Di Manon Soavi
Quando si evoca la padronanza di sé, la prima immagine che viene in mente è, generalmente, quella di un’elevazione dell’individuo verso la padronanza, verso la calma inalterabile. Colui che è padrone di se stesso è un individuo distaccato, che domina le sue passioni e le sue emozioni un po’ come si domina la natura e gli esseri subalterni. Visto così, la padronanza di sé è un’idea influenzata dalla filosofia Kantiana: l’uomo, distaccato dal mondo, liberato dai lacci che lo intralciano, non è più raggiunto dalle emozioni e diviene il proprio “ ideale di libertà” non sente più, né se stesso, né il mondo circostante. In Occidente, la nostra filosofia, la nostra storia e le nostre religioni ci portano a considerare in tal modo la padronanza di sé. Del resto noi educhiamo i bambini a mantenere il controllo con la volontà e quelli che non ci riescono sono considerati deboli. L’ideale guerresco che impregna profondamente la nostra cultura non contempla altra scelta che essere dominante o dominato qualunque sia il soggetto.
Io sono totalmente d’accordo con il fatto che Heijoshin, la padronanza di sé o calma interiore, è una cosa fondamentale, non solo nella pratica di un’arte marziale ma anche nella vita in generale. Ma io prendo in considerazione un altro percorso per far affiorare questo stato di Heijoshin. Al pari del coraggio che non è l’assenza di paura, Heijoshin non può essere nemmeno l’assenza di emozioni e di sensazioni.

Il ritorno alla radice
Quest’altro percorso può essere definito un percorso inverso, o un ritorno alla radice. È una discesa nelle profondità dell’umano, verso l’oscuro. Un viaggio che ci collega a noi stessi e alla nostra sensibilità e, poiché ci posiziona nell’universo, ci centra su noi stessi in connessione con la vita intorno. La padronanza di sé non è quindi una questione di controllo, un “potere” su se stessi o sugli altri, ma la riscoperta del “ potere interiore”, come l’ha teorizzato l’autrice Starhawk.1 Starhawk, Rêver l’obscur – Femmes, magie et politique, Éditions Cambourakis, 2016, inedito in italiano. Titolo originale: Dreaming The Dark: Magic, Sex, and Politics. (Boston, Beacon Press, 1982, 1988. 1997) In tal modo, ricercare Heijoshin non è tenere a distanza chi ci perturba, gli altri, ecc., ma piuttosto accettare le interdipendenze della vita e “plasmarle” attraverso l’esperienza fisica della sensazione.
L’Aikido, al di là della marzialità sempre presente, è una pratica del corpo che ci porta a questa attenzione verso il reale mediante un apprendimento attraverso il corpo. Viviamo e sperimentiamo direttamente quello che ci attraversa e cerchiamo come restare centrati. Ueshiba O’ sensei diceva “ Io sono il centro dell’Universo “, io l’intendo nel senso non-dualista dove non c’è opposizione tra me, piccolo individuo, e il mondo immenso, io sono il centro perché il mondo è il centro. Tsuda sensei affronta spesso la questione della calma interiore nei suoi libri, come in questo passaggio:

“La soluzione dualista è come se si cacciasse una nuvola nera con un’altra nuvola nera. Questa soluzione è valida nella misura in cui ciò non porti altre nuvole di rinforzo da una parte all’altra finendo per oscurare il cielo intero. La soluzione non dualista consiste nel vedere che al di sopra delle nuvole, c’è il cielo blu. Vedere il cielo blu là dove non c’è, è impossibile. È folle.”2Itsuo Tsuda, Le dialogue du silence, Éditions Le Courrier du Livre, 1969, p.16
Altri hanno espresso la necessità di sentire quello che ci lega, non come degli ostacoli, ma al contrario come la capacità di “ Sentire la vita in ogni cosa” come ha detto Hiroyuki Noguchi e anche Lao-tzu “Raggiungendo un vuoto estremo e conservando una rigorosa tranquillità, mentre i diecimila esseri tutti insieme si dibattono attivamente, io contemplo il loro ritorno (nel nulla). Infatti gli esseri fioriscono e (poi) ognuno torna alla propria radice. Tornare alla propria radice si chiama la tranquillità.”3 Lao-tzu, Tao tê ching, Adelphi, p. 57. Questa tranquillità interiore non è un’idea New age, o un Bobo4Contrazione di bourgeois-bohéme, che si potrebbe tradurre con “radical chic” ma in modo poco soddisfacente perché si fa riferimento a epoche storiche e gruppi sociali non equivalenti. ecologista che va a ricaricarsi per una mezza giornata nella foresta. Non si tratta di essere sempre “cool”. È qualcosa di concreto che si scopre attraverso la pratica e l’approfondimento della respirazione.
Percepire la realtà
L’essere umano davanti alla realtà tende a dibattersi, assalito dal sentimento d’ingiustizia o a sottomettersi, sopraffatto dallo scoraggiamento. Alcuni vogliono anche controllare tutto, ma è veramente possibile? Peraltro, guardare in faccia la realtà non è così facile come si pensa, anche se ci s’immagina che tutti lo facciano. Spesso, ci si fa un proprio “film” alimentando una visione ristretta della realtà, una visione emotivamente distorta.
Gli antichi Taoisti non si sbagliavano, non dando per scontata questa capacità, avevano una pratica per coltivare la percezione del mondo che si chiamava mingxin “oscurare il cuore”.
Mingxin fa riferimento alle ore del crepuscolo, questi momenti magici che precedono il sorgere e il calare del sole. In questi momenti la luce si propaga in modo omogeneo e offre una visione uniforme su tutto quello che ci circonda. I contorni si cancellano e si vedono le cose come sono, senza ulteriori giudizi emotivi. Oscurare il cuore è mettersi in questa disposizione, questo vuoto della mente per sentire-vedere la realtà e lasciare agire il Non-Fare.
Tsuda sensei ne parlava così, a proposito del Katsugen undo (Movimento rigeneratore) che “ha per scopo, precisamente, di mettere a tacere queste persone la cui testa ribolle di idee spesso eteroclite e confuse per introdurle nell’universo delle sensazioni. I criteri di giudizio abituali come la bellezza fisica, i dettagli dell’abbigliamento, le capacità intellettuali, economiche, le classi sociali, ecc., devono lasciare il posto a qualche cosa di più intrinseco: la velocità biologica attraverso la respirazione. […] Com’è diventata difficile questa spoliazione al giorno d’oggi! Ci si circonda di spessi strati di facciate per proteggersi nei confronti degli altri: l’arroganza, la possessività, lo snobismo per distinguersi dagli altri, la familiarità supplichevole, il bisogno di tenerezza, l‘eccentricità per attirare l’attenzione, l’aggressività, l’adorazione, la voglia di dominare, ecc. È difficile enumerare tutti questi tratti che si notano negli altri e di cui non ci rendiamo conto in noi stessi. La vita viene soffocata.”5 Itsuo Tsuda, Uno, Yume Editions, 2020, p. 100-101.
Piuttosto che lasciare soffocare la vita dentro di noi, possiamo lasciarle spazio, darle la priorità sul resto. La pratica del Katsugen undo è un mezzo. Analogamente i brevi momenti di meditazioni quotidiane inclusi nella pratica respiratoria che inizia tutte le nostre sedute d’Aikido possono essere avvicinati a mingxin. La mattina presto, nella calma del dojo, il cuore si calma, la respirazione scende. Non siamo più in lotta per la padronanza, è un momento privilegiato dove possiamo integrare la realtà con più calma e sentire il fatto di essere il centro dell’universo.
Mio padre Régis Soavi, allievo di Tsuda sensei, che continua il suo insegnamento da cinquant’anni, è anche il mio sensei di Aikido. La mia educazione con un padre insegnante di Aikido, di spirito libertario, femminista ante litteram e grande appassionato di Chuang-tzu è consistita piuttosto nel lavorare sulla coscienza della realtà così com’è: non controllabile. Mi ha trasmesso il concetto che è il nostro posizionamento interiore che cambia, non “ La Realtà” in sé ma il punto da cui interagiamo con essa, che di ritorno cambia la realtà che ci circonda. E’ l’azione del Non-Fare o Non-Agire, questo “ regime d’azione” come lo chiama il sinologo Jean-Francois Billeter, così difficile da capire per gli Occidentali. Svuotarsi dei nostri giudizi, delle nostre idee preconcette, e ritrovare la calma interiore che è in noi ma che noi dimentichiamo, spesso troppo agitati e inquieti.
Allora, curiosamente, appaiono delle possibilità di azione insospettate.

La sensazione, la nostra bussola
Se la padronanza di sé non è la trascendenza del corpo tramite la mente, né la separazione e l’insensibilità, è evidente che non si tratta per questo di essere schiacciati dalle emozioni e dalle sensazioni. Al contrario, si tratta di accettarle come componenti della vita, di sentirle e di lasciarle circolare per mantenere la calma interiore. Nella pratica dell’Aikido è molto evidente, quando ci lasciamo sopraffare dalla paura, dalla volontà di prevalere o da altre emozioni. Con la pratica sentiamo immediatamente che abbiamo perduto questa calma, non siamo più “ vuoti “ anche se la nostra padronanza tecnica ci consente di superare l’attacco.
Lontana dall’idea di padronanza tecnica o di controllo per “ gestire la realtà”, la filosofia del Tao va nella stessa direzione, valorizzando l’intuizione, il vuoto mentale e le capacità di adattamento che permettono di armonizzarsi con la situazione “Se capiamo il modo per armonizzare, il corpo sarà tranquillo e se il corpo è tranquillo, il mondo sarà in ordine. È come la risposta di un’eco. Ecco perché se siamo capaci di raggiungere un istante di purezza e di armonia, sarà allora un istante di vera Virtù [o Regime d’azione] efficace.”6 Esposito Monica, La Porte du dragon, thèse de doctorat. Université Paris VII, 1993, p. 345.
Io ne ho fatta l’esperienza in quanto concertista per più di dieci anni. Se avevo paura per tutta la durata del concerto, anche quando la mia esecuzione era corretta ed ero sufficientemente padrona di me esteriormente, la mia interpretazione ne risentiva, e i miei familiari, tra il pubblico, avvertivano il mio stress e non potevano godersi il concerto. Se non ci fosse stata nessuna posta in gioco, nessuno stress, potevo essere deconcentrata e fare degli stupidi errori. Invece, quando arrivavo a essere realmente calma dentro di me, con una leggera ansia da palcoscenico necessaria per avere la concentrazione e la tenuta durante il concerto, la mia percezione e quella delle persone a me più vicine era del tutto differente, “il mondo era in ordine”.
La scena
E’ stato durante gli anni in cui sono stata pianista concertista che ho fatto le esperienze più rivelatrici sulla padronanza di sé. Al di là della padronanza tecnica o della conoscenza dell’opera che si esegue, l’esperienza della scena è abbastanza paradossale. Tutto è preparato ed elaborato, da mesi a volte, eppure la parte dell’imprevisto rimane fondamentale. Durante i miei studi di musica mi sono specializzata nell’accompagnamento di cantanti e nella musica da camera, ambiti in cui alla fine la cosa più importante è l’attimo e la coordinazione con gli altri musicisti. È innegabile che a un uguale livello pianistico, è la mia capacità a fondermi con gli altri che è stata apprezzata dai miei colleghi. Io non ero solamente attenta ad essere coordinata con gli altri, i miei colleghi avevano l’impressione che io anticipassi quello che sarebbe successo. Io so che questa capacità viene dalla mia pratica dell’Aikido da quando avevo sei anni e dalla ricerca di armonizzazione con il partner.
La mia calma interiore mi permetteva di restare aperta, di percepire quello che stava accadendo all’esterno senza essere invasa dalle emozioni. Le sentivo ma non ne ero perturbata. La maggior parte del tempo almeno!

Alcune esperienze sono state più forti di altre. Quelle di un concerto riuscito in una bella sala sono evidentemente molto forti, ma riguardo la padronanza di sé ci sono spesso le esperienze precarie che sono rivelatrici di ciò che siamo capaci di fare o no. Come quella volta che ho eseguito dei brani dell’opera Così fan Tutte di Mozart. L’esecuzione era destinata a studenti delle scuole medie, nella palestra dell’istituto. Il “piano” messo a mia disposizione era di fatto una tastiera elettrica appoggiata su dei cavalletti. Ci siamo subito resi conto che per far sì che i cantanti mi sentissero bisognava mettere le casse al massimo volume, ma che in questo modo ero io a sentire a malapena i cantanti. Durante l’esecuzione la tastiera oscillava su i suoi fragili piedi, a tal punto che il grande spartito in equilibrio sul piccolo leggio minacciava di cadere ogni momento. Ho dovuto anche fissare il pedale che, legato solamente con un filo, indietreggiava sul pavimento, allontanandosi sempre più dal mio piede. Altre volte mi è successo che si girassero due pagine dello spartito anziché una, oppure che il cantante stesso saltasse due pagine. In tutte queste circostanze abbastanza catastrofiche per la qualità di un’esecuzione, anche se il mio livello di stress era elevato, non mi agitavo, cercando solo quello che potevo fare per essere di nuovo con gli altri, nel posto giusto al momento giusto. Il tempo si dilatava, come quando si ha un’incidente e ci si vede cadere, ma allo stesso tempo si fa qualcosa per recuperare.
Cambiare lo sguardo
Cambiare lo sguardo non è una cosa ovvia e richiede, oltre il viverlo attraverso una pratica del corpo, di affrontare anche i simboli. Come spiega Carol Christ “ I sistemi simbolici non possono essere semplicemente rifiutati; devono essere sostituiti. Dove non è avvenuta alcuna sostituzione, la mente tornerà a strutture familiari in tempo di crisi, di perplessità o di sconfitta.”7 Carol P. Christ, Reclaim, Éditions Cambourakis, 2016. Ecco perché forse abbiamo bisogno di evocare un’incarnazione diversa da quella del distacco dagli eroi che ci accompagna da diversi secoli.
Una figura come Kannon, colei che “contempla il suono del mondo”, mi sembra a tal fine interessante. Questa Dea molto antica, venerata in India e in Cina sotto altri nomi, è diventata nel tempo una bodhisattva e una dea taoista. Ma rappresenta soprattutto la sopravvivenza di credenze matrifocali8Vedi gli studi di Heide Goettner-Abendroth e di Marija Gimbutas. molto più antiche, in cui rappresentava un principio inclusivo attivo. Nel suo significato originario evocava la capacità di unificazione, l’assenza di dualità tra l’io e il mondo, tra il soggetto e l’oggetto. Così noi siamo allo stesso tempo recettori e diffusori di questa tranquillità.Potrebbe essere inteso in questo senso quello O’sensei Ueshiba diceva “Che gli attaccanti siano uno o più di uno non ha alcuna importanza, io li metto tutti nella mia pancia”.9Itsuo Tsuda, conversazione con Régis Soavi.
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Article de Manon Soavi publié en octobre 2022 dans Yashima #17.
Notes
- 1Starhawk, Rêver l’obscur – Femmes, magie et politique, Éditions Cambourakis, 2016, inedito in italiano. Titolo originale: Dreaming The Dark: Magic, Sex, and Politics. (Boston, Beacon Press, 1982, 1988. 1997)
- 2Itsuo Tsuda, Le dialogue du silence, Éditions Le Courrier du Livre, 1969, p.16
- 3Lao-tzu, Tao tê ching, Adelphi, p. 57.
- 4Contrazione di bourgeois-bohéme, che si potrebbe tradurre con “radical chic” ma in modo poco soddisfacente perché si fa riferimento a epoche storiche e gruppi sociali non equivalenti.
- 5Itsuo Tsuda, Uno, Yume Editions, 2020, p. 100-101.
- 6Esposito Monica, La Porte du dragon, thèse de doctorat. Université Paris VII, 1993, p. 345.
- 7Carol P. Christ, Reclaim, Éditions Cambourakis, 2016.
- 8Vedi gli studi di Heide Goettner-Abendroth e di Marija Gimbutas.
- 9Itsuo Tsuda, conversazione con Régis Soavi.
























