di Régis Soavi
Mentre l’Occidente si è quasi interamente convertito alla doccia, a dispetto dell’importanza che ha avuto il bagno nel corso dei secoli, l’Oriente e in particolare il Giappone sembrano prendere la stessa direzione. Malgrado un rinnovato interesse dovuto alla moda che ha coinvolto i giovani giapponesi, a quanto pare quasi solamente le persone anziane restano legate a ciò che si potrebbe chiamare “un modo di vivere ancestrale”. Ciò che caratterizza il bagno nel Seitai è che Haruchika Noguchi ne aveva fatto uno degli elementi della normalizzazione del terreno e che faceva parte dell’apprendimento per gli uchi deshi.

Itsuo Tsuda sensei
È stato Itsuo Tsuda sensei ad introdurre grazie ai suoi libri, e in particolare nel suo quarto tomo che s’intitola Uno, la pratica del bagno caldo seitai in Europa all’inizio degli anni settanta. Tecnico seitai, avendo studiato e lavorato con Haruchika Noguchi per più di vent’anni, appena giunto dal Giappone iniziò a far conoscere ciò che tradusse con Movimento rigeneratore: il katsugen undo. Era già una piccola rivoluzione far sperimentare questo “esercizio del sistema involontario” a un piccolo gruppo di Francesi e di Svizzeri, far loro accettare che lo si poteva praticare, come egli raccomandava, “senza conoscenza, senza tecnica, senza scopo”, ma Tsuda sensei non si fermò lì. Cominciò un lungo lavoro d’educazione, ma anche di chiarificazione, che incitava gli allievi a pensare e a sperimentare in prima persona invece di seguire sentieri battuti, delle idee, o dei protocolli. All’inizio, per concretizzare quest’immenso lavoro, pubblicava sotto forma di opuscoli di qualche pagina fotocopiata quelli che chiamavamo “i quaderni del signor Tsuda”. Sono questi quaderni, che scoprivamo più o meno ogni mese, che divennero i capitoli dei suoi libri.
È in occasione di uno stage di Movimento rigeneratore, durante una delle sue conferenze che chiamava “piccole chiacchierate”, che cominciò a parlare del bagno caldo. Non avevamo alcun idea di ciò che ci insegnava, una buona parte di noi visualizzava qualcosa che assomigliava piuttosto alla sauna o all’hammam. Come accadeva di solito per quello che ci faceva scoprire, gli ci vollero diversi anni per far passare il proprio messaggio. Ammettere che un bagno non consistesse semplicemente nel lavarsi per essere puliti ma potesse avere altre qualità, così come altre conseguenze, non era per noi, giovani francesi, una cosa scontata.
Il bagno nella vita quotidiana
«Nel Seitai, terreno normale vuole dire che si mantiene costantemente questa sensazione di benessere dopo il bagno caldo»1 ci diceva Tsuda sensei. Per comprendere il Seitai, dovevo quindi scoprire questa sensazione, chiave di volta della comprensione, e ciò avveniva come minimo tramite la scoperta del bagno caldo!
In Europa non ci sono, o ci sono molto pochi Sento2, Ofuro3 e ancor meno Onsen4, e scoprire il bagno caldo giapponese già non era una cosa semplice, ma comprendere in cosa il bagno seitai è particolare, risultava una sfida. Per avere la possibilità di essere iniziati semplicemente all’arte del bagno caldo è necessario conoscere una persona che abbia già avuto l’occasione non soltanto di scoprirlo, come durante un viaggio in Giappone, ma anche e soprattutto di averne fatto una pratica quotidiana. Quale differenza c’è tra un bagno “normale” e il bagno caldo, specialmente nel Seitai?
Il bagno in Occidente ha spesso come obiettivo il lavaggio o, al meglio, la distensione, è molto raramente preciso dal punto di vista della temperatura, ma in generale la temperatura non è eccessiva e ci si può rilassare restando nell’acqua abbastanza a lungo. In questo tipo di bagno l’acqua si raffredda sicuramente abbastanza in fretta, ma non è molto grave perché nel momento in cui la si trova troppo tiepida si esce dal bagno ed è tutto. Uno dei dati di base per comprendere la visione seitai del bagno, è ovviamente il bagno caldo così come viene praticato in Giappone, e per un Giapponese è molto più semplice fin dall’inizio. Ma ciò non basta perché il bagno seitai ha molte particolarità che lo differenziano dal bagno giapponese tradizionale. Noguchi sensei stesso si rammaricava spesso per l’incomprensione dei suoi allievi durante le sue conferenze sul bagno seitai in cui ne spiegava le ragioni e i benefici.
Vi sono moltissimi particolari che distinguono queste due maniere di fare il bagno. La preparazione del bagno caldo seitai richiede un’attenzione ed una precisione a cui molti di noi non sono più abituati, e che comunque non si hanno in generale per il bagno. La concentrazione richiesta nella sua preparazione può all’inizio scoraggiare molte persone che non sono più abituate ad utilizzare questa facoltà al di fuori del proprio lavoro, o che vi fanno ricorso soltanto da giovani in occasione dei propri studi. Molti allievi si mostrano molto entusiasti all’inizio, ma si stufano presto del lato ripetitivo e trovano rapidamente un altro tema d’interesse maggiormente in grado di soddisfare il proprio lato superficiale e leggero, acquisito in un mondo che spesso favorisce solo quest’aspetto.

Il bagno – istruzioni per l’uso
È praticamente impossibile in Francia avere una vasca pronta per essere usata, sempre piena d’acqua tiepida, che dovremmo solo riscaldare come si fa in Giappone. Il primo gesto consiste quindi nel riempirla di acqua calda e, in funzione della temperatura dell’ambiente, della tensione, della stanchezza che si sente, dell’atmosfera che c’è in casa, la quantità sarà diversa per permettere, quando si aggiunge un po’ di acqua fredda di ottenere la temperatura desiderata. Non si regola il termostato a priori e in modo perentorio in funzione di un’idea o di un protocollo. La temperatura del bagno non è mai un valore oggettivo. Se è quantificabile, resta comunque completamente soggettiva e dipende dal sentire di ogni persona, dalla sua percezione quando entra nel bagno. È una conoscenza che si esprime sotto forma di sensazioni, che si costruisce, e che si sviluppa man mano che si scopre cos’è il bagno caldo.
Le prime volte, non fosse che per misura di sicurezza per non rischiare di scottarsi, è indispensabile immergere una mano per sentire se la temperatura ci va bene, ma è estremamente difficile sapere, anche in modo approssimativo, se è corretta o no, ci manca l’essenziale, l’esperienza. Se non si viene accompagnati in questa scoperta risulta piuttosto difficile e molto spesso, le prime volte, il bagno è in qualche modo “sbagliato” anche se abbiamo comunque provato piacere, se ci ha disteso, reso più freschi ed anche rinvigorito.
La temperatura!
È la prima informazione che si cerca in quanto neofiti ed io non feci eccezione alla regola. Per di più Tsuda sensei si guardava bene dal facilitarci la cosa, scriveva semplicemente:
“La sensazione di calore differisce a seconda degli individui”5,
“Il bagno caldo provoca la diffusione del sangue canalizzato al cervello nel resto del corpo, ma l’effetto può essere rischioso per gli Europei che non ci sono abituati.”6,
“Il termometro da bagno, anche se è esatto e preciso, ha i seguenti difetti: sale in fretta ma scende lentamente. Mostra soltanto la temperatura locale di un punto nel bagno. Niente vale una mano con una buona sensibilità.”7,
“Che danno farei se dicessi, per esempio, che bisogna assolutamente fare il bagno a una certa temperatura! Siamo inondati da queste paccottiglie scientifiche che ci tolgono ogni possibilità di esercitare la nostra facoltà di concentrare l’attenzione e di sentire”.8
La mia personale temperatura del bagno si situa in generale tra i 43° e i 44° circa benché possa variare a volte di 1 o 2 gradi in più o in meno in funzione della giornata. Ho potuto constatarlo nel corso degli anni quando ero ancora novizio, perché controllavo ogni bagno con uno dei termometri che avevo testato. Ho tenuto quello che mi sembrava più corretto e più vicino alla mia sensazione. Ho continuato a verificare la correttezza della mia sensazione rispetto al calore del bagno per quasi vent’anni, misurando tra l’altro la temperatura del bagno quando ritenevo che fosse pronto, che non ci fosse niente da aggiungere, né acqua calda né acqua fredda.
Ancora oggi ogni volta che devo fare un “bagno tecnico” per qualcuno della mia famiglia, sono particolarmente attento, sia alla temperatura che alla maniera di entrare o di uscire, come alla durata. Per questo, un solo strumento: la concentrazione che alimenta la sensazione che a sua volta è nutrita dall’esperienza.

L’esperienza
È negli ultimi due capitoli del suo nono libro Di fronte alla scienza che Itsuo Tsuda sensei riporta in poche righe una delle conversazioni che avevo avuto con lui a proposito del bagno caldo seitai prima di pubblicare due mie lettere sull’argomento. Il titolo di questi capitoli “L’esperienza è la madre dell’intuizione” mi aveva colpito molto all’epoca e sono ancora commosso e riconoscente della fiducia che aveva espresso nei miei riguardi in considerazione di quelle poche parole che aveva scritto come intestazione così come alla fine del testo.9
Entrare in “questo mondo del bagno caldo” non è stato semplice e sarebbe troppo lungo spiegare qui tutte le procedure, gli esperimenti, e anche le verifiche che ho fatto durante questo periodo, tanto sulla maniera di entrare, il momento di uscire, quanto il modo in cui trovare la temperatura giusta, quella che andava bene al mio corpo in un dato momento, e quali fossero le conseguenze sul mio organismo, la mia sensibilità.
Il punto di partenza della mia ricerca in questo percorso consisteva nel trovare il modo di stimolare l’organismo e così permettergli di normalizzarsi. Il bagno caldo fa parte delle tecniche utilizzate nel Seitai per rendere il terreno del corpo più sensibile. Ho quindi cominciato come autodidatta, e principalmente su me stesso, seguendo le poche osservazioni e raccomandazioni di Tsuda sensei. Ho avuto bisogno di un po’ più di tre anni facendo il bagno tutti i giorni, vale a dire che è stato necessario preparare più o meno milleduecento bagni, senza contare quelli che preparavo per la mia compagna, prima di ottenere qualcosa di probante, qualcosa che mi permettesse di verificare da solo che ciò che scoprivo fosse affidabile e che potevo fidarmi delle mie sensazioni, della mia intuizione. Le reazioni e le riflessioni che Sensei mi faceva a proposito degli aneddoti che gli raccontavo su questo argomento, il mattino, o quando lo riaccompagnavo a casa dopo la seduta di Aikido, mi erano particolarmente preziose. Così potevo verificare che ciò che facevo aveva un senso, e il mio maestro, Itsuo Tsuda mi confermò il proprio interesse per lo sviluppo di questa ricerca pubblicando nel 1983 quelle poche righe sulla mia esperienza.
I bambini
Praticavo il Movimento rigeneratore e l’Aikido con Tsuda sensei da quasi dieci anni, e la mia sensibilità si era sviluppata molto, quando Manon, la mia prima figlia, è nata. In ragione della mia esperienza con il bagno, ero pronto ad accompagnarla fin dal suo primo bagno di nascita. Tsuda sensei scrive in proposito:
“La temperatura del primo bagno dopo la nascita deve essere regolata in funzione di quella del ventre materno alla quale il neonato era stato abituato, quindi si comincia a 37 gradi per salire fino a 38 gradi. La si può aumentare ancora di mezzo grado. Bisogna fare attenzione a non pulire in una sola volta lo strato di grasso che lo copre, chiamato vernice caseosa, poiché continua a proteggerlo dopo la nascita. Meglio che scompaia da solo dopo una settimana di bagni senza sapone, senza strofinarlo.”10
L’ho accompagnata così come ho fatto in seguito con le altre mie figlie, fino all’adolescenza, età in cui, avendone acquisita la capacità attraverso l’esperienza quotidiana, cominciarono a preparare da sole il bagno per se stesse. È primordiale nel Seitai, quando si vuole utilizzare il bagno caldo, farlo nel rispetto della velocità biologica dell’individuo e in particolare ovviamente quando si tratta di un bambino. Tsuda sensei ci spiegava che Haruchika Noguchi sensei, per risolvere i problemi quando i suoi figli erano troppo tesi, ansiosi, quando erano raffreddati o dovevano attraversare una malattia infantile, utilizzava la variazione e la modulazione della temperatura del bagno, la sua durata, così come la maniera di entrare nell’acqua. Ciò è di primaria importanza nel caso dei neonati, è per questo che Tsuda sensei spiegava: “Quello che importa, non è tanto la temperatura del bagno quanto il modo di immergervi il corpo. Il momento decisivo è quello in cui si mette il bambino nell’acqua calda, perché si utilizza la reazione che produce la differenza termica tra il corpo esposto all’aria e l’acqua del bagno sull’insieme della muscolatura. Il corpo si contrae temporaneamente al contatto con l’acqua calda e si distende gradualmente. Bisogna scegliere il momento preciso in cui la distensione provocata non sia ancora completa, in modo che la contrazione ricominci in seguito, per tirare fuori il bambino dal bagno.”11
Il Seitai ha per vocazione di permettere agli individui di vivere pienamente senza doversi preoccupare della propria salute, di attraversare le malattie, gli incidenti della vita, di reagire in modo adeguato a tutto quanto ci tocca in modo diretto o meno. Rimettere il corpo in buono stato, ritrovare una buona sensibilità, tutto ciò comincia presto, molto presto. Agire perché il bambino, fin dalla nascita, possa conservare l’equilibrio nel funzionamento del proprio corpo non è una cosa facile, il bagno caldo seitai, se è ben utilizzato, può essere di grande aiuto per i genitori che lo conoscono già per se stessi e che hanno compreso come utilizzarlo.
“L’utilizzo del bagno per il bambino piccolo ha principalmente come scopo di far consumare il suo eccesso di energia. Si pensa a nutrire il bambino piccolo ma si pensa raramente a fargli consumare la propria energia. Come se fosse un sacco che ci si accontenta di riempire con delle cose buone. Poiché il bambino piccolo non ha un sistema motorio sufficientemente sviluppato, non può consumare energia soltanto con dei movimenti del corpo. L’eccesso di nutrimento provoca in lui delle stagnazioni. Niente di meglio del bagno caldo per liquidare le stagnazioni e riattivare l’organismo nel bambino. Il bagno caldo è dunque una specie di ginnastica integrale invece di un lavaggio del corpo.”12
Senza una ricerca personale in questo campo è impossibile capire quello di cui sto parlando, mancherà sempre la sensazione concreta del bagno stesso, così come l’impressione del dopo-bagno caldo. Questa conoscenza non può essere unicamente teorica, altrimenti si potrebbe dire che ciò corrisponderebbe a conoscere tutto sul nuoto senza aver mai messo un piede nell’acqua, e voler insegnare agli altri a nuotare.
Nel Seitai, ad ogni situazione corrisponde un bagno preciso, se si è molto stanchi, se si ha mangiato o bevuto troppo, se si è infreddoliti o raffreddati. Non ci sono istruzioni per l’uso, tutto dipende dall’età, dalle condizioni di salute, dal periodo che si sta passando e da mille altri dettagli, ognuno con la propria importanza. «Nel Seitai non esiste scienza del generale ma soltanto una scienza del particolare» ci diceva Sensei.
Un vademecum per il bagno
Anche in questo caso non c’è un manuale che ci metta in condizione di fare il bagno con dei risultati garantiti al cento per cento, in tutta sicurezza e con un’affidabilità irreprensibile. Tutto dipende dal modo di prepararlo così come dalla disposizione interiore. Se si è presuntuosi, o distratti, è meglio non provarci, se non a vostro rischio e pericolo! È impossibile e anche pericoloso dare consigli a chi non è abituato. Sono spesso le persone meno competenti che provano ad insegnare il “vademecum” del bagno caldo. Presentandosi come degli iniziati esprimono le proprie idee sulla cosa con tanto d’articoli o sui social network, dando ricette che dovrebbero risolvere ogni problema di salute, ogni difficoltà. Indicano anche tutte le cosiddette precauzioni che bisogna prendere con “Il Bagno caldo”, dimenticando purtroppo molto spesso alcune nozioni di primaria importanza. Le conseguenze possono essere serie, e gli incidenti, anche poco gravi, possono rivelarsi a volte inquietanti per delle persone che non sono per niente abituate al bagno caldo. Si tratta tuttavia il più delle volte di usare un po’ di buon senso e non fare come chi fa di tutto un po’, o gli imprudenti presuntuosi.
Il bagno di piedi
Ci sono molti bagni tecnici nel Seitai: il bagno di gambe, il bagno per quando si ha un’intossicazione alimentare, il bagno per eliminare un eccesso di bevande alcoliche, quando c’è fatica cerebrale, per equilibrare la nutrizione di un bambino piccolo, ecc.
Ecco un esempio di bagno tecnico che ci aveva rivelato Tsuda sensei e che aveva come obiettivo quello di favorire il nostro approccio a questa conoscenza pratica:
“Il bagno ai piedi di cui ho spiegato il principio comincia a diffondersi tra i praticanti. Si tratta di immergere i piedi fino a sopra i malleoli in un bagno di 2 gradi più caldo del bagno abituale, il che rende il bagno intollerabilmente caldo per un organismo normale. Dopo due minuti, si tirano fuori i piedi che diventano rossi e li si asciuga. In caso di raffreddore, uno dei piedi rimane pallido. Lo si immerge nuovamente nel bagno, aggiungendovi prima acqua calda, finché diventa rosso a sua volta.”13
A una prima lettura si può pensare che la tecnica serva a guarire il raffreddore mentre una volta di più, conformemente all’orientazione del Seitai, si tratta di stimolare il corpo per attraversare il raffreddore, accelerare le reazioni corporee in modo da uscirne più forti e in miglior salute quando è finito. È una tecnica che sembra molto semplice, ma se si rilegge il breve testo con attenzione prima di cominciare ci si renderà conto che, sebbene sia preciso, ci sono molti dettagli sconosciuti che sono lungi dall’essere banali e che richiedono riflessione prima di tentare l’avventura. Ci si renderà conto tuttavia in seguito, dopo molte esperienze, che la cosa non è così complicata quando la sensibilità ci guida.
Il Seitai, una diversa comprensione dell’igiene
Il Seitai ha una visione dell’igiene certamente diversa ma più moderna da un certo punto di vista, malgrado la sua anteriorità, da quella che è oggi diffusa nella maggior parte dei media. Una concezione della pulizia che si accorda non solo con l’ecologia ma anche con gli studi più avanzati in materia di simbiosi, come quelli raccolti da M.-A. Selosse, che l’hanno portato al concetto di “sporcizia pulita”, e di cui ecco due estratti:
“La riconciliazione con il mondo microbico si scontra frontalmente con i nostri codici di pulizia. [E] urta educazione e buone maniere. Ma è qui che la pulizia (un codice sociale) non corrisponde più all’igiene (la pratica medica che migliora la salute). Ieri, si pensava a torto che l’igiene passasse attraverso la sterilizzazione, il che ha condotto a una visione della pulizia […] controproducente rispetto a malattie legate alla modernità come il diabete, l’obesità, le allergie.”14
“La teoria igienista incontra quindi la nozione di ‘sporcizia pulita’: un certo grado di contaminazione è richiesto per un buono sviluppo e un buon funzionamento del sistema immunitario”.15
Con il bagno caldo si agisce in primo luogo sulla pelle. È importante rendersi conto che la pelle è il più grande organo del corpo umano, rappresenta il 16% del suo peso totale, non è giusto una “specie di sacco di cuoio nel quale è chiuso il corpo”16, un semplice involucro dalla composizione complessa: essa interagisce con l’ambiente e svolge delle funzioni vitali.
L’epidermide comprende delle cellule immunitarie ed è a questo livello che si trova il microbiota cutaneo, popolato da miliardi di microrganismi. L’acqua calda stimola il sistema immunitario della pelle senza aggredirlo con prodotti aggressivi o battericidi come quelli contenuti nei gel-doccia o altri saponi detergenti. Il calore stimola la sudorazione al punto che si suda anche nell’acqua, il che favorisce il lavoro del sistema neurovegetativo e l’eliminazione delle tossine e di altre impurità attraverso i canali sudoriferi. Il fatto di favorire l’evacuazione attraverso il sudore elimina anche le macerazioni batteriche e quindi gli odori corporei sgradevoli.
Le condizioni della vita moderna – lavoro, trasporti, mediatizzazione ad oltranza, e quindi stress di ogni tipo – creano nell’individuo delle tensioni che tendono a far ammalare chiunque. La soluzione proposta è spesso la medicalizzazione. Di fronte all’insonnia si propongono dei sonniferi, contro il nervosismo dei calmanti, per risolvere l’apatia degli stimolanti, contro la depressione delle sostanze euforizzanti, ecc. Il bagno caldo così come l’intende il Seitai non è la panacea, è una possibilità di regolare l’organismo, è uno strumento per ritrovare l’equilibrio, l’autonomia, grazie al rilassamento e allo stesso tempo alla stimolazione di tutto il corpo. Il benessere che allora si prova, deriva dalla distensione grazie all’energia che circola di nuovo, e dalla chiarezza di spirito che si può sentire perché la “testa” si ritrova vuotata dalle preoccupazioni accumulate nella vita di tutti i giorni. Si scopre allora cosa significhi “la sensazione di dopo il bagno caldo” di cui parlavano Haruchika Noguchi sensei e Tsuda sensei; è una delle chiavi, uno degli strumenti impalpabili, ma fondamentali, per chi voglia avere un approccio al Seitai che non sia soltanto intellettuale ma più concreto e pratico.

Il bagno caldo nel quotidiano
Il bagno caldo è sempre un immenso piacere, nella famiglia tutti lo attendono, quando arriva il momento, nessuno avrà voglia di sottrarvisi, anzi al contrario, è un’occasione talmente importante, ed eppure così semplice, per distendersi, per recuperare dopo le fatiche e le tensioni a cui è difficile sfuggire nella giornata. I bambini non sono mai restii, soprattutto se lo conoscono fin dalla nascita, ma qualsiasi cosa se ne pensi, è più di un’abitudine quotidiana, fa parte per loro di un momento di riequilibrio che sentono intuitivamente.
Diventa spesso un asse centrale nella famiglia, una circostanza unica nel suo genere grazie alla quale tutti si ritrovano per quest’attività indipendentemente dall’età e dalle occupazioni. È per esempio nel momento del bagno che si riallacciano dei rituali, un certo tipo di comunicazione tra i genitori e i figli, un momento in cui possono ritrovarsi fuori dalle contingenze sociali imposte dalla società e dai suoi codici.
Si prepara il bagno il più delle volte di sera, senza precipitazione, e ognuno dopo essersi lavato si immerge nell’acqua calda. Quelli che lo fanno più caldo saranno i primi, perché è più facile raffreddare l’acqua che scaldarla nelle condizioni attuali della vita cittadina occidentale. Ciononostante ognuno ha una temperatura del bagno che va bene per lui, diversa dagli altri, anche se di molto poco, a volte di qualche decimo di grado, ma il soddisfacimento di questo bisogno del corpo che si sente esige un aggiustamento, certo soggettivo, ma molto preciso. Poiché la temperatura dell’acqua tende ad abbassarsi, spesso bisogna riscaldare il bagno in modo da ottenere la soddisfazione. A volte anche alla fine del proprio bagno, si esce e si aggiunge dell’acqua bollente che si mischia nella vasca per preparare una “riattivazione”: dato che il corpo si è raffreddato, quando ci si reimmerge, la differenza di temperatura tra l’aria e l’acqua sentita dalla pelle è maggiore, si resta qualche minuto appena e si esce.
Questo tipo di bagno è ben conosciuto nel Seitai perché stimola molto di più l’organismo ed è possibile usarlo per aiutare il corpo ad attraversare una malattia o per esempio dopo un piccolo incidente del quotidiano. È meglio ciononostante non esagerare il numero di riattivazioni né il calore delle stesse, perché se si pensa che così le reazioni saranno più forti e quindi più efficaci, è un errore. Troppa potenza altera spesso la forza della reazione che si era sperata e la trasforma a volte in una reazione opposta. Ognuno conosce già le proprie abitudini, le proprie tendenze rispetto al calore del proprio bagno, ma ci si stupisce a volte del bagno che ci si è preparati da sé. È per questo che capita di farsi, anche in seguito, questo tipo di riflessioni: «Ma guarda, oggi avevo veramente voglia di un bagno molto più caldo» o «È curioso, ho bisogno di un bagno rilassante in questo momento, lo faccio veramente meno caldo del solito».
L’apprendimento del Seitai
L’arte del bagno presso Noguchi sensei faceva parte dell’apprendimento del Seitai per gli uchi deshi. L’allievo doveva preparare il bagno per il suo maestro in modo che fosse pronto nel momento in cui rientrava dai propri spostamenti o dai suoi corsi, dai propri incontri all’esterno. Ciò non sembra così difficile se non si conoscono le condizioni con cui l’allievo si confrontava:
prima di tutto non sapeva quando Noguchi sensei sarebbe tornato dalle visite che faceva in città perché i suoi orari non erano mai gli stessi, non sapeva neanche se la sua giornata era stata difficile o piuttosto piacevole e quindi se era stanco, teso o rilassato. Doveva prevedere in quale momento sarebbe stato di ritorno per avere il tempo di preparare il bagno, cosa che richiedeva tra l’altro, all’epoca, di alimentare una stufa a legna concepita esplicitamente per riscaldare l’acqua e portarla alla temperatura corretta. Doveva indovinare quale sarebbe stato il suo umore, senza nessuna informazione, sapere quale fosse la temperatura dell’acqua senza termometro. Come fare?
Aspettare che rientrasse e parlarne con lui?
Spiegargli che le condizioni che esigeva erano inumane?
Fare appello, se fosse esistito, al sindacato degli uchi deshi?
O lasciar perdere tutto «perché è troppo difficile»?
Tutte le reazioni sarebbero state perfettamente comprensibili, soprattutto quando si conosce l’ultima raccomandazione di Noguchi sensei, la più difficile, la peggiore da un certo punto di vista, l’allievo non aveva il diritto di toccare l’acqua del bagno, neanche con la punta di un dito. E ciò qualsiasi fossero le difficoltà, le condizioni, il bisogno di verificare, ecc. Cosa gli restava da fare? Una sola ed unica soluzione per continuare in questa via: utilizzare e sviluppare la propria intuizione.
‘L’art du bain chaud dans le Seitaï’, un article de Régis Soavi publié en octobre 2021 dans la revue Yashima #13.
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Notes :
-
- ITsuda Itsuo, Uno, Yume editions, 2020
- Bagni pubblici giapponesi.
- Designa il bagno giapponese ma anche la vasca.
- Bagni termali giapponesi alimentati da una sorgente calda.
- Tsuda Itsuo, Uno, Yume editions, 2020, pp. 104-105.
- Ibid., p. 106.
- Ibid., pp. 105.
- Ibid., p. 108.
- Tsuda Itsuo, Face à la Science, Le Courrier du Livre, 1983 pp. 140–152)
- Tsuda Itsuo, Uno, Yume editions, 2020,
- p. 109.
- Ibid., p. 109.
- Ibid., p. 108.
- Ibid., p. 107.
- Marc-André Selosse, “L’homme augmenté… grâce aux microbiotes”, Pour la Science [en ligne], octobre 2019.
- Marc-André Selosse, Jamais seul. Ces microbes qui construisent les plantes, les animaux et les civilisations, Acte sud, 2017, p. 186.
- Noguchi Haruchika, Colds and their benefits, Zensei Publishing Company, 1986, p. 105. Traduzione École Itsuo Tsuda.









Con l’arrivo del buddismo millecinquecento anni fa, l’età dei re, simboleggiata dalle grandi tombe, terminò ed il Giappone entrò in una nuova era, governata dalla religione. Come con la restaurazione Meiji, lo stile di vita dei giapponesi fu radicalmente transformato. La cosa piuttosto interessante è che, contrariamente alla Restaurazione Meiji, l’arrivo del buddismo sembrò piuttosto chiarire la natura specifica della cultura giapponese.Fortunatamente il buddismo non venne trasmesso direttamente dall’India ma arrivò dopo aver transitato per la Cina. Durante il suo passaggio in Cina, il buddismo non ebbe altra scelta se non quella di fondersi con gli antecedenti indigeni del taoismo, che includono varie pratiche mistiche quali il fangshu e le filosofie di Lao-Tzu e di Chuang-Tzu. Queste pratiche, successivamente integrate nel taoismo, contemplano tutte delle pratiche ascetiche mirate alla coltivazione della longevità. Possiamo dire, di conseguenza, che il buddismo che arrivò in Giappone era stato già purificato dai cinesi, nel senso che era caratterizzato da una forte enfasi sulle pratiche ascetiche di tipo taoista [Sekiguchi, (1967)].
Tra le politiche di occidentalizzazione che portarono allo smembramento della cultura tradizionale giapponese ci fu, nel 1873, il cambio del calendario. Il governo Meiji decise di abolire il calendario lunare-solare che era stato utilizzato per milleduecento anni e sostituirlo con il cosiddetto calendario gregoriano o calendario solare. L’uso effettivo del nuovo calendario si realizzò solo 23 anni dopo il decreto governativo causando grande confusione nella popolazione. Ma, cosa più importante, ebbe un enorme impatto sul fondamentale senso delle stagioni e dei cicli della vita del popolo giapponese. Il vecchio calendario era comunemente chiamato il “calendario del fattore” a causa dei suoi stretti legami con le attività agricole [Fujii, (1997)]. Non veniva calcolato unicamente su base astronomica, ma si basava su una profonda comprensione dei cicli vitali di piante e creature della terra, con ulteriori aggiustamenti in accordo con l’osservazione dei corpi celesti. Si può dire che il passaggio dal vecchio al nuovo calendario fosse essenzialmente il passaggio da un ordine temporale centrato sui cicli vitali ad un ordine temporale oggettivo, basato sulla scienza astronomica occidentale.Il vecchio calendario poneva ilcapodanno in corrispondenza dei primi segnali dell’arrivo della primavera, annunciata dalla fioritura dei pruni e dal canto degli uccelli, il secondo mese corrispondeva alla fioritura dei ciliegi ed il terzo a quella dei peschi. Il tempo veniva calcolato in base ai cicli delle attività della vita nella natura che, al contrario di pianeti e stelle, non sono scanditi da intervalli regolari. Siccome il vecchio calendario dava più importanza ai cicli di crescita di piante e creature ed all’umana esperienza delle stagioni rispetto ai calcoli rigo-rosi dell’oggettiva regolarità dei movimenti planetari, ogni anno cominciava in un giorno diverso in accordo col nuovo calendario. Ogni anno, durante l’undicesimo mese, veniva annunciato il calendario per l’anno successivo in base a cui venivano pianificate le attività agricole, gli eventi e le festività. Il governo Meiji considerava non scientifico questo calendario basato sui cicli della vita e decise di usare il calendario solare basato sui movimenti planetari. Un ordinamento temporale razionale dal punto di vista dell’astronomia tuttavia non è sempre razionale dal punto di vista della vita umana e delle altre creature. La scienza moderna rigettò l’ordine temporale centrato sulla vita e propose la misura del tempo oggettivo. Successe in qualche modo lo stesso col ritmo musicale: originariamente veniva stabilito secondo la velocità del passo e successivamente venne convertito in un tempo matematico misurato dai metronomi, dando una musica che suona soffocante e rigida sia per il pubblico che per il musicista. E’ come sostituire il respiro umano con polmoni artificiali che si muovono secondo una sequenza matematicamente prestabilita. I ritmi della vita però, esistono in un ordine diverso rispetto ai cicli matematici di ripetizione.Con il cambio del calendario il senso delle stagioni dei giapponesi andò in confusione. Il nuovo calendario non dà altra scelta se non quella di vivere in una cornice temporale completamente scissa da quella del Giappone tradizionale. Per i nostri antenati, l’inizio dell’anno nuovo corrispondeva sempre alla chiara sensazione dell’arrivo della primavera. Oggi il capodanno è posto a metà dell’inverno. Tuttavia i giapponesi continuano a scambiarsi cartoline di auguri per l’anno nuovo che celebrano la primavera. Questo non è altro che l’esecuzione di un rituale, salutare la nuova primavera senza farne però l’esperienza. Nel settimo giorno del primo mese, in tutte le case giapponesi si consuma un porridge di riso alle sette erbe primaverili. Eppure è il settimo giorno del primo mese del vecchio calendario il momento in cui queste sette erbe sono effettivamente presenti nei campi. Nessuna di queste si trova in natura il 7 gennaio del calendario corrente. Tuttavia per poter compiere questo rito fittizio i negozi riempono i loro scaffali di queste sette erbe, coltivate però in serra. Allo stesso modo il festival dello Hinamatsuri, in cui le famiglie celebrano la crescita delle loro figlie è il 3 di marzo. In questo giorno le famiglie che hanno una bambina creano uno spazio dove porre delle bambole vestite con gli abiti tradizionali contornate da fiori di pesco. I fiori di pesco non fioriscono il tre di marzo del nuovo calendario. Di nuovo, gli scaffali dei negozi vengono riempiti di fiori pro-venienti dalle serre. Il popolo del Giappone moderno ripete queste finte ricorrenze anno dopo anno. Eppure continuano a presentare il loro paese agli stranieri dicendo che “la bellezza della cultura giapponese sta nel suo armonizzarsi con la natura”. La cosa importante è che praticamente nessuno in Giappone oggi si rende conto di questa scollatura. Hanno perso la percezione diretta del cambio delle stagioni e ciò che rimane è semplicemente la relazione concettuale tra date ed eventi. In ogni caso la strana tendenza dei giapponesi di oggi a comportarsi come le genti del Giappone tradizionale nei confronti dell’esterno dopo aver accettato le politiche governative di occidentalizzazione potrebbe essere considerato un argomento interessante per lo studio dei disturbi psicologici. Ironicamente, la maggior parte dei giapponesi non sanno che nei libri di storia giapponese gli anni sono registrati in accordo con il nuovo calendario ma il mese ed il giorno seguono quello vecchio. Un altro esempio della loro confusione concerne i nomi dei mesi. Nonostante abbiano senso solo nel contesto del vecchio calendario la gente continua ad usarli anche nel nuovo. Ne risulta una sconnessione tra nome ed esperienza: Minazuki, il nome del sesto mese del vecchio calendario, che significa “il mese senza acqua”, viene oggi usato per il mese di giugno, nonostante giugno sia nel bel mezzo della stagione delle piogge. In queste circostanze non c’è da stupirsi se la maggior parte dei giapponesi di oggi hanno perso interesse nella lettura e nella comprensione dei classici. Infine, la percezione delle stagioni per i giapponesi moderni è il mero riconoscimento del cambiamento di temperatura. Le diverse stagioni non sono altro che la registrazione della distribuzione di temperature durante l’anno. Per la gente che viveva con il vecchio calendario la percezione delle stagioni non era certamente basata sul cambiamento della temperatura. Facevano attenzione ai lievi cambiamenti nell’ambiente natu-rale che li circondava, erano deliziati dal coltivare una delicata consapevolezza del cambiamento di stagione. Questo viene dimostrato chiaramente dall’antica poesia Haiku e Waka.L’esperienza percettiva diretta del contatto con i cicli stagionali, i cui esempi abbondano nella letteratura classica giappo-nese parlano di un fondamentale aspetto della vita tradizionale giapponese: nella fattispecie, una visione del mondo in cui tutte le cose hanno vita. La capacità di percepire che tutte le cose sono vive, risonanti in armonia l’una con l’altra, era ciò che dava alle persone la certezza di essere vive. “Sono vivo” era sinonimo di “Tutto è vivo”. Coltivare la capacità di percepire un senso di vitalità nell’ambiente circostante era un modo, diretto, di nutrire la propria vita. Ze-ami (1363?-1443?) considerato il fondatore del Nô, spiega ai suoi discepoli nel Fushikaden che “la via della poesia porta longevità e dovrebbe quindi essere seguita con ogni mezzo” [Nogami & Nishio, 1958, p. 11)]. Oggi nessuno penserebbe alla poesia come ad un metodo per migliorare la salute. Ma in un mondo in cui tutto è vivo, tutto, inclusi la poesia ed il Nô, può portare la longevità poiché creare una relazione che fosse in risonanza con il mondo naturale era esattamente il modo di rinvigorire la propria vita.La cultura tradizionale del Giappone è una cultura artigiana. I maestri artigiani di tutti i campi hanno fornito per secoli le stesse istruzioni ai loro apprendisti. Senza eccezioni, affermano che i materiali usati per la loro arte sono “vivi”. I tintori dicono che la stoffa è viva; il vasaio dice che l’argilla è viva; i fabbri sostengono che l’acciaio che forgiano è vivo [S.B.B. Inc., (19xx)].I chiodi d’acciaio forgiati dai fabbri tradizionali giapponesi contengono più impurità di quelli moderni prodotti nella for-nace. Attualmente è stato osservato che chiodi estratti da strutture costruite seicento anni fa sono ancora privi di ruggine ed in perfette condizioni al punto da poter essere riutilizzati oggi. Questo fatto, che va contro le teorie scientifiche, può non dimostrare di per sé che tutto è vivo, ma suggerisce che l’antica credenza dei fabbri nella vitalità dell’acciaio poteva essere infusa in un singolo chiodo per renderlo forte e durevole. Questa visione del mondo, in cui tutte le cose hanno vita, era anche la base dei metodi costruttivi della tradizionale architettura lignea. Il legname da costruzione veniva lasciato all’aperto, esposto alle intemperie per un periodo di circa dieci anni. Dopo la seconda guerra mondiale tuttavia, gli scienziati fecero il loro ingresso nell’industria del legname, analizzarono la quantità di umidità contenuta nel legname stagionato all’aperto ed introdussero macchine asciugatrici che potevano ottenere lo stesso livello di umidità in sole tre ore. Comprimere dieci anni in tre ore tuttavia, rimuove l’umidità a livello cellulare rendendo superficiale la capacità del legno di assorbire l’umidità. In altre parole, priva il legno dei suoi attributi originali limitandone la durata. Sin dall’inizio, la prova scientifica ha sempre richiesto di rendere visibile l’invisibile. Il metodo usato dalla scienza è quello di convertire ciò che non può essere quantificato in qualcosa che possa esserlo: in questo caso “l’esposizione all’aria” diventa “asciugatura”. Esporre il legno alle intemperie per dieci anni significa esporlo a pioggia, vento, caldo e neve per dieci anni. I carpentieri dei santuari e dei templi di Kyoto fanno stagionare il legno nell’acqua in modo da sostituire l’acqua in esso contenuta con acqua nuova. Questo, ovviamente, differisce radicalmente dall'”asciugatura”.
Il processo di esposizione all’aria aperta dà al legno dieci anni per adattarsi ad un ambiente diverso da quello in cui era cresciuto e questo riflette l’antica attitudine che considerava il legno “vivo”. Era questa capacità di percepire il legname come vivo che permetteva la costru-zione di strutture lignee che possono durare mille anni.La politica di occidentalizzazione tuttavia continua nel mondo dell’architettura di oggi. I regolamenti governativi richiedono un tasso di umidità inferiore al 20% per il legname da costruzione. Questo valore è impossibile da raggiungere attraverso i metodi di essicazione naturale, il che significa che il governo permette solo l’uso di legno artificialmente essiccato. Nonostante sia vero che la robustezza di ciascun pezzo di legname sia maggiore quando l’umidità è inferiore al 20% le qualità naturali del legno vengono perdute; viene deprivato della sua capacità di respirare. L’architettura occidentale enfatizza la robustezza dei singoli pezzi ma non vede il legname come un essere vivente. In pratica, il legno non viene trattato diversamente dall’acciaio. L’architettura tradizionale, d’altra parte, enfatizzava l’equilibrio. Cercava la forza attraverso l’equilibrio e considerava la forza vitale del legname di cruciale importanza nell’ottenimento della robustezza desiderata.Negli ultimi cento anni, la scienza ha fatto del suo meglio per privare il tempo del suo potere. Ma la vita cresce e matura col tempo e la compressione del tempo richiede necessaria-mente dei sacrifici. Così come l’ascolto della musica richiede un tempo che non può essere compresso, una crescita forzata può solamente generare uno sviluppo anormale. Il lavoro di stratificazione dei laccatori, la forgiatura dei chiodi dei fabbri, il lavoro dei maestri costruttori di spade, tutto ciò richiede tempo. Per secoli gli artigiani si sono concentrati nel cogliere il Ki (il momento opportuno) e nell’uso del Ma (l’intervallo temporale). Il lavoro del maestro di spada consiste nello scaldare l’acciaio, rimuoverlo al momento opportuno, quindi, dopo una pausa appropriata, raffreddarlo rapidamente nell’acqua prima di rimetterlo nel fuoco. Questo processo viene ripetuto più e più volte e l’arte consiste nel padroneggiare il tempismo, l’intensità e l’uso delle pause (Ki, Do, Ma). Queste tecniche hanno reso possibile la creazione di spade che non possono essere ripro-dotte nemmeno con le più avanzate tecnologie moderne.Ogni pastiglia che i medici della medicina occidentale somministrano ai loro pazienti contiene una quantità di principi attivi. Un paziente ad esempio, può consumare simultanea-mente dieci principi attivi in una singola pillola. Questo illustra ancor più direttamente la natura della ricerca dell'”efficienza”, vista nell’essicazione artificiale e nei metodi di crescita forzata sopra menzionati. In parole semplici, è la conversione del tempo in spazio, e dovremmo riconoscere che questa è la vera causa degli effetti collaterali nocivi della medicina moderna. Nella pratica della medicina cinese il medico somministra un singolo ingrediente attivo al paziente, in seguito osserva i risultati prima di decidere cosa somministrare in seguito. Questo significa che ci vogliono almeno dieci giorni per somministrare dieci ingredienti. Osservare le condizioni del paziente e agirea seconda dei progressi ottenuti è certamente un processo naturale e non dovrebbe essere bollato come “inefficiente”. Sembra inefficiente semplicemente perché la scienza ha valorizzato la sostituzione degli invisibili ritmi della vita con il visibile movimento del tempo cronologico. Questa filosofia valuta il risul-tato più del processo e la conseguenza più dell’esperienza. Dovremmo riconsiderare se la soddisfazione che cerchiamo nella vita riguarda l’esperienza o il risultato. Il ritmo contenuto nel tempo ci concede una esperienza ricca e la certezza di essere vivi. Sotto il pretesto del positivismo si cela l’assurdità dello scienziato che accende la luce per studiare l’oscurità.
Una delle abilità fondamentali nella carpenteria tradizionale è il saper discernere a colpo d’occhio l’alto ed il basso di un pezzo di legno. Questo perché i carpentieri tradizionali credono che ogni pezzo di legno contenga la memoria del cielo e della terra in cui stava in montagna, e di conseguenza, non acquisirebbe una nuova vita se non fosse posizionato secondo questa memoria. La distinzione tra la parte anteriore e quella posteriore è egualmente importante. La parte anteriore è quella che era esposta al sole; mentre quella posteriore è ovviamente quella opposta. Gli alberi cresciuti sul fronte est di una montagna vengono usati come pilastri per il lato orientale dell’edificio; alberi cresciuti sul lato ovest vengono usati per la parte occidentale. I pilastri di ogni direzione vengono sistemati a seconda di come sono cresciuti nel loro terreno natale, si crede che in questo modo gli alberi possano acquisire una seconda vita. In effetti quando anche un solo pilastro viene posizionato sottosopra lo spazio risultante darà una sgradevole sensazione di squilibrio. Gli spazi tradizionalmente abitati dai giapponesi negli ultimi duemila anni erano costruiti seguendo questi metodi che armonizzavano i materiali viventi con la vita [Nishioka, (1993)]. La risultante sensazione di essere circondati da una vita intangibile era esattamente il senso di comfort che scelsero di coltivare.Vediamo quindi che le basi dei metodi costruttivi riscontrabili nell’architettura lignea tradizionale giapponese differiscono da quelle dell’architettura occidentale. Tuttavia i metodi tradizionali sviluppati attraverso l’acquisizione di conoscenze empiriche non basterebbero per rendere l’architettura giapponese degna di essere chiamata “cultura”. La “cultura” nell’architettura giapponese sta nell’indivisibilità della sensibilità del carpentiere dai suoi metodi costruttivi. La scoperta di come la percezione o la consapevolezza individuale dell’intangibile possa essere usata nell’esecuzione di determinate tecniche in modo che queste acquistino Vita, questo è quello che i vecchi giapponesi chiamavano Waza (arte o abilità). L’affinamento di tali Waza o, in altre parole, l’affinamento della propria sensibilità – per riprendere l’esempio dell’architettura – è ciò che genera armonia con la sensibiltà dell’abitante e crea un senso di ricchezza e comfort nello spazio abitato.Nella sua essenza, la cultura è la condivisione di determinati valori intangibili da parte di un popolo – la coscienza collettiva di un popolo che si raccoglie di fronte all’astratto.Consideriamo il kimono tradizionale giapponese. Diversamente dagli indumenti occidentali, il kimono non è un oggetto compiuto in sé. Il vero prodotto non è il kimono, ma la stoffa di cui è fatto. Per sua natura, il kimono è composto interamente da varie pezze rettangolari. Può quindi essere riportato facilmente al suo stato di stoffa, semplicemente scucendolo. La stoffa può allora essere tinta di nuovo e riusata per fare nuovi abiti. Può passare in questo modo anche attraverso diverse generazioni di possessori. Questo concetto di rigenerazione è fondamentale per tale visione del mondo in cui tutto possiede vita.La costruzione dei Nô di Ze-ami richiedeva addirittura una rispondenza con i morti. Il Nô è un’arte teatrale che include danza, canto e narrazione. La vicenda viene rappresentata da tre personaggi principali: il viaggiatore, il monaco ed il fantasma. Quello che Ze-ami richiedeva dagli interpreti non era né recitazione né l’espressione delle emozioni ma una diretta rispondenza ed armonizzazione con i morti. Il Nô per Zeami era un rituale di purificazione in cui i morti dovevano essere pacificati e rinascere. Questo grave tema introdotto da Zeami portò alla cultura giapponese il concetto di Yugen (general-mente tradotto con “penetrante e profondo”). Le esperienze percettive del Mono no Aware, del Wabi, del Sabi e dello Yugen, cruciali per la comprensione della cultura giapponese, sono tutte emerse dalla stessa visione del mondo, e per questo motivo potevano essere condivise dai giapponesi [Shinkawa, (1985)].Il tempio di Ise, con i suoi millecinquecento anni di storia, è il più importante santuario dello Shintoismo. Nella porzione di foresta compresa nel recinto del tempio, un preciso rituale è stato ripetuto ogni mattina ed ogni sera durante tutta la storia del santuario. Questo rituale chiamato Higoto-Asa-Yu-Ohmikesai implica la pulizia del santuario e l’offerta di cibo allo Spirito. L’autosufficienza è la regola. Tutte le offerte devono provenire dall’interno del recinto del tempio. Il santuario possiede i suoi orti e giardini da cui vengono raccolti riso, vegetali e frutta;saline in cui il sale viene estratto secondo gli antichi metodi. Ed un pozzo che non si è mai prosciugato in questi millecinque-cento anni. Il cibo viene preparato con un fuoco spiritualmente purificato, chiamato Imibi, acceso ruotando un punteruolo di legno su una tavoletta anch’essa di legno – metodo risalente al periodo Yayoi – mentre le stoviglie, di terracotta non smaltata, sono cotte nel forno del tempio. L’aspetto più notevole del tempio di Ise è il rituale dello Shikinen Sengu. Questo rituale consiste nel completo disassemblamento e ricostruzione del tempio ogni vent’anni. I materiali da costruzione per i nuovi edifici provengono interamente dalla foresta del tempio. Con questi materiali gli edifici vengono ricostruiti con la stessa identica forma e nuovi alberi vengono piantati al posto di quelli rimossi per essere utilizzati nella ricostruzione rituale di duecento anni dopo [Yano, (1993)]. Queste attività, ripetute per un periodo di millecinquecento anni, illustrano la visione del mondo del tempio senza l’uso del linguaggio.In questo modo, l’idea che la vita esiste ovunque è stata la corrente sotterranea della la cultura tradizionale giapponese. Riconosceva la vita in tutte le cose portando alla certezza di una armonia tra tutte le cose che scorre ininterrottamente dal passato al futuro.
L’attore, scrittore,
