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Contemplare il suono del mondo

Di Manon Soavi

Quando si evoca la padronanza di sé, la prima immagine che viene in mente è, generalmente, quella di un’elevazione dell’individuo verso la padronanza, verso la calma inalterabile. Colui che è padrone di se stesso è un individuo distaccato, che domina le sue passioni e le sue emozioni un po’ come si domina la natura e gli esseri subalterni. Visto così, la padronanza di sé è un’idea influenzata dalla filosofia Kantiana: l’uomo, distaccato dal mondo, liberato dai lacci che lo intralciano, non è più raggiunto dalle emozioni e diviene il proprio “ ideale di libertà” non sente più, né se stesso, né il mondo circostante. In Occidente, la nostra filosofia, la nostra storia e le nostre religioni ci portano a considerare in tal modo la padronanza di sé. Del resto noi educhiamo i bambini a mantenere il controllo con la volontà e quelli che non ci riescono sono considerati deboli. L’ideale guerresco che impregna profondamente la nostra cultura non contempla altra scelta che essere dominante o dominato qualunque sia il soggetto.

Io sono totalmente d’accordo con il fatto che Heijoshin, la padronanza di sé o calma interiore, è una cosa fondamentale, non solo nella pratica di un’arte marziale ma anche nella vita in generale. Ma io prendo in considerazione un altro percorso per far affiorare questo stato di Heijoshin. Al pari del coraggio che non è l’assenza di paura, Heijoshin non può essere nemmeno l’assenza di emozioni e di sensazioni.

Manon Soavi

Il ritorno alla radice

Quest’altro percorso può essere definito un percorso inverso, o un ritorno alla radice. È una discesa nelle profondità dell’umano, verso l’oscuro. Un viaggio che ci collega a noi stessi e alla nostra sensibilità e, poiché ci posiziona nell’universo, ci centra su noi stessi in connessione con la vita intorno. La padronanza di sé non è quindi una questione di controllo, un “potere” su se stessi o sugli altri, ma la riscoperta del “ potere interiore”, come l’ha teorizzato l’autrice Starhawk.1 Starhawk, Rêver l’obscur – Femmes, magie et politique, Éditions Cambourakis, 2016, inedito in italiano. Titolo originale: Dreaming The Dark: Magic, Sex, and Politics. (Boston, Beacon Press, 1982, 1988. 1997) In tal modo, ricercare Heijoshin non è tenere a distanza chi ci perturba, gli altri, ecc., ma piuttosto accettare le interdipendenze della vita e “plasmarle” attraverso l’esperienza fisica della sensazione.

L’Aikido, al di là della marzialità sempre presente, è una pratica del corpo che ci porta a questa attenzione verso il reale mediante un apprendimento attraverso il corpo. Viviamo e sperimentiamo direttamente quello che ci attraversa e cerchiamo come restare centrati. Ueshiba O’ sensei diceva “ Io sono il centro dell’Universo “, io l’intendo nel senso non-dualista dove non c’è opposizione tra me, piccolo individuo, e il mondo immenso, io sono il centro perché il mondo è il centro. Tsuda sensei affronta spesso la questione della calma interiore nei suoi libri, come in questo passaggio:

Calligraphie de Itsuo Tsuda “Unis ton souffle dans l’indifférencié”

“La soluzione dualista è come se si cacciasse una nuvola nera con un’altra nuvola nera. Questa soluzione è valida nella misura in cui ciò non porti altre nuvole di rinforzo da una parte all’altra finendo per oscurare il cielo intero. La soluzione non dualista consiste nel vedere che al di sopra delle nuvole, c’è il cielo blu. Vedere il cielo blu là dove non c’è, è impossibile. È folle.”2Itsuo Tsuda, Le dialogue du silence, Éditions Le Courrier du Livre, 1969, p.16

Altri hanno espresso la necessità di sentire quello che ci lega, non come degli ostacoli, ma al contrario come la capacità di “ Sentire la vita in ogni cosa” come ha detto Hiroyuki Noguchi e anche Lao-tzu “Raggiungendo un vuoto estremo e conservando una rigorosa tranquillità, mentre i diecimila esseri tutti insieme si dibattono attivamente, io contemplo il loro ritorno (nel nulla). Infatti gli esseri fioriscono e (poi) ognuno torna alla propria radice. Tornare alla propria radice si chiama la tranquillità.”3 Lao-tzu, Tao tê ching, Adelphi, p. 57. Questa tranquillità interiore non è un’idea New age, o un Bobo4Contrazione di bourgeois-bohéme, che si potrebbe tradurre con “radical chic” ma in modo poco soddisfacente perché si fa riferimento a epoche storiche e gruppi sociali non equivalenti. ecologista che va a ricaricarsi per una mezza giornata nella foresta. Non si tratta di essere sempre “cool”. È qualcosa di concreto che si scopre attraverso la pratica e l’approfondimento della respirazione.

Percepire la realtà

L’essere umano davanti alla realtà tende a dibattersi, assalito dal sentimento d’ingiustizia o a sottomettersi, sopraffatto dallo scoraggiamento. Alcuni vogliono anche controllare tutto, ma è veramente possibile? Peraltro, guardare in faccia la realtà non è così facile come si pensa, anche se ci s’immagina che tutti lo facciano. Spesso, ci si fa un proprio “film” alimentando una visione ristretta della realtà, una visione emotivamente distorta.

Gli antichi Taoisti non si sbagliavano, non dando per scontata questa capacità, avevano una pratica per coltivare la percezione del mondo che si chiamava mingxin “oscurare il cuore”.

Mingxin fa riferimento alle ore del crepuscolo, questi momenti magici che precedono il sorgere e il calare del sole. In questi momenti la luce si propaga in modo omogeneo e offre una visione uniforme su tutto quello che ci circonda. I contorni si cancellano e si vedono le cose come sono, senza ulteriori giudizi emotivi. Oscurare il cuore è mettersi in questa disposizione, questo vuoto della mente per sentire-vedere la realtà e lasciare agire il Non-Fare.

Tsuda sensei ne parlava così, a proposito del Katsugen undo (Movimento rigeneratore) che “ha per scopo, precisamente, di mettere a tacere queste persone la cui testa ribolle di idee spesso eteroclite e confuse per introdurle nell’universo delle sensazioni. I criteri di giudizio abituali come la bellezza fisica, i dettagli dell’abbigliamento, le capacità intellettuali, economiche, le classi sociali, ecc., devono lasciare il posto a qualche cosa di più intrinseco: la velocità biologica attraverso la respirazione. […] Com’è diventata difficile questa spoliazione al giorno d’oggi! Ci si circonda di spessi strati di facciate per proteggersi nei confronti degli altri: l’arroganza, la possessività, lo snobismo per distinguersi dagli altri, la familiarità supplichevole, il bisogno di tenerezza, l‘eccentricità per attirare l’attenzione, l’aggressività, l’adorazione, la voglia di dominare, ecc. È difficile enumerare tutti questi tratti che si notano negli altri e di cui non ci rendiamo conto in noi stessi. La vita viene soffocata.”5 Itsuo Tsuda, Uno, Yume Editions, 2020, p. 100-101.

Piuttosto che lasciare soffocare la vita dentro di noi, possiamo lasciarle spazio, darle la priorità sul resto. La pratica del Katsugen undo è un mezzo. Analogamente i brevi momenti di meditazioni quotidiane inclusi nella pratica respiratoria che inizia tutte le nostre sedute d’Aikido possono essere avvicinati a mingxin. La mattina presto, nella calma del dojo, il cuore si calma, la respirazione scende. Non siamo più in lotta per la padronanza, è un momento privilegiato dove possiamo integrare la realtà con più calma e sentire il fatto di essere il centro dell’universo.

Mio padre Régis Soavi, allievo di Tsuda sensei, che continua il suo insegnamento da cinquant’anni, è anche il mio sensei di Aikido. La mia educazione con un padre insegnante di Aikido, di spirito libertario, femminista ante litteram e grande appassionato di Chuang-tzu è consistita piuttosto nel lavorare sulla coscienza della realtà così com’è: non controllabile. Mi ha trasmesso il concetto che è il nostro posizionamento interiore che cambia, non “ La Realtà” in sé ma il punto da cui interagiamo con essa, che di ritorno cambia la realtà che ci circonda. E’ l’azione del Non-Fare o Non-Agire, questo “ regime d’azione” come lo chiama il sinologo Jean-Francois Billeter, così difficile da capire per gli Occidentali. Svuotarsi dei nostri giudizi, delle nostre idee preconcette, e ritrovare la calma interiore che è in noi ma che noi dimentichiamo, spesso troppo agitati e inquieti.
Allora, curiosamente, appaiono delle possibilità di azione insospettate.

La sensazione, la nostra bussola

Se la padronanza di sé non è la trascendenza del corpo tramite la mente, né la separazione e l’insensibilità, è evidente che non si tratta per questo di essere schiacciati dalle emozioni e dalle sensazioni. Al contrario, si tratta di accettarle come componenti della vita, di sentirle e di lasciarle circolare per mantenere la calma interiore. Nella pratica dell’Aikido è molto evidente, quando ci lasciamo sopraffare dalla paura, dalla volontà di prevalere o da altre emozioni. Con la pratica sentiamo immediatamente che abbiamo perduto questa calma, non siamo più “ vuoti “ anche se la nostra padronanza tecnica ci consente di superare l’attacco.

Lontana dall’idea di padronanza tecnica o di controllo per “ gestire la realtà”, la filosofia del Tao va nella stessa direzione, valorizzando l’intuizione, il vuoto mentale e le capacità di adattamento che permettono di armonizzarsi con la situazione “Se capiamo il modo per armonizzare, il corpo sarà tranquillo e se il corpo è tranquillo, il mondo sarà in ordine. È come la risposta di un’eco. Ecco perché se siamo capaci di raggiungere un istante di purezza e di armonia, sarà allora un istante di vera Virtù [o Regime d’azione] efficace.”6 Esposito Monica, La Porte du dragon, thèse de doctorat. Université Paris VII, 1993, p. 345.

Io ne ho fatta l’esperienza in quanto concertista per più di dieci anni. Se avevo paura per tutta la durata del concerto, anche quando la mia esecuzione era corretta ed ero sufficientemente padrona di me esteriormente, la mia interpretazione ne risentiva, e i miei familiari, tra il pubblico, avvertivano il mio stress e non potevano godersi il concerto. Se non ci fosse stata nessuna posta in gioco, nessuno stress, potevo essere deconcentrata e fare degli stupidi errori. Invece, quando arrivavo a essere realmente calma dentro di me, con una leggera ansia da palcoscenico necessaria per avere la concentrazione e la tenuta durante il concerto, la mia percezione e quella delle persone a me più vicine era del tutto differente, “il mondo era in ordine”.

La scena

E’ stato durante gli anni in cui sono stata pianista concertista che ho fatto le esperienze più rivelatrici sulla padronanza di sé. Al di là della padronanza tecnica o della conoscenza dell’opera che si esegue, l’esperienza della scena è abbastanza paradossale. Tutto è preparato ed elaborato, da mesi a volte, eppure la parte dell’imprevisto rimane fondamentale. Durante i miei studi di musica mi sono specializzata nell’accompagnamento di cantanti e nella musica da camera, ambiti in cui alla fine la cosa più importante è l’attimo e la coordinazione con gli altri musicisti. È innegabile che a un uguale livello pianistico, è la mia capacità a fondermi con gli altri che è stata apprezzata dai miei colleghi. Io non ero solamente attenta ad essere coordinata con gli altri, i miei colleghi avevano l’impressione che io anticipassi quello che sarebbe successo. Io so che questa capacità viene dalla mia pratica dell’Aikido da quando avevo sei anni e dalla ricerca di armonizzazione con il partner.
La mia calma interiore mi permetteva di restare aperta, di percepire quello che stava accadendo all’esterno senza essere invasa dalle emozioni. Le sentivo ma non ne ero perturbata. La maggior parte del tempo almeno!

Manon Soavi au piano

Alcune esperienze sono state più forti di altre. Quelle di un concerto riuscito in una bella sala sono evidentemente molto forti, ma riguardo la padronanza di sé ci sono spesso le esperienze precarie che sono rivelatrici di ciò che siamo capaci di fare o no. Come quella volta che ho eseguito dei brani dell’opera Così fan Tutte di Mozart. L’esecuzione era destinata a studenti delle scuole medie, nella palestra dell’istituto. Il “piano” messo a mia disposizione era di fatto una tastiera elettrica appoggiata su dei cavalletti. Ci siamo subito resi conto che per far sì che i cantanti mi sentissero bisognava mettere le casse al massimo volume, ma che in questo modo ero io a sentire a malapena i cantanti. Durante l’esecuzione la tastiera oscillava su i suoi fragili piedi, a tal punto che il grande spartito in equilibrio sul piccolo leggio minacciava di cadere ogni momento. Ho dovuto anche fissare il pedale che, legato solamente con un filo, indietreggiava sul pavimento, allontanandosi sempre più dal mio piede. Altre volte mi è successo che si girassero due pagine dello spartito anziché una, oppure che il cantante stesso saltasse due pagine. In tutte queste circostanze abbastanza catastrofiche per la qualità di un’esecuzione, anche se il mio livello di stress era elevato, non mi agitavo, cercando solo quello che potevo fare per essere di nuovo con gli altri, nel posto giusto al momento giusto. Il tempo si dilatava, come quando si ha un’incidente e ci si vede cadere, ma allo stesso tempo si fa qualcosa per recuperare.

Cambiare lo sguardo

Cambiare lo sguardo non è una cosa ovvia e richiede, oltre il viverlo attraverso una pratica del corpo, di affrontare anche i simboli. Come spiega Carol Christ “ I sistemi simbolici non possono essere semplicemente rifiutati; devono essere sostituiti. Dove non è avvenuta alcuna sostituzione, la mente tornerà a strutture familiari in tempo di crisi, di perplessità o di sconfitta.”7 Carol P. Christ, Reclaim, Éditions Cambourakis, 2016. Ecco perché forse abbiamo bisogno di evocare un’incarnazione diversa da quella del distacco dagli eroi che ci accompagna da diversi secoli.

Una figura come Kannon, colei che “contempla il suono del mondo”, mi sembra a tal fine interessante. Questa Dea molto antica, venerata in India e in Cina sotto altri nomi, è diventata nel tempo una bodhisattva e una dea taoista. Ma rappresenta soprattutto la sopravvivenza di credenze matrifocali8Vedi gli studi di Heide Goettner-Abendroth e di Marija Gimbutas. molto più antiche, in cui rappresentava un principio inclusivo attivo. Nel suo significato originario evocava la capacità di unificazione, l’assenza di dualità tra l’io e il mondo, tra il soggetto e l’oggetto. Così noi siamo allo stesso tempo recettori e diffusori di questa tranquillità.Potrebbe essere inteso in questo senso quello O’sensei Ueshiba diceva “Che gli attaccanti siano uno o più di uno non ha alcuna importanza, io li metto tutti nella mia pancia”.9Itsuo Tsuda, conversazione con Régis Soavi.

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Article de Manon Soavi publié en octobre 2022 dans Yashima #17.

 

 

Notes

  • 1
    Starhawk, Rêver l’obscur – Femmes, magie et politique, Éditions Cambourakis, 2016, inedito in italiano. Titolo originale: Dreaming The Dark: Magic, Sex, and Politics. (Boston, Beacon Press, 1982, 1988. 1997)
  • 2
    Itsuo Tsuda, Le dialogue du silence, Éditions Le Courrier du Livre, 1969, p.16
  • 3
    Lao-tzu, Tao tê ching, Adelphi, p. 57.
  • 4
    Contrazione di bourgeois-bohéme, che si potrebbe tradurre con “radical chic” ma in modo poco soddisfacente perché si fa riferimento a epoche storiche e gruppi sociali non equivalenti.
  • 5
    Itsuo Tsuda, Uno, Yume Editions, 2020, p. 100-101.
  • 6
    Esposito Monica, La Porte du dragon, thèse de doctorat. Université Paris VII, 1993, p. 345.
  • 7
    Carol P. Christ, Reclaim, Éditions Cambourakis, 2016.
  • 8
    Vedi gli studi di Heide Goettner-Abendroth e di Marija Gimbutas.
  • 9
    Itsuo Tsuda, conversazione con Régis Soavi.

Fukiko Sunadomari e le rimosse della storia

di Manon Soavi

Sapevate che Morihei Ueshiba, uno dei più grandi budoka del XX° secolo urlava scontento guardando i suoi allievi praticare:”Nessuno fa Aikido qui! Solo le donne fanno Aikido!”1Henry Kono, « Yin et Yang, moteur de l’Aïkido du fondateur » Entretien par Guillaume Erard, 2008, [online: https://www.guillaumeerard.fr/aikido/entretiens/entretien-avec-henry-kono-yin-et-yang-moteur-de-laikido-du-fondateur]?

Fukiko Sunadomari sensei all’Hombu Dojo, mentre insegna nella sezione femminile, nel 1956. Fonte: www.guillaumeerard.com

Come ha potuto un giapponese con una visione tradizionalista della famiglia e del posto delle donne dire una cosa simile e anche dichiarare che gli uomini erano svantaggiati nell’Aikido a causa del loro utilizzo della forza fisica2Affermazioni riportate da (almeno): * Itsuo Tsuda, La via della spoliazione, Yume Editions, 2016, p. 161 * Virgina Mayhew, « Entretien » avec Susan Perry, Aikido Today, 1991 * Miyako Fujitani, « I am glad I have Aikido », Magazine of Traditional Budo, n. 2, marzo 2019 * Mariye Takahashi, « Is Aïkido the pratical self-defense for women ? », Black Belt, novembre 1964.?

Affermazioni, d’altronde, ancora d’attualità, tanto è vero che l’Aikido più diffuso valorizza sempre la forza. Allora, perché queste parole, che illuminano la via sviluppata da Osensei, non sono più conosciute?

Forse a causa del silenziamento della trasmissione delle donne allieve di Osensei Ueshiba. Perché al di là dell’ingiustizia evidente dell’invisibilizzazione delle donne, tacere certi modi di fare, significa sopprimere tutta la memoria dei gesti e delle idee. I nostri atti si nutrono del passato e meno raccontiamo le azioni delle donne e le loro modalità, meno il campo delle possibilità è esteso per le generazioni seguenti. Lo vediamo bene nell’Aikido, oggi, dove sono le donne?

Gli uomini non devono giustificare il bisogno di essere ascoltati, invece per parlare delle donne si è costretti a motivare interesse per tutti. Tuttavia l’esperienza degli uomini non può “valere per tutti” non funziona così, il vissuto delle donne, i loro modi di fare sono specifici e differenti. Ecco perché vi propongo di scoprire qui una donna di cui sappiamo molto poco benché il suo percorso avrebbe giustificato che lei restasse nella storia dell’Aikido.

Herstory, una storia militante?

La storia è vista a torto neutra e fattuale nonostante sia una costruzione dei dominanti che condiziona il presente. Ecco perché Titiou Lecoq scrive: “Lavorando sulla storia delle donne, le storiche sono sempre sospettate di essere militanti. Perché la storia delle donne sarebbe militante? La storia che impariamo, che è maschile e non mista, non sarebbe anch’essa una forma di militanza?”3Titiou Lecoq, « Tant qu’on ne cherche pas les femmes dans l’Histoire, on ne les trouve pas » France Inter, 19/09/21

Il gioco di parole her-story sottolinea che la storia riflette dei punti di vista maschili: his-story. L’herstory ripristina il ruolo attivo delle donne nella storia. Nel suo libro Les grandes Oubliées – Pourquoi l’Histoire a effacé les femmes (Le grandi dimenticate – Perché la Storia ha cancellato le donne) Titiou Lecoq spiega che il suo obiettivo “non era tanto di femminilizzare la storia ma di demascolinizzarla. L’approccio è diverso. Demascolinizzare o devirilizzare implica l’idea che ci sia stato un preventivo approccio politico di mascolinizzazione della società.”4Titiou Lecoq, « Pourquoi l’histoire a-t-elle effacé les femmes ? » Revue Démocratie, 7 juin 2022

Lecoq prende la grammatica come esempio di mascolinizzazione volontaria oppure il fatto che nel Medio Evo esistevano “delle dottoresse (donne medico), delle giocoliere e delle orafe, delle autrici, miniaturiste, costruttrici di cattedrali e solo alla fine di questo periodo gli uomini hanno vietato loro di praticare questi mestieri.”5Titiou Lecoq, « Tant qu’on ne cherche pas les femmes dans l’Histoire, on ne les trouve pas » France Inter, 19/09/21 La mascolinazzazione della società è passata attraverso la cancellazione delle donne, delle loro storie, delle loro azioni, dei loro nomi.

Un esempio di cancellazione molto evidente è quello di Alice Guy che inventò il cinema! Mentre Méliès s’interesseva alle illusioni e altri a documentare le loro epoche con una cinepresa, Alice Guy immaginava di raccontare storie di finzione. In più di vent’anni girerà un centinaio di film come regista, sceneggiatrice e anche produttrice. I fratelli Lumière e Méliès hanno tuttavia conosciuto una grande posterità per una carriera molto più breve. Alice Guy è stata letteralmente cancellata: un buon numero dei suoi film sono stati riattribuiti volutamente a degli uomini negli archivi, e molti dei suoi film sono stati distrutti. Per molto tempo non fu nemmeno menzionata nelle enciclopedie del Cinema.

La storia di Alice Guy non è che un classico esempio di quel che accade alle creatrici. E se un’opera ci arriva gli storici mettono in dubbio che l’abbiano veramente realizzata loro, quando non contestano decisamente l’esistenza della persona.

La delegittimazione delle donne è una violenza simbolica che ha un ruolo importante nei meccanismi di dominazione maschile. Ecco perché Aurore Evain chiede la reintroduzione del termine Matrimoine, perché “il potere simbolico è immenso, nominare il nostro matrimoine è permettere alle donne come agli uomini di riconoscersi in modelli maschili e femminili;”6Aurore Evain « Vous avez dit ”matrimoine” ? », Mediapart, 23 novembre 2017. L’autrice afferma che ‘patrimonio’ significa letteralmente ‘eredità dei padri’, quindi è un termine falsamente neutro che in realtà indica la valorizzazione di “beni culturali trasmessi essenzialmente dagli uomini”. Propone quindi di recuperare il significato di ‘matrimoine’ nel senso di eredità delle donne.

Il Matrimoine dell’Aikido

Cosa sappiamo dell’her-story dell’aikido? Quasi niente. Anche qui bisogna “demascolinizzare” la storia, per ritrovare la memoria delle donne aikidoka. Ecco perché ho scritto su Miyako Fujitani7Manon Soavi, « Miyako Fujitani, l’effet Matilda de l’Aïkido ? » Self&Dragon Spécial Aïkido no17 aprile 2024. Trad. it. online: https://www.scuola-itsuo-tsuda.org/miyako-fujitani-effetto-matilda-dellaikido/. Per Fukiko Sunadomari da quando ho cominciato le mie ricerche attraverso fasi di sconforto e rabbia per quanto il potenziale sembrava interessante e le tracce assenti.

Ecco il poco che sappiamo: Fukiko Sunadomari è nata il 9 maggio 1914 in una famiglia di fedeli seguaci della religione Omoto Kyo. Verso la fine degli anni ‘30 inizia lo studio della naginata nella scuola Jikishingake-Ryu, sotto la guida della più grande esperta del Giappone, Hideo Sonobe sensei.

Fukiko Sunadomari con la sua naginata. Archivi della famiglia Sunadomari, tutti i diritti riservati.

Nel 1939 Hideo sensei incontra Morihei Ueshiba Osensei, durante una dimostrazione in Manciuria. Ne esce entusiasta e decide di mandare alcune delle sue allieve avanzate ad apprendere l’Aikido. È così che Fukiko comincia negli anni ‘50 all’Hombu Dojo. I suoi due fratelli (Kanemoto e Kanshu) avevano già iniziato a praticare sotto la direzione di Morihei Ueshiba.Fukiko vive diversi anni al Wakamatsu Dojo con la famiglia Ueshiba e l’uchideshi che ci vive8Stanley Pranin, Historical photo: Morihei Ueshiba, Aspiring Calligrapher, 6 novembre 2011 Aikido Journal. https://aikidojournal.com/2011/11/06/historical-photo-morihei-ueshiba-aspiring-calligrapher-by-stanley-pranin/. Ricoprirà la funzione di Fujin Bucho (direttrice della sezione delle istruttrici donne) fino alla morte di Osensei nel 19699Stanley Pranin, « L’Encyclopédie Aiki News de l’Aïkido » Aiki News, Tokyo. 1991. Questo ci dice che esisteva una sezione per formare delle istruttrici! Ciò solleva molte domande: perché un corso separato? Come funzionava, quante erano…?

Come mostra una lettera10Guillaume Erard, « Biographie d’André Nocquet, le premier uchi deshi étranger d’O Sensei Ueshiba Morihei » 2013, https://www.guillaumeerard.fr/ che Fukiko scrive alla famiglia di André Nocquet, Fukiko è una figura imprescindibile dell’Hombu Dojo, coinvolta nel funzionamento interno del Dojo e presso la famiglia Ueshiba. Sarà una confidente e un’assistente personale di Osensei per vent’anni, che gli attribuirà il grado di sesto dan. Esiste anche un video molto breve sul tetto di un immobile di Tokyo dove si vede Osensei mostrare Ki no musubi con Fukiko.

Ueshiba Osensei e Fukiko Sunadomari a Iwama nel 1966, pubblicato su Aikinew 1990, numero 85

Assistente d’Osensei era frequentemente chiamata a viaggiare con lui nella regione del Kansai dove Ueshiba insegnava Aikido facendo visita a degli allievi e amici di lunga data. Durante i suoi viaggi Osensei prendeva Fukiko come partner in dimostrazione in particolare davanti a delle praticanti donne11Miyako Fujitani, entretien, Magazine of Tradional Budo, no 2, mars 2019. Fukiko possedeva apparentemente molte foto di questo periodo12Stanley Pranin, Historical photo: Morihei Ueshiba, Aspiring Calligrapher, 6 novembre 2011 Aikido Journal..

Secondo il ricercatore dell’Aikido Stanley Pranin, a metà degli anni sessanta, accompagnò Osensei per una serie di viaggi e ne approfittò per raccogliere dei materiali in previsione di una biografia. Prese delle foto e intervistò un certo numero di vecchi allievi della religione Omoto che avevano conosciuto Morihei Ueshiba13Ibidem..

Dopo la morte di Osensei, continuò delle ricerche approfondite e scrisse con suo fratello Kanemoto la prima biografia autorizzata, Aikido Kaiso Morihei Ueshiba. Ovviamente Fukiko è menzionata solo come collaboratrice, solo suo fratello è l’autore ufficiale del libro!

A metà degli anni 80, Fukiko volle rendere omaggio a Osensei costruendo un piccolo tempio votivo in sua memoria a Kumamoto14Simone Chierchini, « Paolo Corallini’s Traditional Aikido Dojo » 2020 https://simonechierchini.co. Per finanziare il suo progetto si deciderà a vendere qualcuna delle numerosissime calligrafie originali di Osensei, che lui le aveva regalato15Ibidem..

Fukiko Sunadomori si spegne il 1° maggio 2006 a Fujisawa, all’età di 92 anni.

Fare la storia

Stanley Pranin ha dichiarato “Conoscevo bene Fukilko Sunadomari. La nostra associazione ha cominciato nel 1984 e ha proseguito fino alla fine del 1996. Le piaceva venire a visitare l’uffici di AikiNews a Tokyo e passavamo delle ore a parlare dell’Aikido, di Morihei e della religione Omoto.
Ho molte ore di registrazioni dei nostri colloqui, uno dei quali è in corso di trascrizione. Fukiko Sensei ne sapeva molto sulla vita pubblica e privata del Fondatore grazie alla sua vita all’Hombu Dojo e al suo ruolo di assistente di Morihei. La testimonianza di Fukiko Sensei è molto importante per una comprensione approfondita della storia, del carattere e dell’arte di Morihei.”16Stanley Pranin, Historical photo: Morihei Ueshiba, Aspiring Calligrapher, 6 novembre 2011 Aikido Journal.

Da destra a sinistra: Stanley Pranin, Kanshu Sunadomari e Fukiko Sunadomari. Archivi della famiglia Sunadomari. Tutti i diritti riservati.

Allora, dove sono queste ore d’interviste, questi articoli che riportano i suoi commenti? Ho cercato bene non c’è nulla, in nessuna pubblicazione di Pranin: i libri, le riviste AikiNews, Aikido Journal, versione cartacea o web. Nessuna traccia.

Josh Gold, l’attuale responsabile di Aikido Journal, mi ha confermato che non c’è alcuna registrazione, né digitalizzata né in cassette d’archivio.

Pranin ha scritto in un piccolo articolo “(Fukiko) era una persona franca, e si è distanziata dalla famiglia Ueshiba dopo la morte di Morihei. In quanto tali, i suoi commenti e i suoi ricordi non sempre si prestano alla pubblicazione, e noi ci siamo astenuti per lungo tempo dal pubblicare le trascrizioni di queste registrazioni, anche in forma editata. Con il tempo e le risorse, speriamo di rimediare a questa situazione.”17Ibidem.

Nel 2011 si giustifica così: “Si tratta di questioni molto sensibili, altrimenti avrei già pubblicato alcuni documenti e testimonianze. Anche se diversi decenni ci separano da alcuni degli avvenimenti in questione, la sensibilità delle figure chiave è motivo di preoccupazione. È un problema col quale mi sono confrontato da molto tempo di cui non ho ancora una buona soluzione. Ho esitato molto a pubblicare la lettera di dimissioni di Koichi Tohei sensei, per esempio. Vedremo come vanno le cose”.

Così, con un dolce scivolamento, quasi involontario, la mascolinizzazione della storia si perpetua. Le donne spariscono le une dopo le altre dalla scena e non restano che le voci maschili dominanti.

“È sicuramente la sua amante” una strategia di discredito delle donne.

Nessuno sarà sorpreso che nella posizione di Fukiko la voce che lei “dorme col capo” si sia diffusa, è la più vecchia arma per mettere a tacere le donne.

Partendo dal presupposto che se Osensei si è così “coinvolto” con una donna è che c’era una storia sentimentale dietro. Stranamente non si suppone la stessa cosa dei giovani ushideshi del dojo. Nè che Osensei avrebbe avuto un amante nascosto a Iwama!

Fukiko Sunadomari e Uehsiba Osenseï

Sulle opinioni di Fukiko si può fare un’ipotesi. Basandosi sulle parole di Pranin e sui pochi commenti che lei ha lasciato, è chiaro che Fukiko era una mistica18Hikitsushi senseï disait de Fukiko « elle comprend les choses spirituelles », Aikido Magazine, 10/1988 come Ueshiba Osensei. Sottolineava spesso l’importanza di questo aspetto nel percorso di Osensei19Stanley Pranin, Historical photo: Morihei Ueshiba, Aspiring Calligrapher, 6 novembre 2011 Aikido Journal.. Criticava l’inizio di un Aikido sconsacrato, sportivo – e alla fine molto maschile – non corrispondente , secondo lei, alla visione del fondatore?

Testo di Fukiko Sunadomari scritto per il “Aikido Friendship Demonstration Tournament” del 1985. Un evento organizzato da Stanley Pranin. Archivi della famiglia Sunadomari. Tutti i diritti riservati.

Questo Aikido corrisponde agli sforzi di Kishomaru Ueshiba verso l’espansione internazionale dell’arte di suo padre. Ma per Osensei l’Aikido era “un atto spirituale”20Ellis Amdur “[Ueshiba non forniva] lezioni spirituali supplementari delle quali il mondo è inutilmente pieno, ma atti spirituali” Caché en pleine vue. The Ran Network, 2023, p. 298 e lui stesso si teneva sul “Ame no Ukihashi, il ponte fluttuante celeste” quello che unisce il mondo visibile e invisibile. Era un’arte d’amore universale ricreando i legami che ci uniscono tra umani e al vivente non-umano.

L’occidente poteva sentire questo? L’occidente che, come dice Isis Labeau-Caberia, “si è dapprima adoperato per distruggere le cosmovisioni autoctone nel continente europeo – quelle dei mondi contadini, rurali e pagani, quelle dei druidi, dei guaritori e delle streghe – prima di riversarsi nel resto del mondo.”21Isis Labeau-Caberia « La tête ne nous sauvera pas : L’Occident est une cosmovision, la “raison” en est le mythe fondateur » 04/07/2023, sur https://isislabeaucaberia.substack.com/p/la-tete-ne-nous-sauvera-pas-part

Elevare l’intelletto al vertice e respingere il corpo, le emozioni e la spiritualità, è su questo dualismo artificiale che è nata la reificazione, la dominazione e lo sfruttamento di tutto quello che non era un “Uomo razionale moderno” cioè il vivente non-umano, le donne e i non-bianchi, rispediti allo stato inferiore di “Natura”.

In questo contesto l’Aikido è diventato prevalentemente uno sport di combattimento o un filone per i guru, mentre abbiamo bisogno disperatamente di pratiche del corpo, spirituali ma immanenti, spogliate di ogni dominazione.

Alcuni allievi di Osensei hanno criticato questo nuovo orientamento dell’Aikikai, rompendo con la famiglia Ueshiba: Koichi Tohei, Noriaki Inoue, il nipote di Osensei, Itsuo Tsuda e Kanshu Sunadomori. Peraltro non ci mancano interviste di questi famosi praticanti.

Resta una differenza, Fukiko era una donna con esperienza, che ha parlato per trasmettere la sua verità, né più né meno degli altri. Ma era una donna… allora non hanno ascoltato.

Fukiko Sunadomari durante una dimostrazione. Archivio della famiglia Sunadomari, tutti i diritti riservati.

Osensei parlava soprattutto di lei quando diceva che il suo Aikido ideale era quello delle giovani ragazze? Oppure quando urlava “Solo le donne fanno aikido, qui!”22Itsuo Tsuda, La via della spoliazione, Yume Editions, 2016, p. 161

Attraverso i frammenti della più vicina discepola di Morihei Ueshiba, forse anche la migliore, si distingue una relazione di trasmissione da maestro ad allieva, e anche oltre, una relazione spirituale. Allora come non suppore che l’Aikido di Fukiko doveva essere sorprendente? E come non rimpiangere questo anello mancante verso l’Aikido del fondatore?

Spero di aver contribuito nel mio piccolo a demascolinizzare l’Aikido e a far conoscere questo personaggio fuori dal comune. Ringrazio tra l’altro la cognata di Fukiko, che ha accettato di fornirmi le poche foto inedite riportate qui e qualche ritaglio di stampa.

Partecipa così alla trasmissione di un matrimoine dove ogni pezzo del puzzle conta.

Manon Soavi

Notes

  • 1
    Henry Kono, « Yin et Yang, moteur de l’Aïkido du fondateur » Entretien par Guillaume Erard, 2008, [online: https://www.guillaumeerard.fr/aikido/entretiens/entretien-avec-henry-kono-yin-et-yang-moteur-de-laikido-du-fondateur]
  • 2
    Affermazioni riportate da (almeno): * Itsuo Tsuda, La via della spoliazione, Yume Editions, 2016, p. 161 * Virgina Mayhew, « Entretien » avec Susan Perry, Aikido Today, 1991 * Miyako Fujitani, « I am glad I have Aikido », Magazine of Traditional Budo, n. 2, marzo 2019 * Mariye Takahashi, « Is Aïkido the pratical self-defense for women ? », Black Belt, novembre 1964.
  • 3
    Titiou Lecoq, « Tant qu’on ne cherche pas les femmes dans l’Histoire, on ne les trouve pas » France Inter, 19/09/21
  • 4
    Titiou Lecoq, « Pourquoi l’histoire a-t-elle effacé les femmes ? » Revue Démocratie, 7 juin 2022
  • 5
    Titiou Lecoq, « Tant qu’on ne cherche pas les femmes dans l’Histoire, on ne les trouve pas » France Inter, 19/09/21
  • 6
    Aurore Evain « Vous avez dit ”matrimoine” ? », Mediapart, 23 novembre 2017. L’autrice afferma che ‘patrimonio’ significa letteralmente ‘eredità dei padri’, quindi è un termine falsamente neutro che in realtà indica la valorizzazione di “beni culturali trasmessi essenzialmente dagli uomini”. Propone quindi di recuperare il significato di ‘matrimoine’ nel senso di eredità delle donne.
  • 7
    Manon Soavi, « Miyako Fujitani, l’effet Matilda de l’Aïkido ? » Self&Dragon Spécial Aïkido no17 aprile 2024. Trad. it. online: https://www.scuola-itsuo-tsuda.org/miyako-fujitani-effetto-matilda-dellaikido/
  • 8
    Stanley Pranin, Historical photo: Morihei Ueshiba, Aspiring Calligrapher, 6 novembre 2011 Aikido Journal. https://aikidojournal.com/2011/11/06/historical-photo-morihei-ueshiba-aspiring-calligrapher-by-stanley-pranin/
  • 9
    Stanley Pranin, « L’Encyclopédie Aiki News de l’Aïkido » Aiki News, Tokyo. 1991
  • 10
    Guillaume Erard, « Biographie d’André Nocquet, le premier uchi deshi étranger d’O Sensei Ueshiba Morihei » 2013, https://www.guillaumeerard.fr/
  • 11
    Miyako Fujitani, entretien, Magazine of Tradional Budo, no 2, mars 2019
  • 12
    Stanley Pranin, Historical photo: Morihei Ueshiba, Aspiring Calligrapher, 6 novembre 2011 Aikido Journal.
  • 13
    Ibidem.
  • 14
    Simone Chierchini, « Paolo Corallini’s Traditional Aikido Dojo » 2020 https://simonechierchini.co
  • 15
    Ibidem.
  • 16
    Stanley Pranin, Historical photo: Morihei Ueshiba, Aspiring Calligrapher, 6 novembre 2011 Aikido Journal.
  • 17
    Ibidem.
  • 18
    Hikitsushi senseï disait de Fukiko « elle comprend les choses spirituelles », Aikido Magazine, 10/1988
  • 19
    Stanley Pranin, Historical photo: Morihei Ueshiba, Aspiring Calligrapher, 6 novembre 2011 Aikido Journal.
  • 20
    Ellis Amdur “[Ueshiba non forniva] lezioni spirituali supplementari delle quali il mondo è inutilmente pieno, ma atti spirituali” Caché en pleine vue. The Ran Network, 2023, p. 298
  • 21
    Isis Labeau-Caberia « La tête ne nous sauvera pas : L’Occident est une cosmovision, la “raison” en est le mythe fondateur » 04/07/2023, sur https://isislabeaucaberia.substack.com/p/la-tete-ne-nous-sauvera-pas-part
  • 22
    Itsuo Tsuda, La via della spoliazione, Yume Editions, 2016, p. 161

Lo sport, la violenza e le donne 2/2

2- La via del dragone

La prima parte di questo articolo può essere letta qui

Nel libro La puissance des mères, Fatima Ouassak ci ricorda che non c’è nulla da aspettarsi dalle autorità al potere, che “dobbiamo trasformarci in soggetti politici, ritrovare la nostra potenza di drago. Perché il nostro potere di creare il mondo è immenso. Per questo ne veniamo private. […] È la nostra resistenza che dobbiamo trasmettere”.1

Diventiamo draghi, diventiamo ReSisters! Questo brillante gioco di parole sottolinea il fatto che è possibile Resistere come Sorelle, come i gruppi locali di ReSisters che in tutto il mondo si occupano di sicurezza alimentare, militarismo, inquinamento, diritti riproduttivi e distribuzione delle terre.

Usiamo la forza del concetto di Reclaim – riappropriazione/riabilitazione/reinvenzione – uno degli strumenti più potenti delle ecofemministe. Questo gesto di riappropriazione e di modifica del soggetto, e allo stesso tempo di venirne trasformati·e. Le arti marziali non sono state create dagli dei, si sono tutte evolute!

“Una creazione permanente e incompiuta”: così Morihei Ueshiba, creatore dell’aikido, considerava la sua arte alla fine della sua vita. Lui stesso aveva sintetizzato nell’aikido una vita di pratiche marziali e ascetiche molto più antiche di lui.

Dobbiamo anche spezzare la rivalità tra donne che favorisce gli uomini, come hanno fatto alcune atlete olimpioniche sostenendo apertamente le loro avversare perdenti. Le ReSisters si sostengono e si ispirano a vicenda. Da quelle del passato, come le jujitsufragettes2 di Édith Garrud, a quelle di oggi. La campionessa di MMA Djihene Abdellilah ha trasformato la sua passione in uno strumento di emancipazione per le donne. In Cina, delle femministe si riappropriano del Wing Chun33.

In Mozambico, giovani donne si ispirano alla loro squadra femminile di boxe, Les Puissantes4. Infine in Bolivia, le discendenti delle donne indigene aymara e quechua, le Cholitas, vestite con le loro gonne tradizionali, sono diventate figure di ribellione attraverso l’alpinismo, lo skateboard e la catch (lotta americana).

Questo spirito delle ReSisters e del reclaim mi ha ispirato a creare sedute di aikido riservate alle donne. Un anno dopo la loro creazione, ho notato che l’approccio non misto per scelta toglie un freno rilevante per le principianti e accentua la sorellanza nel dojo. In sei mesi, il numero di donne che sono venute a provare è quadruplicato e un terzo ha continuato la pratica.

Cambiare le regole

Invece di nasconderci dietro l’idea di uguaglianza, che serve di fatto a proteggere lo status quo, iniziamo invece percorsi equi, riconoscendo le disuguaglianze di partenza per dare a tutte una reale possibilità nel mondo dello sport.

Un semplice esempio viene da una piccola squadra di calcio nel sud-est dell’Inghilterra.

Non contento di aver stabilito la parità retributiva tra la squadra maschile e quella femminile dal 2017, il club di Lewes va ora oltre con la sua campagna “See Us As We Are” (vedeteci per come siamo) perché “le calciatrici hanno bisogno di monitoraggio del loro ciclo mestruale, pantaloncini scuri per giocare, allenamenti aggiuntivi per acquisire sicurezza (alle donne viene detto che non possono giocare da quando sono piccole) e scarpe adatte alla morfologia femminile (altrimenti sono soggette a lesioni a causa dell’angolo tra il ginocchio e l’anca). Hanno bisogno di supporto fisiologico, nutrizionale e di programmi di allenamento basati sul corpo delle donne, non sui dati del gioco maschile”.5

In definitiva, “questa iniziativa invita l’industria calcistica a riconoscere le differenze di cultura e di valori e a non cercare semplicemente di inserire il calcio femminile nello stampo rotto del calcio maschile. Si deve avere il tempo, lo spazio e la libertà di permettere al calcio femminile di svilupparsi secondo le proprie caratteristiche emergenti”6

Un altro esempio è quello dell’equilibrio stabilito nella mia scuola di aikido7 che non deve nulla al caso. Le donne sono il 60%, e hanno le maggiori responsabilità, comprese quelle dell’insegnamento. Per raggiungere questo obiettivo Régis Soavi sensei traccia un percorso fin dagli anni ‘80. Per favorire l’emergere delle donne e mantenere questo fragile equilibrio nei dojo, tutto è importante: il suo modo di insegnare, le priorità attuate, l’ambiente, l’attenzione. E un’intransigenza di fronte ai comportamenti maschilisti.

Creare una visione

Un reclaim richiede un cambiamento profondo. L’autrice attivista Starhawk ha scritto che la magia consiste nel creare una visione. Essa dà il coraggio di cambiare il mondo e di muoverci verso un altro tipo di società8. Per creare una visione ampia e positiva dello sport, lo studio Move her Mind ha proposto di ridefinire lo sport come un’attività che implica il corpo in movimento, con un senso generale di benessere, indipendentemente dal livello o dagli obiettivi.
Questa visione più aperta rimette la competizione al suo (piccolo) posto. Infatti, il 96% delle donne pratica un’attività principalmente per la propria salute fisica e mentale9. Nel calcio amatoriale, uno studio10 mostra che vincere un titolo è l’aspetto meno importante di una partita per l’82% dei giocatori e delle giocatrici. Nell’aikido, sono la disposizione di spirito (24%), l’aspetto marziale (24%) e l’assenza di competizione (21%)11 a risaltare tra le praticanti. Per questo motivo la nostra scuola ha scelto un funzionamento senza gradi, per non riprodurre la guerra degli ego che essi comportano e l’oppressione che prevale con il rispetto gerarchico in troppi club.

Da parte mia, voglio portare una visione dell’aikido come potenza trasformatrice, una pratica che sia un collegamento tra tutto ciò che abbiamo artificialmente separato. Per riconciliarsi con se stessi, posizionarsi col proprio corpo. L’Aikido può essere questa via di sensibilità che rende percepibile ciò che lega il mondo umano e quello non umano.

Avere un partner è la grande ricchezza dell’aikido. Dobbiamo entrare in relazione e trovare nel nostro corpo, attraverso i gesti, un’affermazione di sé che non schiaccia l’altro. Invece di rivolgere la violenza verso l’altro, cercare di costruire un’altra possibilità al di fuori del campo della predazione. La situazione di conflitto esce quindi dal quadro ristretto del confronto distruttivo. L’alterità fa parte della vita, eliminarla del tutto è un incubo da dittature. L’Aikido ci riinsegna a costruire un vivere insieme nonostante e con i conflitti. Con gli umani e i non umani.

Eseguire una prestazione senza distruggersi

Pervasi·e da una certa idea maschile di ciò che è razionale e redditizio, ereditiamo continuamente metodi di apprendimento tossici. Potrebbe rivelarsi necessario fare un passo indietro per toglierci i paraocchi e trarre ispirazione da altre culture che vivono l’attività fisica in un modo molto meno dannoso.

Seguendo la tradizione ayurvedica, l’educatrice indiana per la salute delle donne Sinu Joseph12 lamenta che “l’allenamento sportivo moderno spinge gli atleti a superare i propri limiti, pensando che così si costruisca la resistenza”. Cita un maestro di Kalaripayattu, un’arte marziale millenaria, che afferma che “l’esercizio dovrebbe essere eseguito solo al 50% delle capacità di ogni individuo. Nello sport moderno, se riesce a correre per un chilometro, lo si fa continuare finché non è esausto. Nel Kalaripayattu portiamo l’intero corpo a uno stadio in cui può eseguire una prestazione senza sfinirsi. Ma non iniziamo forzando il bambino a continuare a correre finché non è esausto”. L’aspetto olistico colpisce nelle arti indiane che prescrivono una certa alimentazione ed esercizi, massaggi con oli specifici, ascolto dei cicli biologici, ecc.

È importante rivedere il concetto di prestazione e di resistenza in quest’ottica. Dare valore all’adattamento, alla continuità e, perché no, ai piccoli passi, piuttosto che ad allenamenti sempre lunghi, duri ed estenuanti. Djihene Abdellilahl sottolinea che gli sparrings (allenamenti) nella boxe non devono durare più del 10% della preparazione, e che questa “si basa sulla strategia, sulla tecnica e su una preparazione fisica e mentale su misura. […] Ciò che costruisce i veri guerrieri non è la brutalità, ma la padronanza e la precisione”.13
Nei nostri dojo di aikido, ognuno viene al proprio ritmo, ma proponiamo una pratica quotidiana. Le sedute durano un’ora e un quarto e l’idea non è quella di fare molti sforzi in una volta sola, ma piuttosto di stabilire un ritmo in cui la pratica finisce per agire per “capillarità”. Non è molto intensa, ma è molto sostenuta nel tempo. L’ecofemminista Ariel Salleh descrive questo ritmo, che è analogo al modo in cui funzionano gli esseri viventi, come tempo duraturo.14 Una temporalità ciclica, come i ritmi biologici, che a lungo termine mantiene l’equilibrio del corpo in modo molto più duraturo.

Riabilitare i cicli

I cicli cominciano solo timidamente a essere presi in considerazione nell’allenamento delle atlete di alto livello, ma sono ben lontani dall’essere integrati nella pratica amatoriale. Possiamo spingerci ancora oltre, invertendo la prospettiva. Vedere i cicli come un’opportunità, in fondo. Le mestruazioni sono considerate il quinto segno vitale15dopo la pressione sanguigna, la temperatura, il polso e la frequenza respiratoria. Sono un riflesso del nostro stato di salute, offrendo una finestra sul corretto funzionamento di molte dinamiche interne. Per di più, contribuiscono direttamente alla nostra salute, poiché gli ormoni prodotti dalle ovaie svolgono un numero impressionante di funzioni utili per il sistema cardiovascolare, nervoso e metabolico. Il progesterone ha un effetto antidepressivo, contribuisce alla salute del seno ed è essenziale per la formazione delle ossa.16

I cicli sono influenzati da molti fattori: fisici, emotivi, psicologici, culturali e socio-economici. Avere un ciclo mestruale sano non è solo un segno di buona salute, ma anche un’indicazione della qualità del nostro ambiente circostante. Questo si vede chiaramente nello sport, dove, a causa della cultura deleteria in cui si evolvono, alcune atlete usano l’amenorrea come prova che si stanno allenando a sufficienza e come garanzia della loro potenza. Ma invece questo segnale deve essere ascoltato: l’allenamento è troppo duro e il corpo inizia a rovinarsi. Gli uomini, che non ricevono questo segnale, sono quindi più propensi al sovrallenamento, con conseguenti danni permanenti.

Anche il climaterio non dovrebbe più essere un tabù vergognoso per chi lo attraversa. Élise Thiébaut esplora con grande umorismo la menopausa, i suoi contrattempi e le sue gioie, ricordandoci che non è una malattia, ma piuttosto una danza più o meno armoniosa, e a volte anche una prova. Conclude con saggezza: “Vorrei che prestassimo più attenzione alle sottili vibrazioni che parlano dell’importanza del sensibile, dello spirituale, dell’invisibile nella nostra vita. Ciò che il climaterio a volte ci infligge, in un mondo moderno scollegato dai cicli naturali, in cui ci viene costantemente chiesto di giurare al nostro computer che non siamo robot, ora lo stiamo infliggendo alla Terra. Le sue vampate di calore e le nostre sembrano condannarci a una catastrofe finale. Credo, al contrario, che l’accettazione profonda di ciò che siamo ci permetterà di far nascere insieme altre forme di società, altri modi di vivere insieme, legati a saperi antichi e futuri“.17

Ritrovare il corpo

Come diceva Françoise d’Eaubonne, abbiamo bisogno di pratiche che ci riportino al fatto di avere un corpo, potente e bello a prescindere da tutto.

Al di là del sabotaggio della piramide dell’oppressione, della rabbia contro la violenza, c’è questo tema essenziale: ritrovare il corpo. Non è “solo” una questione di accesso allo sport, e nemmeno di uguaglianza, ma di negazione del corpo, che è la perdita di vitalità e di contatto con la realtà. Gli esseri umani non sono sempre stati così sradicati, devastati interiormente, dubbiosi rispetto alla propria sensazione, la propria intuizione.

Riappropriamoci di queste arti marziali, di questi sport, da cui non siamo sempre stati esclusi·e.18 Insieme possiamo rivoluzionarli.

“Dici che non ci sono parole per descrivere questo tempo, dici che non esiste. Ma ricorda. Sforzati di ricordare. O, in caso contrario, inventa”.19

Manon Soavi

1 Fatima Ouassak, La Puissance des mères, editore La découverte, 2021
2 Lisa Lugrin e Clément Xavier Jujitsuffragettes, les Amazones de Londres, editore Delcourt, 2020
3 https://editionsasymetrie.org/nannu/les-feministes-contre-le-harcelement-sexuel-en-chine-3/
4 S. Mouchet « Boxeuses au Mozambique. Sur le ring pour sortir du K-O » rivista web Ablock! 18/01/2020
5 Caroline Criado Perez, Invisible Women, Newsletter del 02/09/2024 pubblicata su https://substack.com
6 https://lewesfc.com/news/lewes-shirt-see-us-as-we-are/
7 La Scuola Itsuo Tsuda
8 Starhawk, Rêver l’obscur. Femmes, magie et politique, editore Cambourakis, 2015
9 Studio Move her Mind.
10 Michael Moynihan Women are not little men, 2019, https://www.irishexaminer.com/sport/arid-30959578.html
11 Bilancio FFAB
12 Sinu Joseph Sports And Menstruation: Exploring Indigenous Knowledge, 2021, https://www.indica.today/
13 Djihene Abdellilah Arrêtons de normaliser la violence dans l’entraînement sous couvert de formation de guerrières 02/09/2024 pubblicato su www.linkedin.com.
14 Ariel Salleh Pour une politique écoféministe, editore Le Passager Clandestin et Wildproject, 2024.
15 Sweeney C. Harvard T.H. 2019 : https://www.hsph.harvard.edu/news/press-releases/harvard-apple-nih-study/
16 RQASF Menstruations en santé : un signe vital ! A lire sur https://rqasf.qc.ca/
17 Élise Thiébaut, Ceci est mon temps, editore Au Diable Vauvert, 2024, p. 238
18 Adrienne Mayor, Les Amazones. Quand les femmes étaient les égales des hommes, ed. La Découverte, 2017
19 Monique Wittig, Les Guérillères, editore Minuit, 1969, p. 126-127.

Lo sport, la violenza e le donne

Di Manon Soavi

Parte 1- Uscire dalla negazione

I Giochi Olimpici hanno attirato l’attenzione sulla pratica sportiva delle donne, sottolineando implicitamente fino a che punto lo sport rimane un mondo di competizione e aggressività progettato da e per gli uomini.

Dalla sessualizzazione dei corpi con le attillate e scomode tenute sportive obbligatorie ai discorsi sessisti e misogini dei commentatori, passando per le magnifiche inquadrature dal basso delle natiche delle atlete, senza dimenticare il divieto di indossare il velo per le sportive musulmane, la sequenza delle Olimpiadi del 2024 non ci ha risparmiato nulla.

Per poche donne che brillano – e a quale prezzo? – quante vengono spezzate, nauseate o scoraggiate? Le segnalazioni di abusi commessi da allenatori, mentori o partner sono purtroppo “solo” la parte visibile dell’iceberg. Al di sotto si nasconde il continuum1 di violenza che contribuisce all’asservimento, all’oggettivazione e all’annientamento delle donne. Abusi che colpiscono anche la pratica amatoriale poiché ogni anno una donna su due, nonostante lo desideri, non intraprende il percorso della pratica fisica2.

Come insegnante di aikido e femminista, sono arrabbiata: il mondo delle arti marziali non fa eccezione. È portatore di un immaginario che associa combattimento e virilità, ed è una vera e propria riserva esclusiva dell’identità maschile. Con il pretesto dell’efficacia marziale, vi regna l’omertà sulle violenze contro le donne, la negazione delle loro difficoltà di accesso ai tatami, il rifiuto delle critiche, mentre invece queste pratiche, in quanto arti emancipatrici, potrebbero giovare a tutti·e, comprese le donne private dei loro benefici.

Non tacere più

Nonostante tutto, alcune voci si levano: quella del judoka Patrick Roux che denuncia3 le violenze inflitte ai bambini con il pretesto dell’allenamento. Quella di Neilu Naini4, un’aikidoka americana drogata e violentata dal suo sensei (maestro di Aikido), con la complicità di un compagno di tatami. Creatrice di #metooaikido, si batte per dei dojo più sicuri attraverso un lavoro di prevenzione. O anche Djihene Abdellilah5, campionessa di grappling e MMA, che continua a denunciare le violenze traumatiche inflitte in nome della preparazione ai combattimenti.

È tempo di ribellarsi e di ricordare al mondo che le pratiche marziali non sono una ridicola esibizione di virilità sudata, né un passepartout per la violenza, ma strumenti millenari ricchi di filosofie di vita: il rispetto, il lavoro del corpo, la flessibilità, la respirazione, il superamento di se stessi, lo sviluppo della sensazione e dell’ intuizione… Anche l’aikido, che si dichiara universale e aperto a tutti, sta affrontando una crisi: la frequenza è in caduta libera6, i praticanti invecchiano e la presenza delle donne rimane sempre bassa: dal 20% al 30%. Ma ogni critica che rimetta in questione il suo orientamento androcentrico viene liquidata come espressione di un’“isteria femminista”. La vecchia ricetta: un pizzico di gaslighting7 mescolato a una buona dose di mansplaining8.

Quando ho istituito a Parigi9 una seduta non mista riservata alle donne, ho ricevuto un po’ di sostegno, fortunatamente, ma anche molte critiche da parte degli aikidoka: reazioni epidermiche che mi intimavano di non creare divisioni all’interno di quest’arte universalistica, con il rischio di provocare un’improbabile disastro. Tuttavia, credo che sia necessario non solo denunciare gli abusi, ma anche guardare più da vicino la realtà delle donne e ciò che impedisce loro di praticare sport e arti marziali.

Disuguaglianze sistemiche

Su questo tema, alcuni studi ci forniscono dei dati illuminanti. Lo studio Move her Mind10 è la più grande ricerca mondiale11 sulle disuguaglianze di genere nella pratica sportiva. La prima constatazione di questo studio, la disparità tra la visione degli uomini e la realtà quotidiana delle donne: il 54% degli uomini pensa che le donne abbiano abbandonato lo sport perché a loro non piace e il 56% suppone che i principali ostacoli siano i complessi fisici, la paura delle molestie e il timore del giudizio. Eppure è la mancanza di tempo il principale ostacolo segnalato dalle interessate.
Infatti, le donne ovunque nel mondo non sono soddisfatte del proprio livello di attività fisica e il 53% delle donne europee si trova di fronte ostacoli sistematici alle proprie pratiche. Interpellate, hanno individuato cinque ostacoli principali12.

1. Il tempo (76%)

Influenzate dai condizionamenti di genere, alle donne manca il tempo. Secondo le donne interessate, l’ostacolo principale è la distribuzione dei compiti domestici e del lavoro di cura – assistenza, educazione dei figli, assistenza alle persone non autosufficienti, sostegno emotivo – svolti all’interno della famiglia13. Secondo l’INSEE14, quando entrambi i genitori lavorano a tempo pieno, il 70% delle donne svolge almeno un’ora di lavoro domestico al giorno, rispetto al 28% degli uomini.

2. Il costo (62%)

Dato che gli uomini guadagnano (in media) il 32% in più rispetto alle donne, ciò incide pesantemente sul budget che possono dedicare allo sport. A ciò si aggiunge la caduta del potere d’acquisto delle madri dopo il divorzio: queste perdono il 14,5% del loro tenore di vita, mentre gli uomini lo aumentano del 3,5%15.

3. L’ambiente (43%)

L’esperienza comune e quotidiana della violenza subita porta le donne ad adottare strategie di autoesclusione da qualsiasi situazione percepita come non sicura. Il paradosso è che questa paura inculcata le porta a temere gli estranei fuori casa, mentre invece sono più in pericolo con persone a loro vicine in un ambiente familiare. Ricordiamo che il 91% degli stupri e dei tentativi di stupro sono commessi da persone del proprio entourage16.
La vulnerabilità delle donne, presentata come una caratteristica “naturale”, induce un’ipervigilanza negli spazi pubblici, alimentata da esperienze spiacevoli, intimidatorie o umilianti – punizioni tramite l’attività sportiva durante l’infanzia, violenza da parte degli allenatori di educazione fisica e sportiva, ora di nuoto obbligatoria, ecc. I commenti indesiderati richiameranno sempre le donne all’ordine affinché questo controllo sociale maschile continui17.

Anche nelle arti marziali, il disprezzo di cui sono vittime le donne come anche i praticanti principianti o intermittenti contribuisce a questo circolo vizioso di mancanza di fiducia in se stessi. Le esperienze traumatiche subite fin dalla più tenera età hanno un impatto duraturo: “Quando avevo dodici anni, l’insegnante di aikido mi ha detto di sdraiarmi per fare una dimostrazione della forza dell’hara. Si è messo in piedi sulla mia pancia. Il dolore è stato terribile, ho creduto di svenire. Ho smesso definitivamente di praticare arti marziali”.18

Le principianti di Aikido testimoniano: “Sono salita per la prima volta sui tatami, abbiamo fatto il saluto, un uomo mi ha afferrato senza dire una parola e mi sono ritrovata per terra, con il naso contro un tatami puzzolente. Non sono mai più tornata”. Un’altra: “Il mio insegnante di Aikido dopo 3 minuti di riscaldamento inizia con 20 minuti di tecniche con caduta in volo. I dieci principianti che non sanno fare quella caduta non hanno né spiegazione né alternativa accessibile”.

Questi maltrattamenti colpiscono anche le persone anziane. Tra i 40 e i 70 anni le donne possono perdere il 40% della massa ossea e sono quindi più soggette a fratture. Una parigina racconta: “Principiante di oltre 60 anni, mi ritrovo a praticare con un uomo, praticante avanzato, alto e di forte corporatura. Non ho mai visto la tecnica proposta, ma, senza alcuna spiegazione, mi solleva, mi fa passare sopra le sue anche e mi sbatte direttamente a terra (koshinage)”.

Uno studio condotto dalla Commissione Donne della Federazione Francese di Aikido e di Budo19 deplora la stessa situazione nei club di aikido. Invece di mettere tutta la loro energia nella loro arte, le praticanti di aikido si sfiancano per proteggersi dai comportamenti brutali dei loro partner: “Sono fisicamente apprensiva, alcuni di loro ti massacrano i polsi, ti costringono a fare cadute in volo, non ti fanno cadere in modo sicuro. Non dosano la loro forza e non trattengono i colpi”.

Con la scusa dell’allenamento, le praticanti subiscono aggressioni: “Mi prendo veri e propri colpi in faccia col pretesto che sono mal posizionata, ed è normale che li prenda in faccia”. Visitando un’altra scuola di Aikido, ho visto un insegnante anziano, armato di bastone, colpire ripetutamente una ragazza nel plesso. Si è ritrovata con un livido.

Djihene Abdellilahl sottolinea che non c’è alcuna giustificazione al colpire e insultare le persone supponendo di renderle più forti e che i colpi non creano delle “guerriere”, ma vittime. La violenza che lei stessa ha subito non l’ha resa più forte, ma ha normalizzato nella sua mente le violenze fisiche e psicologiche che ora denuncia. “Secondo gli studi di Christine Mennesson, sociologa specializzata in sport e genere, alcune donne adottano atteggiamenti “guerrieri” non per scelta, ma per essere accettate e rispettate in ambienti dominati dagli uomini. Questa dinamica crea un’illusione di consenso alle pratiche violente”.20

4. Le condizioni fisiche (42%)

Le convinzioni autolimitanti dovute agli stereotipi di genere e alla mancanza di rappresentanza femminile portano a sentimenti di esclusione. Questa mancanza di fiducia in se stesse porta le donne a ritenere di non essere abbastanza in forma per un’attività fisica.

Le aikidoka vorrebbero anche21 che più insegnanti e praticanti donne venissero messe in risalto nella comunicazione, negli stage e nelle dimostrazioni. Come dice Yeza Lucas: “Se un’altra donna si aggiunge al gruppo non sono più sola. E se arriva una terza e vede già due donne sul tatami, anche lei potrebbe sentirsi meno intimidita”22.

5. Mancanza di luoghi (38%)

Le donne hanno imparato a considerare la loro biologia come un “inconveniente” da mettere da parte, anche a costo di rimetterci la salute, per imporsi in un mondo che idolatra la forza. Lola Lafon lo riassume con umorismo: “La fermezza è venerata: seni sodi, cosce sode, ‘muscolosi’ discorsi politici con le palle. Tutto tranne che essere un ‘budino’. Orrore per il fragile, il morbido, il tremante “23.

Ciò che è più arrotondato, flessuoso o tenero è destinato al disprezzo e a subire violenza. In questo universo asfissiante, le donne, come il pesce che deve arrampicarsi su un albero per dimostrare il proprio valore,24 si credono stupide e incapaci, oppure incassano danneggiandosi. Ecco perché avere luoghi dove praticare secondo i propri desideri, in sicurezza e tenendo conto della biologia specifica è un obiettivo richiesto dalle giovani generazioni (45%).

Ho fatto qui il punto della situazione e non è incoraggiante. La constatazione è comunque definitiva? Niente affatto: la soluzione esiste ed è molto semplice. Basta diventare ReSister, o addirittura trasformarsi in draghi femmine.

Per leggere la seconda parte dell’articolo, clicca qui

Manon Soavi

Notes :

1 Vedi Christelle Taraud (dir.) – Féminicides. Une histoire mondiale, 2022, Paris, La Découverte.

2 Secondo lo studio Move her mind 2023, il 53% delle donne in Europa afferma di non svolgere tanta attività fisica quanto vorrebbe (fonte https://www.asics.com/fr/fr-fr/mk /move-her- mind/report) e secondo i risultati di Santé Publique France, nel 2024, il 41% non fa abbastanza attività fisica per mantenersi in salute, soprattutto perché l’81% di queste si trascura anteponendo la salute e le esigenze dei propri cari alla propria.

3 Patrick Roux, Le revers de nos médailles, Editore Dunod, 2023

4 Vedi la testimonianza e l’impegno di Neilu Naini su https://www.metooaikido.com

5 Campionessa del mondo di grappling e di Francia di MMA (Mixed Martial Arts); fondatrice della Djihene Academy.

6 Dal 2016: Karate -15%, Judo -16%, Aïkido -35%. Ulteriori informazioni sui blog aiki-kohai e paressemartiale.

7 Il gaslighting, noto anche come sviamento cognitivo, è un concetto di psicologia che descrive le manovre utilizzate per manipolare la percezione della realtà da parte degli altri. Le informazioni vengono distorte o presentate sotto una luce diversa, omesse selettivamente per favorire chi ne abusa, o distorte per far dubitare la vittima della percezione e salute mentale. Vedi H. Frappat Le Gaslighting ou l’art de faire taire les femmes, ed. L’Observatoire, 2023.

8 Il termine mansplaining si riferisce alla situazione in cui un uomo spiega a una donna qualcosa che lei già conosce, o di cui è addirittura esperta, con un tono paternalistico e condiscendente.

9 Sedute non miste e stage al dojo Tenshin a Parigi, al dojo Yuki-ho a Tolosa, e a Yume Dojo a Milano.

10 Commissionato da ASICS, azienda giapponese che crea scarpe e abbigliamento sportivo dal 1940

11 Studio Move her mind 2023 disponibile online: https://www.asics.com/fr/fr-fr/mk/move-her-mind/report

12 Studio Move her mind 2023

13 L’Observatoire des inégalités https://inegalites.fr/Le-partage-des-taches-domestiques-et-familiales-ne-progresse-pas

14 INSEE, 2022, https://www.insee.fr/fr/statistiques/6047759?sommaire=6047805#graphique-figure3

15 Cifre dell’INSEE, consultabili qui : https://inegalites.fr/Les-inegalites-de-salaires-entre-les-femmes-et-les-hommes-etat-des-lieux et https://inegalites.fr/La-rupture-conjugale-une-epreuve-economique-pour-les-femmes

16 Le Monde: « Stupri: più di nove vittime su dieci conoscono il proprio aggressore » 2018, https://urls.fr/hhsxAM

17 Lieber, M. (2002). Le sentiment d’insécurité des femmes dans l’espace public : une entrave à la citoyenneté ? – Nouvelles Questions Féministes, 21, 41-56.

18 Testimonianza orale raccolta dall’autrice

19 CRF FFAB, Bilancio 2019, consultabile online: https://www.ffabaikido.fr/fr/bilan-des-enqu-tes-des-crf-279.html

20 Djihene Abdellilah, Arrêtons de normaliser la violence dans l’entraînement sous couvert de formation de guerrières, pubblicato su LinkedIn, 01/09/2024.

21 CRF FFAB, Bilancio 2019, consultabile online: https://www.ffabaikido.fr/fr/bilan-des-enqu-tes-des-crf-279.html

22 Yeza Lucas Communiquer vous permet de fidéliser vos adhérents ! 2024 https://aikido-millennials.com/

23 Lola Lafon Prendre notre place dans ce monde podcast “Chaud dedans” del 12 giugno 2024

24 Frase attribita ad Einstein.

Bisogna perdere la testa per abitare i nostri corpi

Vi proponiamo qui il testo di un intervento orale fatto da Manon Soavi a l”Institut de recherche en Langues et Littératures Européennes de l’Université de Haute-Alsace al convegno Ecoféminismes européens che si è tenuto il 14-15 novembre 2024 a Mulhouse.

Un pomeriggio del convegno è stato dedicato all’autrice Françoise d’Eaubonne. Suo figlio Vincent ha presentato prima un intervento dal titolo “La place du corps dans la vie et l’œuvre de Françoise d’Eaubonne”. È seguito quello di Manon Soavi che ha collegato l’urgenza espressa da D’Eaubonne di riconnetterci con i nostri corpi per superare l’ideologia patriarcale dualista e la proposta di pratica del sé emancipatrice della filosofia del Non-Fare di Itsuo Tsuda;

Il pomeriggio è continuato con la proiezione del film di Manon Aubel Françoise d’Eaubonne une épopée écoféministe e una tavola rotonda con le·i partecipanti.

Ogni comunicazione non poteva superare i venti minuti, così l’intervento è molto sintetico. Ci sembra comunque interessante per i legami che tesse tra il pensiero ecofemminista e la filosofia del Non-Fare.

Intervento di Manon Soavi

Itsuo Tsuda era uno scrittore giapponese, nato nel 1914. Formato alla Sorbona negli anni trenta in sinologia con Marcel Granet e in sociologia con Marcel Mauss, aspirò instancabilmente alla libertà e s’interessò alla propria cultura giapponese, al rapporto con il corpo e al pensiero cinese antico. Autore di dieci libri in francese pubblicati dal Courrier du Livre, la sua filosofia del Non-Fare articola un pensiero anarchico e una fine comprensione del Tao.

Itsuo Tsuda

Vedremo in cosa questa filosofia entra in risonanza con l’ecofemminismo, non in base a un’ideologia, ma per la sua natura.

Questa frase programmatica di d’Eaubonne “Bisogna perdere la testa per abitare i nostri corpi”1 mi servirà da punto di partenza. Perchè d’Eaubonne e Itsuo Tsuda avevano in comune il fatto di considerare che l’emancipazione passasse attraverso l’integrazione di altri pattern2 di pensiero per uscire dal dualismo e che il corpo è essenziale in questo processo.

Françoise d’Eaubonne

Criticare e proporre altri possibili

Come ha mostrato Vincent d’Eaubonne, il corpo era un tema centrale nella vita e nel pensiero di Françoise d’Eaubonne. In anticipo sul femminismo del suo tempo e senza cedere ad alcun essenzialismo, ha messo in evidenza il ruolo primario del corpo nei meccanismi di dominazione e l’urgenza di riappropriarsi di esso come condizione di liberazione.

Critica del pensiero dualista, come tutte le ecofemministe, Françoise d’Eaubonne sottolinea che la materialità del corpo, immerso in ciò che vive, ci riporta alla (nostra) natura. Impedendoci assolutamente di guardarla come un oggetto. Il corpo è sorgente di libertà e ci permette di cogliere il reale. Françoise d’Eaubonne si allarma e mette in guardia per l’aggravarsi dell’addomesticamento subito dai corpi che va fino alla loro scomparsa con la virtualizzazione.

Staccardi dal corpo, negare ciò che è vivo in noi, è l’evoluzione spaventosa contro la quale d’Eaubonne c’interpella fin dal 1998 in Virtuel et domination3. Parossismo della cultura della distanziazione, il regno del virtuale sconvolgerà il rapporto dell’uomo con il mondo e provocherà forse un crollo interno alterando la differenza percettibile tra reale e virtuale.
Questa differenza, di per sé, “può essere ristabilita solo dalla vecchia formula la prova del pudding è che lo si mangia, per il giorno in cui il primo drogato del labirinto cibernetico sarà trovato morto di fame nella sua cabina mostrando il sorriso dei sazi dell’immaginario.”4

Per d’Eaubonne è chiaro che la mente non può sopravvivere in modo sano di fronte all’annientamento dei suoi sensi, con l’assenza di contatto tattile5 e la derealizzazione. La perdita del corpo locomotore e sensibile, sostituito da “un corpo ibrido di micro-processori e di nanomacchine mediche, ci portetà a un notevole abbassamento della vitalità.” Se ogni innovazione fa paura, nessuna ha mai colpito così profondamente l’essere, l’asservimento del virtuale è di una natura inedita.

Da una parte “Lanciatrice di allerta”, Françoise d’Eaubonne, dall’altra, scuote il quadro sociopolitico che struttura e determina quello che può e quello che non può essere definito soggetto, quello che è percepito come sensibile, vitale e intelligente e quello che non lo è. Dei quadri dell’esperienza iscritti nelle nostre istituzioni, nelle nostre percezioni, nei nostri corpi e nelle nostre narrazioni. D’Eaubonne fa quindi emerger tramite la scritura un altro mondo, riunificato, in cui i dualismi e lo sfruttamento non hanno più corso.

Illustration de Pauline J. Bhutia qui met en lien la science-fiction écrite par Françoise d’Eaubonne avec son travail théorique sur l’écoféminisme. Revue Galaxies SF no 87, 2024. Tout droits réservés

Nel Satellite de l’Amande, primo volume della sua Trilogie du Losange, decentra così il soggetto e l’oggetto con il racconto dell’esplorazione di un pianeta disabitato ma che si rivela ESSERE letteralmente un corpo. Confondendo così il confine tra l’esploratrice e il pianeta. È attraverso i loro corpi che si realizzerà una fusione di sensibilità carnale, ritmica, tra loro.

Nel volume successivo –Les Bergères de l’Apocalypse– d’Eaubonne descrive gli inizi di Anima, la civiltà delle donne. Tesse nel testo i legami natura/umano utilizzando un vocabolario vegetale a proposito delle società delle donne: “Tutto germogliava, cresceva, sfogliava nei gruppi, nelle comunità e nelle comuni di donne. Tutto frusciava, discorsi, discussioni, mormorii, commenti e canzoni, e la Rivoluzione lavorava con piccoli rumori e con grandi clamori, e risuonava come un albero pieno di scricchiolii e di uccelli.” Più avanti, è il susseguirsi della cornamusa, del gabbiano e della brughiera che sottolinea la continuità tra il mondo umano e non-umano6.

Molto lucida, d’Eaubonne descrive anche il fallimento dell’agire rivoluzionario delle avanguardie. Ne Les Bergères scrive a proposito di questo fallimento che, in ogni caso, “la loro liberazione non poteva che essere intima”7. Non può venire dall’esterno, con la forza o la teoria rivoluzionaria. Solo le esperienze della vita sono in grado di modificare questa dimensione intima dei nostri corpi e del nostro agire.

Rimediare alla distanziazione: Io sento dunque sono.

Come arrivare a questa dimensione? Una questione cruciale per Itsuo Tsuda. Per lui come per d’Eaubonne, bisogna sbloccare le strutture interne che servono da secoli come base ai nostri modi di essere e di agire, affidandoci ad altri pattern di pensiero e sul corpo.
Sapendo che, secondo la ricercatrice Barbara Glowczewski, i miti e i riti non sono dell’ordine del simbolico le persone agiscono secondo questi pattern. Tra gli aborigeni il sogno è un divenire rizomatico, un “concetto da pensare”8. È ciò che ha fatto d’Eaubonne tramite la scrittura.

Ci indica una chiave essenziale nel passaggio de Le Bergères in cui assistiamo alla rinascita di un mondo unificato e ciclico: “grida di animali sono nate con la stessa timidezza, molto lontane, isolate, si avvicinano: ‘Sono qui!’”9

È una chiave. Questo “Sono qui” neutralizza il “penso dunque sono”. Questa concezione storicamente datata di un uomo circondato di oggetti, di animali reificati e di un paesaggio sfruttabile.

Ma esistono altre concezioni del mondo. Culture diverse che hanno in comune modi di esistenza che sfuggono all’utilitarismo, all’universale astratto e alla separazione umano/ambiente. Esse sono organiche e singolari. L’agire trova le proprie ragioni e le proprie finalità dall’interno delle situazioni. L’antropologo Rodolpho Kush che ha studiato le culture autoctone del Sud America, le chiama le Culture dell’Estar Siendo, Essere qui10.

Dall’altra parte del Pacifico l’ecologo giapponese Kinji Imanishi rileva una nozione analoga con il Ba 場, Qui o Essere qui11. Un concetto fondante della cultura giapponese che si ritrova in molti aspetti, in particolare la parola baai 場合12, essere da qualche parte, in carne e ossa, in un’occasione particolare. Il geografo Augustin Bergue13, traduttore di Imanishi, chiama questa ontologia situazionale essere-in-presenza (being-thereness).

Imanishi insiste anche sul fatto che gli esseri viventi collegano ciò che sono e dove sono. Ed è attraverso la sensazione, l’intuizione, che si può cogliere il comune dei mondi umano e non umano. Cio si trova anche nella scrittura cinese. L’ideogramma Sei生la vita, non è un concetto, è una traccia che evoca una percezione. La sensazione che si prova quando alla vista di un germoglio, si sente che si è vivi in seno alla vita sulla terra. Imanishi diceva: “Sento, quindi sono”.

Sei, la vita, calligrafia di Itsuo Tsuda

Questo pattern ci reintegra nel mondo terrestre, come esseri viventi tra gli esseri viventi. Ora, come può dispiegarsi l’azione senza ricadere nello schema dualistico? L’antica Cina ci fornisce ancora un pattern molto interessante: il 無爲 Wu-wei, Non-fare. Vedremo che questo non ha nulla a che fare con il ritirarsi dall’azione collettiva o con una postura meditativa individualista.

Sabotare il pensiero cartesiano: il Non-fare

Ursula Le Guin ha scritto: “Tutto quello che cerco di fare è capire come mettere un ostacolo sulla strada.”14 La nostra struttura mentale, deformata dal cartesianesimo e dal dualismo, non può uscire da sola dal proprio stesso giogo. Questo è il motivo per cui è necessario porre ostacoli sul percorso. Questo è lo scopo di Itsuo Tsuda quando dichiara “Anche se non penso IO SONO”. Come Chaung-tzu, provocare un crollo della logica per lasciar emergere un’altra comprensione.

Nelle culture cinese e giapponese esistono tecniche per hackerare il cervello. Creare un cortocircuito nella volontà per lasciare spazio a un’ intelligenza più profonda e connessa. Le pratiche come lo zen, la calligrafia, le arti marziali, ecc., hanno lo scopo di provocare, grazie alle tecniche del corpo, l’abbandono del pensiero calcolatore al fine di far sorgere il Wu-wei (Non-fare).

Questo è il significato della calligrafia Naka, il bersaglio. Che rappresenta allo stesso tempo arco, freccia, bersaglio, arciere, in una stessa unità. Qui pensiero e azione non fanno che uno. Il Non-fare è quindi un regime di attività15 in cui l’azione e la parola sono altamente efficaci, proprio per l’assenza di intenzionalità.

Naka, il bersaglio, calligrafia di Itsuo Tsuda

Anche gli antichi racconti europei insegnano attraverso dei simboli come trovare quest’azione giusta. Che si debba baciare un rospo, ascoltare le parole di una volpe, o aspettare che la notte porti consiglio. Si tratta sempre di “lasciare la presa”; di fare il vuoto per ascoltare e entrare nel flusso.

Allo stesso modo in cui gli artigiani giapponesi coproducono gli oggetti con le materie viventi, il ferro, la terra, l’acqua, il fuoco. L’artigiano è riconoscente per la svolta inattesa che prende la propria creazione. Allora l’atto non è più il risultato di UNA volontà, di UN soggetto. È una molteplicità che si esprime.

Questo pattern ci fa uscire dall’agire coloniale, dal FARE, dall’ingegnere che propugna soluzioni astratte e esterne alle situazioni. Questo Non-agire situazionale, il popolo Kogi lo suggeriva proponendo la reintroduzione del tapiro in Brasile piuttosto che la spesa di milioni di dollari per ripristinare le foreste primitive. I tapiri mangiano i frutti e fanno i loro escrementi dove non ci sono alberi da frutto, “piantando” così la foresta. Un agire nella/con la rete del mondo.

Sono sempre esistite delle scienze autoctone in simbiosi. Come l’agire degli animali e delle piante che probabilmente non facciamo che intravvedere.

Qui con i nostri stili di vita urbanizzati e parcellizzati, un modo per entrare concretamente in questi paradigmi è ritrovare i nostri corpi nelle pratiche quotidiane. Ascoltare le proprie risorse involontarie, riattivare la nostra sensazione e iniziare a ristabilire una relazione tra un pensiero selvaggio riabilitato e un pensiero erudito relativizzato.

Pratiche del sé emancipatrici

Marcel Mauss indicava che il corpo è espressione di noi stessi, ma anche di una concezione culturale, dell’organizzazione sociale e dei sistemi di rappresentazione del mondo16. L’addomesticamento sociale e la nostra alienazione sono quindi inscritti nei nostri corpi.

In Oriente, corpo e mente non sono separati, filosofia e pratica sono quindi indissociabili. Per Itsuo Tsuda, Aikido e Katsugen undo fanno parte del percorso della filosofia del Non-fare. Sono delle pratiche di emancipazione in cui proviamo uno scarto tra le nostre abitudini e la loro ricalibrazione.

È attraverso il contatto sensibile e il movimento che si sperimenta un altro tipo di relazione, che non passa né per la parola né per la visione. Sono “saperi di sé” che si riscoprono e “pratiche di sé” che coinvolgono il livello individuale e collettivo.

L’Aikido in questa visione non ha per scopo imparare a combattere e a distruggere. È uno studio, tramite il corpo, delle possibilità di relazionarsi con gli altri, malgrado e con il conflitto. Di ristabilire un equilibrio in se stessi, e nella relazione.

Di fronte all’addomesticamento delle donne e a quello che Elsa Dorlin chiama la “fabbrica dei corpi disarmati”17, d’Eaubonne sottolineava l’importanza della riappropriazione delle capacità di reazione. Come insegnante di Aikido; mi associo all’appello di d’Eaubonne a riscoprire “attitudini ignorate, represse, che ci fanno così paura, le più semplici posizioni combattive del corpo.”18

Il paradigma della generazione

Un elemento molto importante è sottolineato dalla filosofa Émilie Hache19: le società industriali estrattiviste non manifestano più alcuna preoccupazione per la generazione, vale a dire la riproduzione delle condizioni di esistenza. Rimpiazzato storicamente dall’idea di Provvidenza. Un mondo creato una volta per tutte, che non ha più bisogno di essere perpetuato nel quotidiano. La generazione è un fenomeno sociale totale, che riguarda la perpetuazione degli esseri umani, del clan, delle relazioni con gli antenati e con gli esseri viventi in mezzo ai quali viviamo.

Aggiungerei anche che le nostre società non manifestano più alcuna preoccupazione per la cura delle capacità vitali di (ri)generazione umana. La visione meccanicistica di un corpo parcellizzato, ci porta a pensare che si possa consumare il proprio corpo come si consuma una bicicletta. Ogni tanto, bisogna stringere i freni e cambiare dei pezzi. Tranne che i processi biologici e il metabolismo non rispondono affatto come dei processi meccanici, ai quali sono troppo spesso paragonati.

I processi vitali si rigenerano e ritrovano il loro equilibrio da soli nel quotidiano se gliene si lascia loro la possibilità. Ma il movimento involontario è represso. Il corpo rigidificato ha difficoltà a reagire, a mantenere l’equilibrio e a recuperare dalla fatica. Come dice l’ecofemminista Ariel Salleh: “La sensibilità ai flussi della natura si perde quando il sapere insiste sulle operazioni precise da effettuare per trasformare la natura”.20

Invece, nel paradigma della generazione, la vita umana è inscritta in una visione olistica. Le pratiche vernacolari si prendono cura delle risorse interne, cioè della capacità innata di equilibrazione attraverso il movimento involontario del corpo nel quotidiano.

La pratica del Katsugen undo, che è una specie di ginnastica dell’involontario, è iscritta in questo paradigma. È la manifestazione del lavoro interno che gli esseri umani già possiedono, ma che nel nostro mondo moderno ha bisogno di uno spazio-tempo per cedere il posto all’espressione dell’attività di ciò che è vivo in noi.
Ben inteso, non si tratta di ricette miracolo, ma di tener conto delle pratiche equilibratrici ed emancipatrici sul lungo periodo.

La demeure des ancêtres, calligraphie de Itsuo Tsuda

Conclusioni

Per concludere, quando Françoise d’Eaubonne scriveva “Bisogna perdere la testa per abitare i nostri corpi”, esprimeva la propria radicalità. Rifiutare invece di continuare. Perdere la testa se necessario invece di mantenere il dualismo patriarcale. E poi costruire qualcosa di diverso, qui e ora.

Ritrovo in lei quest’interezza e questa determinazione che avevano i miei genitori. In loro, è il rifiuto di perpetuare la formattazione scolastica il motivo per cui le mie sorelle ed io non siamo mai andate a scuola. È dal rifiuto dei rapporti sociali esistenti che sono nati dei dojo libertari.

La maggior parte urbani, autogestiti, ugualitari, senza sovvenzioni. In cui le donne sono la maggioranza. Dojo costruiti con la capacità di sbrigarsela in prima persona e la tenacità da 40 anni. Come le ZAD, sono in rottura sia con l’individualismo neoliberale che con le vecchie forme della contestazione. Sono luoghi e pratiche da cui possono emergere cambiamenti che coinvolgono l’individuo e il collettivo.
Non si tratta di scimmiottare pratiche astoriche, fuori dalle loro culture. Come scrive Anna Tsing in Il fungo alla fine del mondo, “le rovine si avvicinano e ci stringono da tutte le parti, dai siti industriali ai paesaggi agricoli devastati.” Eppure, “l’errore sarebbe credere che ci si accontenta di sopravviverci perché è anche in queste rovine, in questi margini, che a volte la vita è più viva, più intensa.”21

In effetti, queste pratiche sono nate in Giappone, nelle rovine della Seconda Guerra mondiale. Sono rizomi che risorgono, attualizzazioni di saggezze vernacolari antiche. È dalla potenza dell’utilizzo che ne fanno le persone per vivere qui e ora altri possibili che diventano pratiche strategiche di resistenza-creazione profondamente ecofemministe.
Vi ringrazio per la vostra attenzione.

Manon Soavi

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Notes

  1. Françoise d’Eaubonne, corrispondenza personale con Alain Lezongar.
  2. Termine utilizzato nelle scienze umane: modello semplficato di una struttura di comportamento individuale o collettivo (di ordine psicologico, sociologico, linguistico). Sinonimi: modello, schema.
  3. Françoise d’Eaubonne, « Virtuel et domination », Temps critique n°10, maggio 1998.
  4.  ibid
  5. Anna Berrard e Anaïs Choulet-Vallet, « Mettre en contact plutôt que mettre à distance le monde sensible. Pour une épistémologie écoféministe du toucher », Revue Tracés, 42 | 2022, https://doi.org/10.4000/traces.13843
  6. Vedi l’analisi di Mathilde Maudet. Perspectives sur une écriture littéraire écoféministe dans Les Bergères de l’Apocalypse de Françoise d’Eaubonne et The Fifth Sacred Thing de Starhawk. Littératures. 2023.
  7. Françoise d’Eaubonne, Les Bergères de l’Apocalypse, éditions Des Femmes, p. 367.
  8. Barbara Glowczewski, Réveiller les esprits de la terre, édition Dehors, 2021, p. 48.
  9. Françoise d’Eaubonne, op. cit., p. 392.
  10. M. Benasayag e B. Cany Contre-offensive, éd. Le pommier, 2024.
  11. Kinji Imanishi, Comment la nature fait science, Wildprojet, 2022, p. 139.
  12. Baaï 場合, lett. un accordo (ai 合い) di diversi qui (ba場).
  13. Augustin Bergue, Fûdo and Edo a note on Watsuji’s nipponity, Contribution to a collective book on Watsuji (Hans Peter Liederbach ed.) febbraio 2023.
  14. Citata da Corinne Morel-Darleux in « Placer des obstacle sur la voie » Terrestres, 06 febbraio 2020.
  15. Definizione proposta da Jean-Françoise Billeter, vedi i suoi Études e Leçons sur Tchouang-tseu, éditions Allia. In italiano Lezioni sul Zhuangzi, Nottetempo, 2009.
  16. Marcel Mauss, Les techniques du corps, conférence à la Société de Psychologie, 1934.
  17. Elsa Dorlin, Difendersi. Una filosofia della violenza, Fandango, 2020.
  18. Françoise D’Eaubonne, Contre-violence. Ou la Résistance à l’État. éditions Cambourakis, 2023.
  19. Émilie Hache, De la génération et de son remplacement par la production, éditions La découverte, 2024.
  20. Ariel Salleh, Pour une politique écoféministe, Wildproject et le passeger clandestin, 2024, p. 244.
  21. Anna Tsing, Il fungo alla fine del mondo. La possibilità di vivere nelle rovine del capitalismo, Keller, 2021.

Miyako Fujitani, l'”effetto Matilda” dell’Aikido?

Di Manon Soavi

Immaginate per qualche secondo un mondo in cui sarebbero scritti degli articoli su “l’Aikido al maschile”! Con un unico articolo che parlerebbe di Tohei sensei, Shioda sensei, Noro sensei e Tamura sensei. Articoli che troverebbero rilevante metterli insieme in nome del fatto che hanno in comune… un cromosoma Y. È strano, persino ridicolo, non è vero? Come mettere insieme uomini con storie personali ricche, diverse, ognuno con un rapporto privilegiato con O sensei, ognuno con un percorso personale diverso nell’Aikido? Ognuno di loro ha la propria personalità, la propria storia, il proprio insegnamento specifico. Ognuno di loro merita, come minimo, un articolo dedicato solo a lui.

Eppure questo è ciò che accade alle donne. Troviamo pertinente parlare di Aikido “al femminile”… Ovviamente questo non è specifico solo dell’Aikido, è un fenomeno sociale. Sapete che gli Stati Uniti sono stati campioni del mondo di calcio? Ah, sì, il calcio “femminile”, quindi non conta. Perché? Perché c’è IL calcio e poi c’è il “calcio femminile”.
È anche il fenomeno che permette ai Puffi di avere ciascuno una caratteristica, anche minore, mentre la Puffetta, la sua caratteristica, è quella di essere una ragazza, tutto qui. Non ha alcun carattere, a parte i tratti che caratterizzano una ragazza stupida e civettuola. Certo, è solo un fumetto ma se ci pensate per qualche minuto si possono trovare centinaia di esempi dello stesso fenomeno. Gli uomini sono persone, personaggi con caratteristiche e storie. Le donne sono, nella stragrande maggioranza dei casi, solo “donne”. Come le aikidokate messe insieme nel cestino “aikido femminile” negando le loro specificità, le loro differenze, le loro storie. Fortunatamente alcuni cercano di tracciare i loro percorsi anche se le informazioni sono “come per caso” molto meno disponibili, se non del tutto inesistenti!

Tenshin dojo de Miyako Fujitani Osaka
Tenshin dojo di Miyako Fujitani a Osaka

L’effetto Matilda

«L’effetto Matilda è la negazione, la spoliazione o la minimizzazione ricorrente e sistemica del contributo delle donne alla ricerca scientifica, il cui lavoro è spesso attribuito ai loro colleghi maschi. È un fenomeno osservato da Margaret W. Rossiter, storica della scienza che chiama questa teoria “effetto Matilda” in riferimento all’attivista femminista americana del XIX secolo Matilda Joslyn Gage. Quest’ultima aveva notato che gli uomini si attribuivano i pensieri intellettuali delle donne vicine a loro, i contributi delle donne erano spesso ridotti a ringraziamenti in fondo alla pagina.
È, ad esempio, l’effetto osservato per Rosalind Franklin, i cui lavori, determinanti per la scoperta della struttura del DNA, saranno pubblicati a nome dei suoi colleghi. Idem per le scoperte di Jocelyn Bell in astronomia che valsero al suo direttore un premio Nobel nel 1974. Lui, non lei.

La storia di Miyako Fujitani assomiglia un po’ a quella di Mileva Einstein, fisica, compagna di studi e prima moglie di Albert Einstein. Mileva e Albert Einstein si incontrano sui banchi dell’università e la teoria della relatività sarà la loro ricerca comune. Solo che rimane incinta mentre non sono sposati, il che fa precipitare il loro matrimonio ma rallenta notevolmente Mileva nei suoi studi. Alla fine i tre figli che la coppia avrà, l’ultimo dei quali, disabile a vita, saranno completamente a carico di Mileva, una volta che Albert Einstein partirà per fare carriera negli Stati Uniti. Naturalmente, non si tratta qui di mettere in discussione il genio di Albert Einstein, ma di interrogarsi sulle possibilità che ha avuto Mileva, lei, di continuare la sua carriera con tre figli a carico, di cui uno disabile. Albert Einstein è potuto partire per fare carriera solo perché lei è rimasta. Infine, se ci pensiamo, il detto che dice “dietro ogni grande uomo c’è una donna” non è affatto romantico o tenero, se lo riformuliamo più giustamente “dietro ogni grande uomo c’è una donna che si è sacrificata perché non aveva altra scelta”. La carriera, le onorificenze, i premi, le posizioni, il riconoscimento dei colleghi, tutto questo si basa sullo schiacciamento più o meno “accettato” delle donne.

Quando si pensa di misurare la competenza di una donna sulla base della sua carriera, del riconoscimento dei suoi pari, si dimentica che il gioco è truccato, perché per ogni maestro di aikido che ha fatto carriera c’è dietro almeno una donna che si è occupata dei loro figli, spesso del dojo, delle iscrizioni, della contabilità, delle relazioni sociali. Senza contare la cura del marito stesso, l’attenzione a lui. Su queste basi, assicurate dalla moglie del maestro, la straordinaria abilità marziale può fiorire e brillare. Attenzione, non metto in dubbio la competenza di questi maestri, contestualizzo la presenza femminile che ha permesso loro di prosperare. Una presenza che spesso hanno considerato dovuta, uno stato di fatto. Poiché sistemica. Al contrario, molto spesso, nessuno ha aiutato le donne a esercitare le loro arti. Nessuno tiene i loro figli, prepara i pasti, fa la contabilità del dojo per loro. Per non parlare di quelli che hanno cercato di sbarrargli la strada. Quindi quando si confrontano, su una presunta base oggettiva, le loro carriere con quelle di certi uomini, ovviamente, in modo strutturale, non hanno potuto raggiungere la stessa fama. Tuttavia, non è una questione di competenze, ma di società.

Miyako Fujitani senseï
Miyako Fujitani senseï

La storia di Miyako Fujitani

Nata negli anni Cinquanta in Giappone, Fujitani sensei è oggi una delle rare donne settimo dan dell’Aikido che insegna nel proprio dojo da quarant’anni, a Osaka. Allieva di Koichi Tohei, passa il primo e secondo dan davanti a Ueshiba O sensei. Tuttavia, contrariamente alla storia di un certo numero di allievi di Ueshiba O sensei, il suo percorso di aikidoka non racconta come ha iniziato a confrontarsi con il mondo e a fare carriera, ma racconta la storia che è spesso il destino delle donne: rimanere indietro e sopportare. In questo senso è un percorso simbolico.

Miyako Fujitani si confronta molto giovane con la violenza maschile. Suo padre maltratta e picchia i suoi tre figli. Muore quando lei ha sei anni, avendo “solo” avuto il tempo di maltrattarla e slogarle la spalla. Continua a confrontarsi con questa violenza alle scuole medie dove subisce da parte dei ragazzi aggressioni quotidiane. In quel periodo pratica la danza classica e il Chado (l’arte del tè) ma decide di reagire e progetta di fare judo come suo fratello. Alla fine sceglie l’Aikido. Il suo primo insegnante a Kobe rifiuta le donne nel suo corso, ma lei insiste così tanto che finisce per accettarla. Successivamente, diventa allieva di Tohei sensei e passa il primo dan davanti a Ueshiba O sensei a Osaka nel 1967. Racconta che «O sensei Ueshiba si riferiva a se stesso come Jii (nonno) quando insegnava al gruppo di donne. Era sempre accompagnato dalla signorina Sunadomari, che lo assisteva in ogni modo. [In particolare] Ueshiba sensei dimostrava sempre questo trucco con lei, una sorta di svenimento per ingannare l’avversario.»1

Quando inizia l’Aikido, lei si sente inferiore come donna nella pratica. Senza altro modello, non ha altro orizzonte che “diventare forte” come gli uomini per essere finalmente considerata “altrettanto competente”. Cerca quindi di competere con la forza muscolare degli uomini che la circondano. Per un anno si rafforza muscolarmente. Racconta che la sua tecnica sembrava allora, in effetti, molto potente, ma che maltratta talmente il suo corpo che finisce per rompersi le ossa delle braccia e delle dita. Si danneggia anche le articolazioni dei gomiti e delle ginocchia. Dovrà anche smettere di praticare per un anno per riprendersi.

Miyako Fujitani senseï
Miyako Fujitani senseï

Questa situazione in cui le donne soffrono in modo sproporzionato di lesioni legate alla loro professione si trova ad esempio nelle donne pianiste, dove «diversi studi dimostrano che le donne pianiste sono più esposte al dolore e alle lesioni rispetto ai pianisti di sesso maschile (per le donne, il rischio è superiore di circa il 50%). Un altro studio mostra che il 78% delle donne, contro il 47% degli uomini, soffre di disturbi muscoloscheletrici.»2 È quindi anche un problema sociale in cui, poiché si dà valore solo a un certo modo di fare, di muoversi, di suonare musica, ecc., le donne sono sistematicamente svantaggiate e, con la volontà di esercitare il proprio mestiere, di realizzare le proprie passioni, danneggiano eccessivamente il proprio corpo. Pagando anche il prezzo di interruzioni di carriera o addirittura di abbandoni.

Miyako Fujitani ha ventuno anni quando incontra Steven Seagal, a Los Angeles dove accompagna Tohei sensei per un seminario di Aikido. Assiste al suo passaggio di primo dan negli Stati Uniti e poco dopo il suo ritorno in Giappone, ritrova Seagal. Ha appena vinto una somma di denaro con uno spettacolo di Karate a Los Angeles, spettacolo durante il quale si rompe il ginocchio, ma con i soldi guadagnati compra il biglietto per il Giappone e sbarca con, come unici averi, un paio di jeans bucati e una forchetta d’argento.
Miyako Fujitani è allora secondo dan e apre il proprio dojo, che chiama Tenshin dojo, su un terreno della madre e i soldi di quest’ultima. Si sposa con Steven Seagal pochi mesi dopo il loro incontro nel 1976 e, in un riflesso molto tipico del condizionamento femminile, è lei stessa a metterlo nella posizione di insegnante principale nel suo dojo, mentre lei è il suo sempai, cioè il suo superiore gerarchico. È un condizionamento molto forte delle donne che vengono educate con l’idea che devono garantire la pace della famiglia e il benessere del marito favorendo l’idea che lui si fa della propria superiorità. Soprattutto non guadagnare di più, non essere più conosciuta, non riuscire meglio di lui con il rischio di vedere la propria famiglia distrutta. Tutte le donne sanno molto bene questo e le storie di uomini che lasciano le proprie compagne, gelosi della loro riuscita, non sono rare. Mona Chollet lo esplicita perfettamente nel suo capitolo «”farsi piccola” per essere amata?», con l’aiuto di esempi uno più eloquente dell’altro e con questa conclusione critica: «La nostra cultura ha normalizzato così bene l’inferiorità delle donne che molti uomini non sono in grado di affrontare una compagna che non si sminuisca o non si autocensuri in alcun modo.»3 Evidentemente per Fujitani la cosa si aggrava con il rapido arrivo di due bambini piccoli.

La discesa agli inferi

Anche se è nel proprio dojo, Seagal inizia a sminuirla, relegandola al ruolo della “giapponese che porta il tè mentre lui gioca al piccolo shogun”4. La trappola si chiude su di lei, tanto più che giornali e televisioni fanno eco al “gaijin’s dojo” evidenziando l’idea che Steven Seagal sia “il primo occidentale ad aver aperto un dojo in Giappone”, benché in realtà abbia fagocitato il dojo di Miyako Fujitani.
Durante questo periodo, Steven Seagal intrattiene molte relazioni con altre donne, comprese delle allieve, e alla fine annuncia a Fujitani che ritorna negli Stati Uniti per fare carriera come attore. Lei resta ad aspettarlo con la promessa che potrà raggiugerlo con i figli. Un’altra promessa: dei soldi per prendersi cura dei figli, neanche questa sarà mantenuta.
Alla fine, degli avvocati la contatteranno per chiedere il divorzio e permettere a Seagal di risposarsi negli Stati Uniti.

Miyako Fujitani et sa fille
Miyako Fujitani e sua figlia

Non tutti i mali vengono per nuocere

Miyako Fujitani è ovviamente disperata per essere stata così abbandonata con i due figli. Per coronare il tutto, quasi tutti gli allievi del dojo sono in realtà più colpiti dal carisma di Seagal che interessati all’Aikido. Il terreno che aveva minato sminuendola sistematicamente davanti agli allievi agisce in modo duraturo poiché non solo se ne vanno ma, inoltre, tornano a prendersi gioco di lei e del suo dojo abbandonato. Lei racconta in un’intervista «[In quel periodo] avevo voglia di nascondermi in un buco. Eppure non avevo fatto niente di male! Alcuni allievi venivano da altri dojo con molta arroganza, come se fossero a casa propria. Dicevano ai miei rari allievi “lei è debole, andate altrove”. Ho veramente detestato questo periodo e questo dojo. Alcune persone hanno raccontato persino che Steven mi avesse lasciato perché ero cattiva (ride). Ciononostante, quando andavo a letto la sera, pensavo a quello che avevo. […] Utilizzavo l’immaginazione per vedere i miei figli crescere e per immaginare i miei nipoti e mi chiedevo se sarebbe arrivato il giorno in cui mi sarei sentita veramente felice di avere l’Aikido. È questo che mi ha aiutato ad arrivare fin qui. Amo insegnare ai giovani con gioia e oggi posso veramente dire “sono felice di avere l’Aikido.»5

Alla fine, resiste, persevera, scopre anche la scuola di spada Yagyu Shinkage-ryu a cui si appassiona e che nutre la sua comprensione dell’Aikido. Tiene duro e porta avanti il ruolo di madre e la propria passione per l’Aikido. «Oggi, molte donne lavorano, anche in professioni che prima erano riservate agli uomini. Non è raro che una donna lavori e allo stesso tempo cresca dei figli. Per me, era difficile perché dovevo provvedere ai bisogni della mia famiglia insegnando l’Aikido. All’inizio [l’Aikido] era un’arte marziale praticata maggiormente dagli uomini e avevo dovuto saltare a lungo l’allenamento a causa dei bambini. Era vergognoso per me in quanto insegnante di Aikido: un giorno che ho ripreso l’allenamento, ho fatto un errore e mi sono fatta male a entrambe le ginocchia.»6

Miyako Fujitani senseï
Miyako Fujitani senseï

Aikido: essere una donna è un vantaggio

Oggi lei insiste nel proprio insegnamento su una pratica che rispetti l’integrità del corpo come valore cardinale. Frutto degli incidenti che aveva avuto quando aveva iniziato, insiste quindi sull’importanza per Uke di seguire correttamente invece di resistere fino al punto in cui il corpo soffre. «L’ukemi non è un movimento di dimostrazione, lo scopo iniziale è proteggere il corpo dalle ferite. Fare ukemi non vuol dire che siete un perdente. Se Uke comprende che tipo di tecnica è usata, allora può sottrarvisi. Ne approfitta e prepara il contrattacco. Durante l’esecuzione di una tecnica, il ruolo di uke non è solo quello di eseguire correttamente l’ukemi senza resistere alla proiezione, ma anche osservare il timing della tecnica, sviluppando così la capacità di “leggere” la tecnica. Dopo tutto, è un esercizio sia per chi esegue il Waza sia per chi lo riceve.»7 Per questo sottolinea la necessità di avere un corpo disteso. «In giapponese, c’è la parola 脱力, Datsuryoku, che si traduce con “distendere il corpo come durante il sonno.” Quando dormiamo normalmente non possiamo utilizzare il corpo con una energia eccessiva».8

«Nel Karaté, per esempio, si blocca o si contrattacca, ma nell’Aikido, non si blocca. Non ci scontriamo allo stesso livello dell’avversario, è per questo che è così delicato. Il Ma Ai è molto importante e insisto molto su questo punto. Insegno qualcosa di completamente diverso da quello che fanno [all’Aikikai] di Tokyo che, mi dispiace dire, è sbagliato. Insegno un metodo più morbido con un Ma Ai preciso affinché le tecniche possano essere eseguite più facilmente.»9

Convinta che l’Aikido sia l’arte marziale che va bene per le donne, lavora quotidianamente per svilupparlo, e tramite degli eventi, come nel 2003 quando conduce negli Stati Uniti uno stage chiamato Grace&Power. Women&Martial Arts. L’importanza di avere dei modelli non le sfugge. Certamente «C’è stata un’epoca in cui il dojo [di Ueshiba O sensei] contava molte allieve. Ma per un certo periodo, molti allievi hanno utilizzato la forza e si sono fatti male. Al punto che molte donne si sono scoraggiate. E per un certo periodo c’è stato un vuoto di donne che praticavano.»10
«[Io stessa] ho insegnato l’Aikido per più di 10 anni in un’atmosfera di discriminazione verso le donne. [Tuttavia] perfezionando sempre di più la mia pratica, ho sviluppato il mio stile d’Aikido, un Aikido che può essere praticato da donne che non hanno alcuna capacità fisica.

Penso che gli uomini che praticano il mio stile sono molto avvantaggiati. Se volete utilizzare i muscoli dall’inizio, vi abituerete a utilizzare sempre la forza. Ma non realizzerete né svilupperete granché. Ma se si scoprono le basi senza utilizzare la forza, basandosi unicamente sui principi, allora i muscoli, la statura, ecc., saranno un vantaggio da non sottovalutare una volta raggiunto un certo livello.
Il fondatore dell’Aikido ha dichiarato11:”L’Aikido basato sulla forza fisica è facile. L’Aikido senza forza inutile, è molto più difficile.” So che se provassi a basare i miei corsi di Aikido sulla forza fisica, non sarei in grado di fare neanche una tecnica e non avrei nessun allievo. Si può forse dire che le tecniche di Aikido sviluppate dalle donne detengono la chiave dei segreti ultimi dell’Aikido – un Aikido che non si basa sulla forza.»12

NOTE:
1 – Miyako Fujitani «I am glad I have Aikido», Magazine of Traditional Budo, n. 2, mars 2019. Trad. Manon Soavi.
2 – Caroline Criado Perez, Femmes invisibles. Comment le manque de données sur les femmes dessine un monde fait pour les hommes, éd. First 2019, p.182
3 – Mona Chollet, Réinventer l’amour, édition Zones, 2021, p.99
4 – Fujitani Miyako in Sylvain Guintard, Rencontres extraordinaires, édition Budo, 2014, p. 94
5 – «I am glad I have Aikido» entretien avec Miyako Fujitani, Magazine of Traditional Budo, n. 2, mars 2019
6 – «Zu viele Menschen in dieser Welt müssen leiden.» entretien avec Miyako Fujitani, Aikido Journal n. 34D mars 03
7 – Ibidem
8 – Ibidem
9 – «I am glad I have Aikido» entretien avec Miyako Fujitani, Magazine of Traditional Budo, n. 2, mars 2019
10 – Ibidem
11 – Itsuo Tsuda allievo diretto del fondatore riporta anche che O sensei ha dichiarato che «il suo Aikido ideale era quello delle giovani ragazze. Le giovani non sono capaci, a causa della loro natura, di contrarre le spalle tanto quanto i ragazzi. Il loro Aikido, per questo motivo, è più fluido e più naturale.» Itsuo Tsuda, La via della spoliazione, Yume edition, 2016, p.161
12 – «Zu viele Menschen in dieser Welt müssen leiden.» entretien avec Miyako Fujitani, Aikido Journal n. 34D mars 03

La tradizione non è il culto delle ceneri, ma il mantenimento del fuoco #1

Di Manon Soavi e Romaric Rifleu

Parte 1: L’inchiesta

Tutte le tradizioni marziali, nel corso della loro storia, si trovano in questa tensione tra evolversi per adattarsi al mondo e preservare le loro competenze passate. È anche grazie all’alternanza tra questi due poli che una tradizione può continuare, i seguaci stessi si dividono tra coloro che modernizzano e coloro che cercano nelle origini. Dobbiamo liberarci di ogni idea di gerarchia tra loro per apprezzare il lavoro necessario che ogni seguace apporta a questa dinamica.

Possiamo vedere un esempio nella musica occidentale con le ricerche negli anni ’90 di alcuni musicisti sulla costruzione strumentale dell’epoca barocca. Le loro ricerche portarono a una riscoperta qualitativa di un repertorio trascurato perché difficile da interpretare correttamente con gli strumenti del XX secolo. Altri musicisti, invece, come Beethoven o Liszt, spingendo i limiti degli strumenti delle loro epoche hanno portato i costruttori di pianoforti a modificare gli strumenti, dando vita al pianoforte di oggi.

Musashi Miyamoto è stato tra coloro che hanno modernizzato una tradizione marziale, con una «riorganizzazione del sapere tecnico esistente» (Tokitsu Kenji, Vita di Musashi, Luni Editrice, p. 52) a partire dalla scuola familiare di jitte (1) e dalla propria esperienza di combattimento per creare la sua scuola delle due spade. Questa evoluzione è, per noi, il passato. Passato che da una parte dobbiamo far vivere e che dall’altra si alimenta delle riscoperte qualitative di alcuni ricercatori. Queste ricerche hanno l’obbiettivo di permettere una migliore comprensione del riai di una certa tradizione marziale. Il riai (coerenza dei principi) si perde un po’ di vista, a volte, con le evoluzioni e gli apporti di ogni generazione. È proprio per questo che ci sono dei momenti in cui alcuni seguaci si rivolgono verso il passato per ritrovare le radici dei principi di una scuola. È di questi lavori che vogliamo parlarvi in questo articolo a proposito della scuola delle due spade di Musashi.

Evidentemente l’eredità di Miyamoto Musashi è oggetto di controversie storiche come d’altra parte l’eredità dell’Aikido, ogni branca sostiene di essere più autentica, più importante, più realista. Nello stesso modo in cui ogni allievo di Ueshiba O sensei ha ricevuto l’insegnamento in un momento diverso dell’evoluzione del maestro e l’ha trasmesso a modo suo, gli allievi di Musashi hanno ricevuto e trasmesso cose simili che però, con il tempo, si differenziano tra loro. Una volta di più, invece di cercare una gerarchia tra queste scuole, queste linee, invece di cercare una verità unica, possiamo scegliere di nutrirci della completezza che apportano queste differenze per rendere viva l’arte di Musashi.

Manon Soavi et Romaric Rifleu. Niten ichi ryu. Musashi ryu.
Manon Soavi e Romaric Rifleu.
Niten ichi ryu, allenamento in Giappone, 2023

Kunihiko Tatsuzawa sensei

Quando più di quindici anni fa abbiamo avuto la possibilità d’iniziare lo studio del Musashi-ryu con Tatsuzawa sensei, non sapevamo quasi nulla dell’universo delle antiche scuole giapponesi. Praticavamo l’Aikido già da una decina d’anni ma non sapevamo in che cosa stavamo imbarcandoci, perché queste scuole non sono soltanto un repertorio di tecniche antiche e di armi arcaiche, esse fanno riferimento a un universo, una cultura, a una “cosmovisione”, si potrebbe dire.

Tatsuzawa sensei è professore emerito di diritto spaziale internazionale e vice-rettore dell’Università Ritsumeikan di Kyoto. Discendente di una famiglia di samurai studia molto presto la scuola familiare, il Jigo-ryu, poi diviene il decimo maestro di Ioriden Niten Ichi-ryu e il diciannovesimo maestro della scuola Bushuden kiraku-ryu. Quest’ultima è un koryu antico di quasi 500 anni che comprende jujutsu, iaï, nagamaki, bo, tessen, kusarigama, kusarifundo, yari, chigiriki. Una tradizione marziale ricca di 180 kata circa che rappresentano una vera immersione nel Giappone feudale.

Tatsuzawa sensei è quindi anche maestro della decima generazione di Ioriden Niten Ichi ryu, insegna diverse linee di ciò che è riunito sotto il nome di Musashi-ryu: il Sakonden Niten Ichi-ryu, lo Ioriden Niten Ichi-ryu e il Santo-ha Niten Ichi-ryu. Queste tre linee corrispondono a tre epoche della vita di Musashi, il Sakonden, la sua giovinezza, lo Ioriden, l’età matura, e il Santo-ha, la fine della sua vita. Questo insieme forma, nel Musashi-ryu, un percorso che riprende il sistema tradizionale per livello Shoden – Chuden – Okuden. Ogni livello permette di approfondire la comprensione del Musashi-ryu scoprendo una linea e le sue specificità (senza mischiarle).

Tatsuzawa sensei ci ha spiegato che il suo maestro, Nobuyuki Hirakami sensei, aveva condotto delle ricerche approfondite fin dagli anni ’70 per ritrovare le tracce dimenticate e lasciate da diversi allievi di Musashi, il che gli permise alla fine di capire meglio la forza del kyokugi (lett. prodezza, performance, arte, capacità) di Musashi.

Tatsusawa sensei Iorien niten ichi ryu. Musashi ryu
Tatsusawa sensei Iorien niten ichi ryu.

Musashi Miyamoto

Miyamoto Musashi (1584-1642) è una figura quasi leggendaria della cultura popolare giapponese. Visse nel corso di una svolta della storia del suo paese all’inizio dell’epoca Edo. Il Giappone usciva dalle guerre feudali e iniziava a stabilizzarsi intorno a un potere forte ma anche a una struttura della società molto rigida. Kenji Tokitsu dice, nel libro di ricerca che gli ha dedicato, che, «per l’estensione della sua padronanza delle arti, e per la capacità di esplorare i limiti del sapere del proprio tempo, Miyamoto Musashi mi ricorda Leonardo da Vinci.» (Tokitsu Kenji, Vita di Musashi, Luni Editrice, p. 7) In effetti Musashi era anche pittore, scultore, calligrafo, e ha lasciato un’opera scritta che ha un posto importante nella storia della spada giapponese. È autore di diversi trattati di strategia, il più famoso dei quali è il Gorin no sho (Il libro dei cinque elementi) che è un compendio dell’arte della spada e un trattato di strategia. Vivendo all’inizio dell’epoca Edo, prima della politica di chiusura e di stabilizzazione del Giappone da parte della famiglia Tokugawa, Musashi sembra essere un personaggio chiave, portatore di tradizioni marziali molto antiche e nello stesso tempo consapevole della propria posterità e di un avvenire molto diverso, a cui bisognerà dare indicazioni. «La strategia e la riflessione sul combattimento che fanno da sfondo alla vita di Musashi gli conferiscono svariate dimensioni. È questa tensione a scrivere sulla propria arte che costituisce la particolarità dell’opera di Musashi.» (Tokitsu Kenji, Vita di Musashi, Luni Editrice, p. 9)

Nobuyuki Hirakami (2) fa delle ricerche fin dagli anni ’70 sulle arti marziali e sulla storia delle scienze e delle tecnologie dell’epoca Edo (3), si è appassionato alle diverse scuole dei successori di Myamoto Musashi. Racconta così i suoi inizi, quando faceva già Kendo: «La prima persona che mi ha insegnato il Santo-ha Niten Ichi-ryu era Nobuo Komatsu Sensei a Kobe, che viveva vicino alla casa dei miei genitori. Ci andavo in bicicletta e ci allenavamo a casa sua e nel parco vicino.»
Hirakami sensei praticava già due altri koryu (scuole antiche), la Jigen-ryu e la Shibukawa-ryu, era quindi molto incuriosito dal fatto che ci fossero così pochi kata nella trasmissione che aveva ricevuto nel Santo-ha Niten Ichi-ryu. Anche se è vero che Musashi criticava le scuole che accumulano molte tecniche diverse, cinque kata gli sembravano comunque veramente pochi. Sentiva che gli mancavano degli elementi per capire questa tradizione marziale in modo più preciso, e questo l’ha spinto a cercare di più.

La scuola della fine della vita di Musashi: Santo-ha Niten Ichi-ryu

La linea Santo-ha Niten Ichi-ryu è trasmessa dagli studenti degli ultimi anni di Musashi ed è oggi la più diffusa. Hirakami ebbe l’opportunità di incontrare uno Shihan di questa scuola Kiyoshi Inamura che aveva studiato prima della guerra con Aoki Kikuo Hisakatsu, aveva quindi beneficiato della trasmissione di forme di Santo-ha Niten Ichi-ryu anteriori alle modernizzazioni effettuate dopo la guerra, forme risalenti alla fine dell’era Meiji. Anche in questo caso c’erano solo cinque kata di due spade, ma Hirakami apprese, con lui, che la tradizione dei dodici kata con una spada sarebbe stata aggiunta dopo Musashi e che i kata con solo un kodachi (spada corta) sarebbero stati aggiunti da Aoki Sensei dopo la seconda guerra mondiale.
Questo incontro permise a Hirakami di capire meglio le forme antiche della tradizione di Musashi. Le forme dell’epoca Meiji erano diverse da quelle elaborate dopo la guerra. Confrontando le due forme tecniche poté constatare le aggiunte e le modifiche effettuate nel dopoguerra nelle tecniche della scuola Santo-ha Niten Ichi-ryu. Scoprire che c’erano altre forme, più antiche, era un primo passo nelle sue ricerche che l’incoraggiò a proseguire.

La scuola della maturità di Musashi: Ioriden Niten Ichi-ryu

Nel corso delle sue ricerche sull’arte della spada di Musashi, una linea in particolare ha attirato la sua attenzione. È in un numero della rivista Kendo Nihon, speciale Musashi, che Hirakami scopre l’esistenza di un successore ancora in vita della linea Iori Miyamoto, a Tokyo. Una linea trasmessa da Aolki Jozaemo, (4) che studiò con un Musashi maturo. A partire da qui, Hirakami passa da sorpresa in sorpresa:
«Ho verificato i registri e, con mia grande sorpresa, c’era un erede a Setagaya (quartiere di Tokyo), come indicavano i registri antichi. Quello che era ancor più sorprendente, era che Shikou Akimitsu sensei, aveva 92 anni e praticava ancora.
Incontrandolo ho constatato che aveva la mente lucida ed era capace di eseguire dei kata con facilità. Tuttavia non aveva praticamente allievi. Lui e un solo altro allievo erano capaci di eseguire i kata di Ioriden Niten Ichi-ryu. Questo allievo era il famoso kendoka Kosan Yanagiya (maestro di Kendo tradizionale e sportivo, dichiarato Tesoro nazionale vivente del Giappone come maestro di Rakugo(5)).

Così, con mia grande sorpresa, Akimitsu sensei ha fatto chiamare Kosan Yanagiya e mi ha dato una dimostrazione di tutti i kata di Ioriden Niten Ichi-ryu.
Quando ho visto questi kata, ho avuto una nuova sorpresa. In primo luogo perché i kata venivano eseguiti non con una spada di legno ma con un fukuroshinai e l’avambraccio aveva una protezione in pelle.

Secondariamente i kata erano completamente diversi dal Santo-ha Niten Ichi-ryu, in termini di stile, tecnica e spirito. Era una tecnica molto particolare e molto diretta.
Questi kata tramandati di generazione in generazione avevano uno stile e un’atmosfera unici che non si trovavano nel Santo-ha Niten Ichi-ryu. Ero affascinato e volevo imparare a ogni costo questa forma unica. Akimitsu sensei mi ha detto che sarebbe stato felice di accettare la mia richiesta di essere iniziato e che potevo andare in ogni momento.» (6)

Akimitsu Shikou senseï, 92 ans et Kosan Yanagiya. Ioriden niten ichi ryu Musashi ryu
Akimitsu Shikou sensei, 92 anni e Kosan Yanagiya

Possiamo notare per inciso che il fatto di lavorare con i fukuroshinai non risale all’epoca di Musashi ma è un apporto successivo. Anche in questo caso si ritrova la tensione tra conservazione e innovazione. Il fatto di praticare con i fukuroshinai, pur essendo un apporto moderno, permette di essere più vicini alle distanze reali di combattimento, cosa che il bokken non permette veramente, permette anche di colpire realmente senza temere di danneggiare o uccidere il proprio partner. In questo c’è una scelta pedagogica fatta dai sensei di tale filone.

La scuola della giovinezza di Musashi: Sakonden Niten Ichi-ryu

Continuando la sua ricerca sulle linee di trasmissione, Hirakami ha avuto la fortuna di trovare una copia di un documento storico sull’arte della spada di Musashi, risalente alla sua giovinezza. Si trattava di un libro di nome Niten-ryu Kenjutsu Tetsugisho: al suo interno era chiaramente scritto «Niten Ichi-ryu» e conteneva anche una copia del Gorin no sho. Quello che era originale era che il libro conteneva una descrizione di nove kata a due spade con commenti molto dettagliati. Hirakami ha allora capito che si trattava di un documento con forme tecniche specifiche, trasmesse dal filone di Sakon Fujimoto della regione d’Owari.
Il contenuto era abbastanza facile da capire anche se molto diverso da quello del Niten Ichi-ryu trasmesso in epoca moderna – con possibili sovrapposizioni con i kata attuali, trasmessi in altre linee. Il recupero di questi kata ha richiesto diversi anni a Hirakami e, dopo diversi tentativi falliti, sono stati recuperati nove kata: cinque kata omote e quattro kata ura.

Lo stile “Edo”

Ciò che Hirakami sensei osserva in seguito alle sue ricerche è che questi filoni Iori e Sakon hanno caratteristiche che egli riconosce come tipiche dei koryu dell’epoca Edo, delle caratteristiche che si sono più o meno perdute nei budo moderni, come il Judo, il Karate-do o l’Aikido. Queste caratteristiche non sono state mantenute nella creazione dei budo moderni perché non corrispondono alla «cosmovisione» occidentale importata dopo la restaurazione Meiji e ancor più rinforzata nel dopo guerra. I budo sono stati così costruiti principalmente sul modello dello sport occidentale. Sono stati razionalizzati, a livello di nomi, di kata, di sistemi di dan. Nella stessa maniera in cui l’architettura occidentale moderna si imponeva per costruire ospedali, scuole, aeroporti, ecc, questo modo di «gestire» in maniera sistematica si imponeva nelle arti marziali tradizionali.
È per sopravvivere in un nuovo mondo, sulle rovine del Giappone antico che la trasmissione delle scuole di Musashi si è modernizzata distanziandosi da alcune tradizioni, benché, non per questo, nessuna delle linee sia diventata uno sport. Non di meno, esse si sono così allontanate dalla «cosmovisione» dell’epoca su cui si basava la loro trasmissione e permetteva di comprendere meglio l’insieme dei principi che irrigavano una tradizione marziale particolare.
È per questo che era così importante per Hirakami accedere allo stile Meiji della linea Santo-ha, primo passo per capire il kyokugi, il potenziale di quest’arte. In seguito, risalire ancora più indietro gli permise di scoprire che la linea aveva conservato delle specificità molto Edo style, delle specificità che hanno senso in un sistema marziale legato alla propria epoca. Tra queste specificità, a titolo d’esempio, ne esamineremo alcune dello Ioriden Niten Ichi-ryu.

La seconda parte dell’articolo sarà pubblicata a breve

Note:
1. La jitte (十手): piccola arma corta non tagliente, con una specie di artiglio che permette di bloccare la lama di una spada.
2. Nobuyuki Hirakami è bujutsuka, maestro di diversi koryu. Le sue ricerche sulle arti marziali sono state pubblicate su riviste specializzate e su libri, in particolare; Gokui Soden [Trasmissioni segrete], vol. 1 e 2, 1993 e 1994.
3. Degli articoli su queste ricerche, in giapponese, possono essere consultate sul suo sito: http://hirakami.919homepage.com
4. Tokitsu Kenji cita anche Aoki Jôzaemon nel suo libro Musashi e le arti marziali giapponesi, Luni Editrice, p. 7)
5. Il rakugo (落語, letteralmente «storia che ha una caduta») è una forma di spettacolo letterario umoristico giapponese dell’inizio dell’epoca Edo (1603-1868). Il rakugo traeva le sue origini dalle storielle comiche raccontate dai monaci buddisti. All’inizio, il rakugo, si recitava in strada o in privato. Alla fine del XVIII secolo, vengono costruite delle sale destinate esclusivamente a questo spettacolo. Il narratore, in ginocchio in seiza, utilizza come accessorio un ventaglio di carta e a volte un asciugamano in cotone. Gli servono a rappresentare un pennello, una brocca da saké, una spada, una lettera, ecc. Non ci sono né sfondo né musica.
6. Hirakami Nobuyuki http://hirakami.919homepage.com

La via di Itsuo Tsuda – intervista a Manon Soavi

Traduzione dell’intervista di Louise Vertigo a Manon Soavi, 17 febbraio 2023 per la radio AligreFM, nel programma Respirazione per parlare del suo libro “Le maître anarchiste, Itsuo Tsuda”  per ascoltare la versione francese, clicca qui.LV: Buongiorno Manon SoaviMS: BuongiornoLV: Sono molto felice di accoglierla per la pubblicazione del suo libro “Le maître anarchiste Itsuo Tsuda, savoir vivre l’utopie” per le edizioni L’Originel. Per lei, la pratica dell’energia, dell’arte marziale, porta a qualcosa di più, poiché avvia una riflessione, un posizionamento sul funzionamento della società stessa. Questo è ciò che scopriremo durante la trasmissione. Per prima cosa, le chiedo di presentarsi.MS: Prima di tutto grazie per avermi ospitato qui oggi. In effetti dico spesso che sono come Obelix, sono caduta nella marmitta quando ero piccola, poiché è un percorso che i miei genitori hanno iniziato prima che io nascessi. È iniziato con le rivolte del maggio ’68, la messa in discussione dei sistemi degli anni 70. Poi il loro incontro con Itsuo Tsuda permetterà loro di attuare davvero, di vivere nel loro corpo, nella loro sensibilità, un altro modo di considerare il mondo, di considerare la vita e i rapporti umani. È un punto di svolta per attuare tutte quelle idee, tutto quel fermento che c’era in quegli anni: gli anarchici, i situazionisti, tutti quei pensatori che hanno messo in discussione il mondo moderno. E queste idee che li hanno nutriti hanno trovato in Itsuo Tsuda un’eco molto forte. Quest’incontro ha cambiato il loro modo di vivere, il loro modo di essere, progressivamente, è un percorso. Quando sono nata io, e poi mia sorella, tre anni dopo, c’è qualcosa che ovviamente è continuato, nel rapporto con i bambini, nel ritmo della vita. Cioè loro non avrebbero mai preso in considerazione di far tutto quel percorso di liberazione per uscire da quei sistemi di dominio e lasciare le loro figlie ricominciare da zero. È per questo che, molto naturalmente ne è derivato che né io né mia sorella siamo mai andate a scuola. Questo è fondamentale. Perché il fatto di non essere andate a scuola ci ha permesso una vita molto diversa, una sorta di continuum tra l’infanzia, l’adolescenza, la vita adulta, ci ha permesso di non avere queste separazioni, queste caselle, queste categorie bambino | uomo | donna | lavoro | svago: tutto era intrecciato. E la filosofia di Itsuo Tsuda, la filosofia del Non-Fare, l’importanza del corpo, del subconscio, tutto ciò era presente, onnipresente nella nostra vita quotidiana.

Manon Soavi en entretien sur Aligre FM
Manon Soavi
LV: Molto bene, sì, lo approfondiremo. Lei è la figlia del Sensei Régis Soavi. Suo padre è stato allievo di Itsuo Tsuda per dieci anni. Insegna Aikido da oltre quarant’anni…MS: Anche cinquanta, adesso.LV: Ah sì, va bene! E potrebbe… Quindi immagino che sia stato Itsuo Tsuda a portarlo a questo livello.MS: Mio padre ha iniziato a fare judo quando era giovane, a 12 anni, in questo ha fatto un percorso. Poi ha iniziato l’aikido, ha praticato con diversi maestri di aikido, il maestro Noro, il maestro Tamura. Ha fatto un percorso rispetto all’aikido… e un giorno (nel 1973) ha incontrato Itsuo Tsuda. E Itsuo Tsuda è stato in effetti qualcuno che ha completamente riorientato la sua pratica dell’aikido, e anche la scoperta del Katsugen Undo, che si traduce come Movimento Rigeneratore, è una dimensione che ha cambiato, attraverso la sua scoperta, anche la natura del suo aikido. Itsuo Tsuda è diventato il suo maestro, quello che ha seguito per dieci anni, fino alla sua morte. Poco prima della morte di Itsuo Tsuda, nel 1983, Régis Soavi ha deciso di andare a Tolosa e di aprire il proprio dojo con l’accordo di Itsuo Tsuda che lo ha, in quel momento, incoraggiato a continuare il suo cammino. E da allora continua effettivamente ad insegnare tutte le mattine, da 50 anni. Tutte le mattine l’aikido, e ad iniziare persone al Katsugen Undo.LV: Molto bene sì. Ho avuto la fortuna di vivere questa esperienza con lei.
Régis Soavi
LV: Dunque, ora parleremo del percorso singolare di Itsuo Tsuda. E prima parliamo di ciò che lo ha influenzato. Chi era? E forse per cominciare possiamo parlare un po’ di ciò che è l’inizio di ogni cosa nell’energia che è il Tao. Ma quindi chi era, qual è il suo percorso?MS: Itsuo Tsuda è nato nel 1914 in una famiglia giapponese che viveva in Corea. La Corea all’epoca era occupata dal Giappone. Era una società molto rigida, molto dura, militarizzata, colonialista. A 16 anni, Itsuo Tsuda rifiuterà la primogenitura. Si oppone a suo padre, abbastanza violentemente poiché se ne va. Lascia tutto a 16 anni e vagabonda, come ha detto. Attraversa la Cina. E alla fine, negli anni ’30, ha un solo desiderio: incontrare la Francia. Già in Cina secondo me è stato a contatto con il pensiero anarchico, con pubblicazioni, è qualcosa che lo ha già segnato. Ma allora in Francia quando arriva nel 1934 c’è il Fronte Popolare, è un momento in cui, a livello sociale, c’è tutto un movimento molto importante in Francia, la cui portata è stata in gran parte dimenticata oggi, e in cui il movimento anarchico era molto molto forte. Quegli anni a Parigi sono estremamente importanti per Itsuo Tsuda. Seguirà l’insegnamento di Marcel Granet e Marcel Mauss alla Sorbona in sinologia e sociologia. Sono ricercatori che lo segnano profondamente nel suo pensiero, nella sua comprensione del mondo, delle culture. Al momento della guerra è costretto a partire per il Giappone. E scopre, a 30 anni, il suo paese durante la seconda guerra mondiale. Anche questo è un grande sconvolgimento. Avrebbe desiderato restare in Francia, aveva ancora tutto un percorso da fare. Ma la vita ha deciso diversamente. Dopo la guerra s’immerge quindi nella propria cultura, che di fatto non conosce. Scoprirà il Noh e poi il Seitai, con il Maestro Haruchika Noguchi e gli ultimi dieci anni del M° Ueshiba per l’aikido. Questo percorso, con la scoperta di una cultura dove il corpo non è separato dallo spirito, dove c’è questa sensazione della vita in ogni cosa, le cose non sono materia inerte, non sono separate, tanto il corpo quanto lo spirito, la natura quanto noi stessi ? Siamo un tutto. E questa è la scoperta di un pensiero cui si era già avvicinato tramite la Cina antica, tramite Marcel Granet. E le sue ricerche sull’antropologia, che continua per tutti questi anni in Giappone – tra l’altro è il primo traduttore in giapponese di “La religione dei cinesi” di Marcel Granet, è davvero qualcosa che approfondisce. E questa scoperta del taoismo: è un grande conoscitore di Chuang Tzu. Ma il Giappone è stato chiuso per 200 anni, conservando così le tracce di una cultura molto più antica, davvero fondamentale, che continua ad esprimersi nelle arti tradizionali.L.V.: Sì. Molto interessante. Dunque, leggerò un passaggio del suo libro e poi faremo una pausa musicale, che le darà il tempo di riflettere sulla questione. A proposito del Tao, del quale si interessa:«In questa geografia iniziatica del dao [tao], c’è una soglia oscura che viene rappresentata dal fondo di una valle misteriosa.» Il Dao de jing si esprime in modo vago e poetico per parlare di questo: «Lo spirito della valle non muore. È la Femmina Oscura, [?] questa è l’origine del cielo e della terra. Indistinguibile, sembra sempre presente e in noi mai si esaurisce» Gu Meisheng spiega che questo è un modo figurato di parlare del senso attivo del vuoto, lo esplicita con queste parole: «La valle è allo stesso tempo un luogo vuoto e sensibile che riverbera i suoni. La valle è vuota, ma quando si grida, l’eco ci risponde. Tale è la natura del dao. Il dao è quindi un vuoto di estrema sensibilità.»Ascoltiamo “Dead of night”, di Orville PeckMS: Sì, in quel brano che ha letto sul Tao, il Maestro Gu Meisheng lo racconta molto bene. Solo la poesia può davvero trasmettere qualcosa che non si può esprimere a parole. Sicuramente conosce questa storia Zen in cui c’è un maestro Zen in un monastero che chiede a uno dei monaci di pulire il Giardino… Allora il monaco rastrella, rastrella, pulisce, tutto è impeccabile, va dal maestro e dice:”Ecco fatto “. Il maestro arriva, guarda e gli dice: “Ricomincia”. Allora l’allievo ricomincia, di nuovo, pulisce tutto bene, bene, impeccabile, torna dal maestro e gli dice: “Ecco fatto, maestro”. Allora il maestro viene e dice: “non va bene”, e se ne va. L’allievo comincia ad averne abbastanza. Allora questa volta lascia un mucchietto di foglie morte. Ritorna dal maestro e dice: “È fatto”. E quando il maestro arriva, guarda e non dice niente. Ebbene questo è il vuoto: il vuoto è attivo. Non si può definirlo in modo definitivo. Ma è vero che è completamente in contrasto con la nostra filosofia, con il modo in cui vediamo il mondo oggi in Occidente, che si è diffuso praticamente in tutto il mondo. Questo è esattamente ciò che Tanizaki lamentava in “Libro d’ombra1”. Abbiamo una specie di idea che tutto deve essere portato alla luce, tutto deve essere sezionato, non ci devono essere zone d’ombra, non ci deve essere ignoranza, tutto deve poter essere spiegato con la razionalità. Salvo che quando si seziona un corpo umano, un corpo animale, qualunque cosa, l’essenziale comunque non c’è più. Quindi c’è sempre questa essenza che ci sfugge. E secondo me, questo è del tutto in linea con le analisi di varie pensatrici ecofemministe, o anche Mona Chollet, che parlano di quell’aspetto inconoscibile mediante la scienza razionale, ma che si sente, che si vive, che è qualcosa che gli esseri umani conoscono, con cui hanno un legame molto forte, e le pensatrici ecofemministe cercano di decostruire la nostra comprensione del mondo per scoprire che la razionalità potrebbe non essere dalla parte che pensiamo, forse non si tratta di sezionare tutto, di affrontare tutto nel modo più razionale. Forse c’è un insieme che ci sfugge completamente, un rapporto con la Terra, un rapporto con la vita, forse effettivamente un rapporto con l’oscurità, con il corpo, con tutte quelle cose che abbiamo denigrato, allontanato, schiacciato e che bisogna rivalutare o riscoprire.L.V.: Sì. Il mistero è molto importante, è molto prezioso. E veniamo dunque ai principi delle arti marziali: coltivare la propria sensibilità, la propria attenzione. Rimanere attenti alla velocità biologica, cosa che richiede un’intensità di attenzione. Questo l’ho preso dal suo libro. Quindi stavamo parlando dell’influenza del gyo su questo maestro…MS: Sì, allora, Itsuo Tsuda trova davvero nelle pratiche del corpo, nella fattispecie il seitai e l’aikido, questa incarnazione, questa possibilità di sentire. Scopre la dimensione del ki e della respirazione. Il gyo è un termine spesso tradotto con ascetismo. Ma la differenza nella versione occidentale dell’ascetismo è che si cerca di uscire dal proprio corpo mediante delle pratiche, di non sentire più, di sottrarsi dal corpo. Mentre nel gyo, nelle pratiche ascetiche dell’Asia o anche dell’India, per lo meno alcune branche, al contrario si cerca l’unità, la riunificazione tra lo spirito e il corpo attraverso pratiche ascetiche. Sono pratiche ascetiche che hanno influenzato in particolare il M° Ueshiba che ne ha trasmessa una parte attraverso l’aikido. Si può vedere attraverso l’aikido una possibilità di ritrovare questo legame, questa totalità dell’essere.LV: Ha parlato di nuovo del seitai, il movimento rigeneratore: magari potrebbe darci dei chiarimenti su questo.MS: Il Seitai è stato messo a punto dal Maestro Haruchika Noguchi a partire dagli anni ’50. Si interessa di ciò che rende ogni individuo unico e indivisibile e della sua capacità innata di equilibrarsi per mantenere la salute. È il movimento inconscio del corpo. Nel seitai, che è, si potrebbe dire, una filosofia, una comprensione dell’essere umano, ci sono diverse tecniche, diverse pratiche e c’è in particolare il Katsugen Undo che Itsuo Tsuda traduce con Movimento Rigeneratore, ed è proprio questo l’aspetto che interessa a Itsuo Tsuda, il movimento rigeneratore. È questo aspetto del seitai che sceglie di ritrasmettere negli anni ’70 in Francia; lo interessa proprio per il suo orientamento personale, la sua filosofia, la sua ricerca di libertà tanto per se stesso quanto per gli altri, questa ricerca di libertà, di autonomia: trova nel Katsugen Undo una possibilità di riattivare da sé le risorse del proprio corpo per ritrovare l’equilibrio. Di non dipendere più da un esperto, da una pratica esterna, dal parere di un maestro o altro. È per questo che lo avvicino a ciò che Ivan Illich chiamava cose conviviali, nel senso che sono strumenti che chiunque può utilizzare, non c’è bisogno di una competenza e questo è fondamentale per Itsuo Tsuda.LV: Sì, questo mi fa pensare che nel Qi Qong si lavora con questa dimensione. Si collabora con queste dimensioni di automedicazione proprie del corpo.MS: Il Maestro Noguchi diceva che non si finiva mai con i “si deve” e “non si deve”, con le indicazioni esterne e che, dagli anni ’50, questo non ha fatto che peggiorare. Oggi si devono mangiare 5 frutti e verdure al giorno, si deve bere un litro d’acqua, si deve mangiare ma muoversi, bisogna fare sport, ma non troppo, ? abbiamo ingiunzioni esterne permanenti?LV: È vero.MS: E si dimentica il proprio bisogno biologico che dipende dal giorno, dal momento, da tante cose e che non è uguale per noi, per il mio vicino, per mio figlio, ognuno ha un bisogno diverso e l’unica bussola siamo noi stessi. E ritrovare la capacità di sentire se si ha voglia di carote o di cioccolato, se si è mangiato abbastanza oppure no, è semplicemente l’inizio dell’autonomia.LV: Assolutamente. Ed ora parliamo un po’ di Ki, che in Cina si chiama Qi, per esempio. Lei scrive “Il Ki sfugge a qualsiasi tentativo di categorizzazione” diceva Itsuo Tsuda che ha spiegato questo molte volte. Qui in Occidente il Ki è molto difficile da spiegare perché non entra nel sistema delle categorie. Lei fa questo esempio: sentirsi osservati.MS: Il ki può essere tradotto a seconda delle circostanze con intuizione, ambiente, intenzione, vitalità, respirazione, azione, movimento, spontaneità? è qualcosa di fluido che non si può effettivamente definire. Itsuo Tsuda diceva anche che “il ki muore nella forma”. Ma è qualcosa che si può sentire. È un’esperienza concreta. Faceva questo esempio: si cammina per strada e all’improvviso si sente. Ci si sente osservati, ci si gira? magari si trova chi ci osserva da dietro una tenda. Forse è solo un gatto, ma l’abbiamo sentito comunque. Si sente l’intenzione. Ovviamente nelle arti marziali lo si usa piuttosto per sentire il ki di aggressione, il pericolo. È una delle forme. Ma si può benissimo percepire il ki del pericolo per altre ragioni. Al contrario, si può sentire un ki accogliente, si può sentire un ambiente. Ci si sente bene in certi posti. E in certi posti ci si sente estremamente a disagio.LV: E anche con delle persone. Per me ci sono delle amicizie, degli amori di ki.MS: Assolutamente. Ci sono persone che emanano qualcosa.LV: Ci si sente subito in confidenza, subito bene, perché quel qi – direi piuttosto qi o ki, beh, poco importa – parla al mio.MS: Certo. Assolutamente. Il problema è il fatto che si impara fin dall’infanzia, fin dalla primissima infanzia, a non ascoltare se stessi. A non ascoltare questa intuizione, questa cosa che ci parla. Allora, purtroppo, perdendo il contatto con se stessi si dimentica un po’ questa sensazione.LV: Va bene, pensiamoci mentre ascoltiamo Hot Hot Hot di Matthew E. White.LV: Ne abbiamo parlato abbastanza velocemente, perché bisogna dire che questo libro è molto molto ricco e ve lo raccomando, parliamo ora del suo insegnamento in senso stretto. E per cominciare le chiederò cosa lui ha trovato nella pratica dell’aikido del M° Ueshiba?MS: Ha conosciuto il M° Ueshiba negli ultimi anni della sua vita, gli ultimi dieci anni. Il M° Ueshiba alla fine di una vita intera di pratica, di ricerca ha proposto un’evoluzione della sua arte. L’ha chiamata una via dell’amore. Credo che sia un potente strumento per l’evoluzione umana. C’è effettivamente il gyo, le pratiche ascetiche, i misogi e diverse cose che l’hanno alimentato nella sua ricerca. Credo che quello che ha affascinato Itsuo Tsuda sia la libertà di movimento di questo maestro. Il M° Ueshiba aveva già ottant’anni eppure aveva una libertà di movimento che Itsuo Tsuda che aveva quarant’anni, non aveva, si sentiva già rigido. Attraverso la pratica dell’aikido, la pratica quotidiana della prima parte che Itsuo Tsuda chiamava pratica respiratoria, che è una pratica individuale con vari movimenti che ravvivano, che rimettono in moto il corpo, che approfondiscono la respirazione, è qualcosa che alimenta, che alimenta la vita in noi. Quel che è piuttosto strano o curioso è che per esempio troviamo anche tra i ribelli, i rivoluzionari come “il comitato invisibile” questa frase che dice “l’esaurimento delle risorse naturali è probabilmente molto meno avanzato dell’esaurimento delle risorse soggettive, delle risorse vitali che colpisce i nostri contemporanei”. Questo esaurimento è la questione, si tratta di rivitalizzare le risorse interne, questa radice. Itsuo Tsuda diceva che era lì per proporre la possibilità di ravvivare la radice. E penso che sia quello che ha trovato anche nell’aikido. In ogni caso, è quello che ha insegnato, è quello che ha dato come orientamento. Perché ancora una volta, come per il Seitai da cui ha preso il katsugen undo, nell’aikido c’erano anche aspetti più marziali e altri, che di fatto non lo interessavano, che altri allievi del M° Ueshiba hanno sviluppato, ognuno ha fatto il suo percorso. Ma ciò che lo interessava era questo aspetto della respirazione, della circolazione del ki, questa possibilità attraverso il corpo. Questo è ciò che lo ha segnato ed è ciò che ha trasmesso nella sua scuola.
A destra Itsuo Tsuda, al centro Régis Soavi negli anni ’80
LV: E’ vero che è una grande ricchezza l’aikido del M° Ueshiba e che alcuni hanno sviluppato la propria via. C’è anche il M° Noro che ha creato un movimento, un’arte del movimento.MS: Si, infatti.LS: Non è più un’arte marziale ma un’arte del movimento. Oltretutto erano amici.MS: Si, infatti. Conosceva piuttosto bene il M° Noro che ha creato il Ki no michi. C’era una grande differenza di età, perché il M° Noro è stato allievo del M° Ueshiba molto giovane, è stato un allievo interno, aveva 17, 18 anni, mentre di fatto Itsuo Tsuda ha iniziato l’aikido a quarantacinque anni. E nonostante questa grande differenza di età, avevano molti punti in comune, un’affinità che effettivamente era molto forte. Avere iniziato così tardi l’aikido, ha permesso a Itsuo Tsuda in qualche modo anche di avere un bagaglio intellettuale, perché aveva anche un bagaglio culturale in sinologia, e di cogliere quindi i riferimenti quando il M° Ueshiba parlava in modo poetico, letterario, riferendosi alla mitologia e alla cultura cinese. E Itsuo Tsuda aveva quel bagaglio, era veramente un intellettuale ed è quello che gli ha permesso di mettersi dentro. Inoltre, era il traduttore, anzi l’interprete all’inizio, ed ha continuato ad esserlo, degli Occidentali che venivano dal M° Ueshiba. Come il M° Nocquet, e altre persone. Quindi era anche un modo per lui di essere molto in contatto con i discorsi del M° Ueshiba, che doveva tradurre per renderli comprensibili a questi occidentali.LV: Molto bene. Allora c’è un altro aspetto che ho trovato interessante nel maestro Itsuo Tsuda, è la mnemotecnica che consiste nel dimenticare.MS: Ancora una volta, si tratta di trovare questa connessione con se stessi, come lui diceva. Questa capacità. E’ avere fiducia nella propria capacità interna, nelle proprie risorse e anche nel proprio inconscio, nel proprio subconscio. Abbiamo l’impressione di essere noi a decidere di fare questo o quello, ma nei fatti, il 90% delle nostre attività vitali, o addirittura il 100% è totalmente incosciente. Non si può accelerare il battito cardiaco o rallentarlo, a parte forse qualche Yogi ma la maggior parte del tempo non abbiamo alcun impatto sulle nostre funzioni vitali. Ed abbiamo l’illusione del controllo su noi stessi, sulla Natura, sugli altri? siamo completamente in un’illusione di controllo. Dunque, invece di irrigidirsi sul “non devo assolutamente dimenticare di comprare il latte rientrando a casa” – questa è una tensione, è il mentale che sta cercando di ricordarselo. E sappiamo tutti bene che la maggior parte delle volte tornati a casa, posate le chiavi ci diciamo “Ah! Il Latte! L’ho dimenticato…”. Mentre, al contrario, Itsuo Tsuda dice: “Visualizzate voi stessi mentre uscite dalla metropolitana, fate la deviazione per il piccolo supermercato accanto e prendete il latte”. Visualizzate questa azione, la vedete. Ok? E ora dimenticate, non pensateci più.LV: Grazie per questo consiglio che metterò subito in pratica. Allora, cosa succede nel dojo? Il dojo permette di riprendere il potere sul proprio corpo e questo si estende alla vita quotidiana. La cito: “Il dojo fa parte di quei luoghi unici in cui il tempo scorre diversamente, in cui il mondo si ferma per qualche istante”.MS: Nella nostra Scuola abbiamo diversi dojo e sono luoghi interamente dedicati all’aikido ed al katsugen undo. Non sono delle palestre, non sono delle sale sportive, non ci sono altre attività. Sono luoghi gestiti da associazioni. Dunque le persone si autogestiscono, si auto-organizzano. Tutti i membri sono responsabili del loro dojo. Non c’è da un lato il dojo e dall’altro dei clienti. Ciascuno è in qualche modo come a casa propria e in casa d’altri allo stesso tempo. Quindi è uno spazio un po’ fuori dal tempo, fuori dal mondo, grazie all’orientamento che ha dato Itsuo Tsuda, e l’orientamento con cui anche Régis Soavi, mio padre, ha continuato a lavorare per 50 anni, e che oggi io stessa provo a continuare. Continuare a dare questo impulso. Di far comprendere che si può vivere diversamente.LV: Sì, allora il dojo è il luogo in cui si viene a lavorare sulla Via. Torno un po’ su questa nozione di arte marziale – non può essere qualcosa di meccanico dove il corpo sarebbe un oggetto. Quindi è molto più connessa effettivamente con questa dimensione del soffio, con la spiritualità. Quindi suo padre recita un Norito al mattino.MS: Sì, non solo mio padre. Tutti iniziamo la seduta con questo Norito che è una recitazione. A dire il vero, non si sa nemmeno cosa voglia dire. E’ un momento, è un modo di mettersi in un’altra condizione, un’altra disponibilità. Certe volte mio padre fa questo esempio, parla di un Lied di Schubert che è in tedesco – e magari non capiamo il tedesco. Eppure quando lo ascoltiamo, c’è qualcosa in noi che risuona. Lo si percepisce, lo si sente, è inesplicabile.LV: Si. Ci sono vocali che sono sacre soprattutto in sanscrito e davvero il suono, la vibrazione ha un’azione. Quindi deriva dallo Shintoismo. È un’invocazione agli dei originari. Leggerò un brano in cui per l’appunto suo padre ne parla. “Régis Soavi dice: «Il norito non appartiene al mondo della religione ma certamente al mondo del sacro nel senso animista. Le vibrazioni e la risonanza portata dalla pronuncia di questo testo ci apportano a ogni seduta una sensazione di calma, di pienezza e a volte qualcosa che va al di là e resta inesprimibile. Il norito è un misogi. Per sua essenza, non è mai perfetto, cambia ed evolve. È il riflesso di un momento del nostro essere.»” Allora ci riflettiamo durante l’ascolto del brano Sure di Shannon Ley.
itsuo tsuda
Itsuo Tsuda
LV: Allora, parliamo del Maestro Itsuo Tsuda oggi. E parliamo di anarchia.MS: L’anarchia è una parola che è diventata tabù. Una parola piena di violenza e caos. E infatti si dimentica completamente, si dimentica e direi anche che sicuramente la parola è stata intenzionalmente separata da ciò che era, e da ciò che è sempre la filosofia anarchica. La filosofia anarchica è l’organizzazione fatta da sé, l’autogestione. E’ l’ordine senza il potere. E’ semplicemente un rifiuto del dominio degli uni sugli altri. E alla fine è qualcosa che non è così sconosciuto. Già prima della creazione degli Stati, comparsi intorno al 3000 o 4000 a.C., esistevano e sono esistite per molte migliaia di anni, società che si autogestivano. E anche dopo la creazione degli Stati ci sono stati molti luoghi sulla terra che hanno continuato ad autogestirsi, ad avere funzionamenti diversi. C’è un certo numero di storici, di ricercatori, Pierre Clastres e altri o David Graber ad esempio, che hanno fatto ricerche e dimostrato che esistono vari tipi di organizzazione sociale. Quello che è sicuro è che anche se c’è un leader, il ruolo del leader non è la coercizione, non è dirigere gli altri. Molto spesso è un ruolo di mediatore, di qualcuno che deve trovare il modo di organizzare le cose ma che non decide nulla da solo. Il leader non può dare ordini agli altri. L’anarchia è riscoprire questa potenza dell’individuo e qualcosa che si organizza con gli altri. I movimenti anarchici sono stati molto potenti. Ci sono stati effettivamente alcuni atti di violenza che sono stati esageratamente enfatizzati per screditare il movimento, per screditare tutto un pensiero ricco e complesso. Non c’è un’anarchia, ce ne sono molte. Ed è qualcosa che effettivamente ha molto segnato il pensiero di Itsuo Tsuda, e anche il pensiero di mio padre Régis Soavi. La ricerca di libertà, non soltanto la libertà interiore, certo, ma anche la libertà con gli altri. Nel Dojo si tratta difatti di farsi carico di tutti gli aspetti della propria esistenza. Quindi bisogna ben comprendere che non si tratta di una libertà separata dalla realtà. Aurélien Berlan si oppone alla fantasia di liberazione, dove si sarebbe liberati da tutte le contingenze materiali, ma evidentemente liberati con altre persone che sono schiave, che siano schiavi energetici, tecnologici o con altre persone dominate. Quindi, contro la fantasia della liberazione, parla della ricerca dell’autonomia. Riprendere in mano la propria capacità, in tutti gli aspetti della vita. Questo ovviamente accomuna anche le femministe della sussistenza, che parlano anche di questo aspetto molto importante, di riappropriarsi di tutti gli aspetti della propria vita. E’ questo che cerchiamo in un dojo. E in ogni caso nei nostri, c’è evidentemente l’aspetto pratico del corpo ma c’è anche l’aspetto fondamentale di questa organizzazione, di uscire da un rapporto in cui si arriva, si è clienti, si paga e si vuole avere qualcosa in cambio. Siamo tutti coinvolti, impegnati a far vivere questo dojo perché il luogo esista, per noi stessi. Non si tratta nemmeno di dirsi che lo si deve fare per gli altri, io mi sacrifico? assolutamente no. Ciascuno di noi lo fa per se stesso ma in collaborazione con gli altri.LV: Si allora quello che trovo veramente molto interessante in questo percorso – e qui troviamo, e ne parla nel suo libro, cose in comune in particolare con i Kogi – cioè che la vera morale nasce dall’interno. Questo lavoro, questo cambiamento interiore sfocerà in un cambiamento esteriore. E lei dice anche che la creazione di uno Stato ha determinato una deprivazione dei valori creativi dell’individuo.MS: La morale sorge dall’interno, l’anarchico Kropotkin ne parla, come pure Itsuo Tsuda, ed effettivamente i Kogi. Non si tratta di avere regole esterne, divieti, ancora una volta ingiunzioni, ma di ritrovare questa morale che fa sì che si collabori gli uni con gli altri. Si ritrova anche la nozione di attenzione. Fare a meno di un capo, i Kogi vivono così. Ma noi, noi viviamo con il dominio. Siamo sempre allo stesso tempo dominati e dominatori di qualcuno. Non possiamo semplicemente dire “ah sì, è la libertà, faremo a meno di un capo e tutto è facile”. Non è la realtà. La realtà è che va rifatta un’auto-educazione per comprendere l’attenzione, l’autodisciplina che ciò richiede. Riscoprire sia la propria potenza che la propria capacità di organizzazione. Alla fine c’è una presa di coscienza che si avvicina un po’ a ciò che Winona LaDuke dice sugli Amerindi, che sanno di essere oppressi ma non si sentono impotenti. I Bianchi invece non sanno di essere oppressi ma si sentono impotenti. Beh, è proprio così. Riscopriamo che alla fine siamo dominati, siamo dominanti ma che non siamo impotenti. Penso che fosse questo il senso della frase quando Itsuo Tsuda diceva: “L’utopia non esiste da nessuna parte se non dove siamo”. È ritrovare questa potenza oggi e ora. E sono qui per dire che è possibile.LV: Sicuramente.MS: Anche se questo richiede un cammino! Non è una bacchetta magica. È qualcosa su cui lavorare, da scoprire. Questo richiede un percorso nel proprio corpo, come effettivamente nello spirito. Ci sono strumenti filosofici, strumenti di comprensione intellettuale e strumenti per uscire da quello che abbiamo integrato totalmente fin dalla primissima infanzia. Fin dalla primissima infanzia si insegna ai bambini a non ascoltarsi, a non poter dire No, a non essere se stessi, ebbene in effetti si arriva ad avere delle persone che integrano il dominio e bisogna fare un lavoro per uscirne, ed è possibile. È possibile fare questo percorso, e camminare almeno un po’ più liberi.LV: Si, siamo in cammino in ogni caso. Quindi questa cultura della separazione, lei ne parla in particolare quando evoca il pianto dei bambini, dicendo che non è veramente normale che i bambini piangano in altre culture. In Kenya è piuttosto una cultura di prossimità, di attaccamento.MS: La cultura della separazione è un modo di separarci da noi stessi, dal nostro corpo, dalle nostre sensazioni, gli uni dagli altri evidentemente. E’ pensare che sia normale lasciar piangere un neonato, trascinare un bambino urlante per la strada perché non vuole andare a scuola, che è normale, che la vita è così, che in ogni caso bisogna “perdere la propria vita per guadagnarsela” come dicevano i sessantottini. Eppure è questa la vita? Non è possibile rifiutarsi completamente di giocare a questo gioco? Non possiamo riscoprire che dentro di noi siamo liberi? Allora di certo mi si dirà: “Sì, ma i soldi? Sì, ma ci sono i debiti? Sì, ma bisogna pagare questo, è così, nella vita bisogna soffrire..” Ma effettivamente chi l’ha detto? Ah sì? Perché? Magari semplicemente no! Forse ci sembra di avere tutte queste catene, e da qualche parte le abbiamo davvero, certo. Non cadono con un tocco di bacchetta magica. Ma si può fare un percorso che ci riunisca e in cui ci accorgeremo che effettivamente il pianto dei bambini esprime forse la cosa fondamentale: che non va affatto bene!LV: Trovo che questa sia una conclusione molto bella! Allora Manon Soavi, raccomando vivamente questo libro “Le maître anarchiste Itsuo Tsuda, savoir vivre l’utopie“.