Archivi tag: aikido

Reishiki: uno spartito musicale

di Régis Soavi

Nel nostro rapporto con il dojo abbiamo spesso a che fare con Reishiki (l’etichetta). Dal nostro primo contatto con le arti marziali, non appena penetriamo in un dojo, vediamo persone che si inchinano in modo molto rispettoso all’entrata, poi si salutano fra loro, o a volte in direzione del Kamiza dopo aver preso un’arma. Ogni scuola ha le proprie regole di buona condotta, come ha il proprio savoir-faire. In occidente alcune di queste regole sono a volte perfino affisse a fianco della porta, ci si aspetta solo che siano rispettare. Cosa che non avviene sempre, dato che un certo numero di persone è riluttante a rispettarle con la scusa della religiosità, della modernità o anche a volte perché ci vedono un aspetto troppo militare o settario. Tuttavia la nostra società ha i suoi protocolli, i suoi usi. Tutti si alzano quando la Corte entra in tribunale, gli attori e i musicisti si inchinano davanti al loro pubblico così come ci si alza quando viene suonato l’inno nazionale o l’inno europeo.

Il rispetto che viene richiesto in un dojo è più di un’usanza di origine orientale, che sia giapponese o cinese. Non si tratta di interpretare un ruolo, di “fare come in Giappone”, di essere rigorosi e irreprensibili, o perfino rigidi nel rispetto scrupoloso delle regole di buona educazione. Reishiki coinvolge tutto il nostro essere. La maggior parte di noi ha perso l’abitudine di inchinarsi davanti a qualcuno o qualcosa: lo shake-hand, la buona stretta di mano, il bacio o altri rituali più moderni hanno rimpiazzato ciò che assomigliava troppo spesso a un rapporto di potere su degli inferiori, imposto da parte di superiori gerarchici.

Prima di capire, come mi aveva insegnato il mio maestro Itsuo Tsuda Sensei, che il saluto fra partner, che sia in piedi o in ginocchio, è allo stesso tempo una maniera di unificare, di coordinare il respiro e di salutare la vita nell’altro, mi ci è voluto del tempo, e anche molto. Se lo accettiamo come una buona pratica, siamo spesso lungi dalla sua comprensione vissuta attraverso i nostri sensi. Reishiki tuttavia è lo spartito del meraviglioso brano musicale che è la pratica dell’Aikido. Lo spartito ci dà la battuta, il tempo, le note sono scritte sul pentagramma e sono così più facili da trovare, ma tutto resta da suonare. Evidentemente bisogna conoscere la chiave: sol? Do? O fa? E in che posizione? Con quale strumento si suona? Come lo suoneremo? Quasi tutto sembra possibile ma non si può comunque fare. Un esperto, un grande maestro, lui, è capace di fare il giocoliere con le note, di aggiungervi delle improvvisazioni, di accelerare il tempo in una certa parte, di rallentare in un’altra. Di insistere su una cadenza, di sopprimerne una o di accorciarla. Come un maestro di Aikido improvvisa di fronte al suo partner, unifica il suo respiro con lui e si muove in modo non convenzionale, creando in tal modo come un balletto al contempo estetico e temibile. Masamichi Noro Sensei ce ne faceva la dimostrazione a ogni seduta, negli anni ’70, quando ero ancora un giovane istruttore molto inesperto.

Reishiki: semplicemente un rituale?

Régis Soavi: recitazione del Norito, di origine Shinto, Misogi No Harae che recita tutti i giorni durante le sedute di Aikido. Calligrafia di Itsuo Tsuda Sensei, Guarda sotto i tuoi piedi.

L’aspetto cerimoniale ci permette di accedere al sacro senza condannarci al religioso, cosicché il profano stesso viene nobilitato e diventa sacro anche lui.

Un musicista classico si prepara prima di cominciare a suonare, compie un certo numero di volte degli atti che potrebbero essere qualificati come rituali. Accorda il suo strumento o semplicemente ne verifica l’intonazione, esegue degli esercizi di riscaldamento, di memorizzazione per dei passaggi difficili, come noi stessi ci prendiamo cura della nostra postura, del nostro corpo, e verifichiamo la nostra tenuta, keikogi, cintura, hakama, tutta questa attenzione fa parte integrante della cura che apportiamo alla pratica della nostra arte.

Reishiki permette di strutturare la pratica, attraverso i differenti rituali e la loro ripetizione, abbiamo così la possibilità di concentrare l’attenzione grazie al sostegno regolare che essi apportano. Al giorno d’oggi sono rari, per lo meno in Europa, i dojo in cui i praticanti si occupano delle pulizie quotidiane, della pulizia dei bagni, del riordino degli spogliatoi, o dei keikogi da prestito per i principianti, ecc. Di fatto agiscono come degli Uchi deshi di un’altra epoca. È diventato difficile far passare questo messaggio a delle giovani generazioni per le quali l’apprendimento è spesso diventato una seccatura di cui bisogna sbarazzarsi il prima possibile.

Reishiki: un codice morale?

Reishiki è la porta d’entrata verso un mondo dimenticato, il mondo della sensazione interiore, un mondo immateriale e tuttavia molto reale, molto concreto. È alla portata di tutti trovarlo, o ritrovarlo se è bloccato da convenzioni o idee inculcate dalla società a nostro discapito. Ovviamente i protocolli che regolano un’arte ci servono a evitare gli incidenti mediante l’ordine che esigono, ma è il loro carattere fondamentalmente naturale che mi sembra più importante. Se ciò non esiste, o non esiste più, non ne restano che delle usanze private del senso profondo. In una società in declino rispetto all’educazione mi sembra necessario permettere a tutti quelli che sono interessati alle arti marziali di ritrovare le basi, tanto indispensabili quanto logiche, del funzionamento umano.

Reishiki ci obbliga a rispettare ogni vita umana e ci conduce verso il rispetto della vita per la vita. Attraverso il codice morale che verrà applicato anche a noi, se lo applichiamo agli altri, possiamo riscoprire un fondo comune fra gli esseri umani. I valori che Reishiki porta esistono anche per farci avanzare nel quotidiano, le donne ad esempio sono, o dovrebbero essere, dato che sfortunatamente non è spesso il caso, rispettate da tutti in quanto praticanti e non perché sono tanto belline, o per condiscendenza, o per rispettare la parità. Una musicista non è apprezzata per le sue misure né per per la sua capacità polmonare se suona uno strumento a fiato, ma come ogni musicista per la qualità del suo modo di suonare, per la musicalità di un pezzo che è capace di farci scoprire durante un concerto.

Reishiki: un’impregnazione

Se si è capaci di sentire i riti, la nostra vita di tutti i giorni ha un altro sapore. Reishiki non è più una costrizione, è il percorso della nostra libertà interiore e siamo guidati passo dopo passo dal cerimoniale che trae le sue origini da rituali più antichi che non chiedono altro che di essere riscoperti. Lo “sport moderno”1concetto sviluppato da Pierre Bourdieu in «Comment peut-on être sportif?», Questions de sociologie, Éditions de Minuit, 1984. ha delle regole, dei regolamenti, a priori i loro ruoli sembrano identici – sicurezza, rispetto dell’altro, dell’arbitro, socializzazione, ecc. – e si arriverebbe a confonderli con Reishiki che è molto più antico. È più semplice per la nostra visione occidentale, ci siamo abituati, non dobbiamo fare sforzi se non quello di conformarvisi, ma appena si esce dai tatami, dal ring, dal campo, tutte queste regole legate allo sport praticato spariscono, si applicano altre regole. Spesso regole molto diverse, a volte semplicemente un po’ di buone maniere, altre volte il senza-regole della strada e le sue conseguenze. Reishiki permane come una presenza in noi, tramite un fenomeno che potremmo definire imprinting, una sorta di impronta, certo non all’inizio, non i primi anni. A poco a poco forgia il nostro spirito e dunque il nostro corpo senza deformarli, anzi al contrario, permette il loro sviluppo armonioso. Le regole dello sport esistono per essere rispettate per il tempo dell’esercizio, della pratica, Reishiki, agisce in ogni momento della nostra vita.

Reishiki: un artefatto?

A mio avviso non bisogna mai imporre Reishiki, fa parte di una comprensione che deve nascere nei praticanti più recenti, mentre i più anziani possono tramite la loro conoscenza e il loro esempio far avanzare i principianti. A parte la buona educazione minima richiesta in ogni luogo, è anche, e anzi soprattutto, l’ambiente del dojo che guiderà i nuovi arrivati. Se imponiamo delle norme, delle convenzioni, tutto rischia di irrigidirsi, di presentarsi come una nuova ideologia da applicare ma che sarà separata da ciò che è vivo e, come scrive così bene Matthew B. Crawford, «la vita diventa una imitazione della teoria: noi conduciamo un’esistenza fortemente mediatizzata in cui è indubbio che questo rapporto passa sempre di più attraverso rappresentazioni prefabbricate per noi. L’esperienza umana è diventata un artefatto sofisticato, e quindi estremamente manipolabile».2Matthew B. Crawford, Contact. Pourquoi nous avons perdu le monde, et comment le retrouver, Éditions La Découverte 2019, p.8. Che la nostra esperienza e il nostro insegnamento diventino un prodotto artificiale quando invece è proprio il contrario che cerchiamo, è forse quello che ci aspetta. Per di più con il rischio che questo vada esattamente nella direzione completamente opposta a quello che è, o dovrebbe essere insegnato nella nostra arte: la libertà dello spirito, l’intuizione, la forza vitale e tutto ciò che l’accompagna – flessibilità, mobilità, resistenza, capacità di ricentrarsi per non sprofondare dopo essere caduti, o di fronte alla difficoltà.

Il saluto nello stile Bushy-den Kiraku-ryu, una delle arti all’origine dell’Aikido.

Creare le condizioni

Le palestre sono adatte agli sport, vi si trovano degli spalti, vi si possono esercitare diverse attività, la manutenzione è gestita dall’amministrazione del luogo, e c’è un guardiano incaricato di far rispettare l’ordine nei corridoi, negli spogliatoi, ecc. Riuscire a comunicare il Reishiki in uno spazio di questa natura è una sfida. Purtroppo nulla predispone a rispettare il luogo, né come luogo pubblico, dato che sono molto pochi quelli rispettati al giorno d’oggi, né come un luogo, un posto che si potrebbe far proprio. Una sala da sport è adatta allo sport, un dojo è uno spazio per praticare un Budo, un Bujutsu, un’arte, che sia marziale o no. Qui la vibrazione, l’ambiente è differente. Non vi parrebbe curioso vedere una persona che fa della pasticceria sul bordo di una piscina, o assistere ad un combattimento di boxe pesi massimi in un padiglione da tè? Sistemare uno spazio, un locale che sarà stato trovato non in funzione di guadagni futuri, ma in funzione di parametri di tutt’altra natura che mi è impossibile descrivere in poche righe, ma che sono determinanti per il futuro dojo e per renderlo perenne, se si tratta di una scuola di arti marziali. Creare un luogo di questa natura è già applicare lo spirito di Reishiki, poiché là si incontreranno le persone che lo gestiranno, i coinquilini, in un certo senso, per un tempo indefinito, sarà la culla degli allievi già presenti, come anche dei futuri praticanti. Impareranno a rispettare e a far rispettare il Reishiki perché ne saranno all’origine, e al contempo i trasformatori in funzione dei bisogni. Saranno i continuatori di una tradizione che sentono come necessaria, e anzi indispensabile per permettere l’insegnamento e la pratica della loro arte.

Tokonoma, dojo Tenshin, Parigi. Calligrafia di Itsuo Tsuda Sensei, La grande gentilezza esclude la piccola gentilezza.

Reishiki è anche la riconoscenza: saper ringraziare

Come terminare un articolo su Reishiki senza salutare i Maestri che ho avuto la fortuna di incontrare, a volte di seguire, sempre di rispettare. Sono troppo numerosi e farne la lista sarebbe noioso per i lettori perché tutto questo è cominciato nella mia infanzia e avevo appena dodici anni. Ma mi piace citare quelli che mi hanno orientato in momenti cruciali, come il mio primo professore di Judo, metodo Kawaishi, che ha saputo guidarmi e la cui disciplina come pure la gentilezza mi hanno segnato a vita. Roland Maroteaux Sensei, colui che mi ha iniziato all’Aikido all’inizio degli anni ’70, grazie al quale ho incontrato Itsuo Tsuda Sensei, questo maestro dell’ombra che fu “il mio Maestro”. Come anche Henry Plée Sensei che mi ha dato un’opportunità (“messo il piede nella staffa”, come si suol dire) permettendomi di insegnare l’Aikido nel suo dojo della Montaigne Sainte Geneviève quando ero da pochissimo una cintura nera. Non ne dimentico nessuno di loro (anche quelli che non cito qui) perché è grazie alla loro semplicità ferma e all’orientamento che hanno saputo trasmettermi che ho capito e apprezzato Reishiki.

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Yashima n° 7 nel mese di marzo del 2020.

Notes

  • 1
    concetto sviluppato da Pierre Bourdieu in «Comment peut-on être sportif?», Questions de sociologie, Éditions de Minuit, 1984.
  • 2
    Matthew B. Crawford, Contact. Pourquoi nous avons perdu le monde, et comment le retrouver, Éditions La Découverte 2019, p.8.

Ki no Nagare: la visualizzazione

di Régis SOAVI

Nel suo insegnamento, Itsuo Tsuda sensei ha insistito sulla visualizzazione che, legata alla respirazione, è un mezzo per scoprire questa via del ki no nagare, lo scorrere del ki. Respirazione e visualizzazione sono degli strumenti per approfondire la percezione di questa circolazione e godere dei benefici nella vita quotidiana.

Immaginazione o visualizzazione

L’immaginazione non genera risultati tangibili se non la disillusione, la delusione quando si torna alla realtà. La visualizzazione, invece, non è un processo mentale, una sorta di vagabondare della mente, ma coinvolge tutto il corpo.

Poche persone fanno una distinzione tra questi due procedimenti prima di averne fatto l’esperienza in modo ben separato e prima di averne verificato la realtà. La visualizzazione è sia azione che non azione, anticipazione e attesa del momento opportuno, richiede la massima distensione così come la massima concentrazione, ma non ha difficoltà a trovarle perché per questo si appoggia su ciò che percepisce come fondamento dell’unità vissuta.

Tsuda senseï était un intellectuel dans le meilleur sens du terme un philosophe de l’ancienne génération.
Photo de Eva Rotgold© tous droits réservés.

Ki no nagare: un oceano di interazioni

Ogni cultura sviluppa la propria comprensione del mondo, la propria filosofia. La nostra cultura occidentale ha sviluppato nei secoli un approccio analitico, che porta ad una grande precisione e attenzione ai dettagli. Questo approccio interessante è chiaramente visibile nella scienza e nella tecnologia, ma anche nelle arti marziali.

Questa ricerca della precisione è anche ciò che spinge gli esseri umani a superare se stessi, a diventare migliori nella propria disciplina, come ci hanno già dimostrato alcuni praticanti di alto livello. Quindi non si tratta solo del dettaglio del gesto, ma anche della comprensione del funzionamento dell’essere umano, delle sue risorse sia fisiche che psicologiche. Seppur importante e necessaria, è questa stessa direzione che, quando diventa esclusiva, ci impedisce di raggiungere l’unità, se il dettaglio e il controllo diventano troppo presenti, perdiamo l’insieme e in particolare la percezione dello scorrere del ki.Altri, come la cultura giapponese, hanno anche una grande attenzione ai dettagli ma hanno mantenuto più presente una certa concezione dei legami che intercorrono tra tutto ciò che vive e quindi della globalità.

Il biologo Marc-André Selosse propone nel suo libro Jamais seul (Mai solo) un cambio di prospettiva su questo argomento: oggi abbiamo ampliato la comprensione di ciò che vive con le nozioni di fenotipi estesi o ”olobionti”. Ma M.A. Selosse va ancora oltre, dicendo che possiamo considerare il mondo come un oceano di microbi in cui “galleggiano” strutture più grandi e multicellulari (piante, animali), e abbiamo anche la visione dell’ecologo di un oceano di interazioni in cui «Ogni ”organismo” (questo vale anche per ogni microbo) è un nodo in una colossale rete di interazioni.

L’ecologo vede ciò che è vivo come questa rete, dove quelli che chiamiamo organismi sono in realtà solo punti tra i quali si articolano queste interazioni.» M.A. Selosse sottolinea che questa è una visione del mondo già sostenuta da alcune culture non occidentali, che “hanno una percezione più centrata sulle interazioni e ci incorporano in un tutto con ciò che ci circonda. [?] È forse il momento di sbarazzarsi degli avatar che l’individualismo occidentale proietta nella nostra visione del mondo biologico… e quotidiano. La scienza occidentale ha trasposto una filosofia basata sull’individuo in una biologia basata sull’organismo: al di là dei successi raggiunti, la vera svolta ora sta nel rimettere al centro l’interazione”. (M.A Selosse, Jamais seul, Éd Acte Sud, p. 329.) Ki no nagare che si traduce in scorrere, circolazione del ki, è forse un modo per comprendere questo oceano di interazioni.

Credo che l’essenza dell’Aikido risieda nella comprensione fisica e tangibile di questa nozione dello scorrere del ki. Perché anche un fiumiciattolo può dare una direzione diversa ad un fiume. Chi è all’origine del cambiamento, chi agisce sull’altro? A volte ci vogliono anni, anche secoli, per risolvere una questione del genere.

L’arte del Non-agire

Attraverso un’arte come l’Aikido, si può sperimentare molto concretamente e finemente questa sensazione di ki no nagare e scoprire gradualmente che il ki no nagare è affine allo spirito del Non-fare. Ci si posiziona accettando di “andare con”, senza decidere di influenzare in modo volontaristico la direzione, e questo rimanendo un centro forte e ben al suo posto, senza avvalersi o approfittare della situazione. È la posizione del “saggio” in senso taoista, come evoca Chuang-Tzu con la storia del nuotatore delle cascate di Lü-leang che si mantiene perfettamente in un luogo dove nessun animale può nuotare e che spiega “Mi lascio risucchiare dai vortici e risollevare dalla corrente ascendente, io sono i movimenti dell’acqua e non agisco per conto mio” (J.F. Billeter, Lezioni sul Zhuangzi, Ed. NotteTempo, p.26).

Wei wu wei, letteralmente “agire nel non-agire” si basa sulla sensazione di flusso, di interazione o di ki no nagare.È forse guidato da una sensazione interiore indefinibile, e proprio perché si è percepita questa direzione che ci si è diretti verso la via dell’Aikido, indipendentemente dalla nostra vita passata che, a seconda delle circostanze, poteva essere diversa e talvolta anche l’esatto opposto. L’Aikido apre un’altra prospettiva a coloro che si pongono domande su ciò che li circonda, su ciò che vivono giorno per giorno.Tuttavia, ci sono momenti in cui tutto si ferma indipendentemente dalla nostra vita quotidiana e dalla sua routine.

È quando tutto si ferma che, a volte, si prende coscienza del sé, di ciò che siamo veramente e di certe facoltà che oggi vengono poco considerate nella società cosiddetta moderna. Può essere un imprevisto, un incidente che accade inaspettatamente, un combattimento, uno shock emotivo che non ci aspettavamo e che rischia di finire male, o come un colpo della sorte che si abbatte su di noi e di cui non capiamo nulla. E in un tal momento si ha l’impressione che tutto stia crollando, che nulla valga più niente, che tutti gli sforzi siano inutili, vani e insignificanti.

Può essere l’inizio di una forte depressione da cui alcuni usciranno solo grazie a cure mediche.Ma può anche essere il punto di partenza per un diverso orientamento della nostra vita, come un passo indietro che ci farebbe fare un balzo in avanti. Ed è questo tipo di svolta che ho realizzato personalmente quando ho incontrato il mio sensei, Itsuo Tsuda.

La mia esperienza negli anni mi ha mostrato che praticando seriamente, quotidianamente, delle porte si aprivano, delle sensazioni di una infinita precisione mi guidavano verso dimensioni che non conoscevo o dell’epoca della mia infanzia, che avevo dimenticato come molti di noi, o che non riuscivo più a sentire.L’intuizione fa parte di queste scoperte, e la visualizzazione ne è il veicolo e il motore. Non la percezione di qualcosa in divenire o una sorta di premonizione, ma piuttosto la percezione delle relazioni tra le cose; a volte immutabili, se non nascoste, almeno invisibili senza questo stato di sensibilità.

À travers un art comme l’Aïkido, on peut expérimenter très concrètement et finement cette sensation de ki non nagare

La visualizzazione cosciente

Armonizzarsi con il partner è ovviamente una base indispensabile nella pratica dell’Aikido, ma l’insegnamento di Tsuda sensei ci spingeva molto oltre. La sua insistenza nel farci lavorare ogni mattina sulla visualizzazione nonostante le nostre difficoltà e la nostra pigrizia, ha prodotto poco a poco dei risultati per coloro che volevano continuare su questa via.

Ricordo che una volta durante Kokyu Ho, mi sono ritrovato bloccato alle spalle di fronte a un partner temibile che non voleva proprio mollare; detto ciò, era senza alcuna aggressività ma con una determinazione implacabile. Improvvisamente senza che io vedessi o sentissi nulla, ho visto che il mio partner si stava alzando da terra per cadermi accanto senza che io avessi dovuto fare il minimo sforzo, mi sono girato, Tsuda sensei era dietro di me, come se nulla fosse e con un sorriso di presa in giro che svelava una punta di ironia. Durante le sue dimostrazioni non ha mai esitato a farci sentire quanto fosse difficile o addirittura impossibile resistere a questo flusso tanto potente quanto delicato che riusciva a far emergere durante la tecnica, lasciandoci allo stesso tempo sbalorditi e divertiti. Molte volte avevo l’impressione di essere un bambino che gioca con il nonno.

L’interesse della visualizzazione è che può iniziare consapevolmente come un lavoro quotidiano e passare al livello inconscio a volte molto rapidamente anche se non in modo permanente. Il vantaggio del suo utilizzo è che permettendo lo scorrere del ki in una direzione diversa da quella bloccata dall’avversario, ci si ritrova nella non-combattività, nella non-aggressività e nel desiderio di fusione con l’altro. È forse lì, in questo territorio senza mappe né punti di riferimento, ma tuttavia molto concreto, che troveremo le radici dell’amore universale di cui parla O Sensei.Ecco un passaggio di uno dei libri di Tsuda Sensei che mi sembra illuminante e significativo riguardo a ciò che ha cercato di di far sviluppare ai suoi studenti:”Si parla spesso nell’Aikido di scorrere del ki, ki no nagare, il che corrisponderebbe, psicologicamente parlando, alla visualizzazione. Ma lo scorrere del ki ha un contenuto più concreto e più ricco della visualizzazione. Esso implica l’idea che qualcosa esca effettivamente dal corpo, dalle mani o dagli occhi per descrivere traiettorie che verranno seguite successivamente.

Abolisce dunque la separazione assoluta tra ciò che è interno e ciò che è esterno. A dire il vero, una tale separazione non è forse un’idea fittizia inventata per comodità intellettuale? Un essere umano non può vivere, nemmeno per un istante, completamente separato dall’esterno. Esso introduce anche l’estensione del sistema volontario al di fuori del quadro convenzionale dei muscoli volontari. Se non ci fosse scorrere del ki, l’Aikido sarebbe semplicemente una ginnastica o una danza. La difficoltà in questa materia è che non si vede questo scorrere di ki, mentre per esempio si può tastare e verificare l’esistenza dei muscoli.” (I. Tsuda, La via della spoliazione, Yume Editions, p.173) “Dato che lo scorrere del ki implica lo spostamento nello spazio ed anche nel tempo, esso può assumere un carattere premonitore. È così che il Maestro Ueshiba diceva di vedere l’immagine dei suoi avversari che stavano cadendo prima che ciò si producesse. Questo fatto sarebbe allo stesso tempo premonitore e controllato.

Questa considerazione ci porta all’idea rivoluzionaria che si possa agire sull’avvenire con certezza e questo, proprio nel momento in cui la scienza, abdicando al proprio assolutismo, ammette l’incertezza come una verità rigorosa. Con lo scorrere del ki, il futuro può divenire tanto concreto quanto il presente. Né lo scorrere del ki, né la capacità di anticipare il futuro sono appannaggio esclusivo dell’Aikido. Su un piano più generale, possono esistere in tutti. Se prendo una matita sul tavolo, il ki scorre verso la matita. Lo scorrere del ki in questo gesto non è molto intenso. Non c’è coinvolgimento di tutta la mia persona. In un’epoca in cui i mestieri erano più tradizionali e meno ingombrati da innovazioni, questa facoltà naturale era più intensa. C’era comunque una maggior concentrazione nel compimento di un atto. C’erano gioia e delusione, perché c’era un senso reale dell’anticipazione.

Oggi, con il progresso tecnico e il contesto economico più sviluppato, non si sa più a che punto si sia. Il mestiere che si impara ora, forse non sarà più valido negli anni futuri. I giovani sono inondati di possibilità di scelta, ma nessuna di queste è stabile. I giovani sono alla ricerca di tutto, senza potersi impegnare a fondo in qualcosa.” (I. Tsuda, Ibid, p. 177-178) Tsuda Sensei è stato soprattutto un intellettuale nel senso migliore del termine, un filosofo di quella vecchia generazione che, grazie a uno sguardo lucido sulla società che lo circondava, non si è accontentato di criticarla o elogiarla ma ha saputo trovare la quintessenza delle problematiche e fare dei collegamenti, sia tra le civiltà antiche, le loro culture, i loro costumi, sia con gli esempi di ciò che osservava nel suo tempo seguendo questo filo che lui stesso aveva trovato grazie ai suoi maestri sia orientali sia occidentali.Curioso di tutto ciò che percepiva utile per il suo insegnamento, trovava esempi che ci parlavano e ci parlano ancora quando rileggiamo i suoi libri; come questo interesse per l’opera di Constantin Stanislavskij il cui insegnamento basato sulla relazione affettiva e sull’esperienza personale degli attori ha influenzato il famoso corso di teatro newyorkese Actor Studio di Lee Strasberg ed Elia Kazan, e che Tsuda Sensei trovava significativo come concezione, come comprensione di ciò che stava cercando di trasmettere come messaggio.

Questo gli ha permesso di essere esaustivo, persino lapidario in questa frase sulla visualizzazione come la vedeva il regista: “Ha sfruttato bene l’effetto della messa in situazione. Se la messa in situazione viene perfettamente accettata ed attuata, c’è scorrere del ki. Se si esegue un gesto con un’intensa visualizzazione della situazione o con la testa piena di idee astratte, di ipotesi o di teorie, il gesto è lo stesso ma il risultato non è lo stesso. È quello che fa la differenza tra l’attore e il gigione.” (I. Tsuda, ibid, p.175.)Note :1) Constantin Stanislavskij (1863-1938) è stato un attore, regista teatrale e insegnante russo, teorico del teatro, noto per essere l’ideatore del metodo Stanislavskij.

Subscribe to our newsletter

Miyako Fujitani, l'”effetto Matilda” dell’Aikido?

Di Manon Soavi

Immaginate per qualche secondo un mondo in cui sarebbero scritti degli articoli su “l’Aikido al maschile”! Con un unico articolo che parlerebbe di Tohei sensei, Shioda sensei, Noro sensei e Tamura sensei. Articoli che troverebbero rilevante metterli insieme in nome del fatto che hanno in comune… un cromosoma Y. È strano, persino ridicolo, non è vero? Come mettere insieme uomini con storie personali ricche, diverse, ognuno con un rapporto privilegiato con O sensei, ognuno con un percorso personale diverso nell’Aikido? Ognuno di loro ha la propria personalità, la propria storia, il proprio insegnamento specifico. Ognuno di loro merita, come minimo, un articolo dedicato solo a lui.

Eppure questo è ciò che accade alle donne. Troviamo pertinente parlare di Aikido “al femminile”… Ovviamente questo non è specifico solo dell’Aikido, è un fenomeno sociale. Sapete che gli Stati Uniti sono stati campioni del mondo di calcio? Ah, sì, il calcio “femminile”, quindi non conta. Perché? Perché c’è IL calcio e poi c’è il “calcio femminile”.
È anche il fenomeno che permette ai Puffi di avere ciascuno una caratteristica, anche minore, mentre la Puffetta, la sua caratteristica, è quella di essere una ragazza, tutto qui. Non ha alcun carattere, a parte i tratti che caratterizzano una ragazza stupida e civettuola. Certo, è solo un fumetto ma se ci pensate per qualche minuto si possono trovare centinaia di esempi dello stesso fenomeno. Gli uomini sono persone, personaggi con caratteristiche e storie. Le donne sono, nella stragrande maggioranza dei casi, solo “donne”. Come le aikidokate messe insieme nel cestino “aikido femminile” negando le loro specificità, le loro differenze, le loro storie. Fortunatamente alcuni cercano di tracciare i loro percorsi anche se le informazioni sono “come per caso” molto meno disponibili, se non del tutto inesistenti!

Tenshin dojo de Miyako Fujitani Osaka
Tenshin dojo di Miyako Fujitani a Osaka

L’effetto Matilda

«L’effetto Matilda è la negazione, la spoliazione o la minimizzazione ricorrente e sistemica del contributo delle donne alla ricerca scientifica, il cui lavoro è spesso attribuito ai loro colleghi maschi. È un fenomeno osservato da Margaret W. Rossiter, storica della scienza che chiama questa teoria “effetto Matilda” in riferimento all’attivista femminista americana del XIX secolo Matilda Joslyn Gage. Quest’ultima aveva notato che gli uomini si attribuivano i pensieri intellettuali delle donne vicine a loro, i contributi delle donne erano spesso ridotti a ringraziamenti in fondo alla pagina.
È, ad esempio, l’effetto osservato per Rosalind Franklin, i cui lavori, determinanti per la scoperta della struttura del DNA, saranno pubblicati a nome dei suoi colleghi. Idem per le scoperte di Jocelyn Bell in astronomia che valsero al suo direttore un premio Nobel nel 1974. Lui, non lei.

La storia di Miyako Fujitani assomiglia un po’ a quella di Mileva Einstein, fisica, compagna di studi e prima moglie di Albert Einstein. Mileva e Albert Einstein si incontrano sui banchi dell’università e la teoria della relatività sarà la loro ricerca comune. Solo che rimane incinta mentre non sono sposati, il che fa precipitare il loro matrimonio ma rallenta notevolmente Mileva nei suoi studi. Alla fine i tre figli che la coppia avrà, l’ultimo dei quali, disabile a vita, saranno completamente a carico di Mileva, una volta che Albert Einstein partirà per fare carriera negli Stati Uniti. Naturalmente, non si tratta qui di mettere in discussione il genio di Albert Einstein, ma di interrogarsi sulle possibilità che ha avuto Mileva, lei, di continuare la sua carriera con tre figli a carico, di cui uno disabile. Albert Einstein è potuto partire per fare carriera solo perché lei è rimasta. Infine, se ci pensiamo, il detto che dice “dietro ogni grande uomo c’è una donna” non è affatto romantico o tenero, se lo riformuliamo più giustamente “dietro ogni grande uomo c’è una donna che si è sacrificata perché non aveva altra scelta”. La carriera, le onorificenze, i premi, le posizioni, il riconoscimento dei colleghi, tutto questo si basa sullo schiacciamento più o meno “accettato” delle donne.

Quando si pensa di misurare la competenza di una donna sulla base della sua carriera, del riconoscimento dei suoi pari, si dimentica che il gioco è truccato, perché per ogni maestro di aikido che ha fatto carriera c’è dietro almeno una donna che si è occupata dei loro figli, spesso del dojo, delle iscrizioni, della contabilità, delle relazioni sociali. Senza contare la cura del marito stesso, l’attenzione a lui. Su queste basi, assicurate dalla moglie del maestro, la straordinaria abilità marziale può fiorire e brillare. Attenzione, non metto in dubbio la competenza di questi maestri, contestualizzo la presenza femminile che ha permesso loro di prosperare. Una presenza che spesso hanno considerato dovuta, uno stato di fatto. Poiché sistemica. Al contrario, molto spesso, nessuno ha aiutato le donne a esercitare le loro arti. Nessuno tiene i loro figli, prepara i pasti, fa la contabilità del dojo per loro. Per non parlare di quelli che hanno cercato di sbarrargli la strada. Quindi quando si confrontano, su una presunta base oggettiva, le loro carriere con quelle di certi uomini, ovviamente, in modo strutturale, non hanno potuto raggiungere la stessa fama. Tuttavia, non è una questione di competenze, ma di società.

Miyako Fujitani senseï
Miyako Fujitani senseï

La storia di Miyako Fujitani

Nata negli anni Cinquanta in Giappone, Fujitani sensei è oggi una delle rare donne settimo dan dell’Aikido che insegna nel proprio dojo da quarant’anni, a Osaka. Allieva di Koichi Tohei, passa il primo e secondo dan davanti a Ueshiba O sensei. Tuttavia, contrariamente alla storia di un certo numero di allievi di Ueshiba O sensei, il suo percorso di aikidoka non racconta come ha iniziato a confrontarsi con il mondo e a fare carriera, ma racconta la storia che è spesso il destino delle donne: rimanere indietro e sopportare. In questo senso è un percorso simbolico.

Miyako Fujitani si confronta molto giovane con la violenza maschile. Suo padre maltratta e picchia i suoi tre figli. Muore quando lei ha sei anni, avendo “solo” avuto il tempo di maltrattarla e slogarle la spalla. Continua a confrontarsi con questa violenza alle scuole medie dove subisce da parte dei ragazzi aggressioni quotidiane. In quel periodo pratica la danza classica e il Chado (l’arte del tè) ma decide di reagire e progetta di fare judo come suo fratello. Alla fine sceglie l’Aikido. Il suo primo insegnante a Kobe rifiuta le donne nel suo corso, ma lei insiste così tanto che finisce per accettarla. Successivamente, diventa allieva di Tohei sensei e passa il primo dan davanti a Ueshiba O sensei a Osaka nel 1967. Racconta che «O sensei Ueshiba si riferiva a se stesso come Jii (nonno) quando insegnava al gruppo di donne. Era sempre accompagnato dalla signorina Sunadomari, che lo assisteva in ogni modo. [In particolare] Ueshiba sensei dimostrava sempre questo trucco con lei, una sorta di svenimento per ingannare l’avversario.»1

Quando inizia l’Aikido, lei si sente inferiore come donna nella pratica. Senza altro modello, non ha altro orizzonte che “diventare forte” come gli uomini per essere finalmente considerata “altrettanto competente”. Cerca quindi di competere con la forza muscolare degli uomini che la circondano. Per un anno si rafforza muscolarmente. Racconta che la sua tecnica sembrava allora, in effetti, molto potente, ma che maltratta talmente il suo corpo che finisce per rompersi le ossa delle braccia e delle dita. Si danneggia anche le articolazioni dei gomiti e delle ginocchia. Dovrà anche smettere di praticare per un anno per riprendersi.

Miyako Fujitani senseï
Miyako Fujitani senseï

Questa situazione in cui le donne soffrono in modo sproporzionato di lesioni legate alla loro professione si trova ad esempio nelle donne pianiste, dove «diversi studi dimostrano che le donne pianiste sono più esposte al dolore e alle lesioni rispetto ai pianisti di sesso maschile (per le donne, il rischio è superiore di circa il 50%). Un altro studio mostra che il 78% delle donne, contro il 47% degli uomini, soffre di disturbi muscoloscheletrici.»2 È quindi anche un problema sociale in cui, poiché si dà valore solo a un certo modo di fare, di muoversi, di suonare musica, ecc., le donne sono sistematicamente svantaggiate e, con la volontà di esercitare il proprio mestiere, di realizzare le proprie passioni, danneggiano eccessivamente il proprio corpo. Pagando anche il prezzo di interruzioni di carriera o addirittura di abbandoni.

Miyako Fujitani ha ventuno anni quando incontra Steven Seagal, a Los Angeles dove accompagna Tohei sensei per un seminario di Aikido. Assiste al suo passaggio di primo dan negli Stati Uniti e poco dopo il suo ritorno in Giappone, ritrova Seagal. Ha appena vinto una somma di denaro con uno spettacolo di Karate a Los Angeles, spettacolo durante il quale si rompe il ginocchio, ma con i soldi guadagnati compra il biglietto per il Giappone e sbarca con, come unici averi, un paio di jeans bucati e una forchetta d’argento.
Miyako Fujitani è allora secondo dan e apre il proprio dojo, che chiama Tenshin dojo, su un terreno della madre e i soldi di quest’ultima. Si sposa con Steven Seagal pochi mesi dopo il loro incontro nel 1976 e, in un riflesso molto tipico del condizionamento femminile, è lei stessa a metterlo nella posizione di insegnante principale nel suo dojo, mentre lei è il suo sempai, cioè il suo superiore gerarchico. È un condizionamento molto forte delle donne che vengono educate con l’idea che devono garantire la pace della famiglia e il benessere del marito favorendo l’idea che lui si fa della propria superiorità. Soprattutto non guadagnare di più, non essere più conosciuta, non riuscire meglio di lui con il rischio di vedere la propria famiglia distrutta. Tutte le donne sanno molto bene questo e le storie di uomini che lasciano le proprie compagne, gelosi della loro riuscita, non sono rare. Mona Chollet lo esplicita perfettamente nel suo capitolo «”farsi piccola” per essere amata?», con l’aiuto di esempi uno più eloquente dell’altro e con questa conclusione critica: «La nostra cultura ha normalizzato così bene l’inferiorità delle donne che molti uomini non sono in grado di affrontare una compagna che non si sminuisca o non si autocensuri in alcun modo.»3 Evidentemente per Fujitani la cosa si aggrava con il rapido arrivo di due bambini piccoli.

La discesa agli inferi

Anche se è nel proprio dojo, Seagal inizia a sminuirla, relegandola al ruolo della “giapponese che porta il tè mentre lui gioca al piccolo shogun”4. La trappola si chiude su di lei, tanto più che giornali e televisioni fanno eco al “gaijin’s dojo” evidenziando l’idea che Steven Seagal sia “il primo occidentale ad aver aperto un dojo in Giappone”, benché in realtà abbia fagocitato il dojo di Miyako Fujitani.
Durante questo periodo, Steven Seagal intrattiene molte relazioni con altre donne, comprese delle allieve, e alla fine annuncia a Fujitani che ritorna negli Stati Uniti per fare carriera come attore. Lei resta ad aspettarlo con la promessa che potrà raggiugerlo con i figli. Un’altra promessa: dei soldi per prendersi cura dei figli, neanche questa sarà mantenuta.
Alla fine, degli avvocati la contatteranno per chiedere il divorzio e permettere a Seagal di risposarsi negli Stati Uniti.

Miyako Fujitani et sa fille
Miyako Fujitani e sua figlia

Non tutti i mali vengono per nuocere

Miyako Fujitani è ovviamente disperata per essere stata così abbandonata con i due figli. Per coronare il tutto, quasi tutti gli allievi del dojo sono in realtà più colpiti dal carisma di Seagal che interessati all’Aikido. Il terreno che aveva minato sminuendola sistematicamente davanti agli allievi agisce in modo duraturo poiché non solo se ne vanno ma, inoltre, tornano a prendersi gioco di lei e del suo dojo abbandonato. Lei racconta in un’intervista «[In quel periodo] avevo voglia di nascondermi in un buco. Eppure non avevo fatto niente di male! Alcuni allievi venivano da altri dojo con molta arroganza, come se fossero a casa propria. Dicevano ai miei rari allievi “lei è debole, andate altrove”. Ho veramente detestato questo periodo e questo dojo. Alcune persone hanno raccontato persino che Steven mi avesse lasciato perché ero cattiva (ride). Ciononostante, quando andavo a letto la sera, pensavo a quello che avevo. […] Utilizzavo l’immaginazione per vedere i miei figli crescere e per immaginare i miei nipoti e mi chiedevo se sarebbe arrivato il giorno in cui mi sarei sentita veramente felice di avere l’Aikido. È questo che mi ha aiutato ad arrivare fin qui. Amo insegnare ai giovani con gioia e oggi posso veramente dire “sono felice di avere l’Aikido.»5

Alla fine, resiste, persevera, scopre anche la scuola di spada Yagyu Shinkage-ryu a cui si appassiona e che nutre la sua comprensione dell’Aikido. Tiene duro e porta avanti il ruolo di madre e la propria passione per l’Aikido. «Oggi, molte donne lavorano, anche in professioni che prima erano riservate agli uomini. Non è raro che una donna lavori e allo stesso tempo cresca dei figli. Per me, era difficile perché dovevo provvedere ai bisogni della mia famiglia insegnando l’Aikido. All’inizio [l’Aikido] era un’arte marziale praticata maggiormente dagli uomini e avevo dovuto saltare a lungo l’allenamento a causa dei bambini. Era vergognoso per me in quanto insegnante di Aikido: un giorno che ho ripreso l’allenamento, ho fatto un errore e mi sono fatta male a entrambe le ginocchia.»6

Miyako Fujitani senseï
Miyako Fujitani senseï

Aikido: essere una donna è un vantaggio

Oggi lei insiste nel proprio insegnamento su una pratica che rispetti l’integrità del corpo come valore cardinale. Frutto degli incidenti che aveva avuto quando aveva iniziato, insiste quindi sull’importanza per Uke di seguire correttamente invece di resistere fino al punto in cui il corpo soffre. «L’ukemi non è un movimento di dimostrazione, lo scopo iniziale è proteggere il corpo dalle ferite. Fare ukemi non vuol dire che siete un perdente. Se Uke comprende che tipo di tecnica è usata, allora può sottrarvisi. Ne approfitta e prepara il contrattacco. Durante l’esecuzione di una tecnica, il ruolo di uke non è solo quello di eseguire correttamente l’ukemi senza resistere alla proiezione, ma anche osservare il timing della tecnica, sviluppando così la capacità di “leggere” la tecnica. Dopo tutto, è un esercizio sia per chi esegue il Waza sia per chi lo riceve.»7 Per questo sottolinea la necessità di avere un corpo disteso. «In giapponese, c’è la parola 脱力, Datsuryoku, che si traduce con “distendere il corpo come durante il sonno.” Quando dormiamo normalmente non possiamo utilizzare il corpo con una energia eccessiva».8

«Nel Karaté, per esempio, si blocca o si contrattacca, ma nell’Aikido, non si blocca. Non ci scontriamo allo stesso livello dell’avversario, è per questo che è così delicato. Il Ma Ai è molto importante e insisto molto su questo punto. Insegno qualcosa di completamente diverso da quello che fanno [all’Aikikai] di Tokyo che, mi dispiace dire, è sbagliato. Insegno un metodo più morbido con un Ma Ai preciso affinché le tecniche possano essere eseguite più facilmente.»9

Convinta che l’Aikido sia l’arte marziale che va bene per le donne, lavora quotidianamente per svilupparlo, e tramite degli eventi, come nel 2003 quando conduce negli Stati Uniti uno stage chiamato Grace&Power. Women&Martial Arts. L’importanza di avere dei modelli non le sfugge. Certamente «C’è stata un’epoca in cui il dojo [di Ueshiba O sensei] contava molte allieve. Ma per un certo periodo, molti allievi hanno utilizzato la forza e si sono fatti male. Al punto che molte donne si sono scoraggiate. E per un certo periodo c’è stato un vuoto di donne che praticavano.»10
«[Io stessa] ho insegnato l’Aikido per più di 10 anni in un’atmosfera di discriminazione verso le donne. [Tuttavia] perfezionando sempre di più la mia pratica, ho sviluppato il mio stile d’Aikido, un Aikido che può essere praticato da donne che non hanno alcuna capacità fisica.

Penso che gli uomini che praticano il mio stile sono molto avvantaggiati. Se volete utilizzare i muscoli dall’inizio, vi abituerete a utilizzare sempre la forza. Ma non realizzerete né svilupperete granché. Ma se si scoprono le basi senza utilizzare la forza, basandosi unicamente sui principi, allora i muscoli, la statura, ecc., saranno un vantaggio da non sottovalutare una volta raggiunto un certo livello.
Il fondatore dell’Aikido ha dichiarato11:”L’Aikido basato sulla forza fisica è facile. L’Aikido senza forza inutile, è molto più difficile.” So che se provassi a basare i miei corsi di Aikido sulla forza fisica, non sarei in grado di fare neanche una tecnica e non avrei nessun allievo. Si può forse dire che le tecniche di Aikido sviluppate dalle donne detengono la chiave dei segreti ultimi dell’Aikido – un Aikido che non si basa sulla forza.»12

NOTE:
1 – Miyako Fujitani «I am glad I have Aikido», Magazine of Traditional Budo, n. 2, mars 2019. Trad. Manon Soavi.
2 – Caroline Criado Perez, Femmes invisibles. Comment le manque de données sur les femmes dessine un monde fait pour les hommes, éd. First 2019, p.182
3 – Mona Chollet, Réinventer l’amour, édition Zones, 2021, p.99
4 – Fujitani Miyako in Sylvain Guintard, Rencontres extraordinaires, édition Budo, 2014, p. 94
5 – «I am glad I have Aikido» entretien avec Miyako Fujitani, Magazine of Traditional Budo, n. 2, mars 2019
6 – «Zu viele Menschen in dieser Welt müssen leiden.» entretien avec Miyako Fujitani, Aikido Journal n. 34D mars 03
7 – Ibidem
8 – Ibidem
9 – «I am glad I have Aikido» entretien avec Miyako Fujitani, Magazine of Traditional Budo, n. 2, mars 2019
10 – Ibidem
11 – Itsuo Tsuda allievo diretto del fondatore riporta anche che O sensei ha dichiarato che «il suo Aikido ideale era quello delle giovani ragazze. Le giovani non sono capaci, a causa della loro natura, di contrarre le spalle tanto quanto i ragazzi. Il loro Aikido, per questo motivo, è più fluido e più naturale.» Itsuo Tsuda, La via della spoliazione, Yume edition, 2016, p.161
12 – «Zu viele Menschen in dieser Welt müssen leiden.» entretien avec Miyako Fujitani, Aikido Journal n. 34D mars 03

Specchio

di Régis Soavi

Shisei è il riflesso dell’anima e della salute del corpo, sia fisica che psicologica. È l’indiscutibile rivelatore di uno stato, permanente o temporaneo, per chi sa leggere la postura nell’espressione della sua manifestazione della vita. “La postura è la concretizzazione del movimento inconscio.” Itsuo Tsuda1

Postura e involontario

La ricerca scientifica moderna ha evidenziato che, a parte i problemi di struttura corporea o mentale, la malattia o anche l’età, la postura è nella maggior parte dei casi il risultato dell’educazione e degli sforzi che si fanno per conformarsi all’ambiente culturale e sociale; è quindi tramite una mescolanza di volontario e di involontario che si ottiene la postura che si desidera. È necessario prender coscienza che, a meno che non diventiamo rigidi, l’involontario, qualunque sia il nome che gli diamo (inconscio, subconscio o anche sistema nervoso autonomo), ha sempre la preponderanza sul volontario. Nonostante tutto, spesso ci è difficile accettarlo, averne piena consapevolezza. La prova della nostra incomprensione è il desiderio di correggere la postura con l’aiuto del volontario, nella speranza di supplire ad una mancanza, ad un’indisposizione, ad una sofferenza personale o per ogni sorta di altre ragioni, ognuna delle quali ha ai nostri occhi un valore di per sé. Il nostro sistema involontario è al servizio della vita che lavora in ognuno di noi. E tra l’altro, è lì proprio per correggere le nostre difficoltà posturali e permetterci di preservare un equilibrio il più naturale possibile affinché la vita si mantenga dentro di noi. E questo, a volte, anche a costo di dolori o deformazioni se resistiamo ai suoi impulsi regolatori e persistiamo nel rifiutarci di lasciare la presa, e quindi nell’irrigidirci combattendo contro di esso. È quindi importante stimolare questo sistema involontario attraverso esercizi che, invece di metterlo in pericolo o cercare di dominarlo, gli diano la libertà di svolgere il proprio lavoro e di riequilibrarci ogni volta che ce n’è bisogno. Il Katsugen undo, introdotto in Francia con il nome di Movimento rigeneratore da Itsuo Tsuda sensei dall’inizio degli anni settanta, corrispondeva esattamente alla risposta che molti di noi, praticanti di arti marziali, cercavano già allora per migliorare la propria postura. Questo ovviamente non era l’unico metodo esistente e alcuni hanno trovato in diverse discipline o terapie dei mezzi che hanno permesso loro di andare avanti senza subire danni. Ma ovviamente non era alla portata di tutti, sia dal punto di vista finanziario che dell’impegno che richiedeva in continuità, resistenza o tempo. Questo metodo di attivazione dell’involontario, il Katsugen Undo scoperto da Haruchika Noguchi sensei, è praticato da più di mezzo secolo da migliaia di giapponesi. È, per la sua semplicità, la sua filosofia e il suo bassissimo costo di iniziazione e di tariffa per la pratica, un’attività che non solo è alla portata di tutti e tutte, ma soprattutto è di grande aiuto per ognuno grazie alla sua capacità di risolvere molti problemi posturali attraverso l’attivazione del sistema involontario. È una possibilità per chiunque abbia il desiderio di trovare un percorso verso la salute in modo autonomo e indipendente. Un gran numero di ricercatori, di medici, di shiatsuka che avevano focalizzato le loro ricerche sui benefici di una postura che fosse flessibile, forte, sana e che portasse l’individuo verso l’autonomia e l’indipendenza nella cura della propria salute, si sono recati a far visita a Noguchi sensei per entrare in contatto e scambiare i loro punti di vista e anche le loro tecniche, sull’esempio di Moshe Feldenkrais il cui metodo è ben noto in Francia o anche di Kishi sensei che ha sviluppato la propria tecnica sotto il nome di Sei-ki.


Itsuo Tsuda introdusse il Katsugen undo in Francia all’inizio degli anni ’70.

Il soffio

Non molto tempo fa si usava uno specchio che si metteva davanti alla bocca di un morente per sapere se c’era ancora un po’ di vita o se la morte era già avvenuta. Questo metodo, seppure primitivo, dava un’indicazione, certamente relativa, ma indicava chiaramente l’importanza data al soffio, alla respirazione, e quindi a questa manifestazione della vita della persona davanti alla quale veniva messo. Oggi lo specchio non basta più, testiamo l’attività cerebrale nella speranza di non sbagliare sulla capacità dell’individuo di tornare a una vita normale, in ogni caso abbiamo applicato il protocollo imposto, abbiamo messo in funzione le macchine, quindi siamo legalmente tutelati. Il soffio, però, è qualcosa di molto diverso dalla respirazione polmonare perché è portatore di un’energia molto più vasta, anche se poche persone ne sono consapevoli o la riconoscono.

Il soffio è l’alimento della postura, semplicemente per la sua composizione interna, per gli elementi visibili e invisibili che porta. Chi può credere in una postura forte, nella vera potenza di una persona quando vede che la sua respirazione è bloccata. Non sono gli esercizi che rendono più ampio il soffio, permettono magari di liberare semplicemente la psiche, di calmare lo spirito, affinché il Ki circoli di nuovo senza ostacoli in questo corpo finalmente libero dalle tensioni.

La postura: un benessere personale

La ricerca di una postura a tutti i costi comporta dei rischi per l’organismo, soprattutto quando le tecniche proposte prevedono esercizi mirati all’irrigidimento per conformarsi a un’idea di corpo pubblicizzata oggi dai social network. Immagini e rappresentazioni occupano sempre più spazio nella vita quotidiana, a scapito di una realtà semplice, considerata poco attraente. Le posture che emergono degli Antichi Maestri attraggono sempre meno perché troppo spesso non vengono comprese e sembrano essere nascoste alla maggior parte delle persone. È dopo lunghi anni di pratica che gli occhi interiori si aprono per rivelarci quello che avremmo potuto vedere se non fossimo stati accecati dallo spettacolo del mondo. Quando Tsuda sensei scrive per farci comprendere meglio O sensei Ueshiba, lo fa sempre in un modo particolare, e mi sembra importante ritrovare le testimonianze dei maestri che, come lui, hanno conosciuto il fondatore dell’Aikido: «Il mio contatto con lui che è durato più di dieci anni mi ha dato un’immagine di lui completamente diversa da quella comunemente ammessa per un atleta. […] Non l’ho mai visto fare il minimo esercizio che fosse per fortificare i propri muscoli per tutto il tempo che l’ho conosciuto. Invece, l’ho visto fare spesso il norito, formula rituale, che lo metteva in comunicazione con gli dei. Era una pratica religiosa senza nessun rapporto con gli sport o l’atletica. Un giorno, mi ha detto in occasione di una mia visita a Iwama, nel suo ritiro di campagna: ‘Quando avevo dai cinquanta ai sessant’anni, avevo una forza straordinaria. Ora, non ho più molta forza e faccio fatica anche a portare un secchio d’acqua. Invece, comprendo l’Aikido molto meglio di allora.’ Chi accetterebbe, in Occidente, l’idea di un atleta che non ha più forza fisica, che passa la propria giornata in pratiche religiose e che, tuttavia, è capace di compiere delle prestazioni straordinarie? In ogni caso, senza nessuna incoerenza, l’accettavo come tale. Ero affascinato dalla sua postura, dal suo incedere. In lui, tutto era naturale, semplice, senza il minimo gesto inutile, senz’alcuna ostentazione, né orgoglio. Sentivo attorno a lui, benché invisibile, tutto un paesaggio di serenità, di realizzazione. Io, pagliaccio grossolano, non potevo resistere al piacere di vederlo ogni mattina, alzandomi alle quattro, per dieci anni fino alla sua morte. Spazzava qualsiasi mia preoccupazione meschina della vita sociale.»2

postura

Régis Soavi, mentre recita il norito, all’inizio della seduta.

Il centro

Un buon equilibrio, un buono Shisei richiede un buon centro ben posizionato, ma come trovarlo, averne cura, conservarlo? Tsuda sensei racconta che durante la meditazione che O sensei chiamava “Ka-Mi” (meditazione che si pratica in piedi all’inizio della seduta), diceva ai suoi allievi: Ame-tsuchi no hajime “mettetevi all’inizio dell’universo”. Oggi è diventato molto difficile proporre un’immagine del genere, che rischia di non essere compresa o compresa solo letteralmente, il che equivale ad una comprensione puramente mentale quando si tratta di tutt’altro. Solo l’esperienza può guidarci per rendere concreto questo centro. Dobbiamo andare nel più profondo della nostra sensibilità, essere senza pensieri, essere presenti realmente “qui e ora”. La scienza ha spezzato questo semplice rapporto con il nostro ambiente, con ciò che possiamo sentire, non riusciamo nemmeno più a sapere chi siamo e dove siamo. Mi sembra che ci sia stato un tempo in cui l’essere umano non si poneva più domande sulla sua posizione nell’universo di quante non gli fossero necessarie per vivere la vita di tutti i giorni. Poco gli importava dello spazio, dei pianeti, delle costellazioni, se non per ciò che aveva un rapporto diretto con la sua vita quotidiana, l’agricoltura, il tempo che fa, il movimento degli animali e i loro cicli riproduttivi. La conoscenza dell’astrologia era rivolta all’uomo e a ciò che lo circonda. Il luogo in cui si trovava diventava il centro della sua vita e di conseguenza del suo universo. È grazie a questo che si sentiva parte di un universo, “il suo mondo, il suo cosmo”. La scienza ha ampliato la nostra concezione e la nostra percezione dell’universo, benissimo, ma il risultato è una destabilizzazione della nostra realtà. L’essere vivente si sentiva al centro del pianeta, “la sua terra”, ovunque fosse, ovunque vivesse. Poi venne l’inizio della sua disorganizzazione mentale. Sebbene essa sia stata necessaria per uscire dall’oppressione religiosa dell’epoca medievale che subiva, creò uno shock, poi degli sconvolgimenti che avrebbero perturbato sempre di più. Prima gli venne insegnato che la terra era rotonda come una palla, poi che girava attorno a un asse, poi che girava intorno al sole e infine che il sole era al centro del sistema solare. L’essere umano si è quindi ritrovato decentrato, non era più il centro di un universo ma respinto verso l’esterno. Come se non bastasse, apprese che il sistema solare faceva parte di una gigantesca galassia, la Via Lattea, scia bianca che aveva potuto vedere nel suo cielo, che era esso stesso in competizione con altri sistemi solari, buchi neri ecc. Ma ancora una volta constatò che non era il centro di questa galassia, che si trovava piuttosto su uno dei bordi esterni, una sorta di corno di stelle in una lontana periferia. Ancora più recentemente si scoprì che questa galassia è quasi nulla rispetto ai miliardi di miliardi di miliardi di galassie conosciute, o semplicemente indovinate, o concettualizzate grazie all’arte della matematica. La cosa umana si è ritrovata molto piccola, insignificante, anche rispetto a ciò che la circonda. La questione rimane: come trovare, ritrovare il proprio centro in queste condizioni?

postura

Morihei Ueshiba: Una postura semplice, senza il minimo gesto inutile.

Ameno-minaka-nushi

All’inizio della seduta di Aikido, subito dopo il funakogi undo, “movimento del remo” come lo chiamavano i giovani allievi di O sensei, c’è una specie di meditazione in movimento, ma molto lenta all’inizio, tama-no-hireburi “la vibrazione dell’anima”. Essa si pratica a mani unite, davanti all’Hara, la sinistra sopra la destra. Si fanno vibrare le mani, senza eccessi, ma in modo regolare. Una delle particolarità di questa meditazione è che si deve farla con una sola inspirazione che deve essere molto, molto lenta. Questo esercizio deve essere ripetuto tre volte, accelerando leggermente ogni volta il ritmo della vibrazione. Subito prima di questa pratica O Sensei faceva a voce alta delle evocazioni in forma d’invocazioni dei nomi di Kami che Tsuda sensei ci ha trasmesso negli ultimi anni della sua vita. Per me, è nello stesso tempo una fessura, un leggero spazio, una leggera apertura, ed anche una direzione, una porta e una chiave, che mi permettono di ricentrarmi. Mi permette ogni mattina di intrufolarmi, quando si pratica, in quello che può rappresentare nonostante tutto, ne sono consapevole, un “rischio”. Quello d’immergersi in un universo mentale parallelo, una specie di schizofrenia o un vortice mistico da cui si esce solo con difficoltà. Tuttavia basta mantenere il sangue freddo, la lucidità fisica e psichica per restare presenti a se stessi.

O Sensei usava dei rituali shinto come una specie di trasposizione delle proprie sensazioni. Come uno scrittore, un musicista o un pittore traspongono le proprie sensazioni quando compongono un’opera, o ci fanno scoprire un mondo che gli appartiene. Nello Shinto, Ameno-minaka-nushi è considerato come il Kami Centro dell’Universo ed è la prima evocazione, poi è la volta di Kuni-toko-tachi, Eterna Terra, la materializzazione del mondo, in quanto esseri umani, in quanto praticanti, prendiamo corpo, realizziamo la materia, ciò che siamo, si potrebbe dire, quasi carne e sangue. Infine Amaterasu-o-mi-kami si presenta alla nostra coscienza, e non c’è altra alternativa che accettarla. Principio femminile, Amaterasu è “La” Kami Sole, al contempo vita, stimolazione della vita e creazione. Tra ogni momento della vibrazione, la vibrazione continua, niente si ferma, il ritmo dei movimenti del remo, funakogi undo, accelera, passando da lento a mediamente rapido, poi a molto rapido. Itsuo Tsuda sensei ci spiegava che questo ritmo gli ricordava la recitazione del Nö che aveva studiato per quasi venticinque anni, e in cui ci sono tre ritmi diversi che si susseguono: Jo, Ha e Kyu. Noi europei possiamo ad esempio permetterci di evocare i ritmi musicali largo, andante, e poi presto, prestissimo. Tsuda sensei ci dà qualche indicazione riguardo la propria comprensione delle invocazioni di O Sensei.

1) Wake-mitama (emanazione): tutti gli esseri sono emanazioni di un Tutto, di Ame-no-minaka-nushi, del Dio centro. Siamo tutti Dio stesso nella nostra essenza. Fondamentalmente, ci identifichiamo con il Dio centro. Nelle religioni rivelate come il cristianesimo o l’islamismo, l’essenza divina appartiene esclusivamente ad un solo essere. Tutti gli altri sono pecore o montoni che hanno bisogno di un pastore o di una guida spirituale.

2) Kotodama (vibrazioni): Tutto l’Universo è concepito come pieno di sensazioni di vibrazioni. Queste vibrazioni preesistono prima di essere percettibili.”3

Il riflesso dell’anima

Il nostro stato mentale non può che riflettersi nella nostra postura, qualunque sia la teoria che, forse, abbiamo fatto nostra. La postura di ognuno è influenzata dal momento che si sta vivendo, da ciò che ci circonda, vicino o lontano. In effetti da tutte le circostanze interne o esterne. La nostra capacità di mantenere una postura corretta, in grado di reagire, è nonostante tutto una cosa che si può lavorare e può dare buoni risultati se non si va in senso contrario a quello che fa bene al corpo e a quello che siamo nel profondo di noi stessi.

“Umile fiore che spunti nella crepa di un muro

la tua felicità di essere te stesso ti basta

per essere al centro dell’universo”.4

Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

Abonnez-vous à notre newsletter

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale nel mese di april del 2024.

Note:

1. Itsuo Tsuda, Cœur de ciel pur, Ed. Le Courrier du Livre, 2015, p. 23.

2. Tsuda Itsuo, Le Dialogue du Silence, Ed. Le Courrier du Livre, 1979, p. 76.

3. Itsuo Tsuda, La voie des dieux, Ed. Le Courrier du Livre, 1979, p. 109.

4. Bing xin: autrice, poetessa (1900-1999), citata da F. Verdier nel suo libro Passeggera del silenzio, Ed. Tea, pag. 100.Specchio

Bisogna perdere la testa per abitare i nostri corpi

Di Manon Soavi

Nella nostra vita di tutti i giorni facciamo spesso fatica a prenderci del tempo. Prendersi il tempo per andare al dojo, praticare, respirare. Prendersi il tempo per lasciare che si sviluppino altri tipi di rapporti con il mondo, un potere interiore diverso da quello che dà il denaro o il dominio. A volte abbiamo letto articoli e libri, abbiamo ascoltato discorsi molto interessanti su pratiche del corpo come mezzi di emancipazione. Sui dojo come strumenti per scoprire rapporti di aiuto reciproco, un modo di fare “comune”, altri modi di agire, possibilità di sentire il “non fare” come regime di azione ecc. Ma… Ma ci manca il tempo. Una seduta alla settimana, due a volte. Anche se il dojo è aperto tutti i giorni, il mondo ci afferra non appena mettiamo piede fuori dal dojo. I problemi e le piccole seccature prendono il sopravvento. Il lavoro, i figli, i debiti, l’auto, il disastro ecologico, le guerre, le tasse… ci sentiamo inghiottiti.

A volte siamo anche in piccoli gruppi, pochi, dojo ancora fragili ed è difficile sentire davvero altri modi di fare. Il modo di agire e di pensare della nostra società si invita continuamente al dojo, spesso per mancanza di esperienza di chi costituisce il gruppo. Oppure è la rigidità teorica che regna, disciplinando anche la minima iniziativa e perdendo così l’idea di base di una riscoperta della libertà. Lo slancio si spegne. A che serve, non abbiamo tempo. Il tempo ci manca. Certo, ci manca perché non ce lo prendiamo. “Non fermiamo” il tempo. È proprio per “fermare il tempo” che è nato uno stage come quello estivo della nostra scuola. Fermare la corsa, almeno per qualche istante e un po’ “perdere la testa per abitare i nostri corpi” come scriveva Françoise d’Eaubonne(1).

Il Mas d’Azil, l’incontro

Il primo stage d’estate della nostra scuola è stato nel luglio 1985, quando Régis Soavi ha creato con alcuni studenti un primo dojo a Tolosa. Le pareti non erano ancora finite, il soffitto non era dipinto, ma già praticavano. Sui tatami erano solo una dozzina per questo stage, venuti da Tolosa, Parigi e Milano. Ci furono altri due stage d’estate a Tolosa, nell’86 e nell’87.

Tolosa 1986
Régis Soavi Tolosa 1986
Tolosa 1987

Eppure il fatto di essere in città, la mancanza di alloggi, il caldo afoso, tutto ciò non rendeva la situazione ideale. Régis Soavi e la sua compagna Tatiana andranno quindi alla ricerca di un “luogo” in campagna per organizzare uno stage estivo.
Presero la loro auto e partirono per le strade dell’Ariège, agendo come erano abituati con la deriva situazionista, che praticarono a Parigi per dieci anni. Agirono anche secondo la modalità di azione del Non-fare, nella quale ci si orienta in una direzione e si percepisce come “qualcosa” reagisce. Ciò che alcuni chiamano anche un “agire situazionale”, vale a dire in perfetta sintonia con il momento presente. Per questo bisogna lasciare la nostra “ragione”. Accettare e agire in un “flow”, un flusso se si vuole. Questo è spiegato dalla famosa storia del nuotatore di Chaung-tzu:

“Confucio ammirava la cascata di Lu-liang. L’acqua cadeva da un’altezza di trecento piedi e poi schizzava intorno per quaranta leghe. In questo luogo non potevano stare né tartarughe né coccodrilli, ma Confucio vide un uomo che nuotava. Credette fosse un disperato che cercavala morte e disse ai suoi allievi di scendere lungo la riva per soccorrerlo.
Ma dopo qualche centinaio di passi, l’uomo usci dall’acqua e, con i capelli sciolti, iniziò a passeggiare lungo la riva, cantando.

Confucio lo raggiunse e gli chiese: “Pensavo che lei fosse uno spirito ma, da vicino, sembra che sia vivo”. Mi dica: “ha un metodo per restare a galla in questo modo?”
“No”, rispose l’uomo; “non ne ho. Sono partito dalla situazione data, ho sviluppato qualcosa di naturale e ho ragggiunto la necessità. Mi lascio catturare dai vortici e sollevare dalla corrente ascensionale, seguendo i movimenti dell’acqua senza agire per conto mio.”
“Cosa intende con: partire dalla situazione data, sviluppare qualcosa di naturale, raggiungere la necessità?” chiese Confucio.

L’uomo rispose: “Non sono nato in queste colline e mi sono sentito a casa: ecco la situazione. Sono cresciuto in acqua e mi sono poco a poco sentito a mio agio: ecco il naturale. Non so perché agisco come agisco: ecco la necessità.”(2)
Il sinologo Billeter commenta questo passaggio (che parla dell’agire nel Non-fare evidentemente) osservando che “L’arte consiste nel basarsi su questi dati, nello sviluppare attraverso l’esercizio qualcosa di naturale che permette di rispondere alle correnti e ai vortici dell’acqua, in altre parole di agire in modo necessario, e di essere liberi da questa stessa necessità. Non c’è dubbio che queste correnti e questi vortici non sono solo quelli dell’acqua. Sono tutte le forze che agiscono all’interno di una realtà in continua trasformazione, fuori di noi così come dentro di noi.”(3)

Sviluppare qualcosa di naturale che permetta di seguire le correnti e i vortici andando nella direzione che si vuole è qualcosa che si esercita come dice il nuotatore. Praticando con il proprio corpo e anche accettando di “seguire” piuttosto che “scegliere”.

Dopo tre settimane di ricerche nella regione, Régis e Tatiana si rendono conto che non trovano il posto giusto. Sono in campeggio con le loro due bambine, inizia a essere un periodo piuttosto lungo, quindi decidono di ritornare a Tolosa. La mattina della partenza, Régis prende un caffè al bar del paese e il padrone gli parla del Mas-d’Azil, consigliandogli di andare a vedere questo paese.

Decidono quindi di fare un’ultima visita, il giorno della partenza. Arrivati al Mas-d’Azil, si rendono conto che in questo paese, a meno di dieci chilometri da dove sono accampati da tre settimane, ci sono già passati dieci anni prima.

Il Mas d’Azil,
Il Mas d’Azil

Dieci anni prima, tornando dalla Spagna, Regis e Tatiana avevano notato nel cielo il volo circolare di un rapace, che li “seguiva” da tempo. Continuando il loro viaggio avevano visto il rapace atterrare su un cartello all’incrocio di una strada: “Le Mas-d’Azil”. Avevano preso allora questa strada, incuriositi, che li aveva portati fino a un paese, incastonato in un rilievo roccioso ai piedi dei Pirenei, attraversato da un fiume tumultuoso e dominato da una bellissima grotta preistorica.

grotta preistorica di Mas d’Azil
Il fiume scorre attraverso la grotta

Quel giorno, dieci anni dopo Regis e Tatania ritrovano con stupore lo stesso paese! Da quel momento le cose procedono molto velocemente, in due ore i responsabili del comune accolgono a braccia aperte l’idea di uno stage. Il villaggio è piccolo, certo, ma è un capoluogo di cantone, ha una palestra, due alberghi, un campeggio, una posta, negozi e all’epoca una fabbrica di mobili ancora in attività.

Oltre a essere un importante sito preistorico (che ha dato il nome a un’era: l’Aziliano), si scopre che Le Mas-d’Azil ha una lunga storia di resistenza. Dopo la Riforma serve da rifugio ai protestanti. La resistenza protestante durerà qui più di cent’anni. L’evento più famoso fu l’assedio durato un mese e la feroce resistenza che la città condusse contro l’esercito reale di Luigi XIII con mille persone contro quindicimila. Ma annidati nel terreno roccioso e protetti da solidi bastioni, gli abitanti, nonostante i molti morti, sconfissero l’esercito e i suoi cannoni.

L’assedio e la battaglia di Mas d’Azil

Ancora oggi, sebbene il numero di abitanti sia diminuito con l’esodo rurale del XX secolo, è un luogo in cui molti dei cosiddetti “neo-rurali” si incontrano e si stabiliscono. Qui si trova anche Kokopeli, un’associazione ambientalista che distribuisce semi non coperti da diritti e riproducibili, con l’obiettivo di preservare la biodiversità di semi e ortaggi.
Il Mas-d’Azil non è il posto perfetto, non soddisfa tutti i requisiti, ma è qui.

Una trasformazione

Dall’88 in poi, lo stage d’estate si è svolto nella palestra comunale. Al primo stage i partecipanti sono solo una quindicina. L’allestimento è quindi minimo.

Le gymnase est peu aménagé eu début
Un gymnase assez ancien

Ma con il passare degli anni, i partecipanti, compreso Régis Soavi, fanno dei lavori, sistemano lo spazio e apportano migliorie. Il numero dei partecipanti è in aumento fino ad arrivare oggi a un centinaio.

La quindicina di persone che arrivano volontariamente con una settimana di anticipo per preparare lo stage allestiscono temporaneamente un quadrato di tatami, in modo da esercitarsi al mattino durante la settimana di preparazione. Tuttavia, per il momento si tratta “solo” di tatami nel bel mezzo di una palestra. L’obiettivo è quello di trasformare questo luogo in un dojo per il primo giorno di stage.

Régis Soavi racconta così questa trasformazione: “Quando arriviamo, non c’è niente di pronto. C’è da fare tutto.

Le gymnase tel que nous le trouvons chaque année

La palestra è sporca, ci sono dei graffiti, finestre rotte. Ma poiché le persone sono abituate a praticare in un dojo, vogliono ricreare il dojo. Il Maestro Ueshiba dice “Laddove sono io c’è un dojo”.Per questo abbiamo bisogno di tatami, deve essere pulito. Ecco perché un certo numero di persone viene con una settimana di anticipo, cancella i graffiti, fa riparazioni, ridipinge. Andiamo a prendere itatami con un camion. Le persone fanno tutto questo perché sono interessate, vogliono che lo stage sia piacevole, che ci sia un certo ambiente. Ci sono tanti piccoli dettagli, mettiamo qua delle tende, un appendiabiti là e qui bisogna avvitare. Ci vuole una settimana per sistemare tutto.
In questo modo, allora, per la prima seduta dello stage, tutto è pronto.
Ora potremo dedicarci, concentrarci sulle pratiche, per 15 giorni. Ma ci vuole tutto questo fermento prima, questo ribollire, anche questa pressione, e alla fine tutto è pronto.
Siamo pronti.

Così ricreiamo “dojo”, lo spazio sacralizzato. Il sacro non è il religioso, è qualcosa che si sente con il corpo. È molto chiaro. Quando si arriva all’inizio della settimana è una banale palestra con spalliere, attrezzi, cemento sul pavimento. Per una settimana con la nostra attività di preparazione, portiamo ki, ki, ancora ki. Così a un certo momento “diventa” uno spazio sacro. Ma siamo noi stessi a portare il sacro nel luogo.
Inoltre, anche se si avesse un magnifico dojo in legno con un ponte giapponese e del bambù davanti alla porta, non significa necessariamente che si tratti di uno spazio sacro. Potrebbe essere solo uno spazio artificiale.”(4)

L’effimero irreversibile

Lo stage d’estate è quindi un po’ come una parentesi. Un momento di pausa e allo stesso tempo un momento che si espande. Lo viviamo e ciò cambia qualcosa in noi. Quindi possiamo dire che lo stage estivo non ha lo scopo di far emergere un altro mondo, ma piuttosto di sperimentare direttamente un altro rapporto con il mondo. Un vissuto che, anche se effimero, non è meno irreversibile. Ognuno resta libero di cosa farsene di questo vissuto.

Régis Soavi: “Anche durante lo stage, tutto è organizzato dai praticanti stessi, le colazioni insieme, le pulizie, siamo vicini a ciò che si faceva in Giappone con gli Uchideshi, gli studenti interni che si occupavano di tutto. È un po’ questo lo spirito. Non si paga nessuno, non c’è uno staff. Non siamo in un’organizzazione amministativa. Ognuno dà il meglio di sé. Ciò permette, come nei dojo per tutto l’anno, di sviluppare le proprie capacità o, a volte, di scoprirle. Ci sono molte persone che sono arrivate al dojo non sapevano come piantare un chiodo. Appena gli si chiede qualcosa, dicono “oddio”! Bisogna spazzare, “io non so spazzare!” Fare il caffé, “io non so fare il caffé!” “Come si deve fare?”

Poco a poco scoprono il piacere di fare da soli, di essere capaci. Alcuni hanno scoperto capacità che non sospettavano di avere. Lo scopriamo perché c’è questo quotidiano collettivo, come nei dojo, che è un po’ diverso dal quotidiano di casa, è “casa collettiva”.”(5)
È quindi attraverso la sperimentazione concreta, in situazione, che si sperimenta un altro modo di essere e di interagire. Perché sovvertire il nostro modo di fare società significa affrontare un insieme che fa sistema. Come è descritto da Miguel Benasayag è prima di tutto “un’organizzazione sociale, un progetto economico, un mito che configura un tipo di rapporto con il mondo, con il sé, con il proprio corpo, un certo modo di desiderare, di amare, di valutare la propria vita…” È anche “affrontare un dispositivo molto concreto, che possiamo riassumere con l’immagine della citta europea moderna con i suoi muri, le sue relazioni con lo spazio e con il tempo, le sue modalità di circolazione, di lavoro, di commercio, che inducono ancora una volta una certa maniera di pensare e di agire, la cui influenza giunge oltre perimetro strettamente urbano.”(6)

Creare un’altra situazione è molto concretamente lasciare che sorga un altro modo di essere al mondo. Nella nostra società si tende a pensare che una situazione sia determinata da un perimetro esterno, nel caso dello stage d’estate si potrebbe dire: il numero di giorni, il numero di sedute, il numero di persone, il luogo geografico ecc. Tuttavia, secondo il filosofo Benasayag, che riprende Kush, una situazione si caratterizza prima di tutto come un’intensità. Prendendo l’esempio della foresta, spiega che ciò che fa la foresta non è il perimetro, il numero di alberi, ecc. Ciò che fa la foresta è un’intensità: gli alberi, gli animali, il muschio, le gocce d’acqua, i funghi e fa notare che l’intensità attira quello che l’alimenta… Per parafrasare questo esempio direi che anche lo stage d’estate è un’intensità. Un’intensità fatta dal luogo, dalle persone che si ritrovano, si organizzano, praticano, dai corpi che si muovono, dalla pratica di yuki, ecc.

Inizio della seduta di Katsugen undo

Françoise d’Eaubonne scriveva in una lettera; “Bisogna perdere la testa per abitare i nostri corpi”. Itsuo Tsuda diceva: “vuotatevi la testa”. Lo stage d’estate è quest’intensità in cui a un certo punto, con l’aiuto della stanchezza, il lavoro dell’involontario si fa in profondità nel corpo, finalmente la “testa” lascia un poco. Lasciando un po’ il campo libero ai bisogni del corpo, al suo movimento involontario. Abitare il proprio corpo porta a un’altra maniera di sentire, di pensare e di agire. I principi astratti della modernità (razionalità, progresso, utilitarismo, universalismo astratto), torniamo alla dimensione della conoscenza immediata e non riflettuta di noi stessi.

Régis Soavi: “Per chi arriva per la prima volta, uno stage è un primo passo. Si riscopre che il nostro corpo si muove e che si muove in modo involontario. Non ha niente a che vedere con uno stage in cui si va a ricaricarsi per poi ripartire più in forma. No. È un inizio. Inoltre è una pratica regolare. Nei dojo si pratica il Katsugen undo (Movimento rigeneratore) due o tre volte la settimana, si può anche praticare da soli a casa. Ma bisogna riallenare questo sistema involontario che abbiamo bloccato a lungo”.

“Lo stage d’estate è anche un crocevia, c’è chi che viene un po’ da tutt’Europa, si scoprono le persone attraverso la pratica dell’ Aikido e del Katsugen undo. Attraverso la sensazione,
Accade di tutto! Alcuni fanno degli incontri, arrivano soli e ripartono in due! Altri arrivano in due e ripartono soli! Perché a volte mette in luce dei problemi che si erano tenuti nascosti. Si cercava di trattenere, di mettere a tacere, ma con lo stage, con la pratica del Katsugen undo che risveglia il nostro corpo, si sente chiaramente quello che non è più sostenibile. Quando la volontà di controllo finalmente lascia la presa, ciò emerge, è tutto. Quello che è insopportabile è finalmente percepito come tale. Ma in qualche modo, è una liberazione. Il Katsugen undo, è una liberazione, nient’altro.”(7)

Le informazioni sullo stage d’estate 2024 sono qui :  https://www.scuola-itsuo-tsuda.org/37-stage-destate/

Note

1) Françoise d’Eaubonne, correspondance privée avec Alain Lezongar, 5 décembre 1976.

2) Jean François Billeter, Leçons sur Tchouang-tseu, 2002, éditions Allia, p.28

3) Ibid., p. 33.

4) Règis Soavi, estratto dal film “Una trasformazione”, diretto da Bas van Buuren, 2009.

5) Ibid.

6) M. Benasayag et B. Cani, Contre-offensive. Agir et résister dans la complexité, ed. Le pommier, 2024, p. 43-44

7) Régis Soavi, op. cit

 

 

Senza punti di riferimento fissi, una scuola senza gradi

Di Manon SoaviItsuo Tsuda sensei diceva “non c’è cintura nera di vuoto mentale” sottolineando così che l’essenziale non è misurabile né comparabile. Seguendo questa direzione, Régis Soavi sensei fin dagli anni 80 ha fatto la scelta radicale di una scuola senza gradi. Una scelta che denota il funzionamento della nostra società basata sulla competizione.

Un orizzonte infinito

Avvertenza: questo articolo non mira assolutamente a sostenere che questa scelta sia la migliore, a denigrare i gradi o altro. Si dà semplicemente il caso che il riai della nostra scuola (la coerenza dei suoi principi) passi per questa strada. Questo articolo racconta un’altra possibilità senza spirito di valutazione tra i sistemi ma piuttosto in uno spirito di scoperta di un’altra cultura.Questa scelta di non avere gradi, di nessun tipo, è una cosa che a volte sorprende, o delude. In effetti, alcune persone sentono il bisogno di misurare il loro percorso, di avere delle tappe, il che è comprensibile alla luce del contesto in cui viviamo. Ma questa particolarità è anche un orientamento che libera, che dà sollievo a tante persone! Almeno qui, nei dojo della nostra scuola, non c’è misura, né paragone, né gerarchia.In un mondo in cui tutto si quantifica: le vitamine che ingeriamo, la nostra produttività, le nostre ore di sonno passando per la velocità dell’estinzione del nostro pianeta, tutto si misura e si calcola. Un luogo senza gradi è un po’ come passare dall’orizzonte di una città, fatto di punti di riferimento, di quartieri, di edifici, all’orizzonte dell’oceano. È liberatorio e leggermente inebriante.

Senza riferimenti fissi

Tsuda sensei scriveva che con i bambini siamo “senza punti di riferimento fissi”, cioè non ci si può riferire a dati esterni, oggettivi: a questa età, tanti centimetri, tale capacità, tale bisogno. Eppure questo è ciò che consiglia la maggior parte degli approcci in puericultura! È lo spirito della sistematizzazione. Per Tsuda sensei si trattava di affinare la capacità di attenzione, di risvegliare la intuizione e di sentire attraverso la fusione di sensibilità i bisogni del bambino. Un dialogo sensibile, unico perché diverso per ognuno e in ogni momento, con una verifica delle nostre intuizioni attraverso le reazioni del bambino. La natura della relazione si sposta quindi dalla ricerca di prestazioni (allevare un bambino o passare un grado) alla qualità della relazione, del momento presente sempre fluttuante. Una qualità che non può essere valutata esternamente perché deve essere sempre rinnovata.Allo stesso modo, una Scuola senza gradi non fornisce riferimenti fissi obiettivi, come tecnica, velocità, precisione o altro. Poiché partiamo dall’individuo e ognuno è diverso, nessuno può essere paragonato ad un altro. Nel nostro stile di Aikido, ciascuno sviluppa, attraverso una forma tecnica comune, la propria specificità che non solo gli corrisponde, ma sposa anche i cicli della vita, le età e gli stati di ciascuno.È nella relazione con l’altro che ognuno può misurare il cammino percorso, sia attraverso la propria osservazione che attraverso i riscontri dei suoi partner e del suo sensei. O andando a vedere altri insegnanti in occasione di stage occasionali. Perché senza un giudice esterno non c’è né sanzione né, soprattutto, ricompensa! Non si tratta certo di immaginarsi geniale e onnipotente! In questo caso i nostri partner e il nostro sensei si incaricheranno di farci ridiscendere sulla terra, si tratta di ritrovare il gusto di fare le cose per se stesse. Ritrovare anche il tempo, un tempo che non è lineare, perché il nostro “progresso” non è una linea retta con l’arrivo alla fine. Si tratta piuttosto di un’evoluzione circolare, “il pensiero orientale non procede per mezzo di dimostrazione, non è orientato verso un senso finale e definitivo, ma procede per cerchi di sperimentazione successivi affinché la comprensione scaturisca da un ritorno al centro stesso della questione” (Gu Meisheng, La via del respiro, Luni).È ovviamente possibile combinare un sistema di gradi e l’idea di un cammino senza fine, i grandi adepti lo hanno sempre fatto, semplicemente nella nostra Scuola abbiamo deciso di porre questo paradigma fin dall’inizio.

Il momento giusto

Una volta scartato questo modello, abbiamo una situazione in cui cominciamo senza hakama e incontriamo allora la possibilità di scoprire il momento giusto per mettere questo famoso hakama. Nella filosofia del Non-Fare si tratta di riscoprire l’azione giusta, quella che non è né calcolata né determinata dalla nostra “piccola intelligenza”, il volontario calcolatore che si fissa su piccoli scopi, ma dalla “grande intelligenza” che si esprime se la si ascolta realmente.Alcune persone mettono l’hakama dopo un anno di pratica e altre dopo dieci anni, in realtà non ha alcuna importanza se non per se stesse e la loro capacità di sentire il momento giusto. Ma ci sono molte persone per le quali cogliere questo momento presenta una grande difficoltà. Molti perdono quest’occasione di ritrovare il senso del momento proprio attraverso il mettere l’hakama. Che sia per eccessiva leggerezza, per paura, per ansia, per presunzione, per incomprensione, o per mille altre ragioni. Siamo di fronte a noi stessi.È anche un’occasione per scoprire la differenza tra la scelta e la decisione! Tsuda sensei attribuiva un’importanza immensa alla decisione, come ha scritto: “Una decisione può essere presa molto rapidamente a seconda delle circostanze, ma può anche richiedere molto tempo prima di maturare.Il più delle volte si confonde la decisione con l’opzione.Ma sono due cose completamente diverse.L’opzione implica il confronto tra diverse possibilità e la scelta che se ne fa. È un atto di intelligenza. [?] Non è la stessa cosa con la decisione che determina il nostro orientamento nella vita. Questa decisione non è un atto dell’intelligenza, è un atto dell’istinto.(…)La vera decisione è quella che corrisponde alla tensione interiore che sale al massimo. Senza tensione interiore, non c’è decisione. Più la decisione esige coraggio, sacrificio dell’amor proprio e dei vantaggi materiali, più essa guadagna peso.” (Itsuo Tsuda, La via degli dei)Offrendo ai praticanti la situazione propizia a sentire il momento giusto e a prendere una vera decisione, utilizziamo lo strumento dell’hakama per camminare in questa via di autonomia: decidere da soli. Può sembrare aneddotico, ma per molti non è facile e mancheranno il momento giusto.Accompagnare questo cammino per ogni persona è anche ricco di insegnamenti per i più anziani che devono essere attenti ad agire nel Non-Fare: lasciar maturare a volte, aumentare spesso la pressione interiore, acconsentire raramente! Eppure nessuna condotta può essere determinata in anticipo, anche questo è “senza punti di riferimento fissi” ma quando l’azione è giusta è un’evidenza. Affinché questo atto sorga, bisogna svuotarsi la testa e non avere idee preconcette. Questo accompagnamento può essere fatto solo se, e solo se, la persona che intende mettere l’hakama ha “sete” di questa trasmissione. È la sua disponibilità, il suo posizionamento che lo permette o meno.

Dare, ricevere, rendere

Il percorso dei praticanti inizia già, prima di niziare a mettere l’hakama, con il fatto di piegare quello di un praticante più anziano. Ancora una volta, l’assenza di gradi disorienta un po’ i primi tempi. La nostra ottica è sempre che l’atto assuma un senso in se stesso, non per rispetto della tradizione. Tuttavia, noi non ci consideriamo con un egualitarismo forzato. Molte cose vengono prese in considerazione: l’età, gli anni di pratica, ma anche l’attitudine o l’atteggiamento interiore. A volte una persona avrà un’attitudine, un’affinità con un’arma, o un certo tipo di tecnica, o potrà semplicemente, attraverso un respiro più profondo, aiutare qualcuno che è più anziano di lei. Alla fine dipende da molti fattori.Allora perché piegare l’hakama? Per ringraziare? Si e no. Il fatto di piegare l’hakama non è semplicemente un risposta diretto di tipo “ringraziamento” per qualcosa. A volte può esserlo, certo, ma si può scoprire molto di più, come una qualità di relazione. Questa relazione si avvicina a ciò che gli antropologi hanno chiamato “economia del dono”. Messo in luce da M. Mauss e B. Malinowski all’inizio del XX secolo, si può sottolineare che questo sistema si basa sulla triplice necessità: di dare, di ricevere e di rendere. A differenza dell’economia di mercato (di cui fa parte il baratto), l’economia del dono non si aspetta reciprocità. Implica che una persona A offra una ricchezza a una persona B, senza che questa persona B debba dare una contropartita o si senta in debito nei confronti di A. Invece è un atto che si fa sempre in un contesto (famiglia, cultura, società); nel nostro caso si tratta del dojo e della pratica. L’economia del dono implica dunque dare, ricevere e rendere nel contesto ma non necessariamente alla stessa persona, né lo stesso valore, né nello stesso momento. Ciò che importa è che continui la circolazione della ricchezza, che non ci sia stagnazione o accumulazione. Nel nostro caso la ricchezza è un insegnamento o un atteggiamento, un momento di pratica ecc. La persona che l’ha ricevuta continuerà a far circolare donando a sua volta ad altri. Può anche piegare l’hakama, ma se comprendiamo il significato dell’economia del dono comprendiamo che piegare l’hakama non è un modo per rimborsare ciò che l’altro ci ha dato. Non siamo pari, perché piegare l’hakama non è restituire ma dare a nostra volta. Piegare l’hakama implica anche che l’anziano riceva! Per colui al quale si piega l’hakama è anche un dono che “lo obbliga” in cambio a continuare a rendere e così via. Per questo non deve essere sistematico, altrimenti si perde il senso dell’atto, il senso di dare, ricevere e rendere.Questo non può imporsi altrimenti si ricade nel sistema binario gerarchico, è per questo che lasciamo ognuno libero di fare il proprio cammino, di capire a più o meno lunga scadenza poiché “la vera morale sorge dall’interno” come diceva Tsuda sensei, trovandosi d’accordo con l’anarchico Kropotkin su questa saggezza interna degli esseri viventi. Ma poiché fin dall’infanzia si insegna ai bambini a rispettare le persone in funzione della gerarchia e dell’autorità che esercitano, si perde completamente il senso del rispetto semplice e naturale. Questo rispetto che emerge quando si è rispettati. Lasciamo lavorare il tempo e la pratica affinché l’obbligo, imposto dalle nostre abitudini e dalla nostra educazione, cada, e infine sorga il rispetto.

Altri possibili

Recentemente la ricercatrice Heide Göttner-Abendroth ha teorizzato nei suoi studi sulle società matriarcali che sono società di economia del dono (precisazione utile: le società matriarcali non sono l’inverso del patriarcato, sono società egualitarie, matrilineari, dove le donne e particolarmente le madri sono al centro del clan, in una posizione acratica cioè senza potere). Göttner-Abendroth spiega anche che “i principi economici delle società matriarcali sono inestricabilmente connessi a quelli spirituali [?]. L’immagine-guida dell’economia è la stessa la madre terra e la condivisione e il dono dell’abbondanza sono i suoi valori supremi.” (Heide Göttner-Abendroth, Le società matriarcali – studi sulle culture indigene del mondo, Ed. Venexia) Dato che la maternità è chiaramente il dono della vita senza aspettarsi nulla in cambio, queste società considerano la maternità valore cardine, non il fatto di avere dei figli biologici ma la capacità di dare e la condizione di spirito che questo implica. In queste società si può parlare anche di maternità sociale che uomini e donne praticano, indipendentemente dal fatto di avere figli biologici o meno. Si tratta quindi di un atteggiamento verso la vita, di un posizionamento di rispetto, di cura, evidentemente messo in relazione con il dono di vita del pianeta, la Terra. Oggi la società inizia appena a prendere coscienza della globalità di ciò è vivo e dei legami inestricabili tra umani e altre forme di vita. Ma se la scienza è progredita, la mentalità della società evolve molto lentamente e i nostri valori restano la predazione e la competizione per delle risorse considerate come inerti, in breve il capitalismo patriarcale.Che rapporto c’è tra la nostra piccola Scuola di Aikido e Katsugen undo e questi grandi problemi del mondo? Che rapporto c’è tra un hakama e una società che pratica l’economia del dono? Direi che al nostro livello contribuiamo a far vivere degli spazio-tempo in cui vigono altri valori. Senza andare all’altro capo del mondo si può fare volontariamente questo passo di lato per uscire dal confronto, e ci si può concentrare sull’esperienza concreta del ki ritrovando così la sensazione della vita in ogni cosa che guidava i nostri antenati. Sentire inizia con il saper sentire se stessi! Indipendentemente dalle proiezioni, dai giudizi e dalle idee che abbiamo su noi stessi, l’hakama, il piegarlo e il metterlo, se si è capaci di coglierla, può essere un’occasione di sperimentare da soli un altro paradigma.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

Abonnez-vous à notre newsletter

Articolo di Manon Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 14 nel mese di gulio del 2023.

Rendere l’impossibile possibile

Intervista a Régis SoaviPerché ha iniziato l’Aikido?Ho iniziato Judo-jujitsu, come si chiamava a quel tempo, nel 1962 e il nostro insegnante ce lo presentò come “la via della cedevolezza”, l’uso della forza dell’avversario. Avevo quasi dodici anni e amavo le tecniche, il disequilibrio, le cadute che potevano essere anche un superamento della tecnica subita. Il nostro istruttore ci parlava di hara, postura e sapevamo che lui stesso stava imparando l’Aikido e che aveva il grado di “gonna nera”, che era molto impressionante per noi. Gli eventi del ’68 mi hanno orientato verso delle tecniche di combattimento di strada, di kobudo e verso delle diverse tattiche. Tuttavia nel 1972 ho voluto riprendere il Judo, e mi sono iscritto in rue de la Montagne-Sainte-Genviève presso Plée sensei, potevamo praticare Judo, Karate o Aikido al prezzo di una singola quota, era ideale per allenarsi. Ma il Judo era cambiato: le categorie di peso, l’allenamento di una tecnica specifica per vincere un combattimento, ero molto deluso. Una sera dopo la seduta sono rimasto a guardare l’Aikido, era Maroteaux sensei a condurre la seduta e sono stato immediatamente conquistato.

Régis Soavi agli esordi, nel Judo, 1964
Régis Soavi agli esordi, nel Judo, 1964
Perché continuare?Ho trovato nell’Aikido molto più di un’arte, una “Via” di grande ricchezza che, come qualsiasi via, ha bisogno solo di essere approfondita. Ogni giorno la seduta mi permette di scoprire un aspetto, di sentire che si può andare molto oltre, che sono solo sul bordo di qualcosa di più grande, come se un oceano si presentasse davanti a me. Al di là del piacere che provo, mi sembra importante testimoniarne l’esistenza.Quale aspetto ti parla di più: marziale, mistico, salute, spiritualità?Non c’è separazione per me tra tutte queste cose, sono interdipendenti.Perché crea dei dojo piuttosto che praticare in delle palestre?Capisco la sua domanda, sarebbe molto più facile utilizzare le strutture esistenti, niente da fare, nemmeno la pulizia, la direzione si farebbe carico di tutto. Avremmo la possibilità di brontolare se non è abbastanza pulito, di reclamare se qualcosa non va, tanto saremmo solo dei passanti temporanei. Ed invece, per me il dojo è di cruciale importanza. In primo luogo perché è un luogo dedicato e quindi permette un’atmosfera diversa, liberata dai vincoli delle amministrazioni, un luogo dove ci si sente a casa, dove si ha la libertà di organizzarsi come si vuole, dove si è responsabili di tutto ciò che accade. È grazie a questa messa in situazione che si può capire cos’è un dojo, e questo fa la differenza, permette una pratica che va oltre l’allenamento e porta gli individui verso l’autonomia, la responsabilità. Ma il motivo principale è che il luogo si carica dal punto di vista del KI, così come un’antica dimora, un teatro antico o certi templi. Questo caricarsi [di KI] ci permette di sentire che un altro mondo è possibile, anche all’interno di quello in cui evolviamo.
Régis Soavi che conduce una seduta nel suo dojo
Lei ha creato diversi dojo ma anche altri luoghi già a partire dagli anni ’80. Il Jardin Floréal, un luogo per i bambini, poi diversi atelier di pittura, così come una scuola di musica La Musique Buissonnière. Perché tutti questi luoghi? Cos’hanno in comune?Il mio desiderio è sempre stato quello di favorire la libertà dei corpi come delle menti, allo scopo che siano finalmente riuniti. Questo lavoro, per essere realizzato, esige una visione molto ampia senza alcuna ideologia, al di fuori dei sistemi che abbrutiscono, al di fuori della competizione, sempre alla ricerca da una parte della sensibilità, che sembra essere diventata una malattia o una tara nella nostra società, e dall’altra, e tra le altre cose, della spontaneità. Creare un giardino d’infanzia per permettere di dare delle basi di un’educazione nella libertà che favorisca in questo modo la non-scolarizzazione, degli “atelier di pittura-espressione”(1) secondo lo spirito del lavoro d’Arno Stern che sono delle bolle, che liberano l’essere umano dalla sclerosi nevrotica che lo circonda, dare la possibilità ad adulti e bambini di appassionarsi alla musica, in particolare quella classica, grazie ad una notazione musicale “la musique en clair”(2) che permette di suonare fin da subito e di scoprire il piacere di suonare senza subire l’irrigidimento della mente e del corpo organizzato dagli specialisti del solfeggio e dell’insegnamento musicale in generale. Tutto ciò sempre al servizio dell’essere umano, della possibilità di uno sviluppo armonioso dei corpi e delle menti.Lei si sceglie un ruolo da non-maestro, non è vero? In realtà lei è il sensei, colui che indica il cammino, colui che si assume la responsabilità dell’insegnamento, ma allo stesso tempo è un membro ordinario dell’associazione, che partecipa alla ricerca delle soluzioni per qualsiasi problema si presenti quotidianamente e si preoccupa tanto del riscaldamento quanto di una perdita o dei lavori di manutenzione.Vedo che ha capito molto bene la mia posizione. Questo modo di porsi è una necessità per me, è fuori questione che io mi perda, ingannato da un potere fittizio che avrei acquisito approfittando di sotterfugi e di false apparenze ma che lusingherebbe il mio ego. La mia ricerca in questa direzione deriva dal Non-Fare e riguarda tutti gli aspetti della mia vita, è antica, lunga e rischiosa allo stesso tempo perché “senza riferimenti fissi” come scriveva Tsuda sensei. Questo orientamento è uno strumento, un utensile indispensabile per permettere ai membri delle associazioni di camminare verso la propria libertà, la propria autonomia attraverso l’attività nel dojo. Per riassumere il mio pensiero, vorrei citare un filosofo del XIX secolo che apprezzo da molto tempo e la cui importanza mi è sempre sembrata sottovalutata nella nostra società. “Nessun individuo può riconoscere la propria umanità, né di conseguenza realizzarla nella vita, se non riconoscendola negli altri e cooperando alla sua realizzazione per gli altri. Nessun uomo può emanciparsi se non emancipa con lui tutti gli uomini che lo circondano. La mia libertà è la libertà di tutti, poiché io non sono realmente libero, libero non solo nelle idee ma nei fatti, se non quando la mia libertà e il mio diritto trovano la loro conferma e la loro sanzione nella libertà e nel diritto di tutti gli uomini, miei eguali”.(3)Com’era Itsuo Tsuda e cosa l’ha colpita di lui?Era un uomo di grande semplicità e allo stesso tempo di grande finezza. Il fatto che parlasse così perfettamente il francese, che lo scrivesse, ci permetteva una comunicazione che non potevo trovare altrove con un maestro giapponese. Era anche un intellettuale nel senso migliore del termine, la sua conoscenza dell’Oriente e dell’Occidente gli ha permesso di trasmettere un certo tipo di messaggio, che rimane ancora oggi senza eguali, in relazione al corpo e alla libertà di pensiero, in particolare nei suoi libri. Aveva incontrato Ueshiba Morihei nel 1955 come traduttore di Nocquet sensei e cominciò a praticare nel 1959, quando aveva già quarantacinque anni. Fu suo allievo per dieci anni, ma poiché era già praticante di Seitai e traduceva per gli stranieri francesi e americani le parole di O sensei, ha potuto cogliere la profondità delle sue parole e l’importanza della postura, dello spirito e soprattutto del respiro (del Ki) nella prima parte dell’Aikido, cosa che oggi sembra dimenticata – con mia grande tristezza.
Itsuo Tsuda con Régis Soavi nel 1980, Parigi
Come trovare l’equilibrio tra insegnamento e pratica personale?Direi semplicemente che io pratico Aikido da cinquant’anni, ogni mattina alle 6:45 per un’ora e mezza e 365 giorni all’anno. Naturalmente, pratico anche il Katsugen undo (che Tsuda sensei aveva tradotto con Movimento rigeneratore), anche in questo caso – potrei dire – tutti i giorni, se non altro, almeno attraverso il bagno caldo Seitai(4). Per quanto riguarda l’insegnamento, ho più o meno uno stage al mese, che sia a Parigi, a Tolosa, a Milano o a Roma.C’è stata evoluzione nella sua pratica o nel suo insegnamento?Certo che sì! Come potrebbe essere altrimenti? Se ci si esercita sinceramente la pratica si estende a tutti gli aspetti della nostra vita, faccio fatica a capire le persone che hanno abbandonato o vanno a cercare altre arti perché trovano l’Aikido ripetitivo. La vita quando è vissuta pienamente è ripetitiva? Ogni istante della mia pratica provoca dei cambiamenti, delle evoluzioni, e anche degli sconvolgimenti che mi hanno portato a rimettere in discussione, ad approfondire. Questo è ciò che provoca in me la gioia nella mia pratica dell’Aikido. Anche i momenti più difficili, e forse più di altri, sono stati i vettori di trasformazioni e di arricchimenti.Il suo maestro, ItsuoTsuda, una volta le ha dato un koan, vero?Sì, ma faccio fatica a raccontare le circostanze esatte. Devo prima spiegarvi che Tsuda sensei sapeva parlare al subconscio delle persone, ogni volta che lo faceva era un modo per dare loro una mano ma non ne parlava quasi mai. Diceva che Noguchi sensei lo faceva correntemente perché fa parte delle tecniche Seitai. Un giorno, in seguito ad una discussione, mi disse «Coraggio», frase tutto sommato abbastanza banale, ma il tono che usò dicendolo evidentemente all'”intermissione respiratoria” mi sconvolse e mi fece reagire, dandomi una forza interiore che non sospettavo. Un’altra volta è stata più importante perché è stato in quel momento che mi ha dato il koan. Mentre gli raccontavo le difficoltà rispetto al lavoro (come guadagnare di che vivere per me e la mia famiglia, ecc.) e come trovare il modo per continuare a praticare, e persino aprire un dojo perché sarei andato via da Parigi per qualche anno e sarei stato a 800 km, cominciò a spiegarmi che nella scuola di Zen Rinzai (avevo appena letto le interviste di LinTsi e lui lo sapeva) il maestro dà agli allievi dei koan che loro devono risolvere. All’improvviso mi ha detto «Impossibile» «Questo è per lei!» Poi se n’è andato rapidamente, lasciandomi inchiodato sul posto, sconcertato, completamente sbalordito. Devo dire che all’inizio l’ho trovato assurdo, ridicolo, mi aveva già dato qualche tempo prima una direzione per la mia pratica scegliendo in modo preciso la calligrafia MU(5) come regalo da parte dei miei allievi parigini. Ma ora, ero scioccato, non capivo. Mu mi sembrava un vero koan, già conosciuto, catalogato, accettabile, ma “impossibile” non aveva senso. Perché dire questo a me? È nel corso degli anni che la “risposta” è apparsa come evidente.Che posto occupa il Katsugen Undo nella sua pratica?Oh! Ha un’importanza di primo piano, ma, per rispondervi, ecco un aneddoto. Eravamo al ristorante con Tsuda sensei, e Noguchi Hirochika – il primo figlio di Noguchi sensei – che era seduto accanto a me mi chiese improvvisamente: «Katsugen undo, che cos’è per lei?» La risposta fu tanto immediata quanto spontanea: «È il minimo», risposi, e da allora non ho cambiato opinione. Questa risposta era piaciuta molto a Tsuda sensei ed egli la utilizzò in alcune delle sue conferenze durante gli stage. Il “minimo” per mantenere l’equilibrio, per permettere al nostro sistema involontario di funzionare correttamente così da non aver più bisogno di preoccuparci della salute, e da non aver più paura della malattia.
Hirochika Noguchi con Régis Soavi, Parigi 1981
Per lei, un Aikido senza Katsugen undo ha senso?Sì, certo, nonostante tutto, dipende da come si pratica. È semplicemente un peccato non approfittare di ciò che può renderci indipendenti, di ciò che può risvegliare la nostra intuizione, la nostra attenzione, la nostra capacità di concentrazione e liberare la nostra mente.Da molti anni lei contribuisce a Dragon Magazine. Questo cosa vi apporta?Questo mi permette di trasmettere un messaggio e allo stesso tempo mi costringe a renderlo il più chiaro possibile rispetto all’insegnamento del mio maestro Tsuda sensei, e quindi alla nostra Scuola. È anche un modo per uscire dall’ombra pur rimanendo nella semplicità, senza fare pubblicità o clamore. Leggere regolarmente gli articoli dei miei contemporanei e dei giovani insegnanti, mi dà molto e mi permette di vedere e comprendere le diverse direzioni in cui va l’Aikido e le loro ragioni d’essere, anche quando non le approvo.La scrittura è importante nel Budo?La scrittura è sempre importante perché è una delle basi della comunicazione – “le parole volano via ma gli scritti rimangono”. Tuttavia, senza una pratica reale, questo rischia di rimanere nel campo delle idee e di soddisfare solo l’intelletto, in questo caso si manca il bersaglio.Ci sono stati anche altri maestri che sono stati importanti per lei?Ho la fortuna di appartenere a un’epoca in cui era possibile incontrare un gran numero di sensei della prima generazione. Gli anni ’70 erano molto ricchi da questo punto di vista, correvamo di stage in stage per formarci, prestando attenzione alle loro parole, alle loro posture, per trarre il meglio da ciò che ognuno di loro apportava. Tutta la mia riconoscenza va dunque a tutti coloro che mi hanno insegnato, il mio maestro Itsuo Tsuda senseï, Masamichi Noro sensei, Nobuyoshi Tamura sensei, André Nocquet sensei, come pure a coloro che ho avuto occasione di incontrare. Preferisco citarli in ordine alfabetico per non suggerire nulla rispetto all’importanza che hanno avuto nella mia pratica: Michio Hikitsuchi sensei, Hirokazu Kobayashi sensei, Rinjiro Shirata sensei, Seiichi Sugano sensei, Kisshomaru Ueshiba sensei, cosí come – sebbene io non abbia mai praticato il Karaté – Taiji Kasé sensei, o Hiroo Mochizuki sensei che ho incontrato grazie a Tsuda sensei e che mi hanno colpito. Non dimentico Maroteau Rolland sensei che fu il mio primo insegnante di Aikido e che mi ha permesso di incontrare colui che fu il mio principale mentore: Itsuo Tsuda sensei.1) Un luogo chiamato oggi “atelier del gioco del dipingere”.2) La pedagogia del Maestro Jacques Grey (1929-2019), pianista.3) Mikhail Bakunin, filosofo anarchico, 1814-1876.4) Rivista Yashima, N°13, ottobre 2021.5) “Nulla” o “non-esistenza”, termine usato nel Taoismo per esprimere la vacuità.

Disequilibrare è destabilizzare

di Régis SoaviQuando si cerca di disequilibrare una persona, istintivamente si sa dove si deve toccarla, sia fisicamente che psicologicamente. Nella maggior parte dei casi è il suo centro che deve essere raggiunto in modo tale da renderlo fragile e quindi vulnerabile.

La visione del Seitai

È difficile giungere al centro della sfera del partner se la periferia è potente poiché tutte le azioni sembrano rimbalzare sulla superficie o scivolare come su uno strato liscio, elastico e capace di deformarsi senza diminuire di densità, dunque senza essere penetrata né essere raggiunta in nessun modo. Tutto dipende da come ciascuno dei partner saprà e riuscirà a utilizzare la propria energia centrale, il proprio ki, sia nel ruolo di Tori che in quello di Uke. Va da sé che altri fattori non meno importanti, come la determinazione, il bisogno di vincere, fanno parte integrante di questa sfera e possono cambiare la situazione, poiché il ki non è un’energia come l’occidente oggi è abituato a considerarla, cioè un certo tipo d’elettricità o di magnetismo. Il Ki è la risultante di componenti multifattoriali e, avendo preso una certa forma, diventa concreto, anche se è difficile da analizzare e quasi non misurabile se non attraverso i suoi effetti. In tutti i casi, uno degli elementi essenziali dell’azione sarà la postura, non soltanto presa in considerazione per la sua caratteristica fisica, ma anche per il suo equilibrio energetico, le sue tensioni, le sue coagulazioni, i luoghi dove si trovano bloccate, imprigionate, così come le sue relazioni, tanto positive che negative, con il resto del corpo e le conseguenze che queste determinano. Una scienza del comportamento umano basata sull’osservazione fisica, la sensibilità ai flussi che percorrono il corpo e la conoscenza anatomica, è di primaria importanza quando se ne ha bisogno per esercitare molte professioni. Ciò non toglie che anche per un dilettante, un appassionato, essa può anche aiutarci a comprendere il nostro entourage o permetterci di uscire dall’imbarazzo quando ciò è necessario. Uno degli obiettivi di questa scienza, il Seitai, è quello di comprendere meglio l’essere umano nel suo movimento in generale e nel suo movimento inconscio in particolare. È uno strumento di qualità che ha già dato prova del suo valore in Giappone come in Europa, e che difficilmente può essere trascurato quando si pratica un’arte marziale. Benché sia stato insegnato in Francia per una decina di anni da Tsuda sensei attraverso la pratica del Katsugen Undo, le sue conferenze, e la pubblicazione dei suoi libri, la scarsa conoscenza in occidente del lavoro del suo iniziatore Noguchi sensei ha penalizzato la sua diffusione. Chiede di essere oggi più conosciuto, più riconosciuto per permettere a chi vi si interessa di trovare gli elementi che lo porteranno ad una migliore comprensione, almeno teorica. È quindi importante che il Seitai si faccia conoscere per essere meglio compreso e ammesso, per questo di tanto in tanto do modestamente per le persone interessate alcune indicazioni soprattutto sui Taiheki che, se si può dire sicuramente in modo un po’ caricaturale, presentano come una sorta di cartografia del territorio umano, sia a livello della circolazione del ki, sia dei suoi passaggi, dei suoi ponti, dei suoi punti di uscita, di entrata, ecc. È possibile comprendere meglio i Taiheki e il Seitai praticando il Katsugen Undo, che è alla base del ritorno all’equilibrio fisico e alla sensibilità necessari per avvicinarsi in modo pratico a questa conoscenza. Si può anche, almeno intellettualmente, andare direttamente alla fonte delle informazioni, leggendo o rileggendo i libri che Tsuda sensei ha scritto in francese. Il principio di base è riassunto in questa “definizione” che egli stesso ha dato: «Lo scopo del Seitai è quello di regolarizzare il circuito dell’energia vitale, che è polarizzata in ogni individuo, e di normalizzare così la sua sensibilità. La filosofia che sottende il Seitai è il principio che l’uomo è un Tutto indivisibile, e ciò lo distingue ovviamente dalla scienza umana occidentale che è basata su un principio analitico.» (Itsuo Tsuda, Il Non fare, Yume. p.76).

destabiliser
Lasciar sorgere l’azione giusta.

Un corpo atletico

Alcune persone hanno un corpo dalle proporzioni armoniose, spalle larghe e squadrate, gambe lunghe, sembrano estremamente stabili, per molti rappresentano l’esempio dell’essere umano ideale, donna o uomo. Ma se si osserva il loro comportamento appena si muovono, hanno tendenza a piegarsi in avanti (è una delle caratteristiche del tipo 5 che fa parte del gruppo “avanti-indietro” chiamato anche antero-posteriore). Di conseguenza, quando devono inclinarsi, spingono il sedere all’indietro e talvolta appoggiano le mani sulle ginocchia per compensare. Si possono riconoscere facilmente perché spesso, anche se immobili, incrociano le mani dietro la schiena per rimanere in equilibrio, non è un’abitudine, è un bisogno di riequilibrio. Questo è un chiaro segno di un bacino che manca di equilibrio e solidità, nonostante tutti gli sforzi, il centro, l’Hara rimane vulnerabile. In occasione di un incontro o di un allenamento è sufficiente quindi, se si è preso il tempo sufficiente per osservarlo, approfittare del momento in cui il partner si muove e quindi si inclina in avanti, per entrare sotto il terzo punto del ventre, circa due dita sotto l’ombelico, e aspirarlo o lasciarlo scivolare sopra di noi, e questo, indipendentemente dalla tecnica che si è scelto di applicare. Sembra semplice quando lo si legge, ma sebbene si tratti solo di uno degli aspetti, la scoperta e la comprensione della postura sono senza dubbio tra gli elementi che hanno la maggiore importanza. All’inizio, nella fase di apprendimento delle arti marziali, per quanto riguarda la realizzazione più concreta delle tecniche, è necessaria una conoscenza, ma nonostante tutto è grazie ad un allenamento basato sulla sensazione e sulla respirazione, che si acquisisce la capacità di cogliere il momento giusto e di essere “dentro”. Del resto il lavoro di osservazione dei partner, se si possiede la conoscenza delle posture, non può che farci del bene, può essere quel qualcosa in più di decisivo nel caso di una competizione o se si debba determinare se si tratta di un pericolo reale o di un’intimidazione.

Sentire le linee di equilibrio.

I Sumotori

I Sumotori con la loro corpulenza, la loro postura molto bassa, il loro modo di muoversi, sembrano esempi ideali di stabilità e di equilibrio, almeno fisico. Anche se il loro addestramento accentua alcune tendenze già presenti e rafforza le loro capacità nella direzione della solidità, rischia di deformarne altre a beneficio del loro successo futuro in combattimento. Dal punto di vista dei Taiheki, nonostante tutto, non sfuggono alla propria tendenza di base. Ci sono Sumotori di tutti i tipi, ovviamente, ma alcune tendenze di Taiheki sono più rappresentate di altre. Nel caso dei Sumotori appartenenti ai gruppi dei verticali, ce ne sono pochi di tipo 1 perché questo tipo di deformazione provoca molto rapidamente la loro eliminazione. Ciò si spiega con il fatto che fin dalla più tenera età si rivelano piuttosto incompetenti, anche quando sono fisicamente forti, sono molto facilmente destabilizzati. Il motivo principale risiede nel modo in cui affrontano l’azione. Seguono sempre l’idea del combattimento pre-concepito o percepito man mano che si svolge, e quindi sono sempre in ritardo e sorpresi dalla mossa del loro avversario. Invece i tipi 2, se hanno osservato bene gli ultimi combattimenti dei loro avversari, se sono ben guidati, possono definire una strategia che, se non è disturbata da cose imponderabili, può portarli alla vittoria. Hanno un’ottima conoscenza della fisiologia e dell’anatomia del corpo sia immobile che in movimento, cosa che permette loro quando vogliono sbilanciare l’avversario, di farlo con la massima probabilità di successo, poiché il terreno è stato ben preparato almeno teoricamente. Si basano anche sulla logica e la riflessione derivate dai combattimenti precedenti poiché è questo che li guida, e raramente la sensazione o l’intuizione. Diventati Yokozuna, si ritirano e si dedicano alla scrittura di libri, di articoli sulla loro vita, sul loro allenamento o ancora utilizzano la loro reputazione per sostenere delle buone cause, ecc.

Sumo Foto di Yan Allegret, Dohyô, 2006. Série photographique autour du monde du sumo

Torcersi per vincere

Per alcuni, disequilibrare vuol dire vincere, precipitarsi e poi prendere il sopravvento con un attacco frontale, diretto. Questa sembra essere la soluzione migliore se non l’unica possibilità che viene loro in mente, e non possono in alcun modo resistervi. Queste persone sempre pronte a combattere, a reagire, hanno in generale reazioni molto fisiche. Quando reagiscono con attacchi o risposte di ordine psicologico, ad esempio piccole frasi insidiose, si può facilmente vedere che si torcono, il loro bacino non è più nella stessa direzione della linea centrale del loro viso. Si può anche notare che, allo scopo di prepararsi all’azione immediata, il loro corpo mostra una torsione che accentua i loro punti di appoggio. Questa torsione, quando è permanente, è un ostacolo ad un movimento libero per chi ce l’ha e deve sopportarla. La soluzione sarebbe, se non si riesce a normalizzarla, riuscire ad utilizzarla in un lavoro per esempio o grazie ad un’attività che richiede un buon senso della competizione. Le persone che hanno questo tipo di deformazione ne subiscono le conseguenze loro malgrado. Si può notare in loro una tensione che è quasi permanente e quindi una grande difficoltà a rilassarsi, a prendersi il proprio tempo, questo porta a relazioni difficili con gli altri perché si sentono eternamente in competizione.Quando si conosce il Seitai e più precisamente i Taiheki, si capisce meglio questo tipo di tendenze comportamentali. Questo permette di sapere quando e come agire senza cadere nella trappola della rivalità che queste persone cercano di mettere in atto intorno a loro per prepararsi a difendersi e di conseguenza per attaccare. Gli individui di questo tipo fanno parte del gruppo “Torsione” e tutto si basa sul fatto che inconsciamente hanno una sensazione di grande debolezza che non riconosceranno mai. Fondamentalmente si sentono in pericolo in modo permanente, motivo per cui considerano che la miglior difesa è l’attacco immediato perché sorprende l’avversario e dovrebbe non dargli l’opportunità di replicare.

Morihei Ueshiba O Sensei. Destabilizzare con lo sguardo.

Un archetipo dell’essere umano

A volte, una piccola frase, o una parola al momento giusto, possono cambiare una situazione, sia nel bene che nel male. Se si è capaci di respirare profondamente e di concentrare il ki nel basso ventre, si può, agendo al momento opportuno, far crollare un intero edificio e trasformare quella che sembrava essere una fortezza inespugnabile in una decorazione di carta-pesta per luna park. La respirazione addominale fa parte dei segreti che sono accessibili a tutti i praticanti a condizione che rivolgano la propria attenzione in questa direzione e che vi si esercitino. Le persone la cui energia si concentra naturalmente nella parte inferiore del corpo, a rischio di coagulazione se non c’è normalizzazione, sono classificate, dal punto di vista Seitai, sia nel gruppo detto di “torsione” (tipo 7 principalmente), sia nel gruppo bacino. Vorrei soffermarmi su coloro che all’interno di questo gruppo hanno una tendenza alla chiusura del bacino, cioè a livello delle ossa iliache (tipo 9), perché per Tsuda sensei rappresentano una tendenza che si trova all’origine dell’umanità. In questi tempi storicamente molto lontani, l’aspetto della sopravvivenza dal punto di vista fisico era primordiale, ma la sensibilità come anche l’intuizione erano qualità indispensabili. Sono proprio queste qualità che permettono al tipo 9 di essere un passo avanti agli altri in caso di pericolo, perché sente intuitivamente se deve rispondere a un gesto di minaccia o se si tratta di una semplice provocazione, inoltre sa se questa provocazione sarà seguita da un atto o se finirà in un nonnulla. “L’intuizione non può essere sostituita dalla conoscenza né dall’intelligenza. L’intuizione non si generalizza. In molti casi, sono la conoscenza e l’intelligenza che falsano l’intuizione.” (ibid. p.98) La presenza di una persona di questo tipo in un gruppo umano non lascia mai indifferenti, anche se si è incapaci di conoscerne la ragione né di percepirla con facilità. Queste persone hanno un comportamento che a volte sorprende la maggior parte della gente, sia a causa della loro rigidità, perché possono chiudersi molto facilmente, sia a causa del potere della loro concentrazione molto insolita nel nostro mondo dove la dispersione e la superficialità sono la norma. “Quando si concentra, non concentra solo una parte delle sue funzioni fisico-mentali. Concentra tutto il suo essere.” (ibid. p.98). La loro concentrazione è percepibile attraverso l’intensità del loro sguardo, il che è già estremamente destabilizzante, basta per esserne persuasi rivedere i pochi film che conosciamo su O Sensei, lui stesso del tipo 9.La postura dei Sumotori al momento del combattimento è una postura che si adatta particolarmente bene a una persona di tipo 9 dato che “lo scarto tra l’apertura e la chiusura del bacino è molto grande in lui. Può accovacciarsi completamente, senza sollevare i talloni e rimanere a lungo in questa posizione, poiché è la sua posizione di distensione. Quando si alza, il suo peso si sposta dal lato esterno dei piedi alla base degli alluci. Questa è la sua posizione di tensione.” (ibid.95)

Sensibilità e intuizione

L’Aikido ci guida verso la stabilità e l’equilibrio, il Seitai si presenta anch’esso come una via che va nella stessa direzione, anche se lo fa grazie ad altri esercizi; la coniugazione delle due tecniche, Aikido come arte marziale e il Seitai attraverso il Katsugen Undo come proponeva Tsuda sensei, ha permesso alla nostra Scuola di continuare nella direzione del ritorno verso una sensibilità semplice ma indispensabile, in un mondo che mira piuttosto all’insensibilità e alla rigidificazione che si pretendono protettrici. L’intuizione ritrovata, la ricettività di nuovo attiva ci sono indispensabili per essere attori della nostra vita.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

Abonnez-vous à notre newsletter

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 11 nel mese di ottobre del 2022. 

Misticismo o Mistificazione

Di Régis SoaviLa mistificazione è il risultato ottenuto da chi utilizza il mistero per ingannare gli altri.La mistica o misticismo è ciò che riguarda i misteri, le cose nascoste o segrete. Il termine rientra principalmente nell’ambito spirituale, ed è usato per qualificare o designare esperienze interiori di contatto o comunicazione con una realtà trascendente non discernibile dal senso comune.

O Sensei un mistico!

Nessuno può negare che O sensei fosse un mistico, ma fu per questo un mistificatore? La sua vita, la sua fama già da vivo, i suoi combattimenti divenuti storici – in particolare contro un Sumotori, o maestri di arti marziali – il suo insegnamento, le testimonianze dei suoi allievi, tutto questo tende a dimostrare il contrario. Molti Uchi-Deshi hanno raccontato come O sensei riuscisse a intrufolarsi tra la folla delle stazioni giapponesi sovraffollate, come ad esempio a Tokyo durante l’ora di punta. Qual era il suo segreto nonostante la sua età avanzata? La pratica di un’arte come la nostra non porta solo potenza e resistenza, queste si ottengono dopo qualche anno di impegno, e direi anche che durano solo un certo tempo, perché con l’età diventa difficile fare affidamento solo su di esse. C’è, tuttavia, un ambito che mi sembra importante da comprendere e sperimentare, è il lavoro tramite ciò che viene vissuto e sentito direttamente, e questo fin dall’inizio. Lo spazio, il Ma, deve diventare qualcosa di tangibile, perché è una realtà che non è teorica, tecnica o mentale. È piuttosto come una sfera di protezione adattabile a tutte le circostanze, lungi dall’essere un mantello dell’invisibilità o una corazza indistruttibile, si muove insieme a noi, è allo stesso tempo fluida e molto resistente, si contrae, si espande o si ritrae secondo necessità e indipendentemente dalla nostra capacità cosciente o volontaria. Non è una sicurezza infallibile, ma in molti casi può salvarci la vita o almeno evitare il peggio. Troppo spesso è stata trasformata in un valore mistico, mentre è solo il risultato di un lavoro appassionato e appassionante. È una realtà a cui non si deve mai rinunciare, fin dall’inizio, anche se può sembrare irraggiungibile. Se c’è un orientamento essenziale che l’Aikido ci insegna, è quello di non opporsi frontalmente, di evitare il confronto diretto quando possibile e di usarlo solo in ultima istanza.

Mysticisme ou mystification
Il lavoro che deve essere fatto, sta a ciascuno di noi compierlo, fisico o filosofico che sia.

Yin e Yang una truffa?

Il Tao non è solo una comprensione orientale del mondo, ma piuttosto un’intelligenza intuitiva ancestrale. È intimamente conosciuto da molti popoli, e artisti, poeti, pittori o altri hanno talvolta saputo comunicarci a modo loro l’essenza delle forze che lo animano. Il pittore Kandinskij, pur essendo un artista moderno ed europeo, ha saputo trovare le parole che, anche se riferite ad un’opera d’arte, ci parlano come praticanti e ci permettono una visualizzazione dello Yin e dello Yang: “Ogni forma ha un contenuto interiore. La forma è quindi l’esteriorizzazione del contenuto interiore. […] È chiaro che l’armonia delle forme è fondata solo su un principio: l’efficace contatto con l’anima” (Kandinskij Lo spirituale nell’arte (1954), p. 49, SE editore 2005)È attraverso la comprensione dello Yin e dello Yang che si possono vedere più chiaramente certi meccanismi del corpo e del suo movimento, per dirla semplicemente, capire come funziona. Ecco un approccio che dovrebbe chiarire il mio punto di vista: l’involucro esterno del nostro corpo nel suo insieme è Yang e quindi l’interno è Yin, anch’esso nel suo insieme. L’aspetto corporeo, il lato luminoso delle persone, il loro aspetto sociale così come il modo in cui si presentano, la comunicazione, il rapporto con gli altri, tutto questo, se non ci sono deformazioni, è piuttosto di tendenza Yang. L’interno, inteso non solo dal punto di vista organico ma anche psichico ed energetico, è Yin. Evidentemente non c’è una reale separazione tra l’uno e l’altro ma l’aspetto della complementarietà porta a osservare che è lo Yin che alimenta lo Yang, così come è l’inspirazione che permette l’espirazione e quindi l’azione. Lo Yin sostiene lo Yang, gli conferisce pienezza, la forza del corpo deriva dalla forza dello Yin e si manifesta attraverso lo Yang. Tutta la forza dello Yin ha bisogno di un involucro, per quanto malleabile possa essere dall’interno, questo deve anche avere la possibilità di indurirsi per contenere questa forza e allo stesso tempo prepararla a reagire, ad agire. Se la potenza dello Yin non è contenuta, se non ha la possibilità di centrarsi – perché allora sarebbe senza limiti e quindi senza punti di riferimento – rischia di disperdersi senza dare alcun frutto. Se lo Yang è sottoalimentato a causa della povertà dello Yin che fatica a rigenerarsi, o di una separazione tra Yin e Yang causata dall’indurimento interno della “parete” che al contempo li separa e li unisce, allora l’azione diventa impossibile. Come sempre è l’equilibrio tra i due che ne fa una forza unica, il disequilibrio a favore dell’uno o dell’altro crea le condizioni per un disequilibrio generale, all’origine di molteplici patologie più o meno gravi, e dell’incapacità di dare risposte corrette e rapide a tutti i problemi fisici, psichici o semplicemente energetici e quindi funzionali.

regis soavi yin yang
“Ogni forma ha un contenuto interiore. La forma è quindi l’esteriorizzazione del contenuto interiore”. Kandinsky

Una mente sana in un corpo sano

Un organismo che reagisce in ogni circostanza, con flessibilità ed efficienza, di fronte ad un’aggressione umana come pure una microbica, è un ideale a cui si può aderire, o comunque qualcosa che merita di essere perseguito. L’Aikido nella nostra Scuola, per la qualità della preparazione all’inizio della seduta, basata sulla respirazione, così come per il modo in cui si svolgono le cose durante una seduta, permette di risvegliare il corpo nel suo insieme. Già il semplice fatto di respirare più profondamente, di concentrare il respiro nel basso ventre, e di lasciare che questa facoltà naturale si sviluppi al proprio ritmo, permette, tra l’altro, un aumento dell’ossigenazione del cervello e quindi un miglioramento del funzionamento delle cellule, come pure una migliore comunicazione tra di esse. Da qui a dire che diventiamo più intelligenti c’è un limite che non voglio oltrepassare, perché l’intelligenza dipende da molteplici fattori ed è difficilmente quantificabile, anche con i metodi scientifici attuali. Preferirei classificare l’intelligenza come una qualità del cervello umano il cui uso a volte è sorprendente. Ma se semplicemente ci si accorge che ci si muove meglio, si ragiona meglio e più velocemente, che diventa più difficile venire imbrogliati o che qualcuno si approfitti di noi con proposte allettanti, o argomentazioni basate su ragionamenti fallaci per mancanza di riflessione, è già un grande passo. Può anche essere in parte un’uscita, anche relativa, dal mondo della stupidità e della falsità che governa il nostro pianeta.

Scoprire da sé; esperienza piuttosto che credenza

Quando si tratta di forza, tendiamo a vedere la cosa e a parlarne in termini di quantità, piuttosto che di qualità. Da appassionati di arti marziali, ricordo che proprio all’inizio dell’entusiasmo che ha attraversato la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, consultavamo avidamente articoli che spiegavano come ottenere la massima efficacia con il minimo di forza muscolare. Come, grazie alla velocità, al posizionamento, alla postura, alla tecnicità, e anche ad una potenza muscolare che, pur non essendo la cosa più importante, doveva essere presente e soprattutto ben direzionata, si arrivava a risultati che potevano essere sorprendenti. Nel Karate, nel Kung-fu, nel Jiu-jitsu o in qualsiasi altra arte marziale, gli esempi non mancavano. In altri articoli si menzionavano meditazioni orientali di ogni sorta, in grado di far acquisire abilità incredibili a chi le praticava. Sebbene molto spesso grossolanamente esagerato, il fondo di verità delle tecniche, delle posture o delle meditazioni è oggi riconosciuto, analizzato e teorizzato dai ricercatori di matematica, scienze umane o scienze cognitive. Questo riconoscimento, anche se ha l’interesse di rendere giustizia a queste pratiche, resta puramente intellettuale. Invece di portare ad una concreta ricerca fisica e permettere a tutti di beneficiarne, provoca un affaticamento, o un surriscaldamento mentale, che rischia di rendere inutili gli sforzi che alcuni praticanti fanno per intraprendere un percorso leggermente diverso con l’aiuto di insegnanti competenti e informati. È attraverso l’esperienza nella pratica, che si scopre ciò che nessun testo avrebbe potuto apportarci. I testi antichi, o anche talvolta più recenti, hanno un valore innegabile e spesso ci sono serviti da guida o sono stati a posteriori i rivelatori delle nostre scoperte. La loro capacità di esprimere a parole, di esplicitare ciò che abbiamo provato, di rivelare un’esperienza che ci “parla”, può dimostrarsi un aiuto prezioso. Cosa avrei fatto se non fossi stato guidato dai libri e dalle calligrafie, delle sorte di Koan, del mio maestro Itsuo Tsuda.

regis soavi
Fare “UNO” con la massima semplicità.

Privilegiare la qualità rispetto alla quantità

Viviamo in un mondo in cui l’accumulo di beni, merci, conoscenze e sicurezze è la regola. Ci viene proposto un “essere umano potenziato”, come nel progetto transumanista, grazie all’Intelligenza Artificiale (detta I.A.). È perché oggi l’essere umano non trova più il suo posto perché i valori sono cambiati? O perché deluso dal suo ambiente, sia di prossimità che globale, non ha più gusto per nient’altro che per il superficiale e perde sia il senso, sia l’interesse per ciò che è lento e profondo. Già alla fine del secolo scorso, negli anni ’80, il direttore d’orchestra Sergiu Celibidache, durante un corso di direzione d’orchestra a Parigi a cui ebbi la fortuna di assistere, si lamentava del fatto che non esistevano più grandi movimenti sinfonici scritti in un tempo “largo”: «Tutto si è accelerato», diceva. L’Aikido ha saputo conservare dal passato, valori di umanità, di rispetto per l’altro, di sensibilità, che ne fanno uno strumento di qualità per ritrovare ciò che rende l’uomo un essere sensibile e non un robot. Per quanto perfezionato sia, questo “umano potenziato” sarà nel migliore dei casi solo una pallida imitazione, un surrogato di ciò che ciascuno di noi può essere e soprattutto di ciò che può diventare.

La ribellione non è negazione

La ribellione è un atto di salute del nostro organismo fisico come della nostra mente. Soprattutto non va trascurata la sua salutare importanza. Se pratichiamo un’arte come la nostra non è affatto un caso. Se abbiamo percepito l’intelligenza di questa “disciplina” è perché qualcosa in noi era pronto, e questo anche se non lo sapevamo, cioè anche se non ne eravamo consapevoli. Se ci fidiamo delle reazioni del corpo fisico invece di averne paura, possiamo ricominciare a capire la logica delle sue reazioni. Anche qui non si tratta di credenza popolare, di tornare indietro, di oscurantismo. Si tratta di un’altra conoscenza, allo stesso tempo nota a tutti, e non riconosciuta nella sua pienezza perché perturbante.Quando c’è un’infezione, un malessere, o qualsiasi altra disfunzione che ovviamente ci infastidisce, il corpo si ribella spontaneamente, cerca in tutti i modi di risolvere il problema, di ritrovare l’equilibrio perduto. Aumenta la temperatura, si avvale delle proprie armi di riserva come anticorpi di ogni tipo, così come dei suoi amici, con i quali è in simbiosi, batteri che producono antibiotici, virus macrofagi, ecc. Questa sana rivolta può rivelarsi a volte violenta e rapida, ma in realtà il più delle volte inizia molto dolcemente, lentamente, all’inizio potremmo anche non accorgercene. Altre volte si risolve prima di diventare consapevoli di questa risposta, anche in questo caso tutto dipende dallo stato del corpo e nonostante tutto può essere necessario sostenere la natura che opera in noi. Ognuno si assume le proprie responsabilità. Se abbiamo saputo conservare il nostro organismo lasciandolo lavorare quando abbiamo avuto piccoli disturbi senza costringerlo, lasciandolo libero nelle sue manifestazioni, ci vorrà poco per dargli una mano, a volte basterà un po’ di riposo, o un aiuto occasionale da persone competenti. È a monte che bisogna considerare ciò che accade nel nostro corpo, e una sana riflessione sulla vita, il suo movimento e la sua natura non può che fare del bene.

mysticisme
O sensei. Norito, invocazione degli dei. Foto pubblicata in La via della spoliazione, Itsuo Tsuda.

Seguire le tracce

Ciò che è appassionante nell’Aikido è ritrovare le tracce lasciate dai nostri antichi maestri, vedere come ciascuno di loro si è appropriato di quest’arte per creare, per realizzare la propria vita. Inutile copiarli, meglio imparare, dalla loro postura, dai loro scritti. Trovare dei compagni per una pratica sana, dove il nostro intuito si risveglia, dove il nostro corpo ridiventa come nell’infanzia, flessibile, agile, intrepido, e dove troviamo ciò che esso non avrebbe mai dovuto perdere, una certa audacia. L’Aikido non è un trampolino su cui ci si sfinisce saltando, perfezionando costantemente la tecnica, ma ricadendo sempre nello stesso punto per gravità. È una via formidabile in cui le difficoltà sono bilanciate dalla natura stessa del percorso, dalle nostre capacità del momento, dalla nostra perseveranza e dalla nostra sincerità. Sono porte che si aprono, portandoci ad una coscienza più fine e talvolta anche ad uno stato di giubilo quando le sensazioni che ci attraversano sono “UNO” con la nostra prestazione fisica priva di ogni pretesa ma vicina alla massima semplicità. È perché ho visto il piacere e la facilità nella pratica che avevano alcuni insegnanti, e i risultati della ricerca come la semplicità che manifestavano molti maestri che ho conosciuto, che è cresciuto in me il desiderio di raggiungere il loro livello, o almeno avvicinarmi ad esso in questa vita. I vecchi maestri, ciascuno con il proprio metodo, ci hanno guidato verso ciò che siamo nel profondo di noi stessi. Ma il lavoro che deve essere fatto, sta a ciascuno di noi compierlo, fisico o filosofico che sia. Tutto dipende sempre da noi, anche se siamo stati ingannati da falsi profeti o ciarlatani boriosi pronti a tutto per le briciole di potere che riescono ad ottenere dai loro inganni. Se si osservano le conquiste che i nostri predecessori su questa via hanno lasciato, se si sa usare il loro insegnamento, se li si sa riconoscere senza farne degli idoli o dei santi, ci si renderà conto che il cammino, anche se arduo e oscuro, non è così difficile. Per scoprirlo non basta una vita, ma la vita basta a se stessa finché la si vive pienamente.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

Abonnez-vous à notre newsletter

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 10 nel mese di luglio del 2022.

Trasmettere

di Régis SoaviInsegnare, in un dojo, è trasmettere. È anche al contempo riunire e servire. Non si tratta di rafforzare il proprio Ego, né di essere un animatore al servizio dei voleri delle persone che frequentano le sedute, ma di permettere lo schiudersi di ciò che è allo stato di bocciolo e che attende in ciascuno di noi.

Una vocazione?

Non credo veramente alla vocazione perché il termine vocazione si riferisce troppo facilmente a ciò che è religioso, campo semantico da cui è necessario allontanarla il più possibile, perché la nostra società ha da tempo intorpidito le acque. Se parliamo di vocazione, deve essere primaria, materialista e pragmatica, sarà quindi piuttosto un’attitudine, un talento. Atteggiamenti del tipo “salvare persone che non hanno capito nulla, portarle alla luce” ecc., non sono assolutamente adatti all’insegnamento di un’arte come l’Aikido, senza per questo doverne fare un’arte comune o addirittura prosaica, una specie di “difesa personale”. Il fatto di insegnare deve scaturire naturalmente dalla ricerca che si è stati in grado di fare nel corso della propria pratica, ed è in questo senso che si tratta di una trasmissione. Spesso inizia con il desiderio di far conoscere ciò che si è scoperto, ciò che si è compreso, o creduto di comprendere e anche se non è una vocazione, ci sono persone che hanno talento per spiegare, per far vedere. Persone a cui piace prendersi cura degli altri, di permettere loro di progredire in un’arte o in un mestiere, che “sanno” farlo perché capiscono gli altri, perché hanno una sensibilità che è orientata in questa direzione, e un’affinità con questo percorso.

Trasmettere la postura.

La pedagogia

La pedagogia nell’istruzione scolastica il più delle volte consiste nel far ingoiare la pillola, perché sia l’allievo che l’insegnante sono tenuti ad ottenere un risultato.Nell’Aikido direi che non ci sono metodi pedagogici buoni o cattivi, ci sono insegnanti buoni, meno buoni, anche cattivi, e per di più, tra questi, colui che è perfetto per uno può essere deplorevole per un altro e viceversa, anche, e forse soprattutto, quando si tratta di trasmissione. Le persone che iniziano a praticare, spesso arrivano con delle idee o delle immagini sulle arti marziali. O perché hanno visto dei video o dei film d’azione e sono rimasti entusiasti dello spettacolo, o a causa della loro vita personale in cui hanno incontrato difficoltà, subìto costrizioni, molestie, e vogliono uscire da questo stato di paura che queste situazioni hanno generato. Alcuni scoprono l’Aikido attraverso testi filosofici, a volte antichi come quelli sul Taoismo o sul Bushido. Nessuno comincia per caso, c’è quasi sempre un motivo, consapevole o meno, sempre un filo conduttore. Bisogna quindi adattare le risposte, dare forma alle parole senza tradire il loro significato profondo, far vedere, dimostrare grazie ad una tecnicità affinata come far circolare la nostra energia, cosa che permette la scoperta dello strumento “Respirazione” come la intendeva Tsuda sensei, cioè l’uso del ki attraverso la tecnica, i movimenti, gli spostamenti, l’istinto, ecc.

Il mio percorso

L’Aikido che il mio maestro Itsuo Tsuda mi ha insegnato è un po’ come una danza marziale, con la differenza che non ha, come la Capoeira, una forma che nasce dalla necessità di nascondere le sue origini o la sua efficacia. Della danza ha la bellezza, la finezza, la flessibilità di reazione. Della musica, ha la capacità di improvvisare su una base e la solidità dei temi suonati. Della marzialità ha la forza, l’intuizione, la ricerca delle linee fisiche tracciate dal corpo umano. La ricchezza dell’insegnamento che ho ricevuto è incommensurabile. Guidato da Tsuda sensei, attraverso le sue parole come i suoi gesti, ho potuto crescere, assetato com’ero di vivere pienamente, di andare oltre le ideologie proposte dal mondo “spettacolare e commerciale” in cui viviamo. Essendo un bambino del dopoguerra, mi sono scoperto pieno di speranza durante gli eventi di quel periodo storico che furono gli anni ’68 e ’69. È stato come un risveglio alla vita.Questa rinascita aveva fatto maturare il frutto della mia comprensione del mondo. In così poco tempo ero cresciuto talmente che mancava solo lo sbocciare di ciò che ero veramente. L’incontro con il mio maestro non deve nulla al caso. Attirato dal ki che emanava, non potevo che incontrarlo. “Quando l’allievo è pronto, il maestro arriva”, dicono in Giappone; non ero pronto per quello che mi sarebbe successo, ma ero pronto a riceverlo. Turbato, sconvolto da ciò che vedevo, da ciò che sentivo, da ciò che emanava da lui, abbordavo tuttavia nuovi territori, dove si estendeva una giungla che mi sembrava inestricabile, tanto era grande la mia fragilità rispetto a questo nuovo mondo. Dieci anni con lui non sono bastati, il lavoro di “districare” continua, anche se oggi, a distanza di quasi quarant’anni, ho potuto tracciare dei sentieri grazie alle sue indicazioni, questi “segnali indicatori” come diceva spesso, che ci ha lasciato.

La posizione di Uke permette di esporre vari aspetti della tecnica e il modo di mantenere il centro.

La continuità

Ogni mattina inizia un nuovo giorno. Insegnare per un’ora, un’ora e mezza due volte a settimana non corrisponde alla mia regola di vita, né d’altronde al mio credo. Ho bisogno di più, molto di più, per questo il dojo è aperto tutti i giorni, non per motivi pecuniari (anche se l’associazione che lo gestisce ne avrebbe bisogno) ma per permettere la continuità di tutti quelli che possono venire regolarmente. Come tutti, ho iniziato tenendo corsi in diversi dojo, pubblici (palestre) o privati. Prima di conoscere seriamente il mio maestro, ho persino tenuto corsi di Aikido nel retrobottega del negozio di un esperto di tappeti orientali, e ho addestrato un giovane investigatore privato all’autodifesa. Avevo vent’anni all’epoca, e un po’ come nei film della Pantera rosa con l’ispettore Clouseau, interpretavo il ruolo di Kato, cercando di attaccarlo a sorpresa a casa sua per testare le sue tecniche di combattimento e i suoi riflessi. Andare più in là a tutti i livelli, non ristagnare mai, avanzare sempre. Scoprire e far scoprire, e grazie a questo comprendere sia fisicamente che intellettualmente, insomma essere vivi.Per me è sempre stato importante non dipendere dalla mia arte per mantenermi nella vita quotidiana. Economicamente, questo mi ha portato ad essere in difficoltà per tanti, tanti anni, a stare attento ai centesimi nella vita di tutti i giorni, a non condurre una vita da consumatore “soddisfatto di se stesso”, ma forse è per questo che ho potuto approfondire la ricerca, e quindi insegnare.

La libertà

Senza libertà, nessun insegnamento di qualità è possibile! L’insegnante è responsabile di ciò che porta ai suoi allievi, della qualità, nonché delle basi e dell’essenza dei suoi corsi. Oggi tutte le discipline sono inquadrate da regole definite dalle strutture dello Stato, e questo provoca una corruzione del valore di un’arte, perché ciò che fa la ricchezza di una seduta di Aikido non può nascere da un contenuto banalizzato, edulcorato, “pedagogizzato”, ma molto di più dall’impegno di chi la conduce. Se i nostri maestri sono stati i nostri Maestri, lo devono più alla loro personalità che alla tecnica che insegnavano. È per questo che si riconoscevano fra loro, per il valore di ciascuno di essi, qualunque fosse la loro arte, il carisma, la personalità. Gli allievi avevano le proprie preferenze, secondo le proprie capacità, i propri gusti per questa o quella tendenza che pensavano di trovare qua o là.

TAO stile sigillare: piccolo sigillo. Calligrafia su tela di Tsuda Sensei.

Una relazione reciproca e asimmetrica

Ogni apprendimento deve basarsi sulla fiducia tra chi fornisce la conoscenza e chi la riceve, ma come suggeriva già Dante Alighieri nel XIII secolo, la relazione come la stima che intercorre tra il “maestro” e l’allievo devono essere “reciproche e asimmetriche” (V. Sermonti, L’Inferno di Dante, Emons Audiolibri – Canto XV). L’importante è che ci sia accettazione da entrambe le parti, non c’è un diritto o un dovere all’inizio, nessun obbligo di imparare, nessun obbligo di insegnare. La ricerca dell’uno e il beneplacito dell’altro creano questa asimmetria. Allo stesso tempo, vi è il riconoscimento reciproco dell’uno verso l’altro in relazione al valore di ciascuno. L’insegnamento non è un prodotto finito da acquistare e consumare senza moderazione. Impegna chi lo elargisce come chi lo riceve. È importante che colui che lo fornisce non sia nella rigidità di chi “sa”, ma nella fluidità di chi comprende e si adatta, senza ovviamente perdere il senso di ciò che dovrebbe comunicare e valorizzare. Il destinatario non è mai una pagina bianca su cui imprimere l’insegnamento e i propri valori; a seconda dell’epoca o anche più semplicemente delle generazioni, possono sorgere distorsioni e possono essere necessari degli adattamenti. È la fiducia reciproca che permette l’approfondimento in un’arte. Se sono solo le tecniche che dobbiamo affinare, pochi mesi o pochi anni sono sufficienti, poi possiamo passare ad altro. Ma potremmo ottenere una vera soddisfazione con un programma del genere?

La mnemotecnica che consiste nel dimenticare¹

Nell’Aikido come altrove in molti apprendistati, si richiede ai principianti di ricordare, se possibile con precisione, la tecnica, il suo nome, la forma da adottare in tali o talaltre circostanze. C’è ovviamente una certa logica in questo processo educativo, ma è diventata una condizione indispensabile nelle federazioni durante i passaggi di grado, di Dan e anche per i passaggi di Kyu. Questo sovraccarico del conscio è profondamente dannoso per il risveglio della spontaneità. Dopo un po’, l’apprendimento diventa non solo noioso, ma a volte anche controproducente, non si ha più voglia di imparare. Se ci si preoccupa del conscio, è perché è più facile da manipolare, specialmente quando è stato abituato a rispondere “presente” da anni di scolarizzazione e di manipolazioni. Ma se invece ci si accontenta di guidare il subconscio, si rimarrà stupiti nel vedere l’individuo svilupparsi in armonia con se stesso e quindi con chi lo circonda, senza bisogno di nascondere la propria natura con maschere sociali che turbano così tanto sia l’organismo che la psiche. Questo passaggio del libro di Tsuda Sensei “Anche se non penso SONO” fa luce sul lavoro del subconscio:”La nostra attività mentale non inizia solo con lo sviluppo della materia grigia, di quella parte cosciente che ci permette di percepire, ragionare e ricordare. Il conscio risulta dall’accumulazione delle esperienze che abbiamo avuto dalla nascita. Impariamo a parlare, a maneggiare utensili, a cominciare dal cucchiaio, per esempio. Il conscio non costituisce la totalità della nostra attività mentale. Ci sono strade, perché c’è la terra. Senza la terra non ci sarebbero strade. Chiamiamo ‘subconscio’ quella parte della mente che preesiste al conscio. Il subconscio lavora non solo dalla nascita fino alla morte, ma anche durante la gestazione, sentendo e reagendo nel grembo materno, cercando ciò che è piacevole e respingendo ciò che è sgradevole. E così il bambino scalcia quando si sente a disagio. Una volta che una sensazione o un sentimento penetra nel subconscio, controlla tutto il comportamento involontario dell’individuo che non può combattere efficacemente contro di esso con sforzi volontari.”

Regis Soavi aikido ma ai
Il “MA-AI” uno spazio inespugnabile e senza tempo.

Il ruolo del sensei

Il maestro, il sensei non è perfetto, e non ha la vocazione ad esserlo o a pretenderlo. È inutile e perfino dannoso, per lui come per certi allievi, che questi ultimi, nonostante la loro buona fede e senza volerlo, proiettino una tale immagine di perfezione, che non può che essere falsa, sulla sua persona come sul suo lavoro. Imperfetto ma solido, è l’anello di una lunga catena di insegnamento e realizzazione di vita, che, se spezzata, andrà perduta per sempre. Il suo ruolo non è quello di rinchiudere gli allievi in una Scuola, di costringerli, a volte insidiosamente, a una dottrina, ma di permettere a tutti di liberarsi dalla routine per sentire il flusso vitale che percorre questa catena immensa, come un canale di irrigazione capace di irrigare grandi spazi così come piccoli giardini. Occorre inoltre che il terreno sia stato lavorato, reso permeabile e pronto a far crescere in seguito quanto seminato nel corso della vita. Non riproducibile e non industrializzabile, l’insegnamento non potrà mai servire a far fruttare ciò per cui è stato concepito se non è compreso nella sua essenza o assimilato in profondità, dal successore o dai successori e posto al centro della propria vita.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

Abonnez-vous à notre newsletter

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 9 nel mese di appril del 2022.¹ Tsuda Itsuo, Même si je ne pense pas JE SUIS, Le Courrier du Livre, 1981, p. 59

Tra sottomissione e rabbia: la paura

di Manon SoaviTutti conoscono la paura a diversi gradi, ma non conosciamo tutti le stesse paure e quando si parla di un soggetto in modo generale, se ne parla al maschile. Se avere paura non è ovviamente appannaggio delle donne, ci sono specificità della paura al femminile nel nostro mondo ed è l’angolazione che ho scelto per riflettere su questo tema. La situazione delle donne è sempre una duplice o triplice pena. Se siete un uomo povero sarà difficile, ma se siete una donna povera, sarà peggio. Se siete immigrato, sarà difficile, ma donna immigrata sarà peggio e così via. C’è sempre un accumularsi, perché essere donna è già percepito come un “handicap”. L’argomento della paura e il suo rapporto con le arti marziali già in sé non è un argomento facile, al maschile. Ma al femminile è un’altra cosa. Al femminile, la paura è molto spesso una compagna quotidiana, dalle molteplici facce. C’è una vera e propria educazione alla paura nell’educazione delle ragazze. Allora se non è forse peggio che per gli uomini, credo che sia assolutamente necessario sentire anche questo punto di vista, perché come dice Howard Zinn “Finché i conigli non avranno degli storici, la storia sarà raccontata dai cacciatori…”. Le donne devono raccontare da sole il proprio vissuto. Raccontare ciò che la paura induce come rapporto con il mondo e ciò che fa al corpo.Per cominciare, come propone la filosofa Elsa Dorlin, bisogna guardare

“ciò che fa essere una donna”

Le donne hanno particolarmente familiarità con la paura perché crescono in un mondo che è loro piuttosto ostile. Il grado di ostilità dipende dalla regione del globo dove nascete. Ben inteso per ogni donna dipenderà dalla sua educazione e dal suo vissuto. Ciononostante si possono delineare delle grandi linee, delle tendenze delle società.Come si sa, è dall’infanzia che i ragazzi potranno sviluppare e sperimentare la propria agilità, la propria forza, il proprio corpo, il proprio potere? Invece lo spazio delle ragazze è molto spesso ridotto a giochi statici e a giocattolini carini. Le loro menti sono accaparrate da questa preoccupazione sull’apparenza, che devia e consuma la loro energia. I loro corpi non dispiegano le proprie potenzialità e non conosceranno la propria potenza, o raramente. Su questo s’innesta un intero mito della superpotenza maschile che alimenta una cultura di sottomissione e una norma, quella di una “femminilità senza difesa”. La filosofa Elsa Dorlin, che studia come i dominanti “disarmano” a tutti i livelli le popolazioni dominate, spiega la politica che consiste nel rendere impossibile, impensabile la possibilità di difendersi. Chiama questo fenomeno “la fabbrica dei corpi disarmati”. O ancora spiega come “si tratta qui di condurre alcuni soggetti ad annientarsi come soggetti […] Produrre degli esseri che più si difendono più si rovinano” (Elsa Dorlin Difendersi, 2020). È così che la paura è trasmessa in modo secolare. Essere donna è, talmente spesso, avere paura. Una paura che si sconnette dalle situazioni reali, che diventa un background, come una preda che s’ignora. Certo è talmente insopportabile che molte donne lottano contro questa paura. Alcune riescono più o meno a tirarsene fuori. Ciononostante, benché non sia molto piacevole da guardare, né da riconoscere, credo che sia necessario approfondire un po’ di più su questa posizione di preda.Elsa Dorlin analizza attentamente questo posizionamento culturale di preda che si applica alle donne da troppo tempo. Attraverso l’analisi di un romanzo (1) ne fa una dimostrazione flagrante di cui non posso che citare dei lunghi passaggi per farne comprendere il senso. Il personaggio del romanzo di chiama Bella. “Come milioni di altre, Bella è una giovane ragazza senza storia, di cui nessuno dovrebbe ricordarsi. Nella vita, lei non ha né ambizioni né pretese, neanche la felicità più semplice, la più stereotipata. [?] Bella è un’antieroina, un personaggio anonimo, una donna che passa via veloce, un’ombra tra la folla. E, Bella è comune a un punto tale che può rappresentare tutte le donne. [?] Chi non ha, almeno una volta, sentito la mediocrità esistenziale di Bella, il suo anonimato, la paura così familiare che l’accompagna, le speranze abortite, lo sfinimento rivendicativo, la claustrofobia di vivere in quello spazio striminzito, di sopravvivere nel suo corpo, nel suo genere, la sua umiltà nel sopportare le grane sociali, la sua unica esigenza di vivere tranquilla? Perché quasi tutti i giorni facciamo, in modo diverso e ripetitivo, l’esperienza di tutta questa miriade di violenze insignificanti che ci intossicano la vita, che mettono continuamente alla prova il nostro consenso. [?]Le prime pagine che descrivono la vita di Bella fanno emergere in filigrana qualcosa che potremmo definire fenomenologia della preda. Un’esperienza vissuta che proviamo in tutti i modi a sopportare, a normalizzare attraverso un’ermeneutica della negazione, tentando di dare un senso a questa esperienza svuotandola del suo aspetto invivibile, insopportabile. [?] Prova a vivere come sempre, a rassicurarsi facendo finta che vada tutto bene, a proteggersi facendo come se non fosse successo nulla, de-realizzando la propria percezione della realtà – in strada, proprio davanti a lei, un uomo la guarda dalla sua finestra giorno e notte, ma forse è lei a pensare che un uomo la guardi. Bella vive in questo sforzo costante che consiste nel dare pochissima importanza a sé: a ciò che prova, alle sue emozioni, al suo malessere, alla sua paura, alla sua angoscia, al suo terrore. Questo scetticismo esistenziale della vittima mostra una perdita di fiducia generalizzata che tocca tutto quello che è vissuto, percepito in prima persona. Poi, quando la negazione diventa impossibile, Bella sopporta: ripiegandosi su se stessa, nascondendosi nel suo appartamento, restringendo il suo spazio vitale che, nonostante i suoi sforzi, è violato. Vive nella banalità quotidiana di una preda che vuole ignorarsi, occupandosi dell’organizzazione della sua vita per salvarne il senso [?]” (ibid)Elsa Dorlin dimostra in questo passaggio questa fabbrica in azione sulle donne. Certo si tratta di un romanzo ma a volte è attraverso la fiction che si esprime meglio una realtà: questa paura paralizzante, più o meno permanente che si cerca di negare per continuare a vivere. Una paura inculcata, culturale, che impedisce di agire e che fa delle donne, ancora e sempre, dei corpi di vittime. L’abbiamo tutte più o meno fortemente sentita. Abbiamo tutte lottato contro questa paura per vivere malgrado tutto. Per rientrare tardi, per andare in viaggio da sole, per accettare un invito, per lavorare. Siamo obbligate a passare sopra questa paura altrimenti non facciamo niente.Sfortunatamente e paradossalmente questa paura inculcata e i nostri sforzi per passare al di là e cortocircuitano l’istinto, che include il timore necessario, quello che ci permette di sentire il pericolo e di reagire, in un modo o in un altro.

Fenomenologia della preda

La vera preda, l’animale cacciato da un predatore esterno alla propria specie, ha una grande attenzione per se stessa e accorda un’immensa fiducia a tutti i segnali di paura istintiva. Rifiutando di accordare quest’attenzione a sé, le donne si mettono ancora maggiormente in pericolo. Seguendo sempre l’analisi del romanzo Dorlin prosegue “La storia di Bella è anche la storia di un vicino, un uomo qualunque che abita nel palazzo di fronte e che un giorno ha deciso di violentarla. Perché? Perché Bella sembra così patetica, così fragile, così già ‘vittima’. E, se siamo tutte un po’ Bella, è anche perché, come Bella, abbiamo dapprima cominciato a non uscire più a una certa ora, in certe vie, a sorridere quando uno sconosciuto ci parla, ad abbassare lo sguardo, a non rispondere, ad accelerare il passo quando rientriamo a casa; ci siamo assicurate di aver chiuso bene a chiave le porte, tirato le tende, di non muoverci più, di non rispondere più al telefono. E, come Bella, abbiamo speso molte energie a credere che la nostra percezione di questa situazione non fosse degna di senso, che non avesse valore, realtà: a dissimulare le nostre intuizioni ed emozioni, a far finta che non stesse succedendo niente di rivoltante o, al contrario, che forse, sì, era inaccettabile essere spiata, molestata o minacciata, ma che eravamo noi a essere di cattivo umore, che stavamo diventando intolleranti, paranoiche, o che eravamo sfortunate, che questa “roba” poteva capitare solo a noi. Precisamente, l’esperienza di Bella è una somma di briciole di esperienze generalmente condivise ma anche la descrizione minuziosa di tutte queste tattiche prosaiche, di tutto questo fenomenale lavoro (percettivo, affettivo, cognitivo, gnoseologico, ermeneutico) che facciamo ogni giorno per vivere “in modo normale”, che dipende dalla negazione, dallo scetticismo e che rende indegno tutto ciò che ci riguarda. ” (ibid)Questa mancanza di attenzione a sé, al proprio sentire, comincia nell’infanzia, è allora che si opera la distorsione della percezione. Quante bambine sentiranno “Ti maltratta/ti picchia perché ti ama molto. È un maschio, è normale.” Esplicitamente o implicitamente si insegna alle bambine a non ascoltarsi. Che induce nelle donne adulte questa situazione paradossale, sentirsi preda, aver paura, ma dovendone negare senza sosta i segnali. Perché il predatore, il nemico non è di un’altra specie! Un coniglio non avrà mai il minimo dubbio sulle intenzioni di una volpe. Ma per noi che siamo della stessa famiglia, egli è nello stesso tempo un potenziale nemico ma può essere invece un amico, un amante, un marito, un padre, un padrone, un collega? Come mantenere il discernimento? Queste ingiunzioni paradossali avvelenano costantemente la vita della maggior parte delle donne. Allora lottiamo contro la paura con l’energia della disperazione. Cerchiamo bene o male di affermarci in questo mondo. E un giorno scoppia, allora la rabbia rimpiazza la sottomissione. A volte ci permette di reagire ma spesso distrugge tutto intorno.

Cosa può l’Aikido in questo stato di cose?

Credo che sia possibile camminare verso un cambiamento di questo stato di cose attraverso il corpo. Perché bisogna precisare che quest’atto di dominazione agisce molto profondamente a livello dei corpi, «L’oggetto di quest’arte di governare è l’impulso nervoso, la contrazione muscolare, la tensione del corpo cinesico, la scarica dei fluidi ormonali; opera su ciò che lo eccita o lo inibisce, lo lascia agire o lo contrasta, lo ritiene o lo provoca, lo rassicura o lo fa tremare, quello che lo fa colpire o meno” (ibid)Nell’educazione delle ragazze, come per le donne adulte, la pratica dell’Aikido sul lungo termine apre una prospettiva inedita. Un giorno, in occasione di una seduta di Aikido che conduceva mio padre, Régis Soavi, insegnante a Parigi da cinquant’anni, egli ha detto: “Prima di affermarsi, bisogna posizionarsi.” Questa frase mi ha colpito come la definizione perfetta di ciò che poteva essere l’Aikido per le donne. Invece di tentare di affermarsi, di rivendicare di fronte a una società che non ci ascolta o che rifiuta la nostra percezione, imparare prima a posizionarsi. Posizionarsi nel senso marziale del termine, quindi una questione di Shisei. Alla fine non essere una preda è una posizione, una postura. Non si tratta di essere un coniglio che si arma per difendersi ma, tramite la propria postura interiore, di dire “puoi essere una volpe, ma guarda, anch’io sono volpe e non coniglio”. Quando siamo posizionati, l’affermazione è là.

Posizionarsi prima di affermarsi

L’Aikido permette di creare delle nuove pratiche di sé che trasformano la nostra realtà e i nostro rapporti.La prima tappa è ritrovare, non il neutro illusorio, ma l’indeterminato, la sensazione della vita, prima delle separazioni. Nella nostra scuola, la Scuola Itsuo Tsuda, cominciamo con una meditazione, poi per una ventina di minuti pratichiamo dei movimenti e degli esercizi di respirazione che, benché possano assomigliare a un riscaldamento, non lo sono. Si potrebbe dire che si tratta di una comunione con lo spazio, con la vita che ci circonda. È un momento in cui ognuno è in sé e con gli altri in una respirazione comune indeterminata. Ueshiba O sensei diceva “Io mi posiziono all’inizio dell’universo”. Quest’indicazione, sebbene possa apparire strana, ci dà in effetti una prospettiva molto più vasta che un semplice esercizio. Dimenticare chi siamo, dove siamo e semplicemente respirare. Progressivamente la respirazione si approfondisce e la calma nasce, si comincia a ritrovare l’individuo, prima delle categorizzazioni, delle separazioni, della cultura. È un po’ come soffiare sulle braci per rianimare un fuoco che si spegne.Man mano che si pratica soli-e o a due, i corpi si liberano, i movimenti si dispiegano. Una pratica regolare, quotidiana se possibile, su un certo tempo, è necessaria per rimodellare il nostro rapporto con il mondo, poco a poco. Per ritrovare un corpo che abita il proprio spazio, che occupa la strada, che instaura un altro modo di essere. Come ho detto non si tratta di diventare delle superdonne, capaci di difendersi come delle eroine. Di rendere colpo su colpo. Si tratta di rieducare il nostro corpo e la nostra mente per avere un Shisei, un posizionamento diverso nelle nostre vite. Si tratta appunto di non ritrovarsi più “preda” ignorando i segnali d’allerta.Il ruolo dell’insegnante è di fare Uke il più possibile per aiutare i-le praticanti a sentire tutte le possibilità che si offrono loro, gli Atemi, il Ma-ai, il Hyoshi, tutto quello che farà la differenza prima di essere completamente bloccati-e. Se la paura ci sommerge si sovrastimerà l’attaccante e, pietrificati-e, la situazione peggiorerà. A forza di praticare si riesce a mantenere una respirazione più calma e, senza sovrastimare se stessi-e, a posizionarsi. È per questo che l’attacco deve essere ben portato, rappresentare un certo pericolo senza bloccare totalmente.Ciò ci permetterà anche di non ristagnare in una situazione prima di reagire, che sia famigliare, al lavoro, o altrove. E nello stesso tempo di non essere più intossicati-e da paure inutili, da angosce che non corrispondono alle situazioni che ci fanno ripiegare su noi stessi-e. Attenzione, non dico che le vittime di aggressioni avrebbero dovuto reagire, sappiamo che il restare paralizzati è una strategia di protezione dell’essere umano e che a volte la miglior cosa da fare è non battersi per non morire. Il mio discorso non riguarda per forza le situazioni estreme, di grande violenza, ma piuttosto quelle banali, cosiddette “poco gravi”, di cui abbiamo una paura inculcata e che per accumulazione sono devastanti.Non è semplice cambiare, uscire dal dualismo della sottomissione o della rabbia. È per questo che è tramite la pratica che il corpo si riscopre capace e che la mente si placa, si tranquillizza. Nella storia che ho citato, quella di Bella, il romanzo non comincia veramente che nel momento in cui per Bella la situazione si ribalta, il momento in cui infine, considera che finalmente basta così. Allora prenderà un martello. È stupita di aver finalmente la forza di sollevarlo, stupita che fosse sempre stato lì, a portata di mano. E il gioco al massacro comincia, al punto che questo romanzo farà scandalo in Inghilterra per la violenza della seconda parte.Per me non si tratta di legittimare la violenza di questo romanzo; questo detto, quante grandi opere, dal romanzo storico al western, da Ben Hur al Conte di Montecristo hanno fatto della vendetta la forza d’azione per degli uomini? Ma lasciamo stare. Credo che possiamo avere questa rivelazione della nostra potenza molto prima di arrivare agli estremi della distruzione di sé o degli altri.Man mano che si pratica un Aikido che ci riconcilia con noi stessi-e, si può ritrovare la sensazione della potenza. Non una potenza che schiaccia gli altri, ma la potenza che viene dall’hara, dal centro dell’umano. È un percorso centripeto che chiamiamo a volte empowerment quando delle persone s’impossessano di modi di essere, di pratiche di sé per smantellare le dominazioni che vengono esercitate su di loro e riprendere il potere sulla propria vita. Negli anni 60/70, delle femministe americane hanno usato questo termine per mettere in risalto una liberazione non dettata dall’esterno, in cui verrebbe detto ancora una volta alle donne ciò che devono essere, ciò che è “una libera donna occidentale”, ma piuttosto un’emancipazione centripeta, che si basi sui mezzi di cui ognuna dispone per rispondere da sola alle situazioni problematiche. In questa prospettiva l’Aikido può essere un processo di empowerment che permette di ravvivare le proprie risorse interne e di minimizzare il “disturbo radio” della paura culturale. Allora il nostro Shisei, il nostro atteggiamento sarà come quello dell’uccello del proverbio: “L’uccello non teme che il ramo ceda, perché non ha fiducia nel ramo, ma nelle proprie ali”.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

Abonnez-vous à notre newsletter

Articolo di Manon Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 8 nel mese di gennaio del 2022. Note:1) Elsa Dorlin Difendersi, Fandango, 2020, traduzione italiana di Se défendre, La Découverte, 2019. Analisi del romanzo d’Helen Zahavi. Dirty Week-end, del 1991.

La paura, un’origine acquisita congenitamente?

di Régis SoaviLa paura ha una doppia origine, è prima di tutto una risposta primitiva, atavica, già perfettamente nota, ma ha anche un’origine acquisita congenitamente, ed è quindi proprio per questo una conseguenza della civiltà.Sebbene possa essere uno dei mezzi di difesa per la sopravvivenza, troppo spesso è diventata un handicap nelle nostre società industrializzate.La paura nel mondo di oggi tende a precedere quasi ogni azione per un gran numero di persone e non compare per caso, si presenta sotto forma di – ho trovato trentadue sinonimi per questa emozione – timore, apprensione, inquietudine, angoscia, ecc., questi ultimi intersecandosi si demoltiplicano(1) Ogni volta essa annulla l’atto, il gesto, l’iniziativa, o li distoglie dall’obiettivo prefissato, presentandosi come se fosse “la” risposta indispensabile ad ogni problema che si pone.

La respirazione, il suo meccanismo

Il blocco della respirazione e le difficoltà respiratorie di molti nostri contemporanei in caso di aggressione o, soprattutto, di minaccia di un conflitto possono essere spiegati con un meccanismo selvatico involontario, cioè primitivo, che si è irrigidito. Si tratta più di un’abitudine che è nata proprio dalla paura piuttosto che di una mancanza di allenamento a combatterla o a superarla. Blocchiamo l’aria, la comprimiamo, per rispondere nel modo più adatto a ciò che potrebbe accadere. Tratteniamo il respiro, “il fiato” per essere pronti ad agire, immagazziniamo aria con una rapida inspirazione perché per agire, per difenderci, per fuggire, o anche semplicemente per gridare, bisogna espirare. È l’espirazione che permette l’azione aggressiva o difensiva e quindi è l’ispirazione che, precedendola, ci rassicura perché ci posiziona in modo vantaggioso rispetto agli atti che sembrano inesorabilmente seguire. Istintivamente agiamo in questo modo ogni volta che pensiamo di doverci difendere, e questo fin dall’infanzia. In realtà, a prescindere dall’intenzione, non sempre possiamo difenderci, la società non lo permette, ci sono delle regole. In molti casi siamo costretti a rimanere in ansia, bloccati, con il fiato corto senza riuscire a liberarci. Basta ricordarsi della propria infanzia o adolescenza, delle proprie reazioni fisiche durante gli esami o semplicemente di quando uno dei nostri insegnanti interrogava a sorpresa o ci faceva una domanda su un argomento che non avevamo studiato abbastanza, o che avevamo saltato. Ci sono troppe persone per le quali la scuola ha rappresentato un percorso tragico durante il quale l’ansia, per quanto interiorizzata, è stata una delle loro più fedeli compagne nell’avversità. Non è così sicuro che, parafrasando l’aforisma di Nietzsche, “ciò che non ci uccide ci rende più forti”. Dipende troppo dall’individuo, dal momento e dalla situazione, tra le altre cose. Le difficoltà nell’infanzia non sono sempre all’origine di facoltà di resistenza o di resilienza come qualcuno potrebbe pensare, ma possono causare debolezze o handicap e questo spesso deriva in gran parte dal punto di partenza, dalla nascita, dall’ambiente familiare, ecc. Ma essendo la paura divenuta una reazione primaria abituale, un a priori che sorge in ogni circostanza, la soluzione adottata dal corpo attraverso un sistema involontario perturbato rimane sistematicamente la stessa: bloccare la respirazione. Quella che era la risposta corretta, diventa il suo opposto. “La soluzione diventa il problema”(2). Il corpo non riesce più ad espirare o a muoversi, nemmeno a parlare, tanto meno ad urlare. Se qualcosa si sblocca per qualsiasi motivo, allora arriva l’espirazione e con essa l’azione si rivela, il bisogno trova una risposta alla situazione, la paura passa in secondo piano e lascia il posto a reazioni che a volte verranno considerate anche come coraggio o incoscienza, codardia o buon senso a seconda del momento o dell’idea che se ne ha.

Régis Soavi - Essere istintivi
Essere istintivi

Una preesistenza alla nascita

È soprattutto dalla metà del XX secolo che nacque l’ideologia della conservazione della specie umana tramite la protezione delle manifestazioni della vita. Questo concetto di protezione impegnò la società occidentale in una corsa alla medicalizzazione dei corpi che non era mai stata nemmeno immaginata fino a quel momento. Questa profilassi, che poteva essere intesa come una risposta moderna e salvifica, è stata purtroppo effettuata facendo suonare campanelli d’allarme per semplici rischi che prima erano considerati normali e che erano intrinseci alla vita. Provocando così, tramite la paura che hanno generato, un effetto nocebo di un’ampiezza senza eguali in passato.La prevenzione in gravidanza è diventata negli anni una iper-medicalizzazione che si è banalizzata, e che ha privato in primis la donna, ma anche il padre, seppur in misura minore e per ripercussione, di un rapporto semplice con il corpo, con il proprio corpo. La gioia di portare in grembo un bambino, e la forza che ne deriva, si è trasformata in angoscia per ciò che accadrà, e anche per il suo presente nell’utero, la vita del futuro bambino che subisce il trauma della contrazione che sente, e che è causata dall’inquietudine dei suoi genitori. Purtroppo, l’inquietudine viene trasmessa più di quanto si pensi. Nonostante il desiderio del contrario, della serenità che vorremmo assicurare al bambino, questa preoccupazione si trasforma rapidamente in paura, timore del movimento, dei cambiamenti, e più in generale in apprensione di fronte all’ignoto. Le conseguenze sono facilmente prevedibili: rischi di shock emotivi e fragilità di fronte alle difficoltà che possono persistere nella vita futura del bambino. Durante il parto, se manca la tranquillità, se viene sostituita dall’agitazione o dall’ansia, si creano una tensione e una contrazione che bloccano la respirazione del neonato che non capisce cosa sta succedendo ma ne soffre visceralmente senza poter far nulla. A poco a poco, durante la crescita, la mancanza di risposta a questa incomprensione genererà inizialmente pianti e grida, poi una certa forma di apatia, di rinuncia, con l’abbandono della lotta se non si trova una soluzione soddisfacente a questa richiesta.

Taiheki uno strumento per la comprensione

Ho già avuto modo di spiegare su “Dragon Magazine”(Dragon Magazine Spécial Aîkido, n° 23, janvier 2019.) come la conoscenza dei Taiheki può essere uno strumento di qualità in particolari circostanze per comprendere le reazioni delle persone. La classificazione dei Taiheki sviluppata da Haruchika Noguchi sensei(3) si basa sul movimento involontario umano. Non si tratta di una tipologia che consente di inserire gli individui in piccole caselle, ma di identificare le tendenze comportamentali abituali, tenendo conto delle compenetrazioni che possono esserci tra di loro. Itsuo Tsuda sensei ce ne dà una rapida descrizione in questo estratto di uno dei suoi libri:«I 12 tipi di Taiheki sono i seguenti:1. cerebrale attivo 5. polmonare attivo 9. bacino chiuso2. cerebrale passivo 6. polmonare passivo 10. bacino aperto3. digestivo attivo 7. urinario attivo 11. ipersensibile4. digestivo passivo 8. urinario passivo 12. apaticoDa 1 a 10 si vedono le regioni di polarizzazione che sono 5:cervello, organi digestivi, polmoni, organi urinari, bacino.11 e 12 sono un po’ speciali, perché corrispondono a delle condizioni più che a delle regioni.Per una stessa regione, si ha un numero dispari e un numero pari. I numeri dispari si applicano alle persone che agiscono per eccesso di energia, a seconda della regione interessata. I numeri pari sono per quelle persone che subiscono l’influenza esterna a causa di una carenza di energia.» (Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Editions, 2014, p. 79.)Di fronte al pericolo quando si ha paura le risposte saranno molteplici, ma non lo saranno solo in base all’allenamento o alle capacità, ma anche, e soprattutto, a causa della circolazione del ki nel corpo, di questa energia che può essere coagulata in un punto o in un altro, portando a ristagni specifici e quindi risultati e risposte differenti.no

Régis Soavi - Non lasciarsi sopraffare
Non lasciarsi sopraffare
Gruppo verticalePerché l’azione si attivi, il ki deve andare al koshi ma quando c’è una coagulazione a livello della prima vertebra lombare, l’energia sale al cervello e ha difficoltà a ridiscendere. Ecco perché le persone di tipo uno, cerebrale attivo, tenderanno a sublimare la paura, a oggettivarla, a farne un oggetto da contemplare per analizzarla, e trovare una soluzione che soddisfi l’intelletto, perché l’azione, soprattutto un’azione immediata, non è la loro principale ambizione. Spesso fraintendiamo questo tipo di posizioni che possono sembrare stupide. Ci si chiede perché la persona non ha reagito in tali o tali circostanze, si troverà forse grazie ai Taiheki una risposta alle domande che ci si può porre sul mistero di certi comportamenti umani.Le persone di tipo due, cerebrale passivo, sono del tutto consapevoli di ciò che sta accadendo, ma il loro corpo non reagisce come aveva pensato il cervello, sebbene non ci sia nulla di imprevedibile. Non possono controllare la propria energia, che in questo caso scende, ma provoca reazioni fisiche incontrollabili come dolori di pancia o tremori che rendono difficile una risposta adeguata.Gruppo lateraleIn questo gruppo la coagulazione è localizzata a livello della seconda lombare e interessa l’apparato digerente. Ecco perché il tipo tre, digestivo attivo, va in panico mentre cerca di placare la paura, sgranocchia velocemente qualcosina che ha sempre a portata di mano in caso di necessità. Se ha un po’ più di tempo, mangia qualcosa di più sostanzioso, un panino, un pasticcino, l’importante è avere lo stomaco pieno; è grazie a questo che il suo plesso solare si ammorbidisce e la paura diminuisce o addirittura svanisce. Allora diventa diplomatico e cerca di sistemare le cose; se non ci riesce, allora si arrabbia e si lancia in modo disordinato, senza pensare alle conseguenze.Il tipo quattro, digestivo passivo, rimane inerte di fronte alla paura, incapace di reazioni. È una persona affabile e sembra quasi che la cosa non lo riguardi. Dall’esterno si vede molto poco della sua natura perché ha difficoltà ad esprimere le sensazioni o i sentimenti. Dal punto di vista dell’azione si presenterà come una persona premurosa, cortese, che cerca di appianare le cose, di sdrammatizzare la situazione.Gruppo avanti-indietroIl tipo cinque, polmonare attivo, ha tendenza ad inclinarsi in avanti, il che facilita l’azione energica; la regolazione o la coagulazione, o anche il blocco della sua energia si trovano a livello della quinta lombare.Quando si trova di fronte ad un pericolo, e quindi di fronte alla paura, lo vede come un faccia a faccia. Agisce spesso in modo estroverso, ma è anche uno che ragiona, che calcola; se la paura che prova è logica, la affronterà in modo metodico e si tirerà indietro solo se entra in gioco il suo interesse, cioè, se rischia di rimetterci le penne. Agisce a sangue freddo perché si è preparato, per lui l’allenamento ha sempre una ragione di esistere, al di fuori da ogni sentimento.Il tipo sei, polmonare passivo, invece, è introverso, inibito, ha un senso di frustrazione, ma d’altro canto si infiamma velocemente, soprattutto a livello verbale; di fronte alla paura si irrigidisce ancora più del solito ma può o esplodere come durante una crisi di isteria o rinchiudersi come un’ostrica, tenere il broncio e aspettare.
Régis Soavi - La postura è essenziale
La postura è essenziale
Gruppo torsioneIn questo caso la vertebra interessata è la terza lombare, è quella più in avanti rispetto all’asse della colonna vertebrale, è anche il perno a partire dal quale il corpo si muove dal punto di vista della rotazione. Senza rotazione di questa vertebra e senza curvatura lombare c’è poca possibilità di azione del koshi.Il tipo sette, urinario attivo, si torce in modo tale da proteggere i propri punti deboli, sia fisici che psichici, non vuol sapere nulla della paura, vuole ignorarla, e funziona. Sa che non può combatterla se non a rischio che essa si rafforzi e lo blocchi nella sua azione, ritiene che bisogna soprattutto non pensare, bisogna tirar dritto, costi quel che costi. Viene spesso considerato come un eroe o un incosciente, se ne frega, semplicemente non può resistere a ciò che lo spinge in avanti, l’azione è la sua ragione di vita e il suo modus operandi.Il tipo otto, urinario passivo, ha il koshi che diventa duro e il suo spirito combattivo si tende interiormente. D’altra parte, tende a fare il gradasso e si offende per un nonnulla. Affronta la propria paura se c’è un pubblico, o se viene messo in competizione, se un avversario lo sfida. Anche se non può vincere, si ostina in modo da non perdere, mentre il tipo sette vuole assolutamente trionfare. Esagera le condizioni che lo hanno portato ad avere paura e poiché ha una voce forte, a volte può imporsi con i suoi soli schiamazzi.Gruppo bacinoNel caso delle persone di tipo nove o dieci, la polarizzazione avviene in tutto il corpo. Si potrebbe dire che c’è una tendenza alla tensione, alla concentrazione, per gli uni e al rilassamento, o addirittura alla lassità permanente, per gli altri.Nel tipo nove, bacino chiuso, è la tensione a prevalere. Non ha paura facilmente perché il suo intuito gli permette di percepire il pericolo prima che si manifesti. In ogni caso, la paura, anche se presente in un dato momento, non lo ferma mai nelle sue iniziative. È una persona per la quale l’intuizione è più importante della riflessione. È vigoroso ma d’altra parte estremamente ripetitivo, è tenace e piuttosto introverso. La sua energia è interiorizzata a livello del bacino. Rappresenta un esempio per chi vuole osservare la continuità negli esseri umani.Il tipo dieci, bacino aperto, è il più capace di dissipare energia. Di fronte alla paura trova più forza per proteggere gli altri che per la sua protezione personale; si pensa che agisca per gentilezza, di fatto agendo così dimentica la propria paura e le proprie difficoltà. In caso di pericolo, se è solo, lungi dal cercare di combattere può cercare di fuggire, perché ciò che conta è rimanere in vita e quindi può facilmente essere considerato un codardo, mentre se sono in gioco altre vite è il suo istinto primordiale per la sopravvivenza che scaturisce in modo involontario “per assicurare il futuro della specie umana”. Rischia di soffrire a causa dell’opinione degli altri che ovviamente non lo capiscono in questo genere di casi, e che per questo reagiscono secondo la morale o idee inculcate sul coraggio.Tipo undici detto “ipersensibile”Reagisce molto rapidamente difronte alla paura perché vi è abituato, ma questa reazione non produce un’azione, essa sembra piuttosto avere un carattere emotivo ed egli ha una forte tendenza ad esagerarla. Anche se non succede quasi nulla, egli drammatizza perché si produce in lui un’accelerazione del cuore non appena il suo Kokoro viene turbato, può facilmente svenire o sviluppare un attacco d’asma. A causa della sua sensibilità esacerbata, è il candidato ideale per ogni tipo di derisioni, anche se vi sfugge, sa che può diventare un capro espiatorio e subire vessazioni alle quali non saprebbe come rispondere.Tipo dodici detto “apatico”Affinché possa reagire di fronte alla paura, ha bisogno di ricevere ordini chiari. Anche se si presenta con un corpo robusto e squadrato, questa è solo un’apparenza in quanto non sa come reagire, a volte lo fa in modo troppo forte, o lascia perdere. Ha tendenza a seguire la massa, ad agire se gli altri intorno a lui agiscono, a fare come tutti o ad aspettare subendo.Poiché la società tende a iperproteggere i cittadini, negando loro anche il diritto di difendersi da soli, salvo in determinate circostanze molto inquadrate dalla legge, si produce un intorpidimento degli individui che rischia di favorire una direzione che plasma corpi di tipo dodici qualunque sia il Taiheki di partenza.
Senza incidenti, così va l'uomo dabbene, calligrafia di Itsuo Tsuda
Senza incidenti, così va l’uomo dabbene, calligrafia di Itsuo Tsuda

Aikido, una speranza

La normalizzazione del terreno non avviene combattendo la paura. Se questo qualcosa che continua a vivere in noi, che aspira a una maggiore libertà, non si risveglia, è una lotta che rischia di essere solo superficiale. L’insegnamento dell’Aikido mira a rendere gli individui indipendenti e autonomi e non a formare combattenti, ciò non toglie nulla al fatto che si tratta dell’apprendimento di un’arte marziale. Si può imparare perfettamente la falegnameria o la musica senza voler diventare un professionista, ma essendo un appassionato capace di fabbricare un tavolo, o un armadio, capace di apprezzare una sinfonia, come pure un quartetto o un lied. Se si ha una buona formazione, si saprà reagire in modo corretto in ogni circostanza, si saprà valutare la situazione, si sentirà quando bisogna intervenire e come, o se ci si deve astenere da qualsiasi intervento. La pratica dell’Aikido trasforma le persone indipendentemente dal loro passato, dalle loro tendenze, ma solo a condizione che accettino di fermarsi nella loro folle corsa all’acquisizione di tecniche psichiche o fisiche che dovrebbero fornire la soluzione a tutti i problemi, a tutte le paure. La liberazione se è necessaria, a volte può anche venire dall’atto che consiste in un “indietro tutta”, per ritrovare l’equilibrio e la forza che ognuno di noi possiede e che aspettano solo di sorgere, di dispiegarsiVolete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

Abonnez-vous à notre newsletter

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 8 nel mese di gennaio del 2022.Notes :

  1. In francese “démultiplier” significa “aumentare la potenza di qualcosa moltiplicando i mezzi utilizzati”, esiste però anche un senso figurato che in italiano manca.
  2. Paul Watzlawick, teoria di Palo Alto.
  3. Haruchika Noguchi, ideatore del Seitai (1911-1976).

 

La Pratica Respiratoria

di Régis SoaviÈ consuetudine in quasi tutti i dojo chiamare i pochi esercizi che precedono un corso, “preparazione” o “riscaldamento”. E se non si trattasse di ginnastica o educazione fisica, ma di qualcos’altro! Tsuda sensei scriveva(1) che il suo maestro Morihei Ueshiba era furioso quando, già all’epoca, e sebbene non le avesse mai dato un nome, i suoi giovani allievi chiamavano questa parte esercizi preparatori o riscaldamento.

Una prima parte!

Per O sensei questa prima parte della seduta era indispensabile e inseparabile dall’insieme della sua pratica; per questo Tsuda sensei da parte sua, in mancanza d’altro, quando doveva parlarne ai suoi allievi o descriverla, le aveva dato il nome di “Pratica Respiratoria”. Spiega la sua scelta della parola “respirazione” – che per lui sarà una parola chiave per trasmettere un messaggio agli occidentali – fin dal primo capitolo del suo primo libro Il Non Fare: «Quando uso la parola respirazione, non parlo di una semplice operazione biochimica di combinazione ossigeno-emoglobina. La respirazione è allo stesso tempo vitalità, azione, amore, spirito di comunione, intuizione, premonizione, movimento.L’Oriente conserva ancora questi aspetti sotto il nome di prana o di quello di ki.Anche l’Occidente sembra averli conosciuti: ne sono testimoni la parola psyché, anima-soffio, o anima, da cui derivano parole come anima, animare, animale, animosità o spiro, da cui abbiamo tratto parole come spirito, ispirazione, aspirazione, respirazione.»(2) Questi esercizi di respirazione, di circolazione della nostra “energia vitale”, del nostro ki, sono ancora oggi di fondamentale importanza per me.

La ripetizione

Non posso davvero descrivere cosa c’è di diverso nella nostra Scuola rispetto a quanto si fa in altri luoghi, né farne l’apologia, perché sta ad ognuno farsi un’idea su ciò che riceve, su ciò che sente. Ogni insegnante di ogni Scuola o gruppo, per l’insegnamento che ha ricevuto, per il suo percorso, i suoi studi, avrà il proprio metodo, la propria pedagogia, adatta tanto a se stesso quanto ai suoi allievi. Alcuni usano nuove tecniche, attingono ad altre culture, cercano altri metodi di educazione, utilizzano una psicologia dell’apprendimento più moderna. Nulla è da denigrare, tutto è possibile e tutto è giustificato a priori per fare in modo di far vivere al meglio la nostra pratica, di trasmettere l’essenziale: “l’universalità del messaggio di pace di O sensei”. Una delle critiche che si possono fare alla “Scuola Itsuo Tsuda” è che è piuttosto ripetitiva e conservatrice. In effetti, questa prima parte che facciamo ogni mattina, non è cambiata da quando il mio maestro ha iniziato a insegnarla all’inizio degli anni settanta. Quanto a me, non essendone mai stanco, non ho mai, in più di cinquant’anni di pratica quotidiana, sentito il bisogno di cambiare qualcosa, né per me, né per i miei allievi. È anche questa ripetizione che permette un approfondimento della nostra respirazione e di conseguenza una scoperta dei princìpi che governano tutti i movimenti della nostra pratica.

Norito
Norito

I fondamenti di questo lavoro

Questa prima parte segue un ordine logico che le è proprio, e mi sembra inutile dettagliarne tutti i movimenti. Tuttavia, alcuni punti devono essere chiariti e in particolare che cosa la rende qualcosa di diverso da ciò che la maggior parte degli aikidoka generalmente conosce. Dopo il saluto verso il Kamiza, c’è una meditazione in seiza di qualche minuto, e la recitazione del Norito “Misogi no harae” da parte di colui che conduce la seduta. Si inizia quindi con un esercizio volto a liberare la regione del plesso solare da tutte le tensioni accumulate. Questo movimento deriva dal Katsugen undo, fu introdotto da Tsuda sensei e deriva dall’insegnamento del suo maestro di Seitai Haruchika Noguchi sensei. Per il resto, tutti gli esercizi che seguono sono stati insegnati per anni da O sensei. Non rivendico un ritorno alle origini, un’autenticità unica e nascosta fino ad oggi, di fronte alle distorsioni che sarebbero state causate da cattivi insegnamenti, perché è noto che O sensei variava gli esercizi di questa prima parte. Eppure, per quanto ne sappiamo, ce n’erano alcuni che non cambiavano mai. Il Saluto alle otto direzioni, o Funakogi undo(3) e Tama-no-hireburi(4) sono tra questi. Gli ultimi due hanno ritmi specifici, una respirazione precisa e un protocollo particolare rispetto alla direzione verso cui girarsi o quante volte eseguirli. Sarebbe noioso e forse anche azzardato descriverli in un articolo, perché vanno insegnati direttamente da maestro ad allievo sui tatami. Per quel che riguarda gli altri esercizi, ciò che più conta in tutti questi gesti non è il numero di volte che vengono eseguiti, né la velocità, né la forza, ma piuttosto l’intensità della vibrazione percepita da tutto il corpo in quel momento. Vale lo stesso discorso per il Kiai che la persona che conduce la seduta emette alla fine della Prima parte. Anche in questo caso, non è né la potenza del grido, del suono, né la sua intensità, ma sono la natura dell’atto, la profondità della respirazione, l’esattezza del momento e la concentrazione richiesta, legati alla correttezza della sua esecuzione, che trascendono l’azione per farne una risposta adeguata, un processo di normalizzazione del corpo. Ogni esercizio durante questa parte deve essere eseguito in uno stato di coscienza specifico. Bisogna concatenarli con la stessa concentrazione che impiegheremmo se da essa dipendesse la nostra vita, o almeno la nostra salute; e nello stesso tempo il rilassamento è indispensabile per la loro buona esecuzione. Il miglior atteggiamento possibile è quello di essere raccolti e allo stesso tempo senza pensieri, il che richiede alcuni anni di apprendimento, ma soprattutto, perseveranza.

La necessità di un contesto adeguato

Non posso non insistere sull’importanza dell’ambiente quando si intende fare la Pratica respiratoria in uno stile simile a quello che facciamo nella nostra Scuola. L’atmosfera che si respira in un dojo dedicato è di tutt’altra natura se la paragoniamo a quella che si trova in un club o in una palestra. Se inoltre in questo luogo dedicato siamo riusciti a creare un Tokonoma(5) in cui sono posti un Kakejiku(6) e un’Ikebana(7), la qualità della concentrazione, il rispetto del silenzio saranno più facili. Sarà così più agevole impregnarsi, immergersi in un ambiente che favorisce questa ricerca. Grazie a questo ambiente potremo trovare il modo di eseguire i gesti, le sequenze, che, un po’ come una coreografia che non ha mai nulla di superficiale, fanno muovere il corpo in modo da renderlo più permeabile alla percezione dei flussi interiori, rendendolo più morbido, oltre che più reattivo. Si tratta semplicemente di ritrovare il cammino intrapreso dai sensei del passato, di capire perché chi ci ha guidato, tutti quelli che ho conosciuto o talvolta semplicemente incrociato durante stage, o incontri, seguivano molti di questi “riti” senza porre domande in gioventù, ma cercando poi le risposte dentro di sé.

Funakogi undo
Funakogi undo

La scoperta dello Yin e dello Yang

È ne La via degli dei che Tsuda sensei riporta questo avvertimento di Madame Nakanishi(8), grande maestra nell’arte del Kotodama(9) :«”Dopo la scomparsa dell’iniziatore, i kata, le forme, cominciano a decomporsi perché i successori non sono in grado di capire cosa abbia motivato l’iniziatore nel profondo. Si ereditano le forme, le si semplifica, le forme degenerano”, ha detto la signora Nakanishi.L’Aikido, concepito come movimento sacralizzato dal Maestro Ueshiba, sta scomparendo per lasciare il posto all’Aikido atletico, sport di combattimento, più conforme alle esigenze dei civilizzati.»(10)Queste osservazioni di due grandissimi maestri, Nakanishi sensei e Tsuda sensei, avrebbero potuto scoraggiarmi del tutto, eppure è proprio questo tipo di frasi che mi ha stimolato e spinto in avanti. La scoperta dello Yin e dello Yang, è proprio in questa prima parte che possiamo farla perché è una pratica “solitaria”. Niente può turbarci finché rimaniamo concentrati sulla percezione di ciò che sentiamo, è come una corrente interiore che a poco a poco si traduce in termini di Yin e Yang. È un approccio empirico fondamentalmente non mentale e l’intero corpo ne percepisce immediatamente gli effetti. Allora il nostro Aikido si trasforma, si entra in un’altra dimensione, con una prospettiva psicofisica di maggiore ampiezza, vale a dire il fatto di sentire concretamente nelle proprie membra, in tutta la propria postura, la circolazione del Ki come flussi differenti che hanno una natura precisa, positiva o negativa, Yin o Yang. Correnti che si trasformano e si alternano a volte passando dallo Yin allo Yang, circolano da un lato all’altro, girano o si fermano inaspettatamente e alla fine ci guidano in tutti i nostri movimenti nonostante ne abbiamo a malapena coscienza. Ciò non avviene dall’oggi al domani, ma ha dato un senso alla mia pratica dell’Aikido, mi ha permesso di perseverare, e di superare i momenti di scoraggiamento, i passaggi difficili, quelli in cui ci si sente bloccati, senza slancio. È anche grazie a queste ripetizioni quotidiane, a tutti questi gesti, che il nostro corpo si rigenera e percepisce gli altri non solo attraverso il loro aspetto fisico o sociale, ma piuttosto attraverso quello che emanano nel profondo, che non è soltanto psicologico ma di tutt’altro ordine, di altra natura.

Dalla pratica solitaria all’osmosi

Si tratta di una metamorfosi qualitativa importante che non è fatta per far sognare, perché è fuori dall’ordinario, e perché questa trasformazione apre delle possibilità per percepire il nostro universo, la nostra umanità in tutta la sua complessità. All’opposto dei mondi virtuali che ci vengono proposti tramite la tecnologia e i rapporti sociali nel nostro quotidiano, si inizia a percepire l’universo del reale, la sua natura profonda. Allo stesso tempo non così diversa dalla nostra vita di tutti i giorni e tuttavia di tutt’altro genere. Ogni esercizio di questa prima parte è legato al nostro respiro, ogni movimento è in relazione con l’inspirare o l’espirare. Tsuda sensei pronunciava ad alta voce Ka all’inspirazione e Mi all’espirazione, ci spiegava che quando si unisce la respirazione si realizza Ka e Mi che diventano Kami che si può tradurre con Dio. Non si tratta di un dio in senso religioso e neanche in senso mistico ma più concretamente della vita in tutte le sue manifestazioni. La marzialità non scompare, ma viene solo trascesa. Si comprenderà meglio perché Tsuda sensei scriveva «L’Aikido, la via di coordinazione del ki, è un’arte di “fondere il ki” dunque una forma marziale di osmosi.»(11)

L’Aikido, religione o filosofia?

Dal momento in cui si ritualizza tutta o una parte della pratica in un’arte marziale, si viene accusati di religiosità o di misticismo. Il Reishiki, i saluti, la concentrazione, le diverse meditazioni, tutto diventa sospetto, come tutto ciò che ne fa un’arte pacifica, rispettosa dell’essere umano. È difficile spiegare alla luce del materialismo scientifico e delle attuali conoscenze quale sia l’interesse di una pratica ritualizzata poiché sfugge dall’idea di progresso. Eppure il mondo della ricerca malgrado tutto va avanti con gli studi attuali per comprendere in maniera più accurata come funziona il nostro ambiente. Ma gli studi devono avere un che di scientismo per essere accettati. Per esempio si può arrivare a collegare dei sensori, fabbricati a partire da rivelatori di menzogne, a delle piante per comprenderne il linguaggio, quando non si è ancora in grado di spiegare perché certe persone abbiano il “pollice verde”. Si cerca con qualsiasi mezzo di riprodurre la natura per i benefici che apporta all’essere umano, senza comprendere come questa stessa natura faccia questo lavoro. Si analizza, si divide, si taglia, per trovare l’elemento attivo di una sostanza senza rendersi conto che è l’insieme a creare questo composto. Se manca una sola parte, un solo elemento, o se il ritmo non è rispettato, il risultato sarà completamente diverso, e può anche essere contrario a ciò che si era sperato di trovare o a ciò che si era scoperto prima. Se non abbiamo bisogno di religioni che ci incatenino a dei dogmi, non abbiamo neanche bisogno di ideologie che limitino le nostre libertà o peggio ci asserviscano. Anche se alcune di queste nuove credenze o di queste dottrine, a volte con presunto valore scientifico, sono state concepite per il nostro “bene”, per la nostra “felicità” presente o futura, non valgono ai miei occhi più delle chimere del passato. Un’alienazione vale l’altra. La ricerca dell’unità dell’essere resta per molti di noi il valore ultimo; per trovarla, la Pratica respiratoria rimane uno strumento di qualità, a nostra disposizione. Gli dei antichi sono morti come rappresentazioni, come immagini proiettate dall’umanità, ma quest’energia che era loro attribuita e che ci anima c’è sempre, possiamo sentirla, riscoprirla e utilizzarla in noi.

Tama-no-hireburi
Tama-no-hireburi

Mantenere la salute

“La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non consiste soltanto in un’assenza di malattia o infermità”(12). Questa è la definizione dell’OMS, e noi in Occidente l’accettiamo come fosse scontata. Viene spesso compresa alla lettera così come il suo corollario con le sue implicazioni: bisogna combattere la malattia, eliminare i microbi, i virus, bisogna correggere la natura che è così imperfetta, bisogna sostenere, proteggere l’essere umano, ecc. La dottrina diventa così assoluta che finisce per dare risultati contrari a quanto si sperava, e in particolare questo: “le persone s’indeboliscono”. Invece di dare la possibilità al corpo di svilupparsi in modo naturale, lo si obbliga a preservarsi da tutto quello che potrebbe eventualmente essere pericoloso o lo si blinda. Si forza, e lo si forza in nome di imperativi concettuali sulla salute, cosiddetti scientifici o medici. Si rinforza l’educazione teorica sul funzionamento del corpo così come sull’igiene senza comprenderne i fondamenti, si norma l’estetica dei giovani ragazzi e ragazze, a scapito della loro reale salute. Il risultato è lungi dall’essere all’altezza delle speranze che la nostra società vi ha riposto ma il condizionamento c’è, e per molto tempo. La Pratica respiratoria, questa prima parte accessibile a tutti qualunque sia il nostro passato o il nostro stato fisico, è forse la risposta a ciò che si sente quando si scopre il peso dell’oppressione che si esercita sul corpo, il nostro corpo, e la sua influenza sulla nostra mente, la nostra riflessione e di conseguenza sui nostri atti.

Dei gesti semplici

È un processo di decontaminazione che può cominciare. Come per il pianeta quando bisogna disinquinare la natura, è importante interrompere un processo, smettere di utilizzare gli stessi funzionamenti, di “fare un po’ di più della stessa cosa”(13). I gesti semplici associati alla respirazione, la “circolazione del ki” portano, fin dall’inizio di questo lento lavoro di ricostruzione, risultati visibili che stupiscono spesso chi è vicino alle persone che praticano, qualunque sia la loro età o la loro condizione fisica. La vera difficoltà sta nella continuità molto più che negli sforzi che sono in realtà estremamente modesti. È anche possibile limitarsi a questa prima parte se lo si desidera o se delle condizioni imperative ci obbligano a farlo, il benessere che ne risulterà non sarà minore, perché l’unità “corpo-spirito” che verrà ritrovata è il vero regalo che la nostra natura profonda ha sempre cercato.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

Abonnez-vous à notre newsletter

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 7 nel mese di ottobre del 2021.Note :1) Itsuo Tsuda, La scienza del particolare, Yume Editions, 2019, p. 148.2) Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Editions, 2014, p. 18.3) Spesso tradotto come “movimento del remo”.4) Tsuda sensei lo traduceva con “Vibrazione dell’anima”.5) Rientranza della parete utilizzata per esporre un Kakejiku.6) Incorniciatura in forma di rotolo per una calligrafia o un dipinto.7) Composizione floreale giapponese.8) La signora Nakanishi, sacerdotessa Shinto, insegnò il Kotodama al maestro Ueshiba.9) Il Kotodama è la conoscenza del potere spirituale attribuito ai suoni.10) Itsuo Tsuda, La voie des dieux, Le Courrier du Livre, 1982, p. 128.11) Itsuo Tsuda, Il Non Fare, Yume Editions, 2014, pp. 70 e 71.12) Primo principio enunciato del preambolo della Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) adottata dalla Conferenza internazionale della Salute, firmata dai rappresentanti di 61 stati nel luglio 1946 ed entrata in vigore il 7 aprile 1948.13) Paul Watzlawick, teorico della Scuola di Palo Alto.

Una Scuola della sensazione

di Manon SoaviAl giorno d’oggi, alcuni di noi non vogliono più sentire. Non sentire più il caldo, il freddo, il dolore o la stanchezza. A mano a mano che l’individuo si piega agli imperativi sociali, alle norme e ai consigli, trascurando i bisogni specifici del corpo, diventa insensibile. Molto spesso allora non si sente più con precisione se si ha fame o meno, se si ha voglia di finocchio, formaggio o carne. Alcuni non sanno più se i loro piedi sono caldi o freddi. E in fondo sentire fa paura…Sempre di più, a causa delle condizioni in cui viviamo, perdiamo la nostra facoltà di sentire. Sentire l’ambiente, gli altri e soprattutto sentire noi stessi. Eppure come autodeterminarsi, orientarsi nella propria vita se non ci si sente? O in modo non abbastanza fine? Nell’insegnamento di Tsuda Sensei questa domanda era essenziale e egli utilizzava le pratiche dell’Aikido e del Seitai come strumenti per ritrovare la sensibilità, questa capacità tanto denigrata perché confusa con il sentimentalismo. Il primo dojo di mio padre, Régis Soavi, aperto nel 1984, si chiamava École de la Sensation, (Scuola della Sensazione), per dire fino a che punto sia un asse importante nella nostra Scuola.Per Tsuda Sensei inizia un processo di ritrovamento della sensibilità grazie al fatto di prestare regolarmente attenzione a fenomeni che il più delle volte trascuriamo. Lo scrisse con il suo stile inimitabile “Non sta a me dire che un sistema è migliore di un altro. È il campo della politica, o quello del riformatore. Mi accontento di annusare frammenti di informazioni qua e là, e di chiedermi se un tale odore non provenga dal vino di Bordeaux, dalla birra belga o dalla zuppa di cipolle. E aspetto la conferma.Le mie osservazioni non sono scientifiche, sono solo sensazioni. Le mie sensazioni sono più o meno attenuate come quelle di tutti i civilizzati che sono formati secondo l’educazione moderna, vale a dire sotto la pressione dei vari sistemi.Cerco però di ravvivare le mie sensazioni, di purificarle per non confondere il vino con la birra.”(1)Ma a che serve ravvivare le proprie sensazioni? Per molte persone la sensazione è piuttosto imbarazzante. Oppure si dovrebbero sentire solo le cose buone, le cose divertenti e belle. Purtroppo (o per fortuna?) la sensazione è un tutto, inscindibile e necessario per l’essere umano. “La sensazione è un’attività vitale che assicura un aggancio al mondo reale”(2) diceva Tsuda Sensei.Attraverso la sua ricerca filosofica e la sua doppia formazione (giapponese per le pratiche del corpo, occidentale per l’antropologia e la sociologia), Itsuo Tsuda ha cercato di far vedere ciò che perdiamo diventando insensibili. Far vedere che, nonostante gli apparenti vantaggi a breve termine di non sentire più, ne usciamo sminuiti, indeboliti. Il suo percorso lo ha portato a capire che più ci circondiamo di oggetti e tecnologie che ci aiutano, ci sostengono, più ci affidiamo ad esse per fare le cose, e più gradualmente perdiamo la capacità di fare noi stessi. Questo non è grave di per sé e fa parte delle capacità evolutive. Scrive a questo proposito il paleoantropologo Pascal Picq: “Le innovazioni tecniche e culturali sono in realtà le cause delle nostre trasformazioni biologiche. [?] Da Erectus, i fattori comportamentali e culturali sono diventati essi stessi motori di trasformazioni evolutive: biologia e cultura intrecciano interazioni sempre più complesse, anche negli aspetti più fondamentali che costituiscono gli esseri umani [?].(3) I problemi sorgono quando siamo talmente supportati da ogni parte che diventiamo incapaci di fare le cose da soli. Non si tratta di rifiutare qualsiasi evoluzione tecnologica ma di tener conto nell’equazione di ciò che si perde con ogni dipendenza. Tsuda Sensei si rammaricava di essere stato “inondato da queste paccottiglie scientifiche che ci tolgono ogni possibilità di esercitare la nostra facoltà di concentrare l’attenzione e di sentire.”(4)

Sei, vita, calligrafia di Itsuo Tsuda. La sensation de la vie
Sei, vita, calligrafia di Itsuo Tsuda.

Sentire la vita in ogni cosa

Itsuo Tsuda come giapponese e con il suo sguardo da antropologo faceva emergere le differenze di approccio tra Oriente e Occidente. Non per classificarle o contrapporle, ma al contrario, perché potessero arricchirsi a vicenda. Tra le caratteristiche principali della visione tradizionale giapponese, Hiroyuki Noguchi (dalla famiglia di Haruchika Noguchi, creatore del Seitai) parla della nozione di Sentire la vita in ogni cosa come di un asse essenziale della concezione della vita dei giapponesi. Il riconoscimento dell’onnipresenza della vita era la chiave di volta dell’esperienza umana giapponese e portava a tutti la certezza di una corrispondenza tra tutte le cose. Possiamo dire che la società occidentale che si è composta dall’età dell’Illuminismo si è basata su parametri di riferimento esterni all’uomo, movimento dei pianeti per il suo calendario, divisione del tempo basata su un calcolo matematico, misurazione delle temperature su scala centesimale, ecc. Il carattere predominante è dell’ordine dell’astrazione e dell’oggettività.Eppure sappiamo tutti che un’ora in buona compagnia passa più velocemente di un’ora in metropolitana o in ufficio, se lì ci si annoia. O addirittura passa più velocemente di quindici minuti di attesa di un autobus. Il punto è il sistema di riferimento: per essere organizzati nella società abbiamo bisogno di un sistema di riferimento esterno, ma la percezione umana si basa sui nostri stessi sistemi di riferimento che sono le nostre sensazioni, che sono totalmente soggettive e dipendono dal nostro stato, dalla situazione, ecc.Al contrario, la società giapponese, più di un secolo fa, era interamente fondata sull’esperienza diretta e sul rapporto sensibile dell’uomo con il suo ambiente e con se stesso. Il punto di riferimento era la sensazione. Ad esempio, il calendario tradizionale era calcolato secondo il ritmo delle stagioni e dei cicli di vita degli animali. Così, cambiava ogni anno e dava più importanza al modo in cui gli uomini vivevano le stagioni piuttosto che alle date. Nella musica, era il ritmo della marcia a stabilire il tempo e non il metronomo. Allo stesso modo in tutti i campi dell’artigianato, i maestri (tintori, vasai, fabbri, falegnami…) consideravano vivi i materiali che usavano. Ciò che contava di più era la sensibilità esercitata nel rapporto tra l’uomo e il materiale con cui lavorava.Si può anche notare che tutte le culture antiche avevano questo tipo di approccio basato sull’individuo fino a che non venivano organizzate in maniera sistematica da un sapere ufficiale, spesso scollegato dalla realtà mutevole e territoriale. Queste conoscenze del territorio, in contatto con la realtà delle persone, sono chiamate conoscenze vernacolari. L’antropologo James Scott fa un esempio: “[?] il consiglio dato dal nativo americano Squanto ai coloni bianchi del New England su quale fosse il momento migliore per seminare una pianta che non conoscevano ancora: il mais. Stando a quel che si dice, suggerì loro ‘di piantarlo quando le foglie di quercia sono della misura di un orecchio di scoiattolo.'(5) James Scott fa notare che un almanacco contadino avrebbe indicato una data, o un periodo, ma che una data non avrebbe tenuto conto delle differenze tra ogni anno, le differenze tra un campo al nord o un campo che beneficia più a lungo dei raggi del sole. La singola prescrizione si adatta male al contesto, mentre un’indicazione vernacolare si basa sulla persona che può fare questa osservazione rigorosa degli eventi primaverili, che si verificano ogni anno, ma ogni volta in modo diverso, più precocemente o più tardi. La conoscenza vernacolare non è né trasponibile né universale, ma è verissima e reale per chi la vive direttamente.

Il Seitai

La stessa questione si ritrova nel rapporto con il corpo. Stessa inversione anche del sistema di riferimento, perché piuttosto che partire dalle conoscenze mediche generali, che hanno un valore innegabile ma che difficilmente si adattano a una realtà mutevole, unica per ogni individuo, il Seitai non prende come base riferimenti esterni di peso, temperatura o analisi, per quanto sofisticate e precise, ma il campo dell’individuo, nella sua globalità. Sono le sensazioni interne che saranno le guide dell’equilibrio e della salute.La nozione di Seitai creata da Haruchika Noguchi Sensei negli anni ’50 si distingue quindi molto chiaramente dai consueti approcci terapeutici. Il suo modo di considerare l’attività del corpo si basa sulla constatazione che il corpo ha una naturale capacità di riequilibrarsi per assicurare il suo corretto funzionamento. E che se si ascolta il proprio bisogno di equilibrio, se si è abbastanza sensibili ai segnali, il corpo mantiene il suo equilibrio da solo nella maggior parte dei casi.La salute non è quindi considerata come assenza di malattia, essendo la malattia solo il sintomo di un corpo che lavora per ristabilire il suo equilibrio. È durante i suoi anni di intensa attività come professionista che Haruchika Noguchi si rende conto che a forza di cercare di facilitarsi la vita o di proteggersi per rimanere in salute, il corpo si indebolisce, con conseguente bisogno di nuovo supporto. E allo stesso tempo, se il corpo si indurisce al punto da diventare insensibile, è anche debole perché manca la flessibilità che consente la reattività: “Le persone impazienti immaginano di essere in buona salute perché non sono mai ammalate. Ma se il corpo è sensibile a un cattivo stimolo, gli resiste, lo supera e si normalizza: la valvola di sicurezza del corpo sta funzionando e attraversate la malattia. […] Se un lebbroso è ferito, non sente dolore. Se il corpo non sente che qualcosa non va, le sue capacità di rigenerarsi non vengono stimolate. Il corpo reagisce solo se è in grado di sentire che c’è qualcosa di anormale. [?] È necessario rendere il sistema extrapiramidale sensibile, in modo che le capacità di recupero dell’organismo sorgano naturalmente per correggere anche piccole anomalie. È in quest’ottica che inizio le persone al Katsugen undo.”(6) Il Katsugen undo – una pratica del Seitai – tradotto come Movimento rigeneratore da Tsuda Sensei, ha quindi in particolare questa funzione di sensibilizzare il corpo. Diventeremo più sensibili, le nostre sensazioni si affinano. Ciò non significa che non avremo mai bisogno di assistenza, tutto dipenderà dalle capacità del nostro corpo, ancora una volta nessuna verità assoluta, solo la sensazione che ci guida per sapere se abbiamo bisogno di aiuto o se il nostro corpo reagisce a una perturbazione in modo normale.Col tempo, la sensazione dei nostri stati fisici e mentali diventa più raffinata e più precisa. Allo stesso modo la nostra percezione degli stati degli altri diventa molto più chiara. Praticando lo Yuki a due nel Katsugen undo si è portati a non intervenire sugli altri, ma semplicemente a fondersi attraverso un leggero tocco sulla schiena e l’attenzione alla respirazione. A poco a poco la nostra sensazione degli altri diventa molto più penetrante, non ci accontentiamo delle parole che ci dicono, delle maschere sociali che mostrano. Non si tratta di cadere nell’interpretazione o nell’analisi. Si rimane semplici di fronte a queste sensazioni naturali sebbene spesso dimenticate.

Esercizio di sensibilità con il contatto della mano.
Esercizio di sensibilità con il contatto della mano.

L’Aikido

L’altro strumento di sensibilizzazione del corpo utilizzato nella nostra Scuola è l’Aikido. Le persone che praticano lo fanno per una serie di motivi ovviamente, ma una delle conseguenze della pratica dell’Aikido può essere una maggiore sensibilità se ci si orienta verso una certa direzione. La Scuola del maestro Sunadomari, ad esempio, accorda una grande importanza a tre principi: Ki no nagare (circolazione/flusso del ki), Kokyu Ryoku (respirazione/ritmo) e Sesshoken Ten (contatto con il partner attraverso il ki). Possiamo dire che questi principi sono anche i fondamenti della Scuola Itsuo Tsuda e che richiedono un affinamento delle nostre sensazioni per essere scoperti e messi in pratica. Non sorprende che un’attenzione costante a determinate sensazioni li sviluppi. I ricercatori che studiano la propriocezione sono colpiti dalle capacità di ciò che per loro è un senso a tutti gli effetti, e un senso che può essere addestrato. Ora stanno facendo studi per vedere come, ad esempio, in certi mestieri, sviluppiamo un acuto senso della propriocezione che abbraccia il nostro ambiente e gli altri. Lo vediamo in modo spettacolare con i piloti della Pattuglia Acrobatica Nazionale che praticano un rituale di preparazione prima di ogni volo. Questo rituale si chiama “musica”. Seduto su una sedia, ogni membro del team imita i gesti di pilotaggio della sequenza secondo gli ordini del leader. È così che le menti dei piloti provano la coreografia di una presentazione aerea mozzafiato. Una performance durante la quale, lo dicono loro stessi, non avranno tempo per pensare, saranno guidati dalle loro sensazioni interne, che allenano quotidianamente.È nella stessa disposizione di spirito che pratichiamo tutte le mattine, abbastanza lentamente. Ci sono momenti più dinamici in una seduta ovviamente, ma molto lavoro lento che richiede una certa concentrazione e attenzione alle nostre sensazioni. È necessaria anche un’attenzione a ciò che l’altro ci comunica in risposta: essa ci confermerà o meno che siamo nella giusta linea, nella giusta angolazione. Non sarà questione di misurazioni oggettive, millimetriche o altro, sarà la sensazione dell’altro, Uke o Tori, che determinerà se abbiamo fatto un Kuzushi corretto, o un Tenkan sufficiente, in quell’istante. Nell’ultima parte della seduta facciamo sempre ciò che chiamiamo movimento libero, un lavoro libero in cui il/i partner attaccano un Tori come meglio credono. Ogni Tori deve gestire gli attacchi del suo Uke, reagendo spontaneamente, perché è impossibile prevedere il movimento, non ci sono istruzioni. Siccome eseguiamo questo esercizio in ogni seduta quotidiana, tutti vi partecipano senza distinzione di livello. Spesso i principianti si tendono, la paura sale, allora bisogna che uke rallenti, che faccia degli attacchi più prevedibili in modo che Tori abbia il tempo di sentire. Perché l’obiettivo non è applicare a tutti i costi la propria tecnica o bloccare Tori. L’obiettivo è ancora esercitare la nostra sensazione, quella che ci fa reagire all’attacco in corso e deviarlo, muovendosi allo stesso tempo senza calcoli. A poco a poco, a forza di praticare lentamente, si può accelerare sempre di più, e la reazione avviene più spontaneamente. Allora la velocità dell’attacco, la sua messa in atto, o renderlo meno prevedibile, non sarà più un problema, perché saremo nel tempo. Ricordo benissimo che i miei maestri di pianoforte facevano tutti la differenza tra quando, per avere il tempo giusto, suonavo veloce e, scontenti, mi dicevano “è veloce, precipitoso, frettoloso”, e quando, a furia di esercitarmi, riuscivo a suonare veloce, ma sembrava che lo padroneggiassi. Allora non era più veloce. Era il tempo giusto eppure era la stessa velocità oggettiva con il metronomo, o addirittura più veloce, lo constatavo con rabbia! La sensazione di velocità dipende dalla padronanza del musicista e dalla percezione dell’ascoltatore. In breve, la sensazione dell’istante unico.Il grande direttore d’orchestra Sergiu Celibidache rifiutava le registrazioni dei concerti perché per lui catturavano un momento pienamente adeguato alla realtà, per farne un momento congelato, riproducibile, che diventava falso una volta tolto dal contesto. Per lui il tempo non era dell’ordine del tempo fisico, non era un dato metronomico ma una condizione che fa sì che le manifestazioni musicali si esprimano.

Il tatto

In molte arti marziali l’ottenimento di capacità particolari di percepire gli attacchi prima che accadano è stato oggetto di ricerca e di fascino. Yomi, Hy?shi, Metsuke, Yi, ecc., tutti questi “concetti” parlano di questo, di sensibilità smisurate, necessarie per il vero combattimento ovviamente. Ma c’è un senso ancora più banale che la nostra società sta sempre più dimenticando, arrivando oggi al culmine: il semplice tatto. Eppure, questo senso primario, banale, è vitale per noi.Può essere triste dover aspettare che i ricercatori confermino ciò che sappiamo intuitivamente, ma il tatto è letteralmente un senso vitale. È il primo senso a svilupparsi nel neonato ed è l’ultimo alla fine della vita, mentre gli altri sensi declinano, le fibre nervose cutanee che reagiscono al tatto rimangono vitali la maggior parte del tempo fino alla fine. È la prima e l’ultima modalità di comunicazione tra gli esseri umani. Ancora più importante, il contatto fisico rappresenta un bisogno vitale: essere toccati è indispensabile per un buono sviluppo fisico, immunitario e cerebrale. In assenza di un contatto fisico regolare nell’infanzia, i disturbi sono molteplici e catastrofici. Anche per un adulto, essere privato del contatto fisico per troppo tempo porta a problemi fisici e psicologici. Per Francis Mcglone, uno dei più importanti neuroscienziati che studia il tatto, “Per noi il tatto è indispensabile tanto quanto l’aria che respiriamo e il cibo che mangiamo. […] Il rischio di morte prematura dovuto al consumo di tabacco, al diabete o all’inquinamento è di circa il 40%. Quello dovuto alla solitudine è del 45%. Ma nessuno si è ancora davvero reso conto che ciò che manca alle persone sole è proprio il contatto fisico”.(7)Inoltre, secondo questa ricerca, il corpo si disabitua e quindi tollera sempre meno di essere toccato, sebbene i danni causati da questa assenza si facciano sentire. C’è un processo di desensibilizzazione. Questo è in linea con il punto di vista di Tsuda Sensei per il quale “L’organismo si difende indurendosi. Si diventa insensibili alle sensazioni esterne e interne. Non ci viene neanche il raffreddore. Si è robusti. […] L’indurimento ci procura una parvenza di salute che fa invidia alla gente che soffre continuamente di piccoli malanni. […] Si perde a poco a poco la finezza nell’espressione e si diventa rigidi. La robustezza ha il proprio rovescio della medaglia: la fragilità. […] Mubyo-byo, malattia senza malattia, è così che il Maestro Noguchi definisce questo stato di desensibilizzazione che isola l’uomo dal proprio ambiente.”(8)Fortunatamente questo processo non è irreversibile e si può iniziare il cammino inverso, per risensibilizzare il corpo. Le arti marziali con il contatto sono fra le ultime roccaforti, insieme alla danza probabilmente, dove toccarsi è ancora possibile, dove sono le informazioni trasmesse dal tocco che saranno decisive per la nostra reazione. Per conservare o ritrovare la sensibilità che si ricollega con le nostre capacità umane.Note:1) Itsuo Tsuda, La Voie des Dieux, Le Courrier du Livre, 1982, p. 12.2) Itsuo Tsuda, Uno, Yume Editions, 2020, pp. 37 e 38.3) Pascal Picq, Et l’évolution créa la femme, Odile Jacob, 2020, p. 243.4) Itsuo Tsuda, Uno, Yume Editions, 2020, p. 105.5) James C.Scott, Elogio dell’anarchismo, Elèuthera, 2014, p. 60.6) Haruchika Noguchi, Order, Spontaneity and the Body, Zensei, 1984, traduzione della Scuola Itsuo Tsuda.7) Francis Mcglone, dans Le pouvoir des caresses, documentaire de D.Kaden, Allemagne, 2020, production Arte.8) Itsuo Tsuda, La Scienza del Particolare, Yume Editions, 2019, p. 25.

Armonia o Coercizione e Scappatoia

Di Régis Soavi. Coercizione: l’atto di costringere qualcuno, per forzarlo ad agire.Scappatoia: modo abile e indiretto per uscire dall’imbarazzo.Queste sono le definizioni del dizionario. Nei sinonimi di scappatoia troviamo: schivata, scampo, evasione e anche via d’uscita. Non sarebbe piuttosto questo il significato da dare agli Ukemi che, di fatto, nell’Aikido, non sono che risposte intelligenti alle proiezioni?

Una via d’uscita

Come abbiamo visto nello Speciale Aikido N°22 di Dragon Magazine riguardante gli Ukemi, la caduta nella nostra arte non è mai considerata come una sconfitta ma piuttosto come un andare oltre. È anche, a volte, semplicemente un mezzo per uscire da una situazione che nella realtà potrebbe essere pericolosa, anche fatale se accompagnata da certi Atemi, o se cadendo viene toccato un punto vitale. Allo stesso modo, la proiezione, se sembra effettivamente una costrizione durante una seduta, lascia sempre una via d’uscita per Uke, un modo per lui di ritrovare la propria integrità, l’Ukemi è lì per questo. Durante gli anni di apprendimento, una delle condizioni essenziali per ognuno è perfezionare le proprie cadute, poiché serviranno a migliorare le risposte alle tecniche di proiezione di Tori. Non dobbiamo confondere l’allenamento e il combattimento; senza cadute controllate è pericoloso proiettare qualcuno senza rischiare un incidente e le sue possibili conseguenze, ciò non è affatto l’obiettivo della pratica sui tatami. Sia che le proiezioni siano corte come nei Koshi-nage, o più lunghe come nei Kokyu-nage, lasciano sempre la possibilità a Uke di uscire indenne dalla tecnica. Solo le proiezioni con un controllo severo, ad esempio fino a terra, non lasciano dubbi quanto al fatto di non poterne sfuggire, ma se si lavora solo in questa direzione tanto vale praticare il Jiu-jitsu per il quale è la regola, e che è perfettamente adatto al combattimento tra guerrieri. A mio parere, la vocazione dell’Aikido non è la ricerca dell’efficacia ma piuttosto l’approfondimento delle capacità, sia fisiche che psico-sensoriali, umane, al fine di ritrovare la pienezza del corpo e le sue complete capacità.

Proiettare è allontanare

Quando una persona ha questa brutta abitudine di “appiccicarsi” agli altri, di essere così vicina durante una discussione, che ci si sente oppressi, si ha un solo desiderio, e cioè allontanarla con tutti i mezzi; solo il nostro lato sociale, se non la buona educazione, a volte ci impediscono di farlo. Se non l’allontaniamo, cerchiamo di allontanarci noi, prendiamo una certa distanza. Allo stesso modo, proiettare è allontanare l’altro, è permettersi di riconquistare lo spazio che è stato invaso, o persino rubato, o distrutto, durante un’incursione nella nostra sfera vitale, a maggior ragione durante un confronto. Ritrovare il Ma-ai, questa percezione dello spazio-tempo la cui comprensione e soprattutto la sensazione fisica è alla base del nostro insegnamento, è essenziale per l’esercizio della nostra libertà di movimento, per la nostra libertà di essere. È recuperare un soffio, una respirazione forse più calma, possibilmente ritrovare una mente riorganizzata, una lucidità che è stata disturbata da un’aggressione che ha innescato una tecnica di risposta che è diventata istintiva e intuitiva grazie all’allenamento. È anche la possibilità ovviamente di rendere consapevole l’aggressore dell’inutilità, della pericolosità di proseguire nella stessa direzione.nage waza

Curare la malattia

L’Aikido ci porta ad avere un rapporto diverso con il combattimento, relativo più alla lucidità sulla situazione, che alla risposta violenta e immediata per azione riflessa ad un’aggressione. Questa attitudine che può essere chiamata saggezza, acquisita in anni di lavoro sul corpo, ne è il risultato.Chi aggredisce è in un certo senso visto come un individuo che ha perso il controllo di se stesso, spesso semplicemente per ragioni sociali o educative. Un disgraziato, uno squilibrato, un malato dal punto di vista psichico, che purtroppo può rivelarsi dannoso per la società, per chi gli sta intorno, e che, come minimo, disturba l’armonia relazionale tra le persone, e, al peggio, provoca danni incommensurabili agli altri. Non si tratta di punire il “malato”, né di scusare la malattia che si giustificherebbe in nome del principio della contaminazione da parte della società, ma di trovare il modo per uscire dalla situazione senza essere noi stessi contaminati. L’Aikido è una formazione per tutti e il suo ruolo è più ampio di quanto molte persone generalmente pensino. Spesso porta sollievo, anche pacificazione, alle proprie difficoltà o abitudini di natura psicologica, permette attraverso una formazione allo stesso tempo rigorosa e piacevole, di ritrovare la forza interiore e la via giusta per poter affrontare questo tipo di problema.Durante l’allenamento, se la proiezione arriva alla fine della tecnica, non è mai fine a se stessa. A volte potrebbe essere vista come una firma, e come una liberazione di Tori ed anche di Uke.Una buona proiezione richiede un’ottima tecnicità ma soprattutto una buona coordinazione della respirazione tra i partner. È importante non forzare mai un praticante a cadere ad ogni costo. Dobbiamo essere in grado di sentire, anche all’ultimo momento, se il nostro partner è in grado di eseguire una caduta corretta o meno, altrimenti si provocherà un incidente e ne saremo responsabili. Tutto dipende dal livello del partner, dal suo stato “qui e ora”; se la minima tensione o la minima paura si manifesta all’ultimo momento, è imperativo sentirla, percepirla e permettere che il nostro Uke si rilassi per poter fare la caduta senza pericolo. A volte sarà meglio abbandonare l’idea della proiezione e proporre di scendere fino a terra accompagnando, cosa efficace e tuttavia delicata, anche se l’ego di alcuni rimarrà sempre insoddisfatto di non aver potuto mostrarsi così brillante come avrebbe desiderato. Ma è agendo così che avremo permesso ai principianti di continuare senza paura. È grazie alla fiducia che avranno acquisito con i loro partner che saranno portati a perseverare. Avranno constatato di essere stati presi in considerazione per come sono, che le loro difficoltà e il loro livello sono rispettati, che la paura che hanno avuto non è un handicap per la pratica, anzi, permette loro di andare al di là di quelle che credevano essere le loro incapacità, i loro limiti. Constatano con piacere di non essere cavie al servizio dei più avanzati, ma che con qualche sforzo potranno raggiungerli o addirittura sorpassarli se ne hanno il desiderio.I più avanzati devono essere lì per permettere ai più nuovi di constatare che la caduta è un piacere quando la proiezione è fatta da qualcuno tecnicamente capace di condurla in modo da coniugare morbidezza e armonia, e quindi in modo sicuro. Tsuda Sensei racconta come si comportava O Sensei Morihei Ueshiba durante le sedute da lui condotte:”Se, all’età di più di ottant’anni, piccolo di statura, proiettava una banda di assalitori giovani e vigorosi, così facilmente, come se fossero pacchetti di sigarette, questa forza straordinaria non era affatto la forza, ma la respirazione. Domandava, carezzandosi la barba bianca e chinandosi con sollecitudine verso di loro, se non avesse fatto loro male. Gli assalitori non si rendevano conto di quello che era loro accaduto. Di colpo, erano stati trasportati da un cuscino d’aria, avevano visto la terra in alto e il cielo in basso, prima di atterrare. Si aveva una fiducia assoluta in lui, sapendo che non avrebbe mai fatto del male a nessuno.”(1) Questo comportamento di O Sensei nei confronti dei suoi allievi deve servire da esempio a ciascuno secondo il proprio livello perché ci conduce non alla abnegazione o al farsi da parte, ma alla saggezza come esprimeva Lao Tseu: “Il saggio è giusto senza essere rigido, incisivo senza lacerare, diretto senza essere arrogante, brillante senza abbagliare”.(2)nage waza régis soavi

Proiezione o brutalità

L’Aikido di oggi sembra oscillare tra due tendenze principali, una vorrebbe andare verso la competizione e una visione sportiva, l’altra cerca un modo per rafforzarsi, per attingere da antiche tecniche di combattimento come il Jiu-jitsu un’efficacia che non gli è più riconosciuta.E se l’Aikido fosse sufficiente a se stesso! Nulla impedisce di praticare altre arti, di fare Teatro o Danza, Iaido o Boxe, ma questo non sarà in alcun modo complementare. È piuttosto un arricchimento per l’individuo stesso, per il proprio sviluppo. Forse si capirà più in là, di nuovo, cosa fa la ricchezza della nostra Arte.Perché rendere i dojo di Aikido luoghi di allenamento al combattimento di strada dove l’efficacia diventa il punto di riferimento ultimo? Il dojo è un altro mondo in cui bisogna penetrare come se fosse tutta un’altra dimensione, poiché è proprio di questo che si tratta, anche se pochi allievi ne sono consapevoli. Se le proiezioni sono diventate solo delle costrizioni, dov’è il rapporto di armonizzazione messo in evidenza dal fondatore e dai suoi allievi più vicini, e che rivendichiamo ancora oggi? Troppo spesso ho visto praticanti affermare il proprio ego schiacciando Uke alla fine di una tecnica, benché il partner non avesse opposto quasi alcuna resistenza fino a quel momento. O altri, opporre una resistenza ulteriore allorché la tecnica è già finita da un punto di vista tattico, sia nel posizionamento che nella postura dell’uno come dell’altro, obbligando Tori ad applicare in modo severo e inutile una proiezione che, per questo, diventa molto rischiosa per Uke se non ha un livello sufficiente.Che dire delle dimostrazioni preparate sotto gli auspici di maestri autoproclamati, di cui Internet ci satura, con una quantità di contorsioni e salti mortali, il tutto decorato dai commenti di chi le visualizza?Non è una totale assurdità vivere nella costrizione quotidiana esercitata dai comportamenti generati dal tipo di società in cui viviamo, e praticare le arti marziali per imparare a “subirle senza batter ciglio”, o imparare a costringere gli altri per recuperare le poche briciole di potere che ci hanno lasciato, quando invece il progetto sostenuto dalla pratica dell’Aikido è di tutt’altra natura?nage waza régis soavi

Un tappo di champagne

Come spesso fa nei suoi libri Tsuda Sensei ci racconta la sua esperienza e la sua pratica con O Sensei Ueshiba Morihei, ecco ancora un passaggio: “C’è un esercizio che consiste nel lasciarsi prendere un polso dal proprio avversario che lo afferra e lo blocca con due mani. A questo punto lo si ribalta all’indietro con la respirazione che viene dal ventre. Quando il polso viene bloccato da qualcuno molto forte, è impossibile muoversi. Questo esercizio ha per scopo quello di aumentare la potenza della respirazione.Un giorno il Maestro Ueshiba sorridendo mi ha presentato due dita della mano sinistra per fare questo esercizio. Non avevo mai visto nessuno farlo con due dita. Le ho afferrate con tutte le mie forze. E allora, pof, sono stato proiettato in aria come un tappo di champagne. Non si trattava di forza, perché non ho sentito alcuna resistenza fisica. Sono stato semplicemente portato via da una ventata d’aria. Era veramente gradevole e non aveva niente di paragonabile a quello che facevano gli altri praticanti.” “Un’altra volta era in piedi e mi fece segno di venire. Mi posi davanti a lui ma egli continuava a parlare a tutti. La cosa durò piuttosto a lungo, mi chiedevo se avessi dovuto rimanere lì o ritirarmi quando, di colpo, sono stato portato via da un cuscino d’aria e mi sono ritrovato a terra dopo una bella caduta. Tutto ciò che avevo potuto constatare era stato il suo kiai potente e la sua mano destra che, dopo aver descritto un cerchio, si era diretta verso il mio viso. Non ero stato toccato. A questo si potrebbero dare spiegazioni psicologiche o parapsicologiche di ogni tipo, ma sarebbero tutte false. Prima che avessi avuto il tempo di reagire con un qualsiasi riflesso, ero già stato proiettato. Questo famoso cuscino d’aria, è l’unica spiegazione. “(3)”Parlare di decontrazione quando si parla di Aikido sembra sconcertare molte persone. Sono sufficientemente contratte in partenza e hanno bisogno di contrarsi ancor di più per sentirsi bene. Quello che cercano sono il dispendio di energie fisiche e nient’altro. Il mio Aikido è definito come un Aikido dolce. Ci sono persone a cui piace. Altri preferiscono l’Aikido duro. Ho sentito fare degli apprezzamenti. Qualcuno ha detto: «Il vero Aikido, è l’Aikido duro». Questi ha avuto un polso rotto ed è stato bloccato per un mese. Ognuno ha i suoi gusti. Io mi fermo quando sento che l’avversario è troppo rigido per poter cadere adeguatamente. So riparare i polsi rotti, e anche le costole rotte. Se so riparare è perché ho rispetto per l’organismo vivente. Evito di rompere. Se si preferisce rompere, gli insegnanti si trovano facilmente.”(4)La potenza della respirazione è paragonabile alla forza della coercizione? Quale dovrebbe essere l’orientazione da prendere? A ognuno spetta di decidere la direzione che vuole seguire, nessuno ci deve forzare, qualsiasi siano le buone ragioni invocate.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

Abonnez-vous à notre newsletter

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 6 nel mese di luglio del 2021.Note:1) Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Editions, 2014, pag. 23.2) Lao Tseu, Le classique du tao et de ses vertus, Moundarren, 1993, p. 77.3) Itsuo Tsuda, La via della spoliazione, Yume Editions, 2016, pag. 151-152.4) Ibidem, pag. 160-161.

Una immobilizzazion liberatrice

di Régis SoaviUn’immobilizzazione che ha la prospettiva di sbloccare, ammorbidire, riattivare un’articolazione, non è forse un paradosso o addirittura un controsenso? Tuttavia, è questa l’ottica che abbiamo nella Scuola Itsuo Tsuda, perché non si tratta di costringere il nostro partner con la coercizione o tramite una tecnica diventata temibile a forza di allenamenti in vista di un’efficacia futura, ma piuttosto di approfittare di questo momento per affinare la nostra sensibilità.

Ritrovare la flessibilità

La Scuola Itsuo Tsuda ha seguito un percorso particolare per quanto riguarda le immobilizzazioni. Invece di considerarle come un blocco assoluto a cui dobbiamo rispondere con sottomissione, e il più rapidamente possibile, pena il dolore che a volte può essere intenso, io le vedo come un’opportunità per ammorbidire le articolazioni, restituire loro la mobilità perduta. C’è un modo di lavorare sulle immobilizzazioni con la respirazione che è molto più un accompagnamento che un blocco. Quando i praticanti ci sono abituati non hanno più paura di essere maltrattati, al contrario, Uke partecipa con Tori all’immobilizzazione evitando di irrigidirsi, respirando più profondamente, per migliorare le sue capacità.È l’arte di visualizzare la respirazione (il ki) attraverso il braccio del partner che rende possibile entrare in contatto con la respirazione dell’altro. Se il punto di partenza è la coordinazione del respiro (inspiriamo ed espiriamo allo stesso ritmo del nostro partner), è un primo passo da non trascurare perché da esso dipende tutto il resto. All’inizio, e purtroppo per molti anni ancora, tutto quello che si riesce a fare è torcere il braccio per controllare l’altro, con il rischio di danneggiare l’articolazione. Ma a poco a poco, se facciamo attenzione, se non forziamo, possiamo iniziare a sentire la circolazione di un’energia molto concreta e allo stesso tempo molto speciale attraverso l’arto che controlliamo così come in tutto il nostro corpo. Alcune persone ne sono talmente sorprese che si rifiutano di dare a questo l’importanza necessaria e rischiano di perdersi un evento fondamentale, la possibilità di approfondire quella che io chiamo la loro respirazione e quindi di scoprire uno degli aspetti primordiali della nostra arte: l’armonia. È proprio in questi momenti che posso intervenire per far sentire alle persone che la loro sensazione è molto reale, che non è un’immaginazione, toccandole personalmente nella loro sensibilità grazie a una dimostrazione diretta, senza discorsi teorici. A volte faccio vedere anche con infinite precauzioni e con la massima dolcezza come sia possibile, con un partner già ben avanzato, andare molto più in là, non solo nella visualizzazione ma anche nella sensazione concreta che possiamo comunicargli facendo sentire il percorso che prende questa energia rivelatrice di sensazioni. Quando si è attenti e privi di idee preconcette, abbastanza vuoti in un certo senso, e allo stesso tempo ben concentrati, si può avere la sensazione di percorrere, come su una strada, gran parte del corpo. Si comincia dall’estremità della mano, si prosegue fino alla spalla, si raggiunge, sempre con la sensazione, la colonna vertebrale e si scivola molto lentamente verso la terza lombare, che è la fonte del movimento, dell’attività, ed è in relazione con l’hara, la risaia di cinabro come la chiamano i cinesi, oppure il terzo punto del ventre nel Seitai. Questo è possibile grazie ad una percezione che può sembrarci del tutto nuova, mentre è semplicemente una capacità del corpo che usiamo poco o niente, talmente viene dimenticata, a causa dell’irrigidimento fisico e mentale, scarso o addirittura drammatico risultato ottenuto a seguito dei tanti anni in cui abbiamo esercitato il controllo del conscio, del volontario e anche della ragione, sul nostro involontario sulla nostra comprensione intuitiva, sulle radici stesse della nostra vita.

si raggiunge la colonna vertebrale e si scivola molto lentamente verso la terza lombare, che è la fonte del movimento in relazione con l’hara.

Far circolare il ki

Ritrovare nel profondo di noi stessi come far circolare il ki, come pacificarlo, è una ricerca da sempre stimolata dai più grandi maestri. Non è affatto un approccio che mira ad appassionare le persone alla ricerca del meraviglioso, ma piuttosto un approccio orientato verso una realtà verificabile a cui abbiamo la possibilità di aderire purché ci interessi senza a priori. Sono la visualizzazione, l’attenzione, la fluidità nell’esecuzione delle tecniche, nonché la sensibilità, che permettono di lavorare in questa direzione. Un gran numero di arti in Oriente, a volte usando un nome diverso per citare questa ricerca, sono in grado di dimostrarne il valore: il Tai Chi, il Qi Gong tra le altre per la Cina, così come il Kyudo, lo Shiatsu o il Seitai in Giappone. Del resto se ci si informa, si troverà una serie di civiltà in tutto il mondo che, con nomi diversi, hanno saputo preservare ed evidenziare questa dimensione di grande valore che è il ki.Tutto dipende dalla direzione che prendiamo dall’inizio nella pratica dell’Aikido. Tsuda sensei ce lo ricordava con una certa ironia quando citava il suo maestro: “Il Maestro Ueshiba non smetteva di ripetere che l’Aikido non è uno sport, né un’arte di combattimento. Ma oggi, è considerato ovunque come uno sport di combattimento. Da dove viene questa differenza di concezione così flagrante?”(1). Pur lasciandoci riflettere su questa antinomia, questo paradosso, si guardava bene dal negare l’efficacia dell’Aikido quando veniva praticato dallo stesso O sensei. “Il M° Ueshiba immobilizzava a terra i giovani praticanti di Aikido, solo posando loro un dito sulla schiena. A prima vista la cosa sembrava inverosimile. Qualche anno di pratica mi ha permesso di capire che ciò è possibilissimo. Non si tratta di premere con la forza di un dito, ma di farci passare il kokyu, di dirigere la respirazione attraverso il dito.”(2)

L’essenza

Se si vuole che l’immobilizzazione sia nello spirito di cui parlava O sensei, quella che consiste nel ripulire le articolazioni dalle scorie che le intralciano, dalle tensioni che ne diminuiscono le capacità, allora la postura è di primaria importanza. O sensei considerava che la pratica dell’Aikido fosse un Misogi, vale a dire che si trattava di sbarazzarsi delle impurità accumulate: “La Terra è già stata portata alla perfezione… Solo l’umanità non si è ancora del tutto realizzata. E questo a causa dei peccati e delle impurità che sono entrati in noi. La forma delle tecniche di Aikido è una preparazione per sbloccare e ammorbidire tutte le articolazioni del nostro corpo”.(3) Per controllare i movimenti e reprimere un avversario in modo tale che gli sia impossibile reagire, è sufficiente essere solido, stabile, avere una buona conoscenza tecnica e, naturalmente, essere determinato. Per chi invece vuole agire in modo da rendere più libera un’articolazione, ad esempio, sono la sensibilità, la morbidezza e una buona conoscenza delle linee che uniscono il corpo ad essere necessarie. Niente può essere fatto senza l’accordo e la comprensione di Uke, con il quale ovviamente non si tratta di darsi delle arie da guaritore, da guru che sa tutto, o di imporre sottilmente “per il suo bene” questo o quel modo di fare. C’è un’altra conoscenza oltre a quella che ci viene fornita dall’anatomia, questa può certamente servire come base per una minima comprensione, ma come amatori, nel senso migliore del termine, cioè appassionati della nostra arte, è di primaria importanza non limitarsi all’aspetto strettamente fisico della tecnica.

La postura

La postura di chi esegue un’immobilizzazione tipo Nikyo o Sankyo, anche se essenzialmente molto concentrata, è ancora più impegnativa se vogliamo andare più in là. L’approccio, l’attitudine, la ricerca cambiano la nostra corporeità e le permettono di acquisire una dimensione diversa, allo stesso tempo più morbida, più fine, più sensibile. È indispensabile fondersi con il partner, adattarsi inizialmente alla postura dell’altro per permettergli di trovare il suo posto, di posizionare il suo corpo in modo che possa ricevere nel miglior modo possibile il gesto, l’atto che consentirà la distensione, o addirittura l’attesa liberazione. Ma l’immobilizzazione non comincia a terra, già nella presa del polso deve esserci l’impossibilità di movimento aggressivo da parte di Uke. In questo caso, come per la maggior parte delle tecniche, la postura e il “Ma” (la distanza) sono nonostante tutto determinanti allo stesso modo della ferma delicatezza della presa.

La postura e il “Ma” (la distanza) sono determinanti.

Sentire l’altro

Se parlo di delicatezza è perché molti principianti cercano con la forza quello che è il risultato di una lunga pratica, di una lunga ricerca. Molto spesso rafforzano la loro tecnica, alla ricerca della potenza, perfezionando la precisione, a discapito della sensazione che si può avere dell’insieme del corpo se, da una parte, si è compresa fisicamente, a livello dell’Hara, la circolazione dello Yin e dello Yang, e se, dall’altra, invece di approfittare dell’occasione per soddisfare il proprio ego, ci si è posizionati in un atteggiamento, direi, di benevolenza verso il proprio partner. Dire che l’Aikido sviluppa una migliore comprensione dell’essere umano è una banalità, dire che si percepisce meglio l’anima umana ci fa entrare nella sfera dei mistici, avere la pretesa di sentire ciò che sta accadendo “nel corpo, nello spirito dell’altro” sembra semplicemente delirante e al di là di ogni ragione. Eppure non è così diverso da quello che fanno i genitori premurosi quando si prendono cura del loro neonato. Itsuo Tsuda ne dà un’idea nel capitolo 3 “Il bambino educatore dei genitori”, del suo ultimo libro Face à la science, di cui ecco un passaggio:”Saper trattare bene il bambino è per me l’apice delle arti marziali.Sentendo la mia riflessione, un francese ha sussultato: ‘Come è possibile accettare un’idea così assurda, bizzarra e incomprensibile come associare il bambino alle arti marziali? [?]’. Ovviamente, per una mente occidentale, sono due cose completamente diverse, non correlate. Le arti marziali, in fondo, non sono altro che arti di combattimento. Si tratta di schiacciare gli avversari, difendersi dalle aggressioni. Se il tuo avversario è lì, sferri un calcio di karate. Se è più vicino, applicherai una certa tecnica di Aikido. Se ti afferra per i vestiti, lo proietterai con una tecnica di judo. Altrimenti, estrai il coltello e piantaglielo nel ventre. Se puoi tirar fuori la tua 6’35, ancora meglio. [?] Si tratta insomma di accumulare i vari e complicati mezzi e tecniche di aggressione e di riempire l’arsenale. [?] Tuttavia, oltre ad ai uchi, c’è ai nuke, uno stato d’animo che consente agli avversari di passare attraverso il pericolo di morte senza distruggersi a vicenda. Ci sono pochissimi maestri che hanno raggiunto questo stato d’animo nella storia. L’Aikido del Maestro Ueshiba, da quello che ho sentito, era completamente impregnato di questo spirito di ai nuke, che lui chiamava “non resistenza”. Dopo la sua morte, questo significato è scomparso, è rimasta solo la tecnica. Aikido originariamente significava la via di coordinazione del ki. Inteso in questo senso, non è un’arte di combattimento. Quando viene stabilita la coordinazione, l’avversario cessa di essere avversario. Diventa come un pianeta che ruota attorno al Sole nella sua orbita naturale. Non c’è lotta tra il Sole e il pianeta. Entrambi escono indenni dall’incontro. La fusione è benefica e arricchente per l’uno come per l’altro. […]Se il bambino emettesse grida ben distinte, [?] sarebbe più facile. Ma non è così. È solo l’intuizione dei genitori che permette di distinguere queste sottili sfumature. È l’impegno totale dei genitori che salva la situazione. Se non attribuiscono loro tanta importanza come se fossero sotto la punta di un’arma da taglio, se sono distratti al punto da pensare solo di tirare fuori la propria “bambola” per mostrarla agli altri: ‘Il nostro bambino è il bambino più bello della regione’, nessun altro può costringerli.Ecco delle condizioni che associano il bambino alle arti marziali. Inutile elencare molte altre condizioni. Niente vale quanto l’esperienza vissuta. [?] Uno dei rari ambiti che ancora rimane e che richiede questo totale abbandono del “io intellettuale” è la cura del bambino. Mantenere questa cura nella sua purezza, nel senso della coordinazione del ki, è un lavoro colossale quando ci sono tante soluzioni facili che sono pratica corrente”.(4)

La ferma delicatezza dell’immobilizzazione permette di ammorbidire le articolazioni.

Il Seitai

Senza il mio incontro con il Seitai e soprattutto senza la pratica del Katsugen undo (Movimento rigeneratore) non avrei mai scoperto possibilità come quelle che ho citato. La pratica regolare del Movimento rigeneratore lungo gli anni è una delle chiavi per l’approfondimento di ciò che Tsuda Sensei chiamava la respirazione, quest’arte di sentire la circolazione dell’energia vitale che altro non è che una delle forme che il Ki assume quando si manifesta in modo concreto e sensibile. Uno degli esercizi che pratichiamo durante le sedute di Katsugen undo si chiama Yuki ed è una delle pratiche del Non-Fare che, ben orientate, permette di realizzare la fusione di sensibilità con un partner. Sta ad ognuno usarlo nella vita di tutti i giorni e a maggior ragione nell’Aikido o in qualsiasi altra arte marziale. Se tutte le situazioni non sembrano favorevoli a ciò quando si inizia, è sicuramente una possibilità, una strada da percorrere, che mi sembra adeguata e che si può scoprire, soprattutto nei momenti più tranquilli come durante un’immobilizzazione o lo zanshin che la segue.Questo è il percorso che ci indicava Tsuda sensei, il percorso che lui stesso aveva seguito sulle orme dei suoi maestri Morihei Ueshiba per l’Aikido, Haruchika Noguchi per il Seitai o, in un altro modo, dei suoi maestri occidentali, Marcel Granet e Marcel Mauss – rispettivamente per la sinologia e l’antropologia – che ha avuto anche modo di conoscere personalmente.Questo percorso, “il Non-Fare” o “Wu wei” in cinese, non ha nessun limite o profondità definibile, ogni praticante deve fare la propria esperienza, verificare a che punto è e accettare i suoi limiti per approfondire continuamente invece di accumulare.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

Abonnez-vous à notre newsletter

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 5 nel mese di april del 2021.Notes:1) Tsuda Itsuo, La Voie des dieux, Le Courrier du Livre (1982), p. 58.2) Tsuda Itsuo, La via della spoliazione, Yume Editions (2016), p. 106.3) Ellis Amdur, Hidden in Plain Sight: Tracing the Roots of Ueshiba Morihei’s Power, Freelance Academy Press (2018), p. 292, traduzione Scuola Itsuo Tsuda.4) Tsuda Itsuo, Face à la science, Le Courrier du Livre (1983), pp. da 24 a 27.Foto: Paul Bernas e Bas van Buuren 

1 + 1 = 1 : La respirazione

di Régis Soavi«”Che siano uno o molti non ha alcuna importanza, li metto tutti nel mio ventre”, diceva O sensei». È con questa frase che Itsuo Tsuda sensei un giorno ha risposto a una delle mie tante domande sulla pratica e in particolare sul modo di difendersi da più partner.

Magia o semplicità

Gli allenamenti a più persone hanno l’obiettivo di condurci nella direzione del Non-Fare.
Giovane aikidoka, cercavo di bere a tutte le fonti disponibili, e i miei riferimenti li trovavo presso Nocquet sensei, Tamura sensei, Noro sensei. Ma ovviamente li trovavo anche presso colui a cui mi sentivo più vicino: Tsuda sensei. All’inizio degli anni Settanta eravamo molto appassionati di aneddoti sulle arti marziali, sui grandi maestri storici, e in particolare su O sensei Ueshiba Morihei. Andavamo peraltro ad acquistare i film in “super 8” che erano disponibili in quel tempio che era il negozio di arti marziali della Montagne Sainte-Geneviève a Parigi, affascinati come eravamo dalle prodezze di questo grande maestro. Sebbene profondamente materialista, non ero lontano dal credere in qualcosa di magico, a poteri eccezionali concessi a certi esseri più che ad altri. ItsuoTsuda mi ha riportato con i piedi per terra, perché quello che ci faceva vedere era molto semplice, ma nonostante tutto rimaneva assolutamente incomprensibile. Le tecniche che ci faceva vedere, le conoscevo già bene, ma le faceva con una tale semplicità, una tale facilità che ne ero turbato, e questo non faceva che rafforzare il mio desiderio di continuare a praticare per scoprire i “segreti” che glielo permettevano.

Il suo leitmotiv: la respirazione

Quando parlava di respirazione bisognava intendere la parola KI, era la traduzione che aveva scelto per esprimere questo “non-concetto” così comune, e così immediatamente comprensibile in Giappone, ma così difficile da cogliere in Occidente. Spiegava che si può realizzare l’unità primordiale quando si unisce la propria respirazione col proprio o coi propri partner. La respirazione diventa il supporto fisico, l’atto concreto che permette di unificarsi con gli altri. Fisicamente agisce come una sorta di costrizione dolce sul corpo dei partner. Sappiamo tutti di cosa sto parlando, non è assolutamente un mistero. Ci sono persone capaci di mettere a disagio gli altri, altre che sanno imporsi, imporre la propria respirazione, lasciando a volte il loro interlocutore nell’incapacità di pronunciare una parola. Nelle arti marziali, ed è particolarmente visibile nell’arte della spada, si tratta di desincronizzare il respiro per sorprendere l’avversario, per destabilizzarlo. Il momento cruciale in molti casi è quello in cui l’inizio dell’inspirazione di chi sta di fronte corrisponde alla fine dell’inspirazione dell’altro, in altre parole l’inizio dell’espirazione. Si colpisce durante questo intervallo tra espirazione ed inspirazione. Questo momento, che si chiama “intermissione respiratoria”, è il momento ideale per dispiegare la propria forza fisica in un combattimento e vincere l’avversario. Accade in tutt’altro modo nell’Aikido in cui questo stesso istante permette di entrare nel respiro del partner, in questa via che è la via dell’armonia, dove si tratta di unificare i respiri, di arrivare a un respiro comune.

Praticare con un partner come se fossero molti

Per cominciare è più semplice praticare con un solo partner, ma è importante non fissarsi su di lui, restare disponibili per altri interventi. Questa disponibilità si ottiene grazie alla calma interiore, e questo inizia dalla buona conoscenza delle tecniche e dal non farsi prendere dal panico. Nonostante tutto, ci vorranno alcuni anni per essere tranquilli in tali circostanze, ed è per questo che non dobbiamo aspettare ad iniziare a lavorare in questa direzione. Direi che praticare con più partner, più che una performance da eseguire, rappresenta per me un orientamento pedagogico, l’Aikido è un tutto, non lo si può tagliare a fette. Si tratta di una pedagogia globale e non di un insegnamento di tipo scolastico convalidato da voti ed esami. Già, ogni volta che il gruppo di praticanti si trova in numero dispari, si può approfittarne per lavorare a tre, ma questo non sarà sufficiente per acquisire i giusti riflessi, il giusto atteggiamento da adottare. Ogni volta che il gruppo lo consente, cioè se non ci sono troppe differenze di livello, si può far praticare tutti in gruppi di tre o anche quattro partner.Se i due partner afferrano Tori insieme, e con entrambe le mani, sono la tecnica e la capacità di Tori di concentrare la potenza nell’hara attraverso la respirazione che saranno determinanti, la morbidezza delle braccia e delle spalle consentirà di far circolare l’energia, il ki, fino alla punta delle dita, e di farla sgorgare al di là, provocando la caduta dei partner sui tatami. Ma se lavoriamo con attacchi alternati, la difficoltà maggiore non è nel fatto di fare le tecniche, ma soprattutto nel ruolo di Uke.

La calma interiore inizia dal fatto di conoscere bene le tecniche.
In effetti Uke, troppo spesso, non sa come comportarsi, e aspetta il suo turno per attaccare. Il mio insegnamento quindi consiste anche nel mostrare come posizionarsi, come trovare l’angolo di attacco; in questo caso interpreto il ruolo di Uke, esattamente come negli antichi koryu. Faccio vedere come girare attorno a Tori, come sentire le brecce nella sua respirazione, nella sua postura e come Tori può usare un partner contro l’altro, lo faccio lentamente in modo che Tori non si senta davvero aggredito ma piuttosto disturbato nelle sue abitudini, nella sua mobilità o nella sua incapacità di muoversi in armonia. Le forme dell’attacco devono essere molto chiare, non si tratta di dimostrare la debolezza dell’altro ma di permettergli di sentire quello che gli succede intorno senza bisogno di guardare o di agitarsi, ma piuttosto sviluppando la sua capacità sensoriale. Non deve fissarsi sulla costrizione che ogni presa gli impone, ma, al contrario, rendersi conto che le prese possono essere occasione di un superamento e persino di un vantaggio.

Il valore dello spostamento

Gli spostamenti assumono un valore speciale quando ci sono più persone intorno a noi. Se guardiamo il traffico su un’autostrada nelle ore di punta dalla cima di un ponte che la sovrasta, saremo molto sorpresi di vedere come i veicoli sfiorano, sorpassano, rallentano, accelerano e persino cambiano corsia in una sorta di balletto che però non è governato da alcuna autorità superiore, ma in realtà da ogni conducente. Ci si potrebbe aspettare un’enorme quantità di incidenti, o almeno degli stridori di lamiere in pochi minuti, eppure non è così, va tutto bene. Ci sono ovviamente incidenti, ma pochissimi, rispetto a ciò che possiamo immaginare o vedere dall’alto del nostro osservatorio.Se quando si pratica con più partner si impiega altrettanta concentrazione, attenzione e rispetto per l’altro come quando si guida qualsiasi veicolo, dato che si tratta del nostro corpo – e non di un’estensione della consapevolezza di questo corpo, come può essere con un’auto – diventa molto più facile. Ripeto: è necessario avere una buona tecnica, non avere timore per ciò che sta accadendo, ma calma e sicurezza di sé, pur essendo vigili e consapevoli di ciò che si muove intorno a noi. La differenza con l’esempio che ho appena dato è che i partner cercano di toccarci, di colpirci o immobilizzarci, a differenza dei veicoli che si evitano a vicenda. Ora, proprio come l’auto per esempio – che attraverso l’antropotecnica1 diventa come un prolungamento del nostro corpo, di cui conosciamo, di cui abbiamo coscienza delle dimensioni, al centimetro, addirittura al millimetro – si tratta di cogliere l’opportunità di sentire la nostra sfera, non più come un sogno, un’idea, una fantasia, un’immaginazione o un delirio esoterico inventato di sana pianta da qualche mago o ciarlatano, ma piuttosto come una realtà concreta accessibile a tutti, dal momento che ne siamo già capaci in automobile se prestiamo sufficiente attenzione. Si tratta quindi di giocare con questa sensazione, questa estensione: non appena le sfere si sfiorano, già si estendono, si ritraggono, si spostano costantemente, rispondendo ai bisogni senza dover ricorrere al sistema volontario. È il lavoro dell’involontario, dello spontaneo, come se gli spostamenti si facessero da sé, in modo preciso e con facilità. È allora che siamo nella pratica del Non-Fare, questo famoso non-agire, il wu-wei cinese, ciò che sembrava mitico diventa realtà. Gli allenamenti a più persone hanno l’obiettivo di condurci nella direzione del Non-Fare. Si può fare pratica in mezzo a una folla, in un grande magazzino in un giorno di saldi, o più quotidianamente nella metropolitana per i chi abita in città. Il gioco consiste nel sentire come muoversi, come spostarsi, come riuscire a passare negli interstizi vuoti tra le persone.

Si tratta di unificare i respiri, di arrivare a un respiro comune.
O sensei era un maestro anche in quest’arte di muoversi tra la folla. I suoi Uchi deshi si lamentavano di non riuscire a seguirlo in mezzo alla massa, quando dovevano prendere la metropolitana per accompagnarlo a una dimostrazione o quando dovevano partire in treno con lui. E tuttavia erano giovani e vigorosi ma avevano enormi difficoltà a muoversi nella stazione affollata mentre lui, molto anziano e piuttosto fragile alla fine della sua vita, si infilava nella moltitudine con una velocità sorprendente.

Ricreare uno spazio attorno a sé

L’arte di confondersi tra la folla, di passare inosservati, può essere una disposizione naturale, oppure una deformazione – talvolta dovuta a un trauma – da cui deriva una sofferenza: essere la persona che non si vede, quella che non si nota, che diventa invisibile. Ma può anche essere un’arte, e sembra che anche in questa O sensei Ueshiba Morihei eccellesse. A volte è necessario mimetizzarsi, confondersi per esempio in una folla, svanire per passare inosservati. La nostra sfera in questo caso diventa come trasparente, ma rimane allo stesso tempo molto presente, coerente, stabile e potente. Intorno alla persona si crea uno spazio vuoto quasi impenetrabile, quindi è delicato o addirittura difficile attaccarlo, e anche solo avvicinarsene. Ho avuto l’opportunità di sperimentarlo durante le dimostrazioni con il mio maestro Tsuda sensei, ma penso che fosse ancora più lampante dopo le sedute, quando prendevamo un caffè o un tè tutti insieme al dojo proprio di fronte agli spogliatoi dove eravamo riusciti a liberare un piccolo spazio. C’era un grande tavolo basso ed eravamo tutti seduti attorno ad esso, più o meno incollati l’uno all’altro, tranne che attorno a Sensei. C’era sempre uno spazio su entrambi i lati che sembrava invalicabile, e non era solo il rispetto a impedirci di sederci lì. C’era un vuoto molto concreto, molto reale, solido come una roccia. Tsuda sensei sembrava non prestarci mai attenzione, beveva il caffè, parlava, raccontava storie e poi, dopo una mezz’oretta o più, si alzava e se ne andava. Ma il vuoto rimaneva: anche se a volte ci fermavamo un po ‘di più, nessuno occupava il posto vuoto, qualcosa persisteva lì. Questa è quella che chiamo l’arte di creare uno spazio invalicabile attorno a sé, difficilmente ci si può esercitare in quest’arte, è piuttosto una capacità che emerge naturalmente, che emerge quando si diventa indipendenti, autonomi, quando si è oltrepassato la fase di iniziale apprendistato o quando se ne presenta la necessità.

L’uno e il multiplo

Ciò che è problematico non è la molteplicità degli attacchi, ma la nostra capacità di rimanere calmi in tutte le circostanze. Chi può vantarsene, e non è forse un mito? Se gli attacchi sono convenzionali, o previsti in anticipo, come una sorta di balletto, si esce dal ruolo pedagogico dell’Aikido. Si tratterà solo della ripetizione di gesti, che possono essere affinati o resi più estetici, certo, ma privi di profondità. Si tratterà di uno spettacolo che, per quanto professionale possa essere, per quanto ammirevole possa essere, non riguarda più l’Aikido, che avrà perso, io penso, il suo valore di cambiamento nel profondo dell’essere umano.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

Abonnez-vous à notre newsletter

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 4 nel mese di gennaio del 2021.Foto: Paul Bernas, Jérémie Logeay

Fudoshin: lo spirito immutabile

di Régis SoaviIl lavoro di Jiyuwaza può essere considerato in diversi modi e ogni Scuola ha un proprio modo di vederlo, di praticarlo. La Scuola Itsuo Tsuda, per quanto la riguarda, ne ha fatto incontestabilmente una delle basi del proprio insegnamento, della propria pedagogia.

Jiyuwaza: “il movimento libero”

Tsuda sensei, benché giapponese, usava molto raramente termini tecnici della sua lingua materna. Intellettuale di grande finezza, scrittore e filosofo, conferenziere e tecnico Seitai, accordava una grande importanza al fatto di essere, per quanto possibile, sempre ben capito. Inoltre, poiché padroneggiava perfettamente la lingua francese, utilizzava unicamente questa durante le sedute di Aikido. Per me che seguivo all’epoca tutti i sensei che venivano in Francia, era abbastanza strano ascoltarlo spiegare una tecnica o anche mostrarla senza nemmeno dire il nome in giapponese. Alcuni allievi che conoscevano solo il suo Aikido erano abituati e non erano affatto scioccati. Personalmente ho mantenuto l’uso dei nomi giapponesi, come mezzo di comunicazione nel mio insegnamento, solo quando è indispensabile, ed è diventato una tradizione nei nostri dojo. È per questo che nella nostra Scuola quello che chiamiamo “movimento libero” alla fine di ogni seduta, prima di fare il kokyu ho, è un esercizio che potremmo chiamare “Jiyuwaza”. È una specie di randori leggero ed è un momento molto importante, poiché gli spazi tra le persone sono ridotti dal fatto che tutti si muovono nello stesso tempo in tutte le direzioni, e che ognuno agisce come vuole seguendo la propria ispirazione, in funzione del proprio partner, o dell’angolo nel quale si trova rispetto all’altro. A volte, senza transizione, continuando l’esercizio e senza che nessuno torni a sedersi, faccio cambiare partner. Poi dopo qualche minuto, di nuovo, dico: “Cambiare”, poi alla fine annuncio con un sorriso: «Bagarre generale!» e allora si crea una mischia allegra in cui ognuno è Uke e Tori, a turno o allo stesso tempo. È il caos ma leggero, di modo che nessuno si faccia male, eppure è importante che ognuno dia il massimo in funzione del proprio livello. È un esercizio importante che faccio fare spesso durante gli stage dove c’è tanta gente, perché ci dà l’idea di ciò che siamo capaci di fare in una situazione ingarbugliata. È primordiale che gli attacchi portati non siano violenti, che non provochino la paura ma che siano sufficientemente decisi da sentire la continuità del ki nel gesto. Se sono superficiali o esitanti si perde il proprio tempo, oppure ci si illude sulle proprie capacità. È un processo di apprendimento difficile, che richiede anche anni, ma è di grande importanza pedagogica, motivo per cui pratichiamo il “movimento libero” a due quotidianamente alla fine di ogni seduta.

Ancora una volta la sfera

mormyridae
Mormyridae: trasformando gli impulsi elettrici in suono, quindi in linee, abbiamo un’immagine della sfera di questi pesci.
È guardando un documentario sull’evoluzione che mi aveva mandato uno dei miei allievi durante il confinamento che, come lui, mi sono stupito nello scoprire la rappresentazione visiva della sfera che circonda un particolarissimo pesce appartenente alla famiglia dei Mormyridae. Sebbene conosciuti fin dalla più remota Antichità perché, curiosamente, sono stati spesso rappresentati negli affreschi e nei bassorilievi che adornano le tombe dei faraoni, sono state appena scoperte su di loro qualità notevoli. Si tratta di pesci che hanno uno scheletro osseo, cosa già piuttosto rara. Oltre a questa particolarità, hanno delle facoltà insolite. Cacciano e comunicano tramite impulsi elettrici, emettendo scosse elettriche leggere (tra 5 e 20 V), ed estremamente brevi, inferiori a un millisecondo, che si ripetono a velocità variabile e senza interruzioni superiori a un secondo. Un organo particolare produce questo campo elettrico che circonda il pesce. Trasformando gli impulsi elettrici in suono, poi in linee, possiamo successivamente averne un’immagine come quella nella pagina accanto (questo dipende dall’impaginazione, quindi è eventualmente da cambire in sopra o sotto): in questo modo possiamo visualizzare la sfera di questi pesci. Essi utilizzano tale sfera anche come sistema di difesa. Grazie a questo campo possono differenziare un predatore da una preda o da un loro simile. Quando un predatore entra in questo campo, lo deforma e questa informazione viene immediatamente comunicata al cervelletto. Il cervelletto in essi è nettamente più grande del resto del cervello. Questa capacità di produrre e analizzare una corrente elettrica debole è loro utile per orientarsi nello spazio, e permette loro di localizzare ostacoli, di individuare prede, anche in acque torbide o in assenza di luce.

Una rappresentazione mentale o una funzione del cervelletto

La sfera nell’essere umano è forse solamente una rappresentazione mentale delle capacità inconsce che possiede – lo sapremo forse tra diversi anni o secoli – ma ciò non toglie nulla alla sua realtà, percepita dal praticante di arti marziali, né alla sua efficacia. Il ki, questa sensazione enigmatica della nostra stessa energia, della nostra osservazione, dell’atmosfera, che tutti i popoli hanno conosciuto e trasmesso nelle proprie culture senza poterle dare una definizione precisa, potrebbe essere la risposta, certamente considerata come non scientifica, ma che ha una realtà empirica attestata dall’esperienza di molti maestri, sciamani o mistici. Se cerchiamo risposte nel campo delle scienze cognitive, possiamo trovare elementi che, messi insieme, danno corpo a questa ricerca.Il cervelletto gioca un ruolo importante in tutti i vertebrati. Nell’essere umano il suo ruolo è assolutamente essenziale nel controllo motorio, che è la capacità di effettuare aggiustamenti posturali dinamici e di dirigere il corpo e gli arti in modo da compiere movimenti precisi. È determinante inoltre in alcune funzioni cognitive ed è anche coinvolto nell’attenzione e nella regolazione delle reazioni di paura e piacere. Contribuisce alla coordinazione e sincronizzazione dei gesti e alla precisione dei movimenti. In un attacco simultaneo di più persone, le arti marziali – e l’Aikido in particolare – devono aver preparato l’individuo, grazie alla ripetizione e alle sequenze durante i kata o nei movimenti liberi, a fornire le risposte necessarie per uscire da questo tipo di situazione. Quando si tratta di sopravvivenza, gli “organi” che sono cervelletto, talamo e sistema motorio extrapiramidale devono essere pronti. L’apprendimento deve essere stato di qualità, includendo la sorpresa, l’attenzione e persino una sorta di apprensione, in modo che l’involontario trovi dove attingere durante queste esperienze per mettere in atto i gesti giusti.

Essere come un pesce nell’acqua

Jiyuwasa è come una danza in cui l’involontario è il re. Non si tratta di essere il sovrano onnipotente che governa subordinati o tirapiedi, ma piuttosto di entrare in un mondo sottile dove la percezione, la sensazione ci guidano. Come il pesce sopra citato, si tratta di sentire il movimento dell’altro quando si dispiega e tocca la nostra sfera, soprattutto per non partire prima, con il rischio che l’attacco cambi direzione, ma essere in una posizione, una postura, che suscita un certo tipo di gesto e quindi di risposta. La tecnica non deve essere prevista né prevedibile, ma adattabile e adattata alla forma che cerca di raggiungerci. Una rilettura di Sun Tzu ci offre alcune citazioni scelte come: “Se conosci il nemico e conosci te stesso, la vittoria è assicurata. Se conosci il Cielo e la Terra, la tua vittoria sarà totale.”(1). Conoscere, ignorando cosa accadrà: come fare? È attraverso la fusione di sensibilità con il partner che possiamo scoprire come dobbiamo comportarci, come dobbiamo agire, reagire senza prima riflettere, senza esitazione. A poco a poco da questo tipo di esercizio nasce una sorta di fiducia in cui tutte le risposte sono possibili. È il momento di andare più lontano, di chiedere al nostro partner di essere più sottile, e anche più tenace. Deve, ogni volta sia possibile, capovolgere i ruoli e presentarsi come se fosse Tori invece che Uke.

regis soavi aikido fudoshin
Si tratta di sentire il movimento dell’altro mentre si dispiega e tocca la nostra sfera.

Fudoshin

Quando si pratica con diversi partner o quando si tratta di uscire dalla comodità della pratica quotidiana con persone che si conoscono, per esprimere ciò che alcuni chiamano il potenziale, si verificano varie reazioni di tensione, il corpo che teme questo incontro diverso si tende, e diventa rigido. Tsuda Itsuo sensei ci dà una risposta, o meglio esegue una decodifica della situazione attraverso un testo di Takuan che cita, sviluppando per gli occidentali che siamo, due o tre concetti che ci illuminano sui comportamenti e le risorse che dobbiamo trovare nel più profondo di noi stessi.”Come uscire da questo stato di torpore è il problema principale per chi esercita la professione delle armi. A questo proposito, è tuttora celebre un testo, Fudôchi Shimmyô roku, La Sagezza immutabile, scritto da Takuan (1573-1645), un monaco zen, che dava consigli a uno dei discendenti della famiglia Yagyû, incaricata dell’insegnamento della spada presso lo shogunato Tokugawa.’Fudô vuol dire immobile’, dice, ‘ma questa immobilità non è quella che consiste nell’essere insensibile come la pietra o il legno. Si tratta di non fissare lo spirito, mentre si va avanti, a sinistra e a destra, muovendosi liberamente, come desiderato, in tutte le direzioni’. L’immobilità, secondo Takuan, è dunque essere imperturbabile nello spirito, non si tratta assolutamente di immobilità senza vita. Significa non rimanere nella stagnazione, poter agire liberamente, come l’acqua che scorre. Quando si rimane bloccati a causa della fissazione su un oggetto, il nostro spirito, il nostro kokoro è perturbato dall’influenza di questo oggetto. L’immobilità rigida è il terreno propizio allo smarrimento. ‘Anche se dieci nemici ti attaccano, ognuno con un colpo di spada’, dice, ‘basta lasciarli passare, senza bloccare la tua attenzione ogni volta. È così che puoi fare il tuo lavoro senza impedimenti di uno contro dieci.’ [?] La formula di Takuan è di vivere nel presente, al massimo, senza essere in alcun modo ostacolati dal passato che sfugge.”(2)La maestria per ognuno di noi, per quanto relativa possa essere, è sempre, qualunque siano le nostre capacità, le nostre difficoltà, o talvolta anche le nostre facilità, il risultato di una vita di lavoro e allenamento. Frédéric Chopin, quando aveva appena suonato a memoria quattordici preludi e fughe di Jean-Sébastien Bach, aveva dichiarato ad una sua allieva durante una lezione privata: «L’ultima cosa è la semplicità. Dopo aver esaurito tutte le difficoltà, aver suonato una quantità immensa di note e note, è la semplicità che ne esce con il suo fascino, come l’ultimo sigillo dell’arte. Chiunque voglia arrivarvi subito non ci riuscirà mai; non si può iniziare dalla fine.»(3)A prescindere dall’essere Musicista, Artigiano, Monaco zen o Sensei di arti marziali, sono la sincerità nel lavoro e il piacere condiviso che ci guidano verso la semplicità, verso Fud?shin, lo spirito immutabile.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

Abonnez-vous à notre newsletter

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 3 nel mese di ottobredel 2020.Note :1) Sun zi, L’art de la guerre, Guy Trédaniel Éditeur, 2011, p. 69. In italiano Sun Tsu, L’arte della guerra, Feltrinelli, 2013.2) Tsuda Itsuo, La Voie des dieux, Le Courrier du Livre, 1982, pp. 72-73.3) Guy de Pourtales, Chopin ou le poète, Gallimard, 1940, p. 145.Foto: Bas van Buuren e immagine tratta da La favolosa storia dell’evoluzione: l’Albertine Rift, Arte France

Aikido: una via di normalizzazione del terreno del corpo

di Régis SoaviAikido Journal: “L’Aikido può ancora sopravvivere dopo più di tre mesi d’interruzione?(1)Règis Soavi: “Chi parla di interruzione di più di tre mesi della pratica? Secondo le nostre fonti, che in realtà sono dei contatti diretti, fatta eccezione per tre o quattro persone che avevano cominciato da meno di uno o due mesi, nessuno dei membri del nostro dojo ha smesso di praticare (a casa propria). Anzi, per alcuni, il confinamento ha loro permesso di fare quella che noi chiamiamo la Pratica respiratoria (comunemente chiamata Taiso nelle altre Scuole) tutte le mattine quando di solito il lavoro non permette loro che tre o quattro sedute alla settimana.Certo che il luogo, il dojo, è rimasto chiuso. Sebbene, essendo io stesso confinato a Parigi per ordine dello Stato, ma abitando accanto al dojo, ho potuto continuare ad andarci e mantenervi la Vita. Ogni mattina con la mia compagna (confinata con me) abbiamo potuto, dopo il Norito Misogi no Harae che recito prima delle sedute, fare la pratica respiratoria. La risonanza creata dagli “Hei Ho” al momento del Funakogi undo o dal battito delle mani che ritmano gli esercizi iniziali, ha permesso penso di mantenere questo spazio “pieno”, nel senso della pienezza del Ki. Il dojo non è mai stato vuoto.”A.J.: “La ripresa della pratica nella sua forma abituale sarà possibile al rientro o dovrà attendere lo sviluppo e l’introduzione di un vaccino efficace contro la SARS-CoV-2?”R.S.: ” Aikido: La via, è un’autostrada?(2 )È più necessario che mai normalizzare il nostro terreno al fine di permettere una reazione del corpo che sia nello stesso tempo sana e rapida. Se il Katsugen undo (Movimento rigeneratore) è una risposta specifica per permettere al corpo di reagire, l’Aikido, per quanto lo riguarda, – se è praticato in maniera regolare con l’attenzione e la concentrazione indispensabili – è una pratica che va nella medesima direzione. A condizione naturalmente di dimenticare l’aspetto “voglio un’efficacia immediata e facile”. Negli statuti dei nostri dojo figura sempre questa raccomandazione di Tsuda Sensei sullo spirito della pratica: “senza conoscenza, senza tecnica, senza scopo”. Queste indicazioni – di spirito molto zen si dirà – fanno della nostra Scuola una Scuola molto particolare, non è certo la sola, ma questo tipo di Scuole è diventato raro e adesso comincia ad essere di nuovo ricercato per le sue specificità.È attraverso la mobilitazione dell’unità dell’Essere che il corpo fisico ritrova delle capacità troppo spesso dimenticate, sottovalutate, sopravvalutate, o ancora disprezzate, ma in tutti i casi troppo spesso sottoutilizzate. Perché il Tai Chi Chuan e il Qi Gong, qualsiasi sia la Scuola, hanno potuto continuare, progredire e fiorire mentre molti club d’Aikido hanno avuto meno iscritti e poi talvolta sono morti lentamente? Non sarà forse perché hanno saputo mettere in evidenza l’aspetto salute, sviluppo personale, nonché l’aspetto distensione della loro pratica, di fronte allo stress provocato dai modi di vivere moderni, piuttosto che il lato marziale che eppure esiste in numerose Scuole e – oserei anche dire – esiste in maniera sottesa in tutte le Scuole? Non hanno avuto paura a mettere in primo piano dei valori che sono o dovrebbero essere i nostri, quali la circolazione del ki (il Chi o Qi) e l’importanza dell’unità del corpo per mantenere la salute psichica tanto quanto quella fisica.Immunità crociataDopo averci rinchiusi, confinati nelle città e nei paesi, dopo aver infuso la paura alla maggioranza della popolazione mondiale, oggi ci parlano dell’immunità crociata come se fosse una scoperta. Ma non ci si pone la domanda della capacità di resistenza, di resilienza dell’essere umano da migliaia di anni? Se l’essere umano esiste ancora, non è perché è fondamentalmente radicato nella Natura con la N maiuscola e non nella natura intesa come ambiente – che del resto tratta così male? Noi siamo una parte non separata dalla “Natura”, conduciamo una vita in simbiosi con quello che ci circonda, siamo fondamentalmente dei Simbionti. I batteri, tanto temuti, non esercitano solo un ruolo patogeno, essi sono per esempio anche all’origine della nostra capacità di respirare, grazie alla loro mutazione in mitocondri (3); senza il loro lavoro saremmo incapaci di digerire gli alimenti e quindi di nutrirci; grazie al loro lavoro partecipano ai nostri sistemi di difesa facendo barriera contro degli elementi pericolosi. I virus, i retrovirus, per quanto li riguarda, hanno un ruolo nella nostra capacità di vivere e di superare le difficoltà e gli ostacoli: alcuni tra loro sono dei batteriofagi, altri, spesso molto antichi, intrappolati che siano in delle parti ancora incomprese del DNA (parti così incomprese da essere state anche chiamate “rubbish” o “spazzatura”), servono da miniera di informazioni – un po’ come un’immensa biblioteca – per il sistema immunitario, a condizione che lo si lasci lavorare ogni volta che ne abbia bisogno.Che ne è dell’equilibrio in questi giorni di paura La società ci propone, ci impone sempre maggiori protezioni, e noi siamo sempre più disorientati davanti alla difficoltà. Nell’Aikido si parla di allenamento, si vuole un corpo forte, forse bisognerebbe anche pensare ad allenare il nostro sistema immunitario, e non impedirgli di fare il proprio lavoro.La paura, una banalitàLa paura è la grande responsabile, e ci viene inculcata a partire dalla nostra più tenera infanzia, con gentilezza, con buona volontà, per il nostro bene. Tutto questo senza quasi che nessuno se ne renda veramente conto. Tutta la nostra cerchia vi partecipa: genitori, famiglia, educatori, insegnanti, media. La paura del dolore, la paura della malattia, la paura della morte. Si deve fare attenzione, diffidare di tutto, del minimo raffreddore, della febbre più lieve, di un minuscolo foruncolo, tutto deve essere trattato, analizzato, catalogato, c’è pericolo ovunque, l’individuo arriva a pretendere di essere rinchiuso in un bunker, che sia fisico o mentale, che deve contenere un morbido bozzolo di protezione perfettamente rassicurante. Tutto questo sembra normale, perché privarsi di questo bozzolo, privarne gli altri, i nostri amici, i nostri familiari? La società moderna ha alterato il senso della vita e l’ha rimpiazzato con il suo consumo passivo, i propagatori di questa nuova ideologia ne hanno fatto un oggetto del desiderio, a volte un oggetto di culto come durante il confinamento, ma sempre un oggetto. Si può invertire la rotta? Fare marcia indietro? Ciò avrebbe un senso? Saremmo presto trattati come pazzi, gruppo settario pericoloso, da eliminare rapidamente in quanto “rischio di contagio ideologico”. Se la soluzione c’è, è individuale, ragionevole e responsabile, nei confronti di se stessi come di quelli che ci circondano.A.J.: “Nel contesto della diminuzione del numero di praticanti e dell’invecchiamento di questi, l’Aikido ha ancora una possibilità di sopravvivenza dopo più di tre mesi d’interruzione?”R.S.: ” Il mito della vecchiaia”Mi si dice. “Non ci sono più giovani praticanti nei dojo di Aikido! Vanno tutti a praticare dei Budo considerati più efficaci, più volontari!” Perché un tale disfattismo? E se invece di fare “un po’ di più della stessa cosa”, come enuncia la teoria dei ricercatori di Palo Alto, riflettessimo su quello che ci ha fatto venire, noi, in un dojo di Aikido piuttosto che scegliere un’altra arte? E se la nostra forza fosse altrove, se il valore dell’Aikido non fosse nell’apprendimento del combattimento ma fosse nell’arte della fusione della respirazione, nello sviluppo della sensibilità, nel favorire le ricerche sulla sensazione della sfera, l’intuizione, la liberazione dell’essere umano vero che dorme nel profondo di ciascuno di noi? Questo non forma delle persone deboli ma, la contrario, delle persone capaci di andare a cercare quello di cui hanno bisogno al momento giusto anche in un ambiente difficile, se non pericoloso. E se la nostra forza fosse l’involontario, e il suo punto d’arrivo il “Non-Fare”? Ma come arrivare a risvegliare questa forza? Se non la si è conservata dall’infanzia, forse abbiamo semplicemente bisogno di ritrovarla e per fare questo abbiamo bisogno di maturare, a volte abbiamo anche bisogno di eliminare le false buone soluzioni, le illusioni, gli stratagemmi. O Sensei Morihei Ueshiba ha cercato per tutta la vita nella pratica dei Budo così come attraverso il Sacro, e questa ricerca era la realizzazione stessa della sua vita. Non è andato in pensione a sessant’anni per diventare direttore di un club. È stato un esempio per quelli che, come Tsuda Sensei, l’hanno conosciuto personalmente. Un esempio e sicuramente non “una persona a rischio” da dover proteggere. Come si fa oggi con i più anziani negli istituti specializzati.Non resisto a citare un piccolo passaggio di un testo che Itsuo Tsuda aveva pubblicato sotto forma di quaderno all’inizio degli anni settanta e che ho conservato gelosamente fino alla sua pubblicazione ufficiale in una raccolta postuma nel 2014. Questo passaggio la dice lunga sullo stato d’animo di questo maestro fuori dal comune che ho avuto la possibilità di seguire per più di dieci anni e che ha impregnato così fortemente il mio percorso nella pratica della nostra arte.Itsuo Tsuda scrive“Ho cominciato l’Aikido a l’età di quarantacinque anni, età alla quale si rinuncia in generale a ogni movimento che rischia di essere violento. Per più di dieci anni, tutte le mattine, andavo alla seduta che cominciava alle ore 6.30, alzandomi alle 4, senza sosta, anche se capitava di mettermi a letto alle due del mattino o perfino se avevo la febbre a quaranta gradi, e questo, per il piacere di vedere questo maestro ottuagenario camminare sui tatami. Dei compagni del dojo mi dicevano: «Ha una volontà di ferro». Al che io replicavo: «No. Ho una volontà talmente debole che non riesco a smettere di continuare». Questo provocava un allegro scoppio di risate tra loro, ma ero sincero.”(4)Régis soavi, articolo pubblicato sul n. 75 di AikidoJournal, ottobre 2020 Tema: confinamento e Covid-19

  1. In Francia il primo confinamento a causa del covid-19 è iniziato il 17 marzo ed è finito l’11 maggio 2020, ma si è potuto riprendere la pratica dell’Aikido solo il 12 luglio.
  2. Itsuo Tsuda, Uno, Yume editions, 2019, p. 31.
  3. Marc-André Selosse, Jamais seul, Ed. Actes Sud, 2017.
  4. Itsuo Tsuda, C?ur de ciel pur, Le Courrier du Livre, 2014, p. 110.

 

La violenza, un “Fatto sociale”

di Régis Soavi. La violenza è un argomento così vasto e di tale densità che mi sembra impossibile affrontarne adeguatamente tutti gli aspetti in un articolo. Tuttavia è sempre un tema importante quando si affronta la questione dell’essere umano.

Émile Durkheim: definizione del “fatto sociale”

Prima di parlare della violenza, delle sue conseguenze e di prendere posizione nei suoi confronti, mi sembra utile situarla sociologicamente, e penso che vi si possa ttribuire la definizione di “fatto sociale” formulata da Durkheim, perché non solo ci fornisce il quadro che ci consente di analizzarla, ma contiene anche in sé, grazie al suo rigore e alla sua semplicità, le chiavi per trovare la base del problema.”Il fatto sociale è qualsiasi modo di fare, stabilito o no, suscettibile di esercitare sull’individuo una costrizione esterna; o ancora, che è generale all’interno di una data società in quanto ha una sua propria esistenza, indipendente dalle sue manifestazioni individuali”.1 È legittimo a questo livello porsi una domanda. La violenza è un fenomeno abbastanza frequente da essere considerato regolare e abbastanza esteso da essere descritto come collettivo? Possiamo dire che è al di sopra delle coscienze individuali e che le limita con il suo predominio? Anche senza essere esperti in sociologia si può solo rispondere che questo è ovvio. Per sostenere questa teoria, ho trovato in un recente articolo sulla guerra d’Algeria questa osservazione di una sociologa che propone un’altra visione di questi eventi che conferma – se ce n’era bisogno – questo posizionamento.“La violenza è esterna agli individui, si impone loro ma allo stesso tempo esiste proprio tramite loro. È in effetti la segregazione spaziale al contempo razziale, sociale e di genere, […] che contribuisce alla transizione alla violenza”.2La violenza come atto, fisico o mentale, verbale o gestuale, simbolico o reale, non è mai giustificata. Tuttavia, come “fatto sociale” è assurdo negarla. Siamo in grado, banalmente in grado, di reagire diversamente, o siamo sopraffatti e trascinati da eventi che finiscono per condurci in una direzione che teoricamente avremmo rifiutato all’inizio, almeno consapevolmente?régis soavi article violence

La situazione crea le condizioni, le condizioni creano la situazione

“L’inferno sono gli altri” ha scritto Jean-Paul Sartre nella sua opera teatrale A porte chiuse. Forse, ma non dobbiamo dimenticare la “situazione” che ha permesso a questo inferno di esistere. Chi ne è responsabile e persino colpevole, se non il tipo di società che l’ha generata?Se creiamo le condizioni nei nostri dojo in modo che la situazione non lo consenta, non provochi la violenza nonostante le abitudini, nonostante l’educazione e le cosiddette reazioni istintive, perché le cose dovrebbero accadere in un modo che non sia cordiale? L’Aikido è un caso speciale nelle arti marziali? Certamente no perché una grande maggioranza delle arti marziali si presenta a torto o a ragione come non violenta. Ma giustificare una risposta violenta a uno o più atti violenti non ci porta sulla strada della violenza?Giudici e giurati dei tribunali si trovano spesso di fronte a casi in cui devono “secondo coscienza” decidere chi aveva ragione a usare la violenza e se era giustificata. La legge fornisce loro un quadro a cui possono fare riferimento ma che non fornisce loro risposte pronte per ogni caso. Spesso, tuttavia, devono distinguere tra la violenza subita e la violenza esercitata. Allo stesso modo, la “legittima difesa” è estremamente inquadrata e può evolvere in funzione di questioni sociali, storiche e politiche.Negare la violenza che la società esercita sugli individui non è altro che mettere la testa nella sabbia come uno struzzo, o coprirsi gli occhi come bambini che giocano a nascondino. Ma innanzitutto non dobbiamo confondere la lotta e la violenza, e non tutte le risposte alla violenza generano sistematicamente altre risposte violente. Il valore dell’Aikido è nel suo posizionamento che non consiste nel negare la violenza, ma piuttosto rieducare, reindirizzare l’energia distruttiva in un’altra direzione più vantaggiosa per tutti.

Io

Di fronte a tutta questa problematica, sono costretto a parlare di me.Se ho iniziato a praticare arti marziali quasi sessant’anni fa, e l’Aikido in particolare cinquant’anni fa, è proprio per il suo spirito di giustizia, per la sua bellezza, la sua efficacia non violenta, il suo ideale, allo stesso tempo generoso, pacifico e mite.Tutto è iniziato quando a dodici anni, senza essere veramente lucido su quello che stavo facendo, ho preso una decisione che ha sconvolto la mia vita: non subire mai più. È successo mentre ero sotto un ragazzo più grande di me che mi sbatteva la testa sul marciapiede dicendomi «Morirai»! Questa presa di coscienza che un altro potesse esercitare una simile violenza su di me non ha innescato un desiderio di vendetta, ma al contrario un disgusto per la violenza insieme a un desiderio di essere forte e un desiderio di giustizia che definirei immediato, istantaneo. Essere forte era la soluzione, ma non solo, c’era anche e nello stesso momento questo rifiuto della violenza come risposta, non solo ai miei problemi personali, ma, dopo averci riflettuto, mi è sembrato che potesse anche estendersi ai problemi del mondo. Un desiderio di giustizia, per me come per tutti gli altri che subiscono, si era appena manifestato, ma soprattutto doveva essere esercitato senza ricorrere alla brutalità o alla barbarie, senza dover giustificare o sollecitare a commettere atti che io rifiutavo d’istinto. All’epoca non sono sempre riuscito a mantenere questa posizione, le tensioni sociali, la giovinezza, mi spingevano spesso – troppo spesso – verso altre direzioni, ma sempre per difendere una causa, o da un’ingiustizia. Tuttavia, il desiderio interiore di uscire dagli schemi violenti che notavo intorno a me è rimasto e l’Aikido che ho incontrato più tardi con Itsuo Tsuda Sensei è stato una rivelazione.In Aikido c’è prima di tutto Reishiki (l’etichetta) e una preparazione tecnica del corpo che, supportata da una forte determinazione, ci dà l’opportunità di risvegliare i nostri migliori istinti. È attraverso il rifiuto della contaminazione ideologica dei poteri dominanti che possiamo ritrovare la nostra integrità, la nostra interezza. Tutte le teorie che giustificano la violenza cercano di spingerci su un percorso che permette di esercitare un potere e quindi una violenza sugli altri, che un giorno o l’altro ci si rivolta contro qualunque sia il ruolo che abbiamo assunto o creduto di poter assumere.

La Via, calligrafia di Itsuo Tsuda.

Un prerequisito, la normalizzazione del terreno

Quando Tsuda sensei arriva in Francia all’inizio degli anni settanta,3 il suo progetto è quello di propagare il Movimento rigeneratore, (tradotto così dal giapponese Katsugen undo da Tsuda Itsuo) e le sue idee sul “ki”. Essendo stato a stretto contatto con questi due grandi maestri giapponesi che furono Ueshiba Morihei per l’Aikido e Noguchi Haruchika per il Seitai,4 tramite moltissimi stage di introduzione al Movimento rigeneratore, attraverso un insegnamento quotidiano dell’Aikido, così come la pubblicazione di nove libri, guiderà instancabilmente i suoi allievi alla scoperta di ciò che sembra ancora misterioso per molte persone oggi: il Non-Fare, Yuki5, e il Seitai, tra l’altro.Quest’alleanza di due pratiche (Aikido e Movimento rigeneratore) impossibile da concepire nel Giappone dell’epoca, e a quanto pare persino anche oggi, gli permetterà di far conoscere in Occidente una concezione della vita e dell’attività umana che va ben oltre un modello orientale o passatista.La visione di Tsuda sensei, visione che era già stata condivisa e approvata da Noguchi sensei, è che l’energia vitale coagulata, qualunque sia la ragione, è una delle origini principali degli errori e delle difficoltà dell’umanità, che la sua normalizzazione è alla fonte della risoluzione della maggior parte dei problemi di salute, come di quelli della violenza. In questo si avvicina al lavoro di ricercatori come lo psicoanalista Wilhelm Reich che fece un enorme lavoro sull’energia vitale che chiamava “Orgone”, Carl Gustav Jung, anch’egli psicoanalista, e la sua ricerca sui simboli e la sua teoria degli archetipi, o l’etnologo Bronislaw Malinovski e i suoi studi sul matriarcato nelle Isole Trobriand. L’Aikido di Tsuda sensei era ben lungi dall’essere un’autodifesa o uno sport, rispettava il lato sacro che O sensei aveva scoperto in questa arte, e ci permetteva di intravederne almeno gli effetti nel suo modo di affrontare la vita, nei suoi scritti, nelle sue calligrafie. Si proibiva invece qualsiasi aspetto religioso o settario e si dichiarava persino ateo e libertario, essendo l’Aikido per lui un percorso per normalizzare il corpo e lo spirito in una visione non separata dall’individuo. Quanto al Movimento Rigeneratore, era anche visto come un lento processo di normalizzazione del terreno.

L’interesse della pratica del Movimento Rigeneratore e della sua alleanza con l’Aikido

Alla domanda «Che cos’è per lei il Movimento rigeneratore?» che il figlio del fondatore, Noguchi Hirochika, mi aveva posto durante la sua visita a Parigi nel 1980, ho avuto questa risposta spontanea: «Il Movimento rigeneratore è il minimo». Avere una base solida e sana, un corpo in grado di reagire per praticare le arti marziali, è qualcosa di assolutamente essenziale. La pratica dell’Aikido può quindi permettere al corpo di funzionare grazie a tecniche che saranno certamente temibili se c’è aggressività da parte di chicchessia, ma che permettono anche di riequilibrare la persona. Al contrario, se si rafforza l’aggressività invece di normalizzarla, è spesso la violenza che si innesca e i danni che ne risultano su entrambi i partner possono essere incommensurabili. Impegnarsi nella pratica dell’Aikido per deformarsi, invecchiare più velocemente o avere incidenti, o anche disabilità a causa di questo mi sembra del tutto assurdo.regis soavi article violence

L’arte cavalleresca del tiro con l’arco

Se l’arco è stato l’arma di cacciatori e guerrieri per secoli e persino migliaia di anni in tutto il pianeta, il Kyudo che ne è derivato è riuscito a trasformarlo in uno strumento di pacificazione. È interessante notare che è un’arte praticata in egual misura tanto da uomini che da donne. Molte Scuole non fanno competizioni né danno gradi, come accade nella Scuola Itsuo Tsuda. Tutti questi aspetti ne fanno un’arte fondamentalmente non aggressiva nonostante le sue origini. Senza aggressività, ma con obiettivi che favoriscono l’armonia, come Kai, l’unione tra corpo e mente, tra arco, freccia e bersaglio, con una ricerca interiore verso: la verità (?, shin), la virtù (?, zen) e la bellezza (?, bi). Possiamo constatare che con questo spirito siamo molto lontani dal favorire la violenza, al contrario, creiamo le condizioni per lo sviluppo di un’umanità più serena. L’Aikido così come lo concepiva O senseï Ueshiba Morihei mi sembra essere della stessa natura, ed è per questo che continuo ogni giorno a guidare i praticanti in questa direzione. Se non possiamo cambiare “il mondo”, possiamo cambiare “il nostro mondo”. Nei dojo che seguono questo tipo di via verranno allora create le condizioni che, almeno a livello regionale, semineranno i semi di una rivoluzione dei costumi, delle abitudini, dei gesti, dei pensieri, una rivoluzione in cui l’intelligenza del corpo e dello spirito finalmente riuniti sconvolgerà profondamente la società. È attraverso la pratica del Non-Fare nell’Aikido che potremo riuscirci.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

Abonnez-vous à notre newsletter

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 2 nel mese di julio del 2020.Foto:Jéremy Logeay, Sara Rossetti, Bas van Buuren

Atemis

Di Régis SoaviPraticare l’Aikido senza usare gli atemi è un po’ come voler suonare uno strumento acorda a cui mancano delle corde o le cui corde sono allentate.Gli atemi fanno parte delle arti marziali e, naturalmente, in Aikido è indispensabileinsegnarli bene e comprenderne l’importanza. Da Ikkyo a Ushiro katate dori kubishime ognivolta che faccio la dimostrazione di una tecnica, faccio vedere che tutto è pronto per piazzare un atemi: la congiuntura, il posizionamento, la postura. Se pratichiamo avendo in ogni momento la sensazione del centro della sfera, e dei punti di contatto tra le sfere dei partner, possiamo vedere che ci sono degli spazi vuoti che consentono di piazzare uno o più atemi. È necessario formare gli allievi dall’inizio altrimenti non capiranno il senso profondo dei movimenti, nonché la loro realtà, la loro concretezza. Fin dall’inizio è importante far scoprire, far sentire le linee di penetrazione che possono raggiungere il nostro corpo e metterlo in pericolo, Uke deve essere educato allo spirito dell’atemi, anche se fosse solo per questo motivo.Durante l’anno, abbiamo uno stage un po’ particolare per i praticanti più anziani, cosìcome per quelli che conducono sedute nel proprio dojo. L’allenamento è più approfondito, più intenso, sotto tutti i punti di vista e per far sentire l’impatto dei colpi, come Tsuki, Shomen Uchi o Yokomen Uchi, utilizziamo dei Makiwara portatili. Penso che il modo migliore per capire di cosa si tratti sia che gli atemi siano sferrati sul serio, sia per Tori che per Uke, ovviamente senza forza reale e non tutte le volte, ma il solo fatto di essere toccati porta alla consapevolezza del rischio.Si tratta di sviluppare un istinto che risveglia il vero essere che è assonnato dietroun’apparenza di sicurezza data dalla comodità e dall’assistenza che forniscono le societàsviluppate, è anche questione di uscire dal ruolo sociale che ognuno assume, semplicemente per ritrovarci.

Atemi
Atemis secrets par Saiko Fujita, Budo Magazine Europe, ‘judo Kodokan’, vol. XVI – n°3, automne 1966, p. 55.
Quando ho iniziato l’Aikido nei primi anni settanta, si parlava molto dei punti vitali, HenryPlée sensei o Roland Maroteaux sensei ci mostravano come sbarazzarci di un avversariocolpendo o toccando con precisione uno di questi punti. C’erano delle mappe, si potrebbe dire, del corpo umano che li elencavano. Ho l’impressione che spesso questo sia stato perso in molti dojo a favore di tecniche forse più semplici, certamente più dirette, di sicuro più violente, più vicine ai combattimenti di strada, ma che si allontanano dalla pratica di un Budo. O, in nome di un’estetica, di un’idea di pace che è capita male, interpretata male, gesti che avevano un senso profondo sono stati edulcorati e resi inoffensivi.La Scuola Itsuo Tsuda intende conservare uno spirito tradizionale, attraverso uninsegnamento dell’Aikido, certo, ma anche del Seitai, senza trascurare nulla delle conoscenze antiche, al contrario, usando tutto ciò che ho potuto imparare dai maestri che ho avuto la fortuna di incontrare sia in Aikido sia in ju-jitsu, o nell’imparare a maneggiare armi in questa epoca ancora ricca di rispetto per le tradizioni.Rimane un punto essenziale: il SAPER-FARE. Possiamo dissertare per oresull’argomento, se non insegniamo correttamente e concretamente come immobilizzare unaggressore o renderlo innocuo almeno per un momento, ad esempio in occasione di una presa di un indumento al collo o alle spalle con una o due mani, approccio comune come presa di contatto alla sprovvista, tutto ciò sarà inutile. È grazie al lavoro sulla respirazione,nell’allenamento quotidiano, e alla capacità di fondersi con un partner, che si scoprel’intermissione respiratoria, lo spazio che esiste tra espirazione e inspirazione, in cui l’individuo è nell’impossibilità di reagire. In seguito è la capacità di utilizzarla in caso di necessità che consente di neutralizzarlo tramite un colpo abbastanza leggero, ma particolare e in profondità, al plesso solare, in questo momento preciso della respirazione. Neutralizzarlo almeno i pochi microsecondi necessari per eseguire una tecnica, un’immobilizzazione o talvolta semplicemente quando è necessario per fuggire.Articolo pubblicato sul n. 74 di AikidoJournal, giugno 2020 Tema: Lei insegna gli atemi?

Mobilità e consapevolezza del corpo

di Régis SoaviUno dei punti di forza dell’Aikido risiede nella sua grande mobilità e nei suoi movimenti di rotazione. Le spirali che ne derivano formano una combinazione di forze centripete con la loro correlata, la forza detta centrifuga, creando una forma invisibile, che si dispiega costantemente: la sfera.Le tecniche che utilizzano un attacco da dietro ci offrono la migliore visualizzazione di questa sfera. La rotazione dei pianeti che girano su se stessi e nello stesso tempo attorno a una stella ci fornisce anch’essa un buon esempio di cosa vuol dire muoversi attorno a un centro. Per quanto riguarda i meteoriti che gravitano non lontano, rimbalzano sull’atmosfera, o aspirati dal centro del pianeta, vi si schiantano mentre la maggior parte delle comete si allontana.

Entrare nella sfera

Quando c’è rotazione attorno a diversi assi a volte mischiati, diventa difficile sapere dove sono i centri, dove sono le periferie, il davanti e il dietro. L’uno e l’altro possono presentarsi a turno, possono anche invertirsi. Diventano intercambiabili, sia nel caso di Tori come di Uke, ecco perché l’Aikido presenta dei grandi vantaggi sul terreno degli attacchi da dietro. Qualunque sia la misura o la dimensione del centro, è la sua densità che fa la differenza.O Sensei Morihei Ueshiba benché di piccola taglia era capace di proiettare un assalitore a grande distanza grazie al dispiegamento di questa forza centripeta che si trasformava in forza centrifuga poi in spirale e anche in sfera che rotolava lontano sui tatami. Come creare questa sfera con un centro così denso che renda possibile realizzare delle proiezioni di questa natura? Le prese da dietro ce ne danno l’opportunità. Tecnicamente cominciano sovente da un attacco di tipo Shomen uchi o Yokomen uchi che si trasforma in presa di uno o di due polsi da dietro. È lo spostamento di Tori che provoca la messa in pericolo di Uke e quindi questo quasi-obbligo, o in ogni caso questa opportunità, d’immobilizzare Tori. Benché per le esigenze d’insegnamento, all’inizio sia pedagogicamente necessario consentire che il compagno afferri la mano tesa da Tori, ciò diventerebbe incomprensibile dopo qualche anno di pratica. Penso che si possa anche dire che questo sarebbe contro-producente se si è veramente interessati alla nostra arte. Le prese dirette da dietro dei due polsi insieme sono difficili per Uke che preferirà in molti casi prendere le maniche del keikogi. Se il corpo è ben centrato è piuttosto facile uscire da questa difficoltà solamente restando concentrato sull’Hara e muovendo il Koshi. Le tecniche pertinenti scaturiranno del tutto naturalmente dalla postura dei due praticanti, dalle loro rispettive respirazioni, dalla loro capacità di cogliere l’opportunità o il momento, nonché dalla determinazione che metterà ciascuno di loro. Molto spesso se Tori segue il suo istinto vero e non presunto, se non cerca una tecnica o una soluzione predefinita ma agisce con spontaneità, fluidità e vigilanza, si sbarazzerà con facilità del controllo di Uke. Da un punto di vista pedagogico c’è anche un grande interesse perché le prese da dietro obbligano gli allievi a muoversi in maniera differente. In effetti, molti tra loro hanno la tendenza a lavorare in linea, un po’ come nel Karate, a tendersi per resistere alla pressione con dei Tai sabaki e degli spostamenti sempre più corti, la conseguenza inevitabile è che le loro tecniche diventano sempre più dure e, malgrado tutti i loro sforzi, spesso inefficaci.Régis Soavi ushiro waza

Immaginazione o visualizzazione?

C’è una grande differenza se la presa mira a una immobilizzazione “semplice” o a una aggressione “pura e dura” con i rischi che si possono correre. L’allenamento è un gioco di ruolo dove ognuno è al suo posto. Per ritrovare o acquisire le capacità necessarie al dispiegamento della nostra forza vitale è indispensabile lasciare la spontaneità agire grazie alle basi tecniche su cui si è lavorato. La visualizzazione ha tuttavia un posto primordiale. La visualizzazione e l’immaginazione sono due funzionamenti profondamente differenti. L’immaginazione è una produzione del cervello e impegna soltanto lui, mentre la visualizzazione ha il suo punto di partenza nel Koshi, è una produzione della nostra energia vitale e impegna tanto lo spirito quanto il corpo senza che ci sia l’ombra di una separazione tra loro. La visualizzazione è un atto di concentrazione primordiale, si riconduce a una sensibilità di tipo primitivo che sorge dall’involontario. Permette a Uke di rendere le prese o gli atemi più concreti e dunque a Tori di sentirli come sufficientemente pericolosi per reagire, anche se sono controllati. L’immaginazione, non porta ad alcuna azione, per lo meno immediata e non può essere percepita da Tori come nient’altro che un’attitudine o una postura senza alcuna forza né potenza, un movimento immaginario, un movimento sognato.

Lavorare lentamente

Per un lavoro preciso e una giusta comprensione della direzione come della potenza delle forze messe in movimento, la lentezza mi sembra indispensabile. Si può così aumentare l’efficacia della presa senza rischio per il compagno. Lavorare lentamente non vuol dire essere lento ma piuttosto lavorare al rallentatore. È importante non precipitarsi per afferrare un polso o una manica se così facendo ci si scopre, offrendo al partner l’occasione di piazzare un atemi o semplicemente di prendere il centro e in tal modo di destabilizzarci. Al momento di una presa in Ushiro katate dori kubi shime è molto importante far sentire che questa presa può trasformarsi in strangolamento ed è, già di fatto, uno strangolamento (a tal fine è sufficiente far pressione sulla parte alta dello sterno senza toccare il collo), ma soprattutto bisogna avere una buona postura, allo stesso tempo stabile e non rigida, così da non metterci in pericolo. È solamente grazie a questo che si può comprendere quello che questa presa ha di pericoloso. Se si procede troppo velocemente già dagli inizi, quando non si ha ancora la padronanza di questi attacchi, la presa sarà pasticciata e la tecnica rischia di trasformarsi in rissa da strada.

Se non ho visto, se non ho sentito, muoio

Uno degli attacchi più pericolosi che si possa subire è quello da parte di un abile avversario munito di coltello, in uno spazio ristretto, e per di più da dietro. Durante un incontro amichevole con un praticante di MMA organizzato dal Karate Bushido e precisamente a proposito di un attacco alle spalle con un tant?, Léo Tamaki formula questa frase: «Se non ho visto, se non ho sentito, muoio»(1). Si potrebbe dire che essa passi inosservata poiché è evocata come un’evidenza, ed esprime una realtà incontestabile. Tocca con mano l’essenziale, in quanto se non si può vedere dietro di sé si può sentire, presentire. È proprio per questo che nell’Aikido come in tutte le arti marziali è necessario ritrovare e sviluppare la nozione di Yomi (il fatto di percepire l’intenzione, che si può anche tradurre con intuizione). È indiscutibilmente un elemento essenziale della crescita dell’individuo attraverso la pratica. Si racconta peraltro un aneddoto concernente un samurai che si volta all’ultimo momento per salvare la propria vita eliminando un nemico che l’attaccava mentre era di spalle. Aldilà delle storie che non possiamo verificare noi stessi, è chiaro ancora oggi che le nozioni di Yomi o di Sakki (la volontà di attaccare, il Ki distruttore) sono ancora comunemente ammesse.(2) Riguardo soprattutto agli attacchi da dietro è più che essenziale coltivare e allenare la nostra sensibilità in questa direzione.Quando la vita è in gioco forze insospettate possono sorgere. È perfettamente impossibile allenarsi per far emergere queste forze, ma diversi tipi di allenamento nelle arti marziali possono essere considerati come una preparazione all’imprevedibile. Tutte le tecniche nell’Aikido, benché non portino questo nome, sono dei Kata e il loro scopo non è imparare a distruggere un avversario, un nemico, ma di svegliare l’individuo ancora addormentato in noi, per permettere a tutte le nostre capacità di essere attive appena ne abbiamo bisogno. Questo non vuol dire che manchino di efficacia, semmai il contrario, poiché se ben utilizzate possono essere più che temibili, ma ci sono poche possibilità che esse siano applicabili in modo identico fuori dal contesto del dojo, in quanto sono insegnate e praticate senza la tensione di un rischio reale, come per esempio un attacco per strada, e le condizioni della loro effettiva applicazione non sono tutte presenti. Basta un niente perché tutto vacilli.

La paura

La paura, se vogliamo uscir bene da una situazione, è un elemento determinante che può cambiare tutto in un senso come nell’altro. Se siamo invasi dalla paura, o se non ci siamo mai trovati di fronte a una situazione critica, o veramente pericolosa, è estremamente difficile sapere come potremmo reagire in caso di aggressione. Durante Randori che facciamo alla fine di ogni seduta nella nostra Scuola, indipendentemente dal livello, c’è sempre il rischio di prese o atemi da dietro. È quindi data grande importanza agli spostamenti, ma ancor di più alla sensazione di pericolo che può derivare da uno o più Uke, ed è grazie a questo che può svilupparsi un “qualche cosa” che sarà l’inizio di quello che potremmo chiamare intuizione. Non si tratta di una mistica, di una fiducia in un’energia celeste, ma piuttosto di una realtà che ognuno di noi conosce, spesso senza darle un nome, che trascende il quotidiano delle persone. Ma siccome si tratta di una realtà che, a priori, non padroneggiamo, è molto difficile, o addirittura impossibile farvi affidamento, rischiando, così, di vedere svanire le nostre capacità nel momento in cui ne avremmo più bisogno. Sviluppare le nostre capacità di percezione mediante l’attenzione è dunque uno degli obiettivi della pratica, ma quello che è soprattutto indispensabile, è che ciò deve consentire l’emergere di capacità intuitive realmente utilizzabili nella vita quotidiana e a maggior ragione nell’improvvisazione o nei casi gravi.

Azione e percezione

Le scienze cognitive hanno aperto un campo di studio che ci permette di comprendere numerosi aspetti dell’essere umano, tanto dal punto di vista del pensiero quanto dell’azione. Esse permettono ai praticanti di arti marziali quali noi siamo di dare dei nomi, di chiarire un insegnamento che potrebbe sembrare oscurantista. Noi possiamo rinobilitare quello che i nostri maestri ci hanno insegnato laddove tale insegnamento viene screditato in quanto visione mistica del mondo. Specialmente per quel che concerne le nostre percezioni laddove sono considerate come “extra-sensoriali” mentre esse non sono che il frutto del lavoro e dell’allenamento quotidiano di un’arte come l’Aikido.Oggi dei ricercatori ridefiniscono la percezione così: “La percezione è una forma di azione. Non è qualcosa che ci arriva o che si produce in noi. È qualcosa che noi facciamo”.(3) “La nostra percezione si esprime nel linguaggio delle potenzialità motrici”.(4)Riguardo a questo tema il filosofo M.B. Crawford(5) ha scritto: “La nostra percezione di queste potenzialità non dipende solamente dalla nostra situazione ambientale, ma anche dalla gamma di competenze pratiche che noi possediamo. Davanti a qualcuno che cerca una lite in un bar, un esperto in arti marziali percepisce la posizione dell’individuo in questione e la distanza che lo separa da esso come qualcosa che permette se necessario di portare alcuni colpi escludendone altri. È la pratica e l’abitudine che gli permettono di vedere il potenziale aggressore sotto questo angolo. Analogamente, percepirà senza dubbio l’arredamento circostante e gli oggetti a portata di mano come delle affordance(6) accessibili in caso di lotta. In altre parole, vede delle cose che sfuggono totalmente a una persona qualunque”.

Non trascurare nulla

Nella pratica dell’Aikido non c’è niente d’inutile. Però se si trascura l’aspetto percezione o il lavoro della sensibilità (quello che si confonde spesso con il sentimentalismo) a vantaggio della tecnica, rischiamo di lasciarci sfuggire gran parte della pratica. È vero anche il contrario, certamente, essendo entrambe indispensabili, è malgrado tutto possibile per ognuno non limitarsi a quello che conosciamo e accettare di andare verso quello che non conosciamo, quello che c’è da scoprire, quello che ci sembra a volte misterioso se non impossibile.

Itsuo Tsuda et Régis Soavi 1980
Itsuo Tsuda et Régis Soavi 1980

Itsuo Tsuda Sensei

Uno degli esercizi che ci faceva fare il mio maestro Tsuda Sensei, consisteva nella proiezione del nostro partner a partire dalla posizione seiza. Questo ci sembrava estremamente semplice all’inizio, perlomeno teoricamente, ma quando si trattava di metterlo in pratica ciò diventava un po’ più complicato. Tori è seduto immobile, dietro di lui, Uke afferra il keikogi all’altezza delle spalle. Si tratta quindi molto semplicemente di chinarsi come se ci si salutasse, senza forzare, senza tensione, un semplice saluto che, producendo un vuoto, aspira il partner: quest’ultimo, pur solidamente ancorato sui tatami, e malgrado il fatto che metta tutta la sua forza, non riesce a resistere e cade in avanti. Logicamente ogni volta che c’è una resistenza ci si tende, si contrae tutto il corpo, ci si arrabbia, si accusa il partner di non stare al gioco. Eppure ho visto tante volte Tsuda Sensei farci la dimostrazione con il sorriso. Ho provato a metterlo alla prova su questa tecnica, niente da fare, si chinava in maniera inesorabile con la più grande semplicità. Il suo segreto: la visualizzazione. Ci diceva spesso quando ci trovavamo impantanati nelle difficoltà: “Smettete di pensare in termini di avversità”, poi ce ne dava la dimostrazione, facendo cadere un allievo indicando un luogo da lui scelto e pronunciando questa frase magica: “Sono già là”, esprimendo così la realizzazione concreta della sua visualizzazione.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

Abonnez-vous à notre newsletter

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 28) nel mese di april del 2020.1) Léo Tamaki in Karaté Bushido Officiel. (13 dicembre 2019) GregMMA et Aikido [Vidéo]  https://www.youtube.com/watch?v=KoH4qjWKTfM&feature=emb_title2) Tema ampiamente trattato nella rivista Yashima – Art martiaux et culture du Japon, maggio 2019, n°4.3) Ava Noé, Action in Perception, MIT Press, Boston 2004, p. 1 et p. 1064) Matthew B. Crawford, Contact, Édition La découverte 2019, p. 805) Intuitività, potenzialità.

Zanshin, uno stato naturale del corpo

di Régis SoaviSe traduciamo Zanshin con “mantenere l’attenzione dopo un combattimento o dopo una tecnica”, anche se rimaniamo nella tradizione marziale non raggiungiamo il suo significato profondo.

Tenshin: il cuore del cielo.

Nel termine Zanshin ci sono due kanji: ? (càn o zan), ciò che resta, che permane, e ? (Shin o Kokoro). Se il secondo ha un significato conosciuto da tutti gli Aikidoka, mi sembra tuttavia necessario precisarne il valore poiché corrisponde a quello su cui possiamo basarci per trovare la strada della pienezza nella vita. Per Itsuo Tsuda Sensei un’espressione rifletteva e animava le pratiche che proponeva, sia l’Aikido che il Katsugen undo. Quest’espressione, “Tenshin”, egli l’aveva tradotta con «il cuore di cielo puro». Scrive: «la parola kokoro che ho tradotto con “cuore” è etimologicamente identica a quest’ultimo: l’organo centrale dell’apparato circolatorio. Tuttavia, l’accezione è del tutto diversa. Il “cuore” in francese è piuttosto il sentimento, mentre il kokoro in giapponese non è esattamente il sentimento, né lo spirito, né il pensiero. È qualcosa che sentiamo dentro di noi, si avvicina piuttosto al mind in inglese. Se si traduce con mentale o psichico, sarà ancora diverso. La ricerca di un kokoro che resta imperturbabile davanti a un pericolo imminente, che resta calmo in ogni circostanza, è lo scopo principale che si impone a chi cerca di raggiungere la perfezione nel mestiere delle armi»(1) «La vostra mente deve essere sgombra da ogni pensiero, buono o cattivo. Questo stato d’animo è paragonato al Cielo puro – Tenshin».(2)

L’Aikido: reimparare la libertà

Dai nostri primi passi sui Tatami, sorge la concentrazione. È sufficiente il saluto in direzione del Tokonoma perché il nostro corpo reagisca, che lasci questo stato che potremmo definire quotidiano per entrare in quello molto particolare di Zanshin. È fondamentalmente uno stato naturale, uno stato in cui la nostra animalità biologica (nel buon senso del termine) riemerge. Tutta la tradizione che ci viene da O Sensei e che ci è stata trasmessa dal suo allievo diretto Tsuda Sensei è essenziale per comprenderlo. È nella maniera in cui sono eseguiti gli esercizi come la vibrazione dell’anima, i movimenti del rematore, così come tanti altri, che generalmente sono a torto assimilati a un riscaldamento, che ci rendiamo conto della loro importanza. È tutta l’attenzione accordata alla respirazione che ci permette di sentire a livello fisiologico la circolazione del Ki e ci richiama verso questo stato di concentrazione che è Zanshin. Tutta questa prima parte di una seduta ordinaria nella nostra Scuola è stata concepita per condurci, per portarci in un al di là di noi stessi, un al di là di ciò che molto spesso siamo diventati – dei tizi qualunque della nostra società. Se siamo sufficientemente attenti ne sentiamo immediatamente gli effetti. Evolviamo sui Tatami in un modo profondamente differente, quello che sentiamo, la nostra percezione dell’altro, degli altri, diventa al contempo più fine e più accentuata, più larga e più leggera. È giorno dopo giorno immergendosi in quest’ambiente che si può al contempo reimparare la libertà di movimento, un primo passo verso la libertà interiore, e sentire il nostro spazio, i nostri spazi. Ritrovare la sensazione del posizionamento delle forze che ci circondano, scoprire o riscoprire che niente è finito, né concluso, ma che tutto è legato, che Zanshin è un momento di un’eternità che segue il suo corso in tutte le direzioni.

La vita quotidiana: un rivelatore

Senza che ne abbiamo coscienza, senza che agiamo in modo volontario, il nostro corpo reagisce continuamente alle molteplici aggressioni che subiamo tutti i giorni da parte dell’ambiente che ci circonda. Che questi attacchi siano originati da batteri, da virus, o anche più semplicemente che siano dovuti alla qualità della nostra alimentazione, il nostro corpo risponde in maniera adeguata grazie al suo sistema immunitario, al suo sistema digestivo o qualsivoglia altro sistema in funzione del mal funzionamento. La risposta del corpo, se il terreno è buono, se ad esempio il nostro sistema immunitario è ben sveglio, non è limitata a qualche schermaglia qua e là, la mobilitazione del corpo è totale e il combattimento può essere a volte di una grande violenza. Una volta finito il combattimento, il corpo non si mette subito a riposo, non si riaddormenta tanto velocemente non appena il pericolo è passato (cosa che la nostra mente, lei, avrebbe perfettamente ammesso). Il nostro sistema involontario non allenta la propria attenzione, eliminando fino all’ultimo batterio, fino all’ultimo virus, o immobilizzandoli, bloccandoli in modo da renderli inoffensivi. E anche in questo caso non è tutto finito, resta vigile tenendo d’occhio tutto quel che succede, sereno ma attento al minimo movimento degli aggressori, quali che siano. Questo è lo stato di Zanshin naturale e involontario di un corpo che reagisce in modo sano e dunque esattamente all’opposto di un corpo apatico. Quando tutto è veramente finito la vita riprende per così dire il suo corso naturale. È fondamentale favorire il fatto che questo lavoro all’interno del nostro corpo possa compiersi in tutta tranquillità senza spaventarci al minimo dolore o alla minima reazione perturbante. Per chi si avvicina ad un’arte marziale – e l’Aikido in particolare – per la prima volta, gli obiettivi sono spesso molteplici, e vanno dal bisogno di muoversi a quello di difendersi passando per tutte le varianti, reali o fantasmatiche. La scoperta di Zanshin è parte integrante dell’insegnamento dell’Aikido, e la sua comprensione in profondità così come la sua estensione a tutti gli aspetti della nostra vita apportano una maggiore tranquillità di fronte agli eventi imprevisti e permettono di vivere più pienamente nel quotidiano. Perché in definitiva è nel quotidiano che si verifica l’utilità della pratica. Senza essere utilitarista è sempre piacevole vedere e verificare ciò che essa ci apporta nella nostra vita di tutti i giorni. L’attenzione, la concentrazione, come pure il piacere nella realizzazione di un lavoro non possono realmente esserci senza la condizione di presenza che chiamiamo Zanshin, e questo anche se non ne abbiamo coscienza.

Dei cerchi nell’acqua

Quando il bambino lancia un sasso nell’acqua calma di un piccolo stagno, rimane a guardare i cerchi concentrici che si sviluppano e si allargano a partire da quel centro che li ha creati. Se ha conservato la sua natura profonda, se essa non è stata distrutta dagli adulti, genitori, educatori o insegnanti che cercano di spiegargli la ragione scientifica del fenomeno, o che, affrettati per via del loro tempo così prezioso, accordano solo poca importanza a questo piccolo gioco insignificante, allora, immobile, contemplativo ma molto concentrato, aspetta che i cerchi si smorzino, che le loro vivacità iniziali diminuiscano sempre più finendo per non essere più riconoscibili, a fare corpo unico con il movimento naturale dell’acqua increspata, leggermente spinta dal vento. Anche questo momento così prezioso è Zanshin, è un istante che si potrebbe anche vedere come sacro, in cui il kokoro del bambino si calma, in cui ritrova la sua natura primordiale, la sua vera natura.

La scuola, o come rompere questo stato naturale

Tutto l’apprendimento scolastico mira a dare al bambino delle armi per il futuro, l’idea sulla carta è di certo buona ma la realtà è tutt’altra. Il sistema di valutazione, che sia in cifre o sotto forma di lettere all’anglosassone, è fonte di paura, o perfino di angoscia, sempre di inquietudine e produce, di fatto, più disastri che benefici. In questo caso non si lavora per il piacere di scoprire, e nemmeno per un risultato concreto, ma per un voto, per un apprezzamento che dovrebbero rappresentare il nostro livello nel sistema. Tuttavia non si contano più i pedagoghi che da più di un secolo hanno denunciato i misfatti di questo tipo di scolarizzazione e di questo modo di educazione. Tutto al contrario della condizione di Zanshin si attende il verdetto, il risultato dell’interrogazione scritta, del compito, dell’esame. Invece di sviluppare le capacità fisiche o intellettuali del bambino, si fa di lui un essere impaurito o più tardi un ribelle che aspira solo a uscire dal sistema nel quale si trova incastrato, per respirare anche solo un po’ più liberamente. Il danno tuttavia non è irrimediabile, è anche a questo che serve la nostra pratica, rimettere in piedi ciò che non avrebbe mai dovuto essere abbandonato né distrutto.

Prima finisci la scuola!

Chi non ha mai sentito questa frase, divenuta un leitmotiv genitoriale? Quali sono i genitori che hanno lasciato i loro figli andare nella direzione che avevano deciso da soli di prendere, sostenendoli malgrado la disapprovazione generale della famiglia e dell’entourage? In Francia la nuova legge sull’insegnamento (obbligo dell’istruzione dai tre ai diciott’anni) costringe i genitori, che a volte, perché un giorno hanno preso coscienza dei disastri che hanno subito durante la propria infanzia, hanno scelto l’insegnamento a domicilio, a rimanere malgrado tutto nel quadro dell’educazione nazionale. A far subire esami e test che i bambini devono superare pena il reinserimento in una scuola riconosciuta dallo Stato. Come permettere al bambino, all’adolescente, di scoprire, di riscoprire o di conservare quello che ha sempre avuto e che non avrebbe mai dovuto perdere: Zanshin, questo stato di concentrazione che perdura al di là dell’atto, questo stato istintivo che ci procura il piacere, la soddisfazione, e rafforza le nostre capacità permettendo loro di approfittare dell’esperienza acquisita in questo momento grazie a questo piccolo momento di pausa in cui qualcosa resta in sospeso? Il bambino, maschio o femmina, durante questo tempo incerto in cui tutto è possibile, sfugge al mondo delle convenzioni sociali, diventa forte, di questa forza che nessuno potrà sottrargli, si apre a una intelligenza che appartiene solo a lui e che non è opera di alcuna dottrina, di alcuna ideologia.

Ai-uchi, ai-nuke

A partire da Zanshin un mondo può ricostruirsi se non è stato distrutto o semplicemente rovinato. Nella pratica dello Zen è lo spirito di Zanshin che permane o lo spirito con cui si compie qualsiasi gesto che permette di ritrovare ciò che è stato perduto, nell’Aikido non è lo spirito combattivo che ci permette di vivere in armonia, bensì quello che c’è dietro, in profondità e che anima la nostra azione. Itsuo Tsuda Sensei ci racconta la storia di questo grande maestro del XVII secolo Sekiun Harigaya che aveva trovato la pace interiore. «Dopo esser stato a lungo tormentato dall’incertezza che regna quando ci si trova in una situazione estrema, in cui nessun ricorso a un precedente serve a giustificarci, trovò: “Vincere i più deboli, farsi battere dai più forti, e annientarsi a vicenda fra eguali, sono soluzioni senza uscita.” Anche se si ottiene la vittoria colpo su colpo, secondo lui non è altro che una bestialità. Non sono altro che combattimenti fra lupi o tigri. Si rimarrà sempre nella relatività, nell’opposizione. Bisogna uscirne per trovare la vera via. Come uscire dalla bestialità per trovare la vera via? Soprattutto in una situazione in cui il risultato non si misura con dei punteggi. La formula consacrata fino ad allora è stata “ai-uchi”, annientamento reciproco. A voler battere l’altro, cercando al contempo di conservare la propria integrità, si perde tutto, poiché all’ultimo momento si è vinti dalla paura che ci paralizza. Per uscire da questa dualità che ci tormenta, si decide di morire, abbandonando tutto ciò che abbiamo. “Quando avrai la mia pelle, avrò la tua carne. Quando avrai la mia carne, avrò le tue ossa”, questo è il motto degli spacconi. Si resta comunque nella bestialità. Dopo lunghi anni di meditazione, Sekiun trova la sua formula ai-nuke, passare al di là reciprocamente. La base di questa formula è la scoperta del kokoro, immutabile, eterno, nel quale non c’è l’annientamento dell’avversario, ma soltanto il rispetto dell’altro. Questo ai-nuke indica una posizione abbastanza vicina a quella dell’Aikido del M° Ueshiba. Se si affronta l’altro senza alcuna aggressività, è ai-nuke, ma se si mantiene la minima aggressività, è ai-uchi. Ma come si può svuotarsi da ogni aggressività quando ci si trova per l’appunto in una situazione di aggressività in cui si rischia di perdere tutto? Questa non-aggressività, se viene, non da un moralista o da un pacifista religioso, ma da qualcuno che ha conosciuto 52 combattimenti reali fino all’età di 50 anni, può avere un valore del tutto diverso.»(3) Zanshin è al centro del problema, perché si tratta di una presenza a se stessi come pure all’altro, senza aggressività, senza attese, senza ricerca di un qualsivoglia risultato. Zanshin non è né la fine né l’inizio di un movimento, non rappresenta il potere di uno dei due su un avversario, è un tempo, uno spazio-tempo non definito, ma che si realizza concretamente. Ritrovare il Kokoro dell’infanzia, ritrovare la concentrazione, la gioia semplice di sentirsi pienamente vivi, non accontentarsi più dell’aspetto superficiale della sopravvivenza che ci viene imposta dalla società, è la strada che ci viene proposta nell’Aikido. Anche se questa strada esige da noi rigore e determinazione, continuità e introspezione, io l’ho sempre sentita e vissuta come più facile dell’abdicazione, della rinuncia e dunque della disillusione o della passività.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

Abonnez-vous à notre newsletter

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 27) nel mese di gennaio del 2020.1) Tsuda Itsuo, La voie des dieux, Le courrier du livre, 1982, p 61.2) Tsuda Itsuo, C?ur de ciel pur,Le courrier du livre 2014, p 91.3) Tsuda Itsuo, La voie des dieux, Le courrier du livre, 1982, p 63.Foto: Bas Van Buuren, Sara Rossetti

Senpai-kohai: la gerarchia dell’ombra

La Scuola Itsuo Tsuda è una scuola senza gradi, in cui si può riscoprire la libertà di esprimersi, di intervenire, di interagire tra persone, senza bisogno di fare riferimento ai nostri “livelli” rispettivi per determinare chi ha diritto di parola e chi ha diritto di ascoltare. Tuttavia la nostra scuola non è priva di una forma di gerarchia – implicita, in movimento, viva – sta ad ognuno sentirla e valutarla. Una ricerca che è parte integrante della nostra pratica. In un articolo pubblicato nel novembre 2019 sul suo blog, Ellis Amdur, praticante e ricercatore riconosciuto nelle arti marziali giapponesi tradizionali(1), ci racconta attraverso la relazione senpai(2)-kohai(3) nei koryu(4) una storia di questa gerarchia dell’ombra.

Régis Soavi senpai-kohai

Ringraziamo Ellis Amdur di averci permesso di condividere e di tradurre questo articolo [traduzione di Andrea Quartino].

Diversi anni fa, i miei amici Phil e Nobuko Relnick, praticanti di livello elevato della Shinto Muso-ryu e della Tenshin Shoden Katori Shinto-ryu, erano in viaggio in Portogallo. Visitarono una scuola di jogo do pau(5). Volevano mostrare il dovuto rispetto alla scuola che stavano visitando e chiesero, come si usa in Giappone: “Chi è l’istruttore?”. Perplessi, i più anziani conferirono tra loro e indicando un uomo, dissero: “ Probabilmente lui. È il più anziano.”

Le arti marziali radicate in un luogo, sia esso un villaggio, un gruppo di cacciatori-raccoglitori o una fazione in una città, spesso non avevano gradi, nel senso in cui lo immaginiamo. Piuttosto, le persone più competenti (quale che fosse la loro età) erano apprezzate e rispettate per la loro utilità mentre gli anziani erano rispettati per la loro conoscenza, storia e autorità in quanto anziani. Questo è certamente vero per il Giappone. Per migliaia di anni, i villaggi e i cacciatori-raccoglitori si sono protetti e organizzati con gli stessi sistemi gerarchici che mantenevano intatto il resto della società. Competenze e valore portavano riconoscimenti, mentre anni e esperienza portavano autorità. Anche dopo che il governo centrale di Yamato si unificò con la costruzione di un esercito di leva, c’erano nelle regioni di confine bande di guerrieri che finirono con il diventare i bushi. Avevano dei capi, certo, ma all’interno delle loro bande, l’anzianità (fosse per l’età o per il momento di arrivo nel gruppo) aveva un peso considerevole. Questo vale ancora oggi nelle arti marziali giapponesi. I senpai hanno autorità solo perché sono arrivati prima.

Potrei facilmente dilungarmi sui problemi che possono emergere in un sistema simile; i sistemi delle scuole superiori e dei club delle università giapponesi sono pieni di abusi, e il livello terrificante di atrocità commesse dai Giapponesi durante la Seconda Guerra mondiale, in cui alcune regioni della Cina furono trasformate in campi di Auschwitz a cielo aperto, fu in gran parte alimentato dalla percezione dell’impossibilità di sfidare le richieste dei propri superiori. Ma rimandiamo queste discussioni a un’altra volta. È facile concentrarsi sul peggio, particolarmente quando si parla di cultura marziale che riguarda prima di tutto la violenza. All’interno di quella stessa cultura marziale esistono alcuni degli aspetti migliori dell’umanità, e anche questo è favorito in parte da un sistema naturale di anzianità.

Parliamo più specificamente del ruolo dell’anzianità nel koryū bujustu(6). Ci sono due aspetti dell’anzianità: il più ovvio è essersi unito prima al ryūha(7); il secondo è essere entrato prima in uno specifico dojo, perché i dojo, diretti da diversi shihan(8), possono avere culture e gerarchie diverse all’interno delle quali un ospite proveniente da un altro dojo – un “mezzo esterno” – deve trovare il suo posto. Un esempio perfetto di questa complessità viene fornito da uno dei miei allievi più anziani, G. M., che ha iniziato a praticare il Toda-ha Buko-ryu(9) al dojo Hokusei di Atene. Si trasferì in Giappone e, quando questa decisione si rivelò a lungo termine, si unì ufficialmente al Nakano Dojo di Kent Sorensen sensei, soke-dairi del ryu, diventando suo allievo. In termini di anni di pratica nella Toda-ha Buko-ryu, direi che era in un certo senso tra i membri medi e avanzati del Dojo Nakano, ma d’altra parte era il membro più giovane del dojo al momento del suo arrivo. Ha quindi dovuto trovare il suo posto.

Régis Soavi senpai-kohai

È ancora più complesso, perché entrano in gioco anche i gradi ricevuti (shoden, chūden, okuden, o mokuroku, menkyō, inka, per citare due “serie” di gradi). Allora come “calibrare” questi diversi aspetti dell’anzianità che si sovrappongono ed entrano un poco in conflitto tra loro? Kan (勘), l’ “intuizione”, qualcosa che si basa sulla conoscenza culturale, sull’osservazione del modo in cui la persona alla guida del dojo tratta ogni individuo e come la persona in questione si integra nella cultura del dojo. E, se questo non funziona, i più anziani (e, raramente, lo shihan) aiutano il nuovo venuto a “ri-calibrare” per integrarsi in modo adeguato.

Si potrebbe chiedere: la scuola non dovrebbe avere un regolamento, un manuale di comportamento, che verrebbe consegnato all’allievo quando arriva? Ebbene, potrebbe esserci, ma solo in termini più generali. In molte scuole, si presta un kishomon (giuramento di sangue) che fornisce alcune condizioni generali per poter entrare. (Vedere il libro Old School(10) per un’analisi approfondita di questi giuramenti.) Il kishomon tuttavia dà solo alcune condizioni, mentre qui stiamo parlando di una serie molto complessa di valori e comportamenti, la somma totale della cultura marziale arcaica giapponese. Notate questa espressione: “cultura marziale”. Per sopravvivere realmente in incontri ad alto rischio, bisogna sviluppare una spiccata sensibilità verso gli altri, sia verso i nostri alleati sia verso i nostri nemici. Sviluppare il kan è essenziale. Come si può sviluppare la capacità di intuire il livello di fiducia della propria gente, o le intenzioni degli avversari, se non è parte dell’allenamento? Essere sempre vigili, preoccuparsi di poter offendere gravemente il proprio insegnante o gli anziani del proprio dojo, tutto ciò richiede che si sviluppi una sensibilità acuta momento per momento. Paradossalmente, l’allievo che vi riesce impara a distendersi anche quando si mantiene vigile, qualcosa che ho chiamato altrove come “etichetta del branco di lupi”. Un insieme di regole, imparate a memoria, saranno applicate prima di tutto in modo artificiale, e in secondo luogo priveranno l’allievo dell’opportunità di sviluppare quello che conta veramente :– reigi (atteggiamento formale/corretto) è in fin dei conti la strada maestra verso il kan.

Quali sono, nello specifico, le responsabilità degli anziani (senpai)? In generale, l’anziano è responsabile del mantenimento della cultura della scuola, e si esprime in nome di quello che crede sia la volontà dell’insegnante. Un modo semplice per pensare al ruolo dell’anziano è quello di un fratello maggiore. Anche se il fratello minore è riuscito meglio nella vita, nel lavoro, ecc., le parole del fratello maggiore dovrebbero contare ancora.

Ecco alcuni esempi:

  • un nuovo allievo ha una cattiva igiene – il suo keikogi puzza, il suo alito è orribile, oppure i vestiti che porta per praticare sono sporchi o in disordine. Lo shihan della scuola non dovrebbe MAI essere messo nella posizione di dire all’allievo di pulirsi. Gli anziani del dojo parlano a questa persona, le dicono di occuparsi del problema – con tatto ed educazione. Se continua, diventeranno più fermi. Alla fine, se il problema persiste, possono dirgli, presumibilmente, di non tornare finché non ha risolto il problema.
  • Una persona inizia a discutere oppure a insegnare agli altri, davanti all’istruttore, senza l’autorizzazione. Anche se di un livello più basso rispetto alla persona che parla senza autorizzazione, un anziano può e dovrebbe ribattere all’altro, ricordandogli che viene al dojo per studiare con lo shihan e dicendogli “parlando, impedisci l’insegnamento di Sensei perché prendi tutto lo spazio”.
  • Un giovane allievo pieno di vitalità pratica troppo vigorosamente – forse pericolosamente – con gli altri allievi. È responsabilità degli anziani informarlo che deve rallentare il ritmo. Idealmente, l’anziano può se necessario sopraffare fisicamente la persona vigorosa ma, anche se non è possibile, deve comunque intervenire per risistemare le cose. Solo se questo intervento non funziona, da parte di uno o più anziani, si dovrebbe coinvolgere lo shihan.

Quali sono le responsabilità dell’allievo meno avanzato (kohai)? Come un “fratello minore”, la sua responsabilità è di prestare attenzione ai i propri fratelli e sorelle maggiori per avere una guida sulla cultura del dojo e sul comportamento appropriato da avere, tanto durante la pratica che nelle interazioni sociali fuori dal dojo. Un’obiezione potrebbe tuttavia essere sollevata, vista la mia breve allusione più sopra ai potenziali abusi del sistema senpaikohai. Abbiamo ancora bisogno di questo sistema? Assolutamente. È attraverso questo sistema che il koryū bujustsu è stato conservato nel corso delle generazioni. Senza di esso, saremmo radicalmente cambiati in un modo che minaccerebbe il futuro di una tradizione marziale qual è un autentico koryu.

senpai-kohai

Tuttavia, un tale sistema può presumibilmente diventare corrotto. Noi, giapponesi e non, siamo anche degli esseri umani autonomi del XXI secolo e non dovremmo mai accettare nulla che sia un abuso o immorale in nome di questo sistema arcaico. Se dovesse accadere, è compito del kohai (o del senpai) prendere posizione e obiettare, idealmente facendolo dapprima con gli anziani e le anziane a lui più vicine: e farlo con forza e dignità. Si spera che tale obiezione cambi qualcosa di tossico nella cultura del dojo. Solo in caso di fallimento lo shihan dovrebbe essere coinvolto (o, in certi casi, essere informato del problema, idealmente lo shihan potrebbe anche non venire a conoscenza dell’accaduto). Se non riuscite in questo tentativo di rimostranza, siete ad un bivio: forse resterete, accettando la situazione (e a volte vi renderete conto che ciò che una volta trovavate riprovevole è qualcosa che vedete in modo diverso, col passare del tempo); forse lo troverete insopportabile e dovrete andarvene (o sarete mandato via). Così Sia. In un caso ipotetico così estremo, perdereste la vostra appartenenza all’associazione, ma conservereste la vostra integrità. Ma questo scenario è il peggiore dei casi, estremamente raro in qualsiasi scuola.

Tornando dalla drammaticità del caso peggiore alla realtà quotidiana, un ryuha è come una famiglia – e i nostri fratelli maggiori, nel migliore dei casi, ci guidano, e i nostri fratelli minori si sforzano di superarci, sempre dimostrando rispetto.

Notes :

1) I suoi testi possono essere consultati su https://edgeworkbooks.com
2) Lett. compagno-prima: maggiore (come sensei, lett. nato-prima, maestro)
3) Lett. compagno-dopo: minore
4) Lett. antica-tradizione: antica scuola tradizionale
5) Lett. gioco di bastone: arte marziale portoghese che si pratica con un bastone
6) Tradizione marziale dei koryu
7) Sinonimo di ryu
8) Praticante insegnante modello
9) Un koryu che risale al XVI secolo di cui Ellis Amdur, il defunto Pierre Simon et Claire Seika sono shihan
10) Ellis Amdur, Old School: Essays on Japanese Martial Traditions, feb. 2015

La forza vitale

di Régis SoaviPerché parlare della forza vitale quando l’argomento sembra démodé? Oggi è generalmente considerato come una sorta di residuo ideologico degli anni Sessanta.Oppure resta apparentemente appannaggio privilegiato di un esiguo numero di persone alla ricerca di effetti misteriosi?Se la forza fisica resta per molte ragioni e in molti casi un tema importante, non è uno stato permanente e inalterabile. Esistono numerosi fattori che dobbiamo prendere in considerazione: l’età dell’individuo, il suo stato di salute, il suo mentale, la sua situazione sociale, la sua concezione del mondo, ecc. La stessa cosa vale per la cosiddetta forza mentale o, più comunemente parlando, la forza di carattere.

Lo spettacolare

Avere un corpo da dio o da dea ha sempre fatto sognare la gioventù, è chiaro che lo stato del corpo dovrebbe essere riflesso dalla sua apparenza. La silhouette di una persona era uno dei mezzi per giudicare lo stato di salute, la sua forza, la sua potenza. Le statue dell’antica Grecia o dell’antica Roma servivano da esempio. L’accento era posto sull’estetica delle forme e delle proporzioni. Accade lo stesso oggi, ma i modelli sono cambiati perché appartengono soprattutto agli ambienti trendy della “people society”: attori, sportivi di alto livello, modelli, ecc. Le immagini che ci vengono proposte, anche quando non vengono ritoccate, ci fanno apparire un mondo completamente irreale di giovani persone innocenti, sprizzanti salute, saltellanti e in grado di realizzare degli “exploits” con la massima facilità. «Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione.» (1) In questo mondo di false apparenze come non passare per un guastafeste quando si tenta di presentare valori diversi da quelli che sono messi in scena dalla pubblicità al servizio dell’Economia e della volontà di potenza di qualcuno, a scapito della maggioranza degli individui?

Tsuda Itsuo montrant les points du ventre pendant une conférence.
Itsuo Tsuda mostra i punti del ventre durante una conferenza

Un problema di società

La società del 2019 non è la società del ventesimo secolo e ancora meno quella del diciannovesimo. A quell’epoca la forza fisica aveva qualcosa di naturale, oserei dire di primitivo, oggi non è più così. Se, per esempio, in Occidente, i progressi della medicina hanno potuto salvare delle persone e permettere un allungamento della durata di vita, d’altro canto hanno ridotto molta gente ad essere dipendente da trattamenti e medicinali, creando in tal modo una società di assistiti la cui forza vitale sembra essersi gravemente indebolita. I laboratori farmaceutici non si fanno scrupoli a produrre a profusione sempre più sostanze, nuove molecole, che dovrebbero rendere la vita più facile. Uno degli esempi che ha fatto scandalo recentemente è quello dei drogati su prescrizione medica. Gli antidolorifici a base di oppiacei, per via dell’assuefazione che generano, hanno già fatto non solo due milioni di persone dipendenti da queste sostanze, ma anche centinaia di migliaia di drogati che non sanno più come procurarsi la propria dose e persino, drammaticamente, più di quarantottomila morti negli Stati Uniti nel 2017. (2) La medicina dello sport in alcuni paesi, e questo ormai da decenni, non esita a drogare gli atleti per permettere al loro paese di vincere una medaglia. In ambito sportivo i record sono costantemente superati, ovunque la competizione infuria, ma sembra difficile vincere e anche solo essere selezionati senza avere degli specialisti del corpo e della medicina all’interno del proprio staff tecnico.La sola forza fisica naturale non basta più, ci vuole più di questo oggi, molto di più. Si propongono integratori alimentari, cocktail di sostanze sempre più sofisticati per superare i limiti umani naturali, ma anche semplicemente per essere sempre in forma o quantomeno per apparire tali, e quando le conseguenze dei trattamenti, o piuttosto dei cattivi trattamenti del corpo, sopraggiungono, è già troppo tardi per tornare indietro.

L’ecologia umana

Il fatto che una parte della nuova generazione abbia preso coscienza dello stato del pianeta potrebbe essere il punto di partenza di una presa di coscienza più globale. L’assoluta necessità di rivedere non soltanto la produzione di prodotti di consumo, ma anche gli schemi di questa stessa produzione, se spinta un po’ più lontano dovrebbe portare la società alla comprensione di questo bisogno imperativo di cambiare orientamento.Se la tecnologia ha dei lati pratici, dobbiamo forse rinunciare a pensare da soli per seguire le tracce prestampate dei software, degli algoritmi, o dei motori di ricerca? La medicina occidentale, che è un’arte e non una scienza, ha fatto dei grossi progressi dal punto di vista della comprensione e del trattamento di certe malattie umane, ma dovremmo per questo abbandonare il nostro libero arbitrio e rimetterci nelle sue mani senza cercare di comprendere o di sentire ciò che più ci corrisponde? La società ci ingozza di raccomandazioni che, se non ci fanno più ridere, spesso ci lasciano indifferenti: «Mangiate muovetevi» «Mangiate cinque frutti e verdure al giorno» «Attenzione al tasso di colesterolo, mangiate prodotti light» «Rispettate scrupolosamente il numero di ore di sonno» ecc. L’essere umano moderno finisce per seguire le direttive di persone che pensano per lui in materia di salute, di lavoro, di incontri; tutto è preparato, pre-digerito, in nome del nostro benessere, per realizzare ciò che scrittori come Evgenij Zamjatin, già nel 1920, Aldous Huxley nel 1932, o George Orwell nel 1949, avevano descritto nei loro romanzi di fantascienza sociologica, cioè “un mondo ideale”. Stiamo già vivendo in quel mondo che Huxley predisse in una conferenza nel 1961?«Ci sarà, in una delle prossime generazioni, un metodo farmacologico per far amare alle persone la loro condizione di servi e quindi produrre dittature, come dire, senza lacrime; una sorta di campo di concentramento indolore per intere società in cui le persone saranno private di fatto delle loro libertà, ma ne saranno piuttosto felici”. (3) Lungi da me l’idea di perpetrare ideologie reazionarie o passatiste, che hanno la tendenza di risolvere le questioni a colpi di “basterebbe…” o di propugnare la rinascita di valori patriarcali o razzisti, che fortunatamente sono, o, oso sperare, dovrebbero essere superati. I passi da fare sono di tutt’altra dimensione. Non si tratta d’altro che di trovare dei valori umani ed è forse questa la vera rivoluzione. L’Aikido è portatore di questa speranza, ma non dobbiamo sbagliarci di direzione.

Respiration KA MI : activation de la force vitale
Respirazione Ka Mi: attivazione della forza vitale

La forza vitale

Espressioni popolari come “avoir du c?ur au ventre” (4) o “avoir des tripes” (5) esprimono bene l’importanza che la maggioranza delle persone di non molto tempo fa accordavano a questa regione del corpo, il coraggio non si trova nella riflessione ma nell’azione della parte bassa del corpo.La forza vitale era un argomento ben noto ai maestri di arti marziali, e questi accordavano la più grande attenzione al farne uno dei temi più importanti, se non proprio il centro, dei loro insegnamenti. Tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscere i maestri della prima generazione dopo O Sensei sanno che il valore di Noquet Sensei, Tamura Sensei, Yamaguchi Sensei o Noro Sensei, e molti altri ancora, non risiedeva nella qualità, evidentemente irreprensibile, delle loro tecniche, ma nella loro presenza, semplice riflesso della loro personalità, della loro forza vitale.Anche Itsuo Tsuda Sensei, maestro di Aikido, faceva parte di questa generazione, ma egli è stato anche uno dei maestri della prima generazione dopo Noguchi Haruchika Sensei, nell’arte del Seitai, e ha scritto molto su questo soggetto fin dal suo primo libro Il Non Fare da cui ho tratto qualche estratto.«Dal punto di vista del Seitai il ventre non è semplicemente un contenitore di diversi organi digestivi, come insegna l’anatomia. Il ventre, già conosciuto in Europa con il nome giapponese di “hara”, è la sorgente e il deposito della forza vitale.» (6)«La vita agisce come una forza che dà coesione agli elementi assorbiti. [?] È questa forza di coesione che noi chiamiamo “ki”. [?] Ciò che interessa il Seitai, non sono i dettagli della struttura anatomica, ma il comportamento di ciascun individuo che rivela lo stato di questa forza di coesione. Questa coesione, nella fattispecie, è alla ricerca spontanea di un equilibrio e si manifesta in due modi diametralmente opposti: in eccesso o in deficit. Quando il ki, forza di coesione o energia vitale, è in eccesso, l’organismo rigetta automaticamente tale eccesso per poter ristabilire l’equilibrio. Ciò che disorienta l’osservatore è che il rigetto, lungi dall’essere semplice, si effettua sotto forme diverse e complesse. Nell’individuo, esso si manifesta nel comportamento verbale, nel suo gesto o nel suo atto. Invece, quando il ki è in deficit, l’organismo reagisce per colmare questa insufficienza, attirando verso di sé il ki degli altri, cioè, la loro attenzione.» (7)Nel Seitai esiste un mezzo per rendersi conto dello stato del koshi e della forza vitale, semplicemente verificando l’elasticità del terzo punto del ventre che si trova approssimativamente due dita al di sotto dell’ombelico. Se il punto è positivo, ovvero se si sente che rimbalza quando ci si preme sopra, allora tutto va bene, ci si rimetterà rapidamente in caso di difficoltà o di malattia, se invece le dita affondano e ritornano solo con lentezza, se il ventre è molle, allora lo stato del corpo è in difficoltà, questa mancanza di tono è rivelatrice dello stato della forza vitale. Preferisco astenermi dal fornire maggiori dettagli al fine di evitare che degli appassionati del fai da te presuntuosi o mal informati comincino a toccare dappertutto. In ogni caso potete provare su voi stessi, ma mai sugli altri, anche se sono d’accordo, il rischio di perturbare il loro ritmo biologico e quindi di conseguenza la loro salute è troppo grande, inutile giocare all’apprendista stregone.La forza vitale è quella che ci fa risalire la china quando tutto sembra perduto. È quella che ci permette di concretizzare progetti che a volte sembrano impossibili da realizzare.

Représentation du hara ; Basilique Saint-Sernin à Toulouse
Rappresentazione dell’hara, Basilica Saint-Sernin a Tolosa

La tecnica Seitai: un orientamento

Il Seitai ci offre, nel quotidiano, gli strumenti che ci mancano per mantenere la nostra forza vitale. La pratica del Katsugen Undo (Movimento rigeneratore) così come i Taiso, diversi in funzione dei Taiheki (abitudini corporee), o le tecniche di primo soccorso non sono che la parte visibile, l’essenziale si trova nella sua filosofia di vita e nella sua comprensione dell’essere umano. Tutta l’attenzione volta all’educazione dei giovani genitori, la cura del bambino, il modo di far circolare il Ki, di rispettare ogni persona nella sua individualità, e non facendo riferimento al generale, ne fanno una scienza del particolare, come amava definirla Itsuo Tsuda Sensei nel suo libro dallo stesso titolo. (8)Se, in occasione degli stage, fornisco indicazioni pratiche che permettono alle persone di ritrovare un buono stato di salute, di recuperare la propria forza vitale quando essa è indebolita, è perché conto sempre sulla capacità degli individui di reagire, di comprendere la necessità di orientarsi diversamente rispetto a ciò, piuttosto che dimettersi dal proprio potere a favore di una tecnica, di un idolo o di un guru.Senza la forza vitale, la forza fisica ha difficoltà a trovare sbocchi, gira in tondo e finisce per perturbare la persona stessa che non sa più come fare per ritrovare il proprio equilibrio.La forza vitale non ha morale, può essere usata in modo opportuno o no, certo, ma se questa non c’è più, è inutile discutere sul valore degli obiettivi da raggiungere o sulle prospettive che ci propone la società.Ci si pongono molte domande sulla sua natura, sulla sua origine, e anche sul suo assoggettamento. Ad alcuni piacerebbe poterla misurare con l’ausilio di materiale tecnologico altamente sviluppato, come ad esempio degli elettrodi sofisticati capaci di registrare le risposte sottili emesse dal cervello. Malauguratamente, o piuttosto fortunatamente, perché i rischi di manipolazione sono grandi, questo al momento sembra impossibile. La forza vitale è di tutt’altra natura, lo si comprende quando si ritrova la sensazione del ki nel proprio corpo. Ma che cos’è il ki? Tsuda Sensei ci indica con poche parole una pista per riscoprirlo.«Il ki è il motore di tutte le manifestazioni istintive e intuitive degli esseri viventi. Gli animali non cercano di giustificare la propria azione ma riescono a mantenere un equilibrio biologico nella natura. Nell’uomo lo sviluppo straordinario dell’intelligenza minaccia di distruggere ogni equilibrio biologico, arrivando fino alla distruzione totale di ogni essere vivente.»(9)

L’Aikido: un’arte per risvegliare la forza vitale

L’Aikido è spesso al centro di numerose polemiche, a causa del suo rifiuto della competizione, del suo ideale di non-violenza, della sua mancanza di modernità e persino della sua pretesa inefficacia. Mi sembra che sia tempo di affermare i valori della nostra arte – e sono numerosi. Nella pratica dell’Aikido non è la forza fisica ad essere determinante, ma piuttosto la capacità di utilizzarla, come per la tecnica è la capacità di adattarla alle situazioni concrete ad essere importante e questo non si può fare senza aver risvegliato la nostra forza vitale. La messa in situazione sui tatami giorno dopo giorno, seduta dopo seduta, se la si fa senza concessioni e allo stesso tempo senza brutalità, ci apre gli occhi e ci permette di sviluppare, di ritrovare ciò che anima l’essere umano, una forza, una vitalità che si è lasciata troppo spesso atrofizzare. La potenza che si può sviluppare, ma anche la tranquillità, la quiete interiore che si può ritrovare, ne sono la manifestazione visibile, il riflesso di quello che si chiama Kokoro in Giappone.È inutile fare il paragone con altre pratiche, perché, anche se l’Aikido, quali che siano le critiche che gli vengono fatte, non dovesse servire ad altro che a permettere solamente il risveglio, il mantenimento o il miglioramento della forza vitale, non avrebbe forse portato a compimento il suo dovere nei confronti dei praticanti? Non lo si potrebbe considerare come una delle arti marziali maggiori?La forza vitale è al centro di tutte le discipline e lo è dall’origine dei tempi, se tutte le arti marziali evolvono, essa resta l’elemento indispensabile alla loro pratica.Régis SoaviNote:1) Guy Debord, La Società dello Spettacolo, trad. it. Paolo Salvadori, Baldini&Castoldi 2017 p.63.2) “Médicaments antidouleurs: overdose sur ordonnance”, Le Monde, éditorial publié le 16 ottobre 2018 à 10h24.3) Aldous Huxley, discorso tenuto nel 1961 alla California Medical School di San Francisco.4) “Avoir du c?ur au ventre”: lett. avere del cuore nel ventre, quindi avere forza e coraggio.5) “Avoir des tripes”: lett. avere delle trippe, quindi avere fegato, essere forte e coraggioso.6) Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Ed. 2014 p. 193.7) Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Ed. 2014 p. 203-204.8) Itsuo Tsuda, La scienza del particolare, Yume Ed. 2019.9) Itsuo Tsuda, Le Dialogue du silence, Le Courrier du Livre 1979 p. 87.

Superficialità o approfondimento

In questo articolo, a partire da un tema tratto dall’I-Ching (esagramma Tsing = Il pozzo),Régis Soavi Sensei ci parla delle pratiche dell’Aikido e del Movimento Rigeneratore come strumenti di ricerca e approfondimento di sé.Il dojo è, per essenza, il pozzo dove vengono a nutrirsi i praticanti di arti marziali alla ricerca della Via, del Tao. All’opposto del ring o della palestra, offre un luogo di pace necessario, se non addirittura indispensabile, per l’approfondimento dei valori umani.Leggi tutto : http://www.scuoladellarespirazione.org/superficialita-o-approfondimento/

La presa, un’arte del distacco

di Régis SoaviLa presa in sé non è la difficoltà, è la coagulazione del ki nel polso, nelle braccia o intorno al corpo a porre un problema e a bloccarci, ed è attraverso il distacco che ce ne si potrà liberare. La visualizzazione è il modo di arrivare a questo distacco. Tsuda Sensei ce ne fornisce un esempio nel suo secondo libro, La via della spoliazione.

Ridiventare bambini

Aide-mémoire Itsuo Tsuda saisie
Aide-mémoire dessiné par Itsuo Tsuda, 1972 illustrant différents types de saisie
«L’Aikido per me è un’arte di ridiventare bambini. […] C’è bisogno di un’arte per ridiventare bambini senza essere puerili. […] Jean per esempio, mi afferra da dietro circondandomi con le braccia. Voglio abbassarmi per sedermi ma mi impedisce di farlo. Ha dei bicipiti che sono il doppio dei miei e pesa circa 90 chili. Non posso muovermi talmente mi stringe forte. Cosa si deve fare? Proiettarlo prima di sedermi? Ci provo, ma non ci riesco, poiché è troppo pesante e troppo forte.Allora divento bambino. Vedo una conchiglia meravigliosa sulla spiaggia e mi abbasso per prenderla. Dimentico Jean che continua a stringermi da dietro. (Tecnicamente c’è un dettaglio importante: porto avanti un piede per fare, insieme all’altro, due lati di un triangolo, poiché è più concentrato). C’è scorrere del Ki, che parte da me e va verso la conchiglia, mentre prima il Ki era bloccato sul pensiero di Jean. Jean con i suoi 90 chili diventa molto leggero e cade in avanti al di sopra delle mie spalle.Come può accadere che con idee diverse si ottengano risultati opposti, mentre la situazione rimane la stessa?L’idea di proiezione provoca la resistenza. Nel gesto del bambino, c’è la gioia di raccogliere la conchiglia che fa dimenticare la presenza dell’avversario.»*

Prendere, appropriarsi

Ci sono molti modi di afferrare, e ciò che è spesso determinante è l’intenzione che ci viene messa. Alcuni di questi modi possono essere considerati superficiali, persino inoffensivi, altri più pericolosi, come ad esempio quelli che presentano un carattere di appropriazione, altri ancora possono essere a volte insidiosi e insistenti.La scenografia che permette l’allenamento nell’Aikido considera che la presa sia il risultato di un atto che si manifesta con una certa aggressività. Questo atto è già di per sé stesso un tentativo di appropriarsi dell’altro per farne qualcosa, derubarlo, distruggerlo, distruggere la sua persona o la sua personalità, tralasciando i casi legittimi che non ci riguardano in quest’esempio. Si tratta di un abuso di potere, reale o irreale, manifesto o desiderato, sull’altro, questo altro che si suppone impossibilitato a reagire davanti ad una tale manifestazione di potenza.

Una presa di potere

Nel mondo animale il potere di un individuo o di un clan, all’interno di un gruppo più numeroso della stessa specie, corrisponde a dei criteri ben precisi, generalmente legati alla riproduzione, alla preservazione, o alla difesa di un territorio. Di conseguenza è sopportato e in fin dei conti accettato dall’intero gruppo; se insorgono tentativi di contestazione, dei rituali genetici o semplicemente ancestrali servono a chiarire la situazione.All’interno della società umana, e in particolare la nostra che si vorrebbe più moderna da un certo punto di vista, il bisogno di prendere il potere sull’altro mi sembra essere più un segno di disfunzione, se non di malattia, creato dal nulla dai comportamenti indotti dalla civilizzazione. L’incertezza del proprio potere, il condizionamento esercitato da tutto quanto è già organizzato all’interno della società, provocano una frustrazione e spingono l’essere umano a cercare di riconquistarlo attraverso parole o azioni là dove questo potere non c’è, là dove non lo troverà, e cioè nell’altro, che in fin dei conti non lo detiene. Invece questo comportamento lo obbliga mentalmente ad assumersi tutti i rischi che questa vana speranza comporta. La nascita di questo tipo di aggressività proviene spesso da una mancanza, da un deficit, ammesso o meno, del proprio potere, che si cerca di colmare. Le pressioni percepite, subite, e dunque vissute come tali a volte sin dalla più tenera infanzia, conducono alcuni individui a volersi riappropriare di ciò che percepiscono, nella loro intimità, come un qualcosa di cui sono stati privati, derubati, o anche che hanno semplicemente perduto. Ciò fa di questi individui delle persone pericolose a causa della loro semplice frustrazione. Ognuno di noi può comprendere e percepire questo genere di cose nel momento in cui si ritrova impotente davanti ad un’amministrazione, o in occasione di una presa di potere su di sé da parte di qualcuno contro il quale non può, apparentemente, nulla. Da qui a divenire aggressivi non c’è che un passo, che alcuni compiono laddove altri invece ci ragionano, si rassegnano, perché hanno già accettato, per via dell’abitudine, questo stato di dominazione e lo subiscono nel quotidiano. Se alcuni ne restano solo leggermente toccati è perché hanno già passato questo tipo di difficoltà e non sono indeboliti nel loro potere, non lo hanno mai perduto o lo hanno già ritrovato.

Prigioniero

«Tel est pris qui croyait prendre»* recita il proverbio, ed è proprio questo rovesciamento di prospettiva che si opera nel momento della presa. Si dimentica troppo facilmente che colui che prende diviene prigioniero di quello che ha preso. Egli non può disfarsene senza rischiare di perdere qualcosa nel processo che ha innescato. La sua libertà, ammesso che ne abbia una, si trova ad essere dipendente da colui o colei che egli pensava poter detenere o trattenere. Egli diventa il carceriere dell’altra persona, la quale non pensa più che a liberarsi, e ci metterà tutta la sua forza, la sua intelligenza, perfino la sua astuzia, se non addirittura la sua perfidia, poiché ne ha tutto il diritto e nessuno potrà biasimarla. La nostra società genera questo tipo di comportamenti alienanti, all’interno dei quali sia l’uno che l’altro cercheranno di liberarsi, l’uno contro l’altro, invece di passare ad un’altra dimensione, più umana, più intelligente, più rispettosa di questo altro. Voler cambiare questi comportamenti può sembrare un’utopia, però, se l’Aikido esiste e continua ad essere un’arte al servizio dell’umanità, è forse per dire e mostrare che, come altri hanno già enunciato, degli altri rapporti sono possibili tra le persone, e noi non siamo i soli, noi aikidoka, a desiderare di voler continuare lungo questa direzione.

La respirazione, una risposta in una situazione particolare

È attraverso la respirazione ventrale e la calma che ne risulta, che si può trovare la soluzione immediata a certe situazioni difficili. Per prepararsi non è assolutamente necessario essere un tecnico eccezionale, un grande guerriero, o un analista assai competente, al contrario si ha la necessità di ritrovare questa forza che si è rifugiata nel più profondo del nostro corpo, nel nostro Kokoro, o che talvolta si è perfino dispersa in molteplici sistemi di difesa. Cercare nelle arti marziali violente una soluzione di difesa di fronte alla coscienza della nostra debolezza, reale o presunta, è solo una scappatoia, un’alternativa o peggio una fuga in avanti. L’Aikido, nella sua filosofia, propone un’altra direzione che, se non viene intesa e soprattutto compresa, rischia di fargli perdere la sua ragion d’essere, la sua particolarità.Gli attacchi nell’Aikido non sono che una messa in situazione per permettere ai praticanti di risolvere un problema, un conflitto che in d’altra parte li oppone più a sé stessi che al loro partner. Le prese per esempio rappresentano spesso dei tentativi di immobilizzazione del corpo, dunque del movimento dell’altro, attraverso un imprigionamento dei polsi, delle braccia, del tronco, del keikogi o di qualsiasi altra parte che lo consenta. A volte, invece, le prese possono essere la prosecuzione di attacchi che non hanno raggiunto l’obiettivo. Raramente sono soltanto un tentativo di bloccaggio, se le si considera dal punto di vista del combattimento saranno quasi sempre seguite da un atemi o da un’immobilizzazione definitiva. Le prese non sono che il primo atto, la prima scena di una “pièce”, se si può dire così, molto più lunga. È lavorando sulle prese che si scoprirà, e questo può sembrare paradossale, il distacco.

Avant la saisie, on est touchée par quelque chose d’invisible.

La sensibilità, l’istinto

Molto prima che la presa o l’attacco si concretizzino la nostra sensibilità è raggiunta da qualcosa di invisibile ma tuttavia di molto materiale. È forse inspiegabile nello stato attuale delle conoscenze scientifiche, ma è qualcosa che conosciamo bene, e a volte anche molto bene. È ciò che ci fa muovere, schivare, quando ancora non abbiamo visto nulla, ma abbiamo soltanto sentito in modo indefinibile. Per fornire un esempio più chiaro e che ognuno ha potuto verificare, in un modo o in un altro, in diverse situazioni, vorrei parlare dello sguardo. Lo sguardo è portatore di un’energia, di un Ki estremamente concreto che il nostrto istinto può percepire. Potrebbe esservi capitato, mentre camminavate, una sera o una notte, di sentre qualcosa di indescrivibile dietro di voi, come se qualcuno vi stesse guardando, osservando, vi girate, nessuno, ma nonostante tutto la sensazione persiste. Questa sensazione, se non siete tranquilli, può trasformarsi in angoscia, ovvero può scatenare una paura «irrazionale visto che non c’è nessuno», quando di colpo scoprite, all’angolo della strada, dietro una tenda semiaperta, qualcuno che vi osserva, oppure, sopra un tetto, un gatto che vi guarda. Lo sguardo dei gatti, degli animali in generale, allo stesso modo di quello degli umani quando osservano intensamente qualcosa o qualcuno, è portatore di un Ki estremamente potente. Il nostro istinto è capace di sentirlo, ma tutto dipende dallo stato del nostro stato d’animo in quel momento. Se stiamo chiacchierando con un amico, se siamo persi nei nostri pensieri dopo un incontro amoroso ad esempio, il nostro istinto, se è poco preparato, avrà difficoltà a sentire questo genere di cose. È lo stesso, ovviamente, se siamo preoccupati, spaventati o angosciati, tutto il nostro essere, in questo caso, è in qualche modo indebolito, perde le sue capacità istintive.

Scoprire la direzione presa dal Ki

L’Aikido ci permette di riscoprire e di guidare le nostre capacità istintive. È grazie ad un lento lavoro su noi stessi e sulle nostre sensazioni che riapparirà ciò che spesso abbiamo lasciato addormentarsi, cullati dal comfort dovuto alla società moderna, che può sembrarci così rassicurante.Il lavoro a partire dalla prese corrisponde, come tutto ciò che facciamo nell’Aikido, a un ri-apprendimento e ad un allenamento del corpo nel suo insieme, in modo che non ci sia più separazione tra il corpo e lo spirito. Già quando il nostro partner si avvicina, non si tratta di aspettare gentilmente che egli faccia la presa richiesta, tutto il nostro corpo deve sentire le direzioni prese dalle diverse parti del suo corpo: braccia, gambe, i suoi punti di appoggio, e tutto questo senza guardare, senza osservare, perché sarebbe già troppo tardi. Per quanto riguarda i debuttanti inesperti, se l’esercizio è sufficientemente lento, essi potranno scoprire i cammini percorsi dal Ki dei loro partner, le linee di forza. Poiché lavorano senza rischi, ricominciano ad avere fiducia nelle reazioni e nelle sensazioni del loro corpo. Durante le sedute non mostro solamente le tecniche, sono continuamente in movimento, facendo da Uke all’uno, da Tori all’altro, senza bloccarli faccio sentire loro la direzione che il loro corpo deve prendere e mi metto io stesso nella situazione, rendendo ancora più concreto il Ki, materializzando le linee di forza, visualizzando le aperture che essi possono utilizzare, tutto questo lasciando loro la capacità di agire, di regire a modo loro.

Scoprire il Non-fare

La presa può essere un primo passo nel cammino che conduce verso ciò che Lao Tsu o Chuang Tsu designano con il nome di Wu wei, il Non-agire, e questa è stata la base dell’insegnamento del mio maestro Itsuo Tsuda. Come insegnare ciò che non è insegnabile, come mostrare l’invisibile, come guidare un debuttante o anche un anziano verso quella che è l’essenza della pratica nella nostra Scuola? Ciò che risulta difficile spiegare a parole, si comprende facilmente quando ci si lascia guidare dalla sensazione. Per questo dobbiamo fare qualche passo indietro: accettare di lasciare le nostre abitudini di acquisire e accumulare, questi riflessi del consumatore sempre pronto a riempire il suo carrello di prodotti diversi, di tecniche più o meno moderne, alla moda o all’antica, miracolose, facili e senza sforzo, o dure ma efficaci. Oggi la pubblicità è all’origine di tante illusioni, facendo luccicare agli occhi dei clienti le meraviglie colorate di un mondo divenuto tanto virtuale. Quanto manca perché si possa praticare l’Aikido sulla console Wii con un casco di realtà aumentata e un partner di cui si possa regolare il potenziometro in funzione del proprio livello, della propria forma, o del proprio umore?Ma è possibile che io sia in ritardo e che questo esista già.

Prendere con il Ki

I bambini piccoli conoscono e utilizzano naturalmente un certo tipo di presa estremamente efficace, si tratta di una presa vuota da tutte le contrazioni inutili. Nel prendere un gioco mettono tutto il loro ki e quando lo lasciano lo fanno con un’indifferenza completa, non c’è più nessun Ki dentro. Invece hanno una capacità incredibile quando non vogliono lasciare quello che hanno preso e che tengono nella loro piccola mano chiusa. Se è qualcosa di pericoloso, i genitori dovranno a volte aprire loro la mano dito per dito, nonostante egli sia piccola e priva di reale forza muscolare, nel senso in cui l’intendono gli adulti. Essi sanno, in modo completamente inconscio, come utilizzare il Ki, non hanno bisogno di impararlo, sfortunatamente perdono spesso questa facoltà a favore della ragionevolezza e sono l’educazione e la scolarizzazione ad esserne più spesso responsabili.Reimparare a prendere come un bambino piccolo, senza tensione, e scoprire grazie a ciò la prensilità naturale. Utilizzo spesso come esempio la maniera in cui gli uccelli si posano su di un ramo: essi hanno dei microsensori cutanei in mezzo alle zampe che informano dei ricettori, i quali, grazie a queste indicazioni, animano delle funzioni riflesse a livello dell’involontario e impartiscono l’ordine alle loro dita di chiudersi non appena toccano il ramo. Questo modo di prendere evita le tensioni, i fallimenti e consente un adattamento molto preciso delle membra al punto che si è afferrato. Una presa di qualità è una presa che utilizza il palmo della mano come primo contatto, poi le dita si chiudono sull’oggetto, sulle membra, sul keikogi. Se si agisce in questo modo le prese sono più rapide, senza tensioni eccessive e di un’efficacia notevole, e possono così permettere un lavoro di buona qualità con un partner.Le uniche prese dell’altro che ne rispettano la libertà sono leggere ma potenti, come quelle ad esempio di un bambino piccolo che vuole portare uno dei suoi genitori verso una piccola rana appena osservata nell’erba alta e di cui è curioso, o come quelle di due esseri, amici o amanti, uniti dalla tenerezza e dal rispetto reciproco.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

Abonnez-vous à notre newsletter

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 24) nel mese di april del 2019.* Itsuo Tsuda, La Via delal spoliazione, Yume editions, 2016, p. 179.* “Tel est prise qui croyant prendre” proverbio francese, tratto da una favola di La Fontaine “Il topo e l’ostrica” che in una versione italiana suona “Chi prender gli altri crede/ talor se preso vede” e cioè “A volte chi crede di prendere gli altri finisce per essere preso”.

Misogi

In questo articolo, a partire da un tema tratto da I-Ching (Khann = l’abissale), Régis Soavi Sensei ci parla dell’Aikido come una pratica di Misogi.Il Misogi ? è una pratica molto presente presso gli shintoisti. Consiste in un’abluzione, a volte sotto una cascata, in un corso d’acqua, o anche nel mare, e permette una purificazione allo stesso tempo fisica e psichica della persona. In un senso più ampio, Misogi include tutto un processo di risveglio spirituale. È anche un’azione che mira a dare sollievo all’essere da quello che l’opprime, per permettergli di risvegliarsi alla vita. L’acqua è sempre stata considerata come uno dei suoi elementi essenziali.Leggi tutto : http://www.scuoladellarespirazione.org/misogi/

Taiheki, il rivelatore

di Régis SoaviNoro Sensei, negli anni Settanta, ci raccontava che ? Sensei Morihei Ueshiba rimprovera­va talvolta ai suoi allievi la loro mancanza di attenzione nel momento in cui telefonavano da una cabina pubblica, concentrati com’erano sulla loro conversazione: «Dovete essere pronti in tutte le circostanze, qualsiasi cosa facciate!» diceva.L’Aikido opta per una posizione naturale, senza guardia, detta Shizen Tai. Ma una postura naturale non è affatto una postura rilassata come la si intende oggi, in ogni caso la con­centrazione e l’attenzione non devono essere rilasciate. Se la guardia più diffusa nell’Aiki­do resta Hammi no Kamae, come tutte le altre anche questa dipende, più di quanto non si creda, dalla polarizzazione dell’energia nel corpo.

Kamae, l’istinto del corpo

Mi ricordo di quello che ci aveva detto Maroteaux Sensei in occasione di una delle mie pri­me sedute di Aikido al dojo della Montagne Sainte-Geneviève: «Aprite la porta, un cane vi salta alla gola, che fate?» Evidentemente ero rimasto senza parole, ma la domanda che ci aveva posto, al tempo in cui ero un giovane praticante di arti marziali piuttosto sicuro di sé all’epoca, mi aveva scosso, e questo fu all’origine delle mie ricerche sulle Kamae.Mettersi in guardia è la risposta ad un atto aggressivo o ad una sensazione di pericolo. Per chi non conosce le arti marziali questa risposta sarà istintiva, mentre per un praticante sarà il risultato della sua formazione. Le sue ricerche personali potrebbero portarlo a utiliz­zare il suo corpo in una maniera diversa da quella che aveva appreso e per questa ragio­ne troverà un posizionamento o una guardia che gli conviene, a volte più pertinente, a vol­te tale da tendere una trappola lasciando credere ad un’apertura o ad una debolezza da parte sua. Sebbene ci siano numerosi modi di mettersi in guardia, e dunque di proteggersi, si deve tener conto del proprio corpo; malgrado tutto ciò che si è appreso, malgrado gli anni di allenamento, come ultima risorsa sarà l’istinto a guidarci. Il lavoro sulle arti marziali, lungi dall’essere inutile, sarà piuttosto in questo caso un supporto, un appoggio. Il rischio del­l’apprendimento è talvolta quello di fornire una sicurezza, una fiducia nella tecnica, nelle posture che, se sono magnifiche in foto o sui tatami, non corrispondono ad alcuna realtà nella vita di tutti i giorni. Trovare la postura giusta dipende dal corpo di ciascuno. Fin troppi praticanti cercano, lavorando con accanimento, di modellare il loro corpo per renderlo con­forme all’idea che si sono fatti della loro arte, o più semplicemente dell’efficacia che spera­no di ottenere. Si prende in considerazione l’estetica dell’arte, e di conseguenza se ne per­de la profondità. Si vede il lavoro compiuto ma non ci si rende conto delle deformazioni ac­quisite a causa di questo lavoro. Ci sono tanti allievi che ripetono lo stesso esercizio un numero incredibile di volte, la stessa tecnica, sperando così, imitando semplicemente il maestro o il professore, di arrivare alla padronanza della propria arte, mentre seguono la via della deformazione senza rendersene conto. Non bisogna stupirsi del numero di inci­denti o di disabilità che ne derivano. Quanti non possono più praticare a causa di un ginoc­chio, di un gomito, di un polso, o della loro schiena mentre sono ancora giovani e pieni di energia?

Noguchi Haruchika Sensei 1911-1976 fondatore del Seitai

Le Kamae dipendono dal Taiheki

Il Seitai ci fornisce un eccellente strumento, lo studio delle tendenze corporee che Noguchi Haruchika Sensei ha chiamato Taiheki (??). È Tsuda Sensei che ce ne dà una prima de­scrizione, benché sommaria, ma era già una rivelazione, al momento della pubblicazione del suo libro Il Non-fare1 agli inizi degli anni Settanta. Egli ha poi completato questo insegnamento nei libri che seguirono nel corso degli anni, senza smettere di apportare degli esempi che ci permettevano di meglio comprendere i Taiheki. Anche la lettura dei testi di Noguchi Sensei ci ha permesso di approfondire la conoscenza dei comportamenti umani e soprattutto delle loro relazioni con il corpo. La comprensione dei movimenti del corpo degli individui permette di guidare i debuttanti verso una postura migliore, senza che si deformino. Siccome ci vorrebbe un libro intero per spiegare questo insegnamento a chi non conosce l’argomento, sono obbligato a fornire solo qualche indicazione, senza entrare nel dettaglio.La classificazione dei Taiheki messi a punto da Noguchi Sensei si basa sul movimento in­volontario umano. Non si tratta di una tipologia che permette di inserire gli individui in ca­selle predefinite, ma di svelare le tendenze comportamentali abituali tenendo conto delle interpenetrazioni che possono esistere tra queste.Questa classificazione comprende sei gruppi: i primi cinque sono in relazione con una ver­tebra lombare, l’ultimo gruppo non è in relazione con la colonna vertebrale, ma con uno stato generale del corpo. Ogni gruppo è suddiviso, a seconda dell’aspetto Yang o Yin, in due sottogruppi o tipi, detti “attivo” e “passivo”. Per ben comprendere l’interesse di un tale studio, ho scelto alcuni esempi che alla luce dei Taiheki mi sembrano più esplicativi di altri.

Trovare la giusta postura dipende dal corpo di ciascuno.

Taiheki, il rivelatore

All’interno della classificazione, il primo gruppo è anche chiamato «gruppo verticale» ed è in relazione con la prima vertebra lombare. La sua energia tende a polarizzarsi al cervello.Il tipo 1, ad esempio, è estremamente sicuro di sé in rapporto alla Kamae, egli adotta una posizione assolutamente definitiva, è capace di spiegarla a tutti, con molta logica. Anche se la sua esperienza è minore, si fa immediatamente un’idea della cosa e non demorde. I suoi talloni hanno la tendenza a sollevarsi dal suolo a causa della tensione che ha alle cer­vicali, egli svilupperà, ad esempio, una teoria secondo la quale si può saltare più rapida­mente e più lontano in caso di attacco e rifiuterà tutte le contraddizioni, fino al momento in cui non sorgerà un’altra idea che gli sembrerà essere più brillante o più giudiziosa.Il tipo 2 sa tutto sulle Kamae relativamente a quasi tutte le arti marziali, le origini storiche, il valore di ciascuno e i maggiori difetti, l’apporto di ogni maestro. Conosce anche delle sto­rielle che illustrano le sue affermazioni, è un pozzo di conoscenza che non esita a com­pletare non appena sente una mancanza da qualche parte nella sua argomentazione o nei suoi riferimenti.Il secondo gruppo è denominato «gruppo laterale» ed è in relazione con la seconda verte­bra lombare. La sua energia tende a polarizzarsi sull’apparato digerenteIl tipo 3 è un “bon vivant”, nel momento in cui pratica le arti marziali sceglie il suo club più in funzione dell’ambiente che dell’efficacia dell’arte insegnata o della notorietà del maestro. Tutte queste storie sulla postura, sulla guardia, non lo interessano che molto poco, egli ha la sua piccola opinione in proposito come d’abitudine, a lui piace o non piace, vale a dire gli va bene o no.Il tipo 4 al contrario è molto riservato, è difficile sapere cosa pensi. Affabile, raramente esprime la propria opinione, anche se si instaura un dibattito sul valore delle diverse Ka­mae, non ha opinioni vere e proprie, tutto gli sembra possibile in funzione delle circostan­ze. Egli rientra piuttosto nel genere del diplomatico senza eccessi.Il terzo gruppo è denominato «gruppo polmonare» o «gruppo avanti-indietro» ed è in rela­zione con la quinta vertebra lombare. La sua energia tende a polarizzarsi sull’apparato re­spiratorio.Il tipo 5 non ama discutere per niente, una guardia deve avere un senso pratico, o è effica­ce o non lo è. Occorre verificare, e se funziona andare avanti… Schivare non è vera­mente il suo forte, preferisce le tecniche in Omote piuttosto che quelle in Ura. A causa del­la sua tendenza ad appoggiarsi sulla quinta lombare le sue spalle si portano in avanti e lo incitano ad agire. È facilmente combattivo, ma sa preservarsi delle vie di fuga in caso di bi­sogno.Il tipo 6 ha troppa tensione alle spalle per poter agire in maniera semplice. Quando questa tensione si rilassa libera una enorme quantità di energia che parte in tutte le direzioni e che egli stesso non riesce a gestire. Di fronte a lui non è possibile alcuna guardia, è com­pletamente ingestibile ed imprevedibile col rischio di mettersi egli stesso in pericolo.Il quarto gruppo è denominato «gruppo torsione» ed è in relazione con la terza vertebra lombare. La sua energia tende a polarizzarsi sull’apparato urinario.Alcuni Taiheki possono a priori sembrare predisposti ad una buona guardia, come nel caso del «gruppo torsione» (tipo 7 o 8) poiché per difendersi adottano istintivamente un genere di postura, piuttosto di profilo, le lombari inarcate, un piede avanti etc. Questa po­stura può sembrare ideale, per una posa o su una foto. Ma messa da parte la precisione del posizionamento e i punti di appoggio, la capacità di muoversi dipende, evidentemente e può darsi principalmente, dal mentale. C’è una differenza enorme, che cambierà tutta la questione, tra una torsione di tipo 7 e quella di tipo 8. Per semplificare dirò che il tipo 7 vuole vincere mentre il tipo 8 non vuole perdere. Tutta la postura cambia, l’uno si appresta a slanciarsi in avanti, l’altro a tentare di schivare. Per di più le persone del gruppo torsione hanno una agitazione permanente che in questo caso si rivela nefasta. Agitati, non aspet­tano che una sola cosa: passare all’azione. L’attesa per loro è insopportabile, non resisto­no più, tutto ad un tratto si lanciano, tanto peggio se non è il momento giusto.Il quinto gruppo è denominato «gruppo pelvico» o «gruppo bacino» ed è in relazione con la quarta lombare. La sua energia non è polarizzata verso una regione del corpo, è tutto il corpo che a partire dalle anche si tende e si rilassa in un colpo solo.Il tipo 9 è un esempio della continuità, quando pratica le arti marziali tende a farne la sua unica ragione di vita, la tendenza del suo bacino alla chiusura dà una grande forza al suo koshi che gli facilita il compito dell’apprendimento, ma ha una predisposizione al perfezio­nismo che a volte può rasentare l’assurdo. Si preoccupa dei dettagli e perfezionerà le Ka­mae fino al più piccolo elemento, fintanto che la postura non sia perfetta dal suo punto di vista, sarà insoddisfatto, ma è giustamente questa insoddisfazione che, lungi dallo scorag­giarlo, lo spinge in avanti. Niente può opporglisi, solamente la soddisfazione interiore è il suo punto di riferimento. Può, come ? Sensei Morihei Ueshiba, così come altri grandi mae­stri, arrivare alla conclusione che la posizione naturale è la Kamae ideale perché rap­presenta il superamento di tutte le altre. Ma questa posizione naturale è il frutto dei suoi numerosi anni di lavoro e di allenamento e non una facilità teorica o un rilassamento.Il tipo 10 invece ritiene che una buona guardia sia indispensabile, che è una garanzia di stabilità e che se si rispettano gli altri non ci saranno conflitti. Il suo bacino aperto ne fa ge­neralmente una persona molto accogliente, possiede una grande sensibilità e la sua intui­zione è micidiale. La sua postura aperta gli impedisce di essere aggressivo, avrà la ten­denza a fare delle tecniche Ura che gli riescono meglio e la sua guardia andrà più nella di­rezione di assorbire l’attacco piuttosto che di respingerlo.I due tipi restanti, che formano l’ultimo gruppo, sono degli stati del corpo denominati «iper­sensibile e apatico».Il tipo 11 non riesce ad avere una guardia precisa e definita, la sua ipersensibilità ne fa un essere disturbato che non giunge ad avere dei punti di riferimento. La sua guardia è im­precisa, e addirittura disordinata o confusa e quasi sempre totalmente inefficace. La paura ha la tendenza a liquefargli le gambe. L’Aikido può essere un’attività eccellente nel suo caso, a condizione che l’insegnante comprenda bene le sue difficoltà, e non gli metta fretta, al fine di condurlo verso una sensibilità normale.Il tipo 12, al contrario, è un esempio di rigidità, ha una guardia molto fisica spesso non molto flessibile, è capace di incassare tutti i colpi senza battere ciglio. Il suo corpo può tal­volta presentare una lassità muscolare a livello delle articolazioni senza che la sua rigidità ne venga diminuita.È in funzione dei Taiheki che possiamo comprendere l’inutilità di tale o tal’altra postura e dunque di questa o quella Kamae. I punti d’appoggio sono differenti da un individuo all’al­tro, e anche l’energia per spostarsi o semplicemente per muoversi lo sono. È dunque inuti­le proporre un esercizio che, se migliora la postura apparente, distrugge la persona nei suoi fondamenti, o che come minino rischi di provocare delle deformazioni tanto fisiche che mentali.

Kamae e rigidificazione

Tsuda Sensei considerava che la rigidificazione e il rilassamento degli individui facessero parte dei grandi tranelli indotti dalle nostre società moderne, ma egli non ignorava che questi problemi esistessero già da tempo, che sono inerenti alla società umana. Nel suo li­bro La Via degli dei2 riferisce un aneddoto sulle Kamae che ho trovato ancora una volta molto significativo. È significativo dei rischi in cui l’immaginazione può fare incorrere, an­che a delle persone del mestiere come i Samurai:«La contrazione involontaria si rinforza man mano che l’immaginazione si riempie di paura. La paura non rimane soltanto nella testa. Paralizza tutto il corpo. Soprattutto i polsi perdono flessibilità e le braccia si desensibilizzano. È quello che è successo a due samurai che si battevano in un duello, di cui ho letto il racconto da qualche parte. Tenevano la spada a due mani e si fronteggiavano, a diversi metri di distanza l’uno dall’altro. A questa distanza erano ancora fuori pericolo, qualsiasi cosa facessero, ma già il loro volto era pallido. Pro­babilmente erano madidi di sudore freddo. Sono rimasti lì, alla stessa distanza, per un cer­to tempo. Alla fine si sono avvicinati, dopo poco ce n’era uno che giaceva per terra e l’altro che stava in piedi. Il combattimento era finito. Ma il vincitore rimaneva lì, incapace di mol­lare la spada, perché le dita si erano contratte sull’impugnatura. La contrazione era tale che gli risultava difficile rilassarle.»

La concentrazione e l’attenzione non devono essere rilasciate in alcun caso
Se si vuole evitare la rigidificazione che può essere provocata da guardie quando queste non ci corrispondono, o quando i condizionamenti che esse impongono ci deformano, c’è solo il buon senso e la ricerca personale verso l’equilibrio che possono permettercelo. Non ci sono soluzioni definitive per tutti i problemi e per sempre.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

Abonnez-vous à notre newsletter

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 23) nel mese di gennaio del 2019.Note:1. Itsuo Tsuda, ll Non-Fare, Yume Editions, 2014.2. Itsuo Tsuda, La Voie des dieux, Le Courrier du Livre, 1982, p. 60.foto di Régis Sirvent e Sara Rossetti

Ukemi : lo scorrere del ki

di Régis SoaviLa caduta nella nostra arte è più di una liberazione, semplice conseguenza di un atto. È lo Yin o lo Yang di un insieme, il Tao. Durante la pratica Tori libera, alla fine della sua tecnica, un’energia Yang: se non vuole ferire il suo partner, gli lascia assorbire questa energia e ritrasmetterla nella caduta.L’Aikido è un’arte senza sconfitti, un’arte dedicata agli esseri umani, all’intuizione degli esseri umani, alla loro capacità di adattarsi, e il superamento, attraverso la caduta, della contraddizione che ha apportato una tecnica, non è altro che la capacità di adattarsi a questa.Non insegnare al principiante a cadere vorrà dire creargli un handicap sin dalla partenza, rischiare di vederlo scoraggiarsi, dar luogo a uno spirito di rancore o persino di vendetta.Ci sono differenti attitudini tra i debuttanti, ci sono quelli che si lasciano andare a corpo morto rischiando di farsi male e quelli che, siccome hanno paura, si contraggono al momento di cadere e ovviamente, se vengono forzati, cadono male e ne subiscono le dolorose conseguenze. La mia risposta a questo problema è la dolcezza e il tempo?

La respirazione durante la caduta

Nel momento in cui si viene sorpresi da un rumore, da un gesto, la prima reazione è quella di inspirare e di bloccare la respirazione, è un funzionamento riflesso e vitale che prepara la risposta e dunque l’azione. La sorpresa innesca una serie di processi biomeccanici totalmente involontari, è già troppo tardi per ragionare. È attraverso l’espirazione che arriverà la soluzione al problema. Alla fine, se non ci sono rischi o se la reazione è esagerata, e il rischio minore, si lascia andare il blocco e il respiro si libera in modo naturale (il famoso uff?) Quando ci troviamo davanti al pericolo, che sia grande o piccolo, siamo pronti all’azione, ad agire grazie al respiro, grazie all’espirazione. I problemi sopraggiungono quando, per esempio, non sappiamo come fare, quando la soluzione non sorge in modo immediato e si resta bloccati nell’inspirazione, i polmoni pieni d’aria, e in preda all’incapacità di muoversi. È un disastro! È pressappoco lo stesso scenario che si profila quando si è debuttanti, il nostro partner fa una tecnica e la risposta logica che ci permetterà di liberarci, e dunque di risolvere questo problema conflittuale, è l’Ukemi. Ma se si ha paura della caduta, se non si è tecnicamente preparati grazie alle numerose capriole avanti e indietro eseguite con lentezza e in tutta morbidezza, si resta con i polmoni gonfi come un pallone da calcio, e se la tecnica arriva fino in fondo, ci si ritrova a terra con più o meno danni.Il minore dei mali è quello di rimbalzare dolorosamente, come il suddetto pallone, sui tatami.Imparare a lasciare non appena è indispensabile, non cadere in avanti per precauzione, poiché questo compromette la sensazione di Tori, dandogli una falsa idea del valore della tecnica e spesso anche di sé stesso. Comprendere il momento giusto per espirare e arrivare dolcemente sui tatami senza aria nei polmoni. Poi, quando si è più avanzati, nel caso delle chutes claquées* sarà sufficiente espirare più velocemente e lasciarsi andare perché il corpo trovi da sé la buona posizione per atterrare.

Formazione vecchio stile!

La mia formazione attraverso il Judo agli inizi degli anni sessanta nella periferia di Parigi, è stata molto diversa. Per noi, studenti delle medie, il Judo è stato una maniera di spendere la nostra energia e di incanalare ciò che altrimenti sarebbe finito male, vale a dire in litigi e altre risse di strada. L’allenamento due volte a settimana passava attraverso due cose essenziali: il rispetto assoluto nei riguardi del nostro istruttore e l’apprendimento delle cadute. Era ancora un’epoca durante la quale il nostro istruttore ci insegnava il Judo “giapponese” senza le categorie di peso. Anche se Anton Gessing aveva appena vinto le Olimpiadi, egli si riteneva tradizionalista. Le cadute erano una delle basi dei corsi, rotolare in avanti, indietro, sul fianco, passavamo circa venti minuti ad allenarci prima di iniziare le tecniche e a volte, quando trovava che non eravamo abbastanza concentrati, troppo dispersi, ci diceva: “Rovesciate i vostri kimono per non sporcarli” e uscivamo per una serie di cadute in avanti, nel piccolo vicolo lastricato davanti al dojo. Dopodiché non avevamo più paura delle cadute, o almeno, quelli tra noi che volevano ancora continuare!Il mondo è cambiato, la società si è evoluta, i genitori di oggi probabilmente non accetterebbero di affidare i loro figli ad un tale “barbaro”, e poi ci sono i regolamenti, le norme di sicurezza, le assicurazioni.Bob, si chiamava così, si sentiva responsabile della nostra formazione e insegnarci a cadere in ogni circostanza e su tutti i tipi di terreno faceva parte dei suoi valori e il suo dovere era di trasmetterceli.I corpi sono cambiati, attraverso la nutrizione, la mancanza di esercizio fisico, l’intellettualizzazione a oltranza, come si può far passare il messaggio della necessità dell’apprendimento fisico delle cadute allorché il risultato non si vedrà che parecchi anni dopo? Quale sarà il beneficio, quale sarà il profitto? Tutto è contabilizzato oggi, non c’è tempo da perdere.È la filosofia dell’Aikido ad attirare i nuovi praticanti, è dunque grazie a questa che si potrà far passare il messaggio di questa necessità.

Il dualismo

L’Aikido, per sua stessa natura e soprattutto per l’orientamento che gli ha conferito O Sensei Morihei Ueshiba, ha tutta un’altra visione della caduta rispetto, per esempio, alla Boxe o al Judo, dove cadere è perdere. Chi guarda dall’esterno, ed è ciò che conferisce a torto un certo carattere alla nostra arte, ha l’impressione che Tori vinca quando Uke cade sui tatami. Psicologicamente è difficile ammettere che non è affatto così. La società non ci offre che raramente degli esempi di comportamento diversi dal dualismo manicheo “O vinci o perdi”. Ed è logico che, a prima vista, non si capisca e non si veda che questo. Per comprendere la cosa in modo diverso bisogna praticare, e inoltre bisogna praticare con in mente una concezione differente, che può essere trasmessa solo attraverso l’insegnamento. Itsuo Tsuda sensei ci dà un esempio della sua pedagogia nel suo libro La via della spoliazione:«Nell’Aikido, quando c’è scorrere del ki dall’esecutore A verso l’oggetto B, l’avversario C che lo tiene per il polso viene proiettato nella stessa direzione. C viene trascinato e raggiunge la corrente principale che va da A verso B. Ho spesso usato questa messa in scena psicologica. È, per esempio, la formula “Sono già lì”. Quando l’avversario vi afferra i polsi e blocca il vostro movimento, come nell’esercizio di kokyu da seduti, si è inclini a pensare che si tratti di un esercizio di spinta. Se si spinge l’avversario, si produce immediatamente una resistenza da parte di quest’ultimo. Spinta contro spinta, si lotta. Diventa una specie di sumo da seduti.Nella formula “Sono già lì”, non c’è lotta. Molto semplicemente ci si sposta. Si fa perno su un ginocchio per fare un mezzo giro, l’avversario è trasportato dallo scorrere del ki e si rovescia sul fianco.Basta pochissimo perché questo esercizio diventi una lotta. Appena vi si aggiunge l’idea di vincitore e di vinto, facciamo degli sforzi esagerati per ottenere il risultato, tutto ciò a scapito dell’armonia d’insieme. Uno spinge, l’altro resiste, abbassandosi oltremisura, e stringendo i pugni per impedire la spinta. Una tale pratica non beneficerà né all’uno né all’altro. L’idea è troppo meccanica.[?] L’idea di proiezione provoca la resistenza. [?] Dimenticare l’avversario pur sapendo che è lì, non è per niente facile. Più si cerca di dimenticare, più ci si pensa. É la gioia nello scorrere del ki che mi fa dimenticare tutto.»**

Il disequilibrio è al servizio dell’equilibrio

L’equilibrio non è affatto rigidità, ecco perché cadere, come conseguenza di una tecnica, può perfettamente permetterci di ritrovare l’equilibrio. È necessario imparare a cadere bene, non soltanto per permettere a Tori di non temere per il suo partner, poiché egli lo conosce e sa sin dall’inizio che le sue capacità gli permetteranno di uscire dalla situazione altrettanto bene di quanto farebbe un gatto in condizioni difficili. Ma anche e semplicemente perché grazie alla caduta ci si sbarazza delle paure che a volte i nostri stessi genitori o i nostri nonni ci hanno inculcato con il loro “precauzionismo” del tipo “Fai attenzione che cadi” a cui segue inevitabilmente il “Finirai per farti male”. Questo imprinting pavloviano ci ha spesso portato alla rigidità e in ogni caso ad una certa apprensione rispetto al fatto di cadere.In francese la parola cadere ha evidentemente una connotazione negativa, mentre in giapponese la traduzione correntemente più ammessa per il termine Ukemi è “atterrare con il corpo”, e qui si capisce che c’è un mare di differenza. Una volta ancora la lingua ci mostra che i concetti, le reazioni, sono profondamente differenti, e sottolinea l’importanza del messaggio da trasmettere alle persone che debuttano nell’Aikido. Senza essere specificatamente linguisti, né traduttori di giapponese, la comprensione della nostra arte passa anche attraverso lo studio delle civiltà orientali, delle loro filosofie, dei loro gusti artistici, dei loro codici. A mio avviso, non è possibile sradicare l’Aikido dal suo contesto, nonostante il suo valore di universalità, si deve andare a cercare in quelle radici e dunque nei testi antichi. Una delle basi dell’Aikido si trova nella Cina antica, più precisamente nel Taoismo. Durante un’intervista con G. Erard, Kono sensei rivela uno dei segreti dell’Aikido, che mi sembra essenziale benché piuttosto dimenticato al giorno d’oggi: egli aveva domandato a O Sensei Morihei Ueshiba «”O Sensei, com’è che noi non facciamo la stessa cosa che fa lei?” O Sensei ha risposto sorridente: “Io comprendo lo Yin e lo Yang, voi no!”».***

Proiettare per armonizzare

Tori, e questa è una peculiarità della nostra arte, può guidare la caduta del suo partner in modo che questi possa approfittare dell’azione. Itsuo Tsuda ci parla di quello che aveva sentito quando veniva proiettato da O Sensei: “Quello che posso dire in base alla mia esperienza è che, con il Maestro Ueshiba, il mio piacere era così grande che avevo sempre voglia di ricominciare. Non ho mai sentito alcuno sforzo da parte sua. Era talmente naturale che, non solo non sentivo alcuna costrizione, ma cadevo senza saperlo. Conosco l’infrangersi delle grandi onde sulla spiaggia che portano via e fanno rotolare. Certo, si prova un certo piacere, ma con il Maestro Ueshiba si trattava di altro ancora. C’era serenità, grandezza, Amore.”****C’è una volontà, cosciente o meno, di armonizzare il corpo del partner. In questo caso possiamo parlare di proiezione. È il caso di dire che l’Aikido non è più nella marzialità, ma nell’armonizzazione dell’umanità. Per realizzare quest’ultima è necessario aver abbandonato tutte le idee di superiorità, di potere sull’altro, o ancora tutte le attitudini vendicative, e avere invece il desiderio di dare una mano al partner per permettergli di realizzarsi, senza che egli abbia bisogno di ringraziare chicchessia. Perché questo si realizzi è indispensabile la fusione di sensibilità con il partner: è questa fusione che ci guida, che ci permette di conoscere il livello del nostro partner e di lasciarlo al momento giusto se è un debuttante, o di sostenere il suo corpo se il momento è adatto per un superamento, permettergli di cadere più lontano, più rapido, o più alto. In ogni caso il piacere è garantito.

L’involontario

Non è possibile calcolare la direzione della caduta, la sua velocità, la sua forza, né tanto meno il suo angolo di atterraggio. Tutto questo passa a livello dell’involontario o dell’inconscio, se si preferisce, ma di quale inconscio stiamo parlando? Si tratta di un inconscio liberato di tutto ciò che lo ingombrava, di tutto ciò che gli impediva di essere libero, ecco perché O Sensei ricordava così spesso che l’Aikido è un Misogi, praticare l’Aikido vuol dire realizzare questa pulizia del corpo e dello spirito. Quando si pratica in questa maniera non ci sono incidenti al dojo, è la via adottata da Itsuo Tsuda sensei e le indicazioni che dava ci conducevano in questa direzione. Questo fa della sua Scuola una Scuola particolare. Altre vie non solo sono possibili, ma anche corrispondono certo maggiormente, o meglio, alle aspettative di numerosi praticanti. Leggo molti articoli nelle riviste o nei blog nei quali ci si inorgoglisce per la violenza o per la capacità di risolvere i conflitti attraverso la violenza e l’indurimento, e questo non mi sembra essere il cammino indicato da O Sensei Morihei Ueshiba, né dai Maestri che ho avuto la fortuna di conoscere e, in particolare, Tsuda sensei, Noro sensei, Tamura sensei, Nocquet sensei, o altri ancora attraverso le loro interviste, come Kono sensei.L’Ukemi ci permette di comprendere meglio fisicamente i principi che governano la nostra arte, che ci guidano verso un superamento del nostro piccolo essere, del nostro piccolo mentale, per intravedere qualcosa di più grande di noi, fare corpo con la natura della quale siamo uno degli elementi.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

Abonnez-vous à notre newsletter

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 22) nel mese di ottobre del 2018.NOTE*. Cadute in avanti fatte senza rialzarsi, cadendo sul fianco assorbendo la caduta battendo la mano al suolo.**. Itsuo Tsuda La via della spoliazione, 2016 Yume Editions pag. 176-180***. Guillaume Erard, Entretien avec Henry Kono: Yin et Yang, moteur de l’Aikido du fondateur, 22 aprile 2008, www.guillaumeerard.fr****. Itsuo Tsuda, La via della spoliazione, Yume Editions, pag. 184