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Reishiki: uno spartito musicale

di Régis Soavi

Nel nostro rapporto con il dojo abbiamo spesso a che fare con Reishiki (l’etichetta). Dal nostro primo contatto con le arti marziali, non appena penetriamo in un dojo, vediamo persone che si inchinano in modo molto rispettoso all’entrata, poi si salutano fra loro, o a volte in direzione del Kamiza dopo aver preso un’arma. Ogni scuola ha le proprie regole di buona condotta, come ha il proprio savoir-faire. In occidente alcune di queste regole sono a volte perfino affisse a fianco della porta, ci si aspetta solo che siano rispettare. Cosa che non avviene sempre, dato che un certo numero di persone è riluttante a rispettarle con la scusa della religiosità, della modernità o anche a volte perché ci vedono un aspetto troppo militare o settario. Tuttavia la nostra società ha i suoi protocolli, i suoi usi. Tutti si alzano quando la Corte entra in tribunale, gli attori e i musicisti si inchinano davanti al loro pubblico così come ci si alza quando viene suonato l’inno nazionale o l’inno europeo.

Il rispetto che viene richiesto in un dojo è più di un’usanza di origine orientale, che sia giapponese o cinese. Non si tratta di interpretare un ruolo, di “fare come in Giappone”, di essere rigorosi e irreprensibili, o perfino rigidi nel rispetto scrupoloso delle regole di buona educazione. Reishiki coinvolge tutto il nostro essere. La maggior parte di noi ha perso l’abitudine di inchinarsi davanti a qualcuno o qualcosa: lo shake-hand, la buona stretta di mano, il bacio o altri rituali più moderni hanno rimpiazzato ciò che assomigliava troppo spesso a un rapporto di potere su degli inferiori, imposto da parte di superiori gerarchici.

Prima di capire, come mi aveva insegnato il mio maestro Itsuo Tsuda Sensei, che il saluto fra partner, che sia in piedi o in ginocchio, è allo stesso tempo una maniera di unificare, di coordinare il respiro e di salutare la vita nell’altro, mi ci è voluto del tempo, e anche molto. Se lo accettiamo come una buona pratica, siamo spesso lungi dalla sua comprensione vissuta attraverso i nostri sensi. Reishiki tuttavia è lo spartito del meraviglioso brano musicale che è la pratica dell’Aikido. Lo spartito ci dà la battuta, il tempo, le note sono scritte sul pentagramma e sono così più facili da trovare, ma tutto resta da suonare. Evidentemente bisogna conoscere la chiave: sol? Do? O fa? E in che posizione? Con quale strumento si suona? Come lo suoneremo? Quasi tutto sembra possibile ma non si può comunque fare. Un esperto, un grande maestro, lui, è capace di fare il giocoliere con le note, di aggiungervi delle improvvisazioni, di accelerare il tempo in una certa parte, di rallentare in un’altra. Di insistere su una cadenza, di sopprimerne una o di accorciarla. Come un maestro di Aikido improvvisa di fronte al suo partner, unifica il suo respiro con lui e si muove in modo non convenzionale, creando in tal modo come un balletto al contempo estetico e temibile. Masamichi Noro Sensei ce ne faceva la dimostrazione a ogni seduta, negli anni ’70, quando ero ancora un giovane istruttore molto inesperto.

Reishiki: semplicemente un rituale?

Régis Soavi: recitazione del Norito, di origine Shinto, Misogi No Harae che recita tutti i giorni durante le sedute di Aikido. Calligrafia di Itsuo Tsuda Sensei, Guarda sotto i tuoi piedi.

L’aspetto cerimoniale ci permette di accedere al sacro senza condannarci al religioso, cosicché il profano stesso viene nobilitato e diventa sacro anche lui.

Un musicista classico si prepara prima di cominciare a suonare, compie un certo numero di volte degli atti che potrebbero essere qualificati come rituali. Accorda il suo strumento o semplicemente ne verifica l’intonazione, esegue degli esercizi di riscaldamento, di memorizzazione per dei passaggi difficili, come noi stessi ci prendiamo cura della nostra postura, del nostro corpo, e verifichiamo la nostra tenuta, keikogi, cintura, hakama, tutta questa attenzione fa parte integrante della cura che apportiamo alla pratica della nostra arte.

Reishiki permette di strutturare la pratica, attraverso i differenti rituali e la loro ripetizione, abbiamo così la possibilità di concentrare l’attenzione grazie al sostegno regolare che essi apportano. Al giorno d’oggi sono rari, per lo meno in Europa, i dojo in cui i praticanti si occupano delle pulizie quotidiane, della pulizia dei bagni, del riordino degli spogliatoi, o dei keikogi da prestito per i principianti, ecc. Di fatto agiscono come degli Uchi deshi di un’altra epoca. È diventato difficile far passare questo messaggio a delle giovani generazioni per le quali l’apprendimento è spesso diventato una seccatura di cui bisogna sbarazzarsi il prima possibile.

Reishiki: un codice morale?

Reishiki è la porta d’entrata verso un mondo dimenticato, il mondo della sensazione interiore, un mondo immateriale e tuttavia molto reale, molto concreto. È alla portata di tutti trovarlo, o ritrovarlo se è bloccato da convenzioni o idee inculcate dalla società a nostro discapito. Ovviamente i protocolli che regolano un’arte ci servono a evitare gli incidenti mediante l’ordine che esigono, ma è il loro carattere fondamentalmente naturale che mi sembra più importante. Se ciò non esiste, o non esiste più, non ne restano che delle usanze private del senso profondo. In una società in declino rispetto all’educazione mi sembra necessario permettere a tutti quelli che sono interessati alle arti marziali di ritrovare le basi, tanto indispensabili quanto logiche, del funzionamento umano.

Reishiki ci obbliga a rispettare ogni vita umana e ci conduce verso il rispetto della vita per la vita. Attraverso il codice morale che verrà applicato anche a noi, se lo applichiamo agli altri, possiamo riscoprire un fondo comune fra gli esseri umani. I valori che Reishiki porta esistono anche per farci avanzare nel quotidiano, le donne ad esempio sono, o dovrebbero essere, dato che sfortunatamente non è spesso il caso, rispettate da tutti in quanto praticanti e non perché sono tanto belline, o per condiscendenza, o per rispettare la parità. Una musicista non è apprezzata per le sue misure né per per la sua capacità polmonare se suona uno strumento a fiato, ma come ogni musicista per la qualità del suo modo di suonare, per la musicalità di un pezzo che è capace di farci scoprire durante un concerto.

Reishiki: un’impregnazione

Se si è capaci di sentire i riti, la nostra vita di tutti i giorni ha un altro sapore. Reishiki non è più una costrizione, è il percorso della nostra libertà interiore e siamo guidati passo dopo passo dal cerimoniale che trae le sue origini da rituali più antichi che non chiedono altro che di essere riscoperti. Lo “sport moderno”1concetto sviluppato da Pierre Bourdieu in «Comment peut-on être sportif?», Questions de sociologie, Éditions de Minuit, 1984. ha delle regole, dei regolamenti, a priori i loro ruoli sembrano identici – sicurezza, rispetto dell’altro, dell’arbitro, socializzazione, ecc. – e si arriverebbe a confonderli con Reishiki che è molto più antico. È più semplice per la nostra visione occidentale, ci siamo abituati, non dobbiamo fare sforzi se non quello di conformarvisi, ma appena si esce dai tatami, dal ring, dal campo, tutte queste regole legate allo sport praticato spariscono, si applicano altre regole. Spesso regole molto diverse, a volte semplicemente un po’ di buone maniere, altre volte il senza-regole della strada e le sue conseguenze. Reishiki permane come una presenza in noi, tramite un fenomeno che potremmo definire imprinting, una sorta di impronta, certo non all’inizio, non i primi anni. A poco a poco forgia il nostro spirito e dunque il nostro corpo senza deformarli, anzi al contrario, permette il loro sviluppo armonioso. Le regole dello sport esistono per essere rispettate per il tempo dell’esercizio, della pratica, Reishiki, agisce in ogni momento della nostra vita.

Reishiki: un artefatto?

A mio avviso non bisogna mai imporre Reishiki, fa parte di una comprensione che deve nascere nei praticanti più recenti, mentre i più anziani possono tramite la loro conoscenza e il loro esempio far avanzare i principianti. A parte la buona educazione minima richiesta in ogni luogo, è anche, e anzi soprattutto, l’ambiente del dojo che guiderà i nuovi arrivati. Se imponiamo delle norme, delle convenzioni, tutto rischia di irrigidirsi, di presentarsi come una nuova ideologia da applicare ma che sarà separata da ciò che è vivo e, come scrive così bene Matthew B. Crawford, «la vita diventa una imitazione della teoria: noi conduciamo un’esistenza fortemente mediatizzata in cui è indubbio che questo rapporto passa sempre di più attraverso rappresentazioni prefabbricate per noi. L’esperienza umana è diventata un artefatto sofisticato, e quindi estremamente manipolabile».2Matthew B. Crawford, Contact. Pourquoi nous avons perdu le monde, et comment le retrouver, Éditions La Découverte 2019, p.8. Che la nostra esperienza e il nostro insegnamento diventino un prodotto artificiale quando invece è proprio il contrario che cerchiamo, è forse quello che ci aspetta. Per di più con il rischio che questo vada esattamente nella direzione completamente opposta a quello che è, o dovrebbe essere insegnato nella nostra arte: la libertà dello spirito, l’intuizione, la forza vitale e tutto ciò che l’accompagna – flessibilità, mobilità, resistenza, capacità di ricentrarsi per non sprofondare dopo essere caduti, o di fronte alla difficoltà.

Il saluto nello stile Bushy-den Kiraku-ryu, una delle arti all’origine dell’Aikido.

Creare le condizioni

Le palestre sono adatte agli sport, vi si trovano degli spalti, vi si possono esercitare diverse attività, la manutenzione è gestita dall’amministrazione del luogo, e c’è un guardiano incaricato di far rispettare l’ordine nei corridoi, negli spogliatoi, ecc. Riuscire a comunicare il Reishiki in uno spazio di questa natura è una sfida. Purtroppo nulla predispone a rispettare il luogo, né come luogo pubblico, dato che sono molto pochi quelli rispettati al giorno d’oggi, né come un luogo, un posto che si potrebbe far proprio. Una sala da sport è adatta allo sport, un dojo è uno spazio per praticare un Budo, un Bujutsu, un’arte, che sia marziale o no. Qui la vibrazione, l’ambiente è differente. Non vi parrebbe curioso vedere una persona che fa della pasticceria sul bordo di una piscina, o assistere ad un combattimento di boxe pesi massimi in un padiglione da tè? Sistemare uno spazio, un locale che sarà stato trovato non in funzione di guadagni futuri, ma in funzione di parametri di tutt’altra natura che mi è impossibile descrivere in poche righe, ma che sono determinanti per il futuro dojo e per renderlo perenne, se si tratta di una scuola di arti marziali. Creare un luogo di questa natura è già applicare lo spirito di Reishiki, poiché là si incontreranno le persone che lo gestiranno, i coinquilini, in un certo senso, per un tempo indefinito, sarà la culla degli allievi già presenti, come anche dei futuri praticanti. Impareranno a rispettare e a far rispettare il Reishiki perché ne saranno all’origine, e al contempo i trasformatori in funzione dei bisogni. Saranno i continuatori di una tradizione che sentono come necessaria, e anzi indispensabile per permettere l’insegnamento e la pratica della loro arte.

Tokonoma, dojo Tenshin, Parigi. Calligrafia di Itsuo Tsuda Sensei, La grande gentilezza esclude la piccola gentilezza.

Reishiki è anche la riconoscenza: saper ringraziare

Come terminare un articolo su Reishiki senza salutare i Maestri che ho avuto la fortuna di incontrare, a volte di seguire, sempre di rispettare. Sono troppo numerosi e farne la lista sarebbe noioso per i lettori perché tutto questo è cominciato nella mia infanzia e avevo appena dodici anni. Ma mi piace citare quelli che mi hanno orientato in momenti cruciali, come il mio primo professore di Judo, metodo Kawaishi, che ha saputo guidarmi e la cui disciplina come pure la gentilezza mi hanno segnato a vita. Roland Maroteaux Sensei, colui che mi ha iniziato all’Aikido all’inizio degli anni ’70, grazie al quale ho incontrato Itsuo Tsuda Sensei, questo maestro dell’ombra che fu “il mio Maestro”. Come anche Henry Plée Sensei che mi ha dato un’opportunità (“messo il piede nella staffa”, come si suol dire) permettendomi di insegnare l’Aikido nel suo dojo della Montaigne Sainte Geneviève quando ero da pochissimo una cintura nera. Non ne dimentico nessuno di loro (anche quelli che non cito qui) perché è grazie alla loro semplicità ferma e all’orientamento che hanno saputo trasmettermi che ho capito e apprezzato Reishiki.

Articolo di Régis Soavi pubblicato in Yashima n° 7 nel mese di marzo del 2020.

Notes

  • 1
    concetto sviluppato da Pierre Bourdieu in «Comment peut-on être sportif?», Questions de sociologie, Éditions de Minuit, 1984.
  • 2
    Matthew B. Crawford, Contact. Pourquoi nous avons perdu le monde, et comment le retrouver, Éditions La Découverte 2019, p.8.

Approfondimento

Di Régis Soavi

Lasciare… lasciare… lasciare… Dimenticare per perdere l’abitudine al giudizio sugli altri così come su noi stessi, che troppo spesso serve solo a giustificare le nostre azioni, a nascondere le nostre incomprensioni o le paure, e confondere le nostre sane riflessioni dal profondo del nostro essere. Progredire o regredire fa parte di un mondo identico, un mondo ingannevole in cui l’apprendimento, come la formazione o la competizione, sono diventati oggetti commerciabili. L’approfondimento non è monetizzabile.

Citius, Altius, Fortius

Più veloce, più alto, più forte. Questo è il motto dei Giochi Olimpici, l’ideale dello sport di alto livello. L’Aikido, invece, si colloca in una dimensione totalmente diversa, aperta a tutti, a ciascuno, senza essere minimamente sminuito come arte marziale, Arte del soffio e soprattutto Arte dell’armonia. Nelle pratiche marziali in Giappone si usa dire che tutte le arti seguono percorsi che all’inizio e anche per molto tempo possono sembrare molto diversi tra loro, ma che puntano tutti nella stessa direzione, verso la cima della montagna, il Monte Fuji. Alcuni sono tortuosi o di difficile accesso, altri sembrano più facili, più rapidi o semplicemente più lenti, ma tutti si incontrano sulla vetta. I patriarchi del buddismo zen, che incoraggiano la perseveranza, aggiungono: “quando arrivi in cima, non fermarti, continua a salire”.

KATSUSHIKA HOKUSAI (1760–1849) Fujiyama / 富士山 (3, 776 m -12,389 ft) Japan
HOKUSAI, Fujiyama / 富士山

Tsuda sensei ci proponeva un’altra immagine, una visualizzazione che permetteva un altro punto di vista, un modo di pensare che mi è sempre servito da orientamento e mi ha permesso di aprirmi a un’altra dimensione essenziale e tuttavia semplice, un riorientamento di cui avevo assolutamente bisogno. Quando parlava dei suoi Maestri – fossero essi giapponesi come Ueshiba Morihei Osensei, Noguchi Haruchika sensei creatore del Seitai, Hosada sensei della Scuola Kanze Kasetsu con cui studiò la recitazione del Nō, o francesi come Marcel Granet e Marcel Mauss all’Università degli Studi di Sorbona – spiegava che grazie alla loro ricerca, intensa quanto continua, nella loro disciplina, avevano scavato “pozzi di grande profondità”. Eppure, pur lavorando in campi molto diversi, ciò che ciascuno di loro aveva scoperto avvicinandosi alla fonte, era che quella che vi scorreva era la stessa “Acqua”.

Lui stesso, parlando del suo lavoro, della sua ricerca nell’Aikido, nel Seitai e nella comunicazione attraverso i suoi libri, ci diceva, due anni prima della sua morte, che cominciava a sentire l’umidità. La direzione da lui indicata non è quella di accumulare conoscenze, tecniche o competenze, ma di andare sempre nella direzione della spoliazione che permette all’individuo di svegliarsi, di uscire dal suo torpore. Ce ne dà un esempio in questo paragrafo del suo quinto libro1: “La sola cosa che mi preoccupa è fino a che punto riuscirò a sviluppare la mia respirazione. La mia esperienza m’insegna che, su questo, non ci sono limiti. Ciò che mi sembrava difficile, impossibile o anche inconcepibile diventa un giorno fattibile, e in seguito facile e piacevole. Tutto si svolge come l’incubazione di un uovo. Quando l’embrione diventa un pulcino, rompe il guscio ed esce. Un nuovo mondo si apre con il risveglio di nuove sensazioni”.

Itsuo Tsuda approfondissement
Itsuo Tsuda

Approfondire non significa ripetere all’infinito

Ogni partner, ogni situazione, è un’opportunità per incontrare e scoprire qualcosa di nuovo, di sottilmente diverso. È grazie a questa diversità che possiamo crescere. D’altra parte, ricordo i miei primi anni di Judo. Avevo appena dodici anni e, sebbene praticassimo il metodo noto come “Judo-jujitsu giapponese”, molto diverso dal “Judo moderno” perché, tra l’altro, non c’erano categorie di peso e tutto si basava sul disequilibrio piuttosto che sulla forza, il nostro maestro pensò bene di allinearsi alle tendenze più moderne promosse da Anton Geesink, il primo non giapponese a vincere il titolo di campione del mondo nel 1961. Iniziò a farci lavorare su uno “speciale”, cioè una sola tecnica, al massimo due, per ciascuno di noi. Dovevamo ripeterle instancabilmente per vincere le poche gare intercomunali e poter partecipare ai tornei dell’Île-de-France.

Pensava che fosse uno stimolo che si adattava perfettamente alla pedagogia moderna, ma per quanto mi riguarda, mi ero già reso conto di quanto ci stessimo spostando dall’arte marziale allo sport. E tuttavia amavo lo sport, soprattutto la corsa e la campestre in particolare, ma ciò che amavo del judo secondo me stava scomparendo. Nonostante tutto, continuavo al club e soprattutto, contemporaneamente, in quello che chiamavo il mio “Dojo personale” con un amico judoka e karateka: era uno spazio di una ventina di metri quadrati di cui ero molto orgoglioso perché ero riuscito a installarlo in uno scantinato su tatami di fabbricazione estremamente artigianale.

Tuttavia, aveva tutte le caratteristiche necessarie per la nostra pratica, foto dei maestri nel Tokonoma, ecc. Lì praticavamo le “vere” arti marziali, con la nobiltà dell’arte, ma naturalmente anche con scioltezza e con rigore, mettendo a confronto le esperienze appena acquisite – all’epoca avevo solo quindici anni e praticavo da quattro anni. Il nostro repertorio si trovava nei primi libri pubblicati e non tralasciavamo nessun Kata, anche i più difficili, anche se non erano ancora alla nostra portata, ma ciò che ci appassionava era scoprire la ricchezza e la finezza di quest’arte, che affondava le sue radici nell’esperienza dei secoli passati.

L’Aikido e la scoperta del ki

Il nostro insegnante di Judo ci aveva parlato dell’Aikido e fatto vedere alcune semplici tecniche. Cosa si celava dietro quelle tecniche di cui ci parlava e che ci aveva fatto intravedere? Come progredire nelle arti marziali? Queste erano le domande che mi assillavano quando ho voluto riprendere gli allenamenti dopo gli eventi del 1968. Avevo lasciato la mia periferia, avevo fatto molte arti diverse e mi ero allenato in ogni sorta di arti marziali, ma tutto questo mi andava bene solo a metà. Iscrivendomi a Parigi presso il dojo della Montagne Sainte-Geneviève con il Maestro Plée, speravo di trovare finalmente qualcosa che mi soddisfacesse.

È stato proprio dopo i corsi di Judo, e grazie alle sedute di Aikido che Maroteau sensei conduceva nonché grazie alle sue dimostrazioni o alle sue spiegazioni sull’importanza del Ki sia nell’Aikido che nel Jiu-jitsu che ho intravisto la direzione da prendere. È grazie a lui che ho trovato il filo che mi ha portato a quello che è diventato il mio maestro di Aikido, nonché di Katsugen Undo e Seitai nei suoi ultimi dieci anni, Tsuda sensei, e per questo non lo ringrazierò mai abbastanza. In tutti i maestri che ho incontrato in seguito, ho cercato di vedere e sentire il Ki, invisibile ma presente in ognuno di loro.

Attraverso gli incontri in occasione di stage nazionali e internazionali, ho incontrato praticanti di scuole diverse, sempre nell’ottica non di mettermi in conflitto né di scoprire nuove tecniche, e nemmeno soprattutto di mostrare quello che sapevo fare, ma di sentire il Ki nelle persone con cui praticavo. L’importante per me era percepire cosa li animava, superficialmente o più profondamente, se era positivo o negativo rispetto alla mia pratica. Tutto questo mi ha permesso di verificare a che punto ero, ma anche di sentire quanta strada avevo fatto, e quindi di approfondire e andare più lontano. I libri di Tsuda sensei, per la loro semplicità ma anche la profondità, non sono stati solo guide teoriche, ma soprattutto guide pratiche che ho potuto utilizzare nella vita quotidiana e che, a poco a poco, mi hanno costretto a “lasciare la presa” per poter finalmente ritrovare me stesso e confermare ciò che mi spingeva, che mi guidava.

Régis Soavi approfondissement
Régis Soavi

Progredire per diventare o approfondire per “essere”.

Finché vogliamo ottenere una vittoria, su noi stessi o sugli altri, ottenere vantaggi o rafforzarci, seguiamo fondamentalmente la stessa strada. È la via dell’acquisizione che si concentra sul superficiale, sul contenitore più che sul contenuto, sulla forma più che sull’essenza. Prendere coscienza del tragitto che si sta seguendo, e della frustrazione che molto spesso ne deriva, può portarci a fare marcia indietro e ad iniziare a imparare come usare l’insoddisfazione per cercare ciò che è già presente e che aspetta solo di compiersi, piuttosto che cercare di colmare, per sopravvivere, le lacune che avvertiamo nella nostra struttura caratteriale o fisiologica.

Questo è il percorso che ci propone l’Aikido, un’arte dell’incontro, con una dimensione che ci sorprenderà tanto quanto ci delizierà, se abbiamo la pazienza di scoprirla. Intensificare la sensazione, non opporsi alla delusione quando si presenta, ma accettarla come un’amica che ci aiuta a scavare un po’ più a fondo nella direzione che noi stessi abbiamo deciso di seguire. Risvegliare la nostra intuizione grazie alla fusione con i nostri partner e prestando attenzione a ogni movimento, alla circolazione di quest’energia interiore che dobbiamo scoprire e che è a portata di mano. Aprirci alla nostra umanità immanente senza lasciarci espropriare o invadere, perché la nostra sfera è diventata più percepibile, più forte, con una pratica al contempo realistica, ma soprattutto, senza falsità o compiacimento.

Approfondire è scoprire un mondo sconosciuto

È quando siamo stanchi, depressi o a volte semplicemente sofferenti che si risvegliano in noi sorprendenti capacità insolite. Perché non possiamo più comportarci come di solito, e se abbiamo lavorato nella direzione dell’approfondimento, ecco che emergono abilità sconosciute, altri modi di fare, di capire ciò che ci circonda. In questo caso, l’ego, senza che ce ne rendiamo conto in modo cosciente, ha la possibilità di sottomettersi a qualcosa di sconosciuto. Se accettiamo che lo faccia senza averne paura, allora si aprono possibilità insospettate, di cui l’empatia è il motore, e il desiderio di comunicare è la conseguenza. Il bisogno di agire che nasce allora da questa situazione ci spinge, più o meno rapidamente, a uscire da questo stato di difficoltà, portandoci a una comprensione di ciò che cercavamo senza esserne consapevoli. Le risposte che emergono sono spesso sepolte nel profondo di noi stessi. Sono tuttavia di grande semplicità, come ad esempio “Perché si è scelto di praticare l’Aikido?” o “Perché approfondire nonostante la lentezza e la difficoltà di questo tipo di percorso?”

Il mondo a cui abbiamo accesso non è diverso da quello in cui vivevamo, con l’aggiunta di una dimensione, il Ki. È una quarta dimensione o una quinta se consideriamo il tempo come la quarta. A rigore si può concepire il Ki come oggi viene concepita la gravità, o qualsiasi altra cosa che al momento ci è parzialmente sconosciuta, non saprei darne una definizione perché è una dimensione “a parte”. Tsuda sensei ce ne dà un indizio quando scrive nel 1973 fin dalle prime pagine del suo primo libro Il Non Fare:

“Trasporre il problema del “ki” nel vocabolario francese, in cui ogni parola sottostà all’imperativo di definirsi, di limitarsi, è in sé contraddittorio, perché il “ki” è suggestivo e illimitato per natura.”, “Lo spirito occidentale, con la sua tendenza intellettuale e analitica, è incapace, ad ogni modo, di ammettere nel suo vocabolario una parola così flessibile come ki: infinitamente grande, infinitamente piccolo, estremamente vago, estremamente preciso, molto comune, terra terra, tecnico, esoterico”.2
Ma in fondo quello che pratichiamo si chiama AI KI DO, non è vero? La “Via di fusione, di armonizzazione del Ki”.

Un articolo di Régis Soavi

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Notes:

1Itsuo Tsuda, Le dialogue du silence, p. 36, editore Le Courrier du livre

2Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Editions, 2014, pp. 14 e 18

Bisogna perdere la testa per abitare i nostri corpi

Vi proponiamo qui il testo di un intervento orale fatto da Manon Soavi a l”Institut de recherche en Langues et Littératures Européennes de l’Université de Haute-Alsace al convegno Ecoféminismes européens che si è tenuto il 14-15 novembre 2024 a Mulhouse.

Un pomeriggio del convegno è stato dedicato all’autrice Françoise d’Eaubonne. Suo figlio Vincent ha presentato prima un intervento dal titolo “La place du corps dans la vie et l’œuvre de Françoise d’Eaubonne”. È seguito quello di Manon Soavi che ha collegato l’urgenza espressa da D’Eaubonne di riconnetterci con i nostri corpi per superare l’ideologia patriarcale dualista e la proposta di pratica del sé emancipatrice della filosofia del Non-Fare di Itsuo Tsuda;

Il pomeriggio è continuato con la proiezione del film di Manon Aubel Françoise d’Eaubonne une épopée écoféministe e una tavola rotonda con le·i partecipanti.

Ogni comunicazione non poteva superare i venti minuti, così l’intervento è molto sintetico. Ci sembra comunque interessante per i legami che tesse tra il pensiero ecofemminista e la filosofia del Non-Fare.

Intervento di Manon Soavi

Itsuo Tsuda era uno scrittore giapponese, nato nel 1914. Formato alla Sorbona negli anni trenta in sinologia con Marcel Granet e in sociologia con Marcel Mauss, aspirò instancabilmente alla libertà e s’interessò alla propria cultura giapponese, al rapporto con il corpo e al pensiero cinese antico. Autore di dieci libri in francese pubblicati dal Courrier du Livre, la sua filosofia del Non-Fare articola un pensiero anarchico e una fine comprensione del Tao.

Itsuo Tsuda

Vedremo in cosa questa filosofia entra in risonanza con l’ecofemminismo, non in base a un’ideologia, ma per la sua natura.

Questa frase programmatica di d’Eaubonne “Bisogna perdere la testa per abitare i nostri corpi”1 mi servirà da punto di partenza. Perchè d’Eaubonne e Itsuo Tsuda avevano in comune il fatto di considerare che l’emancipazione passasse attraverso l’integrazione di altri pattern2 di pensiero per uscire dal dualismo e che il corpo è essenziale in questo processo.

Françoise d’Eaubonne

Criticare e proporre altri possibili

Come ha mostrato Vincent d’Eaubonne, il corpo era un tema centrale nella vita e nel pensiero di Françoise d’Eaubonne. In anticipo sul femminismo del suo tempo e senza cedere ad alcun essenzialismo, ha messo in evidenza il ruolo primario del corpo nei meccanismi di dominazione e l’urgenza di riappropriarsi di esso come condizione di liberazione.

Critica del pensiero dualista, come tutte le ecofemministe, Françoise d’Eaubonne sottolinea che la materialità del corpo, immerso in ciò che vive, ci riporta alla (nostra) natura. Impedendoci assolutamente di guardarla come un oggetto. Il corpo è sorgente di libertà e ci permette di cogliere il reale. Françoise d’Eaubonne si allarma e mette in guardia per l’aggravarsi dell’addomesticamento subito dai corpi che va fino alla loro scomparsa con la virtualizzazione.

Staccardi dal corpo, negare ciò che è vivo in noi, è l’evoluzione spaventosa contro la quale d’Eaubonne c’interpella fin dal 1998 in Virtuel et domination3. Parossismo della cultura della distanziazione, il regno del virtuale sconvolgerà il rapporto dell’uomo con il mondo e provocherà forse un crollo interno alterando la differenza percettibile tra reale e virtuale.
Questa differenza, di per sé, “può essere ristabilita solo dalla vecchia formula la prova del pudding è che lo si mangia, per il giorno in cui il primo drogato del labirinto cibernetico sarà trovato morto di fame nella sua cabina mostrando il sorriso dei sazi dell’immaginario.”4

Per d’Eaubonne è chiaro che la mente non può sopravvivere in modo sano di fronte all’annientamento dei suoi sensi, con l’assenza di contatto tattile5 e la derealizzazione. La perdita del corpo locomotore e sensibile, sostituito da “un corpo ibrido di micro-processori e di nanomacchine mediche, ci portetà a un notevole abbassamento della vitalità.” Se ogni innovazione fa paura, nessuna ha mai colpito così profondamente l’essere, l’asservimento del virtuale è di una natura inedita.

Da una parte “Lanciatrice di allerta”, Françoise d’Eaubonne, dall’altra, scuote il quadro sociopolitico che struttura e determina quello che può e quello che non può essere definito soggetto, quello che è percepito come sensibile, vitale e intelligente e quello che non lo è. Dei quadri dell’esperienza iscritti nelle nostre istituzioni, nelle nostre percezioni, nei nostri corpi e nelle nostre narrazioni. D’Eaubonne fa quindi emerger tramite la scritura un altro mondo, riunificato, in cui i dualismi e lo sfruttamento non hanno più corso.

Illustration de Pauline J. Bhutia qui met en lien la science-fiction écrite par Françoise d’Eaubonne avec son travail théorique sur l’écoféminisme. Revue Galaxies SF no 87, 2024. Tout droits réservés

Nel Satellite de l’Amande, primo volume della sua Trilogie du Losange, decentra così il soggetto e l’oggetto con il racconto dell’esplorazione di un pianeta disabitato ma che si rivela ESSERE letteralmente un corpo. Confondendo così il confine tra l’esploratrice e il pianeta. È attraverso i loro corpi che si realizzerà una fusione di sensibilità carnale, ritmica, tra loro.

Nel volume successivo –Les Bergères de l’Apocalypse– d’Eaubonne descrive gli inizi di Anima, la civiltà delle donne. Tesse nel testo i legami natura/umano utilizzando un vocabolario vegetale a proposito delle società delle donne: “Tutto germogliava, cresceva, sfogliava nei gruppi, nelle comunità e nelle comuni di donne. Tutto frusciava, discorsi, discussioni, mormorii, commenti e canzoni, e la Rivoluzione lavorava con piccoli rumori e con grandi clamori, e risuonava come un albero pieno di scricchiolii e di uccelli.” Più avanti, è il susseguirsi della cornamusa, del gabbiano e della brughiera che sottolinea la continuità tra il mondo umano e non-umano6.

Molto lucida, d’Eaubonne descrive anche il fallimento dell’agire rivoluzionario delle avanguardie. Ne Les Bergères scrive a proposito di questo fallimento che, in ogni caso, “la loro liberazione non poteva che essere intima”7. Non può venire dall’esterno, con la forza o la teoria rivoluzionaria. Solo le esperienze della vita sono in grado di modificare questa dimensione intima dei nostri corpi e del nostro agire.

Rimediare alla distanziazione: Io sento dunque sono.

Come arrivare a questa dimensione? Una questione cruciale per Itsuo Tsuda. Per lui come per d’Eaubonne, bisogna sbloccare le strutture interne che servono da secoli come base ai nostri modi di essere e di agire, affidandoci ad altri pattern di pensiero e sul corpo.
Sapendo che, secondo la ricercatrice Barbara Glowczewski, i miti e i riti non sono dell’ordine del simbolico le persone agiscono secondo questi pattern. Tra gli aborigeni il sogno è un divenire rizomatico, un “concetto da pensare”8. È ciò che ha fatto d’Eaubonne tramite la scrittura.

Ci indica una chiave essenziale nel passaggio de Le Bergères in cui assistiamo alla rinascita di un mondo unificato e ciclico: “grida di animali sono nate con la stessa timidezza, molto lontane, isolate, si avvicinano: ‘Sono qui!’”9

È una chiave. Questo “Sono qui” neutralizza il “penso dunque sono”. Questa concezione storicamente datata di un uomo circondato di oggetti, di animali reificati e di un paesaggio sfruttabile.

Ma esistono altre concezioni del mondo. Culture diverse che hanno in comune modi di esistenza che sfuggono all’utilitarismo, all’universale astratto e alla separazione umano/ambiente. Esse sono organiche e singolari. L’agire trova le proprie ragioni e le proprie finalità dall’interno delle situazioni. L’antropologo Rodolpho Kush che ha studiato le culture autoctone del Sud America, le chiama le Culture dell’Estar Siendo, Essere qui10.

Dall’altra parte del Pacifico l’ecologo giapponese Kinji Imanishi rileva una nozione analoga con il Ba 場, Qui o Essere qui11. Un concetto fondante della cultura giapponese che si ritrova in molti aspetti, in particolare la parola baai 場合12, essere da qualche parte, in carne e ossa, in un’occasione particolare. Il geografo Augustin Bergue13, traduttore di Imanishi, chiama questa ontologia situazionale essere-in-presenza (being-thereness).

Imanishi insiste anche sul fatto che gli esseri viventi collegano ciò che sono e dove sono. Ed è attraverso la sensazione, l’intuizione, che si può cogliere il comune dei mondi umano e non umano. Cio si trova anche nella scrittura cinese. L’ideogramma Sei生la vita, non è un concetto, è una traccia che evoca una percezione. La sensazione che si prova quando alla vista di un germoglio, si sente che si è vivi in seno alla vita sulla terra. Imanishi diceva: “Sento, quindi sono”.

Sei, la vita, calligrafia di Itsuo Tsuda

Questo pattern ci reintegra nel mondo terrestre, come esseri viventi tra gli esseri viventi. Ora, come può dispiegarsi l’azione senza ricadere nello schema dualistico? L’antica Cina ci fornisce ancora un pattern molto interessante: il 無爲 Wu-wei, Non-fare. Vedremo che questo non ha nulla a che fare con il ritirarsi dall’azione collettiva o con una postura meditativa individualista.

Sabotare il pensiero cartesiano: il Non-fare

Ursula Le Guin ha scritto: “Tutto quello che cerco di fare è capire come mettere un ostacolo sulla strada.”14 La nostra struttura mentale, deformata dal cartesianesimo e dal dualismo, non può uscire da sola dal proprio stesso giogo. Questo è il motivo per cui è necessario porre ostacoli sul percorso. Questo è lo scopo di Itsuo Tsuda quando dichiara “Anche se non penso IO SONO”. Come Chaung-tzu, provocare un crollo della logica per lasciar emergere un’altra comprensione.

Nelle culture cinese e giapponese esistono tecniche per hackerare il cervello. Creare un cortocircuito nella volontà per lasciare spazio a un’ intelligenza più profonda e connessa. Le pratiche come lo zen, la calligrafia, le arti marziali, ecc., hanno lo scopo di provocare, grazie alle tecniche del corpo, l’abbandono del pensiero calcolatore al fine di far sorgere il Wu-wei (Non-fare).

Questo è il significato della calligrafia Naka, il bersaglio. Che rappresenta allo stesso tempo arco, freccia, bersaglio, arciere, in una stessa unità. Qui pensiero e azione non fanno che uno. Il Non-fare è quindi un regime di attività15 in cui l’azione e la parola sono altamente efficaci, proprio per l’assenza di intenzionalità.

Naka, il bersaglio, calligrafia di Itsuo Tsuda

Anche gli antichi racconti europei insegnano attraverso dei simboli come trovare quest’azione giusta. Che si debba baciare un rospo, ascoltare le parole di una volpe, o aspettare che la notte porti consiglio. Si tratta sempre di “lasciare la presa”; di fare il vuoto per ascoltare e entrare nel flusso.

Allo stesso modo in cui gli artigiani giapponesi coproducono gli oggetti con le materie viventi, il ferro, la terra, l’acqua, il fuoco. L’artigiano è riconoscente per la svolta inattesa che prende la propria creazione. Allora l’atto non è più il risultato di UNA volontà, di UN soggetto. È una molteplicità che si esprime.

Questo pattern ci fa uscire dall’agire coloniale, dal FARE, dall’ingegnere che propugna soluzioni astratte e esterne alle situazioni. Questo Non-agire situazionale, il popolo Kogi lo suggeriva proponendo la reintroduzione del tapiro in Brasile piuttosto che la spesa di milioni di dollari per ripristinare le foreste primitive. I tapiri mangiano i frutti e fanno i loro escrementi dove non ci sono alberi da frutto, “piantando” così la foresta. Un agire nella/con la rete del mondo.

Sono sempre esistite delle scienze autoctone in simbiosi. Come l’agire degli animali e delle piante che probabilmente non facciamo che intravvedere.

Qui con i nostri stili di vita urbanizzati e parcellizzati, un modo per entrare concretamente in questi paradigmi è ritrovare i nostri corpi nelle pratiche quotidiane. Ascoltare le proprie risorse involontarie, riattivare la nostra sensazione e iniziare a ristabilire una relazione tra un pensiero selvaggio riabilitato e un pensiero erudito relativizzato.

Pratiche del sé emancipatrici

Marcel Mauss indicava che il corpo è espressione di noi stessi, ma anche di una concezione culturale, dell’organizzazione sociale e dei sistemi di rappresentazione del mondo16. L’addomesticamento sociale e la nostra alienazione sono quindi inscritti nei nostri corpi.

In Oriente, corpo e mente non sono separati, filosofia e pratica sono quindi indissociabili. Per Itsuo Tsuda, Aikido e Katsugen undo fanno parte del percorso della filosofia del Non-fare. Sono delle pratiche di emancipazione in cui proviamo uno scarto tra le nostre abitudini e la loro ricalibrazione.

È attraverso il contatto sensibile e il movimento che si sperimenta un altro tipo di relazione, che non passa né per la parola né per la visione. Sono “saperi di sé” che si riscoprono e “pratiche di sé” che coinvolgono il livello individuale e collettivo.

L’Aikido in questa visione non ha per scopo imparare a combattere e a distruggere. È uno studio, tramite il corpo, delle possibilità di relazionarsi con gli altri, malgrado e con il conflitto. Di ristabilire un equilibrio in se stessi, e nella relazione.

Di fronte all’addomesticamento delle donne e a quello che Elsa Dorlin chiama la “fabbrica dei corpi disarmati”17, d’Eaubonne sottolineava l’importanza della riappropriazione delle capacità di reazione. Come insegnante di Aikido; mi associo all’appello di d’Eaubonne a riscoprire “attitudini ignorate, represse, che ci fanno così paura, le più semplici posizioni combattive del corpo.”18

Il paradigma della generazione

Un elemento molto importante è sottolineato dalla filosofa Émilie Hache19: le società industriali estrattiviste non manifestano più alcuna preoccupazione per la generazione, vale a dire la riproduzione delle condizioni di esistenza. Rimpiazzato storicamente dall’idea di Provvidenza. Un mondo creato una volta per tutte, che non ha più bisogno di essere perpetuato nel quotidiano. La generazione è un fenomeno sociale totale, che riguarda la perpetuazione degli esseri umani, del clan, delle relazioni con gli antenati e con gli esseri viventi in mezzo ai quali viviamo.

Aggiungerei anche che le nostre società non manifestano più alcuna preoccupazione per la cura delle capacità vitali di (ri)generazione umana. La visione meccanicistica di un corpo parcellizzato, ci porta a pensare che si possa consumare il proprio corpo come si consuma una bicicletta. Ogni tanto, bisogna stringere i freni e cambiare dei pezzi. Tranne che i processi biologici e il metabolismo non rispondono affatto come dei processi meccanici, ai quali sono troppo spesso paragonati.

I processi vitali si rigenerano e ritrovano il loro equilibrio da soli nel quotidiano se gliene si lascia loro la possibilità. Ma il movimento involontario è represso. Il corpo rigidificato ha difficoltà a reagire, a mantenere l’equilibrio e a recuperare dalla fatica. Come dice l’ecofemminista Ariel Salleh: “La sensibilità ai flussi della natura si perde quando il sapere insiste sulle operazioni precise da effettuare per trasformare la natura”.20

Invece, nel paradigma della generazione, la vita umana è inscritta in una visione olistica. Le pratiche vernacolari si prendono cura delle risorse interne, cioè della capacità innata di equilibrazione attraverso il movimento involontario del corpo nel quotidiano.

La pratica del Katsugen undo, che è una specie di ginnastica dell’involontario, è iscritta in questo paradigma. È la manifestazione del lavoro interno che gli esseri umani già possiedono, ma che nel nostro mondo moderno ha bisogno di uno spazio-tempo per cedere il posto all’espressione dell’attività di ciò che è vivo in noi.
Ben inteso, non si tratta di ricette miracolo, ma di tener conto delle pratiche equilibratrici ed emancipatrici sul lungo periodo.

La demeure des ancêtres, calligraphie de Itsuo Tsuda

Conclusioni

Per concludere, quando Françoise d’Eaubonne scriveva “Bisogna perdere la testa per abitare i nostri corpi”, esprimeva la propria radicalità. Rifiutare invece di continuare. Perdere la testa se necessario invece di mantenere il dualismo patriarcale. E poi costruire qualcosa di diverso, qui e ora.

Ritrovo in lei quest’interezza e questa determinazione che avevano i miei genitori. In loro, è il rifiuto di perpetuare la formattazione scolastica il motivo per cui le mie sorelle ed io non siamo mai andate a scuola. È dal rifiuto dei rapporti sociali esistenti che sono nati dei dojo libertari.

La maggior parte urbani, autogestiti, ugualitari, senza sovvenzioni. In cui le donne sono la maggioranza. Dojo costruiti con la capacità di sbrigarsela in prima persona e la tenacità da 40 anni. Come le ZAD, sono in rottura sia con l’individualismo neoliberale che con le vecchie forme della contestazione. Sono luoghi e pratiche da cui possono emergere cambiamenti che coinvolgono l’individuo e il collettivo.
Non si tratta di scimmiottare pratiche astoriche, fuori dalle loro culture. Come scrive Anna Tsing in Il fungo alla fine del mondo, “le rovine si avvicinano e ci stringono da tutte le parti, dai siti industriali ai paesaggi agricoli devastati.” Eppure, “l’errore sarebbe credere che ci si accontenta di sopravviverci perché è anche in queste rovine, in questi margini, che a volte la vita è più viva, più intensa.”21

In effetti, queste pratiche sono nate in Giappone, nelle rovine della Seconda Guerra mondiale. Sono rizomi che risorgono, attualizzazioni di saggezze vernacolari antiche. È dalla potenza dell’utilizzo che ne fanno le persone per vivere qui e ora altri possibili che diventano pratiche strategiche di resistenza-creazione profondamente ecofemministe.
Vi ringrazio per la vostra attenzione.

Manon Soavi

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Notes

  1. Françoise d’Eaubonne, corrispondenza personale con Alain Lezongar.
  2. Termine utilizzato nelle scienze umane: modello semplficato di una struttura di comportamento individuale o collettivo (di ordine psicologico, sociologico, linguistico). Sinonimi: modello, schema.
  3. Françoise d’Eaubonne, « Virtuel et domination », Temps critique n°10, maggio 1998.
  4.  ibid
  5. Anna Berrard e Anaïs Choulet-Vallet, « Mettre en contact plutôt que mettre à distance le monde sensible. Pour une épistémologie écoféministe du toucher », Revue Tracés, 42 | 2022, https://doi.org/10.4000/traces.13843
  6. Vedi l’analisi di Mathilde Maudet. Perspectives sur une écriture littéraire écoféministe dans Les Bergères de l’Apocalypse de Françoise d’Eaubonne et The Fifth Sacred Thing de Starhawk. Littératures. 2023.
  7. Françoise d’Eaubonne, Les Bergères de l’Apocalypse, éditions Des Femmes, p. 367.
  8. Barbara Glowczewski, Réveiller les esprits de la terre, édition Dehors, 2021, p. 48.
  9. Françoise d’Eaubonne, op. cit., p. 392.
  10. M. Benasayag e B. Cany Contre-offensive, éd. Le pommier, 2024.
  11. Kinji Imanishi, Comment la nature fait science, Wildprojet, 2022, p. 139.
  12. Baaï 場合, lett. un accordo (ai 合い) di diversi qui (ba場).
  13. Augustin Bergue, Fûdo and Edo a note on Watsuji’s nipponity, Contribution to a collective book on Watsuji (Hans Peter Liederbach ed.) febbraio 2023.
  14. Citata da Corinne Morel-Darleux in « Placer des obstacle sur la voie » Terrestres, 06 febbraio 2020.
  15. Definizione proposta da Jean-Françoise Billeter, vedi i suoi Études e Leçons sur Tchouang-tseu, éditions Allia. In italiano Lezioni sul Zhuangzi, Nottetempo, 2009.
  16. Marcel Mauss, Les techniques du corps, conférence à la Société de Psychologie, 1934.
  17. Elsa Dorlin, Difendersi. Una filosofia della violenza, Fandango, 2020.
  18. Françoise D’Eaubonne, Contre-violence. Ou la Résistance à l’État. éditions Cambourakis, 2023.
  19. Émilie Hache, De la génération et de son remplacement par la production, éditions La découverte, 2024.
  20. Ariel Salleh, Pour une politique écoféministe, Wildproject et le passeger clandestin, 2024, p. 244.
  21. Anna Tsing, Il fungo alla fine del mondo. La possibilità di vivere nelle rovine del capitalismo, Keller, 2021.

Bisogna perdere la testa per abitare i nostri corpi

Di Manon Soavi

Nella nostra vita di tutti i giorni facciamo spesso fatica a prenderci del tempo. Prendersi il tempo per andare al dojo, praticare, respirare. Prendersi il tempo per lasciare che si sviluppino altri tipi di rapporti con il mondo, un potere interiore diverso da quello che dà il denaro o il dominio. A volte abbiamo letto articoli e libri, abbiamo ascoltato discorsi molto interessanti su pratiche del corpo come mezzi di emancipazione. Sui dojo come strumenti per scoprire rapporti di aiuto reciproco, un modo di fare “comune”, altri modi di agire, possibilità di sentire il “non fare” come regime di azione ecc. Ma… Ma ci manca il tempo. Una seduta alla settimana, due a volte. Anche se il dojo è aperto tutti i giorni, il mondo ci afferra non appena mettiamo piede fuori dal dojo. I problemi e le piccole seccature prendono il sopravvento. Il lavoro, i figli, i debiti, l’auto, il disastro ecologico, le guerre, le tasse… ci sentiamo inghiottiti.

A volte siamo anche in piccoli gruppi, pochi, dojo ancora fragili ed è difficile sentire davvero altri modi di fare. Il modo di agire e di pensare della nostra società si invita continuamente al dojo, spesso per mancanza di esperienza di chi costituisce il gruppo. Oppure è la rigidità teorica che regna, disciplinando anche la minima iniziativa e perdendo così l’idea di base di una riscoperta della libertà. Lo slancio si spegne. A che serve, non abbiamo tempo. Il tempo ci manca. Certo, ci manca perché non ce lo prendiamo. “Non fermiamo” il tempo. È proprio per “fermare il tempo” che è nato uno stage come quello estivo della nostra scuola. Fermare la corsa, almeno per qualche istante e un po’ “perdere la testa per abitare i nostri corpi” come scriveva Françoise d’Eaubonne(1).

Il Mas d’Azil, l’incontro

Il primo stage d’estate della nostra scuola è stato nel luglio 1985, quando Régis Soavi ha creato con alcuni studenti un primo dojo a Tolosa. Le pareti non erano ancora finite, il soffitto non era dipinto, ma già praticavano. Sui tatami erano solo una dozzina per questo stage, venuti da Tolosa, Parigi e Milano. Ci furono altri due stage d’estate a Tolosa, nell’86 e nell’87.

Tolosa 1986
Régis Soavi Tolosa 1986
Tolosa 1987

Eppure il fatto di essere in città, la mancanza di alloggi, il caldo afoso, tutto ciò non rendeva la situazione ideale. Régis Soavi e la sua compagna Tatiana andranno quindi alla ricerca di un “luogo” in campagna per organizzare uno stage estivo.
Presero la loro auto e partirono per le strade dell’Ariège, agendo come erano abituati con la deriva situazionista, che praticarono a Parigi per dieci anni. Agirono anche secondo la modalità di azione del Non-fare, nella quale ci si orienta in una direzione e si percepisce come “qualcosa” reagisce. Ciò che alcuni chiamano anche un “agire situazionale”, vale a dire in perfetta sintonia con il momento presente. Per questo bisogna lasciare la nostra “ragione”. Accettare e agire in un “flow”, un flusso se si vuole. Questo è spiegato dalla famosa storia del nuotatore di Chaung-tzu:

“Confucio ammirava la cascata di Lu-liang. L’acqua cadeva da un’altezza di trecento piedi e poi schizzava intorno per quaranta leghe. In questo luogo non potevano stare né tartarughe né coccodrilli, ma Confucio vide un uomo che nuotava. Credette fosse un disperato che cercavala morte e disse ai suoi allievi di scendere lungo la riva per soccorrerlo.
Ma dopo qualche centinaio di passi, l’uomo usci dall’acqua e, con i capelli sciolti, iniziò a passeggiare lungo la riva, cantando.

Confucio lo raggiunse e gli chiese: “Pensavo che lei fosse uno spirito ma, da vicino, sembra che sia vivo”. Mi dica: “ha un metodo per restare a galla in questo modo?”
“No”, rispose l’uomo; “non ne ho. Sono partito dalla situazione data, ho sviluppato qualcosa di naturale e ho ragggiunto la necessità. Mi lascio catturare dai vortici e sollevare dalla corrente ascensionale, seguendo i movimenti dell’acqua senza agire per conto mio.”
“Cosa intende con: partire dalla situazione data, sviluppare qualcosa di naturale, raggiungere la necessità?” chiese Confucio.

L’uomo rispose: “Non sono nato in queste colline e mi sono sentito a casa: ecco la situazione. Sono cresciuto in acqua e mi sono poco a poco sentito a mio agio: ecco il naturale. Non so perché agisco come agisco: ecco la necessità.”(2)
Il sinologo Billeter commenta questo passaggio (che parla dell’agire nel Non-fare evidentemente) osservando che “L’arte consiste nel basarsi su questi dati, nello sviluppare attraverso l’esercizio qualcosa di naturale che permette di rispondere alle correnti e ai vortici dell’acqua, in altre parole di agire in modo necessario, e di essere liberi da questa stessa necessità. Non c’è dubbio che queste correnti e questi vortici non sono solo quelli dell’acqua. Sono tutte le forze che agiscono all’interno di una realtà in continua trasformazione, fuori di noi così come dentro di noi.”(3)

Sviluppare qualcosa di naturale che permetta di seguire le correnti e i vortici andando nella direzione che si vuole è qualcosa che si esercita come dice il nuotatore. Praticando con il proprio corpo e anche accettando di “seguire” piuttosto che “scegliere”.

Dopo tre settimane di ricerche nella regione, Régis e Tatiana si rendono conto che non trovano il posto giusto. Sono in campeggio con le loro due bambine, inizia a essere un periodo piuttosto lungo, quindi decidono di ritornare a Tolosa. La mattina della partenza, Régis prende un caffè al bar del paese e il padrone gli parla del Mas-d’Azil, consigliandogli di andare a vedere questo paese.

Decidono quindi di fare un’ultima visita, il giorno della partenza. Arrivati al Mas-d’Azil, si rendono conto che in questo paese, a meno di dieci chilometri da dove sono accampati da tre settimane, ci sono già passati dieci anni prima.

Il Mas d’Azil,
Il Mas d’Azil

Dieci anni prima, tornando dalla Spagna, Regis e Tatiana avevano notato nel cielo il volo circolare di un rapace, che li “seguiva” da tempo. Continuando il loro viaggio avevano visto il rapace atterrare su un cartello all’incrocio di una strada: “Le Mas-d’Azil”. Avevano preso allora questa strada, incuriositi, che li aveva portati fino a un paese, incastonato in un rilievo roccioso ai piedi dei Pirenei, attraversato da un fiume tumultuoso e dominato da una bellissima grotta preistorica.

grotta preistorica di Mas d’Azil
Il fiume scorre attraverso la grotta

Quel giorno, dieci anni dopo Regis e Tatania ritrovano con stupore lo stesso paese! Da quel momento le cose procedono molto velocemente, in due ore i responsabili del comune accolgono a braccia aperte l’idea di uno stage. Il villaggio è piccolo, certo, ma è un capoluogo di cantone, ha una palestra, due alberghi, un campeggio, una posta, negozi e all’epoca una fabbrica di mobili ancora in attività.

Oltre a essere un importante sito preistorico (che ha dato il nome a un’era: l’Aziliano), si scopre che Le Mas-d’Azil ha una lunga storia di resistenza. Dopo la Riforma serve da rifugio ai protestanti. La resistenza protestante durerà qui più di cent’anni. L’evento più famoso fu l’assedio durato un mese e la feroce resistenza che la città condusse contro l’esercito reale di Luigi XIII con mille persone contro quindicimila. Ma annidati nel terreno roccioso e protetti da solidi bastioni, gli abitanti, nonostante i molti morti, sconfissero l’esercito e i suoi cannoni.

L’assedio e la battaglia di Mas d’Azil

Ancora oggi, sebbene il numero di abitanti sia diminuito con l’esodo rurale del XX secolo, è un luogo in cui molti dei cosiddetti “neo-rurali” si incontrano e si stabiliscono. Qui si trova anche Kokopeli, un’associazione ambientalista che distribuisce semi non coperti da diritti e riproducibili, con l’obiettivo di preservare la biodiversità di semi e ortaggi.
Il Mas-d’Azil non è il posto perfetto, non soddisfa tutti i requisiti, ma è qui.

Una trasformazione

Dall’88 in poi, lo stage d’estate si è svolto nella palestra comunale. Al primo stage i partecipanti sono solo una quindicina. L’allestimento è quindi minimo.

Le gymnase est peu aménagé eu début
Un gymnase assez ancien

Ma con il passare degli anni, i partecipanti, compreso Régis Soavi, fanno dei lavori, sistemano lo spazio e apportano migliorie. Il numero dei partecipanti è in aumento fino ad arrivare oggi a un centinaio.

La quindicina di persone che arrivano volontariamente con una settimana di anticipo per preparare lo stage allestiscono temporaneamente un quadrato di tatami, in modo da esercitarsi al mattino durante la settimana di preparazione. Tuttavia, per il momento si tratta “solo” di tatami nel bel mezzo di una palestra. L’obiettivo è quello di trasformare questo luogo in un dojo per il primo giorno di stage.

Régis Soavi racconta così questa trasformazione: “Quando arriviamo, non c’è niente di pronto. C’è da fare tutto.

Le gymnase tel que nous le trouvons chaque année

La palestra è sporca, ci sono dei graffiti, finestre rotte. Ma poiché le persone sono abituate a praticare in un dojo, vogliono ricreare il dojo. Il Maestro Ueshiba dice “Laddove sono io c’è un dojo”.Per questo abbiamo bisogno di tatami, deve essere pulito. Ecco perché un certo numero di persone viene con una settimana di anticipo, cancella i graffiti, fa riparazioni, ridipinge. Andiamo a prendere itatami con un camion. Le persone fanno tutto questo perché sono interessate, vogliono che lo stage sia piacevole, che ci sia un certo ambiente. Ci sono tanti piccoli dettagli, mettiamo qua delle tende, un appendiabiti là e qui bisogna avvitare. Ci vuole una settimana per sistemare tutto.
In questo modo, allora, per la prima seduta dello stage, tutto è pronto.
Ora potremo dedicarci, concentrarci sulle pratiche, per 15 giorni. Ma ci vuole tutto questo fermento prima, questo ribollire, anche questa pressione, e alla fine tutto è pronto.
Siamo pronti.

Così ricreiamo “dojo”, lo spazio sacralizzato. Il sacro non è il religioso, è qualcosa che si sente con il corpo. È molto chiaro. Quando si arriva all’inizio della settimana è una banale palestra con spalliere, attrezzi, cemento sul pavimento. Per una settimana con la nostra attività di preparazione, portiamo ki, ki, ancora ki. Così a un certo momento “diventa” uno spazio sacro. Ma siamo noi stessi a portare il sacro nel luogo.
Inoltre, anche se si avesse un magnifico dojo in legno con un ponte giapponese e del bambù davanti alla porta, non significa necessariamente che si tratti di uno spazio sacro. Potrebbe essere solo uno spazio artificiale.”(4)

L’effimero irreversibile

Lo stage d’estate è quindi un po’ come una parentesi. Un momento di pausa e allo stesso tempo un momento che si espande. Lo viviamo e ciò cambia qualcosa in noi. Quindi possiamo dire che lo stage estivo non ha lo scopo di far emergere un altro mondo, ma piuttosto di sperimentare direttamente un altro rapporto con il mondo. Un vissuto che, anche se effimero, non è meno irreversibile. Ognuno resta libero di cosa farsene di questo vissuto.

Régis Soavi: “Anche durante lo stage, tutto è organizzato dai praticanti stessi, le colazioni insieme, le pulizie, siamo vicini a ciò che si faceva in Giappone con gli Uchideshi, gli studenti interni che si occupavano di tutto. È un po’ questo lo spirito. Non si paga nessuno, non c’è uno staff. Non siamo in un’organizzazione amministativa. Ognuno dà il meglio di sé. Ciò permette, come nei dojo per tutto l’anno, di sviluppare le proprie capacità o, a volte, di scoprirle. Ci sono molte persone che sono arrivate al dojo non sapevano come piantare un chiodo. Appena gli si chiede qualcosa, dicono “oddio”! Bisogna spazzare, “io non so spazzare!” Fare il caffé, “io non so fare il caffé!” “Come si deve fare?”

Poco a poco scoprono il piacere di fare da soli, di essere capaci. Alcuni hanno scoperto capacità che non sospettavano di avere. Lo scopriamo perché c’è questo quotidiano collettivo, come nei dojo, che è un po’ diverso dal quotidiano di casa, è “casa collettiva”.”(5)
È quindi attraverso la sperimentazione concreta, in situazione, che si sperimenta un altro modo di essere e di interagire. Perché sovvertire il nostro modo di fare società significa affrontare un insieme che fa sistema. Come è descritto da Miguel Benasayag è prima di tutto “un’organizzazione sociale, un progetto economico, un mito che configura un tipo di rapporto con il mondo, con il sé, con il proprio corpo, un certo modo di desiderare, di amare, di valutare la propria vita…” È anche “affrontare un dispositivo molto concreto, che possiamo riassumere con l’immagine della citta europea moderna con i suoi muri, le sue relazioni con lo spazio e con il tempo, le sue modalità di circolazione, di lavoro, di commercio, che inducono ancora una volta una certa maniera di pensare e di agire, la cui influenza giunge oltre perimetro strettamente urbano.”(6)

Creare un’altra situazione è molto concretamente lasciare che sorga un altro modo di essere al mondo. Nella nostra società si tende a pensare che una situazione sia determinata da un perimetro esterno, nel caso dello stage d’estate si potrebbe dire: il numero di giorni, il numero di sedute, il numero di persone, il luogo geografico ecc. Tuttavia, secondo il filosofo Benasayag, che riprende Kush, una situazione si caratterizza prima di tutto come un’intensità. Prendendo l’esempio della foresta, spiega che ciò che fa la foresta non è il perimetro, il numero di alberi, ecc. Ciò che fa la foresta è un’intensità: gli alberi, gli animali, il muschio, le gocce d’acqua, i funghi e fa notare che l’intensità attira quello che l’alimenta… Per parafrasare questo esempio direi che anche lo stage d’estate è un’intensità. Un’intensità fatta dal luogo, dalle persone che si ritrovano, si organizzano, praticano, dai corpi che si muovono, dalla pratica di yuki, ecc.

Inizio della seduta di Katsugen undo

Françoise d’Eaubonne scriveva in una lettera; “Bisogna perdere la testa per abitare i nostri corpi”. Itsuo Tsuda diceva: “vuotatevi la testa”. Lo stage d’estate è quest’intensità in cui a un certo punto, con l’aiuto della stanchezza, il lavoro dell’involontario si fa in profondità nel corpo, finalmente la “testa” lascia un poco. Lasciando un po’ il campo libero ai bisogni del corpo, al suo movimento involontario. Abitare il proprio corpo porta a un’altra maniera di sentire, di pensare e di agire. I principi astratti della modernità (razionalità, progresso, utilitarismo, universalismo astratto), torniamo alla dimensione della conoscenza immediata e non riflettuta di noi stessi.

Régis Soavi: “Per chi arriva per la prima volta, uno stage è un primo passo. Si riscopre che il nostro corpo si muove e che si muove in modo involontario. Non ha niente a che vedere con uno stage in cui si va a ricaricarsi per poi ripartire più in forma. No. È un inizio. Inoltre è una pratica regolare. Nei dojo si pratica il Katsugen undo (Movimento rigeneratore) due o tre volte la settimana, si può anche praticare da soli a casa. Ma bisogna riallenare questo sistema involontario che abbiamo bloccato a lungo”.

“Lo stage d’estate è anche un crocevia, c’è chi che viene un po’ da tutt’Europa, si scoprono le persone attraverso la pratica dell’ Aikido e del Katsugen undo. Attraverso la sensazione,
Accade di tutto! Alcuni fanno degli incontri, arrivano soli e ripartono in due! Altri arrivano in due e ripartono soli! Perché a volte mette in luce dei problemi che si erano tenuti nascosti. Si cercava di trattenere, di mettere a tacere, ma con lo stage, con la pratica del Katsugen undo che risveglia il nostro corpo, si sente chiaramente quello che non è più sostenibile. Quando la volontà di controllo finalmente lascia la presa, ciò emerge, è tutto. Quello che è insopportabile è finalmente percepito come tale. Ma in qualche modo, è una liberazione. Il Katsugen undo, è una liberazione, nient’altro.”(7)

Le informazioni sullo stage d’estate 2024 sono qui :  https://www.scuola-itsuo-tsuda.org/37-stage-destate/

Note

1) Françoise d’Eaubonne, correspondance privée avec Alain Lezongar, 5 décembre 1976.

2) Jean François Billeter, Leçons sur Tchouang-tseu, 2002, éditions Allia, p.28

3) Ibid., p. 33.

4) Règis Soavi, estratto dal film “Una trasformazione”, diretto da Bas van Buuren, 2009.

5) Ibid.

6) M. Benasayag et B. Cani, Contre-offensive. Agir et résister dans la complexité, ed. Le pommier, 2024, p. 43-44

7) Régis Soavi, op. cit

 

 

Vedere

Di Régis Soavi“Il maestro non chiede altro che essere derubato del proprio insegnamento che, per lui, è di una semplicità estrema, ma che, per gli altri appare misterioso, incomprensibile, inverosimile.” (Tsuda Itsuo, Le Triangle instable, Le Courrier du Livre, 1980, p. 132.)

Vedere, sentire

Anche se si inizia l’Aikido con delle idee superficiali provenienti dal mondo che ci circonda, è importante che poco a poco esse si avvicinino alla realtà e diventino uno strumento per riappropriarsi del corpo, il nostro corpo autentico.Ad ogni seduta che conduco, dopo la prima parte che ognuno esegue da solo ma in armonia con gli altri, e che è basata essenzialmente su degli esercizi di circolazione del Ki, comincio con la dimostrazione di una tecnica che, a priori, molti praticanti già conoscono. Tutta l’arte della dimostrazione consiste nel far passare un messaggio attraverso il movimento effettuato. Vi è l’avvio di un dialogo, non è solamente una tecnica e neanche un modo di fare perché ogni praticante, in rapporto al suo livello, alla sua attenzione, come alla sua capacità del momento, deve potervi trovare quello che gli è necessario per approfondire la sua pratica. Si tratta più di una trasmissione che di qualsiasi altra cosa. Insisto su un elemento, la precisione, la distanza, o qualsiasi altra particolarità, affinché qualcosa che tengo a rendere concreto sia ben visibile e diventi una forma evidente per la semplicità con cui lo mostro e affinché, attraverso il lavoro e l’allenamento che seguono, il corpo nel suo insieme non debba più riflettere ma agisca naturalmente ritrovando la spontaneità.

Itsuo Tsuda calligraphie ciseler un insecte graver une fleur

Cesellare un insetto, incidere un fiore

C’è un’espressione comune in Cina, un proverbio, che significa “Lavoro facile” di cui i primi due ideogrammi sono come la calligrafia in stile piccolo sigillo (sigillare) di Tsuda sensei: ???? cesellare insetto piccola tecnica.Questa calligrafia (pagina a fianco) può quindi esprimere: “L’incisione di un fiore è molto facile, come anche la scultura di un insetto”.Il proverbio vuol dire che tutti possono incidere o disegnare un piccolo fiore poiché è un lavoro semplice e facile da realizzare, ma a sua volta questo indica che solo i grandi maestri possono realizzare un’opera notevole. Tutto dipende dal kokyu. Tsuda sensei si esprime sul significato di questa parola nel suo secondo libro La via della spoliazione. È raro poter disporre di una tale definizione, semplice e precisa allo stesso tempo, che permette a noi Occidentali, a priori non preparati, di comprendere il suo contenuto:”Nell’apprendimento di un’arte giapponese è sempre questione di ‘kokyu’, che è l’equivalente propriamente detto della respirazione. Ma questa parola significa anche abilità nel fare qualcosa, il trucco del mestiere. Quando non si ha ‘kokyu’, non si può eseguire qualcosa come si deve. Un cuoco ha bisogno di ‘kokyu’ per servirsi bene del proprio coltello, e l’operaio per i propri utensili. Il ‘kokyu’ non si spiega, si acquisisce. [?]Quando si acquisisce il ‘kokyu’, si ha l’impressione che utensili, macchine, materiali, fino ad allora ‘indomabili’, divengano improvvisamente docili ed obbediscano ai nostri ordini senza opporre resistenza.Il ki, il kokyu, respirazione, intuizione, ecco i temi intorno ai quali ruotano le arti ed i mestieri del Giappone. Costituiscono il segreto professionale, non perché lo si voglia custodire come un brevetto d’invenzione o come mezzo per guadagnarsi il pane, ma perché è intrasmissibile intellettualmente. La respirazione, è l’ultima parola, il segreto supremo dell’apprendimento. Solo i discepoli migliori vi accedono dopo anni di grandi e continui sforzi.” (Itsuo Tsuda, La via della spoliazione, Yume Editions, 2016, p. 35-36.)

Il ruolo dell’insegnante

Uno dei ruoli dell’insegnante – ed è ben lungi dall’essere il suo unico compito – è di agire, tra l’altro, come una sorta di direttore d’orchestra. Dà il tempo, propone diversi modi di interpretare una tecnica, di portarla in una direzione con lo scopo di conferirgli tutto il suo potenziale, allo stesso modo del Maestro d’orchestra dà delle indicazioni sul “come interpretare” un brano musicale mettendo l’accento su una nota, un insieme di note, un tratto particolare. L’insegnante come il direttore d’orchestra ha un ruolo molto importante e con la sua maniera di condurre una seduta di Aikido può renderla noiosa o accattivante; troppo rapida e senza precisione per esempio, la seduta può non centrare il proprio obiettivo nonostante l’intenzione fosse buona; come un direttore d’orchestra può far “deragliare” un brano musicale che era di grande sensibilità se si mostra troppo rigido nella sua maniera di dirigere. Né rigidi né troppo molli, allo stesso tempo morbidi e convincenti, sia l’uno che l’altro danno la propria interpretazione di quello che hanno sentito, di quello che hanno compreso della propria arte, sia della musica sia della seduta di Aikido che conducono. Un altro direttore d’orchestra o un altro insegnante vedranno altre cose, altri accenti da evidenziare, ognuno di loro insisterà su differenti aspetti.I rapporti con i musicisti come con gli allievi sono anch’essi determinanti. Se si comporta in modo dittatoriale, colui che conduce non avrà l’adesione di quelli che dovrebbero seguirlo, otterrà al massimo una sottomissione che non potrà che rendere l’opera musicale banale o il corso di Aikido senza anima e senza gioia. Sull’esempio del direttore d’orchestra che non deve dimenticare soprattutto di non essere il compositore e che deve rispettare l’opera per quello che è, o che pensa o sente che sia, l’insegnante nelle arti marziali non è il creatore di quest’arte che desidera sviluppare e far conoscere, ne è l’interprete per quanto geniale esso possa essere. Il compositore stesso, come Beethoven credo, diceva che non faceva altro che trascrivere la musica che sentiva e che preesisteva nell’universo che lo circondava. Allo stesso modo, noi non facciamo altro che interpretare quello che faceva O sensei, quello che conosciamo, quello che abbiamo potuto percepire dai video dell’epoca, quello che diversi maestri hanno saputo trasmetterci e, più precisamente, quello che personalmente ho potuto scoprire grazie al contatto diretto con Tsuda sensei durante tutti questi anni. Ma O sensei stesso considerava la sua arte come qualcosa che gli era stata data, trasmessa da qualcosa di più grande di lui, qualcosa che percepiva e che provava a comunicare attraverso i suoi movimenti, la sua persona, le sue parole, la sua postura, o semplicemente con la sua presenza.Resta il fatto che ogni seduta è una sfida e dipende dall’ambiente che siamo riusciti a creare. Il grande direttore d’orchestra Sergiu Celibidache riteneva che, quale che fosse il numero di prove, l’impegno di ogni musicista, l’attenzione del pubblico, tutto poteva essere rimesso in discussione all’ultimo momento. Il concerto, come momento di verità ultima, dipende da elementi a volte imprevedibili che, favorevoli o meno, cambiano il corso dell’evento, della dimostrazione. Il ruolo dell’insegnante consiste nel permettere ad ogni allievo di dispiegare le proprie capacità anche al di là di quello che ognuno di loro può concepire o percepire.

Un lavoro sul corpo

È grazie alla sincerità del lavoro sul corpo che possiamo farlo uscire dall’isolamento della nostra struttura mentale alienata dalle abitudini di ragionare e reagire in modo profondamente dualistico. Le dimostrazioni servono per mostrare che qualcosa è possibile e ci può permettere di cambiare ciò che ci lega se andiamo in una direzione con sincerità. Il corpo deve ritrovare la sua base naturale, quello che è realmente in profondità, e non essere modellato per seguire i desideri di un’epoca, di una moda, di un’idea di sé prestampata su un cervello reso fragile dall’ambiente circostante. La dimostrazione di una tecnica dipende da molteplici fattori che condizionano una risposta ad hoc e non una risposta incondizionata prevista dalla nomenclatura delle tecniche. Deve permettere a chiunque di sentirsi coinvolto da quello che passa sotto i suoi occhi in modo da saper reagire a seconda del bisogno, indipendentemente dal contesto ma piuttosto integrando ciò che lo circonda per creare una situazione che porterà una soluzione tranquilla, e se possibile pacifica, contrariamente a qualsiasi atto che rischierebbe di diventare sgradevole e/o persino pericoloso.

Avec un débutant il faut se montrer particulièrement disponible.

Quale partner utilizzare

Ho visto spesso degli insegnanti scegliere regolarmente il loro migliore allievo come uke. Se questa scelta sembra ragionevole nelle dimostrazioni pubbliche, al momento delle “porte aperte” in quanto si tratta di mostrare la bellezza dell’arte o la sua efficacia, senza rischi per il partner che saprà cadere in ogni circostanza, ciò non ha più senso nel quotidiano dove l’obiettivo è tutt’altro a mio avviso. Lavorare con degli anziani spesso ci valorizza per via della loro disponibilità, della qualità dei loro spostamenti, del modo di seguire che hanno ma quanto a loro l’inconveniente è che cercano spesso di mettere in risalto il proprio professore. Con un principiante, soprattutto chi è veramente principiante, è molto differente, in questo caso, non ci sono errori possibili, bisogna mostrarsi particolarmente disponibili di fronte a un corpo che non è abituato a muoversi, a reagire in tale situazione e che rischia di farsi male per niente. È indispensabile comprendere, sentire l’altro, e malgrado tutto arrivare a far passare il messaggio che si desidera per permettere l’apprendimento e lo sviluppo di persone che vengono per imparare. Ho sempre trovato interessante fare le dimostrazioni delle tecniche con persone decisamente meno preparate, se non principianti, cosa che mi permette di mostrare e anche dimostrare che l’adattamento al corpo dell’altro è uno dei segreti del Non-fare.

Il segreto di ciò che è vivo

È necessario che le dimostrazioni durante una seduta siano adattate ogni volta alle tipologie di persone che sono presenti e che, grazie a ciò, possano percepire mediante impregnazione la circolazione del Ki, cosa molto più difficile se queste dimostrazioni sono mediatizzate. I libri contenenti disegni o foto non possono servire che come supporto tecnico o un complemento talvolta indispensabile, ma non possono sostituire le dimostrazioni dal vivo. I video possono anche essere utili per conoscere le differenti scuole o i “Maestri storici”, ma anche – e forse di più – per dare un’immagine della nostra arte e in tal modo suscitare il desiderio di scoprire la sua bellezza come la sua efficacia. Tuttavia, che si tratti di musica o di arti marziali, il segreto si trova al di là della forma o dell’allenamento, è piuttosto a mio avviso nella manifestazione di ciò che è vivo, che si può scoprire solo grazie a quello che si è sentito al suo contatto. Un musicista dilettante può animare un ballo folk e permettere a un paese intero di trovare un’unità nel piacere di essere insieme perché lui stesso è parte integrante dell’ambiente. In un dojo, ciò che è vivo, e quindi il Ki, si manifesta grazie a ciò che vi è nella persona che conduce la seduta. È la qualità interiore che si esprime nelle dimostrazioni, che siano rapide o lente, possenti o sottili e penetranti. È il Ki che esse sprigionano che ci porta a cominciare la pratica dell’Aikido, che ci spinge a continuare o talvolta a fuggire da quel posto. Nulla può sostituire ciò che è vivo, né i discorsi, né i sorrisi, né le finzioni. Le dimostrazioni durante le sedute sono per me il riferimento ultimo, “un momento di verità”

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 15 nel mese di ottobre del 2023.

Senza punti di riferimento fissi, una scuola senza gradi

Di Manon SoaviItsuo Tsuda sensei diceva “non c’è cintura nera di vuoto mentale” sottolineando così che l’essenziale non è misurabile né comparabile. Seguendo questa direzione, Régis Soavi sensei fin dagli anni 80 ha fatto la scelta radicale di una scuola senza gradi. Una scelta che denota il funzionamento della nostra società basata sulla competizione.

Un orizzonte infinito

Avvertenza: questo articolo non mira assolutamente a sostenere che questa scelta sia la migliore, a denigrare i gradi o altro. Si dà semplicemente il caso che il riai della nostra scuola (la coerenza dei suoi principi) passi per questa strada. Questo articolo racconta un’altra possibilità senza spirito di valutazione tra i sistemi ma piuttosto in uno spirito di scoperta di un’altra cultura.Questa scelta di non avere gradi, di nessun tipo, è una cosa che a volte sorprende, o delude. In effetti, alcune persone sentono il bisogno di misurare il loro percorso, di avere delle tappe, il che è comprensibile alla luce del contesto in cui viviamo. Ma questa particolarità è anche un orientamento che libera, che dà sollievo a tante persone! Almeno qui, nei dojo della nostra scuola, non c’è misura, né paragone, né gerarchia.In un mondo in cui tutto si quantifica: le vitamine che ingeriamo, la nostra produttività, le nostre ore di sonno passando per la velocità dell’estinzione del nostro pianeta, tutto si misura e si calcola. Un luogo senza gradi è un po’ come passare dall’orizzonte di una città, fatto di punti di riferimento, di quartieri, di edifici, all’orizzonte dell’oceano. È liberatorio e leggermente inebriante.

Senza riferimenti fissi

Tsuda sensei scriveva che con i bambini siamo “senza punti di riferimento fissi”, cioè non ci si può riferire a dati esterni, oggettivi: a questa età, tanti centimetri, tale capacità, tale bisogno. Eppure questo è ciò che consiglia la maggior parte degli approcci in puericultura! È lo spirito della sistematizzazione. Per Tsuda sensei si trattava di affinare la capacità di attenzione, di risvegliare la intuizione e di sentire attraverso la fusione di sensibilità i bisogni del bambino. Un dialogo sensibile, unico perché diverso per ognuno e in ogni momento, con una verifica delle nostre intuizioni attraverso le reazioni del bambino. La natura della relazione si sposta quindi dalla ricerca di prestazioni (allevare un bambino o passare un grado) alla qualità della relazione, del momento presente sempre fluttuante. Una qualità che non può essere valutata esternamente perché deve essere sempre rinnovata.Allo stesso modo, una Scuola senza gradi non fornisce riferimenti fissi obiettivi, come tecnica, velocità, precisione o altro. Poiché partiamo dall’individuo e ognuno è diverso, nessuno può essere paragonato ad un altro. Nel nostro stile di Aikido, ciascuno sviluppa, attraverso una forma tecnica comune, la propria specificità che non solo gli corrisponde, ma sposa anche i cicli della vita, le età e gli stati di ciascuno.È nella relazione con l’altro che ognuno può misurare il cammino percorso, sia attraverso la propria osservazione che attraverso i riscontri dei suoi partner e del suo sensei. O andando a vedere altri insegnanti in occasione di stage occasionali. Perché senza un giudice esterno non c’è né sanzione né, soprattutto, ricompensa! Non si tratta certo di immaginarsi geniale e onnipotente! In questo caso i nostri partner e il nostro sensei si incaricheranno di farci ridiscendere sulla terra, si tratta di ritrovare il gusto di fare le cose per se stesse. Ritrovare anche il tempo, un tempo che non è lineare, perché il nostro “progresso” non è una linea retta con l’arrivo alla fine. Si tratta piuttosto di un’evoluzione circolare, “il pensiero orientale non procede per mezzo di dimostrazione, non è orientato verso un senso finale e definitivo, ma procede per cerchi di sperimentazione successivi affinché la comprensione scaturisca da un ritorno al centro stesso della questione” (Gu Meisheng, La via del respiro, Luni).È ovviamente possibile combinare un sistema di gradi e l’idea di un cammino senza fine, i grandi adepti lo hanno sempre fatto, semplicemente nella nostra Scuola abbiamo deciso di porre questo paradigma fin dall’inizio.

Il momento giusto

Una volta scartato questo modello, abbiamo una situazione in cui cominciamo senza hakama e incontriamo allora la possibilità di scoprire il momento giusto per mettere questo famoso hakama. Nella filosofia del Non-Fare si tratta di riscoprire l’azione giusta, quella che non è né calcolata né determinata dalla nostra “piccola intelligenza”, il volontario calcolatore che si fissa su piccoli scopi, ma dalla “grande intelligenza” che si esprime se la si ascolta realmente.Alcune persone mettono l’hakama dopo un anno di pratica e altre dopo dieci anni, in realtà non ha alcuna importanza se non per se stesse e la loro capacità di sentire il momento giusto. Ma ci sono molte persone per le quali cogliere questo momento presenta una grande difficoltà. Molti perdono quest’occasione di ritrovare il senso del momento proprio attraverso il mettere l’hakama. Che sia per eccessiva leggerezza, per paura, per ansia, per presunzione, per incomprensione, o per mille altre ragioni. Siamo di fronte a noi stessi.È anche un’occasione per scoprire la differenza tra la scelta e la decisione! Tsuda sensei attribuiva un’importanza immensa alla decisione, come ha scritto: “Una decisione può essere presa molto rapidamente a seconda delle circostanze, ma può anche richiedere molto tempo prima di maturare.Il più delle volte si confonde la decisione con l’opzione.Ma sono due cose completamente diverse.L’opzione implica il confronto tra diverse possibilità e la scelta che se ne fa. È un atto di intelligenza. [?] Non è la stessa cosa con la decisione che determina il nostro orientamento nella vita. Questa decisione non è un atto dell’intelligenza, è un atto dell’istinto.(…)La vera decisione è quella che corrisponde alla tensione interiore che sale al massimo. Senza tensione interiore, non c’è decisione. Più la decisione esige coraggio, sacrificio dell’amor proprio e dei vantaggi materiali, più essa guadagna peso.” (Itsuo Tsuda, La via degli dei)Offrendo ai praticanti la situazione propizia a sentire il momento giusto e a prendere una vera decisione, utilizziamo lo strumento dell’hakama per camminare in questa via di autonomia: decidere da soli. Può sembrare aneddotico, ma per molti non è facile e mancheranno il momento giusto.Accompagnare questo cammino per ogni persona è anche ricco di insegnamenti per i più anziani che devono essere attenti ad agire nel Non-Fare: lasciar maturare a volte, aumentare spesso la pressione interiore, acconsentire raramente! Eppure nessuna condotta può essere determinata in anticipo, anche questo è “senza punti di riferimento fissi” ma quando l’azione è giusta è un’evidenza. Affinché questo atto sorga, bisogna svuotarsi la testa e non avere idee preconcette. Questo accompagnamento può essere fatto solo se, e solo se, la persona che intende mettere l’hakama ha “sete” di questa trasmissione. È la sua disponibilità, il suo posizionamento che lo permette o meno.

Dare, ricevere, rendere

Il percorso dei praticanti inizia già, prima di niziare a mettere l’hakama, con il fatto di piegare quello di un praticante più anziano. Ancora una volta, l’assenza di gradi disorienta un po’ i primi tempi. La nostra ottica è sempre che l’atto assuma un senso in se stesso, non per rispetto della tradizione. Tuttavia, noi non ci consideriamo con un egualitarismo forzato. Molte cose vengono prese in considerazione: l’età, gli anni di pratica, ma anche l’attitudine o l’atteggiamento interiore. A volte una persona avrà un’attitudine, un’affinità con un’arma, o un certo tipo di tecnica, o potrà semplicemente, attraverso un respiro più profondo, aiutare qualcuno che è più anziano di lei. Alla fine dipende da molti fattori.Allora perché piegare l’hakama? Per ringraziare? Si e no. Il fatto di piegare l’hakama non è semplicemente un risposta diretto di tipo “ringraziamento” per qualcosa. A volte può esserlo, certo, ma si può scoprire molto di più, come una qualità di relazione. Questa relazione si avvicina a ciò che gli antropologi hanno chiamato “economia del dono”. Messo in luce da M. Mauss e B. Malinowski all’inizio del XX secolo, si può sottolineare che questo sistema si basa sulla triplice necessità: di dare, di ricevere e di rendere. A differenza dell’economia di mercato (di cui fa parte il baratto), l’economia del dono non si aspetta reciprocità. Implica che una persona A offra una ricchezza a una persona B, senza che questa persona B debba dare una contropartita o si senta in debito nei confronti di A. Invece è un atto che si fa sempre in un contesto (famiglia, cultura, società); nel nostro caso si tratta del dojo e della pratica. L’economia del dono implica dunque dare, ricevere e rendere nel contesto ma non necessariamente alla stessa persona, né lo stesso valore, né nello stesso momento. Ciò che importa è che continui la circolazione della ricchezza, che non ci sia stagnazione o accumulazione. Nel nostro caso la ricchezza è un insegnamento o un atteggiamento, un momento di pratica ecc. La persona che l’ha ricevuta continuerà a far circolare donando a sua volta ad altri. Può anche piegare l’hakama, ma se comprendiamo il significato dell’economia del dono comprendiamo che piegare l’hakama non è un modo per rimborsare ciò che l’altro ci ha dato. Non siamo pari, perché piegare l’hakama non è restituire ma dare a nostra volta. Piegare l’hakama implica anche che l’anziano riceva! Per colui al quale si piega l’hakama è anche un dono che “lo obbliga” in cambio a continuare a rendere e così via. Per questo non deve essere sistematico, altrimenti si perde il senso dell’atto, il senso di dare, ricevere e rendere.Questo non può imporsi altrimenti si ricade nel sistema binario gerarchico, è per questo che lasciamo ognuno libero di fare il proprio cammino, di capire a più o meno lunga scadenza poiché “la vera morale sorge dall’interno” come diceva Tsuda sensei, trovandosi d’accordo con l’anarchico Kropotkin su questa saggezza interna degli esseri viventi. Ma poiché fin dall’infanzia si insegna ai bambini a rispettare le persone in funzione della gerarchia e dell’autorità che esercitano, si perde completamente il senso del rispetto semplice e naturale. Questo rispetto che emerge quando si è rispettati. Lasciamo lavorare il tempo e la pratica affinché l’obbligo, imposto dalle nostre abitudini e dalla nostra educazione, cada, e infine sorga il rispetto.

Altri possibili

Recentemente la ricercatrice Heide Göttner-Abendroth ha teorizzato nei suoi studi sulle società matriarcali che sono società di economia del dono (precisazione utile: le società matriarcali non sono l’inverso del patriarcato, sono società egualitarie, matrilineari, dove le donne e particolarmente le madri sono al centro del clan, in una posizione acratica cioè senza potere). Göttner-Abendroth spiega anche che “i principi economici delle società matriarcali sono inestricabilmente connessi a quelli spirituali [?]. L’immagine-guida dell’economia è la stessa la madre terra e la condivisione e il dono dell’abbondanza sono i suoi valori supremi.” (Heide Göttner-Abendroth, Le società matriarcali – studi sulle culture indigene del mondo, Ed. Venexia) Dato che la maternità è chiaramente il dono della vita senza aspettarsi nulla in cambio, queste società considerano la maternità valore cardine, non il fatto di avere dei figli biologici ma la capacità di dare e la condizione di spirito che questo implica. In queste società si può parlare anche di maternità sociale che uomini e donne praticano, indipendentemente dal fatto di avere figli biologici o meno. Si tratta quindi di un atteggiamento verso la vita, di un posizionamento di rispetto, di cura, evidentemente messo in relazione con il dono di vita del pianeta, la Terra. Oggi la società inizia appena a prendere coscienza della globalità di ciò è vivo e dei legami inestricabili tra umani e altre forme di vita. Ma se la scienza è progredita, la mentalità della società evolve molto lentamente e i nostri valori restano la predazione e la competizione per delle risorse considerate come inerti, in breve il capitalismo patriarcale.Che rapporto c’è tra la nostra piccola Scuola di Aikido e Katsugen undo e questi grandi problemi del mondo? Che rapporto c’è tra un hakama e una società che pratica l’economia del dono? Direi che al nostro livello contribuiamo a far vivere degli spazio-tempo in cui vigono altri valori. Senza andare all’altro capo del mondo si può fare volontariamente questo passo di lato per uscire dal confronto, e ci si può concentrare sull’esperienza concreta del ki ritrovando così la sensazione della vita in ogni cosa che guidava i nostri antenati. Sentire inizia con il saper sentire se stessi! Indipendentemente dalle proiezioni, dai giudizi e dalle idee che abbiamo su noi stessi, l’hakama, il piegarlo e il metterlo, se si è capaci di coglierla, può essere un’occasione di sperimentare da soli un altro paradigma.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

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Articolo di Manon Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 14 nel mese di gulio del 2023.

Il bambù si piega ma non si spezza

Questo vecchio detto cinese è alla base di molte arti marziali, sia cinesi che giapponesi, ma abbiamo spesso molte difficoltà a viverlo nel quotidiano. La nostra società ci porta ad essere dominanti o dominati, forti o deboli, a combattere o ad abbandonare. Tenere la rotta senza essere rigidi, piegarsi senza subire, ecco quello che i soci del dojo Scuola della Respirazione di Milano hanno dovuto affrontare per tre anni. Da allora hanno fatto tutto il possibile per comprare il locale del loro dojo in vendita dal 2020. Una vendita che minacciava l’esistenza stessa del dojo. Ma come diceva Itsuo Tsuda Sensei «un fallimento a volte vale più di una riuscita» e come nelle vecchie fiabe è nel momento in cui tutto è perso che si scopre se stessi.

Storia di un «fallimento» di Eloïse Soavi

3 anni! 1.095 giorni, 26.298 ore, 1.576.800 minuti. Tutto il nostro essere teso verso un unico obbiettivo. Comprare il locale di via Fioravanti 30. In questo abbiamo fallito. Ma abbiamo vinto qualcos’altro, qualcosa di molto più prezioso. Se gli inizi sono stati difficili e scoppiavano molti litigi per un sì o per un no, gli ostacoli quotidiani sulla nostra strada hanno finito con il cancellare queste differenze. Come il fiume leviga i sassi facendoli scontrare ogni giorno, questa lotta quotidiana ritmata dai rovesci della fortuna ha finito col levigarci. Il 30 ottobre 2023 è stato firmato l’acquisto del locale di via Conte Verde 4 a Milano. I lavori sono iniziati e una goccia di sudore dopo l’altra è ora tempo di conquistare il nostro nuovo spazio, di erigere il nostro nuovo Dojo.Fare clic sulle frecce per scorrere

Il locale nello stato originale

Primo colpo di martello

Spogliatoi, soppalco e scala

Impianti idraulici, elettricità e piastrelle

Il futuro Atelier di pittura Expression

 

Dojo Tenshin, “ogni giorno è un buon giorno”

Quando dei visitatori passano la soglia del dojo, dopo una pausa, esclamano molto spesso «Che fortuna che avete ad essere qui!». Più di 200 mq di tatami in piena Parigi, un spazio caffè conviviale, un piccolo giardino, è qualcosa di prezioso! Però non si tratta di fortuna ma di una direzione presa da un piccolo gruppo di individui per le loro pratiche, più di trent’anni fa.

Il bisogno di un luogo autonomo e dedicato

Dal suo arrivo in Francia negli anni ’70, Tsuda Sensei insistette sulla necessità di un luogo dedicato alla pratica della via. Creò egli stesso parecchi dojo esclusivamente per la pratica dell’Aikido e del Katsugen Undo. L’associazione Tenshin è fondata dagli allievi di Régis Soavi Sensei, lui stesso allievo di Tsuda Sensei. All’inizio, provarono a praticare in luoghi pubblici, ma dopo qualche mese trovare uno spazio dedicato divenne necessario: un luogo proprio e per tutti. Tuttavia, una tale creazione rappresenta molto lavoro e coinvolgimento continuo. Perché prendersi il fastidio di fare dei lavori, pagare l’affitto, occuparsi del riscaldamento, della spazzatura, delle pulizie, piuttosto che andare in una palestra? Nella nostra scuola, un dojo non è tanto un luogo materiale quanto uno spazio carico di un’atmosfera, di un ki*. In ogni caso è impossibile creare questo ambiente in un luogo pubblico, dove le persone non se ne occupano veramente.

Il risveglio interiore attraverso la pratica

Il primo dojo Tenshin era in quai de la Gare, in un vecchio locale della SNCF. Dei grossi lavori sono stati fatti dai membri. A causa di un’operazione urbanistica, questo dojo è stato distrutto sette anni dopo il nostro arrivo. “Quanta energia impiegata per così poco tempo!”, si potrebbe dire, eppure agire qui e ora era fondamentale.Fare con i mezzi a portata di mano e insiemeIl locale di rue des Grands Champs 120, un vecchio ufficio, non è immediatamente adatto così com’è. Senza grandi mezzi finanziari, i lavori sono fatti con materiali di recupero, mettendo in comune le conoscenze di ciascuno, il che dà a tutti la possibilità di imparare. Tutti i dojo della Scuola Itsuo Tsuda sono stati costruiti secondo questi principi, descritti in modo molto dettagliato dal dojo Yuki-Ho nel numero 9 di questa rivista di aprile 2022.

Un vuoto pieno

Noi abbiamo dunque un bel luogo che è vuoto per la maggior parte della giornata, senza logica di redditività! A parte la seduta del mattino e certe sere: il vuoto. Ma un vuoto pieno, caricato. Pur essendo una parentesi silenziosa nella cacofonia urbana, è anche un luogo di discussioni, di incontri, di letture, di proiezioni: è un luogo di cultura. Ed è anche un luogo di vita, per tutte le età. Così quando i bambini piccoli scoprono il dojo, non dicono niente ma molti si fermano all’ingresso dei tatami per appropriarsi rapidamente di questo spazio. Per abbracciare tutte queste apparenti contraddizioni su cosa facciamo e cosa non facciamo, bisogna capire che Tenshin è un luogo di trasmissione. Ai nostri occhi, è l’«Hombu dojo» della nostra scuola, dove Régis Soavi Sensei insegna quotidianamente.Poter venire ogni giorno a praticare Aikido in presenza del nostro Sensei ed avere uno scambio con lui è inestimabile. È impossibile esprimere in poche parole ciò che richiede anni per essere compreso.

Un’utopia autogestita

Da quasi quarant’anni il nostro dojo esiste. Un dojo indipendente ed autonomo lascia la possibilità ai membri di decidere sul suo utilizzo. Il dojo Tenshin è aperto ogni mattina e certe sere, 365 giorni l’anno, per sedute e stage di Aikido e Katsugen undo. Ciascuno può venire secondo il suo ritmo. Dopo due anni di chiusura quasi totale, quest’anno organizziamo molti eventi con lo scopo di far scoprire questo luogo a noi caro.Questa utopia è possibile grazie alla responsabilità ed alla decisione di ciascuno. È una possibilità, che ci diamo.Dojo TENSHIN120, rue des Grands ChampsParis 20ème http://tenshin.orgNota:* Si veda in proposito l’articolo di Manon Soavi «Dojo, un altro spazio-tempo» pubblicato su Dragon Magazine (Speciale Aikido n°24) nell’aprile 2019Article publié dans Self et Dragon Spécial n°12 en janvier 2023.

Vivere senza certezza né incertezza

di Régis SoaviSono indubbiamente le certezze che arrecano più danno nella pratica delle arti marziali perché spesso nascono da un pensiero che si è fermato a schemi che altri hanno sperimentato in precedenza. Rifiutando il dubbio ci si limita a un mondo conosciuto, certamente rassicurante, ma che rischia di bloccare la mente e il corpo.Le certezze portano spesso alla ripetizione, che è rassicurante, alla monotonia, che è demotivante, o addirittura alla presunzione o all’arroganza, che impediscono ogni reale evoluzione. L’incertezza, invece, se non è un pretesto per sottrarsi ad una situazione alla quale si sarebbe potuto rispondere con coraggio, e se non blocca l’azione già intrapresa instillando dubbi che spesso non si fondano su nulla di concreto e portano a girare in tondo, può essere all’origine della comprensione, dell’originalità, della creazione, e quindi dell’apertura mentale che conduce all’intelligenza. Attraverso la messa in discussione delle certezze acquisite, essa può far scoprire l’origine di tecniche rimaste incomprese, la loro importanza in un dato momento e quindi talvolta la loro inutilità in un altro. Quando la certezza è il frutto dell’esperienza personale del praticante e si basa su una pratica concreta priva di presunzioni, allora può apportare una tranquillità che non sarà fittizia, e favorire il risveglio di una forza interiore che saprà usare l’intuizione per adeguarsi alla situazione reale che si presenta.

Insegnare

Una delle difficoltà quando si insegna è non favorire né le certezze né le incertezze, evitare l’idealizzazione che potrebbe nascere da affermazioni troppo perentorie sulla potenza di certe tecniche, di certe Scuole, ecc. È senz’altro possibile e anche molto salutare che alcuni allievi abbiano incertezze e si pongano questioni sulla loro pratica. È allora sufficiente che abbiano reazioni semplici e che si facciano spiegare il motivo di questa o quella postura. Ciò non significa mettere in discussione il responsabile della seduta, e non è neppure il pretesto per mettere in dubbio le sue capacità con lo scopo di provocarlo affinché dimostri la sua abilità. L’uso del principio di incertezza non viene fatto per mettere in discussione le qualità dell’insegnante, con lo scopo di dimostrare che ci sono difetti e causare problemi non rispettando le regole dell’allenamento, infrangendole o mescolando tecniche. L’incertezza, se ben utilizzata, ci costringe a cercare più in là e più in profondità, fisicamente o psichicamente, per capire perché quest’arte abbia già convinto tante persone, prima di arrivare a noi, e come abbia saputo attraversare gli anni e talvolta i secoli in centinaia di paesi rimanendo perfettamente attuale nella sostanza.

La pratica regolare dell’Aikido trasforma i nostri punti di vista

Certezza

La certezza può essere molto utile se si è ben compresa la filosofia taoista dello Yin e dello Yang, in cui ciascuno dei due princìpi contiene una parte attiva, per quanto piccola, dell’altro. Non c’è niente di male nell’essere convinti del valore di una tecnica che fondamentalmente è considerata Yang, perché contiene intrinsecamente il dubbio (la sua parte di Yin). Se questa tecnica viene neutralizzata nonostante le nostre certezze, si produce subito un adattamento per colmare lo squilibrio che si è creato e l’ordine ritorna da solo. Non è la tecnica ad essere messa in discussione, né la certezza del suo valore, ma il suo uso troppo rigido perché troppo sicura di sé, poco padroneggiata per mancanza di allenamento o per una certa incompetenza, o anche per l’incomprensione dell’azione in corso. La competenza a volte può portarci a delle certezze; è importante in termini di sopravvivenza per esempio, perché ci sono circostanze in cui non ci si può permettere di avere dubbi, essere incerti potrebbe causare i danni più terribili. È fondamentale in questo caso lasciare da parte tutto ciò che può contrastare il risultato necessario. Se la certezza ci fa andare avanti con i rischi che questo a volte comporta, l’incertezza tenderebbe piuttosto a tirarci indietro, o a bloccarci. Ma ci costringe anche a riflettere sulla realtà, a uscire dalla confusione in cui siamo trascinati dal lato virtuale e quindi irreale delle immagini, delle serie, dei film che ci vengono proposti dal mondo circostante. L’equilibrio dell’individuo sarà migliore se dopo aver riflettuto si passa dall’incertezza alla certezza, anche se relativa, invece di seguire la strada opposta, perché l’incertezza, se è il risultato di questo atteggiamento, può presentarsi come saggezza per servire come scusa alla paura o alla sfiducia. In questo caso porta a esitazioni, blocchi e molto spesso rimpianti per non aver trovato la strada giusta.

incertitude
Non favorire le certezze, né le incertezze

Vivere nell’incertezza

Di fatto, ognuno di noi vive alla giornata e quindi nell’incertezza di cosa accadrà il giorno dopo. Chi può dire con certezza quando finirà la nostra vita o cosa accadrà domani? Anche se non abbiamo certezze su nulla, viviamo come se fossimo sicuri del futuro o, per essere più precisi, evitiamo di preoccuparci troppo perché istintivamente conosciamo le conseguenze generate dalla preoccupazione. Se questa incertezza ci impedisce di vivere normalmente a causa della tensione che provoca, la conseguenza logica sarà la malattia, blocchi invalidanti o problemi mentali, persino qualche forma di nevrosi. È sempre possibile vivere nella convinzione che le nostre idee siano indubitabili, ma se in occasione di un evento, magari fortuito, si esce dall’illusione, ci si rende presto conto di quanto sia falso il percorso che si è intrapreso.Fondamentalmente, per vivere nella certezza potrebbe sembrare quasi indispensabile sposare anche inconsapevolmente un’ideologia, sia essa religiosa, politica, settaria, scientifica o altro. È una soluzione estremamente rassicurante, molto tranquillizzante, e dà alla vita un carattere invidiabile perché sembra essere un rimedio, forse anche il rifugio ideale di fronte alle difficoltà quotidiane che l’essere umano deve affrontare. Non sono necessariamente individui deboli ad adottare questa soluzione; vi è un gran numero di persone che, credendosi esenti da influenze, pur avendo un’indole ribelle, vengono trascinate da ragionamenti che, sebbene fallaci, sembrano loro estremamente convincenti. Molto spesso è anche una modalità di comportamento resa indispensabile o semplicemente necessaria da chi ci circonda in certi tipi di società, moderne o ancestrali, e che quindi rende più facili le relazioni. L’educazione e la mediatizzazione di certe ideologie hanno finito per irregimentare intere popolazioni con la conseguenza di rendere le persone apatiche e quindi più manipolabili.

L’Aikido per passare attraverso

Senza certezza e senza incertezza, la pratica dell’Aikido permette di raggiungere questo istante del presente così spesso descritto nel Taoismo o nel Buddismo Zen. È attraverso il Non Fare che è possibile ritrovare la serenità indispensabile alla nostra pratica. Non vi è alcun interesse nell’usare una tecnica se non fa da supporto alla circolazione di un Ki volto a purificare la mente ed il corpo da ciò che li intralcia. Si tratta di risvegliare fenomeni sepolti nel profondo della nostra umanità, che forse sfuggono al razionale ma ci avvicinano all’infanzia e quindi anche al Sacro nella sua più semplice accezione. Dal momento in cui pratichiamo, comincia un viaggio iniziatico che ci porta verso lidi a noi sconosciuti, ma di cui sospettavamo l’esistenza per averli percepiti già da molto tempo. Alla fine di ogni seduta, quando inizia la parte del “movimento libero”, essendo in quel momento occupati a sentire e persino a fondersi con il partner, si ha in quei pochi istanti la possibilità di sfuggire dai problemi di certezza o incertezza per comunicare con una dimensione diversa, a noi nota ma troppo spesso bloccata nella vita quotidiana. La nostra attenzione focalizzata su ciò che sta accadendo “qui e ora” si libera di ciò che la ostacola, permettendoci di lasciare che i movimenti e le tecniche si susseguano, si dispieghino nella massima libertà e allo stesso tempo nel rigore che è indispensabile per la loro realizzazione.

I ciechi e l’elefante di Katsushika Hokusai

La storia dei ciechi e dell’elefante

Questa favola di origine indiana circola da almeno duemilacinquecento anni ed è diventata una delle parabole filosofiche più conosciute. Questa storia racconta di come sei studiosi ciechi che volevano accrescere le loro conoscenze confrontassero le loro informazioni dopo aver toccato un elefante ma, a causa della loro cecità, ognuno di loro aveva avuto accesso solo ad una parte del corpo dell’animale. Il risultato fu disastroso perché nessuno di loro aveva avuto la stessa risposta. Uno diceva che sembrava un muro, un altro un lungo tubo, un terzo, tastando la zampa, pensava che fosse come un albero o una colonna. Ciascuno era individualmente persuaso di avere ragione e grazie alla sua conoscenza passata, alla sua esperienza di ieri e di oggi, aveva la certezza che fosse la verità. La loro certezza avrebbe potuto persino portarli a un conflitto; un saggio che passava di lì fornì loro la soluzione; risolvendo il problema, il conflitto svanì, egli così rese loro la pace dello spirito. Se ne andarono sereni perché nessuno di loro aveva torto, ma semplicemente la loro verità si è rivelata parziale. Le certezze possono, come in questo racconto, condurci in direzioni sbagliate se non sappiamo andare oltre le apparenze, ogni volta che le incontriamo e le riconosciamo. Come i ciechi possiamo riconoscere che le nostre certezze sono sì una realtà, ma non certo l’unica, e se scaviamo sinceramente nel nostro essere troveremo risposte che possono essere diverse da ciò che pensavamo. Dove c’erano incertezze o certezze, troveremo forse comprensione e intelligenza.

Insospettabile

La pratica regolare dell’Aikido trasforma i nostri punti di vista e ci porta più lontano di quanto pensassimo inizialmente; non si può avere un’idea di cosa ci sia dietro questa pratica, forse dovrei dire nella sua essenza. È un ritorno alla fiducia in se stessi, che trova fondamento e conferma nell’esperienza maturata in questi anni di pratica senza competizione ma non senza emulazione. Una fiducia che diventa insieme sicurezza e spontaneità che spesso pensavamo di aver perso a seguito delle disillusioni o delusioni subite nel tempo. Non si tratta più di cercare certezze per poter vivere in tutta tranquillità, o di sentirsi perseguitati dalle incertezze del quotidiano, ma di guardare in faccia la realtà e viverla pienamente facendo leva sulle proprie capacità, insospettate e insospettabili, ma in realtà più reali e concrete di quanto il mondo, fino ad ora, ci avesse lasciato sperare. Non si tratta tanto di una speranza di risolvere qualcosa che ci ha impedito di realizzarci, quanto di una presa di coscienza di ciò che siamo realmente che, grazie a questa unione di corpo e mente, frutto del lavoro sulla circolazione del Ki, finalmente sboccia per permetterci di avere la soddisfazione di vivere senza incertezze o certezze.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 12 nel mese di gennaio del 2023.

Misticismo o Mistificazione

Di Régis SoaviLa mistificazione è il risultato ottenuto da chi utilizza il mistero per ingannare gli altri.La mistica o misticismo è ciò che riguarda i misteri, le cose nascoste o segrete. Il termine rientra principalmente nell’ambito spirituale, ed è usato per qualificare o designare esperienze interiori di contatto o comunicazione con una realtà trascendente non discernibile dal senso comune.

O Sensei un mistico!

Nessuno può negare che O sensei fosse un mistico, ma fu per questo un mistificatore? La sua vita, la sua fama già da vivo, i suoi combattimenti divenuti storici – in particolare contro un Sumotori, o maestri di arti marziali – il suo insegnamento, le testimonianze dei suoi allievi, tutto questo tende a dimostrare il contrario. Molti Uchi-Deshi hanno raccontato come O sensei riuscisse a intrufolarsi tra la folla delle stazioni giapponesi sovraffollate, come ad esempio a Tokyo durante l’ora di punta. Qual era il suo segreto nonostante la sua età avanzata? La pratica di un’arte come la nostra non porta solo potenza e resistenza, queste si ottengono dopo qualche anno di impegno, e direi anche che durano solo un certo tempo, perché con l’età diventa difficile fare affidamento solo su di esse. C’è, tuttavia, un ambito che mi sembra importante da comprendere e sperimentare, è il lavoro tramite ciò che viene vissuto e sentito direttamente, e questo fin dall’inizio. Lo spazio, il Ma, deve diventare qualcosa di tangibile, perché è una realtà che non è teorica, tecnica o mentale. È piuttosto come una sfera di protezione adattabile a tutte le circostanze, lungi dall’essere un mantello dell’invisibilità o una corazza indistruttibile, si muove insieme a noi, è allo stesso tempo fluida e molto resistente, si contrae, si espande o si ritrae secondo necessità e indipendentemente dalla nostra capacità cosciente o volontaria. Non è una sicurezza infallibile, ma in molti casi può salvarci la vita o almeno evitare il peggio. Troppo spesso è stata trasformata in un valore mistico, mentre è solo il risultato di un lavoro appassionato e appassionante. È una realtà a cui non si deve mai rinunciare, fin dall’inizio, anche se può sembrare irraggiungibile. Se c’è un orientamento essenziale che l’Aikido ci insegna, è quello di non opporsi frontalmente, di evitare il confronto diretto quando possibile e di usarlo solo in ultima istanza.

Mysticisme ou mystification
Il lavoro che deve essere fatto, sta a ciascuno di noi compierlo, fisico o filosofico che sia.

Yin e Yang una truffa?

Il Tao non è solo una comprensione orientale del mondo, ma piuttosto un’intelligenza intuitiva ancestrale. È intimamente conosciuto da molti popoli, e artisti, poeti, pittori o altri hanno talvolta saputo comunicarci a modo loro l’essenza delle forze che lo animano. Il pittore Kandinskij, pur essendo un artista moderno ed europeo, ha saputo trovare le parole che, anche se riferite ad un’opera d’arte, ci parlano come praticanti e ci permettono una visualizzazione dello Yin e dello Yang: “Ogni forma ha un contenuto interiore. La forma è quindi l’esteriorizzazione del contenuto interiore. […] È chiaro che l’armonia delle forme è fondata solo su un principio: l’efficace contatto con l’anima” (Kandinskij Lo spirituale nell’arte (1954), p. 49, SE editore 2005)È attraverso la comprensione dello Yin e dello Yang che si possono vedere più chiaramente certi meccanismi del corpo e del suo movimento, per dirla semplicemente, capire come funziona. Ecco un approccio che dovrebbe chiarire il mio punto di vista: l’involucro esterno del nostro corpo nel suo insieme è Yang e quindi l’interno è Yin, anch’esso nel suo insieme. L’aspetto corporeo, il lato luminoso delle persone, il loro aspetto sociale così come il modo in cui si presentano, la comunicazione, il rapporto con gli altri, tutto questo, se non ci sono deformazioni, è piuttosto di tendenza Yang. L’interno, inteso non solo dal punto di vista organico ma anche psichico ed energetico, è Yin. Evidentemente non c’è una reale separazione tra l’uno e l’altro ma l’aspetto della complementarietà porta a osservare che è lo Yin che alimenta lo Yang, così come è l’inspirazione che permette l’espirazione e quindi l’azione. Lo Yin sostiene lo Yang, gli conferisce pienezza, la forza del corpo deriva dalla forza dello Yin e si manifesta attraverso lo Yang. Tutta la forza dello Yin ha bisogno di un involucro, per quanto malleabile possa essere dall’interno, questo deve anche avere la possibilità di indurirsi per contenere questa forza e allo stesso tempo prepararla a reagire, ad agire. Se la potenza dello Yin non è contenuta, se non ha la possibilità di centrarsi – perché allora sarebbe senza limiti e quindi senza punti di riferimento – rischia di disperdersi senza dare alcun frutto. Se lo Yang è sottoalimentato a causa della povertà dello Yin che fatica a rigenerarsi, o di una separazione tra Yin e Yang causata dall’indurimento interno della “parete” che al contempo li separa e li unisce, allora l’azione diventa impossibile. Come sempre è l’equilibrio tra i due che ne fa una forza unica, il disequilibrio a favore dell’uno o dell’altro crea le condizioni per un disequilibrio generale, all’origine di molteplici patologie più o meno gravi, e dell’incapacità di dare risposte corrette e rapide a tutti i problemi fisici, psichici o semplicemente energetici e quindi funzionali.

regis soavi yin yang
“Ogni forma ha un contenuto interiore. La forma è quindi l’esteriorizzazione del contenuto interiore”. Kandinsky

Una mente sana in un corpo sano

Un organismo che reagisce in ogni circostanza, con flessibilità ed efficienza, di fronte ad un’aggressione umana come pure una microbica, è un ideale a cui si può aderire, o comunque qualcosa che merita di essere perseguito. L’Aikido nella nostra Scuola, per la qualità della preparazione all’inizio della seduta, basata sulla respirazione, così come per il modo in cui si svolgono le cose durante una seduta, permette di risvegliare il corpo nel suo insieme. Già il semplice fatto di respirare più profondamente, di concentrare il respiro nel basso ventre, e di lasciare che questa facoltà naturale si sviluppi al proprio ritmo, permette, tra l’altro, un aumento dell’ossigenazione del cervello e quindi un miglioramento del funzionamento delle cellule, come pure una migliore comunicazione tra di esse. Da qui a dire che diventiamo più intelligenti c’è un limite che non voglio oltrepassare, perché l’intelligenza dipende da molteplici fattori ed è difficilmente quantificabile, anche con i metodi scientifici attuali. Preferirei classificare l’intelligenza come una qualità del cervello umano il cui uso a volte è sorprendente. Ma se semplicemente ci si accorge che ci si muove meglio, si ragiona meglio e più velocemente, che diventa più difficile venire imbrogliati o che qualcuno si approfitti di noi con proposte allettanti, o argomentazioni basate su ragionamenti fallaci per mancanza di riflessione, è già un grande passo. Può anche essere in parte un’uscita, anche relativa, dal mondo della stupidità e della falsità che governa il nostro pianeta.

Scoprire da sé; esperienza piuttosto che credenza

Quando si tratta di forza, tendiamo a vedere la cosa e a parlarne in termini di quantità, piuttosto che di qualità. Da appassionati di arti marziali, ricordo che proprio all’inizio dell’entusiasmo che ha attraversato la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, consultavamo avidamente articoli che spiegavano come ottenere la massima efficacia con il minimo di forza muscolare. Come, grazie alla velocità, al posizionamento, alla postura, alla tecnicità, e anche ad una potenza muscolare che, pur non essendo la cosa più importante, doveva essere presente e soprattutto ben direzionata, si arrivava a risultati che potevano essere sorprendenti. Nel Karate, nel Kung-fu, nel Jiu-jitsu o in qualsiasi altra arte marziale, gli esempi non mancavano. In altri articoli si menzionavano meditazioni orientali di ogni sorta, in grado di far acquisire abilità incredibili a chi le praticava. Sebbene molto spesso grossolanamente esagerato, il fondo di verità delle tecniche, delle posture o delle meditazioni è oggi riconosciuto, analizzato e teorizzato dai ricercatori di matematica, scienze umane o scienze cognitive. Questo riconoscimento, anche se ha l’interesse di rendere giustizia a queste pratiche, resta puramente intellettuale. Invece di portare ad una concreta ricerca fisica e permettere a tutti di beneficiarne, provoca un affaticamento, o un surriscaldamento mentale, che rischia di rendere inutili gli sforzi che alcuni praticanti fanno per intraprendere un percorso leggermente diverso con l’aiuto di insegnanti competenti e informati. È attraverso l’esperienza nella pratica, che si scopre ciò che nessun testo avrebbe potuto apportarci. I testi antichi, o anche talvolta più recenti, hanno un valore innegabile e spesso ci sono serviti da guida o sono stati a posteriori i rivelatori delle nostre scoperte. La loro capacità di esprimere a parole, di esplicitare ciò che abbiamo provato, di rivelare un’esperienza che ci “parla”, può dimostrarsi un aiuto prezioso. Cosa avrei fatto se non fossi stato guidato dai libri e dalle calligrafie, delle sorte di Koan, del mio maestro Itsuo Tsuda.

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Fare “UNO” con la massima semplicità.

Privilegiare la qualità rispetto alla quantità

Viviamo in un mondo in cui l’accumulo di beni, merci, conoscenze e sicurezze è la regola. Ci viene proposto un “essere umano potenziato”, come nel progetto transumanista, grazie all’Intelligenza Artificiale (detta I.A.). È perché oggi l’essere umano non trova più il suo posto perché i valori sono cambiati? O perché deluso dal suo ambiente, sia di prossimità che globale, non ha più gusto per nient’altro che per il superficiale e perde sia il senso, sia l’interesse per ciò che è lento e profondo. Già alla fine del secolo scorso, negli anni ’80, il direttore d’orchestra Sergiu Celibidache, durante un corso di direzione d’orchestra a Parigi a cui ebbi la fortuna di assistere, si lamentava del fatto che non esistevano più grandi movimenti sinfonici scritti in un tempo “largo”: «Tutto si è accelerato», diceva. L’Aikido ha saputo conservare dal passato, valori di umanità, di rispetto per l’altro, di sensibilità, che ne fanno uno strumento di qualità per ritrovare ciò che rende l’uomo un essere sensibile e non un robot. Per quanto perfezionato sia, questo “umano potenziato” sarà nel migliore dei casi solo una pallida imitazione, un surrogato di ciò che ciascuno di noi può essere e soprattutto di ciò che può diventare.

La ribellione non è negazione

La ribellione è un atto di salute del nostro organismo fisico come della nostra mente. Soprattutto non va trascurata la sua salutare importanza. Se pratichiamo un’arte come la nostra non è affatto un caso. Se abbiamo percepito l’intelligenza di questa “disciplina” è perché qualcosa in noi era pronto, e questo anche se non lo sapevamo, cioè anche se non ne eravamo consapevoli. Se ci fidiamo delle reazioni del corpo fisico invece di averne paura, possiamo ricominciare a capire la logica delle sue reazioni. Anche qui non si tratta di credenza popolare, di tornare indietro, di oscurantismo. Si tratta di un’altra conoscenza, allo stesso tempo nota a tutti, e non riconosciuta nella sua pienezza perché perturbante.Quando c’è un’infezione, un malessere, o qualsiasi altra disfunzione che ovviamente ci infastidisce, il corpo si ribella spontaneamente, cerca in tutti i modi di risolvere il problema, di ritrovare l’equilibrio perduto. Aumenta la temperatura, si avvale delle proprie armi di riserva come anticorpi di ogni tipo, così come dei suoi amici, con i quali è in simbiosi, batteri che producono antibiotici, virus macrofagi, ecc. Questa sana rivolta può rivelarsi a volte violenta e rapida, ma in realtà il più delle volte inizia molto dolcemente, lentamente, all’inizio potremmo anche non accorgercene. Altre volte si risolve prima di diventare consapevoli di questa risposta, anche in questo caso tutto dipende dallo stato del corpo e nonostante tutto può essere necessario sostenere la natura che opera in noi. Ognuno si assume le proprie responsabilità. Se abbiamo saputo conservare il nostro organismo lasciandolo lavorare quando abbiamo avuto piccoli disturbi senza costringerlo, lasciandolo libero nelle sue manifestazioni, ci vorrà poco per dargli una mano, a volte basterà un po’ di riposo, o un aiuto occasionale da persone competenti. È a monte che bisogna considerare ciò che accade nel nostro corpo, e una sana riflessione sulla vita, il suo movimento e la sua natura non può che fare del bene.

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O sensei. Norito, invocazione degli dei. Foto pubblicata in La via della spoliazione, Itsuo Tsuda.

Seguire le tracce

Ciò che è appassionante nell’Aikido è ritrovare le tracce lasciate dai nostri antichi maestri, vedere come ciascuno di loro si è appropriato di quest’arte per creare, per realizzare la propria vita. Inutile copiarli, meglio imparare, dalla loro postura, dai loro scritti. Trovare dei compagni per una pratica sana, dove il nostro intuito si risveglia, dove il nostro corpo ridiventa come nell’infanzia, flessibile, agile, intrepido, e dove troviamo ciò che esso non avrebbe mai dovuto perdere, una certa audacia. L’Aikido non è un trampolino su cui ci si sfinisce saltando, perfezionando costantemente la tecnica, ma ricadendo sempre nello stesso punto per gravità. È una via formidabile in cui le difficoltà sono bilanciate dalla natura stessa del percorso, dalle nostre capacità del momento, dalla nostra perseveranza e dalla nostra sincerità. Sono porte che si aprono, portandoci ad una coscienza più fine e talvolta anche ad uno stato di giubilo quando le sensazioni che ci attraversano sono “UNO” con la nostra prestazione fisica priva di ogni pretesa ma vicina alla massima semplicità. È perché ho visto il piacere e la facilità nella pratica che avevano alcuni insegnanti, e i risultati della ricerca come la semplicità che manifestavano molti maestri che ho conosciuto, che è cresciuto in me il desiderio di raggiungere il loro livello, o almeno avvicinarmi ad esso in questa vita. I vecchi maestri, ciascuno con il proprio metodo, ci hanno guidato verso ciò che siamo nel profondo di noi stessi. Ma il lavoro che deve essere fatto, sta a ciascuno di noi compierlo, fisico o filosofico che sia. Tutto dipende sempre da noi, anche se siamo stati ingannati da falsi profeti o ciarlatani boriosi pronti a tutto per le briciole di potere che riescono ad ottenere dai loro inganni. Se si osservano le conquiste che i nostri predecessori su questa via hanno lasciato, se si sa usare il loro insegnamento, se li si sa riconoscere senza farne degli idoli o dei santi, ci si renderà conto che il cammino, anche se arduo e oscuro, non è così difficile. Per scoprirlo non basta una vita, ma la vita basta a se stessa finché la si vive pienamente.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 10 nel mese di luglio del 2022.

Dojo, un movimento perpetuo

Di Manon Soavi.L’apertura di un nuovo luogo di pratica è sempre una gioia ed è per questo che siamo felici che un nuovo dojo veda la luce a Pescara, una città situata nella regione Abruzzo sul mare Adriatico. Manola DP che insieme ad altre persone ha fatto nascere il dojo Bodai a Roma, apre oggi questo secondo luogo, dopo 18 anni di viaggi in cui ha percorso i circa duecento chilometri che separano Pescara da Roma per praticare e far vivere il dojo.Così, ci è venuta voglia di condividere con voi alcune riflessioni e alcune foto che mettono in prospettiva la storia dei dojo della nostra scuola. Con una selezione di foto che illustrano come i dojo siano allo stesso tempo luoghi, spazi concreti, carichi di anni di pratiche quotidiane. Luoghi supportati dall’energia e dalla direzione data dal nostro Sensei Régis Soavi da più di quarant’anni. E allo stesso tempo luoghi che si costruiscono per volontà propria dei praticanti, da loro stessi e per loro stessi.Iniziamo guardando com’è ora il locale a Pescara, e anche se  può sembrare scoraggiante, guardando più in basso com’erano i dojo prima dei lavori dei praticanti, vedrete che va tutto bene!

Per accompagnare questo sguardo sui dojo che hanno già attraversato la fase della creazione, ecco alcune riflessioni tratte dal mio libro “Le maître anarchiste, Itsuo Tsuda“.Estratti dal capitolo 8 Creare delle situazioni: “Itsuo Tsuda, anche lui, come Chuang-tzu, il mamá kogui e i situazionisti, creerà “situazioni” che permettono e favoriscono la scoperta della filosofia del Non-Fare. Non è proprio certo che l’abbia pensata in questi termini, ma mi sembra interessante segnalare il suo attaccamento a certe cose che mostra l’importanza che attribuiva,il potere che dava a queste possibilità, a queste situazioni, motivo per cui ne racconterò alcune per metterle in evidenza.” […]”Quando arriva a Parigi, Itsuo Tsuda vuole subito creare un dojo. Per il lavoro che viene a fare in Occidente ha bisogno di questo strumento, di questo luogo: un dojo, non una palestra o un circolo. Potremmo fermarci all’idea che Itsuo Tsuda, un giapponese di quasi sessant’anni, sia un tradizionalista e che il dojo sia un concetto culturale giapponese, ci sono dojo per il kyudo, il kendo, il karate, ecc., tuttavia, Tsuda non crea dojo giapponesi nel senso stretto del termine. Infonde in questi luoghi una funzione di autoemancipazione.” [?]

Yuki Ho Tolosa, dal 1983

“Il dojo non è un luogo di consumo, e nemmeno solo di pratica personale. In Giappone è inseparabile dalla nozione di uchideshi, allievi interni che vivono in loco e si occupano di tutto, spazzano, preparano il bagno del maestro, cucinano, fanno giardinaggio, ecc. Questo insegnamento per impregnazione, attraverso la condivisione di una vita collettiva con la famiglia del maestro ma anche con gli altri uchideshi è un elemento forte della cultura giapponese. Il principio di base è che è lo studente che vuole imparare e non l’insegnante che cerca di trasmettere. Si parla in Giappone di “rubare l’insegnamento”: l’intero posizionamento è quindi ribaltato.”

Tenshin Parigi, dal 1985

“Di questa cultura, Itsuo Tsuda manterrà l’aspetto “insegnamento totale” dell’esperienza vissuta e del lavoro comune. Ovviamente non ci saranno uchideshi, Tsuda non desidera certo scimmiottare le tradizioni, fare del giapponesismo. Al contrario, estrae l’essenza di queste tradizioni e, sebbene spogliate dei loro colori locali, cerca come riutilizzarle nel mondo contemporaneo. Il dojo è aperto tutti i giorni, una seduta si svolge alle 6:30 del mattino e due sere a settimana. Per tutto l’anno, senza alcuna interruzione, le sedute sono assicurate da Tsuda e dai praticanti stessi.”

Scuola della respirazione Milano, dal 1983

“Poiché il dojo è un luogo di sperimentazione individuale e collettiva, di pratica dell’autonomia, dove, come gli uchideshi, ognuno si fa carico dei diversi aspetti della vita quotidiana nel dojo: discutere, decidere, fare piccoli lavori, fare giardinaggio, riparare, condurre delle sedute. Si tratta di uscire dalla logica dell’assistenzialismo e dalla “facilità” ad affidarsi agli esperti. Come sottolinea il filosofo Ivan Illich, gli individui hanno disimparato a riconoscere i propri bisogni e, “intossicati dal credere in un migliore processo decisionale, hanno difficoltà a decidere da soli e presto perdono fiducia nel proprio potere di farlo. (Ivan Illich, La convivialità, Red Edizioni, 2013)”Bodai Roma, dal 2004“Il dojo non accoglie clienti. Tsuda rifiuta qualsiasi presa in carico delle persone, ogni passo deve essere un atto individuale di presa in carico di se stessi.Così, tutti  al dojo sono allo stesso tempo a casa propria e a casa d’altri. È il luogo dell’individuo e del collettivo”.

Akitsu Blois, dal 2007

Estratto dal capitolo Coltivare la propria sensibilità e attenzione “Per fare a meno di regole, leggi e leader, occorre una grande attenzione, rivolta tanto verso se stessi quanto verso la collettività. Come hanno riassunto perfettamente gli insorti del Comitato Invisibile: “Improvvisamente, la vita cessa di essere suddivisa in sezioni collegate. Dormire, lottare, mangiare, curarsi, divertirsi, cospirare, discutere, fanno parte di un unico movimento vitale. Non è tutto organizzato, tutto si organizza. La differenza è evidente. Uno richiede la direzione, l’altro l’attenzione.” Questo stato di deconcentrazione e insensibilità che porta alla mancanza di attenzione è, molto spesso, ciò che fa fallire molte esperienze comunitarie. Siamo così abituati a seguire gli ordini, regole e di essere assistiti in tutti gli aspetti della nostra vita che non ci rendiamo nemmeno conto del grado di sensibilità e attenzione necessari per vivere “l’ordine meno il potere” come proposto dall’anarchismo.” (estratto da “Le Maître anarchiste, Itsuo Tsuda”)Il Dojo, così pensato, è un ottimo strumento per riscoprire le nostre capacità di attenzione, sensibilità e organizzazione.

Ryokan Ancona, dal 2005

Nella nostra scuola ci sono altri due dojo che hanno richiesto meno lavoro ma che meritano di essere presenti in questo articolo 

Zensei, Torino dal 2013
Katsugen kaï, Amsterdam dal 2005

 

L’arte dell’insoddisfazione

Di Manon SoaviLa maestra di Ikebana Ando Keiko Mei racconta come, quando era ancora una bambina, osservava la nonna praticare la sua arte: “La vidi prendere due foglie della pianta e posarle, davanti al tokonoma, su un lenzuolo bianco perfettamente stirato insieme a pochi altri materiali. Poi, cercò nella dispensa una ciotola scura di fattura rustica e, sedutasi alla giapponese sul pavimento di tatami, vi sistemò un kenzan e versò dell’acqua da un piccolo annaffiatoio. Con grande calma prese quindi un ramo e incominciò ad osservarlo con sguardo attento, muovendo le mani in modo lento e amorevole. All’atto di tagliare, per accorciare la misura o togliere delle foglie, non aveva esitazioni.Io, per non disturbarla, mi ero seduta alle sue spalle poco distante e la osservavo maneggiare con cura quei materiali così semplici e modesti. Alla fine, il suo Ikebana risultò ancora una volta essenziale e colmo di fascino e da dentro mi salì un profondo sospiro di ammirazione.[?] Un giorno esclamai: ‘Vorrei essere capace di disporre i fiori in modo simile alle tue composizioni!’ e lei con semplicità mi rispose ‘anch’io vorrei riuscire a fare i miei Ikebana un pochino meglio!’.Questa affermazione mi colpì perché, fino a quel momento, avevo pensato che lei, arrivata al culmine della Via, si sentisse sempre soddisfatta delle sue composizioni.Compresi, però, che quella risposta non nasceva da un sentimento di falsa modestia né conteneva un giudizio sulle sue capacità. Era la sincera espressione di un senso di incompiutezza che solo lei, nel suo cuore, poteva conoscere. [?]Con quelle semplici parole mia nonna, senza volerlo, mi aveva già rivelato tutta la profondità e la bellezza [della Via].” (K.A. Mei, Ikebana, Arte Zen)Questa sensazione di qualcosa di incompiuto o di un’insoddisfazione che è come un pungolo è molto tipica dei maestri giapponesi nelle loro arti. Ma penso che questa sensazione sia molto lontana dalla frustrazione e dall’insoddisfazione profonda che conoscono molte persone nella nostra epoca. Nei nostri dojo, nelle nostre pratiche, a volte ci troviamo di fronte alla difficoltà di prospettare Vie che richiedono perseveranza e continuità mentre cerchiamo sempre di più di ottenere rapidamente soddisfazioni. La nozione stessa di sforzo non è più molto di moda, o se c’è sforzo ci devono essere risultati, redditività di questo sforzo. Il problema è che la ricerca di un risultato, uno scopo a priori, condiziona l’azione e quindi questo risultato.Osservo due tendenze che sembrano abbastanza diffuse: una dove si vede tutto in nero, senza futuro, senza speranza, è uno stato depressivo. L’altra nella quale si prova a concentrarsi su ciò che ci procura della soddisfazione e del piacere. È abbastanza ovvio che stati depressivi o pensieri suicidi non sono condizioni molto sopportabili per l’essere umano, ma desidero interrogare qui l’altra posizione: la ricerca dello stato di soddisfazione. E ovviamente esaminare la posizione del budo e cosa può portarci a capire. Non cerco di opporre due posizioni ma di approfondire una questione. Siamo più realizzati perché siamo soddisfatti? O piuttosto, di quale tipo di soddisfazione parliamo?La ricerca della soddisfazione si è accresciuta in questi ultimi anni; alcuni tengono diari di gratitudine dove annotano ciò che di positivo è successo nel corso delle loro giornate. Altri cambiano lavoro o città per essere in un contesto più in sintonia con le loro visioni, i loro valori. Infine il benessere e la realizzazione sono preoccupazioni costanti per molte persone. Alcuni indicano il paradosso di un’umanità che non ha mai conosciuto tale livello di benessere materiale e che continua a stare male con se stessa. Immersi nella comodità materiale e tuttavia eccoci ancora insoddisfatti. Come bambini viziati?Inoltre sappiamo che la soddisfazione di tutti i nostri desideri non ci darebbe nemmeno una soddisfazione reale, profonda. Alla fine, siamo un po’ come cantava Johnny Hallyday nella canzone L’envie (La voglia) “Mi hanno dato troppo, molto prima della voglia. Ho dimenticato i sogni e i grazie. Tutte queste cose che avevano un prezzo. Che fanno la voglia di vivere ed il desiderio”.Ben prima, le favole antiche ci mettevano in guardia contro la dimenticanza, contro la dissoluzione del Sé che procura la realizzazione di tutti i desideri. Come quei racconti in cui si entra in una locanda per non uscirne più, catturati da una vita di piacere e di soddisfazione immediata che ci conduce anche a volte alla morte. Ciò vuole dire che dobbiamo seguire una morale austera o una vita di duro lavoro? Coloro che hanno meno di noi non aspirano a questa comodità? Bisogna continuare un lavoro che non è adatto a noi, che ci annoia? O vicino a persone tossiche? A priori no, certamente; allora dobbiamo seguire i nostri sogni?

Insoddisfazione, un motore potente

Le nostre azioni hanno motivazioni inconsce che giustifichiamo a posteriori, ma ciò che fa scattare l’azione in noi è indefinibile. Ci piace suonare il piano, fare composizioni floreali, cucinare o praticare arti marziali ma perché, in definitiva, non lo sappiamo. La pratica di queste arti ci procura allo stesso tempo una soddisfazione profonda ed allo stesso tempo un’insoddisfazione. È per questo che ci rimettiamo all’opera ancora ed ancora.Nella cultura giapponese c’è una nozione interessante, che coltiva come motore quest’insoddisfazione leggera. Ad esempio nel Seitai si consiglia ai genitori di non dare da mangiare ai propri bambini al 100%. Itsuo Tsuda parla di “il cucchiaio in meno”. Se i genitori sono molto attenti e concentrati possono smettere di imboccare il bambino poco prima del “troppo pieno”. Solo un cucchiaino prima. Certo, se il bambino piange è perché ha ancora fame e ha bisogno di essere nutrito, ma quando il ritmo dei bocconi diminuisce, se si è molto attenti, si percepisce il momento giusto in cui un cucchiaio in meno non manca nemmeno. Questa lievissima insoddisfazione stimola l’appetito del bambino invece di “riempirlo fino all’orlo”, invece di arrivare ad una totale, beata sazietà. Mantiene viva anche la sensibilità del bambino che sa, fin quasi al singolo boccone, di cosa ha bisogno o meno, senza che venga disturbato da altri messaggi come sentimenti, convenienze, finire il piatto, compiacere la mamma, ecc. Lo stesso vale nel Bagno caldo Seitai (vedi Yashima n. 13 ottobre 2021), in cui si esce dal bagno pochi secondi prima del completo rilassamento, appena prima di essere come una verdura bollita, quindi il corpo ha approfittato del rilassamento e questa uscita gli dà “una spinta”, una sferzata di energia.Il maestro di karate Shimabukuro Yukinobu allude a hara hachibu, un principio delle isole di Okinawa, che consiste nello smettere di mangiare quando si raggiunge l’80% di sazietà. (Yashima n. 11 marzo 2021) Penso che si tratti un po’ della stessa idea.Inoltre, noteremo che è l’insoddisfazione che spinge un bambino a camminare, parlare, saltare, correre, ecc. Se cercasse solo la sensazione di beatitudine rimarrebbe allo stesso stadio: coccolato dai suoi genitori! Certo, non si tratta in alcun modo di giustificare il maltrattamento, ma piuttosto di far notare che, anche qui, a volte il meglio è nemico del bene. Non è abbondando che si nutre meglio. Tutto dipende dalla prospettiva che abbiamo, ha rimarcato Itsuo Tsuda “Ho avuto la fortuna di conoscere alcuni aspetti della tradizione giapponese. La mia esperienza può forse essere ancora superficiale, ma il contrasto che essa presenta nei confronti del pensiero moderno è impressionante. Non si tratta di soddisfazione materiale, ma dell’approfondimento della sensibilità.” (I.Tsuda, Non-fare, p.75-76)Ben utilizzato, il pungolo dell’insoddisfazione ci spinge alla continuità e alla perseveranza. Parlando della sua pratica dell’Aikido Tsuda senseï scriveva: “Per me, imparare a sedermi e ad alzarmi, è già enorme. Non smetto di scoprirne nuovi aspetti. Sono ben lungi dall’essere soddisfatto di quello che faccio. Quest’insoddisfazione mi spinge sempre in avanti, verso la soddisfazione completa.” (I.Tsuda, La via della spoliazione, p. 178)”In compenso, conosco un miliardario suo malgrado, scontento come pochi. È giovane, bello, intelligente. Non gli manca niente. Può avere tutto dall’oggi al domani. Ma è proprio questa facilità che lo esaspera. Non sa come trovare una vera soddisfazione.Ciò che è spontaneo, si sente. È il ki. È l’invisibile, l’imponderabile che cerca di prendere una forma tangibile. Se la forma è soddisfacente, lo spontaneo si spegne.Il ki muore quando prende forma, ecco il punto comune che ho trovato nei Maestri Ueshiba e Noguchi. Intendiamo qui: ki come impulso.Si ha fame. Si mangia. Si è sazi. Non si vuol più sentir parlare di cibo.Ma il valore dell’uomo sta nella possibilità di trovare il ki che non è mai soddisfatto. Il Maestro Ueshiba mi ha parlato di come sarebbe stato il suo Aikido quando avesse avuto centocinquant’anni. È morto a metà strada.” (I.Tsuda, Ibidem, p.89) Itsuo Tsuda respiration

Sogni o illusioni

Il problema dell’insoddisfazione arriva quando ci schiaccia. Lavoro, famiglia, noia, metro, macchina, non poterne più, è quando il mondo si rimpicciolisce intorno a noi, che cerchiamo una via di fuga. Allora si sogna. E un’altra trappola si chiude su di noi perché l’ingiunzione “vivi i tuoi sogni” è diventata fin troppo un fenomeno di compensazione. Paradossalmente si invitano le persone a correre dietro i loro sogni ma ciò diventa un’illusione, un miraggio che li mantiene nel posto che occupano già. Come analizzò il filosofo H. Lefebvre negli anni ’50, “L’insoddisfazione, il soffocamento, obbligano l’individuo che si sente morire senza aver vissuto a rivendicare follemente la ‘ripetizione’ della vita che non ha mai vissuto [?]. Nel lavoro, così come nella vita privata e nel tempo libero, la maggior parte rimane prigioniera di strutture anguste o obsolete. Anche ansiosi o insoddisfatti, anche se vogliono la rottura di questi quadri sociali, scorgono male le possibilità.” (H. Lefebvre, Critica della vita quotidiana, p.162) Abituati fin dall’infanzia, è difficile uscire dalla relazione di consumo-compensazione dello svago, del turismo, uscire dalla compensazione per ritornare ad una relazione vissuta, diretta, ad un piacere dell’atto come proponevano i Situazionisti, per i quali Lefebvre è stato una fonte d’ispirazione.Penso che la pratica intensa, approfondita, di un’arte possa aiutarci a riscoprire il contatto con la realtà. Nel caso dell’Aikido, quest’arte ci mette in presenza dell’atto interamente vissuto, del momento presente. Non la realtà assurda (derealizzata) della nostra quotidianità ma la realtà della sensazione, del contatto con l’altro, la realtà del corpo. Quando si pratica Aikido non si è più nel quadro del lavoro, né del tempo libero, è una pratica che richiede la totalità dell’individuo. Non si tratta solo del numero di ore di pratica. Ovviamente, quando la pratica è quotidiana, aiuta ma non è necessariamente così. Dopo un po’, qualunque cosa facciamo nella vita, l’Aikido, e nella nostra scuola anche il Katsugen undo, diventano assi che articolano le nostre esistenze. Infine parafrasando un autore che parla dell’atto di ribellarsi, la pratica in un dojo è una situazione in cui “dandosi interamente ad esso, si trova sempre più di ciò che vi si porta o di ciò che vi si cerca: vi si trova con sorpresa la propria forza, una resistenza e un’inventiva che non si conoscevano, e la felicità che c’è nel vivere strategicamente e quotidianamente in una situazione eccezionale.” (Comitato invisibile, Ai nostri amici.)Così, a poco a poco, tutta la nostra vita “diventa” Aikido. E ci troviamo a “vivere quotidianamente in una situazione eccezionale”.D’altronde è quello che spesso emana dai maestri, le loro vite sono totali. Le loro vite intere sono un cammino permanente ed una ricerca per andare oltre ciò che ancora non li soddisfaceva.Itsuo Tsuda, come sempre, riportava ciascuno alla propria decisione dicendo: “La mia formula è: ‘Vivo, vado, faccio’. Non è per conformarmi ad un obiettivo morale, sociale o politico che faccio qualcosa. Faccio ciò che sento in me, ciò che posso fare senza rimpianti. Non cerco l’utopia all’esterno. Cerco la soddisfazione interiore, incondizionata.È nella respirazione calma e profonda che trovo la mia vera soddisfazione. Questo, nonostante le tante contrarietà della vita moderna. Ho superato e supererò difficoltà finché vivrò. È così che trovo il piacere di vivere.La vita, tutta dipinta di rosa, no grazie.Si dirà che sono egoista, perché parlo solo di quello che succede dentro di me. È vero che non dico come tanti filantropi: ‘Non preoccupatevi. Farò tutto per voi. Mangerò per voi, digerirò per voi, evacuerò per voi, respirerò per voi.’Dico freddamente:’Non farò nulla per voi, finché non deciderete di farlo da soli.'” (I.Tsuda, La Voie des dieux, p. 32-33)Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

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Articolo di Manon Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 9 nel mese di appril del 2022.

La paura, un’origine acquisita congenitamente?

di Régis SoaviLa paura ha una doppia origine, è prima di tutto una risposta primitiva, atavica, già perfettamente nota, ma ha anche un’origine acquisita congenitamente, ed è quindi proprio per questo una conseguenza della civiltà.Sebbene possa essere uno dei mezzi di difesa per la sopravvivenza, troppo spesso è diventata un handicap nelle nostre società industrializzate.La paura nel mondo di oggi tende a precedere quasi ogni azione per un gran numero di persone e non compare per caso, si presenta sotto forma di – ho trovato trentadue sinonimi per questa emozione – timore, apprensione, inquietudine, angoscia, ecc., questi ultimi intersecandosi si demoltiplicano(1) Ogni volta essa annulla l’atto, il gesto, l’iniziativa, o li distoglie dall’obiettivo prefissato, presentandosi come se fosse “la” risposta indispensabile ad ogni problema che si pone.

La respirazione, il suo meccanismo

Il blocco della respirazione e le difficoltà respiratorie di molti nostri contemporanei in caso di aggressione o, soprattutto, di minaccia di un conflitto possono essere spiegati con un meccanismo selvatico involontario, cioè primitivo, che si è irrigidito. Si tratta più di un’abitudine che è nata proprio dalla paura piuttosto che di una mancanza di allenamento a combatterla o a superarla. Blocchiamo l’aria, la comprimiamo, per rispondere nel modo più adatto a ciò che potrebbe accadere. Tratteniamo il respiro, “il fiato” per essere pronti ad agire, immagazziniamo aria con una rapida inspirazione perché per agire, per difenderci, per fuggire, o anche semplicemente per gridare, bisogna espirare. È l’espirazione che permette l’azione aggressiva o difensiva e quindi è l’ispirazione che, precedendola, ci rassicura perché ci posiziona in modo vantaggioso rispetto agli atti che sembrano inesorabilmente seguire. Istintivamente agiamo in questo modo ogni volta che pensiamo di doverci difendere, e questo fin dall’infanzia. In realtà, a prescindere dall’intenzione, non sempre possiamo difenderci, la società non lo permette, ci sono delle regole. In molti casi siamo costretti a rimanere in ansia, bloccati, con il fiato corto senza riuscire a liberarci. Basta ricordarsi della propria infanzia o adolescenza, delle proprie reazioni fisiche durante gli esami o semplicemente di quando uno dei nostri insegnanti interrogava a sorpresa o ci faceva una domanda su un argomento che non avevamo studiato abbastanza, o che avevamo saltato. Ci sono troppe persone per le quali la scuola ha rappresentato un percorso tragico durante il quale l’ansia, per quanto interiorizzata, è stata una delle loro più fedeli compagne nell’avversità. Non è così sicuro che, parafrasando l’aforisma di Nietzsche, “ciò che non ci uccide ci rende più forti”. Dipende troppo dall’individuo, dal momento e dalla situazione, tra le altre cose. Le difficoltà nell’infanzia non sono sempre all’origine di facoltà di resistenza o di resilienza come qualcuno potrebbe pensare, ma possono causare debolezze o handicap e questo spesso deriva in gran parte dal punto di partenza, dalla nascita, dall’ambiente familiare, ecc. Ma essendo la paura divenuta una reazione primaria abituale, un a priori che sorge in ogni circostanza, la soluzione adottata dal corpo attraverso un sistema involontario perturbato rimane sistematicamente la stessa: bloccare la respirazione. Quella che era la risposta corretta, diventa il suo opposto. “La soluzione diventa il problema”(2). Il corpo non riesce più ad espirare o a muoversi, nemmeno a parlare, tanto meno ad urlare. Se qualcosa si sblocca per qualsiasi motivo, allora arriva l’espirazione e con essa l’azione si rivela, il bisogno trova una risposta alla situazione, la paura passa in secondo piano e lascia il posto a reazioni che a volte verranno considerate anche come coraggio o incoscienza, codardia o buon senso a seconda del momento o dell’idea che se ne ha.

Régis Soavi - Essere istintivi
Essere istintivi

Una preesistenza alla nascita

È soprattutto dalla metà del XX secolo che nacque l’ideologia della conservazione della specie umana tramite la protezione delle manifestazioni della vita. Questo concetto di protezione impegnò la società occidentale in una corsa alla medicalizzazione dei corpi che non era mai stata nemmeno immaginata fino a quel momento. Questa profilassi, che poteva essere intesa come una risposta moderna e salvifica, è stata purtroppo effettuata facendo suonare campanelli d’allarme per semplici rischi che prima erano considerati normali e che erano intrinseci alla vita. Provocando così, tramite la paura che hanno generato, un effetto nocebo di un’ampiezza senza eguali in passato.La prevenzione in gravidanza è diventata negli anni una iper-medicalizzazione che si è banalizzata, e che ha privato in primis la donna, ma anche il padre, seppur in misura minore e per ripercussione, di un rapporto semplice con il corpo, con il proprio corpo. La gioia di portare in grembo un bambino, e la forza che ne deriva, si è trasformata in angoscia per ciò che accadrà, e anche per il suo presente nell’utero, la vita del futuro bambino che subisce il trauma della contrazione che sente, e che è causata dall’inquietudine dei suoi genitori. Purtroppo, l’inquietudine viene trasmessa più di quanto si pensi. Nonostante il desiderio del contrario, della serenità che vorremmo assicurare al bambino, questa preoccupazione si trasforma rapidamente in paura, timore del movimento, dei cambiamenti, e più in generale in apprensione di fronte all’ignoto. Le conseguenze sono facilmente prevedibili: rischi di shock emotivi e fragilità di fronte alle difficoltà che possono persistere nella vita futura del bambino. Durante il parto, se manca la tranquillità, se viene sostituita dall’agitazione o dall’ansia, si creano una tensione e una contrazione che bloccano la respirazione del neonato che non capisce cosa sta succedendo ma ne soffre visceralmente senza poter far nulla. A poco a poco, durante la crescita, la mancanza di risposta a questa incomprensione genererà inizialmente pianti e grida, poi una certa forma di apatia, di rinuncia, con l’abbandono della lotta se non si trova una soluzione soddisfacente a questa richiesta.

Taiheki uno strumento per la comprensione

Ho già avuto modo di spiegare su “Dragon Magazine”(Dragon Magazine Spécial Aîkido, n° 23, janvier 2019.) come la conoscenza dei Taiheki può essere uno strumento di qualità in particolari circostanze per comprendere le reazioni delle persone. La classificazione dei Taiheki sviluppata da Haruchika Noguchi sensei(3) si basa sul movimento involontario umano. Non si tratta di una tipologia che consente di inserire gli individui in piccole caselle, ma di identificare le tendenze comportamentali abituali, tenendo conto delle compenetrazioni che possono esserci tra di loro. Itsuo Tsuda sensei ce ne dà una rapida descrizione in questo estratto di uno dei suoi libri:«I 12 tipi di Taiheki sono i seguenti:1. cerebrale attivo 5. polmonare attivo 9. bacino chiuso2. cerebrale passivo 6. polmonare passivo 10. bacino aperto3. digestivo attivo 7. urinario attivo 11. ipersensibile4. digestivo passivo 8. urinario passivo 12. apaticoDa 1 a 10 si vedono le regioni di polarizzazione che sono 5:cervello, organi digestivi, polmoni, organi urinari, bacino.11 e 12 sono un po’ speciali, perché corrispondono a delle condizioni più che a delle regioni.Per una stessa regione, si ha un numero dispari e un numero pari. I numeri dispari si applicano alle persone che agiscono per eccesso di energia, a seconda della regione interessata. I numeri pari sono per quelle persone che subiscono l’influenza esterna a causa di una carenza di energia.» (Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Editions, 2014, p. 79.)Di fronte al pericolo quando si ha paura le risposte saranno molteplici, ma non lo saranno solo in base all’allenamento o alle capacità, ma anche, e soprattutto, a causa della circolazione del ki nel corpo, di questa energia che può essere coagulata in un punto o in un altro, portando a ristagni specifici e quindi risultati e risposte differenti.no

Régis Soavi - Non lasciarsi sopraffare
Non lasciarsi sopraffare
Gruppo verticalePerché l’azione si attivi, il ki deve andare al koshi ma quando c’è una coagulazione a livello della prima vertebra lombare, l’energia sale al cervello e ha difficoltà a ridiscendere. Ecco perché le persone di tipo uno, cerebrale attivo, tenderanno a sublimare la paura, a oggettivarla, a farne un oggetto da contemplare per analizzarla, e trovare una soluzione che soddisfi l’intelletto, perché l’azione, soprattutto un’azione immediata, non è la loro principale ambizione. Spesso fraintendiamo questo tipo di posizioni che possono sembrare stupide. Ci si chiede perché la persona non ha reagito in tali o tali circostanze, si troverà forse grazie ai Taiheki una risposta alle domande che ci si può porre sul mistero di certi comportamenti umani.Le persone di tipo due, cerebrale passivo, sono del tutto consapevoli di ciò che sta accadendo, ma il loro corpo non reagisce come aveva pensato il cervello, sebbene non ci sia nulla di imprevedibile. Non possono controllare la propria energia, che in questo caso scende, ma provoca reazioni fisiche incontrollabili come dolori di pancia o tremori che rendono difficile una risposta adeguata.Gruppo lateraleIn questo gruppo la coagulazione è localizzata a livello della seconda lombare e interessa l’apparato digerente. Ecco perché il tipo tre, digestivo attivo, va in panico mentre cerca di placare la paura, sgranocchia velocemente qualcosina che ha sempre a portata di mano in caso di necessità. Se ha un po’ più di tempo, mangia qualcosa di più sostanzioso, un panino, un pasticcino, l’importante è avere lo stomaco pieno; è grazie a questo che il suo plesso solare si ammorbidisce e la paura diminuisce o addirittura svanisce. Allora diventa diplomatico e cerca di sistemare le cose; se non ci riesce, allora si arrabbia e si lancia in modo disordinato, senza pensare alle conseguenze.Il tipo quattro, digestivo passivo, rimane inerte di fronte alla paura, incapace di reazioni. È una persona affabile e sembra quasi che la cosa non lo riguardi. Dall’esterno si vede molto poco della sua natura perché ha difficoltà ad esprimere le sensazioni o i sentimenti. Dal punto di vista dell’azione si presenterà come una persona premurosa, cortese, che cerca di appianare le cose, di sdrammatizzare la situazione.Gruppo avanti-indietroIl tipo cinque, polmonare attivo, ha tendenza ad inclinarsi in avanti, il che facilita l’azione energica; la regolazione o la coagulazione, o anche il blocco della sua energia si trovano a livello della quinta lombare.Quando si trova di fronte ad un pericolo, e quindi di fronte alla paura, lo vede come un faccia a faccia. Agisce spesso in modo estroverso, ma è anche uno che ragiona, che calcola; se la paura che prova è logica, la affronterà in modo metodico e si tirerà indietro solo se entra in gioco il suo interesse, cioè, se rischia di rimetterci le penne. Agisce a sangue freddo perché si è preparato, per lui l’allenamento ha sempre una ragione di esistere, al di fuori da ogni sentimento.Il tipo sei, polmonare passivo, invece, è introverso, inibito, ha un senso di frustrazione, ma d’altro canto si infiamma velocemente, soprattutto a livello verbale; di fronte alla paura si irrigidisce ancora più del solito ma può o esplodere come durante una crisi di isteria o rinchiudersi come un’ostrica, tenere il broncio e aspettare.
Régis Soavi - La postura è essenziale
La postura è essenziale
Gruppo torsioneIn questo caso la vertebra interessata è la terza lombare, è quella più in avanti rispetto all’asse della colonna vertebrale, è anche il perno a partire dal quale il corpo si muove dal punto di vista della rotazione. Senza rotazione di questa vertebra e senza curvatura lombare c’è poca possibilità di azione del koshi.Il tipo sette, urinario attivo, si torce in modo tale da proteggere i propri punti deboli, sia fisici che psichici, non vuol sapere nulla della paura, vuole ignorarla, e funziona. Sa che non può combatterla se non a rischio che essa si rafforzi e lo blocchi nella sua azione, ritiene che bisogna soprattutto non pensare, bisogna tirar dritto, costi quel che costi. Viene spesso considerato come un eroe o un incosciente, se ne frega, semplicemente non può resistere a ciò che lo spinge in avanti, l’azione è la sua ragione di vita e il suo modus operandi.Il tipo otto, urinario passivo, ha il koshi che diventa duro e il suo spirito combattivo si tende interiormente. D’altra parte, tende a fare il gradasso e si offende per un nonnulla. Affronta la propria paura se c’è un pubblico, o se viene messo in competizione, se un avversario lo sfida. Anche se non può vincere, si ostina in modo da non perdere, mentre il tipo sette vuole assolutamente trionfare. Esagera le condizioni che lo hanno portato ad avere paura e poiché ha una voce forte, a volte può imporsi con i suoi soli schiamazzi.Gruppo bacinoNel caso delle persone di tipo nove o dieci, la polarizzazione avviene in tutto il corpo. Si potrebbe dire che c’è una tendenza alla tensione, alla concentrazione, per gli uni e al rilassamento, o addirittura alla lassità permanente, per gli altri.Nel tipo nove, bacino chiuso, è la tensione a prevalere. Non ha paura facilmente perché il suo intuito gli permette di percepire il pericolo prima che si manifesti. In ogni caso, la paura, anche se presente in un dato momento, non lo ferma mai nelle sue iniziative. È una persona per la quale l’intuizione è più importante della riflessione. È vigoroso ma d’altra parte estremamente ripetitivo, è tenace e piuttosto introverso. La sua energia è interiorizzata a livello del bacino. Rappresenta un esempio per chi vuole osservare la continuità negli esseri umani.Il tipo dieci, bacino aperto, è il più capace di dissipare energia. Di fronte alla paura trova più forza per proteggere gli altri che per la sua protezione personale; si pensa che agisca per gentilezza, di fatto agendo così dimentica la propria paura e le proprie difficoltà. In caso di pericolo, se è solo, lungi dal cercare di combattere può cercare di fuggire, perché ciò che conta è rimanere in vita e quindi può facilmente essere considerato un codardo, mentre se sono in gioco altre vite è il suo istinto primordiale per la sopravvivenza che scaturisce in modo involontario “per assicurare il futuro della specie umana”. Rischia di soffrire a causa dell’opinione degli altri che ovviamente non lo capiscono in questo genere di casi, e che per questo reagiscono secondo la morale o idee inculcate sul coraggio.Tipo undici detto “ipersensibile”Reagisce molto rapidamente difronte alla paura perché vi è abituato, ma questa reazione non produce un’azione, essa sembra piuttosto avere un carattere emotivo ed egli ha una forte tendenza ad esagerarla. Anche se non succede quasi nulla, egli drammatizza perché si produce in lui un’accelerazione del cuore non appena il suo Kokoro viene turbato, può facilmente svenire o sviluppare un attacco d’asma. A causa della sua sensibilità esacerbata, è il candidato ideale per ogni tipo di derisioni, anche se vi sfugge, sa che può diventare un capro espiatorio e subire vessazioni alle quali non saprebbe come rispondere.Tipo dodici detto “apatico”Affinché possa reagire di fronte alla paura, ha bisogno di ricevere ordini chiari. Anche se si presenta con un corpo robusto e squadrato, questa è solo un’apparenza in quanto non sa come reagire, a volte lo fa in modo troppo forte, o lascia perdere. Ha tendenza a seguire la massa, ad agire se gli altri intorno a lui agiscono, a fare come tutti o ad aspettare subendo.Poiché la società tende a iperproteggere i cittadini, negando loro anche il diritto di difendersi da soli, salvo in determinate circostanze molto inquadrate dalla legge, si produce un intorpidimento degli individui che rischia di favorire una direzione che plasma corpi di tipo dodici qualunque sia il Taiheki di partenza.
Senza incidenti, così va l'uomo dabbene, calligrafia di Itsuo Tsuda
Senza incidenti, così va l’uomo dabbene, calligrafia di Itsuo Tsuda

Aikido, una speranza

La normalizzazione del terreno non avviene combattendo la paura. Se questo qualcosa che continua a vivere in noi, che aspira a una maggiore libertà, non si risveglia, è una lotta che rischia di essere solo superficiale. L’insegnamento dell’Aikido mira a rendere gli individui indipendenti e autonomi e non a formare combattenti, ciò non toglie nulla al fatto che si tratta dell’apprendimento di un’arte marziale. Si può imparare perfettamente la falegnameria o la musica senza voler diventare un professionista, ma essendo un appassionato capace di fabbricare un tavolo, o un armadio, capace di apprezzare una sinfonia, come pure un quartetto o un lied. Se si ha una buona formazione, si saprà reagire in modo corretto in ogni circostanza, si saprà valutare la situazione, si sentirà quando bisogna intervenire e come, o se ci si deve astenere da qualsiasi intervento. La pratica dell’Aikido trasforma le persone indipendentemente dal loro passato, dalle loro tendenze, ma solo a condizione che accettino di fermarsi nella loro folle corsa all’acquisizione di tecniche psichiche o fisiche che dovrebbero fornire la soluzione a tutti i problemi, a tutte le paure. La liberazione se è necessaria, a volte può anche venire dall’atto che consiste in un “indietro tutta”, per ritrovare l’equilibrio e la forza che ognuno di noi possiede e che aspettano solo di sorgere, di dispiegarsiVolete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 8 nel mese di gennaio del 2022.Notes :

  1. In francese “démultiplier” significa “aumentare la potenza di qualcosa moltiplicando i mezzi utilizzati”, esiste però anche un senso figurato che in italiano manca.
  2. Paul Watzlawick, teoria di Palo Alto.
  3. Haruchika Noguchi, ideatore del Seitai (1911-1976).

 

L’unica cosa che non cambia è che tutto cambia continuamente

Fulmine a ciel sereno nella vita quotidiana! I locali occupati da trent’anni dal dojo Scuola della Respirazione di Milano sono in vendita. L’esistenza del dojo è quindi minacciata.Cinque anni dopo il tour de force del dojo Yuki Ho di Tolosa, ecco di nuovo in pericolo uno dei nostri luoghi di pratica. Come per quello di Tolosa, il dojo è un bellissimo spazio situato in un cortile tranquillo, all’interno di un quartiere della città ormai abbastanza ricercato e anche lì il costo di acquisto è molto alto.Tuttavia, invece di arrenderci, abbiamo colto questa sfida per trasformarla in un’opportunità.I dojo sono associazioni, con modeste disponibilità economiche, ma non possiamo immaginare che questi luoghi spariscano, inghiottiti dagli speculatori immobiliari. Dobbiamo quindi cercare soluzioni, metterle in comune, smuovere cielo e terra con l’obiettivo di acquistare noi stessi questi locali. Partiti da 0? qualche mese fa, la maggior parte del capitale è stato raccolto da privati e un prestito bancario. Oggi non siamo molto lontani dal riuscire a realizzare questo sogno e per raggiungere questo obiettivo il dojo della Scuola della Respirazione ha bisogno di aiuto e lancia un crowdfunding.Ogni partecipazione conta e ognuno di noi ha la possibilità di cambiare il corso della storia affinché questi luoghi di pratica, di scambi, di culture, questi luoghi di vita rimangano nelle città. Alcuni disfattisti pensano che siamo come Don Chisciotte che conduce lotte inutili, ma l’esperienza del dojo Yuki Ho a Tolosa ci ha mostrato che era possibile, se tutti ci mettiamo al lavoro, mattone dopo mattone. “L’unica cosa che non cambia è che tutto cambia continuamente” ci dice il libro delle trasformazioni, lo Yi Jing, e nell’esagramma K’an – L’insondabile, l’acqua – si dice: “L’acqua esemplifica il giusto atteggiamento in tali circostanze. Continua sempre a scorrere e colma al punto giusto e non di più tutti i luoghi attraverso i quali scorre; non è spaventata da nessun luogo pericoloso o da nessuna caduta e nulla le fa perdere la sua natura essenziale. Resta in ogni circostanza uguale a se stessa.»Partecipa a questa avventura consentendo questo acquisto: vai alla pagina di crowdfunding.

La Pratica Respiratoria

di Régis SoaviÈ consuetudine in quasi tutti i dojo chiamare i pochi esercizi che precedono un corso, “preparazione” o “riscaldamento”. E se non si trattasse di ginnastica o educazione fisica, ma di qualcos’altro! Tsuda sensei scriveva(1) che il suo maestro Morihei Ueshiba era furioso quando, già all’epoca, e sebbene non le avesse mai dato un nome, i suoi giovani allievi chiamavano questa parte esercizi preparatori o riscaldamento.

Una prima parte!

Per O sensei questa prima parte della seduta era indispensabile e inseparabile dall’insieme della sua pratica; per questo Tsuda sensei da parte sua, in mancanza d’altro, quando doveva parlarne ai suoi allievi o descriverla, le aveva dato il nome di “Pratica Respiratoria”. Spiega la sua scelta della parola “respirazione” – che per lui sarà una parola chiave per trasmettere un messaggio agli occidentali – fin dal primo capitolo del suo primo libro Il Non Fare: «Quando uso la parola respirazione, non parlo di una semplice operazione biochimica di combinazione ossigeno-emoglobina. La respirazione è allo stesso tempo vitalità, azione, amore, spirito di comunione, intuizione, premonizione, movimento.L’Oriente conserva ancora questi aspetti sotto il nome di prana o di quello di ki.Anche l’Occidente sembra averli conosciuti: ne sono testimoni la parola psyché, anima-soffio, o anima, da cui derivano parole come anima, animare, animale, animosità o spiro, da cui abbiamo tratto parole come spirito, ispirazione, aspirazione, respirazione.»(2) Questi esercizi di respirazione, di circolazione della nostra “energia vitale”, del nostro ki, sono ancora oggi di fondamentale importanza per me.

La ripetizione

Non posso davvero descrivere cosa c’è di diverso nella nostra Scuola rispetto a quanto si fa in altri luoghi, né farne l’apologia, perché sta ad ognuno farsi un’idea su ciò che riceve, su ciò che sente. Ogni insegnante di ogni Scuola o gruppo, per l’insegnamento che ha ricevuto, per il suo percorso, i suoi studi, avrà il proprio metodo, la propria pedagogia, adatta tanto a se stesso quanto ai suoi allievi. Alcuni usano nuove tecniche, attingono ad altre culture, cercano altri metodi di educazione, utilizzano una psicologia dell’apprendimento più moderna. Nulla è da denigrare, tutto è possibile e tutto è giustificato a priori per fare in modo di far vivere al meglio la nostra pratica, di trasmettere l’essenziale: “l’universalità del messaggio di pace di O sensei”. Una delle critiche che si possono fare alla “Scuola Itsuo Tsuda” è che è piuttosto ripetitiva e conservatrice. In effetti, questa prima parte che facciamo ogni mattina, non è cambiata da quando il mio maestro ha iniziato a insegnarla all’inizio degli anni settanta. Quanto a me, non essendone mai stanco, non ho mai, in più di cinquant’anni di pratica quotidiana, sentito il bisogno di cambiare qualcosa, né per me, né per i miei allievi. È anche questa ripetizione che permette un approfondimento della nostra respirazione e di conseguenza una scoperta dei princìpi che governano tutti i movimenti della nostra pratica.

Norito
Norito

I fondamenti di questo lavoro

Questa prima parte segue un ordine logico che le è proprio, e mi sembra inutile dettagliarne tutti i movimenti. Tuttavia, alcuni punti devono essere chiariti e in particolare che cosa la rende qualcosa di diverso da ciò che la maggior parte degli aikidoka generalmente conosce. Dopo il saluto verso il Kamiza, c’è una meditazione in seiza di qualche minuto, e la recitazione del Norito “Misogi no harae” da parte di colui che conduce la seduta. Si inizia quindi con un esercizio volto a liberare la regione del plesso solare da tutte le tensioni accumulate. Questo movimento deriva dal Katsugen undo, fu introdotto da Tsuda sensei e deriva dall’insegnamento del suo maestro di Seitai Haruchika Noguchi sensei. Per il resto, tutti gli esercizi che seguono sono stati insegnati per anni da O sensei. Non rivendico un ritorno alle origini, un’autenticità unica e nascosta fino ad oggi, di fronte alle distorsioni che sarebbero state causate da cattivi insegnamenti, perché è noto che O sensei variava gli esercizi di questa prima parte. Eppure, per quanto ne sappiamo, ce n’erano alcuni che non cambiavano mai. Il Saluto alle otto direzioni, o Funakogi undo(3) e Tama-no-hireburi(4) sono tra questi. Gli ultimi due hanno ritmi specifici, una respirazione precisa e un protocollo particolare rispetto alla direzione verso cui girarsi o quante volte eseguirli. Sarebbe noioso e forse anche azzardato descriverli in un articolo, perché vanno insegnati direttamente da maestro ad allievo sui tatami. Per quel che riguarda gli altri esercizi, ciò che più conta in tutti questi gesti non è il numero di volte che vengono eseguiti, né la velocità, né la forza, ma piuttosto l’intensità della vibrazione percepita da tutto il corpo in quel momento. Vale lo stesso discorso per il Kiai che la persona che conduce la seduta emette alla fine della Prima parte. Anche in questo caso, non è né la potenza del grido, del suono, né la sua intensità, ma sono la natura dell’atto, la profondità della respirazione, l’esattezza del momento e la concentrazione richiesta, legati alla correttezza della sua esecuzione, che trascendono l’azione per farne una risposta adeguata, un processo di normalizzazione del corpo. Ogni esercizio durante questa parte deve essere eseguito in uno stato di coscienza specifico. Bisogna concatenarli con la stessa concentrazione che impiegheremmo se da essa dipendesse la nostra vita, o almeno la nostra salute; e nello stesso tempo il rilassamento è indispensabile per la loro buona esecuzione. Il miglior atteggiamento possibile è quello di essere raccolti e allo stesso tempo senza pensieri, il che richiede alcuni anni di apprendimento, ma soprattutto, perseveranza.

La necessità di un contesto adeguato

Non posso non insistere sull’importanza dell’ambiente quando si intende fare la Pratica respiratoria in uno stile simile a quello che facciamo nella nostra Scuola. L’atmosfera che si respira in un dojo dedicato è di tutt’altra natura se la paragoniamo a quella che si trova in un club o in una palestra. Se inoltre in questo luogo dedicato siamo riusciti a creare un Tokonoma(5) in cui sono posti un Kakejiku(6) e un’Ikebana(7), la qualità della concentrazione, il rispetto del silenzio saranno più facili. Sarà così più agevole impregnarsi, immergersi in un ambiente che favorisce questa ricerca. Grazie a questo ambiente potremo trovare il modo di eseguire i gesti, le sequenze, che, un po’ come una coreografia che non ha mai nulla di superficiale, fanno muovere il corpo in modo da renderlo più permeabile alla percezione dei flussi interiori, rendendolo più morbido, oltre che più reattivo. Si tratta semplicemente di ritrovare il cammino intrapreso dai sensei del passato, di capire perché chi ci ha guidato, tutti quelli che ho conosciuto o talvolta semplicemente incrociato durante stage, o incontri, seguivano molti di questi “riti” senza porre domande in gioventù, ma cercando poi le risposte dentro di sé.

Funakogi undo
Funakogi undo

La scoperta dello Yin e dello Yang

È ne La via degli dei che Tsuda sensei riporta questo avvertimento di Madame Nakanishi(8), grande maestra nell’arte del Kotodama(9) :«”Dopo la scomparsa dell’iniziatore, i kata, le forme, cominciano a decomporsi perché i successori non sono in grado di capire cosa abbia motivato l’iniziatore nel profondo. Si ereditano le forme, le si semplifica, le forme degenerano”, ha detto la signora Nakanishi.L’Aikido, concepito come movimento sacralizzato dal Maestro Ueshiba, sta scomparendo per lasciare il posto all’Aikido atletico, sport di combattimento, più conforme alle esigenze dei civilizzati.»(10)Queste osservazioni di due grandissimi maestri, Nakanishi sensei e Tsuda sensei, avrebbero potuto scoraggiarmi del tutto, eppure è proprio questo tipo di frasi che mi ha stimolato e spinto in avanti. La scoperta dello Yin e dello Yang, è proprio in questa prima parte che possiamo farla perché è una pratica “solitaria”. Niente può turbarci finché rimaniamo concentrati sulla percezione di ciò che sentiamo, è come una corrente interiore che a poco a poco si traduce in termini di Yin e Yang. È un approccio empirico fondamentalmente non mentale e l’intero corpo ne percepisce immediatamente gli effetti. Allora il nostro Aikido si trasforma, si entra in un’altra dimensione, con una prospettiva psicofisica di maggiore ampiezza, vale a dire il fatto di sentire concretamente nelle proprie membra, in tutta la propria postura, la circolazione del Ki come flussi differenti che hanno una natura precisa, positiva o negativa, Yin o Yang. Correnti che si trasformano e si alternano a volte passando dallo Yin allo Yang, circolano da un lato all’altro, girano o si fermano inaspettatamente e alla fine ci guidano in tutti i nostri movimenti nonostante ne abbiamo a malapena coscienza. Ciò non avviene dall’oggi al domani, ma ha dato un senso alla mia pratica dell’Aikido, mi ha permesso di perseverare, e di superare i momenti di scoraggiamento, i passaggi difficili, quelli in cui ci si sente bloccati, senza slancio. È anche grazie a queste ripetizioni quotidiane, a tutti questi gesti, che il nostro corpo si rigenera e percepisce gli altri non solo attraverso il loro aspetto fisico o sociale, ma piuttosto attraverso quello che emanano nel profondo, che non è soltanto psicologico ma di tutt’altro ordine, di altra natura.

Dalla pratica solitaria all’osmosi

Si tratta di una metamorfosi qualitativa importante che non è fatta per far sognare, perché è fuori dall’ordinario, e perché questa trasformazione apre delle possibilità per percepire il nostro universo, la nostra umanità in tutta la sua complessità. All’opposto dei mondi virtuali che ci vengono proposti tramite la tecnologia e i rapporti sociali nel nostro quotidiano, si inizia a percepire l’universo del reale, la sua natura profonda. Allo stesso tempo non così diversa dalla nostra vita di tutti i giorni e tuttavia di tutt’altro genere. Ogni esercizio di questa prima parte è legato al nostro respiro, ogni movimento è in relazione con l’inspirare o l’espirare. Tsuda sensei pronunciava ad alta voce Ka all’inspirazione e Mi all’espirazione, ci spiegava che quando si unisce la respirazione si realizza Ka e Mi che diventano Kami che si può tradurre con Dio. Non si tratta di un dio in senso religioso e neanche in senso mistico ma più concretamente della vita in tutte le sue manifestazioni. La marzialità non scompare, ma viene solo trascesa. Si comprenderà meglio perché Tsuda sensei scriveva «L’Aikido, la via di coordinazione del ki, è un’arte di “fondere il ki” dunque una forma marziale di osmosi.»(11)

L’Aikido, religione o filosofia?

Dal momento in cui si ritualizza tutta o una parte della pratica in un’arte marziale, si viene accusati di religiosità o di misticismo. Il Reishiki, i saluti, la concentrazione, le diverse meditazioni, tutto diventa sospetto, come tutto ciò che ne fa un’arte pacifica, rispettosa dell’essere umano. È difficile spiegare alla luce del materialismo scientifico e delle attuali conoscenze quale sia l’interesse di una pratica ritualizzata poiché sfugge dall’idea di progresso. Eppure il mondo della ricerca malgrado tutto va avanti con gli studi attuali per comprendere in maniera più accurata come funziona il nostro ambiente. Ma gli studi devono avere un che di scientismo per essere accettati. Per esempio si può arrivare a collegare dei sensori, fabbricati a partire da rivelatori di menzogne, a delle piante per comprenderne il linguaggio, quando non si è ancora in grado di spiegare perché certe persone abbiano il “pollice verde”. Si cerca con qualsiasi mezzo di riprodurre la natura per i benefici che apporta all’essere umano, senza comprendere come questa stessa natura faccia questo lavoro. Si analizza, si divide, si taglia, per trovare l’elemento attivo di una sostanza senza rendersi conto che è l’insieme a creare questo composto. Se manca una sola parte, un solo elemento, o se il ritmo non è rispettato, il risultato sarà completamente diverso, e può anche essere contrario a ciò che si era sperato di trovare o a ciò che si era scoperto prima. Se non abbiamo bisogno di religioni che ci incatenino a dei dogmi, non abbiamo neanche bisogno di ideologie che limitino le nostre libertà o peggio ci asserviscano. Anche se alcune di queste nuove credenze o di queste dottrine, a volte con presunto valore scientifico, sono state concepite per il nostro “bene”, per la nostra “felicità” presente o futura, non valgono ai miei occhi più delle chimere del passato. Un’alienazione vale l’altra. La ricerca dell’unità dell’essere resta per molti di noi il valore ultimo; per trovarla, la Pratica respiratoria rimane uno strumento di qualità, a nostra disposizione. Gli dei antichi sono morti come rappresentazioni, come immagini proiettate dall’umanità, ma quest’energia che era loro attribuita e che ci anima c’è sempre, possiamo sentirla, riscoprirla e utilizzarla in noi.

Tama-no-hireburi
Tama-no-hireburi

Mantenere la salute

“La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non consiste soltanto in un’assenza di malattia o infermità”(12). Questa è la definizione dell’OMS, e noi in Occidente l’accettiamo come fosse scontata. Viene spesso compresa alla lettera così come il suo corollario con le sue implicazioni: bisogna combattere la malattia, eliminare i microbi, i virus, bisogna correggere la natura che è così imperfetta, bisogna sostenere, proteggere l’essere umano, ecc. La dottrina diventa così assoluta che finisce per dare risultati contrari a quanto si sperava, e in particolare questo: “le persone s’indeboliscono”. Invece di dare la possibilità al corpo di svilupparsi in modo naturale, lo si obbliga a preservarsi da tutto quello che potrebbe eventualmente essere pericoloso o lo si blinda. Si forza, e lo si forza in nome di imperativi concettuali sulla salute, cosiddetti scientifici o medici. Si rinforza l’educazione teorica sul funzionamento del corpo così come sull’igiene senza comprenderne i fondamenti, si norma l’estetica dei giovani ragazzi e ragazze, a scapito della loro reale salute. Il risultato è lungi dall’essere all’altezza delle speranze che la nostra società vi ha riposto ma il condizionamento c’è, e per molto tempo. La Pratica respiratoria, questa prima parte accessibile a tutti qualunque sia il nostro passato o il nostro stato fisico, è forse la risposta a ciò che si sente quando si scopre il peso dell’oppressione che si esercita sul corpo, il nostro corpo, e la sua influenza sulla nostra mente, la nostra riflessione e di conseguenza sui nostri atti.

Dei gesti semplici

È un processo di decontaminazione che può cominciare. Come per il pianeta quando bisogna disinquinare la natura, è importante interrompere un processo, smettere di utilizzare gli stessi funzionamenti, di “fare un po’ di più della stessa cosa”(13). I gesti semplici associati alla respirazione, la “circolazione del ki” portano, fin dall’inizio di questo lento lavoro di ricostruzione, risultati visibili che stupiscono spesso chi è vicino alle persone che praticano, qualunque sia la loro età o la loro condizione fisica. La vera difficoltà sta nella continuità molto più che negli sforzi che sono in realtà estremamente modesti. È anche possibile limitarsi a questa prima parte se lo si desidera o se delle condizioni imperative ci obbligano a farlo, il benessere che ne risulterà non sarà minore, perché l’unità “corpo-spirito” che verrà ritrovata è il vero regalo che la nostra natura profonda ha sempre cercato.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 7 nel mese di ottobre del 2021.Note :1) Itsuo Tsuda, La scienza del particolare, Yume Editions, 2019, p. 148.2) Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Editions, 2014, p. 18.3) Spesso tradotto come “movimento del remo”.4) Tsuda sensei lo traduceva con “Vibrazione dell’anima”.5) Rientranza della parete utilizzata per esporre un Kakejiku.6) Incorniciatura in forma di rotolo per una calligrafia o un dipinto.7) Composizione floreale giapponese.8) La signora Nakanishi, sacerdotessa Shinto, insegnò il Kotodama al maestro Ueshiba.9) Il Kotodama è la conoscenza del potere spirituale attribuito ai suoni.10) Itsuo Tsuda, La voie des dieux, Le Courrier du Livre, 1982, p. 128.11) Itsuo Tsuda, Il Non Fare, Yume Editions, 2014, pp. 70 e 71.12) Primo principio enunciato del preambolo della Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) adottata dalla Conferenza internazionale della Salute, firmata dai rappresentanti di 61 stati nel luglio 1946 ed entrata in vigore il 7 aprile 1948.13) Paul Watzlawick, teorico della Scuola di Palo Alto.

1 + 1 = 1 : La respirazione

di Régis Soavi«”Che siano uno o molti non ha alcuna importanza, li metto tutti nel mio ventre”, diceva O sensei». È con questa frase che Itsuo Tsuda sensei un giorno ha risposto a una delle mie tante domande sulla pratica e in particolare sul modo di difendersi da più partner.

Magia o semplicità

Gli allenamenti a più persone hanno l’obiettivo di condurci nella direzione del Non-Fare.
Giovane aikidoka, cercavo di bere a tutte le fonti disponibili, e i miei riferimenti li trovavo presso Nocquet sensei, Tamura sensei, Noro sensei. Ma ovviamente li trovavo anche presso colui a cui mi sentivo più vicino: Tsuda sensei. All’inizio degli anni Settanta eravamo molto appassionati di aneddoti sulle arti marziali, sui grandi maestri storici, e in particolare su O sensei Ueshiba Morihei. Andavamo peraltro ad acquistare i film in “super 8” che erano disponibili in quel tempio che era il negozio di arti marziali della Montagne Sainte-Geneviève a Parigi, affascinati come eravamo dalle prodezze di questo grande maestro. Sebbene profondamente materialista, non ero lontano dal credere in qualcosa di magico, a poteri eccezionali concessi a certi esseri più che ad altri. ItsuoTsuda mi ha riportato con i piedi per terra, perché quello che ci faceva vedere era molto semplice, ma nonostante tutto rimaneva assolutamente incomprensibile. Le tecniche che ci faceva vedere, le conoscevo già bene, ma le faceva con una tale semplicità, una tale facilità che ne ero turbato, e questo non faceva che rafforzare il mio desiderio di continuare a praticare per scoprire i “segreti” che glielo permettevano.

Il suo leitmotiv: la respirazione

Quando parlava di respirazione bisognava intendere la parola KI, era la traduzione che aveva scelto per esprimere questo “non-concetto” così comune, e così immediatamente comprensibile in Giappone, ma così difficile da cogliere in Occidente. Spiegava che si può realizzare l’unità primordiale quando si unisce la propria respirazione col proprio o coi propri partner. La respirazione diventa il supporto fisico, l’atto concreto che permette di unificarsi con gli altri. Fisicamente agisce come una sorta di costrizione dolce sul corpo dei partner. Sappiamo tutti di cosa sto parlando, non è assolutamente un mistero. Ci sono persone capaci di mettere a disagio gli altri, altre che sanno imporsi, imporre la propria respirazione, lasciando a volte il loro interlocutore nell’incapacità di pronunciare una parola. Nelle arti marziali, ed è particolarmente visibile nell’arte della spada, si tratta di desincronizzare il respiro per sorprendere l’avversario, per destabilizzarlo. Il momento cruciale in molti casi è quello in cui l’inizio dell’inspirazione di chi sta di fronte corrisponde alla fine dell’inspirazione dell’altro, in altre parole l’inizio dell’espirazione. Si colpisce durante questo intervallo tra espirazione ed inspirazione. Questo momento, che si chiama “intermissione respiratoria”, è il momento ideale per dispiegare la propria forza fisica in un combattimento e vincere l’avversario. Accade in tutt’altro modo nell’Aikido in cui questo stesso istante permette di entrare nel respiro del partner, in questa via che è la via dell’armonia, dove si tratta di unificare i respiri, di arrivare a un respiro comune.

Praticare con un partner come se fossero molti

Per cominciare è più semplice praticare con un solo partner, ma è importante non fissarsi su di lui, restare disponibili per altri interventi. Questa disponibilità si ottiene grazie alla calma interiore, e questo inizia dalla buona conoscenza delle tecniche e dal non farsi prendere dal panico. Nonostante tutto, ci vorranno alcuni anni per essere tranquilli in tali circostanze, ed è per questo che non dobbiamo aspettare ad iniziare a lavorare in questa direzione. Direi che praticare con più partner, più che una performance da eseguire, rappresenta per me un orientamento pedagogico, l’Aikido è un tutto, non lo si può tagliare a fette. Si tratta di una pedagogia globale e non di un insegnamento di tipo scolastico convalidato da voti ed esami. Già, ogni volta che il gruppo di praticanti si trova in numero dispari, si può approfittarne per lavorare a tre, ma questo non sarà sufficiente per acquisire i giusti riflessi, il giusto atteggiamento da adottare. Ogni volta che il gruppo lo consente, cioè se non ci sono troppe differenze di livello, si può far praticare tutti in gruppi di tre o anche quattro partner.Se i due partner afferrano Tori insieme, e con entrambe le mani, sono la tecnica e la capacità di Tori di concentrare la potenza nell’hara attraverso la respirazione che saranno determinanti, la morbidezza delle braccia e delle spalle consentirà di far circolare l’energia, il ki, fino alla punta delle dita, e di farla sgorgare al di là, provocando la caduta dei partner sui tatami. Ma se lavoriamo con attacchi alternati, la difficoltà maggiore non è nel fatto di fare le tecniche, ma soprattutto nel ruolo di Uke.

La calma interiore inizia dal fatto di conoscere bene le tecniche.
In effetti Uke, troppo spesso, non sa come comportarsi, e aspetta il suo turno per attaccare. Il mio insegnamento quindi consiste anche nel mostrare come posizionarsi, come trovare l’angolo di attacco; in questo caso interpreto il ruolo di Uke, esattamente come negli antichi koryu. Faccio vedere come girare attorno a Tori, come sentire le brecce nella sua respirazione, nella sua postura e come Tori può usare un partner contro l’altro, lo faccio lentamente in modo che Tori non si senta davvero aggredito ma piuttosto disturbato nelle sue abitudini, nella sua mobilità o nella sua incapacità di muoversi in armonia. Le forme dell’attacco devono essere molto chiare, non si tratta di dimostrare la debolezza dell’altro ma di permettergli di sentire quello che gli succede intorno senza bisogno di guardare o di agitarsi, ma piuttosto sviluppando la sua capacità sensoriale. Non deve fissarsi sulla costrizione che ogni presa gli impone, ma, al contrario, rendersi conto che le prese possono essere occasione di un superamento e persino di un vantaggio.

Il valore dello spostamento

Gli spostamenti assumono un valore speciale quando ci sono più persone intorno a noi. Se guardiamo il traffico su un’autostrada nelle ore di punta dalla cima di un ponte che la sovrasta, saremo molto sorpresi di vedere come i veicoli sfiorano, sorpassano, rallentano, accelerano e persino cambiano corsia in una sorta di balletto che però non è governato da alcuna autorità superiore, ma in realtà da ogni conducente. Ci si potrebbe aspettare un’enorme quantità di incidenti, o almeno degli stridori di lamiere in pochi minuti, eppure non è così, va tutto bene. Ci sono ovviamente incidenti, ma pochissimi, rispetto a ciò che possiamo immaginare o vedere dall’alto del nostro osservatorio.Se quando si pratica con più partner si impiega altrettanta concentrazione, attenzione e rispetto per l’altro come quando si guida qualsiasi veicolo, dato che si tratta del nostro corpo – e non di un’estensione della consapevolezza di questo corpo, come può essere con un’auto – diventa molto più facile. Ripeto: è necessario avere una buona tecnica, non avere timore per ciò che sta accadendo, ma calma e sicurezza di sé, pur essendo vigili e consapevoli di ciò che si muove intorno a noi. La differenza con l’esempio che ho appena dato è che i partner cercano di toccarci, di colpirci o immobilizzarci, a differenza dei veicoli che si evitano a vicenda. Ora, proprio come l’auto per esempio – che attraverso l’antropotecnica1 diventa come un prolungamento del nostro corpo, di cui conosciamo, di cui abbiamo coscienza delle dimensioni, al centimetro, addirittura al millimetro – si tratta di cogliere l’opportunità di sentire la nostra sfera, non più come un sogno, un’idea, una fantasia, un’immaginazione o un delirio esoterico inventato di sana pianta da qualche mago o ciarlatano, ma piuttosto come una realtà concreta accessibile a tutti, dal momento che ne siamo già capaci in automobile se prestiamo sufficiente attenzione. Si tratta quindi di giocare con questa sensazione, questa estensione: non appena le sfere si sfiorano, già si estendono, si ritraggono, si spostano costantemente, rispondendo ai bisogni senza dover ricorrere al sistema volontario. È il lavoro dell’involontario, dello spontaneo, come se gli spostamenti si facessero da sé, in modo preciso e con facilità. È allora che siamo nella pratica del Non-Fare, questo famoso non-agire, il wu-wei cinese, ciò che sembrava mitico diventa realtà. Gli allenamenti a più persone hanno l’obiettivo di condurci nella direzione del Non-Fare. Si può fare pratica in mezzo a una folla, in un grande magazzino in un giorno di saldi, o più quotidianamente nella metropolitana per i chi abita in città. Il gioco consiste nel sentire come muoversi, come spostarsi, come riuscire a passare negli interstizi vuoti tra le persone.

Si tratta di unificare i respiri, di arrivare a un respiro comune.
O sensei era un maestro anche in quest’arte di muoversi tra la folla. I suoi Uchi deshi si lamentavano di non riuscire a seguirlo in mezzo alla massa, quando dovevano prendere la metropolitana per accompagnarlo a una dimostrazione o quando dovevano partire in treno con lui. E tuttavia erano giovani e vigorosi ma avevano enormi difficoltà a muoversi nella stazione affollata mentre lui, molto anziano e piuttosto fragile alla fine della sua vita, si infilava nella moltitudine con una velocità sorprendente.

Ricreare uno spazio attorno a sé

L’arte di confondersi tra la folla, di passare inosservati, può essere una disposizione naturale, oppure una deformazione – talvolta dovuta a un trauma – da cui deriva una sofferenza: essere la persona che non si vede, quella che non si nota, che diventa invisibile. Ma può anche essere un’arte, e sembra che anche in questa O sensei Ueshiba Morihei eccellesse. A volte è necessario mimetizzarsi, confondersi per esempio in una folla, svanire per passare inosservati. La nostra sfera in questo caso diventa come trasparente, ma rimane allo stesso tempo molto presente, coerente, stabile e potente. Intorno alla persona si crea uno spazio vuoto quasi impenetrabile, quindi è delicato o addirittura difficile attaccarlo, e anche solo avvicinarsene. Ho avuto l’opportunità di sperimentarlo durante le dimostrazioni con il mio maestro Tsuda sensei, ma penso che fosse ancora più lampante dopo le sedute, quando prendevamo un caffè o un tè tutti insieme al dojo proprio di fronte agli spogliatoi dove eravamo riusciti a liberare un piccolo spazio. C’era un grande tavolo basso ed eravamo tutti seduti attorno ad esso, più o meno incollati l’uno all’altro, tranne che attorno a Sensei. C’era sempre uno spazio su entrambi i lati che sembrava invalicabile, e non era solo il rispetto a impedirci di sederci lì. C’era un vuoto molto concreto, molto reale, solido come una roccia. Tsuda sensei sembrava non prestarci mai attenzione, beveva il caffè, parlava, raccontava storie e poi, dopo una mezz’oretta o più, si alzava e se ne andava. Ma il vuoto rimaneva: anche se a volte ci fermavamo un po ‘di più, nessuno occupava il posto vuoto, qualcosa persisteva lì. Questa è quella che chiamo l’arte di creare uno spazio invalicabile attorno a sé, difficilmente ci si può esercitare in quest’arte, è piuttosto una capacità che emerge naturalmente, che emerge quando si diventa indipendenti, autonomi, quando si è oltrepassato la fase di iniziale apprendistato o quando se ne presenta la necessità.

L’uno e il multiplo

Ciò che è problematico non è la molteplicità degli attacchi, ma la nostra capacità di rimanere calmi in tutte le circostanze. Chi può vantarsene, e non è forse un mito? Se gli attacchi sono convenzionali, o previsti in anticipo, come una sorta di balletto, si esce dal ruolo pedagogico dell’Aikido. Si tratterà solo della ripetizione di gesti, che possono essere affinati o resi più estetici, certo, ma privi di profondità. Si tratterà di uno spettacolo che, per quanto professionale possa essere, per quanto ammirevole possa essere, non riguarda più l’Aikido, che avrà perso, io penso, il suo valore di cambiamento nel profondo dell’essere umano.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 4 nel mese di gennaio del 2021.Foto: Paul Bernas, Jérémie Logeay

Seitai e vita quotidiana #4

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Noguchi – Chuang-Tzu #3

Testo di  Haruchika Noguchi a proposito del capitolo di Chuang-Tzu «Lo spirito di nutrire la vita» (III). Per leggere l’iniziohttps://www.ecole-itsuo-tsuda.org/it/noguchi-tchouang-tseu-1/Vivere è una questione più importante che pensare. Essere vivi non è un mezzo, ma un fine. Così la vita dovrebbe essere portata avanti naturalmente solo con lo scopo di mantenere la vita: un’inspirazione, un’espirazione, un’alzata di mano, un movimento della gamba – tutti questi dovrebbero essere per il nutrimento della vita. Pertanto stare semplicemente in salute è una cosa molto preziosa. Zensei, vale a dire, “Una vita piena”, non è altro che la strada che gli uomini seguono, ed è la strada della natura. Vivere pienamente la vita che ci è data in pace di spirito non è a favore di un contenuto spirituale, ma è ciò che avrebbe già dovuto essere realizzato prima di ogni altra cosa. Dobbiamo vivere in modo vitale la vita umana, che è salute. Vivere sempre allegramente e felicemente – questo è sempre stato quello che è il vero valore per gli esseri umani.Gli esseri umani vivono perché sono nati, e poiché vivono, mangiano e dormono. Sono nati come risultato di un’esigenza naturale, e vivono come risultato della stessa esigenza. Vivere è naturale. E così anche morire è naturale. Per gli esseri umani portare a compimento la vita che è data loro viene prima di tutto. Ma questo non significa affatto essere attaccati alla vita. Chuang-Tzu disprezzava qualsiasi brama per cose particolari. Per lui, il sorgere di qualsiasi attaccamento è allo stesso tempo un allontanamento dalla via. Così egli parla di nutrire la vita e di mantenere il corpo in modo che il momento presente che è dato, proprio perché è il momento presente, possa essere usato pienamente, e certamente non perché la cosa data è la vita.Chuang-Tzu ha visto come un tutto unico i contrari di bene e male, di bellezza e bruttezza, e dell’utile e dell’inutile, e per lui la vita e la morte erano anche un tutto unico, quello che nasce muore e quello che cessa di esistere torna in vita. “La vita sorge dalla morte e la morte sorge dalla vita,” ha scritto.Quando Tsu-Yu contrasse una malattia paralizzante, Tsu-Szu andò a trovarlo e chiese: “Pensi che il tuo destino sia spiacevole?” La risposta di Tsu-Yu fu sorprendente: “Perché dovrei trovarlo spiacevole? Se si sono prodotti dei cambiamenti e il mio braccio sinistro si trasforma in un gallo, lo userò per annunciare l’alba. Se la mia spalla destra è trasformata in un proiettile, la userò per abbattere un piccione da arrostire. Se i miei glutei diventano ruote di carro e il mio spirito un cavallo, cavalcherò con loro. Allora non avrei bisogno di altro veicolo che me stesso – sarebbe meraviglioso!””Il tempo non cessa nemmeno per un istante, e se è destino per un essere umano nascere, allora è naturale che la forma vivente debba essere persa. Se sei felice con il flusso del tempo e in armonia con l’ordine delle cose, allora non vi è alcuna gioia o dolore particolare. Questo è quello che gli antichi chiamavano “liberazione dalla schiavitù”. Tu metti un cappio intorno al collo e non riesci a toglierlo; questo è perché esso è legato dalla mente che pensa in termini di giusto e sbagliato e buono e cattivo. Nulla può superare il paradiso. Nulla viene dall’odiare il paradiso.”Il punto di vista di Chuang-Tzu sul nutrire la vita è chiaro nelle parole che vengono dal passaggio in cui Kung Wen Hsien parla al Comandante dell’Esercito: “Il lavoro dell’uomo è comunque il lavoro della natura”. Questa è la strada che lui percorre. All’interno della sua attitudine – che qualsiasi cosa accada, è appropriata, e che quando qualcosa accade, vai avanti e affermi la realtà – non vi è nessuna traccia della rassegnazione che si trova nel sottostare al destino. La sua affermazione della realtà non è altro che l’affermazione della realtà. La dignità dell’uomo è espressa unicamente dalle parole di Lin Chi: “Ovunque tu sia, sii padrone”.Dal punto di vista di Chuang-Tzu, la sicurezza della gabbia per uccelli non è meglio che l’essere inconsapevolmente addormentati. Egli sente la vitalità della vita solo fintanto che l’esistenza è senza costrizioni.(continua?)Traduzione della Scuola Itsuo Tsuda.immagine : Chuang Tzu. Lu Chih (1496-1576)

#4 L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento

Fine di #1, 2 e3  L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento.  Articolo di Hiroyuki Noguchi pubblicato nel 2004. Tradotto dall’inglese dalla Scuola Itsuo Tsuda1.

La filosofia del Kata

E’ il modo in cui vediamo i nostri corpi, sia consciamente che inconsciamente, che determina quali esperienze percettive decidiamo di valutare. Cercando di compiere queste esperienze determiniamo le modalità secondo le quali muoviamo ed usiamo i nostri corpi. In breve ogni movimento compiuto da un essere umano è il riflesso della sua idea di corpo. Questo non si limita al movimento fisico visibile. Per esempio, è vero chela nostra respirazione è limitata dalla struttura del nostro apparato respiratorio ma ciò che consideriamo un “respiro profondo” è determinato dalla visione individuale del corpo. Analogamente, mentre l’atto di mangiare non può prescindere dalla struttura del sistema digestivo umano, è la nostra idea di corpo che determina esattamente quale sensazione consideriamo soddisfacente e quando sentiamo che abbiamo mangiato abbastanza. Inoltre, mentre l’equilibrio fisico è sottoposto all’influenza della forza di gravità sulla struttura dei nostri corpi, quale sensazione corporea scegliamo di chiamare stabile dipende dalla concezione di corpo individuale.Se quindi un gruppo di persone possiede un modo particolare di muovere od usare il corpo ne consegue che esse devono condividere una comune visione del corpo. Il modo di sedere formale in Giappone, chiamato Seiza, non può generare altro che un senso di costrizione a molti occidentali. Ai giapponesi tuttavia, sedere nella tradizionale posizione Seiza dava un senso di pace mentale. Questo modo di sedere, con entrambe le ginocchia piegate, genera un senso di completa immobilità. Impedisce alla mente di intraprendere qualsiasi movimento ulteriore, in effetti, eseguire movimenti improvvisi da questa posizione è piuttosto difficile. Sedere in Seiza obbliga ad entrare in uno stato di completa ricettività ed è in questa posizione che i giapponesi scrivono, suonano e mangiano. In momenti di tristezza, di preghiera o di risoluzione, il Seiza è stato indispensabile per il popolo giapponese. Leggere di più

#3 L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento

In seguito a #1 e 2 L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento.  Articolo di Hiroyuki Noguchi pubblicato nel 2004. Tradotto dall’inglese dalla Scuola Itsuo Tsuda1.

L’idea di corpo nell’ascetismo

Hiroshige,_The_moon_over_a_waterfall_512Con l’arrivo del buddismo millecinquecento anni fa, l’età dei re, simboleggiata dalle grandi tombe, terminò ed il Giappone entrò in una nuova era, governata dalla religione. Come con la restaurazione Meiji, lo stile di vita dei giapponesi fu radicalmente transformato. La cosa piuttosto interessante è che, contrariamente alla Restaurazione Meiji, l’arrivo del buddismo sembrò piuttosto chiarire la natura specifica della cultura giapponese.Fortunatamente il buddismo non venne trasmesso direttamente dall’India ma arrivò dopo aver transitato per la Cina. Durante il suo passaggio in Cina, il buddismo non ebbe altra scelta se non quella di fondersi con gli antecedenti indigeni del taoismo, che includono varie pratiche mistiche quali il fangshu e le filosofie di Lao-Tzu e di Chuang-Tzu. Queste pratiche, successivamente integrate nel taoismo, contemplano tutte delle pratiche ascetiche mirate alla coltivazione della longevità. Possiamo dire, di conseguenza, che il buddismo che arrivò in Giappone era stato già purificato dai cinesi, nel senso che era caratterizzato da una forte enfasi sulle pratiche ascetiche di tipo taoista [Sekiguchi, (1967)].Leggere di più

#1 L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento

Articolo di Hiroyuki Noguchi pubblicato nel 2004. Tradotto dall’inglese dalla Scuola Itsuo Tsuda1.In quattro sezioni : 1 Lo scenario della morte nella società moderna. 2 Percepire la vita in tutte le cose. 3 L’idea di corpo nell’ascetismo. 4 La filosofia del Kata

Al cuore di una cultura si trova una determinata visione del corpo, questa visione decide quali esperienze percettive questa cultura sceglie di apprezzare. Cercando di compiere queste esperienze, vengono stabiliti alcuni principi per muovere e trattare il corpo, questi principi stabiliscono poi la base per la padronanza delle abilità essenziali che compenetrano tutti i campi dell’arte, creando delle ricche fondamenta su cui la cultura stessa può prosperare. La cultura del Giappone tradizionale, disintegrata dalla restaurazione Meiji, possedeva, appunto, questo tipo di struttura. L’idea di corpo, le esperienze percettive condivise ed i principi del movimento che esistevano nella cultura tradizionale giapponese erano radicalmente diversi da quelli che arrivarono dall’Occidente e che furono ciecamente disseminati dal governo giapponese a partire dalla Restaurazione Meiji. Questo articolo discute le deboli basi del Giappone moderno in quanto cultura costruita sulla distruzione delle proprie tradizioni ed esplora la possibilità di dar vita ad una nuova cultura guardando alla struttura delle propria perduta tradizione culturale.Leggere di più