cinesi” di Marcel Granet, è davvero qualcosa che approfondisce. E questa scoperta del taoismo: è un grande conoscitore di Chuang Tzu. Ma il Giappone è stato chiuso per 200 anni, conservando così le tracce di una cultura molto più antica, davvero fondamentale, che continua ad esprimersi nelle arti tradizionali.L.V.: Sì. Molto interessante. Dunque, leggerò un passaggio del suo libro e poi faremo una pausa musicale, che le darà il tempo di riflettere sulla questione. A proposito del Tao, del quale si interessa:«In questa geografia iniziatica del dao [tao], c’è una soglia oscura che viene rappresentata dal fondo di una valle misteriosa.» Il Dao de jing si esprime in modo vago e poetico per parlare di questo: «Lo spirito della valle non muore. È la Femmina Oscura, [?] questa è l’origine del cielo e della terra. Indistinguibile, sembra sempre presente e in noi mai si esaurisce» Gu Meisheng spiega che questo è un modo figurato di parlare del senso attivo del vuoto, lo esplicita con queste parole: «La valle è allo stesso tempo un luogo vuoto e sensibile che riverbera i suoni. La valle è vuota, ma quando si grida, l’eco ci risponde. Tale è la natura del dao. Il dao è quindi un vuoto di estrema sensibilità.»Ascoltiamo “Dead of night”, di Orville PeckMS: Sì, in quel brano che ha letto sul Tao, il Maestro Gu Meisheng lo racconta molto bene. Solo la poesia può davvero trasmettere qualcosa che non si può esprimere a parole. Sicuramente conosce questa storia Zen in cui c’è un maestro Zen in un monastero che chiede a uno dei monaci di pulire il Giardino… Allora il monaco rastrella, rastrella, pulisce, tutto è impeccabile, va dal maestro e dice:”Ecco fatto “. Il maestro arriva, guarda e gli dice: “Ricomincia”. Allora l’allievo ricomincia, di nuovo, pulisce tutto bene, bene, impeccabile, torna dal maestro e gli dice: “Ecco fatto, maestro”. Allora il maestro viene e dice: “non va bene”, e se ne va. L’allievo comincia ad averne abbastanza. Allora questa volta lascia un mucchietto di foglie morte. Ritorna dal maestro e dice: “È fatto”. E quando il maestro arriva, guarda e non dice niente. Ebbene questo è il vuoto: il vuoto è attivo. Non si può definirlo in modo definitivo. Ma è vero che è completamente in contrasto con la nostra filosofia, con il modo in cui vediamo il mondo oggi in Occidente, che si è diffuso praticamente in tutto il mondo. Questo è esattamente ciò che Tanizaki lamentava in “Libro d’ombra1”. Abbiamo una specie di idea che tutto deve essere portato alla luce, tutto deve essere sezionato, non ci devono essere zone d’ombra, non ci deve essere ignoranza, tutto deve poter essere spiegato con la razionalità. Salvo che quando si seziona un corpo umano, un corpo animale, qualunque cosa, l’essenziale comunque non c’è più. Quindi c’è sempre questa essenza che ci sfugge. E secondo me, questo è del tutto in linea con le analisi di varie pensatrici ecofemministe, o anche Mona Chollet, che parlano di quell’aspetto inconoscibile mediante la scienza razionale, ma che si sente, che si vive, che è qualcosa che gli esseri umani conoscono, con cui hanno un legame molto forte, e le pensatrici ecofemministe cercano di decostruire la nostra comprensione del mondo per scoprire che la razionalità potrebbe non essere dalla parte che pensiamo, forse non si tratta di sezionare tutto, di affrontare tutto nel modo più razionale. Forse c’è un insieme che ci sfugge completamente, un rapporto con la Terra, un rapporto con la vita, forse effettivamente un rapporto con l’oscurità, con il corpo, con tutte quelle cose che abbiamo denigrato, allontanato, schiacciato e che bisogna rivalutare o riscoprire.L.V.: Sì. Il mistero è molto importante, è molto prezioso. E veniamo dunque ai principi delle arti marziali: coltivare la propria sensibilità, la propria attenzione. Rimanere attenti alla velocità biologica, cosa che richiede un’intensità di attenzione. Questo l’ho preso dal suo libro. Quindi stavamo parlando dell’influenza del gyo su questo maestro…MS: Sì, allora, Itsuo Tsuda trova davvero nelle pratiche del corpo, nella fattispecie il seitai e l’aikido, questa incarnazione, questa possibilità di sentire. Scopre la dimensione del ki e della respirazione. Il gyo è un termine spesso tradotto con ascetismo. Ma la differenza nella versione occidentale dell’ascetismo è che si cerca di uscire dal proprio corpo mediante delle pratiche, di non sentire più, di sottrarsi dal corpo. Mentre nel gyo, nelle pratiche ascetiche dell’Asia o anche dell’India, per lo meno alcune branche, al contrario si cerca l’unità, la riunificazione tra lo spirito e il corpo attraverso pratiche ascetiche. Sono pratiche ascetiche che hanno influenzato in particolare il M° Ueshiba che ne ha trasmessa una parte attraverso l’aikido. Si può vedere attraverso l’aikido una possibilità di ritrovare questo legame, questa totalità dell’essere.LV: Ha parlato di nuovo del seitai, il movimento rigeneratore: magari potrebbe darci dei chiarimenti su questo.MS: Il Seitai è stato messo a punto dal Maestro Haruchika Noguchi a partire dagli anni ’50. Si interessa di ciò che rende ogni individuo unico e indivisibile e della sua capacità innata di equilibrarsi per mantenere la salute. È il movimento inconscio del corpo. Nel seitai, che è, si potrebbe dire, una filosofia, una comprensione dell’essere umano, ci sono diverse tecniche, diverse pratiche e c’è in particolare il Katsugen Undo che Itsuo Tsuda traduce con Movimento Rigeneratore, ed è proprio questo l’aspetto che interessa a Itsuo Tsuda, il movimento rigeneratore. È questo aspetto del seitai che sceglie di ritrasmettere negli anni ’70 in Francia; lo interessa proprio per il suo orientamento personale, la sua filosofia, la sua ricerca di libertà tanto per se stesso quanto per gli altri, questa ricerca di libertà, di autonomia: trova nel Katsugen Undo una possibilità di riattivare da sé le risorse del proprio corpo per ritrovare l’equilibrio. Di non dipendere più da un esperto, da una pratica esterna, dal parere di un maestro o altro. È per questo che lo avvicino a ciò che Ivan Illich chiamava cose conviviali, nel senso che sono strumenti che chiunque può utilizzare, non c’è bisogno di una competenza e questo è fondamentale per Itsuo Tsuda.LV: Sì, questo mi fa pensare che nel Qi Qong si lavora con questa dimensione. Si collabora con queste dimensioni di automedicazione proprie del corpo.MS: Il Maestro Noguchi diceva che non si finiva mai con i “si deve” e “non si deve”, con le indicazioni esterne e che, dagli anni ’50, questo non ha fatto che peggiorare. Oggi si devono mangiare 5 frutti e verdure al giorno, si deve bere un litro d’acqua, si deve mangiare ma muoversi, bisogna fare sport, ma non troppo, ? abbiamo ingiunzioni esterne permanenti?LV: È vero.MS: E si dimentica il proprio bisogno biologico che dipende dal giorno, dal momento, da tante cose e che non è uguale per noi, per il mio vicino, per mio figlio, ognuno ha un bisogno diverso e l’unica bussola siamo noi stessi. E ritrovare la capacità di sentire se si ha voglia di carote o di cioccolato, se si è mangiato abbastanza oppure no, è semplicemente l’inizio dell’autonomia.LV: Assolutamente. Ed ora parliamo un po’ di Ki, che in Cina si chiama Qi, per esempio. Lei scrive “Il Ki sfugge a qualsiasi tentativo di categorizzazione” diceva Itsuo Tsuda che ha spiegato questo molte volte. Qui in Occidente il Ki è molto difficile da spiegare perché non entra nel sistema delle categorie. Lei fa questo esempio: sentirsi osservati.MS: Il ki può essere tradotto a seconda delle circostanze con intuizione, ambiente, intenzione, vitalità, respirazione, azione, movimento, spontaneità? è qualcosa di fluido che non si può effettivamente definire. Itsuo Tsuda diceva anche che “il ki muore nella forma”. Ma è qualcosa che si può sentire. È un’esperienza concreta. Faceva questo esempio: si cammina per strada e all’improvviso si sente. Ci si sente osservati, ci si gira? magari si trova chi ci osserva da dietro una tenda. Forse è solo un gatto, ma l’abbiamo sentito comunque. Si sente l’intenzione. Ovviamente nelle arti marziali lo si usa piuttosto per sentire il ki di aggressione, il pericolo. È una delle forme. Ma si può benissimo percepire il ki del pericolo per altre ragioni. Al contrario, si può sentire un ki accogliente, si può sentire un ambiente. Ci si sente bene in certi posti. E in certi posti ci si sente estremamente a disagio.LV: E anche con delle persone. Per me ci sono delle amicizie, degli amori di ki.MS: Assolutamente. Ci sono persone che emanano qualcosa.LV: Ci si sente subito in confidenza, subito bene, perché quel qi – direi piuttosto qi o ki, beh, poco importa – parla al mio.MS: Certo. Assolutamente. Il problema è il fatto che si impara fin dall’infanzia, fin dalla primissima infanzia, a non ascoltare se stessi. A non ascoltare questa intuizione, questa cosa che ci parla. Allora, purtroppo, perdendo il contatto con se stessi si dimentica un po’ questa sensazione.LV: Va bene, pensiamoci mentre ascoltiamo Hot Hot Hot di Matthew E. White.LV: Ne abbiamo parlato abbastanza velocemente, perché bisogna dire che questo libro è molto molto ricco e ve lo raccomando, parliamo ora del suo insegnamento in senso stretto. E per cominciare le chiederò cosa lui ha trovato nella pratica dell’aikido del M° Ueshiba?MS: Ha conosciuto il M° Ueshiba negli ultimi anni della sua vita, gli ultimi dieci anni. Il M° Ueshiba alla fine di una vita intera di pratica, di ricerca ha proposto un’evoluzione della sua arte. L’ha chiamata una via dell’amore. Credo che sia un potente strumento per l’evoluzione umana. C’è effettivamente il gyo, le pratiche ascetiche, i misogi e diverse cose che l’hanno alimentato nella sua ricerca. Credo che quello che ha affascinato Itsuo Tsuda sia la libertà di movimento di questo maestro. Il M° Ueshiba aveva già ottant’anni eppure aveva una libertà di movimento che Itsuo Tsuda che aveva quarant’anni, non aveva, si sentiva già rigido. Attraverso la pratica dell’aikido, la pratica quotidiana della prima parte che Itsuo Tsuda chiamava pratica respiratoria, che è una pratica individuale con vari movimenti che ravvivano, che rimettono in moto il corpo, che approfondiscono la respirazione, è qualcosa che alimenta, che alimenta la vita in noi. Quel che è piuttosto strano o curioso è che per esempio troviamo anche tra i ribelli, i rivoluzionari come “il comitato invisibile” questa frase che dice “l’esaurimento delle risorse naturali è probabilmente molto meno avanzato dell’esaurimento delle risorse soggettive, delle risorse vitali che colpisce i nostri contemporanei”. Questo esaurimento è la questione, si tratta di rivitalizzare le risorse interne, questa radice. Itsuo Tsuda diceva che era lì per proporre la possibilità di ravvivare la radice. E penso che sia quello che ha trovato anche nell’aikido. In ogni caso, è quello che ha insegnato, è quello che ha dato come orientamento. Perché ancora una volta, come per il Seitai da cui ha preso il katsugen undo, nell’aikido c’erano anche aspetti più marziali e altri, che di fatto non lo interessavano, che altri allievi del M° Ueshiba hanno sviluppato, ognuno ha fatto il suo percorso. Ma ciò che lo interessava era questo aspetto della respirazione, della circolazione del ki, questa possibilità attraverso il corpo. Questo è ciò che lo ha segnato ed è ciò che ha trasmesso nella sua scuola.A destra Itsuo Tsuda, al centro Régis Soavi negli anni ’80LV: E’ vero che è una grande ricchezza l’aikido del M° Ueshiba e che alcuni hanno sviluppato la propria via. C’è anche il M° Noro che ha creato un movimento, un’arte del movimento.MS: Si, infatti.LS: Non è più un’arte marziale ma un’arte del movimento. Oltretutto erano amici.MS: Si, infatti. Conosceva piuttosto bene il M° Noro che ha creato il Ki no michi. C’era una grande differenza di età, perché il M° Noro è stato allievo del M° Ueshiba molto giovane, è stato un allievo interno, aveva 17, 18 anni, mentre di fatto Itsuo Tsuda ha iniziato l’aikido a quarantacinque anni. E nonostante questa grande differenza di età, avevano molti punti in comune, un’affinità che effettivamente era molto forte. Avere iniziato così tardi l’aikido, ha permesso a Itsuo Tsuda in qualche modo anche di avere un bagaglio intellettuale, perché aveva anche un bagaglio culturale in sinologia, e di cogliere quindi i riferimenti quando il M° Ueshiba parlava in modo poetico, letterario, riferendosi alla mitologia e alla cultura cinese. E Itsuo Tsuda aveva quel bagaglio, era veramente un intellettuale ed è quello che gli ha permesso di mettersi dentro. Inoltre, era il traduttore, anzi l’interprete all’inizio, ed ha continuato ad esserlo, degli Occidentali che venivano dal M° Ueshiba. Come il M° Nocquet, e altre persone. Quindi era anche un modo per lui di essere molto in contatto con i discorsi del M° Ueshiba, che doveva tradurre per renderli comprensibili a questi occidentali.LV: Molto bene. Allora c’è un altro aspetto che ho trovato interessante nel maestro Itsuo Tsuda, è la mnemotecnica che consiste nel dimenticare.MS: Ancora una volta, si tratta di trovare questa connessione con se stessi, come lui diceva. Questa capacità. E’ avere fiducia nella propria capacità interna, nelle proprie risorse e anche nel proprio inconscio, nel proprio subconscio. Abbiamo l’impressione di essere noi a decidere di fare questo o quello, ma nei fatti, il 90% delle nostre attività vitali, o addirittura il 100% è totalmente incosciente. Non si può accelerare il battito cardiaco o rallentarlo, a parte forse qualche Yogi ma la maggior parte del tempo non abbiamo alcun impatto sulle nostre funzioni vitali. Ed abbiamo l’illusione del controllo su noi stessi, sulla Natura, sugli altri? siamo completamente in un’illusione di controllo. Dunque, invece di irrigidirsi sul “non devo assolutamente dimenticare di comprare il latte rientrando a casa” – questa è una tensione, è il mentale che sta cercando di ricordarselo. E sappiamo tutti bene che la maggior parte delle volte tornati a casa, posate le chiavi ci diciamo “Ah! Il Latte! L’ho dimenticato…”. Mentre, al contrario, Itsuo Tsuda dice: “Visualizzate voi stessi mentre uscite dalla metropolitana, fate la deviazione per il piccolo supermercato accanto e prendete il latte”. Visualizzate questa azione, la vedete. Ok? E ora dimenticate, non pensateci più.LV: Grazie per questo consiglio che metterò subito in pratica. Allora, cosa succede nel dojo? Il dojo permette di riprendere il potere sul proprio corpo e questo si estende alla vita quotidiana. La cito: “Il dojo fa parte di quei luoghi unici in cui il tempo scorre diversamente, in cui il mondo si ferma per qualche istante”.MS: Nella nostra Scuola abbiamo diversi dojo e sono luoghi interamente dedicati all’aikido ed al katsugen undo. Non sono delle palestre, non sono delle sale sportive, non ci sono altre attività. Sono luoghi gestiti da associazioni. Dunque le persone si autogestiscono, si auto-organizzano. Tutti i membri sono responsabili del loro dojo. Non c’è da un lato il dojo e dall’altro dei clienti. Ciascuno è in qualche modo come a casa propria e in casa d’altri allo stesso tempo. Quindi è uno spazio un po’ fuori dal tempo, fuori dal mondo, grazie all’orientamento che ha dato Itsuo Tsuda, e l’orientamento con cui anche Régis Soavi, mio padre, ha continuato a lavorare per 50 anni, e che oggi io stessa provo a continuare. Continuare a dare questo impulso. Di far comprendere che si può vivere diversamente.LV: Sì, allora il dojo è il luogo in cui si viene a lavorare sulla Via. Torno un po’ su questa nozione di arte marziale – non può essere qualcosa di meccanico dove il corpo sarebbe un oggetto. Quindi è molto più connessa effettivamente con questa dimensione del soffio, con la spiritualità. Quindi suo padre recita un Norito al mattino.MS: Sì, non solo mio padre. Tutti iniziamo la seduta con questo Norito che è una recitazione. A dire il vero, non si sa nemmeno cosa voglia dire. E’ un momento, è un modo di mettersi in un’altra condizione, un’altra disponibilità. Certe volte mio padre fa questo esempio, parla di un Lied di Schubert che è in tedesco – e magari non capiamo il tedesco. Eppure quando lo ascoltiamo, c’è qualcosa in noi che risuona. Lo si percepisce, lo si sente, è inesplicabile.LV: Si. Ci sono vocali che sono sacre soprattutto in sanscrito e davvero il suono, la vibrazione ha un’azione. Quindi deriva dallo Shintoismo. È un’invocazione agli dei originari. Leggerò un brano in cui per l’appunto suo padre ne parla. “Régis Soavi dice: «Il norito non appartiene al mondo della religione ma certamente al mondo del sacro nel senso animista. Le vibrazioni e la risonanza portata dalla pronuncia di questo testo ci apportano a ogni seduta una sensazione di calma, di pienezza e a volte qualcosa che va al di là e resta inesprimibile. Il norito è un misogi. Per sua essenza, non è mai perfetto, cambia ed evolve. È il riflesso di un momento del nostro essere.»” Allora ci riflettiamo durante l’ascolto del brano Sure di Shannon Ley.Itsuo TsudaLV: Allora, parliamo del Maestro Itsuo Tsuda oggi. E parliamo di anarchia.MS: L’anarchia è una parola che è diventata tabù. Una parola piena di violenza e caos. E infatti si dimentica completamente, si dimentica e direi anche che sicuramente la parola è stata intenzionalmente separata da ciò che era, e da ciò che è sempre la filosofia anarchica. La filosofia anarchica è l’organizzazione fatta da sé, l’autogestione. E’ l’ordine senza il potere. E’ semplicemente un rifiuto del dominio degli uni sugli altri. E alla fine è qualcosa che non è così sconosciuto. Già prima della creazione degli Stati, comparsi intorno al 3000 o 4000 a.C., esistevano e sono esistite per molte migliaia di anni, società che si autogestivano. E anche dopo la creazione degli Stati ci sono stati molti luoghi sulla terra che hanno continuato ad autogestirsi, ad avere funzionamenti diversi. C’è un certo numero di storici, di ricercatori, Pierre Clastres e altri o David Graber ad esempio, che hanno fatto ricerche e dimostrato che esistono vari tipi di organizzazione sociale. Quello che è sicuro è che anche se c’è un leader, il ruolo del leader non è la coercizione, non è dirigere gli altri. Molto spesso è un ruolo di mediatore, di qualcuno che deve trovare il modo di organizzare le cose ma che non decide nulla da solo. Il leader non può dare ordini agli altri. L’anarchia è riscoprire questa potenza dell’individuo e qualcosa che si organizza con gli altri. I movimenti anarchici sono stati molto potenti. Ci sono stati effettivamente alcuni atti di violenza che sono stati esageratamente enfatizzati per screditare il movimento, per screditare tutto un pensiero ricco e complesso. Non c’è un’anarchia, ce ne sono molte. Ed è qualcosa che effettivamente ha molto segnato il pensiero di Itsuo Tsuda, e anche il pensiero di mio padre Régis Soavi. La ricerca di libertà, non soltanto la libertà interiore, certo, ma anche la libertà con gli altri. Nel Dojo si tratta difatti di farsi carico di tutti gli aspetti della propria esistenza. Quindi bisogna ben comprendere che non si tratta di una libertà separata dalla realtà. Aurélien Berlan si oppone alla fantasia di liberazione, dove si sarebbe liberati da tutte le contingenze materiali, ma evidentemente liberati con altre persone che sono schiave, che siano schiavi energetici, tecnologici o con altre persone dominate. Quindi, contro la fantasia della liberazione, parla della ricerca dell’autonomia. Riprendere in mano la propria capacità, in tutti gli aspetti della vita. Questo ovviamente accomuna anche le femministe della sussistenza, che parlano anche di questo aspetto molto importante, di riappropriarsi di tutti gli aspetti della propria vita. E’ questo che cerchiamo in un dojo. E in ogni caso nei nostri, c’è evidentemente l’aspetto pratico del corpo ma c’è anche l’aspetto fondamentale di questa organizzazione, di uscire da un rapporto in cui si arriva, si è clienti, si paga e si vuole avere qualcosa in cambio. Siamo tutti coinvolti, impegnati a far vivere questo dojo perché il luogo esista, per noi stessi. Non si tratta nemmeno di dirsi che lo si deve fare per gli altri, io mi sacrifico? assolutamente no. Ciascuno di noi lo fa per se stesso ma in collaborazione con gli altri.LV: Si allora quello che trovo veramente molto interessante in questo percorso – e qui troviamo, e ne parla nel suo libro, cose in comune in particolare con i Kogi – cioè che la vera morale nasce dall’interno. Questo lavoro, questo cambiamento interiore sfocerà in un cambiamento esteriore. E lei dice anche che la creazione di uno Stato ha determinato una deprivazione dei valori creativi dell’individuo.MS: La morale sorge dall’interno, l’anarchico Kropotkin ne parla, come pure Itsuo Tsuda, ed effettivamente i Kogi. Non si tratta di avere regole esterne, divieti, ancora una volta ingiunzioni, ma di ritrovare questa morale che fa sì che si collabori gli uni con gli altri. Si ritrova anche la nozione di attenzione. Fare a meno di un capo, i Kogi vivono così. Ma noi, noi viviamo con il dominio. Siamo sempre allo stesso tempo dominati e dominatori di qualcuno. Non possiamo semplicemente dire “ah sì, è la libertà, faremo a meno di un capo e tutto è facile”. Non è la realtà. La realtà è che va rifatta un’auto-educazione per comprendere l’attenzione, l’autodisciplina che ciò richiede. Riscoprire sia la propria potenza che la propria capacità di organizzazione. Alla fine c’è una presa di coscienza che si avvicina un po’ a ciò che Winona LaDuke dice sugli Amerindi, che sanno di essere oppressi ma non si sentono impotenti. I Bianchi invece non sanno di essere oppressi ma si sentono impotenti. Beh, è proprio così. Riscopriamo che alla fine siamo dominati, siamo dominanti ma che non siamo impotenti. Penso che fosse questo il senso della frase quando Itsuo Tsuda diceva: “L’utopia non esiste da nessuna parte se non dove siamo”. È ritrovare questa potenza oggi e ora. E sono qui per dire che è possibile.LV: Sicuramente.MS: Anche se questo richiede un cammino! Non è una bacchetta magica. È qualcosa su cui lavorare, da scoprire. Questo richiede un percorso nel proprio corpo, come effettivamente nello spirito. Ci sono strumenti filosofici, strumenti di comprensione intellettuale e strumenti per uscire da quello che abbiamo integrato totalmente fin dalla primissima infanzia. Fin dalla primissima infanzia si insegna ai bambini a non ascoltarsi, a non poter dire No, a non essere se stessi, ebbene in effetti si arriva ad avere delle persone che integrano il dominio e bisogna fare un lavoro per uscirne, ed è possibile. È possibile fare questo percorso, e camminare almeno un po’ più liberi.LV: Si, siamo in cammino in ogni caso. Quindi questa cultura della separazione, lei ne parla in particolare quando evoca il pianto dei bambini, dicendo che non è veramente normale che i bambini piangano in altre culture. In Kenya è piuttosto una cultura di prossimità, di attaccamento.MS: La cultura della separazione è un modo di separarci da noi stessi, dal nostro corpo, dalle nostre sensazioni, gli uni dagli altri evidentemente. E’ pensare che sia normale lasciar piangere un neonato, trascinare un bambino urlante per la strada perché non vuole andare a scuola, che è normale, che la vita è così, che in ogni caso bisogna “perdere la propria vita per guadagnarsela” come dicevano i sessantottini. Eppure è questa la vita? Non è possibile rifiutarsi completamente di giocare a questo gioco? Non possiamo riscoprire che dentro di noi siamo liberi? Allora di certo mi si dirà: “Sì, ma i soldi? Sì, ma ci sono i debiti? Sì, ma bisogna pagare questo, è così, nella vita bisogna soffrire..” Ma effettivamente chi l’ha detto? Ah sì? Perché? Magari semplicemente no! Forse ci sembra di avere tutte queste catene, e da qualche parte le abbiamo davvero, certo. Non cadono con un tocco di bacchetta magica. Ma si può fare un percorso che ci riunisca e in cui ci accorgeremo che effettivamente il pianto dei bambini esprime forse la cosa fondamentale: che non va affatto bene!LV: Trovo che questa sia una conclusione molto bella! Allora Manon Soavi, raccomando vivamente questo libro “Le maître anarchiste Itsuo Tsuda, savoir vivre l’utopie“.
Di Manon SoaviLa maestra di Ikebana Ando Keiko Mei racconta come, quando era ancora una bambina, osservava la nonna praticare la sua arte: “La vidi prendere due foglie della pianta e posarle, davanti al tokonoma, su un lenzuolo bianco perfettamente stirato insieme a pochi altri materiali. Poi, cercò nella dispensa una ciotola scura di fattura rustica e, sedutasi alla giapponese sul pavimento di tatami, vi sistemò un kenzan e versò dell’acqua da un piccolo annaffiatoio. Con grande calma prese quindi un ramo e incominciò ad osservarlo con sguardo attento, muovendo le mani in modo lento e amorevole. All’atto di tagliare, per accorciare la misura o togliere delle foglie, non aveva esitazioni.Io, per non disturbarla, mi ero seduta alle sue spalle poco distante e la osservavo maneggiare con cura quei materiali così semplici e modesti. Alla fine, il suo Ikebana risultò ancora una volta essenziale e colmo di fascino e da dentro mi salì un profondo sospiro di ammirazione.[?] Un giorno esclamai: ‘Vorrei essere capace di disporre i fiori in modo simile alle tue composizioni!’ e lei con semplicità mi rispose ‘anch’io vorrei riuscire a fare i miei Ikebana un pochino meglio!’.Questa affermazione mi colpì perché, fino a quel momento, avevo pensato che lei, arrivata al culmine della Via, si sentisse sempre soddisfatta delle sue composizioni.Compresi, però, che quella risposta non nasceva da un sentimento di falsa modestia né conteneva un giudizio sulle sue capacità. Era la sincera espressione di un senso di incompiutezza che solo lei, nel suo cuore, poteva conoscere. [?]Con quelle semplici parole mia nonna, senza volerlo, mi aveva già rivelato tutta la profondità e la bellezza [della Via].” (K.A. Mei, Ikebana, Arte Zen)Questa sensazione di qualcosa di incompiuto o di un’insoddisfazione che è come un pungolo è molto tipica dei maestri giapponesi nelle loro arti. Ma penso che questa sensazione sia molto lontana dalla frustrazione e dall’insoddisfazione profonda che conoscono molte persone nella nostra epoca. Nei nostri dojo, nelle nostre pratiche, a volte ci troviamo di fronte alla difficoltà di prospettare Vie che richiedono perseveranza e continuità mentre cerchiamo sempre di più di ottenere rapidamente soddisfazioni. La nozione stessa di sforzo non è più molto di moda, o se c’è sforzo ci devono essere risultati, redditività di questo sforzo. Il problema è che la ricerca di un risultato, uno scopo a priori, condiziona l’azione e quindi questo risultato.Osservo due tendenze che sembrano abbastanza diffuse: una dove si vede tutto in nero, senza futuro, senza speranza, è uno stato depressivo. L’altra nella quale si prova a concentrarsi su ciò che ci procura della soddisfazione e del piacere. È abbastanza ovvio che stati depressivi o pensieri suicidi non sono condizioni molto sopportabili per l’essere umano, ma desidero interrogare qui l’altra posizione: la ricerca dello stato di soddisfazione. E ovviamente esaminare la posizione del budo e cosa può portarci a capire. Non cerco di opporre due posizioni ma di approfondire una questione. Siamo più realizzati perché siamo soddisfatti? O piuttosto, di quale tipo di soddisfazione parliamo?La ricerca della soddisfazione si è accresciuta in questi ultimi anni; alcuni tengono diari di gratitudine dove annotano ciò che di positivo è successo nel corso delle loro giornate. Altri cambiano lavoro o città per essere in un contesto più in sintonia con le loro visioni, i loro valori. Infine il benessere e la realizzazione sono preoccupazioni costanti per molte persone. Alcuni indicano il paradosso di un’umanità che non ha mai conosciuto tale livello di benessere materiale e che continua a stare male con se stessa. Immersi nella comodità materiale e tuttavia eccoci ancora insoddisfatti. Come bambini viziati?Inoltre sappiamo che la soddisfazione di tutti i nostri desideri non ci darebbe nemmeno una soddisfazione reale, profonda. Alla fine, siamo un po’ come cantava Johnny Hallyday nella canzone L’envie (La voglia) “Mi hanno dato troppo, molto prima della voglia. Ho dimenticato i sogni e i grazie. Tutte queste cose che avevano un prezzo. Che fanno la voglia di vivere ed il desiderio”.Ben prima, le favole antiche ci mettevano in guardia contro la dimenticanza, contro la dissoluzione del Sé che procura la realizzazione di tutti i desideri. Come quei racconti in cui si entra in una locanda per non uscirne più, catturati da una vita di piacere e di soddisfazione immediata che ci conduce anche a volte alla morte. Ciò vuole dire che dobbiamo seguire una morale austera o una vita di duro lavoro? Coloro che hanno meno di noi non aspirano a questa comodità? Bisogna continuare un lavoro che non è adatto a noi, che ci annoia? O vicino a persone tossiche? A priori no, certamente; allora dobbiamo seguire i nostri sogni?
Insoddisfazione, un motore potente
Le nostre azioni hanno motivazioni inconsce che giustifichiamo a posteriori, ma ciò che fa scattare l’azione in noi è indefinibile. Ci piace suonare il piano, fare composizioni floreali, cucinare o praticare arti marziali ma perché, in definitiva, non lo sappiamo. La pratica di queste arti ci procura allo stesso tempo una soddisfazione profonda ed allo stesso tempo un’insoddisfazione. È per questo che ci rimettiamo all’opera ancora ed ancora.Nella cultura giapponese c’è una nozione interessante, che coltiva come motore quest’insoddisfazione leggera. Ad esempio nel Seitai si consiglia ai genitori di non dare da mangiare ai propri bambini al 100%. Itsuo Tsuda parla di “il cucchiaio in meno”. Se i genitori sono molto attenti e concentrati possono smettere di imboccare il bambino poco prima del “troppo pieno”. Solo un cucchiaino prima. Certo, se il bambino piange è perché ha ancora fame e ha bisogno di essere nutrito, ma quando il ritmo dei bocconi diminuisce, se si è molto attenti, si percepisce il momento giusto in cui un cucchiaio in meno non manca nemmeno. Questa lievissima insoddisfazione stimola l’appetito del bambino invece di “riempirlo fino all’orlo”, invece di arrivare ad una totale, beata sazietà. Mantiene viva anche la sensibilità del bambino che sa, fin quasi al singolo boccone, di cosa ha bisogno o meno, senza che venga disturbato da altri messaggi come sentimenti, convenienze, finire il piatto, compiacere la mamma, ecc. Lo stesso vale nel Bagno caldo Seitai (vedi Yashima n. 13 ottobre 2021), in cui si esce dal bagno pochi secondi prima del completo rilassamento, appena prima di essere come una verdura bollita, quindi il corpo ha approfittato del rilassamento e questa uscita gli dà “una spinta”, una sferzata di energia.Il maestro di karate Shimabukuro Yukinobu allude a hara hachibu, un principio delle isole di Okinawa, che consiste nello smettere di mangiare quando si raggiunge l’80% di sazietà. (Yashima n. 11 marzo 2021) Penso che si tratti un po’ della stessa idea.Inoltre, noteremo che è l’insoddisfazione che spinge un bambino a camminare, parlare, saltare, correre, ecc. Se cercasse solo la sensazione di beatitudine rimarrebbe allo stesso stadio: coccolato dai suoi genitori! Certo, non si tratta in alcun modo di giustificare il maltrattamento, ma piuttosto di far notare che, anche qui, a volte il meglio è nemico del bene. Non è abbondando che si nutre meglio. Tutto dipende dalla prospettiva che abbiamo, ha rimarcato Itsuo Tsuda “Ho avuto la fortuna di conoscere alcuni aspetti della tradizione giapponese. La mia esperienza può forse essere ancora superficiale, ma il contrasto che essa presenta nei confronti del pensiero moderno è impressionante. Non si tratta di soddisfazione materiale, ma dell’approfondimento della sensibilità.” (I.Tsuda, Non-fare, p.75-76)Ben utilizzato, il pungolo dell’insoddisfazione ci spinge alla continuità e alla perseveranza. Parlando della sua pratica dell’Aikido Tsuda senseï scriveva: “Per me, imparare a sedermi e ad alzarmi, è già enorme. Non smetto di scoprirne nuovi aspetti. Sono ben lungi dall’essere soddisfatto di quello che faccio. Quest’insoddisfazione mi spinge sempre in avanti, verso la soddisfazione completa.” (I.Tsuda, La via della spoliazione, p. 178)”In compenso, conosco un miliardario suo malgrado, scontento come pochi. È giovane, bello, intelligente. Non gli manca niente. Può avere tutto dall’oggi al domani. Ma è proprio questa facilità che lo esaspera. Non sa come trovare una vera soddisfazione.Ciò che è spontaneo, si sente. È il ki. È l’invisibile, l’imponderabile che cerca di prendere una forma tangibile. Se la forma è soddisfacente, lo spontaneo si spegne.Il ki muore quando prende forma, ecco il punto comune che ho trovato nei Maestri Ueshiba e Noguchi. Intendiamo qui: ki come impulso.Si ha fame. Si mangia. Si è sazi. Non si vuol più sentir parlare di cibo.Ma il valore dell’uomo sta nella possibilità di trovare il ki che non è mai soddisfatto. Il Maestro Ueshiba mi ha parlato di come sarebbe stato il suo Aikido quando avesse avuto centocinquant’anni. È morto a metà strada.” (I.Tsuda, Ibidem, p.89)
Sogni o illusioni
Il problema dell’insoddisfazione arriva quando ci schiaccia. Lavoro, famiglia, noia, metro, macchina, non poterne più, è quando il mondo si rimpicciolisce intorno a noi, che cerchiamo una via di fuga. Allora si sogna. E un’altra trappola si chiude su di noi perché l’ingiunzione “vivi i tuoi sogni” è diventata fin troppo un fenomeno di compensazione. Paradossalmente si invitano le persone a correre dietro i loro sogni ma ciò diventa un’illusione, un miraggio che li mantiene nel posto che occupano già. Come analizzò il filosofo H. Lefebvre negli anni ’50, “L’insoddisfazione, il soffocamento, obbligano l’individuo che si sente morire senza aver vissuto a rivendicare follemente la ‘ripetizione’ della vita che non ha mai vissuto [?]. Nel lavoro, così come nella vita privata e nel tempo libero, la maggior parte rimane prigioniera di strutture anguste o obsolete. Anche ansiosi o insoddisfatti, anche se vogliono la rottura di questi quadri sociali, scorgono male le possibilità.” (H. Lefebvre, Critica della vita quotidiana, p.162) Abituati fin dall’infanzia, è difficile uscire dalla relazione di consumo-compensazione dello svago, del turismo, uscire dalla compensazione per ritornare ad una relazione vissuta, diretta, ad un piacere dell’atto come proponevano i Situazionisti, per i quali Lefebvre è stato una fonte d’ispirazione.Penso che la pratica intensa, approfondita, di un’arte possa aiutarci a riscoprire il contatto con la realtà. Nel caso dell’Aikido, quest’arte ci mette in presenza dell’atto interamente vissuto, del momento presente. Non la realtà assurda (derealizzata) della nostra quotidianità ma la realtà della sensazione, del contatto con l’altro, la realtà del corpo. Quando si pratica Aikido non si è più nel quadro del lavoro, né del tempo libero, è una pratica che richiede la totalità dell’individuo. Non si tratta solo del numero di ore di pratica. Ovviamente, quando la pratica è quotidiana, aiuta ma non è necessariamente così. Dopo un po’, qualunque cosa facciamo nella vita, l’Aikido, e nella nostra scuola anche il Katsugen undo, diventano assi che articolano le nostre esistenze. Infine parafrasando un autore che parla dell’atto di ribellarsi, la pratica in un dojo è una situazione in cui “dandosi interamente ad esso, si trova sempre più di ciò che vi si porta o di ciò che vi si cerca: vi si trova con sorpresa la propria forza, una resistenza e un’inventiva che non si conoscevano, e la felicità che c’è nel vivere strategicamente e quotidianamente in una situazione eccezionale.” (Comitato invisibile, Ai nostri amici.)Così, a poco a poco, tutta la nostra vita “diventa” Aikido. E ci troviamo a “vivere quotidianamente in una situazione eccezionale”.D’altronde è quello che spesso emana dai maestri, le loro vite sono totali. Le loro vite intere sono un cammino permanente ed una ricerca per andare oltre ciò che ancora non li soddisfaceva.Itsuo Tsuda, come sempre, riportava ciascuno alla propria decisione dicendo: “La mia formula è: ‘Vivo, vado, faccio’. Non è per conformarmi ad un obiettivo morale, sociale o politico che faccio qualcosa. Faccio ciò che sento in me, ciò che posso fare senza rimpianti. Non cerco l’utopia all’esterno. Cerco la soddisfazione interiore, incondizionata.È nella respirazione calma e profonda che trovo la mia vera soddisfazione. Questo, nonostante le tante contrarietà della vita moderna. Ho superato e supererò difficoltà finché vivrò. È così che trovo il piacere di vivere.La vita, tutta dipinta di rosa, no grazie.Si dirà che sono egoista, perché parlo solo di quello che succede dentro di me. È vero che non dico come tanti filantropi: ‘Non preoccupatevi. Farò tutto per voi. Mangerò per voi, digerirò per voi, evacuerò per voi, respirerò per voi.’Dico freddamente:’Non farò nulla per voi, finché non deciderete di farlo da soli.'” (I.Tsuda, La Voie des dieux, p. 32-33)Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:
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Articolo di Manon Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 9 nel mese di appril del 2022.
di Manon SoaviTutti conoscono la paura a diversi gradi, ma non conosciamo tutti le stesse paure e quando si parla di un soggetto in modo generale, se ne parla al maschile. Se avere paura non è ovviamente appannaggio delle donne, ci sono specificità della paura al femminile nel nostro mondo ed è l’angolazione che ho scelto per riflettere su questo tema. La situazione delle donne è sempre una duplice o triplice pena. Se siete un uomo povero sarà difficile, ma se siete una donna povera, sarà peggio. Se siete immigrato, sarà difficile, ma donna immigrata sarà peggio e così via. C’è sempre un accumularsi, perché essere donna è già percepito come un “handicap”. L’argomento della paura e il suo rapporto con le arti marziali già in sé non è un argomento facile, al maschile. Ma al femminile è un’altra cosa. Al femminile, la paura è molto spesso una compagna quotidiana, dalle molteplici facce. C’è una vera e propria educazione alla paura nell’educazione delle ragazze. Allora se non è forse peggio che per gli uomini, credo che sia assolutamente necessario sentire anche questo punto di vista, perché come dice Howard Zinn “Finché i conigli non avranno degli storici, la storia sarà raccontata dai cacciatori…”. Le donne devono raccontare da sole il proprio vissuto. Raccontare ciò che la paura induce come rapporto con il mondo e ciò che fa al corpo.Per cominciare, come propone la filosofa Elsa Dorlin, bisogna guardare
“ciò che fa essere una donna”
Le donne hanno particolarmente familiarità con la paura perché crescono in un mondo che è loro piuttosto ostile. Il grado di ostilità dipende dalla regione del globo dove nascete. Ben inteso per ogni donna dipenderà dalla sua educazione e dal suo vissuto. Ciononostante si possono delineare delle grandi linee, delle tendenze delle società.Come si sa, è dall’infanzia che i ragazzi potranno sviluppare e sperimentare la propria agilità, la propria forza, il proprio corpo, il proprio potere? Invece lo spazio delle ragazze è molto spesso ridotto a giochi statici e a giocattolini carini. Le loro menti sono accaparrate da questa preoccupazione sull’apparenza, che devia e consuma la loro energia. I loro corpi non dispiegano le proprie potenzialità e non conosceranno la propria potenza, o raramente. Su questo s’innesta un intero mito della superpotenza maschile che alimenta una cultura di sottomissione e una norma, quella di una “femminilità senza difesa”. La filosofa Elsa Dorlin, che studia come i dominanti “disarmano” a tutti i livelli le popolazioni dominate, spiega la politica che consiste nel rendere impossibile, impensabile la possibilità di difendersi. Chiama questo fenomeno “la fabbrica dei corpi disarmati”. O ancora spiega come “si tratta qui di condurre alcuni soggetti ad annientarsi come soggetti […] Produrre degli esseri che più si difendono più si rovinano” (Elsa Dorlin Difendersi, 2020). È così che la paura è trasmessa in modo secolare. Essere donna è, talmente spesso, avere paura. Una paura che si sconnette dalle situazioni reali, che diventa un background, come una preda che s’ignora. Certo è talmente insopportabile che molte donne lottano contro questa paura. Alcune riescono più o meno a tirarsene fuori. Ciononostante, benché non sia molto piacevole da guardare, né da riconoscere, credo che sia necessario approfondire un po’ di più su questa posizione di preda.Elsa Dorlin analizza attentamente questo posizionamento culturale di preda che si applica alle donne da troppo tempo. Attraverso l’analisi di un romanzo (1) ne fa una dimostrazione flagrante di cui non posso che citare dei lunghi passaggi per farne comprendere il senso. Il personaggio del romanzo di chiama Bella. “Come milioni di altre, Bella è una giovane ragazza senza storia, di cui nessuno dovrebbe ricordarsi. Nella vita, lei non ha né ambizioni né pretese, neanche la felicità più semplice, la più stereotipata. [?] Bella è un’antieroina, un personaggio anonimo, una donna che passa via veloce, un’ombra tra la folla. E, Bella è comune a un punto tale che può rappresentare tutte le donne. [?] Chi non ha, almeno una volta, sentito la mediocrità esistenziale di Bella, il suo anonimato, la paura così familiare che l’accompagna, le speranze abortite, lo sfinimento rivendicativo, la claustrofobia di vivere in quello spazio striminzito, di sopravvivere nel suo corpo, nel suo genere, la sua umiltà nel sopportare le grane sociali, la sua unica esigenza di vivere tranquilla? Perché quasi tutti i giorni facciamo, in modo diverso e ripetitivo, l’esperienza di tutta questa miriade di violenze insignificanti che ci intossicano la vita, che mettono continuamente alla prova il nostro consenso. [?]Le prime pagine che descrivono la vita di Bella fanno emergere in filigrana qualcosa che potremmo definire fenomenologia della preda. Un’esperienza vissuta che proviamo in tutti i modi a sopportare, a normalizzare attraverso un’ermeneutica della negazione, tentando di dare un senso a questa esperienza svuotandola del suo aspetto invivibile, insopportabile. [?] Prova a vivere come sempre, a rassicurarsi facendo finta che vada tutto bene, a proteggersi facendo come se non fosse successo nulla, de-realizzando la propria percezione della realtà – in strada, proprio davanti a lei, un uomo la guarda dalla sua finestra giorno e notte, ma forse è lei a pensare che un uomo la guardi. Bella vive in questo sforzo costante che consiste nel dare pochissima importanza a sé: a ciò che prova, alle sue emozioni, al suo malessere, alla sua paura, alla sua angoscia, al suo terrore. Questo scetticismo esistenziale della vittima mostra una perdita di fiducia generalizzata che tocca tutto quello che è vissuto, percepito in prima persona. Poi, quando la negazione diventa impossibile, Bella sopporta: ripiegandosi su se stessa, nascondendosi nel suo appartamento, restringendo il suo spazio vitale che, nonostante i suoi sforzi, è violato. Vive nella banalità quotidiana di una preda che vuole ignorarsi, occupandosi dell’organizzazione della sua vita per salvarne il senso [?]” (ibid)Elsa Dorlin dimostra in questo passaggio questa fabbrica in azione sulle donne. Certo si tratta di un romanzo ma a volte è attraverso la fiction che si esprime meglio una realtà: questa paura paralizzante, più o meno permanente che si cerca di negare per continuare a vivere. Una paura inculcata, culturale, che impedisce di agire e che fa delle donne, ancora e sempre, dei corpi di vittime. L’abbiamo tutte più o meno fortemente sentita. Abbiamo tutte lottato contro questa paura per vivere malgrado tutto. Per rientrare tardi, per andare in viaggio da sole, per accettare un invito, per lavorare. Siamo obbligate a passare sopra questa paura altrimenti non facciamo niente.Sfortunatamente e paradossalmente questa paura inculcata e i nostri sforzi per passare al di là e cortocircuitano l’istinto, che include il timore necessario, quello che ci permette di sentire il pericolo e di reagire, in un modo o in un altro.
Fenomenologia della preda
La vera preda, l’animale cacciato da un predatore esterno alla propria specie, ha una grande attenzione per se stessa e accorda un’immensa fiducia a tutti i segnali di paura istintiva. Rifiutando di accordare quest’attenzione a sé, le donne si mettono ancora maggiormente in pericolo. Seguendo sempre l’analisi del romanzo Dorlin prosegue “La storia di Bella è anche la storia di un vicino, un uomo qualunque che abita nel palazzo di fronte e che un giorno ha deciso di violentarla. Perché? Perché Bella sembra così patetica, così fragile, così già ‘vittima’. E, se siamo tutte un po’ Bella, è anche perché, come Bella, abbiamo dapprima cominciato a non uscire più a una certa ora, in certe vie, a sorridere quando uno sconosciuto ci parla, ad abbassare lo sguardo, a non rispondere, ad accelerare il passo quando rientriamo a casa; ci siamo assicurate di aver chiuso bene a chiave le porte, tirato le tende, di non muoverci più, di non rispondere più al telefono. E, come Bella, abbiamo speso molte energie a credere che la nostra percezione di questa situazione non fosse degna di senso, che non avesse valore, realtà: a dissimulare le nostre intuizioni ed emozioni, a far finta che non stesse succedendo niente di rivoltante o, al contrario, che forse, sì, era inaccettabile essere spiata, molestata o minacciata, ma che eravamo noi a essere di cattivo umore, che stavamo diventando intolleranti, paranoiche, o che eravamo sfortunate, che questa “roba” poteva capitare solo a noi. Precisamente, l’esperienza di Bella è una somma di briciole di esperienze generalmente condivise ma anche la descrizione minuziosa di tutte queste tattiche prosaiche, di tutto questo fenomenale lavoro (percettivo, affettivo, cognitivo, gnoseologico, ermeneutico) che facciamo ogni giorno per vivere “in modo normale”, che dipende dalla negazione, dallo scetticismo e che rende indegno tutto ciò che ci riguarda. ” (ibid)Questa mancanza di attenzione a sé, al proprio sentire, comincia nell’infanzia, è allora che si opera la distorsione della percezione. Quante bambine sentiranno “Ti maltratta/ti picchia perché ti ama molto. È un maschio, è normale.” Esplicitamente o implicitamente si insegna alle bambine a non ascoltarsi. Che induce nelle donne adulte questa situazione paradossale, sentirsi preda, aver paura, ma dovendone negare senza sosta i segnali. Perché il predatore, il nemico non è di un’altra specie! Un coniglio non avrà mai il minimo dubbio sulle intenzioni di una volpe. Ma per noi che siamo della stessa famiglia, egli è nello stesso tempo un potenziale nemico ma può essere invece un amico, un amante, un marito, un padre, un padrone, un collega? Come mantenere il discernimento? Queste ingiunzioni paradossali avvelenano costantemente la vita della maggior parte delle donne. Allora lottiamo contro la paura con l’energia della disperazione. Cerchiamo bene o male di affermarci in questo mondo. E un giorno scoppia, allora la rabbia rimpiazza la sottomissione. A volte ci permette di reagire ma spesso distrugge tutto intorno.
Cosa può l’Aikido in questo stato di cose?
Credo che sia possibile camminare verso un cambiamento di questo stato di cose attraverso il corpo. Perché bisogna precisare che quest’atto di dominazione agisce molto profondamente a livello dei corpi, «L’oggetto di quest’arte di governare è l’impulso nervoso, la contrazione muscolare, la tensione del corpo cinesico, la scarica dei fluidi ormonali; opera su ciò che lo eccita o lo inibisce, lo lascia agire o lo contrasta, lo ritiene o lo provoca, lo rassicura o lo fa tremare, quello che lo fa colpire o meno” (ibid)Nell’educazione delle ragazze, come per le donne adulte, la pratica dell’Aikido sul lungo termine apre una prospettiva inedita. Un giorno, in occasione di una seduta di Aikido che conduceva mio padre, Régis Soavi, insegnante a Parigi da cinquant’anni, egli ha detto: “Prima di affermarsi, bisogna posizionarsi.” Questa frase mi ha colpito come la definizione perfetta di ciò che poteva essere l’Aikido per le donne. Invece di tentare di affermarsi, di rivendicare di fronte a una società che non ci ascolta o che rifiuta la nostra percezione, imparare prima a posizionarsi. Posizionarsi nel senso marziale del termine, quindi una questione di Shisei. Alla fine non essere una preda è una posizione, una postura. Non si tratta di essere un coniglio che si arma per difendersi ma, tramite la propria postura interiore, di dire “puoi essere una volpe, ma guarda, anch’io sono volpe e non coniglio”. Quando siamo posizionati, l’affermazione è là.
Posizionarsi prima di affermarsi
L’Aikido permette di creare delle nuove pratiche di sé che trasformano la nostra realtà e i nostro rapporti.La prima tappa è ritrovare, non il neutro illusorio, ma l’indeterminato, la sensazione della vita, prima delle separazioni. Nella nostra scuola, la Scuola Itsuo Tsuda, cominciamo con una meditazione, poi per una ventina di minuti pratichiamo dei movimenti e degli esercizi di respirazione che, benché possano assomigliare a un riscaldamento, non lo sono. Si potrebbe dire che si tratta di una comunione con lo spazio, con la vita che ci circonda. È un momento in cui ognuno è in sé e con gli altri in una respirazione comune indeterminata. Ueshiba O sensei diceva “Io mi posiziono all’inizio dell’universo”. Quest’indicazione, sebbene possa apparire strana, ci dà in effetti una prospettiva molto più vasta che un semplice esercizio. Dimenticare chi siamo, dove siamo e semplicemente respirare. Progressivamente la respirazione si approfondisce e la calma nasce, si comincia a ritrovare l’individuo, prima delle categorizzazioni, delle separazioni, della cultura. È un po’ come soffiare sulle braci per rianimare un fuoco che si spegne.Man mano che si pratica soli-e o a due, i corpi si liberano, i movimenti si dispiegano. Una pratica regolare, quotidiana se possibile, su un certo tempo, è necessaria per rimodellare il nostro rapporto con il mondo, poco a poco. Per ritrovare un corpo che abita il proprio spazio, che occupa la strada, che instaura un altro modo di essere. Come ho detto non si tratta di diventare delle superdonne, capaci di difendersi come delle eroine. Di rendere colpo su colpo. Si tratta di rieducare il nostro corpo e la nostra mente per avere un Shisei, un posizionamento diverso nelle nostre vite. Si tratta appunto di non ritrovarsi più “preda” ignorando i segnali d’allerta.Il ruolo dell’insegnante è di fare Uke il più possibile per aiutare i-le praticanti a sentire tutte le possibilità che si offrono loro, gli Atemi, il Ma-ai, il Hyoshi, tutto quello che farà la differenza prima di essere completamente bloccati-e. Se la paura ci sommerge si sovrastimerà l’attaccante e, pietrificati-e, la situazione peggiorerà. A forza di praticare si riesce a mantenere una respirazione più calma e, senza sovrastimare se stessi-e, a posizionarsi. È per questo che l’attacco deve essere ben portato, rappresentare un certo pericolo senza bloccare totalmente.Ciò ci permetterà anche di non ristagnare in una situazione prima di reagire, che sia famigliare, al lavoro, o altrove. E nello stesso tempo di non essere più intossicati-e da paure inutili, da angosce che non corrispondono alle situazioni che ci fanno ripiegare su noi stessi-e. Attenzione, non dico che le vittime di aggressioni avrebbero dovuto reagire, sappiamo che il restare paralizzati è una strategia di protezione dell’essere umano e che a volte la miglior cosa da fare è non battersi per non morire. Il mio discorso non riguarda per forza le situazioni estreme, di grande violenza, ma piuttosto quelle banali, cosiddette “poco gravi”, di cui abbiamo una paura inculcata e che per accumulazione sono devastanti.Non è semplice cambiare, uscire dal dualismo della sottomissione o della rabbia. È per questo che è tramite la pratica che il corpo si riscopre capace e che la mente si placa, si tranquillizza. Nella storia che ho citato, quella di Bella, il romanzo non comincia veramente che nel momento in cui per Bella la situazione si ribalta, il momento in cui infine, considera che finalmente basta così. Allora prenderà un martello. È stupita di aver finalmente la forza di sollevarlo, stupita che fosse sempre stato lì, a portata di mano. E il gioco al massacro comincia, al punto che questo romanzo farà scandalo in Inghilterra per la violenza della seconda parte.Per me non si tratta di legittimare la violenza di questo romanzo; questo detto, quante grandi opere, dal romanzo storico al western, da Ben Hur al Conte di Montecristo hanno fatto della vendetta la forza d’azione per degli uomini? Ma lasciamo stare. Credo che possiamo avere questa rivelazione della nostra potenza molto prima di arrivare agli estremi della distruzione di sé o degli altri.Man mano che si pratica un Aikido che ci riconcilia con noi stessi-e, si può ritrovare la sensazione della potenza. Non una potenza che schiaccia gli altri, ma la potenza che viene dall’hara, dal centro dell’umano. È un percorso centripeto che chiamiamo a volte empowerment quando delle persone s’impossessano di modi di essere, di pratiche di sé per smantellare le dominazioni che vengono esercitate su di loro e riprendere il potere sulla propria vita. Negli anni 60/70, delle femministe americane hanno usato questo termine per mettere in risalto una liberazione non dettata dall’esterno, in cui verrebbe detto ancora una volta alle donne ciò che devono essere, ciò che è “una libera donna occidentale”, ma piuttosto un’emancipazione centripeta, che si basi sui mezzi di cui ognuna dispone per rispondere da sola alle situazioni problematiche. In questa prospettiva l’Aikido può essere un processo di empowerment che permette di ravvivare le proprie risorse interne e di minimizzare il “disturbo radio” della paura culturale. Allora il nostro Shisei, il nostro atteggiamento sarà come quello dell’uccello del proverbio: “L’uccello non teme che il ramo ceda, perché non ha fiducia nel ramo, ma nelle proprie ali”.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:
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Articolo di Manon Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 8 nel mese di gennaio del 2022. Note:1) Elsa Dorlin Difendersi, Fandango, 2020, traduzione italiana di Se défendre, La Découverte, 2019. Analisi del romanzo d’Helen Zahavi. Dirty Week-end, del 1991.
di Manon SoaviAl giorno d’oggi, alcuni di noi non vogliono più sentire. Non sentire più il caldo, il freddo, il dolore o la stanchezza. A mano a mano che l’individuo si piega agli imperativi sociali, alle norme e ai consigli, trascurando i bisogni specifici del corpo, diventa insensibile. Molto spesso allora non si sente più con precisione se si ha fame o meno, se si ha voglia di finocchio, formaggio o carne. Alcuni non sanno più se i loro piedi sono caldi o freddi. E in fondo sentire fa paura…Sempre di più, a causa delle condizioni in cui viviamo, perdiamo la nostra facoltà di sentire. Sentire l’ambiente, gli altri e soprattutto sentire noi stessi. Eppure come autodeterminarsi, orientarsi nella propria vita se non ci si sente? O in modo non abbastanza fine? Nell’insegnamento di Tsuda Sensei questa domanda era essenziale e egli utilizzava le pratiche dell’Aikido e del Seitai come strumenti per ritrovare la sensibilità, questa capacità tanto denigrata perché confusa con il sentimentalismo. Il primo dojo di mio padre, Régis Soavi, aperto nel 1984, si chiamava École de la Sensation, (Scuola della Sensazione), per dire fino a che punto sia un asse importante nella nostra Scuola.Per Tsuda Sensei inizia un processo di ritrovamento della sensibilità grazie al fatto di prestare regolarmente attenzione a fenomeni che il più delle volte trascuriamo. Lo scrisse con il suo stile inimitabile “Non sta a me dire che un sistema è migliore di un altro. È il campo della politica, o quello del riformatore. Mi accontento di annusare frammenti di informazioni qua e là, e di chiedermi se un tale odore non provenga dal vino di Bordeaux, dalla birra belga o dalla zuppa di cipolle. E aspetto la conferma.Le mie osservazioni non sono scientifiche, sono solo sensazioni. Le mie sensazioni sono più o meno attenuate come quelle di tutti i civilizzati che sono formati secondo l’educazione moderna, vale a dire sotto la pressione dei vari sistemi.Cerco però di ravvivare le mie sensazioni, di purificarle per non confondere il vino con la birra.”(1)Ma a che serve ravvivare le proprie sensazioni? Per molte persone la sensazione è piuttosto imbarazzante. Oppure si dovrebbero sentire solo le cose buone, le cose divertenti e belle. Purtroppo (o per fortuna?) la sensazione è un tutto, inscindibile e necessario per l’essere umano. “La sensazione è un’attività vitale che assicura un aggancio al mondo reale”(2) diceva Tsuda Sensei.Attraverso la sua ricerca filosofica e la sua doppia formazione (giapponese per le pratiche del corpo, occidentale per l’antropologia e la sociologia), Itsuo Tsuda ha cercato di far vedere ciò che perdiamo diventando insensibili. Far vedere che, nonostante gli apparenti vantaggi a breve termine di non sentire più, ne usciamo sminuiti, indeboliti. Il suo percorso lo ha portato a capire che più ci circondiamo di oggetti e tecnologie che ci aiutano, ci sostengono, più ci affidiamo ad esse per fare le cose, e più gradualmente perdiamo la capacità di fare noi stessi. Questo non è grave di per sé e fa parte delle capacità evolutive. Scrive a questo proposito il paleoantropologo Pascal Picq: “Le innovazioni tecniche e culturali sono in realtà le cause delle nostre trasformazioni biologiche. [?] Da Erectus, i fattori comportamentali e culturali sono diventati essi stessi motori di trasformazioni evolutive: biologia e cultura intrecciano interazioni sempre più complesse, anche negli aspetti più fondamentali che costituiscono gli esseri umani [?].(3) I problemi sorgono quando siamo talmente supportati da ogni parte che diventiamo incapaci di fare le cose da soli. Non si tratta di rifiutare qualsiasi evoluzione tecnologica ma di tener conto nell’equazione di ciò che si perde con ogni dipendenza. Tsuda Sensei si rammaricava di essere stato “inondato da queste paccottiglie scientifiche che ci tolgono ogni possibilità di esercitare la nostra facoltà di concentrare l’attenzione e di sentire.”(4)Sei, vita, calligrafia di Itsuo Tsuda.
Sentire la vita in ogni cosa
Itsuo Tsuda come giapponese e con il suo sguardo da antropologo faceva emergere le differenze di approccio tra Oriente e Occidente. Non per classificarle o contrapporle, ma al contrario, perché potessero arricchirsi a vicenda. Tra le caratteristiche principali della visione tradizionale giapponese, Hiroyuki Noguchi (dalla famiglia di Haruchika Noguchi, creatore del Seitai) parla della nozione di Sentire la vita in ogni cosa come di un asse essenziale della concezione della vita dei giapponesi. Il riconoscimento dell’onnipresenza della vita era la chiave di volta dell’esperienza umana giapponese e portava a tutti la certezza di una corrispondenza tra tutte le cose. Possiamo dire che la società occidentale che si è composta dall’età dell’Illuminismo si è basata su parametri di riferimento esterni all’uomo, movimento dei pianeti per il suo calendario, divisione del tempo basata su un calcolo matematico, misurazione delle temperature su scala centesimale, ecc. Il carattere predominante è dell’ordine dell’astrazione e dell’oggettività.Eppure sappiamo tutti che un’ora in buona compagnia passa più velocemente di un’ora in metropolitana o in ufficio, se lì ci si annoia. O addirittura passa più velocemente di quindici minuti di attesa di un autobus. Il punto è il sistema di riferimento: per essere organizzati nella società abbiamo bisogno di un sistema di riferimento esterno, ma la percezione umana si basa sui nostri stessi sistemi di riferimento che sono le nostre sensazioni, che sono totalmente soggettive e dipendono dal nostro stato, dalla situazione, ecc.Al contrario, la società giapponese, più di un secolo fa, era interamente fondata sull’esperienza diretta e sul rapporto sensibile dell’uomo con il suo ambiente e con se stesso. Il punto di riferimento era la sensazione. Ad esempio, il calendario tradizionale era calcolato secondo il ritmo delle stagioni e dei cicli di vita degli animali. Così, cambiava ogni anno e dava più importanza al modo in cui gli uomini vivevano le stagioni piuttosto che alle date. Nella musica, era il ritmo della marcia a stabilire il tempo e non il metronomo. Allo stesso modo in tutti i campi dell’artigianato, i maestri (tintori, vasai, fabbri, falegnami…) consideravano vivi i materiali che usavano. Ciò che contava di più era la sensibilità esercitata nel rapporto tra l’uomo e il materiale con cui lavorava.Si può anche notare che tutte le culture antiche avevano questo tipo di approccio basato sull’individuo fino a che non venivano organizzate in maniera sistematica da un sapere ufficiale, spesso scollegato dalla realtà mutevole e territoriale. Queste conoscenze del territorio, in contatto con la realtà delle persone, sono chiamate conoscenze vernacolari. L’antropologo James Scott fa un esempio: “[?] il consiglio dato dal nativo americano Squanto ai coloni bianchi del New England su quale fosse il momento migliore per seminare una pianta che non conoscevano ancora: il mais. Stando a quel che si dice, suggerì loro ‘di piantarlo quando le foglie di quercia sono della misura di un orecchio di scoiattolo.'(5) James Scott fa notare che un almanacco contadino avrebbe indicato una data, o un periodo, ma che una data non avrebbe tenuto conto delle differenze tra ogni anno, le differenze tra un campo al nord o un campo che beneficia più a lungo dei raggi del sole. La singola prescrizione si adatta male al contesto, mentre un’indicazione vernacolare si basa sulla persona che può fare questa osservazione rigorosa degli eventi primaverili, che si verificano ogni anno, ma ogni volta in modo diverso, più precocemente o più tardi. La conoscenza vernacolare non è né trasponibile né universale, ma è verissima e reale per chi la vive direttamente.
Il Seitai
La stessa questione si ritrova nel rapporto con il corpo. Stessa inversione anche del sistema di riferimento, perché piuttosto che partire dalle conoscenze mediche generali, che hanno un valore innegabile ma che difficilmente si adattano a una realtà mutevole, unica per ogni individuo, il Seitai non prende come base riferimenti esterni di peso, temperatura o analisi, per quanto sofisticate e precise, ma il campo dell’individuo, nella sua globalità. Sono le sensazioni interne che saranno le guide dell’equilibrio e della salute.La nozione di Seitai creata da Haruchika Noguchi Sensei negli anni ’50 si distingue quindi molto chiaramente dai consueti approcci terapeutici. Il suo modo di considerare l’attività del corpo si basa sulla constatazione che il corpo ha una naturale capacità di riequilibrarsi per assicurare il suo corretto funzionamento. E che se si ascolta il proprio bisogno di equilibrio, se si è abbastanza sensibili ai segnali, il corpo mantiene il suo equilibrio da solo nella maggior parte dei casi.La salute non è quindi considerata come assenza di malattia, essendo la malattia solo il sintomo di un corpo che lavora per ristabilire il suo equilibrio. È durante i suoi anni di intensa attività come professionista che Haruchika Noguchi si rende conto che a forza di cercare di facilitarsi la vita o di proteggersi per rimanere in salute, il corpo si indebolisce, con conseguente bisogno di nuovo supporto. E allo stesso tempo, se il corpo si indurisce al punto da diventare insensibile, è anche debole perché manca la flessibilità che consente la reattività: “Le persone impazienti immaginano di essere in buona salute perché non sono mai ammalate. Ma se il corpo è sensibile a un cattivo stimolo, gli resiste, lo supera e si normalizza: la valvola di sicurezza del corpo sta funzionando e attraversate la malattia. […] Se un lebbroso è ferito, non sente dolore. Se il corpo non sente che qualcosa non va, le sue capacità di rigenerarsi non vengono stimolate. Il corpo reagisce solo se è in grado di sentire che c’è qualcosa di anormale. [?] È necessario rendere il sistema extrapiramidale sensibile, in modo che le capacità di recupero dell’organismo sorgano naturalmente per correggere anche piccole anomalie. È in quest’ottica che inizio le persone al Katsugen undo.”(6) Il Katsugen undo – una pratica del Seitai – tradotto come Movimento rigeneratore da Tsuda Sensei, ha quindi in particolare questa funzione di sensibilizzare il corpo. Diventeremo più sensibili, le nostre sensazioni si affinano. Ciò non significa che non avremo mai bisogno di assistenza, tutto dipenderà dalle capacità del nostro corpo, ancora una volta nessuna verità assoluta, solo la sensazione che ci guida per sapere se abbiamo bisogno di aiuto o se il nostro corpo reagisce a una perturbazione in modo normale.Col tempo, la sensazione dei nostri stati fisici e mentali diventa più raffinata e più precisa. Allo stesso modo la nostra percezione degli stati degli altri diventa molto più chiara. Praticando lo Yuki a due nel Katsugen undo si è portati a non intervenire sugli altri, ma semplicemente a fondersi attraverso un leggero tocco sulla schiena e l’attenzione alla respirazione. A poco a poco la nostra sensazione degli altri diventa molto più penetrante, non ci accontentiamo delle parole che ci dicono, delle maschere sociali che mostrano. Non si tratta di cadere nell’interpretazione o nell’analisi. Si rimane semplici di fronte a queste sensazioni naturali sebbene spesso dimenticate.Esercizio di sensibilità con il contatto della mano.
L’Aikido
L’altro strumento di sensibilizzazione del corpo utilizzato nella nostra Scuola è l’Aikido. Le persone che praticano lo fanno per una serie di motivi ovviamente, ma una delle conseguenze della pratica dell’Aikido può essere una maggiore sensibilità se ci si orienta verso una certa direzione. La Scuola del maestro Sunadomari, ad esempio, accorda una grande importanza a tre principi: Ki no nagare (circolazione/flusso del ki), Kokyu Ryoku (respirazione/ritmo) e Sesshoken Ten (contatto con il partner attraverso il ki). Possiamo dire che questi principi sono anche i fondamenti della Scuola Itsuo Tsuda e che richiedono un affinamento delle nostre sensazioni per essere scoperti e messi in pratica. Non sorprende che un’attenzione costante a determinate sensazioni li sviluppi. I ricercatori che studiano la propriocezione sono colpiti dalle capacità di ciò che per loro è un senso a tutti gli effetti, e un senso che può essere addestrato. Ora stanno facendo studi per vedere come, ad esempio, in certi mestieri, sviluppiamo un acuto senso della propriocezione che abbraccia il nostro ambiente e gli altri. Lo vediamo in modo spettacolare con i piloti della Pattuglia Acrobatica Nazionale che praticano un rituale di preparazione prima di ogni volo. Questo rituale si chiama “musica”. Seduto su una sedia, ogni membro del team imita i gesti di pilotaggio della sequenza secondo gli ordini del leader. È così che le menti dei piloti provano la coreografia di una presentazione aerea mozzafiato. Una performance durante la quale, lo dicono loro stessi, non avranno tempo per pensare, saranno guidati dalle loro sensazioni interne, che allenano quotidianamente.È nella stessa disposizione di spirito che pratichiamo tutte le mattine, abbastanza lentamente. Ci sono momenti più dinamici in una seduta ovviamente, ma molto lavoro lento che richiede una certa concentrazione e attenzione alle nostre sensazioni. È necessaria anche un’attenzione a ciò che l’altro ci comunica in risposta: essa ci confermerà o meno che siamo nella giusta linea, nella giusta angolazione. Non sarà questione di misurazioni oggettive, millimetriche o altro, sarà la sensazione dell’altro, Uke o Tori, che determinerà se abbiamo fatto un Kuzushi corretto, o un Tenkan sufficiente, in quell’istante. Nell’ultima parte della seduta facciamo sempre ciò che chiamiamo movimento libero, un lavoro libero in cui il/i partner attaccano un Tori come meglio credono. Ogni Tori deve gestire gli attacchi del suo Uke, reagendo spontaneamente, perché è impossibile prevedere il movimento, non ci sono istruzioni. Siccome eseguiamo questo esercizio in ogni seduta quotidiana, tutti vi partecipano senza distinzione di livello. Spesso i principianti si tendono, la paura sale, allora bisogna che uke rallenti, che faccia degli attacchi più prevedibili in modo che Tori abbia il tempo di sentire. Perché l’obiettivo non è applicare a tutti i costi la propria tecnica o bloccare Tori. L’obiettivo è ancora esercitare la nostra sensazione, quella che ci fa reagire all’attacco in corso e deviarlo, muovendosi allo stesso tempo senza calcoli. A poco a poco, a forza di praticare lentamente, si può accelerare sempre di più, e la reazione avviene più spontaneamente. Allora la velocità dell’attacco, la sua messa in atto, o renderlo meno prevedibile, non sarà più un problema, perché saremo nel tempo. Ricordo benissimo che i miei maestri di pianoforte facevano tutti la differenza tra quando, per avere il tempo giusto, suonavo veloce e, scontenti, mi dicevano “è veloce, precipitoso, frettoloso”, e quando, a furia di esercitarmi, riuscivo a suonare veloce, ma sembrava che lo padroneggiassi. Allora non era più veloce. Era il tempo giusto eppure era la stessa velocità oggettiva con il metronomo, o addirittura più veloce, lo constatavo con rabbia! La sensazione di velocità dipende dalla padronanza del musicista e dalla percezione dell’ascoltatore. In breve, la sensazione dell’istante unico.Il grande direttore d’orchestra Sergiu Celibidache rifiutava le registrazioni dei concerti perché per lui catturavano un momento pienamente adeguato alla realtà, per farne un momento congelato, riproducibile, che diventava falso una volta tolto dal contesto. Per lui il tempo non era dell’ordine del tempo fisico, non era un dato metronomico ma una condizione che fa sì che le manifestazioni musicali si esprimano.
Il tatto
In molte arti marziali l’ottenimento di capacità particolari di percepire gli attacchi prima che accadano è stato oggetto di ricerca e di fascino. Yomi, Hy?shi, Metsuke, Yi, ecc., tutti questi “concetti” parlano di questo, di sensibilità smisurate, necessarie per il vero combattimento ovviamente. Ma c’è un senso ancora più banale che la nostra società sta sempre più dimenticando, arrivando oggi al culmine: il semplice tatto. Eppure, questo senso primario, banale, è vitale per noi.Può essere triste dover aspettare che i ricercatori confermino ciò che sappiamo intuitivamente, ma il tatto è letteralmente un senso vitale. È il primo senso a svilupparsi nel neonato ed è l’ultimo alla fine della vita, mentre gli altri sensi declinano, le fibre nervose cutanee che reagiscono al tatto rimangono vitali la maggior parte del tempo fino alla fine. È la prima e l’ultima modalità di comunicazione tra gli esseri umani. Ancora più importante, il contatto fisico rappresenta un bisogno vitale: essere toccati è indispensabile per un buono sviluppo fisico, immunitario e cerebrale. In assenza di un contatto fisico regolare nell’infanzia, i disturbi sono molteplici e catastrofici. Anche per un adulto, essere privato del contatto fisico per troppo tempo porta a problemi fisici e psicologici. Per Francis Mcglone, uno dei più importanti neuroscienziati che studia il tatto, “Per noi il tatto è indispensabile tanto quanto l’aria che respiriamo e il cibo che mangiamo. […] Il rischio di morte prematura dovuto al consumo di tabacco, al diabete o all’inquinamento è di circa il 40%. Quello dovuto alla solitudine è del 45%. Ma nessuno si è ancora davvero reso conto che ciò che manca alle persone sole è proprio il contatto fisico”.(7)Inoltre, secondo questa ricerca, il corpo si disabitua e quindi tollera sempre meno di essere toccato, sebbene i danni causati da questa assenza si facciano sentire. C’è un processo di desensibilizzazione. Questo è in linea con il punto di vista di Tsuda Sensei per il quale “L’organismo si difende indurendosi. Si diventa insensibili alle sensazioni esterne e interne. Non ci viene neanche il raffreddore. Si è robusti. […] L’indurimento ci procura una parvenza di salute che fa invidia alla gente che soffre continuamente di piccoli malanni. […] Si perde a poco a poco la finezza nell’espressione e si diventa rigidi. La robustezza ha il proprio rovescio della medaglia: la fragilità. […] Mubyo-byo, malattia senza malattia, è così che il Maestro Noguchi definisce questo stato di desensibilizzazione che isola l’uomo dal proprio ambiente.”(8)Fortunatamente questo processo non è irreversibile e si può iniziare il cammino inverso, per risensibilizzare il corpo. Le arti marziali con il contatto sono fra le ultime roccaforti, insieme alla danza probabilmente, dove toccarsi è ancora possibile, dove sono le informazioni trasmesse dal tocco che saranno decisive per la nostra reazione. Per conservare o ritrovare la sensibilità che si ricollega con le nostre capacità umane.Note:1) Itsuo Tsuda, La Voie des Dieux, Le Courrier du Livre, 1982, p. 12.2) Itsuo Tsuda, Uno, Yume Editions, 2020, pp. 37 e 38.3) Pascal Picq, Et l’évolution créa la femme, Odile Jacob, 2020, p. 243.4) Itsuo Tsuda, Uno, Yume Editions, 2020, p. 105.5) James C.Scott, Elogio dell’anarchismo, Elèuthera, 2014, p. 60.6) Haruchika Noguchi, Order, Spontaneity and the Body, Zensei, 1984, traduzione della Scuola Itsuo Tsuda.7) Francis Mcglone, dans Le pouvoir des caresses, documentaire de D.Kaden, Allemagne, 2020, production Arte.8) Itsuo Tsuda, La Scienza del Particolare, Yume Editions, 2019, p. 25.
di Manon Soavi.Il nostro mondo è malato della propria violenza (sia essa fisica, verbale, psicologica, simbolica, sociale, economica…), malato di un modello dominante basato da secoli sulla competizione, l’appropriazione e la paura. Da quella dei potenti che possiedono il mondo a quella dei nostri divertimenti e media, la violenza è ovunque. Il mondo spesso non ci lascia scelta: la violenza la si esercita o la si subisce, se non tutt’e due.Molto spesso, per le donne, la violenza sta già nel fatto stesso di nascere donna. Per tutta la nostra vita, saremo sottovalutate, maltrattate e giudicate in base al modello maschile, quello a cui dobbiamo sempre far riferimento. Le arti marziali non fanno eccezione alla regola: violenza, accondiscendenza e paragoni sessisti sono una realtà. Molto più di quanto non si voglia ammettere.La violenza è così una piaga purulenta che ci riguarda tutti, le donne purtroppo in prima linea. Se l’Aikido non è ovviamente una risposta a tutti i mali del mondo, mi sembra che quest’arte possa essere uno strumento eccezionale a disposizione delle donne per uscire dal quadro che è stato imposto loro. Una via che può portarci a superare la violenza, per uscire dal dualismo: vittima o carnefice. Per questo, credo che il primo passo sia riappropriarsi della questione della violenza affinché non sia più una fatalità subita.
Fatalità? O scelte politiche?
Per fare questo lavoro, dobbiamo uscire da alcuni schemi ben radicati. La visione, storicamente ristretta, secondo la quale dalla notte dei tempi le donne sarebbero sottomesse agli uomini, non è più attuale. Come dimostrano alcuni ricercatori2, durante la preistoria, durata millenni, alla stregua di altre specie del regno animale, donne e uomini raccolgono, cacciano, curano, combattono e maneggiano le armi da lancio. Col progredire della sedentarizzazione, la condizione delle donne si deteriora ovunque nel mondo, ma è in Europa, nel Rinascimento, che la religione e il potere politico faranno prendere una svolta decisiva alla storia che ci ha formati. Nel suo libro Streghe: Storie di donne indomabili dai roghi medievali a #MeToo, l’autrice Mona Chollet esplora l’immensa violenza perpetrata dalle cacce alle streghe in Europa nei secoli XV e XVI. Questi crimini di massa, passati sotto silenzio, non solo causarono la morte di migliaia di donne e bambini con il pretesto di “stregoneria”, ma contribuirono anche a plasmare il mondo che è il nostro, “annientando a volte famiglie intere, facendo regnare il terrore, reprimendo senza pietà alcuni comportamenti e alcune pratiche ormai considerate intollerabili”3. La condizione delle donne era già difficile, ma questo episodio storico segnerà un cambiamento storico del nostro mondo. La nostra cultura europea si imporrà come modello dominante universale, conseguenza tra le altre delle nostre conquiste. Mona Chollet analizza nel suo libro il trauma profondo che resterà sulle donne e il messaggio indelebile che si iscriverà e si trasmetterà di generazione in generazione, da donna a donna: sottomettiti! Non ribellarti, perché quelle che lo hanno fatto lo hanno pagato a caro prezzo.Donne del XXI secolo, siamo le eredi di questo passato ultraviolento e la piaga suppura ancora, mantenuta com’è dall’accumulazione delle violenze odierne. In un certo numero di paesi, non rischiamo più di essere sottoposte a tortura e bruciate, è vero – ma il fatto è che non è più necessario, perché abbiamo integrato le regole del gioco, abbiamo persino interiorizzato così tanto la violenza che molto spesso non la vediamo più! E in caso di dubbio, la violenza sarà sempre qui a ricordarcelo, nel caso in cui ci dimenticassimo del nostro posto.
Le donne e la violenza
In quanto donna, praticante e insegnante di arti marziali (Aikido, Jujutsu, Kenjutsu), non posso che sentirmi coinvolta da questa questione e cercare risposte. Se la società di ieri rispondeva alle donne che non dovevano reagire, la società attuale sembra oscillare tra perpetrare questo silenzio e questa immobilità e proporci di diventare aggressive quanto gli uomini (al lavoro, in amore, in battaglia, ecc.). Siamo allora condannate, per liberarci, a diventare violente quanto gli uomini? È auspicabile? E possiamo gareggiare sullo stesso piano?Dobbiamo fare, come Hollywood, gli stessi film d’azione ma mettendo donne nei ruoli di eroine per aderire alla moda attuale? Personalmente, se non dubito per un solo istante della potenza delle donne, dubito che questa sia la via giusta per esprimerla.Ma quindi, come trovare il punto di equilibrio?Prima di tutto, bisogna risalire alla radice: l’educazione. È fin dall’infanzia che i maschi possono occupare lo spazio, correre, arrampicarsi, giocare a palla, opporsi gli uni agli altri; provare il proprio corpo ed acquisire così fiducia in questo corpo che si dispiega. Al contrario, dallo spazio, le bambine saranno più o meno escluse. Saranno relegate a giochi più statici, a piccoli giocattoli carini e futili. Senza parlare dei vestiti “così carini” che le intralciano. I loro corpi non vivranno così l’esperienza del proprio dispiegamento, della propria potenza. Siamo formattate per interiorizzare ogni espressione di violenza e per cercare di piacere agli altri. I modelli femminili di fiction di fatto portano a termine il compito indicandoci la via da seguire.Come ho già detto, non sono andata a scuola e non sono stata educata “come una femmina”. Mi ricordo quindi della mia rabbia durante l’adolescenza davanti alla mancanza di reazione dei personaggi femminili dei libri e film. Non capivo perché fossero così sottomesse, così passive, oppure diventassero intriganti operando nell’ombra, usando il proprio fascino per vendicarsi. Risultato: non mi identificavo per niente con i personaggi femminili ma sempre con quelli maschili, che agivano, combattevano per grandi cause, liberi nei loro movimenti e azioni.Diventate adulte, le donne hanno sempre grandi difficoltà ad autorizzarsi a reagire di fronte alla violenza. Non dico che le vittime siano responsabili delle aggressioni che subiscono, assolutamente no! Ma così scontiamo doppia pena, come dice Virginie Despentes: “Un’impresa politica ancestrale, implacabile, insegna alle donne a non difendersi. Come al solito, doppia costrizione: farci sapere che non c’è niente di più grave [lo stupro], e allo stesso tempo, che non ci si deve né difendere, né vendicare”4. Parlavo di recente con una giovane donna (ingegnera, team manager nella sua azienda) della difficoltà ad uscire da questo schema. Mi diceva che molto spesso, aveva paura della propria violenza se avesse reagito, quindi spesso lasciava fare l’aggressore, aspettando ancora un po’ (può trattarsi “solo” di gesti fuori luogo, avances pesanti o altre violenze ordinarie) invece di reagire, temendo che questa reazione fosse giudicata sproporzionata o isterica.Perché le cose stanno così? È forse fondamentalmente femminile? La filosofa Elsa Dorlin5 ci fornisce elementi di risposta parlano di un processo che chiama “la fabbrica dei corpi disarmati”. Questa filosofia studia attraverso quali mezzi i corpi considerati come subalterni (quelli di schiavi, colonizzati, donne, ecc.) si ritrovino ad essere limitati nella propria capacità di difendersi, nel senso ampio del termine. Per lei, se le donne sono “indifese” è per volontà sociale, da secoli. Così, ci viene insegnato che se reagiamo sarà peggio, che è ineluttabile subire un’aggressione prima o poi e che gli uomini saranno sempre più forti. Una superpotenza maschile che spesso non è altro che illusione.Tai chi: Maestra Bow Sim Mark. Esperta in Fu Style Wudangquan Shaolin (Tai chi, Bagua, boxe Tanglangquan) e madre dell’attore Donnie Yen (star dei film Ip man di Wilson Yip). Gentile concessione di Bow Sim Mark Tai Chi Arts Association.Ho avuto la “fortuna” di non aver subito aggressioni molto gravi, ho conosciuto, fino ad ora, “soltanto” le “piccole” aggressioni. Mi è capitato da ragazza, per esempio, di dormire in una stanza condivisa in uno stabile riservato a un’accademia musicale estiva. Nel bel mezzo della notte, un ragazzo entra in camera, la porta non aveva serratura (il che mi aveva creato grande sgomento arrivando). È ubriaco ed entra sbraitando che vuole baciarci. Assonnata, lo sento chinarsi sul primo letto dove dorme un’altra ragazza, che protesta ma si lascia lo stesso più o meno “palpeggiare”. Lo sento avvicinarsi al mio letto, chinarsi e gli arriva il mio braccio in faccia. È sorpreso, vacilla e lascia la camera dopo aver lanciato qualche invettiva. Sono stata fortunata, sì, e non ho fatto “dell’Aikido” per allontanarlo. Ma nella mia testa, c’era la certezza di essere legittimata a reagire immediatamente e questo fa tutta la differenza. Non promuovo la violenza per la violenza, ma la capacità di esercitare la propria capacità di reazione, di utilizzare la rabbia che sale in noi quando veniamo aggredite. Ma non siamo noi che abbiamo deciso di trovarci in quella situazione! La sfida sarà allora avere una reazione efficace e se possibile proporzionata, ma in questo ordine di priorità.La pratica di un’arte come l’Aikido può essere, come il Jujitsu delle femministe inglesi all’inizio del XX secolo, più che un’arte di difesa, un'”arte totale” “per la sua attitudine a creare nuove pratiche di sé che sono altrettante trasformazioni politiche, corporee, intime. Liberando i corpi dagli indumenti che ostacolano i gesti, dispiegando i movimenti [?] esercitando un corpo che abita, occupa la strada, si sposta, si equilibra”6 e che instaura così un altro rapporto con il mondo, un altro modo di essere. Poco a poco la nostra postura cambia per passare dal “come difendermi senza fare male” a “essere me stessa” e a quali sono i mezzi a mia disposizione per conservare l’integrità. Forse ci sarà bisogno della rabbia come forza d’azione, forse sarà sufficiente alzarsi e dire “no”. È la nostra determinazione che cambierà tutto.
Violenza o energia coagulata
Quando parliamo di violenza, non parliamo, quasi mai, della violenza del vento o della violenza dei sentimenti che ci attraversano. Eppure questa parola in origine parlava più della volontà, della forza (forza del vento, ardore del sole, ecc.) e deriva addirittura dal latino vis che può significare forza vitale o vitalità! Questa energia, questa vitalità, perché allora si esprime troppo spesso attraverso la distruzione?Itsuo Tsuda Sensei spiegava che “quando questa energia invisibile si scatena, dà luogo a violenze senza motivo giustificabile. Si prova allora piacere nel sentire grida stridenti, baccano. Invece, quando la ragione mette il freno a questo scatenamento, l’energia non consumata si coagula e impedisce l’equilibrazione7 normale. [?] C’è un gran numero di persone che, soltanto per venire a patti con la società, corre a destra e a sinistra alla ricerca di soluzioni facili senza arrivare alla soluzione radicale: il risveglio dell’essere.”8A partire dal momento in cui si scopre che bloccare la nostra energia e le nostre reazioni ci rinchiude in questo ruolo insopportabile di “vittima”, e può portarci ad esprimere la nostra vitalità attraverso la distruzione degli altri o di noi stesse, si può allora fare il passo successivo: lavorare sul tenere sotto controllo la violenza. Fermare una mano, una parola, guardare l’altro negli occhi. Tenere sotto controllo qui non vuol dire per forza trattenere la violenza. Non è semplice, ma significa anche valutare le situazioni per sapere quale sarà la tappa successiva. Non speriamo più che l’altro non si avvicini, sappiamo che se aspettiamo sarà troppo tardi, e che quindi la violenza sarà ineluttabile. Uno dei lavori da fare è diventare più sensibili, sentire il nostro stato e quello degli altri.Nella nostra Scuola, gli strumenti per questo risveglio, che avviene attraverso il corpo, sono l’Aikido e il Katsugen Undo, che fa parte del Seitai. “Il principio del Seitai è estremamente semplice: la vita cerca sempre di equilibrarsi, nonostante le idee strutturate che facciamo pesare su di essa. La vita agisce attraverso i nostri istinti e non attraverso la ragione.”9 Così, non si tratta di un’azione esterna o di uno sfogo, ma piuttosto di una sottile equilibrazione della nostra stessa energia. Per mezzo del movimento involontario che permette lo scorrere di questa energia, ci si pacifica dall’interno.Dal canto suo, la pratica dell’Aikido ci fa confrontare con l’energia che ci arriva dagli altri. Come gestire questo, come reagire? Nella nostra Scuola la risposta è l’armonizzazione. Anche se l’altro è un pericolo, soprattutto se l’altro è un pericolo, armonizzarsi è necessario. Come dice Ellis Amdur “c’è di fatto un’intimità, dell’ordine della nudità, nella lotta a mani nude [?] La competenza non è semplicemente l’abilità nel movimento o nella tecnica, la vera competenza è la capacità di essere permeabile come un bambino piccolo”10. Ovviamente armonizzarsi non vuol dire abbandonarsi. È un lavoro sottile che porta a non usare per niente la forza contro la forza, ma a guidare, a far scorrere questa forza altrove. Pratichiamo seguendo dei principi di lavoro che sono la respirazione, lo sviluppo della sensazione e il Non-fare. Non si tratta di non violenza, di paccottiglia. Al contrario, i nostri dojo propongono una pratica quotidiana, ed è progressivamente che l’intensità aumenterà, sempre in funzione della capacità di tori di mantenere questi principi di lavoro, anche di fronte ad attacchi che diventano più rapidi e coercitivi. Le donne possono trovare una posizione importante in questo lavoro dove le loro capacità possono esercitarsi e dove possono progressivamente scoprire che “non si tratta tanto di imparare a combattere quanto di disimparare a non combattere.”11Queste due pratiche permettono così di ritrovare una sensibilità più sottile. Spesso per sopportare le cose finiamo per non sentire più, né la sofferenza, né la carezza del vento, né il pericolo, purtroppo. Ellis Amdur dice in merito: “Per sopravvivere davvero negli incontri ad alto rischio, bisogna sviluppare e raffinare al massimo una sensibilità agli altri, ai nostri alleati come ai nostri nemici. Sviluppare la propria intuizione kan (?) è essenziale.”12 Questa capacità di sentire l’altro e di ascoltare la propria intuizione sono primordiali in ogni aspetto della nostra vita.Foto 2 e 3 Naginata e kusarikama: Shimada Teruko sensei, esperta della Jikkishin-kage-ryu. Foto tratte dal libro di Michel Random, Les arts martiaux ou l’esprit des budô, Nathan 1977.L’Aikido non è un tipo di self-defense, è molto più di questo, è la possibilità di riequilibrare il nostro rapporto col mondo. Riconciliarsi con noi stessi e il mondo ritrovando la propria forza interiore. Può sembrare molto ambizioso, è tuttavia una possibilità. Conosco una praticante che per anni, in seguito a violenze subite, aveva degli incubi terribili. Si svegliava regolarmente di notte urlando. Quando ha raggiunto uno stadio più avanzato in Aikido, ha iniziato a reagire nei suoi sogni. Aveva sempre incubi, ma non era più passiva, reagiva nei suoi sogni, per non essere più vittima, ancora e ancora. Questo “semplice” fatto era di vitale importanza per lei, per il suo percorso.
Female gaze
È nel 1975 che la critica cinematografica Laura Mulvey teorizza il Male gaze al cinema, che si caratterizza per il fatto che la cinepresa ha sempre un punto di vista maschile con uno sguardo sul corpo delle donne come oggetto. Da allora, alcune cineaste parlano di un Female gaze che non è l’inverso (guardare i corpi degli uomini come degli oggetti) ma che cerca di mettersi al centro dell’esperienza vissuta dagli individui, in particolare le donne. Questo monopolio di rappresentazione fondato sul punto di vista maschile, messo in evidenza nel cinema, si può ritrovare più o meno in tutti i campi.Tanto più nelle arti marziali, viste quasi esclusivamente come maschili perché arti guerriere. Ma la storia è scritta dai vincitori. Come dice l’autrice Chimamanda Ngozi Adichie, è il pericolo della storia unica: “Cominciate la storia dalle frecce dei nativi americani, e non dall’arrivo degli inglesi e otterrete una storia completamente diversa.”13 A volte, raccontare la storia da un altro punto di vista, è risanare dei traumi sociali profondi.Come dicevo sopra: l’industria del cinema ci mostra oggi sempre più donne eroine che combattono. Nonostante abbia potuto riconoscervi una certa soddisfazione alla mia frustrazione da adolescente, me ne sono stancata abbastanza presto. Queste donne combattono “come degli uomini” e non hanno niente di realistico. Quindi non sono ancora realmente dei modelli di donne come ne avrei voluti quando avevo sedici anni. Nell’Aikido, come nella maggioranza degli ambiti, la sovra-rappresentazione degli uomini ci dà come orizzonte, come modello di pratica un universo maschile con le sue caratteristiche fisiche e mentali. Le donne che vogliono perseverare devono allora molto spesso dimostrare di poter giocare sullo stesso piano dei modelli maschili. Io non sostengo un modo femminile di fare l’Aikido ma la possibilità che esistano altri modi di fare che siano altrettanto rispettabili e rispettati. D’altronde, se l’idea di fare dell’Aikido femminile sembra a noi, donne, così insopportabile, è proprio perché valorizziamo sempre un certo sguardo, un certo modo di fare. Questo dura da così tanto tempo, che abbiamo integrato la superiorità di un modello che non è nemmeno più maschile, che è soltanto IL modello. Per riconoscere la nostra eccellenza dobbiamo rivaleggiare con questo modello, nello stesso modo, sullo stesso terreno, altrimenti sarà una sotto-disciplina disprezzata. Dimentichiamo di interrogarci sul fondo: in cosa questo modello maschile sarebbe più giustificato, più universale? Si tratta d’altronde di un modello maschile occidentale contemporaneo, poiché altre culture hanno avuto altri modelli. Questo fenomeno si ritrova in tutti i campi, per esempio lo scrittore Junichiro Tanizaki ha sviluppato la questione del monopolio dello sguardo occidentale nel campo delle scienze:”Non posso non pensare che se l’Oriente avesse sviluppato una cultura scientifica che gli fosse propria, indipendentemente dall’occidente, vivremmo oggi in una forma di società molto diversa. Per esempio se noi possedessimo una nostra scienza fisica o una nostra scienza chimica, e se su di esse avessimo sviluppato delle tecnologie e un’industria specifiche che si sarebbero di conseguenza evolute seguendo vie diverse, non sarebbero forse apparsi degli artefatti, delle macchine di ogni specie, dei farmaci, e dei manufatti più compatibili con la nostra identità? O addirittura, mi domandavo, i principi stessi di questa fisica e di questa chimica non si sarebbero dimostrati diversi da quello che gli occidentali vi vedono?”14La corrente dei “saperi situati” nelle scienze va nella stessa direzione. Iniziata da donne, per l’appunto, la corrente si appoggia a lavori che descrivono e analizzano come ogni sapere scientifico sia “situato”, impregnato della cultura, del contesto storico, della posizione (sociale, di genere, ecc.) delle ricercatrici e ricercatori. Secondo questa corrente, ogni sapere, anche scientifico, è parziale, e aspirare ad un sapere neutro e oggettivo è un’illusione. È moltiplicando i punti di vista, le posizioni, ed esplicitando e assumendo il nostro carattere situato che si tende verso un sapere più solido, più affidabile.Altro esempio, i nativi americani possono insegnarci un modo diverso dal nostro di vivere l’adattamento all’ambiente:”Al contrario dei contadini europei, che si piegano sotto il giogo dei lavori agricoli e riempiono ansiosamente i granai in previsione di future penurie, l’indiano sembrava libero, sicuro della sua capacità di sormontare ogni difficoltà [?] frutto della sua tenacia” 15 invece che della sua capacità di previsione. È forse possibile vivere senza preoccuparsi per il futuro?Allo stesso modo, è forse possibile che esista un altro modo di combattere? Se le donne preistoriche erano capaci di combattere, ci furono anche le Celtiche, le amazzoni dell’Amazzonia, diverse tradizioni di donne-guerriere in Africa (le amazzoni del Dahomey, le guerriere Senegalesi o Zulù), ce ne furono anche in Cina e in Giappone. Oppure ancora le native americane16 che potevano essere capo, sciamana, guaritrice o guerriera. E poi le donne della Rivoluzione francese, le anarchiche, o le suffragette inglesi. E sicuramente ancora altre culture dimenticate in cui delle donne erano detentrici di tradizioni marziali specifiche e non c’è nessuna ragione di pensare che non potessero essere efficaci in questo campo, a seconda degli obiettivi da raggiungere. Pagherei oro per vedere come combattevano, come traevano vantaggio dalle loro specificità fisiche e psichiche.Hino Akira sensei racconta il suo incontro con il Tai Chi Chuan e il Kung-fu Shaolin: “L’insegnante era una donna, una nonnina dalla pratica molto morbida. Ero perplesso e mi chiedevo se si trattasse di una ginnastica per la salute o di una tecnica marziale. Le ho fatto la domanda e mi ha risposto che era un’arte marziale. Allora le ho detto: “Mi scusi ma se è un’arte marziale avrebbe la gentilezza di mostrarmi cosa fa contro un chudan tsuki per esempio?”. Mi ha detto che non c’era nessun problema e l’ho attaccata. Prima di capire cosa mi stesse succedendo ero proiettato!Mi sono detto “Allora esiste!”. Benché non fossi alto, ero ancora un ragazzo pieno di vigore e una nonna aveva appena superato il mio attacco grazie alla morbidezza. Avevo appena scoperto che esistevano realmente dei principi che permettevano di superare la forza con la dolcezza. Ero sbalordito ma avevo appena scoperto una delle chiavi che mi avrebbero permesso di proseguire nella mia ricerca.”17Foto 2 e 3 Naginata e kusarikama: Shimada Teruko sensei, esperta della Jikkishin-kage-ryu. Foto tratte dal libro di Michel Random, Les arts martiaux ou l’esprit des budô, Nathan 1977.Perché, nell’Aikido, non potremmo anche noi sviluppare il nostro modo di fare? Se l’Aikido è unico [nel suo genere], è nella sua molteplicità, allo stesso tempo Yin e Yang, maschile e femminile. Poco importa che di fronte ad una presa ryotedori di un uomo di 70 kg una donna di 45 kg sia incapace di fare kokyu ho, siamo competenti appunto se non ci ritroviamo con questo tipo di presa! Se ci muoviamo ben prima, o se come ultima risorsa diamo un colpo di testa, o un calcio dove si sa… Allora perché fare paragoni? Immaginiamo un’arena con una regola rigida per cui tori debba aspettare passivamente che uke arrivi e gli prenda i polsi bloccandolo verso il basso. Il maestro Ueshiba di 70 anni in questa situazione avrebbe potuto battere il maestro Ueshiba di 40 anni che gli prendeva i polsi in quel modo? Probabilmente no se avesse provato a fare come l’uomo di 40 anni. È proprio perché aveva un corpo diverso, una sensazione dell’attacco molto diversa che era capace di qualcos’altro.È la stessa assurdità del paragone in un contesto strettamente delimitato che permise nel 1961 ad Anton Geesink, Olandese, 1.98 m e 115 kg di ottenere la vittoria contro i Giapponesi nel judo. Ma non era forse assurdo arrivare a quel punto?La potenza delle donne è di essere donne. Come dice Toyoko Abe sensei, insegnante emerita di 70 anni della Tendo-ryu:”Il primo torneo [di naginata] in cui ho visto combattere la mia insegnante era incredibile. Lei aveva, grazie alla propria presenza e forza mentale, fatto indietreggiare il suo avversario da una parte all’altra della superficie di combattimento senza neanche utilizzare una sola tecnica. Tutti, anche i maestri anziani, erano affascinati. Poi, si è avvicinata e ha eseguito un solo taglio. Aveva vinto. [?] Essere femminile non vuole dire necessariamente essere dolce. La femminilità vuole dire tanto la dolcezza quanto la forza a seconda della circostanza. Agire in modo giusto e integro. Questo è, il budo.”18Paradossalmente è sviluppando la nostra specificità che possiamo creare un’idea completamente diversa di un’arte, di una scienza universale. Un universale multiplo pieno di una diversità di colori e di forme. Un Aikido portatore della diversità degli esseri umani in generale.Manon SoaviNotes :1) “Il mondo in cui viviamo” questo titolo fa riferimento a The World We Live In: Self-Defence de Edit Garrud, 1910.2) Marylène Patou-Mathis Neandertal une autre humanité Perrin Tempus 2006 e Alison Macintosh Science Advances 2017 no. 113) Mona Chollet, Streghe: Storie di donne indomabili dai roghi medievali a #MeToo, Utet edizioni 2019, p.13.4) Virginie Despentes King Kong théorie p.46 Grasset 20175, 6, 9 et 10) Elsa Dorlin Se défendre : une philosophie de la violence p.21 et p.66 La Découverte 20177) et 8) Itsuo Tsuda Le dialogue du silence p.58 et p. 59 Le Courrier du Livre 197911) Ellis Amdur Senpai-Kohai: The Shadow Ranking System consulté sur kogenbudo.org12) Chimanda Ngozi Adichie: Le danger d’une histoire unique TEDGlobal 200913) Junichir? Tanizaki Louange de l’ombre, p.30-31 Éditions Picquier, 201714) Matthieu B.Crawford Contact p.30 Édition La découverte 201615) Patrick Deval Squaws, la mémoire oubliée, éditions Hoëbeke 201416) Léo Tamaki – Frédérick Carnet Budoka no Kokoro, p.101. 201317) Ellis Amdur Traditions Martiales p.179 Budo Éditions 2006
di Manon SoaviInsegnante di Aikido, ed anche pianista concertista, ho incontrato la nozione di zanshin attraverso diverse esperienze nel mio percorso. Quando ho cominciato lo studio di diversi koryu quindici anni fa (Bushuden Kiraku Ryu, Niten Ichi Ryu, Choku Yushin Ryu, e un po’ di Shinkage Ryu), ho anche approfondito questa nozione nella pratica delle armi, con il maneggiare la spada, il bo, il kusarigama, o anche nella pratica a mani nude con i numerosi kata di jujutsu che queste antiche scuole possiedono.Benché la mia strada nelle arti marziali sia sicuramente ancora lunga desidero condividere qui qualche riflessione sull’argomento.Ho notato che una delle contraddizioni umane attuali è la nostra fascinazione per la forza esteriore che va di pari passo al nostro disprezzo per la sensibilità e le sensazioni del nostro corpo che releghiamo al rango di sentimentalismo. Paradossalmente il nostro modo di vivere in Occidente non è mai stato cosi facile, con così pochi sforzi fisici da fare. I nostri avi erano molto probabilmente più resistenti alla marcia, al freddo o anche al dolore, poiché non c’erano così tanti mezzi capaci di farsi carico del più piccolo dei loro malanni, o di supplire al più piccolo dei loro sforzi. Per questo si può dire che mancassero di sensibilità? Non lo credo, perché la capacità di sentire prima di riflettere è sempre stata indispensabile per vivere e zanshin, secondo la mia esperienza, è prima di tutto una questione di sensazione e di presenza nell’istante presente.Zanshin può essere tradotto con “spirito che permane” ma per le culture orientali il corpo e lo spirito non sono due cose separate. Questo “spirito che permane” corrisponde a una sensazione precisa, ed è essa che ci guida nella sua applicazione qualunque sia la disciplina praticata. Sono delle sensazioni particolari per colui che agisce così come per colui che riceve. Zanshin è una sensazione e allo stesso tempo uno stato che si (ri)scopre.Storicamente i principi come Zanshin, Mushin, ecc., rimandano meno a delle idee che a delle realtà vissute da generazioni di persone. Ciò riporta a esperienze dirette, reali, che, per essere trasmesse, sono state “concettualizzate”. Si tratta quindi di un atto o di uno stato che possiamo ritrovare, malgrado le nostre differenze d’epoca e di culture. Non sono grandi princìpi scomparsi con i Samurai e la loro epoca, e neanche dei princìpi limitati alle arti marziali. Sono princìpi che irrigano tutta la cultura, in particolare quella giapponese, ma anche e soprattutto quella cinese.
L’immagine come rivelatore
Gli antichi Cinesi insegnavano attraverso delle immagini, delle evocazioni che dovevano far nascere, dovevano rivelare, nel cuore dell’apprendista una sensazione che l’avrebbe guidato verso la comprensione profonda. Una comprensione fisica poiché si trattava di far appello a un’esperienza reale che l’altro potesse condividere. Utilizzavano principalmente la natura come rivelatore di sensazione, dato che l’osservazione della natura era un’esperienza di vita condivisa da tutti all’epoca. Ma si trova questo modo di trasmettere anche nelle arti d’Occidente. Come in musica per esempio, perché al di là di qualche consiglio di base, il gesto del musicista non è trasmissibile ed è impossibile da comprendere intellettualmente.Cosa fa la differenza tra il principiante che preme un tasto del piano e il maestro che fa suonare la prima nota di una sonata? È obbiettivamente lo stesso tasto e lo stesso meccanismo per colpire la corda. Tuttavia il suono non avrà niente a che vedere. È la sensibilità del maestro che farà la differenza. Così anno dopo anno l’apprendista cercherà come far suonare diversamente il suo strumento, e il maestro cercherà come risvegliare nell’altro la sensazione che ha all’interno di sé. È per questo che alcuni utilizzano delle parole evocatrici, parlano di suonare “a fondo” o d'”impastare” la tastiera, che obbiettivamente non vuol dire niente di niente! Tutte queste immagini fanno appello alle nostre risorse interiori, per ritrascrivere su del legno e delle corde, una sensazione interna e che questa sensazione sia, inoltre, condivisa da chi ascolta. È in questo che tocchiamo con mano la fusione di sensibilità che ci permette di sentire cosa succede nell’altro, è una trasmissione da sensibilità a sensibilità. Come zanshin che sarà riuscito solo se le due persone lo sentono.Allora al di là di ciò che noi sappiamo oggettivamente su cosa vuol dire “zanshin”, trovo interessante cercare in noi a quali esperienze possiamo collegare questo principio. Come renderlo concreto per noi.
Lo spirito dell’ordinario
Nel corso degli anni in cui ho svolto la professione di musicista sono stata a volte in uno stato che associo a zanshin. Quando suonavo con altri musicisti e cantanti dovevo essere totalmente disponibile nei confronti di ciò che succedeva all’esterno, l’altro musicista, e allo stesso tempo concentrata sui miei gesti per suonare la mia parte di piano. Gli imprevisti del concerto live facevano sì che non potessi contare sul fatto che tutto sarebbe andato come previsto. Non succede mai, per quanto si sia molto preparati, la scena è un’esperienza unica. La preparazione serve a ridurre al massimo l’imprevisto ma non assolutamente ad eliminarlo. Bisogna allora reagire istantaneamente, essere il più possibile con gli altri perché l’armonia continui. Essere allo stesso tempo iper-vigilante, e nel contempo mantenere una concentrazione vaga, perché appena mi fissavo su una sola cosa, perdevo l’insieme. Secondo me questa frase di Musashi riassume perfettamente questo stato:”Nella vita quotidiana, come in strategia, bisogna avere lo spirito aperto e mantenerlo ben diritto, non troppo teso ma neppure rilassato”(1).Musashi diceva anche che lo spirito ordinario deve essere quello del combattimento, lo spirito del combattimento deve essere lo spirito dell’ordinario.(2) Tuttavia non si può essere sempre all’erta, quindi lo spirito del combattimento non significa essere “all’erta”, significa qualcos’altro? Si può anche immaginare che questa attitudine sia ben lontano dall’apatia che si riscontra molto spesso oggi. La traduzione di zanshin con “spirito che permane” ci dà forse una pista, più dell’idea un po’ riduttiva di “vigilanza”.Anche se oggi rari sono coloro tra noi che incontrano il “combattimento reale”, ci confrontiamo tutti con molteplici piccoli “combattimenti ordinari” nelle nostre esistenze. E a volte anche in questi casi si può vedere sorgere “zanshin”. Per me è stato il caso in occasione di esperienze spiacevoli che ho fatto. Mi ricordo la volta in cui, bloccata in un festival di diversi giorni, in un paesino, tutte le ragazze che vi partecipavano si sentivano a disagio e inquiete perché il responsabile dello stage, professore e violinista affermato, metteva le mani su di loro in modo inopportuno. Avevo allora ventun anni e tra i corsi e le prove, le ragazze, tra loro, parlavano di questi momenti molto spiacevoli e li temevano. In occasione di un pranzo tutti insieme, il professore cominciò a risalire la tavolata. Passando dietro ognuna per dare gli orari di prove della giornata. Lo vedevo avvicinarsi, distribuendo carezze nei capelli o sulle spalle, piccole battute equivoche, ecc. e vedevo con costernazione le teste delle ragazze che si abbassavano e aspettavano l’inevitabile al suo passaggio, o ridevano di un riso nervoso. Era per me inconcepibile non fare niente, quindi l’ho guardato arrivare senza sapere cosa avrei fatto, e prima che passasse dietro di me mi sono girata verso di lui e l’ho guardato dritto negli occhi parlandogli del programma. So che in quel momento il mio sguardo diceva “No”. Si è fermato e non mi ha toccato. Per tutto il festival sono rimasta presente, senza apertura. Non mi ha mai toccata.Ciò non mi successo solo con uno, diversi insegnanti e altri ragazzi ubriachi hanno capito che non potevano avvicinarsi. In caso contrario cosa avrei fatto? Non lo so. In tutte queste piccole situazioni che mi sono capitate ciò che mi ha sempre colpito è che tutto era molto prevedibile e che era alla fine relativamente semplice tenerli in scacco, “bastava” esserci e ascoltare questa sensazione di pericolo che ci tocca prima di qualsiasi evento. Ovviamente le cose sarebbero state diverse in caso di aggressione più grave, è questione diversa, ma incorriamo anche in molte di queste “piccole” aggressioni che, se le si subiscono, incapaci di reagire, ci segnano nel cuore e nel corpo.
Essere influenzati
Lo studio dell’Aikido a partire dalla mia infanzia, come via d’armonizzazione con l’altro mi ha aiutato, ne sono sicura, ad attraversare questi momenti difficili, come mi ha aiutato a lavorare in simbiosi con altri musicisti. Poiché il nostro modo di interagire con gli altri, che sia in negativo o in positivo, è determinato dal nostro atteggiamento interiore. Il fatto di non lottare contro l’influenza dell’altro, che sia musicista o attaccante è determinante. Di comprendere per due.Chinen Keny? Sensei l’esprime con queste parole: “La tecnica è uke [ricevere], lo spirito è attacco. [?] Quando si padroneggia il principio di uke, non c’è più attacco o difesa. Uke è al di là di questa dualità, e ciò ha un impatto profondo sul nostro essere. [?] Quando si è a proprio l’agio nel far fronte a un qualsiasi attacco, si sviluppa una sicurezza che ci permette di accogliere tutto, di affrontare tutto.”(3)Nella nostra vita molto spesso per difenderci rifiutiamo di essere influenzati dall’altro, ma allora chiudiamo di fatto il solo canale che ci permette di sentire e di agire in funzione di quello che fa l’altro: la nostra sensibilità. È essa che ci permette di sentire l’altro. Non rifiutare l’altro, accettare la sua influenza non vuol dire esservi sottomessi. Assolutamente no. Abolire la differenza tra sé e l’altro e così permettere la fusione, se si muove, io mi muovo, perché noi non facciamo più che uno. Non c’è più azione/risposta. C’è Uno. In fondo è la stessa cosa che sia per sentire ciò di cui ha bisogno un neonato che non può ancora esprimersi, per sentire le cattive intenzioni di una persona o per sentire quando il cantante comincerà.Tsuda Senseï scrive: «Anche se si comprende e si accetta l’Aikido come la via della comunione con l’Universo, sarà sul piano puramente spirituale. Appena alle prese con delle difficoltà reali, lo spirito cede il passo all’aggressività meschina.»(4)Pur essendo forse molto lontani dalle capacità di questi maestri, possiamo praticare in questa direzione e ciò può essere utile nelle nostre vite. Per lavorare nello spirito di comunione il primo passo è un lasciare la presa. Se si ha la testa piena di paure, di credenze, se siamo confusi allora non si riesce più a lasciare sorgere dal fondo di noi stessi l’azione giusta, questa azione giusta che i cinesi chiamano Wuwei – Non-Agire. Si cerca la via d’uscita in tutte le direzioni, si cerca di difendersi, si rifiuta l’altro per sfuggirgli ma si sbatte contro il muro. Fukuoka Sensei diceva a proposito della ricerca teorica di una nutrizione corretta: “Se sperate di trovare un mondo luminoso dall’altra parte del tunnel, l’oscurità del tunnel durerà ancora più a lungo. Se non si cerca più di mangiare quello che è piacevole al gusto, si può gustare il vero sapore di tutto ciò che si mangia”(5).Zanshin, spirito che permane, è anche una percezione fine della realtà che raggiunge il principio di yomi. Pensiamo di vedere la realtà, ma in effetti molto spesso ciò che vediamo è la nostra interpretazione di quello che ci circonda. O troppo ingenui manchiamo di vigilanza, oppure troppo rovinati, traumatizzati, finiamo per essere iper-diffidenti. Diventiamo allora aggressivi. Ma che le punte difensive della nostra armatura personale siano rivolte verso noi stessi o verso gli altri, il risultato saranno la ferita e la sofferenza. E ciò ci impedisce di vivere. Un’arte come l’Aikido, o i koryu antichi, mettendoci in situazione, permettendoci di superare le nostre paure, può aiutarci a riscoprire che non siamo così deboli.Allora scopriremo un altro modo di adattarsi alla realtà che non vuole più dire essere schiacciati da essa. È qualcosa che si ritrova in altre arti, io trovo qualcosa di zanshin in questa frase di Rikyû, maestro di chanoyu(6) del XVI secolo, che rispose un giorno al suo discepolo:«Fa una deliziosa tazza di tè; disponi il carbone di legno in modo da scaldare l’acqua; sistema i fiori come se fossero nei campi; in estate, evoca il fresco, in inverno, il caldo; anticipa in ogni cosa il tempo; preparati alla pioggia.»(7)“Zanshin, l’esprit de l’ordinaire ” un article de Manon Soavi publié dans Dragon Magazine (Spécial Aïkido n°27) en janvier 2020.Note:1. Miyamoto Musashi, Il Libro dei Cinque Elementi (traduzione e commento di Kenji Tokitsu), Rotolo dell’acqua, p.23, Oriental Press s.r.l. , 2004.2. Miyamoto Musashi, Il Libro dei Cinque Elementi (traduzione e commento di Kenji Tokitsu), Rotolo dell’acqua, p.23, Oriental Press s.r.l., 2004.3. Magazine Yashima numéro 4 mai 2019 Chinen Keny?, au c?ur des traditions d’Okinawa, p.26.4. Itsuo Tsuda La Scienza del particolare, p.147, Yume Editions 2019.5. Masanobu Fukuoka La révolution d’un grain de paille, p.150, Trédaniel Éditeur 1978.6. Chanoyu impropriamente tradotto con cerimonia del tè, letteralmente “Acqua calda del tè”7. Soshitsu Sen, Vie du Thé, esprit du Thé, p.41, Édition Seuil 2013
Manon Soavi è stata invitata dalla rivista web italiana DeAbyDay, ad esprimersi su “il condizionamento femminile attraverso l’educazione” e sul suo percorso. Questa intervista fa parte di una serie d’incontri pubblicati da questa rivista web sulle donne che fanno muovere il mondo giorno per giorno.
Intervista
Non sei stata scolarizzata: come hai trascorso la tua infanzia? Non hai mai avuto voglia di andare a scuola?A 5 anni ho voluto provare ad andare a scuola, mi chiedevo come fosse! Ho resistito 4 giorni prima di decretare che non ci sarei mai più tornata. Avevo capito! Non potevo restare in un luogo nel quale se dicevo “no” non veniva rispettato. Ovviamente posso rispettare delle regole, ma il rispetto deve essere reciproco, e a scuola non lo è.Non ti sei mai sentita emarginata? Com’è stato entrare in contatto con il mondo “esterno”? Quali differenze notavi, se ne notavi, tra te e gli altri nella percezione delle cose del mondo? Cosa ti stupiva rispetto all’idea che avevi maturato nei tuoi primi anni di vita?Certo che sono una emarginata! Ma in realtà la maggior parte delle persone si sentono marginali, differenti, e ne soffrono ma non ne conoscono davvero il motivo. Lo so perché sono diversa e perché voglio restarlo.Leggi tutto : clicca qui
di Manon Soavi«[?] Il cammino per la scoperta di sé in profondità [?]» diceva Tsuda Sensei «non è una linea retta verso il paradiso, è tortuoso.»(1) Come i musicisti classici passano la loro vita in una ricerca infinita di evoluzione, i praticanti di arti marziali sono su cammini senza fine. Peraltro queste vie non sono prive di senso, di cartelli stradali e di verifiche. Uno dei cartelli stradali che ha lasciato Tsuda Sensei ai suoi allievi è «Dojo».Egli stesso scrive in materia: «Come ho già detto, il dojo non è semplicemente uno spazio a parte e riservato a certi esercizi. È un luogo dove lo spazio-tempo è diverso da quello di un luogo profano. L’atmosfera è particolarmente intensa. Vi si entra salutando per sacralizzarsi e si esce salutando per desacralizzarsi. [?] Mi si dice che in Francia, si trovano dei dojo che sono semplicemente delle palestre o dei club sportivi. E sia. Ma, quanto a me, io voglio che il mio dojo sia un dojo, e non un club con un gestore e dei clienti abituali, e questo allo scopo di non disturbare la sincerità dei praticanti. Ciò non significa che essi debbano avere una faccia corrucciata e compassata. Al contrario, bisogna mantenere uno spirito di pace, di comunione e di gioia.»(2)Ma perché creare dei Dojo? È alquanto faticoso e richiede molto lavoro!Costruire un dojo, un’avventura incerta !Per rispondere a questa domanda bisogna, forse, ritornare al motivo per cui pratichiamo. Se ogni risposta è individuale e complessa, personalmente concordo con coloro che pensano che pratichiamo prima di tutto per «essere». Per «essere» veramente, non fosse che per il tempo di una seduta.L’Aikido è allora uno strumento per ritrovare noi stessi. Cominciare ad «essere» sui tatami è un primo passo che comincia con un “lasciar andare”: accettare di salire sui tatami e di entrare in contatto con gli altri! Ma un contatto diverso da quello retto dalle convenzioni sociali. D’altra parte a volte constato la riluttanza di alcuni debuttanti ad indossare un Keikogi, come se conservare la loro tuta da ginnastica consentisse loro di salvaguardare un’identità sociale. Il Keikogi ci mette tutti su di un piano di uguaglianza, al di fuori dalle etichette sociali, cancella le forme del corpo, i sessi, le età, gli stipendi… Ben inteso però, a patto che non si faccia sfoggio dei gradi, dei dan per mostrarsi superiori con i debuttanti. Se la nostra mentalità o il nostro stato d’animo è quello di vivere una pratica insieme all’altro, e non quello di mostrare di essere i più forti, allora la paura dell’incontro con l’altro può diminuire. Nella Scuola Itsuo Tsuda non ci sono gradi, questo risolve la questione una volta per tutte.
L’avventura comincia all’aurora (3)
Il Dojo stesso è un luogo fuori dal tempo sociale, fuori dall’epoca, indifferente alla localizzazione geografica, e anche tutto ciò ci disorienta completamente. Inoltre noi pratichiamo al mattino presto (come faceva O Sensei Ueshiba). Le sedute si tengono tutte le mattine, tutto l’anno, alle 6.45 durante la settimana e alle 8.00 nel week-end. Che nevichi, che ci sia il sole, che sia un giorno di vacanza o di lavoro, il Dojo è aperto e ci sono le sedute. Al di là della suddivisione arbitraria del tempo del nostro mondo.Anche l’alba è un tempo particolare. Tra il risveglio e la pratica non c’è quasi nulla. L’autore Yan Allegret l’ha così espresso in un articolo apparso in KarateBushido: «Avviene intorno alle 6 del mattino. Delle persone escono di casa e si dirigono verso un luogo. A piedi. In macchina. In metropolitana. Fuori, le strade di Parigi sono ancora assonnate, quasi deserte. L’alba è vicina. La seduta di Aikido inizia alle 6:45. Il ritmo della città è ancora quello della notte. Quelli che sono usciti non hanno ancora indossato le armature necessarie alla giornata di lavoro che si annuncia. Qualcosa rimane in sospeso. Con la nascita del giorno si ha l’impressione di camminare in un interstizio.»(4)Un interstizio di tempo e spazio durante il quale si può cominciare il lavoro su noi stessi. Perché bisogna perdere, almeno un po’, i nostri punti di riferimento abituali per ritrovare la sensazione interiore dei nostri riferimenti. La sensazione della nostra velocità biologica piuttosto che il tempo scandito dal quadrante dell’orologio. Per ascoltare sé stessi c’è bisogno di silenzio intorno. E nel nostro mondo il silenzio non è una cosa facile da trovare!
Uno scrigno
Mettere l’uomo in armonia con sé stessoÈ per questo che nella Scuola Itsuo Tsuda diamo tanta importanza alla creazione dei Dojo. Certo, è possibile praticare ovunque, adattarsi a tutte le circostanze. Ma è sempre auspicabile? Per riprendere il parallelo con la musica (argomento che conosco bene, avendo esercitato per circa quindici anni la professione di pianista e concertista) si può suonare all’aperto, in una palestra, in una scuola, una chiesa, un ospedale, ecc. E del resto non ho nulla contro la democratizzazione della musica classica, al contrario. Ma una buona sala da concerto è un’altra cosa. È uno scrigno, dove il musicista, invece di passare il tempo ad adattarsi alla situazione, a compensare la cattiva acustica o altro, può immergersi nell’ascolto, cercare la finezza e far sorgere la musica. Vivere le due esperienze è sicuramente necessario per un professionista. Per un debuttante trovare la concentrazione e la calma in mezzo all’agitazione o alle correnti d’aria mi sembra francamente molto difficile.Nel caso dell’Aikido il Dojo è lo scrigno di questa ricerca. Se si coglie questa possibilità di avere un Dojo, si apre un’altra prospettiva. Perché se la nostra mente può comprendere i concetti filosofici che sottendono il discorso sulla Via, lo stato d’animo, ecc., far sì che il corpo li viva realmente, è un’altra questione. Siamo spesso troppo occupati, perturbati, e abbiamo veramente bisogno di un ambiente che favorisca certe disposizioni di spirito.Si può constatare, man mano che se ne fa l’esperienza, che lo spirito di Dojo viene coltivato in modo preciso e allo stesso tempo in un ambiente fluido e inafferrabile. Avviene la stessa cosa che per i luoghi di culto. A volte in una piccola chiesa di campagna, una cappella nascosta all’angolo di un vicolo, si respirano più silenzio e sacralità che non in una immensa cattedrale visitata da milioni di turisti. Nei Dojo avviene la stessa cosa. Non sono né la dimensione né il rispetto assoluto delle regole che lo rendono un luogo differente. Dojo «il luogo dove si pratica la via», è un’alchimia tra il luogo, il modo in cui è allestito, l’atmosfera che vi regna. Non basta che il Dojo sia bello, benché un tokonoma con una calligrafia montata su kakejiku, un ikebana, creino un ambiente, è necessario che esso sia pieno e vivo dei suoi praticanti!L’architetto Charlotte Perriand ha fatto questa considerazione a proposito della casa giapponese che «non cerca di apparire, ma di mettere l’uomo in armonia con sé stesso»(5).È una bella definizione che si può perfettamente applicare alla nozione di Dojo. Mettere l’essere umano in armonia con sé stesso e quindi con la natura di cui facciamo parte. Non appena si entra nel dojo, lo si deve sentire subito. Le persone spesso restano per un breve istante come in sospeso, anche i semplici visitatori. È istintivo.L’attività che regna nel Dojo è anche un aspetto essenziale. Si ha la possibilità di occuparsi della totalità degli aspetti della vita. I membri fanno la contabilità, i lavori, le pulizie…A proposito delle pulizie del Dojo Tamura Sensei diceva: «Questa pulizia non concerne solamente il Dojo di per sé stesso, ma anche il praticante che, tramite questo gesto, compie una pulizia in profondità del proprio essere. Il che significa che anche se il Dojo sembra pulito, bisogna comunque pulirlo ancora e ancora.»(6) Il sinologo J.F. Billeter parla di «attività pulita» quando l’attività umana diventa l’arte di nutrire la vita in se stessi. Ciò faceva parte delle ricerche degli antichi Taoisti cinesi. Per noi, nel XXI secolo, si tratta ancora di riappropriarsi dell’attività umana, di rimettersi in relazione con essa non come una cosa separata dalla nostra vita, che ci consente di guadagnare denaro e aspettare le vacanze, ma come un’attività totale. Una partecipazione di tutto l’essere all’attività. Il lavoro dei membri ad un’opera comune nel proprio Dojo permette loro anche di appropriarsene, non come di una proprietà, ma nel vero senso di un bene comune: «ciò che è di tutti è mio», e non «è di tutti, quindi di nessuno, e me ne frego». Per questo rovesciamento di prospettiva a volte ci vuole del tempo. Non lo si può apprendere con le parole o con delle regole rigide. Si scopre e bisogna sentirlo da sé.A volte mi viene detto: «Al Dojo è possibile, ma al lavoro o a casa è impossibile». Non ne sono così sicura. Se quanto si è approfondito al Dojo è sufficiente, allora si sarà capaci di portarlo altrove. O Sensei Ueshiba diceva: «il Dojo è là dove io sono».Forse non rivoluzioneremo il mondo in un colpo solo, certo, ma ogni volta che reagiremo differentemente il mondo intorno a noi cambierà. Ogni volta che saremo capaci di ritrovare il nostro centro e di respirare profondamente le cose cambieranno. Tutti i nostri problemi si risolveranno, ma noi li vivremo in maniera differente, allora anche la nostra realtà sarà diversa.Un luogo vuoto ben pieno
Non avere soldi è un vantaggio
Per Musashi Miyamoto tutto può essere un vantaggio. Nel momento di un combattimento avere il sole alle spalle può essere un vantaggio, se il nemico ha il sole alle spalle e pensa di essere avvantaggiato, è un vantaggio. Perché tutto dipende dall’individuo, da come si orienta. A volte anche non avere soldi è un vantaggio, perché allora non abbiamo altra soluzione che quella di creare, di inventare delle soluzioni. È quindi possibile creare dei Dojo senza sovvenzioni, interamente dedicati a una o due pratiche, ciò che a priori era impossibile diventa realtà.A volte la difficoltà ci stimola a creare ciò che ci è indispensabile. Nell’essere inquilino, nell’essere volontario, nel fare da soli, nel non cercare la perfezione ma la soddisfazione interiore. Ascoltando le proprie esigenze interiori e non gli uccelli del malaugurio che vi dicono che non funzionerà ancor prima di aver iniziato.Temporaneo? Come tutto ciò che vive sulla terra, sì, ma di un temporaneo vissuto pienamente nell’istante. Vivere intensamente, seguire il proprio cammino, non è una cosa «facile». Ma i poeti ci hanno già dato dei consigli, come R.M. Rilke: «Sappiamo poco, ma che dobbiamo attenerci al difficile è una certezza che non ci deve abbandonare.»(7)Costruire tutto accettando l’instabilità, lavorare per essere soddisfatti e non per uno stipendio o per la fama, ecco dei valori che vanno piuttosto in senso contrario rispetto alla nostra società del piacere immediato, del consumo come compensazione alla noia. Se oggi non ci sono più necessariamente, nella nostra società, delle lotte per la sopravvivenza, c’è sempre una lotta per avere sempre di più. Una felicità di facciata, una vita messa in scena, che viene esibita sui nostri social network. Come hanno teorizzato i situazionisti della fine degli anni Sessanta, ciò che viene direttamente vissuto scompare in una rappresentazione, la vita diventa quindi un accumulo di spettacoli, fino al suo parossismo, in cui la realtà si inverte: la rappresentazione della nostra vita diviene più importante del nostro vissuto reale. Come diceva Guy Debord «Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso.»(8)In un Dojo si lavora per riallacciarci con il vero che persevera in noiÈ esattamente nello stesso senso che va la pratica del Katsugen Undo, che permette il risveglio delle capacità del corpo. Il risveglio della vita, della nostra natura profonda. Allora la realtà non è più un’oppressione che ci impedisce di fare ciò che vogliamo della nostra vita, ma tutto al contrario, è la percezione sottile della realtà che ci mostra che tutto dipende da noi, dalla nostra orientazione. Il fondatore del Katsugen Undo, Noguchi Haruchika Sensei, scrive alcune riflessioni a proposito dell’opera di Chuang-Tzu. Queste riflessioni sono di grande interesse e io non resisto a terminare questo articolo utilizzando le voci intercalate di questi due pensatori:«Chuang-Tzu ha visto come un tutto unico i contrari di bene e male, di bellezza e bruttezza, e dell’utile e dell’inutile, e per lui la vita e la morte erano anche un tutto unico, quello che nasce muore e quello che cessa di esistere torna in vita. “La vita sorge dalla morte e la morte sorge dalla vita” ha scritto.»«Quando Tsu-Yu contrasse una malattia paralizzante, Tsu-Szu andò a trovarlo e gli chiese: “Pensi che il tuo destino sia spiacevole?” La risposta di Tsu-Yu fu sorprendente: “Perché dovrei trovarlo spiacevole? Se si sono prodotti dei cambiamenti e il mio braccio sinistro si trasforma in un gallo, lo userò per annunciare l’alba. Se la mia spalla destra è trasformata in un proiettile, la userò per abbattere un piccione da arrostire. Se i miei glutei diventano ruote di carro e il mio spirito un cavallo, viaggerò grazie a loro. Allora non avrei bisogno di altro veicolo che me stesso – sarebbe meraviglioso!” […]Questa è la strada che Chuang-Tzu percorre. Nella sua attitudine – che qualsiasi cosa accada, è appropriata, e che quando qualcosa accade, vai avanti e affermi la realtà – non vi è nessuna traccia della rassegnazione che si trova nel sottostare al destino. La sua affermazione della realtà non è altro che l’affermazione della realtà. La dignità di quest’uomo è espressa dalle sole parole di Lin Chi: “Ovunque tu sia, sii padrone”.»(9)Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:
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Articolo di Manon Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n 24) nel mese di april del 2019.Note:1. e 2. Itsuo Tsuda, C?ur de Ciel Pur, Éditions Le Courrier du Livre, 2014, p.86 e p.113.3. Jacques Brel, 1958.4. Yann Allegret, À l’affût du moment juste, KarateBushido 1402, février 2014. Traduzione e adattamento Scuola Itsuo Tsuda, Alla ricerca del momento giusto, New Martial Hero Magazine, aprile-giugno 2014.5. Mona Chollet, Chez soi. Une odyssée de l’espace domestique, Edition La découverte 2015 p.311.6. Noboyoshi Tamura, Aikido, Les presses de l’AGEP, 1986, p.19.7. Rainer-Maria Rilke Lettere ad un giovane poeta Adelphi 1997 p. 48.8. Guy Debord, La Società dello Spettacolo Baldini-Castoldi 2017 p 66.9. Haruchika Noguchi sur Tchouang-Tseu edition Zensei, traduzione Scuola Itsuo Tsuda Chuang-Tzu https://www.ecole-itsuo-tsuda.org/it/noguchi-sur-tchouang-tseu-3/FotoJérémie Logeay, Paul Bernas, Anna Frigo
Ho scoperto tardi di essere una «ragazza». Certo lo sapevo, ma non aveva nessuna importanza, nessun impatto sulla mia vita, sui miei rapporti e sulla mia pratica dell’Aikido. Non avevo coscienza, al contrario della maggior parte delle mie concittadine, di essere «una ragazza» prima di essere un «individuo». Ciò che spiega in parte il fatto di essere cresciuta al di fuori di questi schemi onnipresenti è che non sono mai andata a scuola. I miei genitori avevano scelto una strada diversa, era una decisione rivoluzionaria, si trattava di una non sottomissione alla scuola «obbligatoria» come ne parla Catherine Baker nel suo libro (1)…
Certo questa formattazione delle donne non avviene solo nell’ambiente scolastico, ma anche con la famiglia, le frequentazioni, i media e la cultura in generale. In una famiglia è sempre alle bambine che si dice che sono “così carine, così graziose”. Che si tratti di un Keikogi di judo o di un tutù rosa, la si veste come fosse una bambolina. È così comune, così scontato, “come il naso in mezzo al viso”(2), che non lo vediamo più come un problema. Che male c’è a fare un complimento a una bambina, o a un neonato, sugli abiti, i suoi riccioli o il suo sorriso? Ebbene, è proprio per l’importanza odierna attribuita alla bellezza e all’apparire che s’impara nella prima infanzia e che marchia indelebilmente. È con tutte queste osservazioni, questi giocattoli rosa e questi sorrisi, che si insegna alle future donne il loro ruolo tradizionale: piacere e provare piacere a piacere. L’autrice Mona Chollet lo descrive così: “Le conseguenze di questa alienazione [per le donne] sono lungi dal limitarsi ad essere una perdita di tempo, di soldi e di energia. La paura di non piacere, di non corrispondere alle aspettative, la sottomissione al giudizio esterno, la certezza di non essere mai abbastanza degne da meritare l’amore e l’attenzione degli altri traducono e amplificano allo stesso tempo un’insicurezza psichica e una autosvalutazione che estendono il loro effetto a tutti gli ambiti della vita delle donne.”(3)
Per quanto mi riguarda, essendo sfuggita a questa situazione nella mia prima infanzia, l’ho scoperta solo nell’adolescenza, rendendomi conto con stupore che mi si vedeva e mi si parlava prima di tutto come a “una ragazza”! Ovviamente mi era insopportabile e mi sono ribellata, come altre donne, contro questo trattamento. Purtroppo nessuno può sfuggire completamente a una cultura, a una società, ne faccio parte e questo riguardava anche me. Certo la situazione delle donne occidentali non si può paragonare a quella di altri paesi in cui le donne non hanno alcun diritto. Cionondimeno, è una ragione per non continuare ad evolvere? Poiché se le donne soffrono di questa situazione, che loro stesse perpetuano educando instancabilmente le proprie figlie e i propri figli a riprodurre gli stessi schemi, è l’umanità intera ad essere perdente in questo disequilibrio. Se gli uomini possono essere considerati come degli “oppressori” penso che sono le donne che hanno in mano le chiavi per fare uscire la nostra società da questo vicolo cieco. Questa frase di Kobayashi Sensei, “la libertà si esprime muovendosi là dove è possibile”, (4) mi sostiene nel pensiero che sta alle donne esercitare la propria libertà. Sta a noi non riprodurre eternamente questa storia. Ed è rispetto a questo, esattamente a questo che, per me, il tema si ricollega a quello dell’Aikido.
Aikido, una terza via
L’Aikido può essere una risposta a questo vicolo cieco del “combattere o sottomettersi” che incontrano le donne. Perché l’Aikido è un’arte marziale in cui non c’entra il combattimento. Possiamo osare il termine Non-Arte Marziale? Sono molti i maestri e i grandi esperti che lo ripetono (ancora recentemente Steve Magson, allievo di Chiba Kazou Sensei su Aikido Journal): è ridicolo fare la domanda sull'”efficacia” dell’Aikido in un “vero combattimento”. Non vuole dire nulla (ciò non vuol dire che si debbano fare cose senza senso, ovviamente). Ma se un esperto di un alto livello marziale può scrivere questo senza che si dubiti del valore di ciò che fa in Aikido, una donna che dice la stessa cosa sarà subito sospettata di non essere all’altezza, di non essere abbastanza capace. Tuttavia l’argomento riguarda proprio le donne, perché ci confrontiamo sempre aspramente con la questione del combattimento come situazione dualista, anche se non si tratta di battersi a pugni, ma di un combattimento sociale e culturale. Inoltre siamo dalla nascita delle potenziali vittime di violenze. Forse ne sfuggiremo, ma allora saremo l’eccezione. Tutte le donne vivono sapendosi vittime un giorno o l’altro. Quando vogliamo esprimerci, esercitare un mestiere, siamo sempre obbligate a dimostrare il nostro valore, il nostro diritto ad essere nel posto in cui siamo, per tutta la vita. Ed è proprio l’Aikido a uscire completamente da questo schema! Non ci sarà né vincitore, né vinto. L’Aikido è come un’altra dimensione in cui i nostri valori non contano più. Se è vissuto in un certo modo può essere uno strumento per praticare, da essere umano a essere umano, senza distinzione. Régis Soavi Sensei dice dell’Aikido che “è una scuola di vita, una scuola che risveglia la vita di coloro che lo praticano. Lungi dall’essere una corda in più al nostro arco, è qui per rimettere in discussione le false convinzioni e i sotterfugi che ci propone la nostra società.”(5). Mi sembra che anche Cognard Sensei vada in questo senso quando parla di un rituale Aiki, che potrà cambiarci al punto da superare la storia che legittima la violenza da secoli. È un peccato che le donne non s’impadroniscano di più di questo strumento, di quest’arte, per uscire dalla loro sottomissione, senza scimmiottare gli uomini di potere, bensì prendendo una terza via. Là dove nessuno le aspetta. Questa direzione mi accompagna dall’infanzia, ovviamente facendo un percorso fuori dal sistema scolastico, ma anche praticando l’Aikido da quando avevo sei anni. Non dico che riesco sempre a trovare la strada, ma ci lavoro. Ogni giorno mi ripropongo di allenarmi a prendere un’altra strada, a uscire dalle situazioni in un altro modo. Pratico avendo come maestro mio padre. È una fortuna e allo stesso tempo non è facile. L’ho sempre visto davanti a me, su questo cammino. È da tanto tempo su questa strada, già da prima che nascessi, a volte ho avuto l’impressione che fosse un orizzonte insuperabile in Aikido. Con benevolenza, ma con un’incredibile fermezza, mi ha guidata, tenuta per mano, senza concessioni, ma lasciando lavorare il tempo. Oggi cammino affianco a lui, insegno anch’io l’Aikido… e capisco meglio la mia fortuna. Vorrei incitare altre donne (senza escludere ovviamente gli uomini) a praticare quest’arte nello spirito che conosco, quello della Scuola Itsuo Tsuda. E a praticare abbastanza a lungo, perché c’è bisogno di tempo, non possiamo cambiare una cultura in qualche anno. Possiamo acquisire qualche tecnica, forse un po’ di fiducia in se stessi. Per orientarsi veramente in modo diverso ce ne vorrà di più. Il primo passo è la pratica quotidiana, almeno regolare, che ci riporta a noi stessi. Scrivendo su un soggetto in apparenza completamente diverso (la calligrafia), il sinologo J.F. Billeter ce ne dà una testimonianza di una chiarezza ammirabile con delle osservazioni riscontrabili anche nella pratica dell’Aikido: “Nel mondo attuale, l’esercizio ci riporta a noi stessi ridandoci il gusto del gesto gratuito. Dettata dalle macchine, la nostra attività quotidiana si riduce sempre di più a dei movimenti programmati, frutto di addestramento, compiuti nell’indifferenza, senza la partecipazione dell’immaginazione, né della sensibilità. La pratica rimedia a questa atrofia del gesto, risvegliando le nostre capacità intorpidite. Ci ridà il gusto del gioco, richiama alla vita delle attitudini che, anche se non immediatamente “utili”, non sono meno essenziali. Siccome è il più evoluto tra gli animali, l’uomo ha bisogno di giocare di più di qualsiasi altra specie per salvaguardare il proprio equilibrio. L’esercizio modifica anche la nostra percezione del tempo. Nella vita quotidiana, ritorniamo ininterrottamente al passato e ci proiettiamo nell’avvenire, saltiamo dall’uno all’altro senza poterci fermare nel momento presente. Per questo motivo siamo perseguitati dal sentimento che il presente ci sfugga. Facendoci coincidere con noi stessi, l’esercizio al contrario sospende la fuga del tempo. Quando maneggiamo il pennello, il momento presente sembra staccarsi dalla catena che lo legava al passato e al futuro. Assorbe in sé tutta la durata. Si amplifica e si trasforma in un vasto spazio di tranquillità. Non è più sottomesso allo scorrere del tempo, ma entra in risonanza con i momenti della stessa natura di cui abbiamo fatto l’esperienza ieri, l’altro ieri e i giorni precedenti. Questi momenti si susseguono, creano una continuità differente, una specie di grande viale maestoso che attraversa il tempo disordinato delle nostre occupazioni quotidiane. La nostra vita tende a riorganizzarsi intorno a questo nuovo perno e l’incoerenza delle nostre attività esterne smette di infastidirci. L’esercizio quotidiano adempie la funzione di un rito.”(6)
Ritrovare la sensazione
Perché siamo arrivati a questo punto? Secondo Tsuda Sensei è la tendenza del mondo di oggi che tende a privilegiare l’ipertrofia cerebrale e il volontarismo a discapito di ciò che è vivo, egli diceva: “Non rifiuto di capire il carattere essenziale della civiltà occidentale: è una sfida del cervello umano all’ordine del mondo, uno sforzo della volontà per fare indietreggiare i limiti del possibile. Che si tratti di sviluppo industriale, di medicina o delle Olimpiadi, questo carattere predomina. È un’aggressione contro la natura. L’uomo superbo agisce, pur senza saperlo, contro natura. La vita patisce, a scapito delle nostre conoscenze e dei nostri averi accresciuti.” (7) Ed è proprio questo il problema. Ci distacchiamo dalle nostre sensazioni, dalla sensazione di ciò che c’è di vivo in noi. Le donne si lasciano coinvolgere in situazioni non adeguate a loro, anche perché non percepiscono più la propria natura profonda. Troppo occupate a riuscire e a combattere, il loro istinto, che dovrebbe badare alla loro vita, non reagisce più. Si è atrofizzato. Anche con i propri bambini le donne di oggi hanno difficoltà a sentire, a sapere cosa fare e fanno appello alla scienza e ai libri affinché dicano loro come agire. Ascoltare il proprio neonato e ascoltare la propria intuizione, è superato, è arcaico! E dopo secoli in cui essere madre era il solo orizzonte delle donne rispettabili, oggi siamo riusciti a invertire l’ordine. Oggi se si è “solo” mamma a tempo pieno è patetico! Che progresso! Anche in questo caso l’Aikido ci rimette di fronte alle nostre sensazioni. Non possiamo calcolare un movimento intellettualmente. Quando arriva un attacco bisogna muoversi, è troppo tardi per pensare. Bisogna sentire il proprio partner per potersi muovere nel modo giusto, adeguato. Spesso siamo (uomo o donna) come la famosa tazza troppo piena di cui parla lo Zen, che trabocca se si aggiunge del tè. Siamo troppo agitati e pieni di noi stessi per percepire l’altro. Non parliamo neanche di capirlo! È anche il senso del Non-fare di cui parlava Tsuda Sensei. Ci vuole il vuoto, bisogna cominciare dall’ascolto. Le donne per prime dovrebbero cominciare dall’ascoltare se stesse. L’ascolto del loro corpo nell’Aikido tutti i giorni è una riscrittura del loro vissuto. Rimparare a darsi fiducia, ritrovare la fiducia in ciò che dice il loro corpo. Hino Sensei fa la stessa constatazione, parla dell’essere umano diventato “insensibile e incapace”(8). Deplora la flagrante mancanza di percezione di ciò che succede nell’altro. Che gli si prenda il polso o che si discuta con lui, la sensazione è scollegata. L’intuizione non funziona più. Ci si accontenta di un “Ciao, come va? – Bene, e tu?”, che superficialità! Se si è sensibili basta a volte uno sguardo, una respirazione per sentire l’altro, per sapere se è contento o triste, se si è svegliato male o se è in forma. Ma a forza di rapporti stereotipati si perdono di vista i veri rapporti umani. Anche su questo alcuni maestri ci hanno lasciato delle indicazioni per ricollegarci con noi stessi. Tsuda Sensei parlava dell’intuizione e dell’autenticità dei rapporti con il proprio figlio. Poiché se nella ricerca di sensazioni e di esperienze intense, alcuni praticanti di arti marziali fantasticano sugli Uchideshi dei maestri del passato, sulle esperienze che si possono vivere sotto una cascata gelida, sulla disponibilità totale per un maestro ecc., c’è un’esperienza estrema che una donna può attraversare, un’esperienza di vita simile a quella di cui parla Noro Sensei che è stato Otomo di Ueshiba Morihei. Ne sono testimone, assomiglia molto a questo: “Se dorme, bisogna vegliare sul suo sonno. Se si sveglia la notte, bisogna essere pronti a rispondere a ciò di cui ha bisogno. Se si annoia, dovete distrarlo. Se si ammala, bisogna occuparsi di lui. Bisogna preparargli il bagno, i pranzi e sbarazzare tutto non appena cambia attività. [?] Si tratta ovviamente di adattarsi e anche di diventare capace di anticipare i desideri molto precisi così da poter essere notte e giorno, sveglio o no, in armonia totale.” (9) In armonia totale con chi? Con il proprio neonato certo se si tratta di una madre o di un padre! Ma perché scegliere un tale trattamento? Visto che esistono talmente tante soluzioni per sollevarci dal peso di avere un bambino. Assomiglia a una schiavitù! Tuttavia, per coloro che vivono quest’esperienza di una comunicazione senza parole, unica, con un altro essere umano, è un insegnamento inestimabile. È probabilmente la realizzazione di questo stato di fusione con l’altro che permetteva l’autentica trasmissione di un maestro, la trasmissione dello spirito di un’arte. Quest’intensità di vita è ricercata dai praticanti di arti marziali! Purtroppo quando si tratta di una donna che la vive con il suo bambino questa è relegata al livello di compito domestico, che può fare qualunque baby-sitter mal pagata. Tsuda Sensei parlava dell’infanzia come del solo ambito in cui si poteva ancora fare un’esperienza che può sembrare impossibile. Diceva anche che “sapersi occupare di un neonato [era] l’apice delle arti marziali”! Anche in questo caso, se le donne se ne rendessero conto, realizzerebbero tutto il potenziale della forza nascosta che hanno? Smetteremmo, allora, di cercare di assimilarsi agli uomini come unica via di realizzazione?
Vivere in questo mondo, pur essendo in un altro
Se il ruolo della nostra pratica è l’evoluzione umana, penso che il Dojo ne sia lo scrigno. Un dojo può essere un microcosmo dove abbandoniamo le nostre convenzioni sociali, anche se solo temporaneamente. Tsuda Sensei attraverso i suoi libri e le sue calligrafie ci incita a rimettere in discussione l’ordine stabilito, a scavare al di là dell’organizzazione sociale. Se pratichiamo in una certa direzione, possiamo dimenticare con chi pratichiamo. Se, e solamente se, lasciamo fuori dalla porta i nostri riflessi sociali. Ovviamente è molto difficile all’inizio non portare tutto il proprio bagaglio. È altrettanto difficile per gli uomini che per le donne dimenticare ciò che sono diventati in questo mondo per concentrarsi su ciò che sono interiormente, prima di ogni distinzione di sesso, colore, età, denaro, cultura, ecc. Cercare in noi questa umanità comune richiede di passare attraverso un atto volontario di uscire dagli schemi. Il Dojo, l’ambiente di serenità e di concentrazione che vi regna (che non può trovarsi in una palestra), il sentimento di un dojo intangibile, tutto ciò ci mette in un certo stato d’animo. Lo svolgimento della seduta, con la sua prima parte di movimenti individuali che riporta la respirazione al centro, poi il lavoro con un partner, l’armonizzazione delle respirazioni, l’attenzione alla sensazione. Un insieme che consente al dojo di essere un po’ “fuori” dal mondo, che ci incita a lasciare per passare ad un altro stato durante la pratica. Ivan Illich parla di questo stato di coscienza dicendo: “Non voglio niente tra te e me. [Ho] paura delle cose che potrebbero impedirmi di essere in contatto con te.”(10) In un dojo, spazziamo via queste cose, le convenzioni, le paure che si mettono tra noi e l’altro. Non si tratta di abbandonare la nostra cultura, no, semplicemente di abbandonare le manifestazioni dell’essere sociale per ritrovarci gli uni con gli altri per camminare insieme. Per fare questo, abbiamo bisogno che le donne si risveglino e escano dall’ombra.
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Articolo di Manon Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 22) nel mese di ottobre del 2018.
Note: 1) C.Baker Les cahiers au feu Éd.Barrault, 1988 2) Modo di dire francese. 3) M.Chollet Beauté fatale, Les nouveaux visages d’une aliénation féminine Éd. La Découverte, p.8 4) A.Cognard Rituel et Symbole Dragon Magazine Spécial Aïkido n°19, gen. 2018, p. 22 5) R.Soavi Mémoire d’un Aïkidoka Dragon Magazine Spécial Aïkido n°19, gen. 2018, p. 60 6) J.F.Billeter Essai sur l’art chinois de l’écriture et ses fondements Éd.Allia, 2010, p. 164 7) Itsuo Tsuda, Même si je ne pense pas Je Suis, Le Courrier du Livre 1981, p. 13. 8) H.Akira Don’t think, listen to the body! 2017, p. 226 9) P.Fissier Chroniques de Noro Masamichi Dragon Magazine Spécial Aïkido n°12 p.77 10) I.Illich Mythologie occidentale et critique du “capitalisme des biens non tangibles” Intervista con Jean-Marie Domenach nella serie “Un certain regard” – 19/03/1972.