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L’arte del bagno caldo nel Seitai

di Régis Soavi

Mentre l’Occidente si è quasi interamente convertito alla doccia, a dispetto dell’importanza che ha avuto il bagno nel corso dei secoli, l’Oriente e in particolare il Giappone sembrano prendere la stessa direzione. Malgrado un rinnovato interesse dovuto alla moda che ha coinvolto i giovani giapponesi, a quanto pare quasi solamente le persone anziane restano legate a ciò che si potrebbe chiamare “un modo di vivere ancestrale”. Ciò che caratterizza il bagno nel Seitai è che Haruchika Noguchi ne aveva fatto uno degli elementi della normalizzazione del terreno e che faceva parte dell’apprendimento per gli uchi deshi.

Bagno pubblico Futarishizuka Hakuun. Foto Paul Bernas

Itsuo Tsuda sensei

È stato Itsuo Tsuda sensei ad introdurre grazie ai suoi libri, e in particolare nel suo quarto tomo che s’intitola Uno, la pratica del bagno caldo seitai in Europa all’inizio degli anni settanta. Tecnico seitai, avendo studiato e lavorato con Haruchika Noguchi per più di vent’anni, appena giunto dal Giappone iniziò a far conoscere ciò che tradusse con Movimento rigeneratore: il katsugen undo. Era già una piccola rivoluzione far sperimentare questo “esercizio del sistema involontario” a un piccolo gruppo di Francesi e di Svizzeri, far loro accettare che lo si poteva praticare, come egli raccomandava, “senza conoscenza, senza tecnica, senza scopo”, ma Tsuda sensei non si fermò lì. Cominciò un lungo lavoro d’educazione, ma anche di chiarificazione, che incitava gli allievi a pensare e a sperimentare in prima persona invece di seguire sentieri battuti, delle idee, o dei protocolli. All’inizio, per concretizzare quest’immenso lavoro, pubblicava sotto forma di opuscoli di qualche pagina fotocopiata quelli che chiamavamo “i quaderni del signor Tsuda”. Sono questi quaderni, che scoprivamo più o meno ogni mese, che divennero i capitoli dei suoi libri.

È in occasione di uno stage di Movimento rigeneratore, durante una delle sue conferenze che chiamava “piccole chiacchierate”, che cominciò a parlare del bagno caldo. Non avevamo alcun idea di ciò che ci insegnava, una buona parte di noi visualizzava qualcosa che assomigliava piuttosto alla sauna o all’hammam. Come accadeva di solito per quello che ci faceva scoprire, gli ci vollero diversi anni per far passare il proprio messaggio. Ammettere che un bagno non consistesse semplicemente nel lavarsi per essere puliti ma potesse avere altre qualità, così come altre conseguenze, non era per noi, giovani francesi, una cosa scontata.

Il bagno nella vita quotidiana

«Nel Seitai, terreno normale vuole dire che si mantiene costantemente questa sensazione di benessere dopo il bagno caldo»1 ci diceva Tsuda sensei. Per comprendere il Seitai, dovevo quindi scoprire questa sensazione, chiave di volta della comprensione, e ciò avveniva come minimo tramite la scoperta del bagno caldo!

In Europa non ci sono, o ci sono molto pochi Sento2, Ofuro3 e ancor meno Onsen4, e scoprire il bagno caldo giapponese già non era una cosa semplice, ma comprendere in cosa il bagno seitai è particolare, risultava una sfida. Per avere la possibilità di essere iniziati semplicemente all’arte del bagno caldo è necessario conoscere una persona che abbia già avuto l’occasione non soltanto di scoprirlo, come durante un viaggio in Giappone, ma anche e soprattutto di averne fatto una pratica quotidiana. Quale differenza c’è tra un bagno “normale” e il bagno caldo, specialmente nel Seitai?

Il bagno in Occidente ha spesso come obiettivo il lavaggio o, al meglio, la distensione, è molto raramente preciso dal punto di vista della temperatura, ma in generale la temperatura non è eccessiva e ci si può rilassare restando nell’acqua abbastanza a lungo. In questo tipo di bagno l’acqua si raffredda sicuramente abbastanza in fretta, ma non è molto grave perché nel momento in cui la si trova troppo tiepida si esce dal bagno ed è tutto. Uno dei dati di base per comprendere la visione seitai del bagno, è ovviamente il bagno caldo così come viene praticato in Giappone, e per un Giapponese è molto più semplice fin dall’inizio. Ma ciò non basta perché il bagno seitai ha molte particolarità che lo differenziano dal bagno giapponese tradizionale. Noguchi sensei stesso si rammaricava spesso per l’incomprensione dei suoi allievi durante le sue conferenze sul bagno seitai in cui ne spiegava le ragioni e i benefici.

Vi sono moltissimi particolari che distinguono queste due maniere di fare il bagno. La preparazione del bagno caldo seitai richiede un’attenzione ed una precisione a cui molti di noi non sono più abituati, e che comunque non si hanno in generale per il bagno. La concentrazione richiesta nella sua preparazione può all’inizio scoraggiare molte persone che non sono più abituate ad utilizzare questa facoltà al di fuori del proprio lavoro, o che vi fanno ricorso soltanto da giovani in occasione dei propri studi. Molti allievi si mostrano molto entusiasti all’inizio, ma si stufano presto del lato ripetitivo e trovano rapidamente un altro tema d’interesse maggiormente in grado di soddisfare il proprio lato superficiale e leggero, acquisito in un mondo che spesso favorisce solo quest’aspetto.

quietude interieure calligraphie itsuo tsuda
Quiétude intérieure. Calligraphie de Itsuo Tsuda

Il bagno – istruzioni per l’uso

È praticamente impossibile in Francia avere una vasca pronta per essere usata, sempre piena d’acqua tiepida, che dovremmo solo riscaldare come si fa in Giappone. Il primo gesto consiste quindi nel riempirla di acqua calda e, in funzione della temperatura dell’ambiente, della tensione, della stanchezza che si sente, dell’atmosfera che c’è in casa, la quantità sarà diversa per permettere, quando si aggiunge un po’ di acqua fredda di ottenere la temperatura desiderata. Non si regola il termostato a priori e in modo perentorio in funzione di un’idea o di un protocollo. La temperatura del bagno non è mai un valore oggettivo. Se è quantificabile, resta comunque completamente soggettiva e dipende dal sentire di ogni persona, dalla sua percezione quando entra nel bagno. È una conoscenza che si esprime sotto forma di sensazioni, che si costruisce, e che si sviluppa man mano che si scopre cos’è il bagno caldo.

Le prime volte, non fosse che per misura di sicurezza per non rischiare di scottarsi, è indispensabile immergere una mano per sentire se la temperatura ci va bene, ma è estremamente difficile sapere, anche in modo approssimativo, se è corretta o no, ci manca l’essenziale, l’esperienza. Se non si viene accompagnati in questa scoperta risulta piuttosto difficile e molto spesso, le prime volte, il bagno è in qualche modo “sbagliato” anche se abbiamo comunque provato piacere, se ci ha disteso, reso più freschi ed anche rinvigorito.

La temperatura!

È la prima informazione che si cerca in quanto neofiti ed io non feci eccezione alla regola. Per di più Tsuda sensei si guardava bene dal facilitarci la cosa, scriveva semplicemente:

“La sensazione di calore differisce a seconda degli individui”5,
“Il bagno caldo provoca la diffusione del sangue canalizzato al cervello nel resto del corpo, ma l’effetto può essere rischioso per gli Europei che non ci sono abituati.”6,

“Il termometro da bagno, anche se è esatto e preciso, ha i seguenti difetti: sale in fretta ma scende lentamente. Mostra soltanto la temperatura locale di un punto nel bagno. Niente vale una mano con una buona sensibilità.”7,

“Che danno farei se dicessi, per esempio, che bisogna assolutamente fare il bagno a una certa temperatura! Siamo inondati da queste paccottiglie scientifiche che ci tolgono ogni possibilità di esercitare la nostra facoltà di concentrare l’attenzione e di sentire”.8

La mia personale temperatura del bagno si situa in generale tra i 43° e i 44° circa benché possa variare a volte di 1 o 2 gradi in più o in meno in funzione della giornata. Ho potuto constatarlo nel corso degli anni quando ero ancora novizio, perché controllavo ogni bagno con uno dei termometri che avevo testato. Ho tenuto quello che mi sembrava più corretto e più vicino alla mia sensazione. Ho continuato a verificare la correttezza della mia sensazione rispetto al calore del bagno per quasi vent’anni, misurando tra l’altro la temperatura del bagno quando ritenevo che fosse pronto, che non ci fosse niente da aggiungere, né acqua calda né acqua fredda.

Ancora oggi ogni volta che devo fare un “bagno tecnico” per qualcuno della mia famiglia, sono particolarmente attento, sia alla temperatura che alla maniera di entrare o di uscire, come alla durata. Per questo, un solo strumento: la concentrazione che alimenta la sensazione che a sua volta è nutrita dall’esperienza.

bagno caldo
Itsuo Tsuda sensei mentre fa il bagno caldo in una vasca all’aperto.

L’esperienza

È negli ultimi due capitoli del suo nono libro Di fronte alla scienza che Itsuo Tsuda sensei riporta in poche righe una delle conversazioni che avevo avuto con lui a proposito del bagno caldo seitai prima di pubblicare due mie lettere sull’argomento. Il titolo di questi capitoli “L’esperienza è la madre dell’intuizione” mi aveva colpito molto all’epoca e sono ancora commosso e riconoscente della fiducia che aveva espresso nei miei riguardi in considerazione di quelle poche parole che aveva scritto come intestazione così come alla fine del testo.9

Entrare in “questo mondo del bagno caldo” non è stato semplice e sarebbe troppo lungo spiegare qui tutte le procedure, gli esperimenti, e anche le verifiche che ho fatto durante questo periodo, tanto sulla maniera di entrare, il momento di uscire, quanto il modo in cui trovare la temperatura giusta, quella che andava bene al mio corpo in un dato momento, e quali fossero le conseguenze sul mio organismo, la mia sensibilità.

Il punto di partenza della mia ricerca in questo percorso consisteva nel trovare il modo di stimolare l’organismo e così permettergli di normalizzarsi. Il bagno caldo fa parte delle tecniche utilizzate nel Seitai per rendere il terreno del corpo più sensibile. Ho quindi cominciato come autodidatta, e principalmente su me stesso, seguendo le poche osservazioni e raccomandazioni di Tsuda sensei. Ho avuto bisogno di un po’ più di tre anni facendo il bagno tutti i giorni, vale a dire che è stato necessario preparare più o meno milleduecento bagni, senza contare quelli che preparavo per la mia compagna, prima di ottenere qualcosa di probante, qualcosa che mi permettesse di verificare da solo che ciò che scoprivo fosse affidabile e che potevo fidarmi delle mie sensazioni, della mia intuizione. Le reazioni e le riflessioni che Sensei mi faceva a proposito degli aneddoti che gli raccontavo su questo argomento, il mattino, o quando lo riaccompagnavo a casa dopo la seduta di Aikido, mi erano particolarmente preziose. Così potevo verificare che ciò che facevo aveva un senso, e il mio maestro, Itsuo Tsuda mi confermò il proprio interesse per lo sviluppo di questa ricerca pubblicando nel 1983 quelle poche righe sulla mia esperienza.

I bambini

Praticavo il Movimento rigeneratore e l’Aikido con Tsuda sensei da quasi dieci anni, e la mia sensibilità si era sviluppata molto, quando Manon, la mia prima figlia, è nata. In ragione della mia esperienza con il bagno, ero pronto ad accompagnarla fin dal suo primo bagno di nascita. Tsuda sensei scrive in proposito:

“La temperatura del primo bagno dopo la nascita deve essere regolata in funzione di quella del ventre materno alla quale il neonato era stato abituato, quindi si comincia a 37 gradi per salire fino a 38 gradi. La si può aumentare ancora di mezzo grado. Bisogna fare attenzione a non pulire in una sola volta lo strato di grasso che lo copre, chiamato vernice caseosa, poiché continua a proteggerlo dopo la nascita. Meglio che scompaia da solo dopo una settimana di bagni senza sapone, senza strofinarlo.”10

L’ho accompagnata così come ho fatto in seguito con le altre mie figlie, fino all’adolescenza, età in cui, avendone acquisita la capacità attraverso l’esperienza quotidiana, cominciarono a preparare da sole il bagno per se stesse. È primordiale nel Seitai, quando si vuole utilizzare il bagno caldo, farlo nel rispetto della velocità biologica dell’individuo e in particolare ovviamente quando si tratta di un bambino. Tsuda sensei ci spiegava che Haruchika Noguchi sensei, per risolvere i problemi quando i suoi figli erano troppo tesi, ansiosi, quando erano raffreddati o dovevano attraversare una malattia infantile, utilizzava la variazione e la modulazione della temperatura del bagno, la sua durata, così come la maniera di entrare nell’acqua. Ciò è di primaria importanza nel caso dei neonati, è per questo che Tsuda sensei spiegava: “Quello che importa, non è tanto la temperatura del bagno quanto il modo di immergervi il corpo. Il momento decisivo è quello in cui si mette il bambino nell’acqua calda, perché si utilizza la reazione che produce la differenza termica tra il corpo esposto all’aria e l’acqua del bagno sull’insieme della muscolatura. Il corpo si contrae temporaneamente al contatto con l’acqua calda e si distende gradualmente. Bisogna scegliere il momento preciso in cui la distensione provocata non sia ancora completa, in modo che la contrazione ricominci in seguito, per tirare fuori il bambino dal bagno.”11

Il Seitai ha per vocazione di permettere agli individui di vivere pienamente senza doversi preoccupare della propria salute, di attraversare le malattie, gli incidenti della vita, di reagire in modo adeguato a tutto quanto ci tocca in modo diretto o meno. Rimettere il corpo in buono stato, ritrovare una buona sensibilità, tutto ciò comincia presto, molto presto. Agire perché il bambino, fin dalla nascita, possa conservare l’equilibrio nel funzionamento del proprio corpo non è una cosa facile, il bagno caldo seitai, se è ben utilizzato, può essere di grande aiuto per i genitori che lo conoscono già per se stessi e che hanno compreso come utilizzarlo.

“L’utilizzo del bagno per il bambino piccolo ha principalmente come scopo di far consumare il suo eccesso di energia. Si pensa a nutrire il bambino piccolo ma si pensa raramente a fargli consumare la propria energia. Come se fosse un sacco che ci si accontenta di riempire con delle cose buone. Poiché il bambino piccolo non ha un sistema motorio sufficientemente sviluppato, non può consumare energia soltanto con dei movimenti del corpo. L’eccesso di nutrimento provoca in lui delle stagnazioni. Niente di meglio del bagno caldo per liquidare le stagnazioni e riattivare l’organismo nel bambino. Il bagno caldo è dunque una specie di ginnastica integrale invece di un lavaggio del corpo.”12

Senza una ricerca personale in questo campo è impossibile capire quello di cui sto parlando, mancherà sempre la sensazione concreta del bagno stesso, così come l’impressione del dopo-bagno caldo. Questa conoscenza non può essere unicamente teorica, altrimenti si potrebbe dire che ciò corrisponderebbe a conoscere tutto sul nuoto senza aver mai messo un piede nell’acqua, e voler insegnare agli altri a nuotare.
Nel Seitai, ad ogni situazione corrisponde un bagno preciso, se si è molto stanchi, se si ha mangiato o bevuto troppo, se si è infreddoliti o raffreddati. Non ci sono istruzioni per l’uso, tutto dipende dall’età, dalle condizioni di salute, dal periodo che si sta passando e da mille altri dettagli, ognuno con la propria importanza. «Nel Seitai non esiste scienza del generale ma soltanto una scienza del particolare» ci diceva Sensei.

Un vademecum per il bagno

Anche in questo caso non c’è un manuale che ci metta in condizione di fare il bagno con dei risultati garantiti al cento per cento, in tutta sicurezza e con un’affidabilità irreprensibile. Tutto dipende dal modo di prepararlo così come dalla disposizione interiore. Se si è presuntuosi, o distratti, è meglio non provarci, se non a vostro rischio e pericolo! È impossibile e anche pericoloso dare consigli a chi non è abituato. Sono spesso le persone meno competenti che provano ad insegnare il “vademecum” del bagno caldo. Presentandosi come degli iniziati esprimono le proprie idee sulla cosa con tanto d’articoli o sui social network, dando ricette che dovrebbero risolvere ogni problema di salute, ogni difficoltà. Indicano anche tutte le cosiddette precauzioni che bisogna prendere con “Il Bagno caldo”, dimenticando purtroppo molto spesso alcune nozioni di primaria importanza. Le conseguenze possono essere serie, e gli incidenti, anche poco gravi, possono rivelarsi a volte inquietanti per delle persone che non sono per niente abituate al bagno caldo. Si tratta tuttavia il più delle volte di usare un po’ di buon senso e non fare come chi fa di tutto un po’, o gli imprudenti presuntuosi.

Il bagno di piedi

Ci sono molti bagni tecnici nel Seitai: il bagno di gambe, il bagno per quando si ha un’intossicazione alimentare, il bagno per eliminare un eccesso di bevande alcoliche, quando c’è fatica cerebrale, per equilibrare la nutrizione di un bambino piccolo, ecc.

Ecco un esempio di bagno tecnico che ci aveva rivelato Tsuda sensei e che aveva come obiettivo quello di favorire il nostro approccio a questa conoscenza pratica:

“Il bagno ai piedi di cui ho spiegato il principio comincia a diffondersi tra i praticanti. Si tratta di immergere i piedi fino a sopra i malleoli in un bagno di 2 gradi più caldo del bagno abituale, il che rende il bagno intollerabilmente caldo per un organismo normale. Dopo due minuti, si tirano fuori i piedi che diventano rossi e li si asciuga. In caso di raffreddore, uno dei piedi rimane pallido. Lo si immerge nuovamente nel bagno, aggiungendovi prima acqua calda, finché diventa rosso a sua volta.”13

A una prima lettura si può pensare che la tecnica serva a guarire il raffreddore mentre una volta di più, conformemente all’orientazione del Seitai, si tratta di stimolare il corpo per attraversare il raffreddore, accelerare le reazioni corporee in modo da uscirne più forti e in miglior salute quando è finito. È una tecnica che sembra molto semplice, ma se si rilegge il breve testo con attenzione prima di cominciare ci si renderà conto che, sebbene sia preciso, ci sono molti dettagli sconosciuti che sono lungi dall’essere banali e che richiedono riflessione prima di tentare l’avventura. Ci si renderà conto tuttavia in seguito, dopo molte esperienze, che la cosa non è così complicata quando la sensibilità ci guida.

Il Seitai, una diversa comprensione dell’igiene

Il Seitai ha una visione dell’igiene certamente diversa ma più moderna da un certo punto di vista, malgrado la sua anteriorità, da quella che è oggi diffusa nella maggior parte dei media. Una concezione della pulizia che si accorda non solo con l’ecologia ma anche con gli studi più avanzati in materia di simbiosi, come quelli raccolti da M.-A. Selosse, che l’hanno portato al concetto di “sporcizia pulita”, e di cui ecco due estratti:

“La riconciliazione con il mondo microbico si scontra frontalmente con i nostri codici di pulizia. [E] urta educazione e buone maniere. Ma è qui che la pulizia (un codice sociale) non corrisponde più all’igiene (la pratica medica che migliora la salute). Ieri, si pensava a torto che l’igiene passasse attraverso la sterilizzazione, il che ha condotto a una visione della pulizia […] controproducente rispetto a malattie legate alla modernità come il diabete, l’obesità, le allergie.”14

“La teoria igienista incontra quindi la nozione di ‘sporcizia pulita’: un certo grado di contaminazione è richiesto per un buono sviluppo e un buon funzionamento del sistema immunitario”.15

Con il bagno caldo si agisce in primo luogo sulla pelle. È importante rendersi conto che la pelle è il più grande organo del corpo umano, rappresenta il 16% del suo peso totale, non è giusto una “specie di sacco di cuoio nel quale è chiuso il corpo”16, un semplice involucro dalla composizione complessa: essa interagisce con l’ambiente e svolge delle funzioni vitali.

L’epidermide comprende delle cellule immunitarie ed è a questo livello che si trova il microbiota cutaneo, popolato da miliardi di microrganismi. L’acqua calda stimola il sistema immunitario della pelle senza aggredirlo con prodotti aggressivi o battericidi come quelli contenuti nei gel-doccia o altri saponi detergenti. Il calore stimola la sudorazione al punto che si suda anche nell’acqua, il che favorisce il lavoro del sistema neurovegetativo e l’eliminazione delle tossine e di altre impurità attraverso i canali sudoriferi. Il fatto di favorire l’evacuazione attraverso il sudore elimina anche le macerazioni batteriche e quindi gli odori corporei sgradevoli.

Le condizioni della vita moderna – lavoro, trasporti, mediatizzazione ad oltranza, e quindi stress di ogni tipo – creano nell’individuo delle tensioni che tendono a far ammalare chiunque. La soluzione proposta è spesso la medicalizzazione. Di fronte all’insonnia si propongono dei sonniferi, contro il nervosismo dei calmanti, per risolvere l’apatia degli stimolanti, contro la depressione delle sostanze euforizzanti, ecc. Il bagno caldo così come l’intende il Seitai non è la panacea, è una possibilità di regolare l’organismo, è uno strumento per ritrovare l’equilibrio, l’autonomia, grazie al rilassamento e allo stesso tempo alla stimolazione di tutto il corpo. Il benessere che allora si prova, deriva dalla distensione grazie all’energia che circola di nuovo, e dalla chiarezza di spirito che si può sentire perché la “testa” si ritrova vuotata dalle preoccupazioni accumulate nella vita di tutti i giorni. Si scopre allora cosa significhi “la sensazione di dopo il bagno caldo” di cui parlavano Haruchika Noguchi sensei e Tsuda sensei; è una delle chiavi, uno degli strumenti impalpabili, ma fondamentali, per chi voglia avere un approccio al Seitai che non sia soltanto intellettuale ma più concreto e pratico.

Régis Soavi en conférence

Il bagno caldo nel quotidiano

Il bagno caldo è sempre un immenso piacere, nella famiglia tutti lo attendono, quando arriva il momento, nessuno avrà voglia di sottrarvisi, anzi al contrario, è un’occasione talmente importante, ed eppure così semplice, per distendersi, per recuperare dopo le fatiche e le tensioni a cui è difficile sfuggire nella giornata. I bambini non sono mai restii, soprattutto se lo conoscono fin dalla nascita, ma qualsiasi cosa se ne pensi, è più di un’abitudine quotidiana, fa parte per loro di un momento di riequilibrio che sentono intuitivamente.

Diventa spesso un asse centrale nella famiglia, una circostanza unica nel suo genere grazie alla quale tutti si ritrovano per quest’attività indipendentemente dall’età e dalle occupazioni. È per esempio nel momento del bagno che si riallacciano dei rituali, un certo tipo di comunicazione tra i genitori e i figli, un momento in cui possono ritrovarsi fuori dalle contingenze sociali imposte dalla società e dai suoi codici.

Si prepara il bagno il più delle volte di sera, senza precipitazione, e ognuno dopo essersi lavato si immerge nell’acqua calda. Quelli che lo fanno più caldo saranno i primi, perché è più facile raffreddare l’acqua che scaldarla nelle condizioni attuali della vita cittadina occidentale. Ciononostante ognuno ha una temperatura del bagno che va bene per lui, diversa dagli altri, anche se di molto poco, a volte di qualche decimo di grado, ma il soddisfacimento di questo bisogno del corpo che si sente esige un aggiustamento, certo soggettivo, ma molto preciso. Poiché la temperatura dell’acqua tende ad abbassarsi, spesso bisogna riscaldare il bagno in modo da ottenere la soddisfazione. A volte anche alla fine del proprio bagno, si esce e si aggiunge dell’acqua bollente che si mischia nella vasca per preparare una “riattivazione”: dato che il corpo si è raffreddato, quando ci si reimmerge, la differenza di temperatura tra l’aria e l’acqua sentita dalla pelle è maggiore, si resta qualche minuto appena e si esce.

Questo tipo di bagno è ben conosciuto nel Seitai perché stimola molto di più l’organismo ed è possibile usarlo per aiutare il corpo ad attraversare una malattia o per esempio dopo un piccolo incidente del quotidiano. È meglio ciononostante non esagerare il numero di riattivazioni né il calore delle stesse, perché se si pensa che così le reazioni saranno più forti e quindi più efficaci, è un errore. Troppa potenza altera spesso la forza della reazione che si era sperata e la trasforma a volte in una reazione opposta. Ognuno conosce già le proprie abitudini, le proprie tendenze rispetto al calore del proprio bagno, ma ci si stupisce a volte del bagno che ci si è preparati da sé. È per questo che capita di farsi, anche in seguito, questo tipo di riflessioni: «Ma guarda, oggi avevo veramente voglia di un bagno molto più caldo» o «È curioso, ho bisogno di un bagno rilassante in questo momento, lo faccio veramente meno caldo del solito».

L’apprendimento del Seitai

L’arte del bagno presso Noguchi sensei faceva parte dell’apprendimento del Seitai per gli uchi deshi. L’allievo doveva preparare il bagno per il suo maestro in modo che fosse pronto nel momento in cui rientrava dai propri spostamenti o dai suoi corsi, dai propri incontri all’esterno. Ciò non sembra così difficile se non si conoscono le condizioni con cui l’allievo si confrontava:

prima di tutto non sapeva quando Noguchi sensei sarebbe tornato dalle visite che faceva in città perché i suoi orari non erano mai gli stessi, non sapeva neanche se la sua giornata era stata difficile o piuttosto piacevole e quindi se era stanco, teso o rilassato. Doveva prevedere in quale momento sarebbe stato di ritorno per avere il tempo di preparare il bagno, cosa che richiedeva tra l’altro, all’epoca, di alimentare una stufa a legna concepita esplicitamente per riscaldare l’acqua e portarla alla temperatura corretta. Doveva indovinare quale sarebbe stato il suo umore, senza nessuna informazione, sapere quale fosse la temperatura dell’acqua senza termometro. Come fare?

Aspettare che rientrasse e parlarne con lui?
Spiegargli che le condizioni che esigeva erano inumane?
Fare appello, se fosse esistito, al sindacato degli uchi deshi?
O lasciar perdere tutto «perché è troppo difficile»?

Tutte le reazioni sarebbero state perfettamente comprensibili, soprattutto quando si conosce l’ultima raccomandazione di Noguchi sensei, la più difficile, la peggiore da un certo punto di vista, l’allievo non aveva il diritto di toccare l’acqua del bagno, neanche con la punta di un dito. E ciò qualsiasi fossero le difficoltà, le condizioni, il bisogno di verificare, ecc. Cosa gli restava da fare? Una sola ed unica soluzione per continuare in questa via: utilizzare e sviluppare la propria intuizione.

‘L’art du bain chaud dans le Seitaï’, un article de Régis Soavi publié en octobre 2021 dans la revue Yashima #13.

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Notes :

    1. ITsuda Itsuo, Uno, Yume editions, 2020
    2. Bagni pubblici giapponesi.
    3. Designa il bagno giapponese ma anche la vasca.
    4. Bagni termali giapponesi alimentati da una sorgente calda.
    5. Tsuda Itsuo, Uno, Yume editions, 2020, pp. 104-105.
    6. Ibid., p. 106.
    7. Ibid., pp. 105.
    8. Ibid., p. 108.
    9. Tsuda Itsuo, Face à la Science, Le Courrier du Livre, 1983 pp. 140–152)
    10. Tsuda Itsuo, Uno, Yume editions, 2020,
    11.  p. 109.
    12. Ibid., p. 109.
    13. Ibid., p. 108.
    14. Ibid., p. 107.
    15. Marc-André Selosse, “L’homme augmenté… grâce aux microbiotes”, Pour la Science [en ligne], octobre 2019.
    16. Marc-André Selosse, Jamais seul. Ces microbes qui construisent les plantes, les animaux et les civilisations, Acte sud, 2017, p. 186.
    17. Noguchi Haruchika, Colds and their benefits, Zensei Publishing Company, 1986, p. 105. Traduzione École Itsuo Tsuda.

 

Vivere Seitai

di Régis Soavi. 

«Il Seitai 整体 ha, prima di tutto, a che fare con l’individuo nella sua individualità, e non con un uomo medio secondo un calcolo statistico. La vita stessa è invisibile ma, manifestandosi negli individui, dà luogo ad un’infinità di formule diverse.1» ( (Tsuda Itsuo)

Seitai: filosofia o terapeutica?

Seitai Kyōkai di Tokio 整体協会. Seduta di Katsugen Undo nel 1980.
Seitai Kyōkai di Tokyo 整体協会. Seduta di Katsugen Undo nel 1980.

Il Seitai, e il suo corollario il Katsugen undo 活元運動 (2), sono riconosciuti in Giappone dagli anni sessanta dal Ministero dell’educazione (oggi Ministero dell’educazione, della cultura, degli sport, della scienza e della tecnologia) come un movimento d’educazione. Non sono riconosciuti come una terapeutica – che sarebbe riconosciuta dal ministero della sanità. L’ambiguità tra i due viene tuttavia mantenuta da un gran numero dei suoi divulgatori.
Dalla pubblicazione nel corso degli anni settanta dell’opera di Itsuo Tsuda, il Seitai fa sognare tra le fila delle numerose persone che si interessano alle tecniche New-age, Orientalisti o altri. Talora ci si improvvisa tecnici, talora si aggiungono degli “ingredienti seduttori” come scriveva lo stesso Tsuda sensei. È tempo di mettere un po’ d’ordine, di tentare di richiarire tutto questo, e per questo basta fare riferimento tanto all’insegnamento di Itsuo Tsuda che ai testi originali del creatore di quest’insegnamento, di questa scienza dell’umano, di questa filosofia.

Haruchika Noguchi sensei

Noguchi Haruchika sensei (1911-1976), fondatore del Seitai.

Questo Giapponese, fondatore dell’Istituto Seitai (3), è l’autore di una trentina di libri di cui tre sono stati tradotti in inglese. È anche lo scopritore di tecniche che permettono di far scattare il Movimento rigeneratore in quanto ginnastica del sistema involontario (4). Molto giovane, Haruchika Noguchi 野口晴哉 scopre di avere una capacità che pensa sia unica e “extra-ordinaria”: quella di “guarire le persone”. Questa capacità, la scopre in occasione del grande terremoto del 1923 che devasta la città di Tokyo, alleviando una vicina che soffre di dissenteria, semplicemente posandole la mano sulla schiena. Molto rapidamente la voce si diffonde, e le persone si precipitano all’indirizzo dei suoi genitori per ricevere delle cure. Egli si accontenta di posare le mani sulle persone che se ne vanno alleviate dai loro malanni. Comincia allora una carriera di guaritore, ha solo dodici anni, la sua reputazione assume una tale ampiezza che all’età di quindici anni apre il suo primo dojo nella stessa Tokyo. Ma Noguchi sensei si pone delle domande: qual è la forza che agisce quando posa le mani e perché lui solo detiene questo potere? Invece di approfittare di ciò che pensa essere un dono e sfruttarlo, ricerca, s’interroga, comincia a studiare come autodidatta. Per anni ricerca delle soluzioni ai problemi che gli pongono i suoi clienti attraverso le conoscenze che provengono dall’agopuntura dell’antica medicina tradizionale cinese, che studia con suo zio, dalla medicina giapponese (kampo 漢方), dai diversi tipi di shiatsu e kuatsu, e anche dall’anatomia occidentale, ecc. La sua fama è tale che viene conosciuto e riconosciuto anche internazionalmente. Incontrerà infatti in seguito numerosi terapeuti alcuni dei quali sono già, o diventeranno, famosi, come Masahiro Oki, il creatore dell’Oki-do Yoga, o Akinobu Kishi sensei, creatore dello shiatsu Sei-ki, o anche, più conosciuto in Francia, Moshé Feldenkrais, con cui avrà degli scambi in numerose occasioni. Ma ha già compreso che questa forza che sente in sé non gli appartiene in quanto individuo, e che esiste invece in tutti gli esseri umani ed è ciò che chiamerà più tardi la forza di coesione della vita.

Il Seitai: una visione globale

Régis Soavi
Régis Soavi

È negli anni cinquanta che il Maestro Noguchi cambia completamente orientazione. Attraverso la propria esperienza pratica e i propri studi personali, giunge alla conclusione che nessun metodo di guarigione può salvare l’essere umano. Abbandona la terapeutica, concepisce l’idea di Seitai e il Katsugen undo. Già in quel periodo dichiara: «La salute è una cosa naturale che non richiede alcun intervento artificiale. La terapeutica rafforza i rapporti di dipendenza. Le malattie non sono delle cose da guarire, ma delle occasioni di cui bisogna approfittare per attivare l’organismo e riequilibrarlo» (5), tutti temi che riprenderà più tardi nei suoi libri. Decide quindi di smettere di guarire le persone e di diffondere il Katsugen undo, così come yuki 愉氣 (6), che non è la prerogativa di una minoranza, ma un atto umano e istintivo.
La conclusione cui giungono le ricerche fatte da Haruchika Noguchi sensei ci porta a vedere il Seitai come una filosofia – e quindi non come una terapeutica – ed è lui stesso che lo definiva così nei suoi libri (7). Ciò non vuole dire che quello che faceva e insegnava non avesse conseguenze sulla salute, bensì il contrario perché il suo ambito di competenza era al servizio delle persone e consisteva nel permettere agli individui di vivere pienamente. Malgrado ciò un certo numero di persone, sia alla sua epoca sia oggi, sono state infastidite da un’opinione così radicale e ciò portò, per chi voleva vedere e comprendere solo secondo la propria opinione, una confusione tra cose di natura diversa. Ne conseguì che esse privilegiarono il sostegno alle persone a scapito del risveglio dell’essere.
L’abilità tecnica di questo grandissimo maestro era unanimemente riconosciuta in Giappone, era stato anche il presidente dell’associazione dei terapeuti manuali nel periodo prebellico. Ma il suo lavoro, che considerava un accompagnamento, una guida, un’orientazione Seitai, andava molto al di là del guarire le persone che si recavano da lui, si trattava piuttosto di permettere ad ognuno di ritrovare la propria forza interiore e per questo era di un’incredibile efficacia.
Spiega che molto spesso è il Kokoro 心 (8) che è affetto, che è perturbato e che basta condurre questo Kokoro nella buona direzione perché la persona ritrovi la salute che aveva perso. Fare scorrere il Ki nella buona direzione era la sua tecnica privilegiata, questo può sembrare piuttosto facile, ma le cose stanno in tutt’altro modo. Non ci si improvvisa guida Seitai, non si tratta di cercare tramite dei trucchi di stimolare questa o quella parte del corpo ma di comprendere, di sentire da dove viene il problema per permettere questo scorrere del Ki nella buona direzione e per far lavorare la vita. Noguchi sensei aveva un’intuizione straordinaria e la qualità delle sue sensazioni, la finezza della sua osservazione ne facevano veramente un uomo eccezionale e anche qualcuno che alcuni dei suoi contemporanei consideravano temibile da un certo punto di vista a causa della sua estrema perspicacia.

Itsuo Tsuda (1914-1984). Introdusse il Seitai in Europa negli anni ’70 dopo aver studiato per vent’anni con Noguchi sensei.

Un sogno

La salute è diventata un sogno tecnologico. Siamo passati dalla concezione del diciannovesimo secolo, così ben riassunta da Jules Romain nella sua opera teatrale Knock ou le Triomphe de la médecine, in cui si considera che ogni persona in salute è un malato che non sa di esserlo, alla concezione del ventesimo secolo che pretendeva di sradicare la malattia grazie alla chimica farmaceutica e ai raggi. Il ventunesimo secolo, invece, ci propone di risolvere tutti i problemi con la genetica o il transumanesimo.
L’analisi si vuole sempre più minuziosa, si è passati dalla dissezione al sequenziamento. Tagliando l’essere umano in pezzi sempre più piccoli, fino alle cellule e ora ai geni e anche di più, si perde di vista l’insieme, ci si allontana dalla nozione di individuo (dal latino individuum: ciò che è indivisibile) e curiosamente la conseguenza è che si è obbligati a trattare l’umano in generale e non più in particolare. L’essere umano appare come un accumulo di parti. Ogni parte del corpo ha il proprio specialista, psichica compresa ovviamente, e tutti si occupano del sintomo del loro cliente. Per delle ragioni ideologiche o religiose, o quando il risultato atteso non arriva con la medicina classica, ci si rivolge verso le medicine chiamate parallele. Può trattarsi sia di metodi ancestrali di gran valore sia di piccole truffe. C’è attorno a noi una quantità di ricette diffuse da internet, e ritrasmesse dai nostri amici e conoscenti, ognuno dei quali pensa di detenere la soluzione ai nostri problemi di salute, di energia, o semplicemente a un qualsivoglia disturbo.

Il sintomo

Ci si accanisce a guarire il sintomo, perché è ciò che ci disturba. Certo, non si può negarne l’importanza, è il segno, spesso il rivelatore, di un problema che non si era ancora percepito. Ma è anche e soprattutto la manifestazione del lavoro dell’organismo per risolvere la difficoltà. Spesso i problemi del corpo sono compresi male e li si vuole risolvere il più velocemente possibile senza cercarne realmente la causa profonda. Basta far scomparire il sintomo perché tutti siano contenti, perché si pensi di essere guariti, mentre molto spesso si è semplicemente scostato il problema e, a volte persino, impedito al corpo di reagire.

Il corpo ha delle ragioni che la ragione non conosce

Hirochika Noguchi, figlio maggiore del fondatore del Seitai, con Régis Soavi, durante la sua visita a Parigi nel novembre 1981

Non esiste un corpo perfetto e immutabile, il corpo si muove senza sosta all’esterno come all’interno, è la vita stessa che vuole questo. Ma bisogna pur prendere in considerazione che questo movimento o piuttosto questi movimenti sono anche il risultato delle nostre tendenze corporali, che queste derivano dalla nostra nascita, dai nostri geni, così come dall’uso che facciamo del nostro corpo tramite il lavoro, lo sport, le arti marziali, e quindi in generale tramite qualsivoglia attività. Per esempio, c’è un fenomeno piuttosto ricorrente nelle arti marziali e negli sport in generale: aver male a uno, o alle due ginocchia. La risposta più comune è trattare il dolore nel punto in cui si trova, anestetizzarlo, impedirgli di gonfiarsi, ecc. In realtà, in casi di questo tipo come in molti altri, si sta dimenticando oppure negando che questo fenomeno è una risposta naturale dell’organismo a un problema di ordine molto più vasto, un problema di postura o un cattivo utilizzo del corpo.
Haruchika Noguchi ci ha lasciato uno strumento estremamente prezioso che permette di comprendere meglio gli esseri umani in funzione della polarizzazione dell’energia (del Ki) nelle diverse regioni del corpo. Questo strumento, il concetto di Taiheki 体癖 (9), ci offre la possibilità di percepire l’individuo nel proprio movimento inconscio attraverso le abitudini corporali e quello che ne è il risultato. Noguchi sensei usava un sistema di comparazione basato sul mondo animale, concepito all’inizio delle sue ricerche come un’osservazione minuziosa del movimento umano, che ridusse per ragioni d’insegnamento a sei gruppi che comprendevano in tutto dodici tendenze principali. Ciascuno dei primi cinque gruppi è in relazione con un vertebra lombare e un sistema corporale (urinario, pelvico, polmonare, ecc.), l’ultimo invece descrive uno stato generale del corpo.
Queste tendenze che derivano dalla coagulazione e dalla stagnazione del ki hanno come causa gli irrigidimenti o le mollezze del corpo quando non riesce più a rigenerarsi, a rimettersi dalle fatiche che gli sono imposte.
Facciamo un esempio in modo da rendere la cosa concreta: molte persone hanno tendenza ad appoggiarsi più su un gamba che sull’altra. Questa tendenza può essere il risultato (tra le altre cose) del lateralismo o della torsione, come vengono chiamati nel Seitai, che sono come altre deformazioni corporali assolutamente involontarie; non sono altro che il risultato, la risposta dell’organismo che cerca di mantenere il corpo in equilibrio.
Nel caso della torsione, la gamba d’appoggio serve per prepararsi a scattare per attaccare o per difendersi, in tutti i casi per vincere; con il lateralismo si tratta piuttosto di uno stato che deriva da tendenze digestive e sentimentali con una deformazione a livello della seconda lombare, questo stato spinge alla concertazione, alla diplomazia. In questi due esempi, sarà sempre la stessa gamba che serve da punto d’appoggio ed è per questo motivo che supporta permanentemente la maggior parte del peso, quindi si affatica e tende a usurarsi maggiormente e a diventare rigida. L’insieme dell’organismo soffre di questa dissimmetria e, in particolare, ovviamente in primo luogo la colonna vertebrale. Per mezzo di un rigonfiamento dovuto a un apporto di liquido o grazie a un dolore, e spesso anche tramite entrambe le reazioni, l’organismo cerca di alleviare il ginocchio che porta il tributo più pesante, impedendoci di utilizzarlo fino alla guarigione, cioè fino a che non si ristabilisce l’equilibrio del corpo nel suo insieme. Se si impedisce questo sviluppo forzando lo sgonfiamento e sopprimendo il dolore, il corpo diventato insensibile continuerà ad appoggiarsi sullo stesso lato e la situazione peggiorerà. Il corpo cercherà di ritrovare l’equilibrio in tutti i modi, all’inizio rinnovando i problemi alle ginocchia appena ritrova la sensibilità in questo punto, poi poco a poco sono le anche che iniziano a compensare la mancanza di flessibilità e alla fine la schiena, cioè la colonna vertebrale, con tutte le conseguenze che si possono immaginare. Il mal di schiena non è considerato come il problema più comune nella nostra civilizzazione e anche forse come il “male del secolo”? La soluzione è sopportare il dolore in silenzio? Non è il punto di vista del Seitai, ma mantenere l’equilibrio dall’inizio, dalla nascita, consiste nell’accettare le piccole perturbazioni e nel guidare il corpo nella buona direzione nel quotidiano, giorno dopo giorno. Se non si sono rispettate le manifestazioni del proprio organismo diventa necessario passare attraverso un riapprendimento corporale, un riequilibrio lento ma profondo. Se invece non si accetta il lavoro del proprio corpo, bisognerà allora accettare la desensibilizzazione progressiva, l’irrigidimento progressivo e le sue conseguenze: una certa forma di Robotizzazione o l’indebolimento e l’incapacità di reagire.

Vivere Seitai

Noguchi sensei considerava che occuparsi dei bambini a partire dalla nascita era già tardi. I mesi della gravidanza, il parto, le prime cure da dare al bebé facevano parte integrante delle sue preoccupazioni riguardo la vita futura del bambino. Itsuo Tsuda sensei ci dà nei suoi libri numerose indicazioni sulla gravidanza, il parto, l’allattamento, la nutrizione, lo svezzamento, i primi passi, ecc. e in particolare nel quarto volume intitolato Uno. Il Seitai non stabilisce delle regole da seguire in ogni circostanza, non si tratta di trovare una buona soluzione ai problemi della prima infanzia, dell’infanzia, o dell’adolescenza come in un libro di puericultura o di pedagogia. Il Seitai si occupa delle manifestazioni della vita senza a priori, permette di guidare i genitori pur permettendo loro di sviluppare la propria intuizione grazie a un dialogo nel silenzio con il bebé e poi con il bambino piccolo. Per chi non ha avuto la fortuna, o a volte la possibilità di lasciare il corpo lavorare in funzione dei propri bisogni, restano ancora delle possibilità di ritrovare uno stato di salute? È a questo punto che interviene la pratica del Katsugen undo.
È una pratica di una grande semplicità che comincia con una condizione indispensabile: non pensare. Tsuda sensei chiamava ciò “svuotarsi la testa”. Ne La scienza del particolare, ci spiega cosa intende con quest’espressione: “Svuotare la testa! Se ne comprende la necessità oggi, che la testa è diventata una pattumiera nella quale la fermentazione continua ventiquattro ore su ventiquattro, per produrre l’inquietudine del presente, e la paura dell’avvenire.
Che cosa chiamiamo “svuotarsi la testa”? Non si tratta, beninteso, dello stato comatoso nel quale la coscienza è perduta. Si tratta di uno stato in cui la coscienza smette di essere perturbata dalla successione delle idee. Al posto della cerebralizzazione eccessiva, la vita comincia a risvegliarsi nelle parti del corpo fino ad allora lasciate in letargo.” (10)

La nozione di individuo nel Seitai

Per H. Noguchi sensei, l’essere umano diviso in parti non esiste, esiste sempre in quanto corpo unico.
Alla luce delle scoperte più recenti ci si rende conto, per esempio grazie alla teoria delle fasce, dell’interazione esistente tra le diverse parti del corpo, anche se sono a volte estremamente distanti tra loro. Alcune di queste teorie hanno permesso di riabilitare delle tecniche ancestrali provenienti da lontani paesi, finora incomprese nella loro profondità e molto spesso poco rispettate dalla scienza medica occidentale. Altre scoperte, riportate in particolare da M.-A. Sélosse nel suo libro Jamais seul (11), hanno messo l’accento sull’aspetto simbiotico dell’individuo, sull’interazione esistente tra i batteri e il corpo: l’essere umano non è più considerato in modo separato, la biologia moderna intravede in modo flagrante il suo carattere di simbionte. Una volta di più, una volta ancora dovrei dire, si è obbligati a considerare l’individuo nel suo insieme.
Ciononostante, malgrado un’epoca in cui le scoperte tecnologico-scientifiche hanno considerevolmente aumentato la conoscenza sull’essere umano, dal punto di vista del Seitai poche cose sono cambiate, resta lo stesso di sessanta o settant’anni fa; le cause che lo perturbano, che perturbano il suo Kokoro sono diverse, ma l’essere umano in sé resta lo stesso. Si può anche constatare purtroppo che numerosi corpi e menti sono più fragili al giorno d’oggi in cui le ideologie sulla salute hanno creato degli individui profondamente dipendenti da specialisti di ogni sorta, generando un certo tipo di alienazione a volte difficile da comprendere o da analizzare per chi non ha una visione d’insieme della società. L’abisso verso il cui fondo ci dirigiamo richiede che ognuno riprenda in mano se stesso in modo individuale ed è forse su questo che l’orientazione Seitai ci può chiarire: fornendo all’individuo uno strumento unico per ritrovare la propria autonomia, riappropriarsi della propria vita e viverla pienamente. È per questo che la pratica di Katsugen undo e lo Yuki sono le due attività proposte dalla Scuola Itsuo Tsuda, perché sono l’Alfa e l’Omega della pratica del Seitai.

 

Notes:

  • 1 Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume editions, 2014, p. 77.
  • 2 Traduzione italiana: Movimento rigeneratore (di Itsuo Tsuda).
  • 3 Seitai Kyōkai 整体協会.
  • 4 Si tratta più precisamente di un esercizio del sistema motorio extra-piramidale.
  • 5 Haruchika Noguchi, Colds and their benefits, Zensei Publishing Company, trad. ingl.
  • 6 Yuki: atto di concentrazione dell’attenzione che attiva la forza vitale dell’individuo.
  • 7 Haruchika Noguchi, Order, Spontaneity and the body, Zensei Publishing Company,
  • 8 Kokoro, cuore e spirito, facoltà di ragionamento, di comprensione, e volontà dell’uomo non come opposto alla sua dimensione corporea, ma come ciò che la anima.
  • 9 Abitudini corporali.
  • 10 Itsuo Tsuda, La scienza del particolare, Yume Editions, 2019, p. 167.
  • 11 Marc-André Sélosse, Jamais seul, Actes sud, giugno 2017.

 

Libertà vo riscoprendo.

La ricerca della libertà interiore nella pratica dell’Aikido e nel Seitai.

di Andrea QuartinoLe limitazioni alla libertà di movimento si stanno allentando, anche se con tempi e modi ancora incerti. Per chi pratica l’Aikido in un dojo della Scuola Itsuo Tsuda sembra non vicino il giorno in cui potrà riprendere a farlo. Al di là delle diverse opinioni sulla causa dell’emergenza, le limitazioni decise dai governi non dovrebbero limitare la capacità di giudizio. Ed è normale mantenere uno sguardo critico verso l’efficacia e le conseguenze di tali misure pur applicandole.Haruchika Noguchi, il fondatore del Seitai, in un periodo come quello vissuto durante la seconda guerra mondiale dal Giappone, in cui avevano prevalso le tendenze più marcatamente nazionaliste e militariste tanto da mettere al bando la parola “libertà”, non si esimeva dal parlarne. Certo, poteva contare sul fatto di avere tra i suoi clienti diversi rappresentanti della classe dirigente.La fine della guerra, per l’Italia, il 25 aprile 1945, fu un sollievo per tutti, tanto quanto lo fu la caduta del fascismo, anche per chi condivideva quell’ideologia. Lo stesso sollievo fu sentito da molti giapponesi.1 Non si trattava solo del ritorno della pace e di libertà più o meno formali, ma del venir meno di un clima di tensione continua, che si respirava ovunque e a cui nessuno era immune. Fatte le debite differenze, e al netto delle perplessità suscitate dalle metafore guerresche di molti nel parlare dell’impegno nel contenimento del contagio, chi ha un minimo di sensibilità non può non sentire quanto tutto e tutti siano permeati dalla diffidenza e dalla paura, siano esse provocate dal virus o dalle sanzioni previste se si violano le norme. Un’oppressione molto spessa, anche noi proveremo sollievo, quando e se finirà.”Quando [il Maestro Noguchi] sentì alla radio la cessazione delle ostilità, si sentì di colpo le spalle come sgravate da un pesante fardello, e avvertì una distensione insospettata in tutto il corpo.La sua respirazione si approfondì, scoprendo un fondo di calma nel proprio spirito. Questa calma fece sorgere in lui un’energia tutta nuova, e sentì nella pelle che un mondo nuovo stava cominciando.- Perché ho parlato così tanto della libertà durante la guerra,” si disse, “non erano che parole. Al contrario, ero semplicemente bloccato nel mio atteggiamento. Più mi sforzavo di lottare contro la tendenza, più ero rinchiuso in un ristretto quadro di pensiero, senza poter respirare profondamente.”2Perché questa libertà non era che una parola per Noguchi? Aveva forse cambiato opinione sulla natura del regime del periodo bellico? È poco probabile, ma la questione è un’altra. Si tratta di capire cosa intendiamo con libertà.

Itsuo Tsuda ritorna più volte nei suoi libri sull’idea di libertà

Per Itsuo Tsuda l’uomo moderno “ha combattuto dure battaglie per acquisire il suo diritto di Uomo. Ha ottenuto delle libertà e continua a lottare per acquisirne altre. Ma un giorno scopre che queste libertà non si riferiscono che a condizioni materiali, a lui esteriori.”3 Quindi spesso gli esseri umani lottano per libertà al plurale, che sono condizionate.”La fissazione delle idee che ci orienta nell’organizzazione della vita, può anche ritorcersi contro di noi portandoci a dei vincoli imprevedibili. La libertà diventa una fissazione che ci lega. Più libertà si ha, meno ci si sente liberi. La libertà è un mito.Si lotta contro i vincoli per acquisire la libertà. La libertà acquisita non rimane senza provocare altri vincoli. Non sembrano esserci soluzioni finali. Perché la libertà che cerchiamo è prima di tutto una libertà condizionata. Non si ha l’idea di una libertà assoluta, senza condizioni.”4Libertà condizionata, quasi un ossimoro, se questa locuzione non fosse usata nel linguaggio giuridico. Si è condizionati dal tempo lineare degli orologi, dall’organizzazione sociale del lavoro e dal mercato che ci sollecita, con tecniche pubblicitarie sempre più sofisticate e invasive, a soddisfare bisogni, per lo più indotti. Tra le infinite offerte, reperibili online o meno, “troviamo tutto, tranne il desiderio. [?] Abbiamo la libertà di scegliere, certo, ma si tratta di una libertà negativa: quella di accettare o di rifiutare l’offerta. Quanto alla libertà positiva, quella di creare, non abbiamo né l’intuizione né la continuità per goderne.”5

Itsuo Tsuda e Haruchika Noguchi
Itsuo Tsuda e Haruchika Noguchi
Tsuda ci indica la possibilità di “lasciare la presa” rispetto a tutto ciò che è libertà apparente, scelta impostaci dal mercato, bene consumabile, commercializzabile, per quanto ciò sia difficile per l’uomo civilizzato, che ha paura di perdere tutto se rinuncia alla sua possessività. Lasciando la presa, si può “vedere infine che Tutto ci appartiene; il cielo, la terra, il sole, i monti e i fiumi, senza che ci sia bisogno di metterli tutti in tasca.” Può nascere in noi “la voglia di conoscere la vera libertà. Nessun apporto esterno, soldi, onore, potere, può procurarci la vera Libertà, poiché questa è una sensazione interiore che non dipende da alcuna condizione materiale o oggettiva. Ci si può sentire liberi nella peggiore delle costrizioni, così come prigionieri al colmo della felicità.”6Il desiderio profondo di un’altra libertà sorge insieme a una convinzione interiore, che in realtà si riscopre, si ritrova perché è in ogni essere umano fin dall’origine, dal concepimento. Ma la sua riscoperta non è possibile finché si resta nella “via dell’acquisizione” che è norma nella nostra società, in cui “tutte queste accumulazioni pesano molto sul nostro destino.Nella via della spoliazione, ci si dirige nel senso diametralmente opposto. Ci si sbarazza poco a poco di tutto ciò che è inutile alla vita. Ci si sente sempre più liberi, in quanto non ci si impongono più divieti o regole per vivere bene. Si vive, semplicemente, senza essere combattuti a causa di false idee.Non abbiamo bisogno di essere antisociali o anarchici per sentirci liberi. La liberazione non richiede la distruzione. La libertà non dipende dal condizionamento, dall’ambiente o dalla situazione. La libertà è una cosa del tutto personale. Sorge dalla convinzione profonda dell’individuo.Questa convinzione è una cosa naturale che esiste in tutti gli uomini all’origine. Non è un prodotto fabbricato di sana pianta a posteriori. Ma resterà velata finché si vive in un clima di dipendenza. «Non vale la pena» dice Noguchi «di aiutare le persone che non vogliono mettersi in piedi da sole. Se le si lascia, cadono di nuovo». “7È stata questa consapevolezza che ha portato Noguchi, nel momento in cui ha trovato un’altra libertà, una respirazione e una calma più profonde alla conclusione della seconda guerra mondiale, a rinunciare alla terapeutica, per dedicarsi al risveglio delle persone che permette ad ogni individuo di riscoprire la propria libertà interiore nei tempi e nei modi che si confanno a lui.

In che modo la pratica di arti come l’Aikido e il Katsugen undo possono guidarci nella riscoperta della nostra libertà individuale?

Una risposta si può trovare nelle parole del Maestro di Taichi Gu Meisheng:”Il ‘vero naturale’ si può acquisire solo al prezzo di una lunga pratica assidua? Sei come un bambino? Perché solo il bambino è spontaneamente nello stesso tempo naturale e libero. In effetti, se non sei ridiventato come un bambino non sei né libero né naturale. [?] Abitualmente per un uomo ordinario, il corpo è un ostacolo, non una forza motrice in cui si può attingere uno slancio spirituale. Eppure grazie a un allenamento molto lungo associato a una pratica assidua e rigorosa, si riesce a liberare quest’uomo ordinario per lasciarlo agire secondo una spontaneità meravigliosa e creatrice. Allora né il corpo, né il mondo esterno, né i molteplici legami che l’incatenano al mondo costituiscono un ostacolo per lui. Questa prima sensazione di libertà, l’ho percepita nel 1970 quando ero in prigione, e questa libertà cresceva progressivamente nel corso della mia prigionia.”8Le parole del Maestro Gu, che fu incarcerato nel corso della rivoluzione culturale cinese, sono valide per il Taichi come per le pratiche dell’Aikido e del Katsugen undo e richiamano quelle di Tsuda quando dice che si può essere liberi nella maggior costrizione possibile. E se la costrizione in cui viviamo oggi non è quella di una prigione, è comunque l’occasione di riscoprire la nostra libertà interiore, anche dandosi la possibilità di praticare in solitudine, quando non c’è un dojo a disposizione. Tale scoperta non è esclusiva di grandi maestri, come il Maestro Gu, il Maestro Noguchi o il Maestro Tsuda, e per quanto sia una ricerca individuale che si fa nella continuità della pratica, possiamo noi qui e ora cominciare a essere liberi come esseri umani, perché “essere liberi, rende gli altri liberi.”9Andrea QuartinoNotes:1. Itsuo Tsuda, Coeur de ciel pur (oeuvre posthume à partir d’inédits), Le Courrier du Livre, 2014, pag. 169. Vedi anche Itsuo Tsuda. Calligrafie di primavera, Yume Editions, 2018, pag. 409.2. Itsuo Tsuda, Un, Le Courrier du Livre, 2014, pag. 69. Nelle pagine successive viene detto “un uomo veramente libero non discute della libertà, un uomo in buona salute non pensa alla salute.” Sembra risuonare qui il verso del poeta cinese Bai Juyi: “Coloro che parlano, non sanno. Coloro che sanno, non parlano” che Tsuda riprese anche in una delle sue calligrafie. Vedi Itsuo Tsuda. Calligrafie di primavera, op. cit., pag. 288, e anche Itsuo Tsuda, La voie des dieux, Le Courrier du Livre, 2014, pag. 51-52.3. Itsuo Tsuda, Il Non-fare, Yume Editions, 2014, pag. 17.4. Itsuo Tsuda, Un, op. cit., pag. 24.5. Itsuo Tsuda, La Scienza del particolare, Yume Editions, 2019 pag. 80-81.6. Itsuo Tsuda, Le dialogue du silence, Le Courrier du Livre 1979 p.737. Itsuo Tsuda, Un, op. cit., pag. 49.8. Video : http://simoni.mic.fr/index.php/2016/11/18/la-vision-du-dao-du-professeur-gu-meisheng/9. Video https://www.deabyday.tv/sport-e-fitness/corpo-e-mente/video/3324/Manon-Soavi-della-Scuola-Itsuo-Tsuda—Essere-liberi-rende-gli-altri-liberi-.html

Seitai

I principi Seitai, che si possono perfino assumere la qualifica di “filosofia Seitai” – modo di vedere, di pensare il mondo – furono elaborati da Haruchika Noguchi (1911-1976) nella prima metà del ventesimo secolo. Per riassumere brevemente (!), il Seitai è un “metodo” o una “filosofia” che include il Seitai soho, i Taiso, il Katsugen undo, il Katsugen soho, e il Yukiho. Pratiche che si completano, si interpenetrano, e costituiscono la vastità del pensiero Seitai di Haruchika Noguchi. Si può anche citare lo studio dei Taiheki (tendenze posturali), l’utilizzo del bagno caldo, l’educazione del subconscio, l’importanza della nascita, della malattia e della morte…Un’arte di vivere dall’inizio alla fine.

Oggi purtroppo il termine “Seitai” è abusato e designa tutto e il contrario di tutto. Alcuni operatori in terapie manuali si richiamano troppo facilmente al Seitai (Tsuda diceva che ci volevano vent’anni per formare un tecnico seitai!). Quanto ai ciarlatani che propongono di trasformarvi in qualche seduta? non ne parliamo neanche! L’ampiezza dell’arte di vivere, la comprensione globale dell’Uomo nel Seitai sembrano molto lontane. Se resta solo una tecnica da applicare ai pazienti, l’essenziale è perso. Se del Katsugen undo resta solo un momento per “ricaricarsi”, l’essenziale è perso.

Haruchika Noguchi e Itsuo Tsuda andarono entrambi ben oltre nella loro comprensione dell’Uomo. E i semi che hanno seminato, gli indizi che hanno lasciato affinché gli esseri umani potessero evolvere, sono importanti. Si può dunque parlare di una via, di Seitai-d?1? Poiché si tratta di un cambiamento di punto di vista radicale, di uno sconvolgimento, di un orizzonte totalmente differente che si apre.

Riprendiamo il filo della storia…

L’incontro con Haruchika Noguchi: l’individuo nella sua totalità

Itsuo Tsuda incontrò Haruchika Noguchi intorno al 1950. È l’approccio all’essere umano come proposto nel Seitai che l’interessò immediatamente. L’acutezza di osservazione degli individui presi nella loro globalità/complessità indivisibile che Itsuo Tsuda scoprì in Noguchi s’inscriveva nella prosecuzione di ciò che aveva attirato l’interesse di Tsuda in occasione dei suoi studi in Francia presso Marcel Mauss (antropologo) e Marcel Granet (sinologo). Itsuo Tsuda cominciò allora a seguire l’insegnamento di Noguchi e lo fece per più di vent’anni. Ricevette il sesto dan di Seitai.

«Il Maestro Noguchi mi ha permesso di osservare le cose in un modo molto concreto. Attraverso queste manifestazioni di ogni individuo è possibile vedere quello che agisce all’interno. È un approccio completamente diverso dall’approccio analitico: la testa, il cuore, gli organi digestivi, ognuno li considera secondo la sua specializzazione e poi, il corpo da una parte, il lato psicologico dall’altra, non è così? Ebbene, egli ha permesso di vedere l’uomo, cioè l’individuo concreto nella sua totalità.»1

La malattia concepita come un fattore di equilibrio

Tanto più che è precisamente negli anni cinquanta che Haruchika Noguchi, il quale aveva scoperto molto presto le sue capacità di guaritore, decise di rinunciare alla terapeutica. Creò allora la nozione di Seitai, cioè di “terreno normalizzato”.

«La parola ‘terreno’ intesa come l’insieme che costituisce l’individuo, il lato psichico e quello fisico insieme, mentre in Occidente si divide sempre in psichico, e poi fisico.»2

Il cambiamento di ottica di fronte alla malattia fu decisivo in questo riorientamento di Noguchi.

«La malattia è una cosa naturale, è uno sforzo dell’organismo che tenta di recuperare l’equilibrio perduto. [?] E’ bene che la malattia esista, ma bisogna che gli uomini si liberino dal suo assoggettamento, dalla sua schiavitù. È così che Noguchi è arrivato a concepire la nozione di Seitai, la normalizzazione del terreno, se si vuole. Non ci si occupa delle malattie, è inutile guarire. Se si normalizza il terreno, le malattie spariscono da sole. E inoltre, si diventa più vigorosi di prima. Addio alla terapeutica. Finita la lotta contro le malattie.»3

Yuki. Itsuo Tsuda. Foto di Eva Rodgold©
Yuki. Itsuo Tsuda. Foto di Eva Rodgold©
Un cammino verso l’autonomia

L’abbandono della terapeutica va anche di pari passo con il desiderio di uscire dai rapporti di dipendenza che legano il paziente al terapeuta. Noguchi desiderava permettere agli individui la presa di coscienza delle loro capacità ignorate, risvegliarli al pieno sviluppo del loro essere. Durante i vent’anni in cui i due uomini si sono frequentati, passarono lunghi momenti a parlare di filosofia, arte, ecc., e Noguchi trovò di cosa nutrire e allargare le sue osservazioni e riflessioni personali nella vasta cultura dell’intellettuale che era Itsuo Tsuda. Si costruì così tra loro un rapporto di arricchimento reciproco.

Itsuo Tsuda fu redattore della rivista Zensei, pubblicata dall’Istituto Seitai e partecipò attivamente agli studi condotti da Noguchi sui Taiheki, “tendenze posturali”. Come riporta un testo di Haruchika Noguchi pubblicato nella rivista Zensei del gennaio 1978, fu Itsuo Tsuda che avanzò l’ipotesi – validata da Noguchi – che il tipo nove, “bacino chiuso”, fosse l’archetipo dell’essere primitivo.4

La messa a punto del Katsugen undo da parte di Noguchi interessò particolarmente Itsuo Tsuda, che colse immediatamente l’importanza di questo strumento, in particolare per quanto riguarda la possibilità di permettere agli individui di ritrovare la loro autonomia, di non aver più bisogno di dipendere da nessuno specialista. Pur avendo coscienza e ammirando la precisione la portata profonda della tecnica del Seitai soho, Tsuda considerò che la diffusione del Katsugen undo fosse più importante dell’insegnamento della tecnica. Fu così che per sua iniziativa in Giappone si costituirono un po’ dappertutto dei gruppi di Movimento rigeneratore (Katsugen kai).

Conferenza d'Itsuo Tsuda. Foto di Eva Rodgold©
Conferenza d’Itsuo Tsuda. Foto di Eva Rodgold©

Itsuo Tsuda ha privilegiato la diffusione del Katsugen undo in Europa come porta d’entrata verso il Seitai.

Oggi, anche in Giappone, il Seitai soho ha preso un orientamento che lo avvicina a una terapia. Un problema: una tecnica da applicare. Il Katsugen undo diventa una specie di ginnastica “light” di benessere, di distensione. Si è lontani dal risveglio dell’essere vivente, della capacità autonoma del corpo di reagire a cui si fa riferimento nel Seitai di Haruchika Noguchi.

L’esercizio di yuki, alfa e omega del Seitai, si pratica ad ogni seduta di Katsugen undo. Così, benché Tsuda non abbia insegnato la tecnica del Seitai soho, ne ha trasmesso l’essenza, l’atto più semplice, questa “non tecnica” che è yuki. Quella che ci serve tutti i giorni, quella che sensibilizza progressivamente le mani, il corpo. Questa sensazione fisica, reale, sperimentabile da tutti, è oggi troppo spesso considerata come una tecnica speciale, riservata ad un’élite. Si dimentica che è un atto umano ed istintivo. Anche la pratica del Katsugen undo mutuale (con un partner) si perde, persino nei gruppi che hanno seguito l’insegnamento di Tsuda. Che peccato! Perché attraverso yuki e il Katsugen undo, il corpo riscopre le sensazioni, quelle che non passano per l’analisi mentale. Questo dialogo nel silenzio, che ci fa scoprire l’altro dall’interno e che ci riporta dunque a noi stessi, al nostro essere interiore. Yuki e Katsugen undo sono per noi strumenti indispensabili, raccomandati da Haruchika Noguchi, per avviarci verso un “terreno normale”.

Ma il tempo passa e le cose si deformano, così come le parole di saggezza di alcuni diventano oppressioni religiose… Poco a poco il Katsugen undo non è niente di più che un momento per “ricaricarsi”, distendersi e soprattutto per non cambiare niente della propria vita, della propria stabilità. Il Seitai, un metodo per dimagrire dopo il parto… Mentre si tratta di un orientamento della vita, di un pensiero globale. Il passo immenso che fece Haruchika Noguchi uscendo dall’idea della terapeutica è un grande passo avanti nella storia dell’umanità. La comprensione globale dell’individuo, la sensibilità al ki, ritrovare sufficientemente sensibilità, centro di se stessi, per ascoltare il proprio corpo e agire liberamente.

Non si tratta neanche di opposizione tra metodi, teorie, culture. Si tratta puramente e semplicemente di evoluzione dell’umanità.

Manon SoaviNote:1)  Itsuo Tsuda, Intervista a France Culture, il Maestro Tsuda spiega il Movimento rigeneratore, emissione N° 3, primi anni 80.2) Itsuo Tsuda, Intervista a France Culture, op. cit., puntata N° 4, primi anni 80.3) Itsuo Tsuda, Il Dialogo del Silenzio4)  Sui Taiheki, consultare Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Editions, (2014)

Seitai e vita quotidiana #4

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Buongiorno Malattia #2

Seguito dell’Intervista a Régis Soavi sul Katsugen Undo (o Movimento rigeneratore), una pratica elaborata da Haruchika Noguchi e diffusa in Europa da Itsuo Tsuda: articolo di Monica Rossi pubblicato sulla rivista « Arti d’Oriente » (num. 4 / maggio 2000).

per leggere la parte 1 –> https://www.ecole-itsuo-tsuda.org/it/bonjour-maladie/

Partita #2

-Come si può definire yuki?

– Far passare il ki.

-Come avviene che yuki aiuti ad attivare il movimento?

– Aiuta nella misura in cui sono stati fatti i tre esercizi, oppure gli esercizi per il movimento mutuale (l’attivazione attraverso i secondi punti della testa); questo è un altro modo di attivare il movimento. Yuki aiuta perché attiva; è molto importante per me dire che il yuki è fondamentalmente diverso da ciò di cui in genere si sente parlare, perché quando si fa yuki si ha la testa vuota, non si guarisce nessuno, non si cerca alcunché; si è solamente concentrati in questo atto. Non ci sono intenzioni e questo è fondamentale. Nello statuto del dojo, d’altra parte, è scritto che pratichiamo “senza scopo”.

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Buongiorno Malattia #1

Intervista a Régis Soavi sul Katsugen Undo (o Movimento rigeneratore), una pratica elaborata da Haruchika Noguchi e diffusa in Europa da Itsuo Tsuda: articolo di Monica Rossi pubblicato sulla rivista “Arti d’Oriente” (num. 4 / maggio 2000).

” Dopo aver letto i libri di Itsuo Tsuda (1914-1984), affascinata dalle sue argomentazioni che spaziano liberamente tra l’Aikido, i bambini e il modo in cui nascono, le malattie e i ricordi di Ueshiba Morihei e di Haruchika Noguchi, volevo saperne di più: mi era rimasta la sensazione che qualcosa mi sfuggisse.

Ho cominciato la mia investigazione su cosa consistesse effettivamente questo Movimento rigeneratore (katsugen undo) di cui parla Tsuda, un movimento spontaneo del corpo che sembra poterlo rimettere in equilibrio senza aver bisogno di intossicarlo con le medicine. Concetto antico, ma tuttora rivoluzionario, soprattutto nella nostra società. Non sono riuscita a ottenere risposte soddisfacenti alle mie domande: chi aveva praticato il Movimento rigeneratore non riusciva a descrivermi che cosa fosse; la risposta era sempre: « devi provare per capire; e la prima volta rimarrai sicuramente un po’ scossa ». Così mi sono decisa. La scuola che fa riferimento agli insegnamenti di Itsuo Tsuda è a Milano la Scuola della Respirazione. Lì si praticano Aikido e Movimento rigeneratore (in sedute separate). Per poter frequentare le sedute di movimento, però, bisogna prima frequentare uno stage condotto da Régis Soavi, che ha portato avanti il lavoro di Tsuda in Europa, durante un week-end.Regis Soavi en conférence

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#4 L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento

Fine di #1, 2 e 3  L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento. 

Articolo di Hiroyuki Noguchi pubblicato nel 2004. Tradotto dall’inglese dalla Scuola Itsuo Tsuda1.

La filosofia del Kata

E’ il modo in cui vediamo i nostri corpi, sia consciamente che inconsciamente, che determina quali esperienze percettive decidiamo di valutare. Cercando di compiere queste esperienze determiniamo le modalità secondo le quali muoviamo ed usiamo i nostri corpi. In breve ogni movimento compiuto da un essere umano è il riflesso della sua idea di corpo. Questo non si limita al movimento fisico visibile. Per esempio, è vero che la nostra respirazione è limitata dalla struttura del nostro apparato respiratorio ma ciò che consideriamo un “respiro profondo” è determinato dalla visione individuale del corpo. Analogamente, mentre l’atto di mangiare non può prescindere dalla struttura del sistema digestivo umano, è la nostra idea di corpo che determina esattamente quale sensazione consideriamo soddisfacente e quando sentiamo che abbiamo mangiato abbastanza. Inoltre, mentre l’equilibrio fisico è sottoposto all’influenza della forza di gravità sulla struttura dei nostri corpi, quale sensazione corporea scegliamo di chiamare stabile dipende dalla concezione di corpo individuale.

Se quindi un gruppo di persone possiede un modo particolare di muovere od usare il corpo ne consegue che esse devono condividere una comune visione del corpo. Il modo di sedere formale in Giappone, chiamato Seiza, non può generare altro che un senso di costrizione a molti occidentali. Ai giapponesi tuttavia, sedere nella tradizionale posizione Seiza dava un senso di pace mentale. Questo modo di sedere, con entrambe le ginocchia piegate, genera un senso di completa immobilità. Impedisce alla mente di intraprendere qualsiasi movimento ulteriore, in effetti, eseguire movimenti improvvisi da questa posizione è piuttosto difficile. Sedere in Seiza obbliga ad entrare in uno stato di completa ricettività ed è in questa posizione che i giapponesi scrivono, suonano e mangiano. In momenti di tristezza, di preghiera o di risoluzione, il Seiza è stato indispensabile per il popolo giapponese. Leggere di più →

#3 L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento

In seguito a #1 e 2 L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento. 

Articolo di Hiroyuki Noguchi pubblicato nel 2004. Tradotto dall’inglese dalla Scuola Itsuo Tsuda1.

L’idea di corpo nell’ascetismoHiroshige,_The_moon_over_a_waterfall_512

Con l’arrivo del buddismo millecinquecento anni fa, l’età dei re, simboleggiata dalle grandi tombe, terminò ed il Giappone entrò in una nuova era, governata dalla religione. Come con la restaurazione Meiji, lo stile di vita dei giapponesi fu radicalmente transformato. La cosa piuttosto interessante è che, contrariamente alla Restaurazione Meiji, l’arrivo del buddismo sembrò piuttosto chiarire la natura specifica della cultura giapponese.

Fortunatamente il buddismo non venne trasmesso direttamente dall’India ma arrivò dopo aver transitato per la Cina. Durante il suo passaggio in Cina, il buddismo non ebbe altra scelta se non quella di fondersi con gli antecedenti indigeni del taoismo, che includono varie pratiche mistiche quali il fangshu e le filosofie di Lao-Tzu e di Chuang-Tzu. Queste pratiche, successivamente integrate nel taoismo, contemplano tutte delle pratiche ascetiche mirate alla coltivazione della longevità. Possiamo dire, di conseguenza, che il buddismo che arrivò in Giappone era stato già purificato dai cinesi, nel senso che era caratterizzato da una forte enfasi sulle pratiche ascetiche di tipo taoista [Sekiguchi, (1967)].

Nonostante i suoi scopi potessero essere diversi, la religione originaria del Giappone, lo Shinto, era anch’essa centrata più sulla pratica che sulla dottrina. Entrambe le religioni emersero più che altro come eventi spontanei, senza la personalità di un fondatore. Inoltre hanno molto in comune: ad esempio il senso di Ki (energia) puro ed impuro ed i modi di utilizzare il Ki. Hanno anche condiviso il destino di essere obbligate a presentare un’immagine distorta delle proprie pratiche nuocendo a se stesse con bizzarre teorie nel tentativo di non essere soprafatte dal buddismo. Questo tuttavia è successo solo perché entrambe le religioni, per natura, valutavano l’esperienza più della speculazione, la percezione più della teoria. La ricerca della longevità e dell’immortalità nel taoismo è cosa ben diversa dell’odierno perseguimento della salute fisica. I taoisti proclamavano il Tao la sorgente che dà armonia a tutte le cose, e ricercavano la genuina esperienza dell’essere uno con esso [Maspero, (1983)]. Analogamente, lo Shinto non era quell’animismo che divenne l’etichetta favorita per tutte le religioni primitive. Era una religione che non cercava il divino fuori da sé, prendeva invece l’esperienza interiore del Kashikoki (venerazione o meraviglia) e la chiamava Kami (il divino) [Kageyama, (1972)].

Religioni di questo tipo, dove l’essenziale si trova nell’esperienza interiore, sviluppano inevitabilmente alcune pratiche che utilizzano il corpo come intermediario per raggiungere il loro scopo. Nel caso del Giappone, queste pratiche, chiamate Gyo, devennero il denominatore comune che permise ai giapponesi di accettare questa religione essenzialmente accademica e speculativa che è il Buddismo e di lasciare che si radicasse nella sua cultura.

Il buddismo si stabilì inizialmente come religione ufficiale durante il periodo Nara (710-784) grazie al diligente sforzo di Shotokutaishi (574-622). Tuttavia, avendo una forte inclinazione politica e dando poca importanza alla pratica non catturò il cuore dei giapponesi. La crescente popolazione di monaci e suore diventò un peso finanziario per il governo, mentre la successiva costruzione di templi di provincia e della grande statua di Budda del Todai-ji impoverirono la popolazione. Durante quel periodo non fu il buddismo ma piuttosto lo Shugendo, una commistione di Shinto e Taoismo fondato da En no Ozunu, a far breccia nel cuore dei giapponesi. I praticanti dello Shugendo si isolavano nelle profondità selvagge delle montagne – un’area tremendamente temuta dalla maggioranza della popolazione – in modo da mettere alla prova la loro disciplina e ricevere potere dalle divinità della montagna [Wakamori, (1972)]. Non era tanto una religione quanto piuttosto un insieme di pratiche ascetiche, o Gyo, volte verso una specifica esperienza religiosa. Il grande rispetto portato agli asceti delle montagne dalla gente dell’epoca dimostra come la religione per i giapponesi non fosse una questione di testi e dottrine, ma si basasse fondamentalmente sul la venerazione ed il timore reverenziale per il Gyo.

E questo sentimento di rispetto non veniva dalla ricerca di una ricompensa in questa vita, sorgeva piuttosto dalla storica inclinazione dei giapponesi all’osservazione profonda di se stessi.

Fu la grande popolarità del Tendai e dello Shingon, due sette del Mikkyo (buddismo esoterico), entrambe fondate nel periodo Heian, a mostrare chiaramente questa inclinazione. La setta Shingon, fondata da Kukai (774-835) aveva il suo quartier generale sul monte Koya ed acquisì una grande popolarità fra la popolazione grazie alla sua forte tendenza per le pratiche ascetiche ed esoteriche non riscontrabili nelle precedenti forme di buddismo speculativo del periodo Nara. Inoltre, possedeva una filosofia – mancante nello Shugendo – per sostenere la sua fede nei misteri soprannaturali. Possedeva quindi i requisiti necessari per ottenere un riconoscimento ufficiale come religione da parte del governo, pur essendo un insegnamento centrato sul Gyo.

Contemporaneamente la setta Tendai, fondata da Saicho (767-822), stabilì il suo quartier generale sul monte Hiei. La dottrina di Saicho incorporava quattro insegnamenti: En (detto anche Hokke, gli insegnamenti del Loto), Zen (le discipline meditative), Kai (i precetti buddisti) e Mikkyo (pratiche esoteriche). Rendendosi conto però che la sua conoscenza degli aspetti esoterici del buddismo non poteva reggere il confronto con quella di Kukai, egli cercò di creare un sistema buddista esoterico distinto dallo Shingon di Kukai. Il suo desiderio si realizzò finalmente con il suo discepolo Ennin [Katsumata, (1972)]. La setta Tendai scelse le montagne come luogo di addestramento e vi mandò molti suoi discepoli eccellenti. Avvenne che i praticanti del Tendai si mischiarono agli asceti delle montagne dello Shugendo che erano ancora venerati dalla popolazione, al punto che divenne difficile distinguere tra i seguaci delle due sette. Nonostante la conoscenza di Saicho degli insegnamenti buddisti fosse di prim’ordine, la setta Tendai dovette enfatizzare aspetti dell’insegnamento che vanno oltre il linguaggio e la speculazione – le pratiche esoteriche – in modo da guadagnare popolarità tra i giapponesi.

Per quanto riguarda le ragioni che hanno portato i giapponesi a preferire le religioni centrate sull’ascetismo ed il perché queste emersero per prime, secondo alcuni la ragione va cercata nel fatto che la gente di quei tempi credeva in, e soprattutto temeva, fenomeni soprannaturali quali maledizioni e spiriti maligni. Ma anche queste cose fanno parte della religione. La religione è simultaneamente la sorgente da cui maledizioni e spiriti maligni scaturiscono ed il potere che libera le persone da queste cose. La presentazione di un determinato insieme di valori include necessariamente l’atto di definire gli ostacoli che si frappongono alla sua realizzazione. Questo non si limita alla religione. Quando scopriamo nuove possibilità definiamo anche i nostri limiti. Stabilendo cosa sia normale, definiamo allo stesso tempo l’anormalità, motivo per cui nuove malattie appaiono quando nuove cure vengono sviluppate. Il problema non è quindi cosa i giapponesi temessero ma per cosa provassero venerazione e timore reverenziale. Non era la fede nelle dottrine buddiste o l’attrazione per la magia che muoveva il popolo del Giappone tradizionale. Avevano semplicemente una venerazione per le pratiche ascetiche. Era quell’intensità concentrata implicita nel Gyo e le esperienze non ordinarie che portava, l’oggetto della loro venerazione.Vieil Ainou Questa particolare adorazione dei giapponesi per il Gyo si cristallizzò ulteriormente con lo sviluppo della setta Zen, che ebbe inizio, con Eisai e Dogen, nel periodo Kamakura. Lo Zen – la concentrazione della propria attenzione nella meditazione da seduti sino all’ingresso in quello stato detto Shikantaza (stare semplicemente seduti) – corrispondeva perfettamente al senso del Gyo ricercato dai giapponesi e fu un insegnamento religioso profondamente assimilato nella cultura giapponese.

Lo Zen era più di una religione che centrava la sua pratica sul Gyo. Era il Gyo stesso. Nella sua dottrina, ciò che veniva ricercato, attraverso l’uso di una singola parola – Mu (vacuità) – e la negazione di qualsiasi pensiero o speculazione, possedeva un senso di purezza simile a quello dello Shinto. Mentre lo Shugen ed il Mikkyo richiedevano l’adorazione ed il totale affidamento sui poteri magici e spirituali degli asceti e dei preti, lo Zen rifiutava di fare affidamento su qualsiasi cosa non fosse il sé. Questa religione che suggeriva la possibilità di liberazione unicamente attraverso la coltivazione dei propri poteri personali per mezzo della personale pratica del Gyo, costituiva una forte attrattiva per le inclinazioni dei giapponesi. Infine, la cultura giapponese è stata così profondamente influenzata dallo Zen che è impossibile separare lo Zen dal concetto di “giapponese” che abbiamo oggi. Il suo stile, la sua dottrina e la sua pratica del Gyo non rimangono all’interno dei confini della religione. La mente zazen fu direttamente assimilata nella vita quotidiana e nel lavoro della popolazione comune, contribuendo enormemente alla formazione di varie vie o Do, come il Kendo, il Sado ed il Kado oltre ai Waza dell’artigianato.
La corrente sottesa del Gyo, vista nello Shinto, nello Shugendo, nel Mikkyo e nello Zen rivela non solo la visione che i giapponesi hanno della religione, ma ci parla anche delle esperienze interiori, ricercate ed apprezzate dai giapponesi. La potente tranquillità dello Shinto, le esperienze soprannaturali dello Shugendo, le ondulanti e viscose qualità del Mikkyo, la raffinata purezza e sobrietà dello Zen – il popolo giapponese apprezzava e gradiva queste esperienze interiori forse più delle religioni stesse, furono queste a dare alla loro cultura un senso di profondità ed espansione.

I quattro sistemi di Gyo sopra citati possono essere divisi in due categorie. Le pratiche dello Shugen e del Mikkyo puntavano ad acquisire poteri fuori dall’ordinario cercando la trasformazione del sé da uno stato di impotenza ad uno di forza divina. L’esistenza di condizioni avverse è qui un dato di fatto e ciò che vediamo è la potente convinzione di superare tutte le avversità. Il Gyo dello Shinto e dello Zen, d’altra parte era di natura chiaramente differente. La loro pratica non serviva a supplire a ciò che mancava al praticante, né ad una crescita verso stati più potenti dell’essere. Era piuttosto il ritorno alla propria natura originale attraverso la rimozione di tutto ciò che è estraneo. Erano Gyo di sottrazione più che di addizione, che riportano il colore alla trasparenza. L’inclinazione dei primi due è rinforzante; sono i Gyo del sole. Mentre gli ultimi due hanno un’inclinazione verso il distacco e la pacificazione; sono i Gyo della luna. Entrambi attraversarono alti e bassi nel corso dei secoli e contribuirono a stabilire le basi della cultura giapponese. Ad esempio il Kabuki, che prende il suo nome dal termine kabuku (inclinarsi) nacque dalla scoperta della bellezza insita nel disequilibrio. La tonalità sottesa è analoga a quella che può essere ritrovata nel Gyo dello Shugendo e del Mikkyo. Analogamente l’estetica dello Yugen stabilita attraverso il Nô di Zeami condivide un terreno comune con il Gyo dello Shinto e dello Zen.

Infine, il fluire del Gyo dallo Shinto allo Zen affinò la concezione giapponese delle pratiche ascetiche e contribuì alla formazione dell’idea di corpo giapponese. Nonostante ciascuna della quattro religioni possedesse una visione distinta delle pratiche ascetiche, un terreno comune può essere trovato, se vengono osservate dal punto di vista dell’idea di corpo.

misogi ueshiba ascétismeNel Gyo il corpo viene utilizzato come uno strumento per oltrepassare la concentrazione volontaria. Il metodo consiste nel portare la coscienza a concentrarsi su alcune percezioni del corpo e spostare l’attenzione per un certo tempo dai pensieri al corpo. I vari modi in cui tenere le mani durante la meditazione, detti Inso, ne sono un tipico esempio. Il forzare deliberatamente il corpo in condizioni di stress, strettamente associato con la pratica del Gyo, ne è un altro. Imponendo ripetutamente un grande fardello al corpo, l’attenzione del praticante viene forzata a spostarsi dalla concentrazione mentale alla concentra-zione fisica.

Nel passo successivo, lo scopo diventa quello di separare il sé dal corpo a cui normalmente pensiamo appartenga, in modo da incontrare il corpo separato dal sé; per incontrare, in altre parole, il Corpo puro. Questo è il corpo che appartiene solamente alla Natura stessa: il corpo “così com’è”. Incontrare il corpo “così com’è” significa che tutte le sensazioni della carne scompaiono. Ciò che invece emerge è un corpo di una qualità simile a quella dell’aria, del vapore acqueo. La natura di questo nuovo corpo emergente è di totale passività; può fluttuare, sentendosi propriamente “vivo”, solo avendo invitato ed accolto dentro di sé qualcosa che non appartiene al sé. La pratica del Gyo ricerca l’ingresso in questo sublime stato di passività. Il contrasto tra le due categorie di Gyo ha quindi le sue radici esattamente in ciò che decidevano di “invitare”. Per le pratiche dello Shugendo e del Mykkio era la Mente Non Fluttuante, Mentre per lo Shinto e lo Zen era la Sorgente di Tutte le Cose. In questo modo, quando il fenomeno del Gyo viene compreso come un fenomeno del corpo, diventa possibile per le quattro religioni condividere la stessa struttura di pratiche ascetiche.Si potrebbe dire che la condizione interiore dell'”invitare”, o dell'”accogliere”, fosse l’essenza stessa dell’idea giapponese di Natura. La parola giapponese Kangaeru (pensare) era origina-riamente Ka Mukaeru (accogliere ciò che è). Per i giapponesi quindi, il processo di pensiero stesso era un’attività passiva, letteralmente l'”invitare” o l'”accogliere” il suo oggetto. Ed era questo “invitare”, questo entrare in uno stato di passività, di ricettività, ciò che i giapponesi definivano “naturale”. Davano più valore al “vedere” le cose, o all'”essere visti” dalle cose, permanendo in uno stato di non-sé, piuttosto che all’atto volitivo di guardare o di osservare. Valutavano lo stato recettivo del “sentire” più dell’atto volontario dell’ascoltare. Questo genere di condizione doveva essere raggiunto per mezzo della concentrazione attraverso il Gyo.Jeune femme jouant du Shamisen (détail) Kitagawa Utamaro - 1805Lo Tsugaru jamisen è uno strumento musicale, un liuto a tre corde, proveniente dal Giappone nordorientale. Ciò che viene richiesto ai suoi interpreti è di acquisire una composizione originale che possano chiamare propria. La musica tradizionale giapponese a differenza della musica occidentale non possiede una grande varietà di composizioni musicali. Al contrario, gli interpreti vengono spinti a coltivare la capacità di improvvisazione, a suonare una stessa composizione in vari modi, a seconda del luogo e del momento dell’esecuzione. Takahashi Chikuzan, maestro dello Tsugaru jamisen, sviluppò un Gyo, che consisteva nel suonare il suo strumento per otto giorni e otto notti, senza riposo. Secondo Chizukan, all’ottavo giorno, era venuta meno qualsiasi consapevolezza di suonare. Non poteva più sentire i suoni, emessi dallo strumento che stava suonando, e cominciò a vedere il suo corpo come una distesa di luce bianca. Dalle profondità di questo chiarore sentì provenire una canzone che non aveva mai sentito prima. Questa canzone sarebbe diventata la composizione originale di Chikuzan. In questo modo le composizioni musicali per Tsugaru jamisen non erano creazioni degli artisti, ma qualcosa che questi avevano invitato in sé, qualcosa che proveniva da un luogo sconosciuto. La pratica del Gyo dà risultati differenti a seconda di cosa il praticante invita. In questo caso si trattava di musica.

Non sarebbe un’esagerazione affermare che l’idea di corpo, nella cultura giapponese, è stata forgiata dalla pratica del Gyo. Per i giapponesi il corpo non era semplicemente uno strumento da utilizzare nella vita quotidiana. Era un luogo in cui l’astratto doveva essere accolto. Contrariamente alla visione occidentale del corpo, non era qualcosa che potesse essere governato dalla volontà personale, ma poteva essere portato in uno stato di armonia attraverso l’utilizzo del Ki, che diventa possibile quando si esce da uno stato di concentrazione volontaria. Il lavoro di questo tipo di corpo non è un’automaticità meccanica. Per sua natura, può solo improvvisare ogni suo movimento. Fluttua in risonanza con le vibrazioni della vita, in un mondo in cui tutto è vivo. Quando si muove, attraverso la ricezione di una forza che gli è esterna, il suo movimento non è la trance dimentica di sé del posseduto, non perde mai il suo centro.

Il corpo, per il giapponese, era quindi un luogo per ricevere la vita. La vita, in questo caso, non è quella del singolo individuo o creatura, ma la vita che scorre attraverso tutti gli esseri in un mondo dove tutto è vivo. La vita non è mai morta. Se l’unione dello spermatozoo e dell’ovulo è l’inizio della vita individuale, la vita è ciò che rende quest’unione possibile. Spermatozoo e ovulo, entrambi devono essere vivi perché questa unione possa avvenire La vita quindi esiste oltre l’individuo. La vita è una corrente senza forma che non si interrompe mai ed il corpo dell’individuo non è altro che una nave spinta da questa corrente. La nave non può muoversi indipendentemente. Il corpo può muoversi solo perché sospinto dalla generale corrente della vita.

Il concetto del Gyo, sotteso alle quattro religioni Shinto, Shugen, Mykkio e Zen, penetrò nella vita quotidiana della popolazione a partire dai periodi Kamakura e Muromachi. Questo fenomeno non dovrebbe essere inteso come la diffusione di insegnamenti religiosi, ma come la disseminazione del Gyo stesso. La pratica del Gyo era quindi in grado di espandersi al di là del campo della religione per diventare la base di una determinata visione del corpo, ed avrebbe quindi dato vita al concetto di Kata, o forma. Il Kata è l’espressione simbolica della visione del corpo giapponese, nata dal Gyo. La venerazione giapponese per il Gyo si trasformerà in un senso di rispetto per il Kata.

Capitolo successivo :  #4 La filosofia del Kata.

Journal of Sport and Health Science, Vol. 2, 8-24, 2004. https://www.jstage.jst.go.jp/article/ijshs/2/0/2_0_8/_article/-char/en

Sources des images

  • Estampe : La cascade au claire de lune  Auteur : Utagawa Hiroshige (1797-1858).
  • Vieil Ainou  extrait de “Japon”  de Fosco Maraini.  1959 Ed. B.Arthaud
  • Morihei UESHIBA avec son fils Kishomaru, pratique sous la cascade
  • Jeune femme jouant du Shamisen (détail) Kitagawa Utamaro – 1805

#2 L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento

In seguito a #1 L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento.

Articolo di Hiroyuki Noguchi pubblicato nel 2004. Tradotto dall’inglese dalla Scuola Itsuo Tsuda

Percepire la vita in tutte le coseHiroshige

Tra le politiche di occidentalizzazione che portarono allo smembramento della cultura tradizionale giapponese ci fu, nel 1873, il cambio del calendario. Il governo Meiji decise di abolire il calendario lunare-solare che era stato utilizzato per milleduecento anni e sostituirlo con il cosiddetto calendario gregoriano o calendario solare. L’uso effettivo del nuovo calendario si realizzò solo 23 anni dopo il decreto governativo causando grande confusione nella popolazione. Ma, cosa più importante, ebbe un enorme impatto sul fondamentale senso delle stagioni e dei cicli della vita del popolo giapponese. Il vecchio calendario era comunemente chiamato il “calendario del fattore” a causa dei suoi stretti legami con le attività agricole [Fujii, (1997)]. Non veniva calcolato unicamente su base astronomica, ma si basava su una profonda comprensione dei cicli vitali di piante e creature della terra, con ulteriori aggiustamenti in accordo con l’osservazione dei corpi celesti. Si può dire che il passaggio dal vecchio al nuovo calendario fosse essenzialmente il passaggio da un ordine temporale centrato sui cicli vitali ad un ordine temporale oggettivo, basato sulla scienza astronomica occidentale.

Il vecchio calendario poneva ilcapodanno in corrispondenza dei primi segnali dell’arrivo della primavera, annunciata dalla fioritura dei pruni e dal canto degli uccelli, il secondo mese corrispondeva alla fioritura dei ciliegi ed il terzo a quella dei peschi. Il tempo veniva calcolato in base ai cicli delle attività della vita nella natura che, al contrario di pianeti e stelle, non sono scanditi da intervalli regolari. Siccome il vecchio calendario dava più importanza ai cicli di crescita di piante e creature ed all’umana esperienza delle stagioni rispetto ai calcoli rigo-rosi dell’oggettiva regolarità dei movimenti planetari, ogni anno cominciava in un giorno diverso in accordo col nuovo calendario. Ogni anno, durante l’undicesimo mese, veniva annunciato il calendario per l’anno successivo in base a cui venivano pianificate le attività agricole, gli eventi e le festività. Il governo Meiji considerava non scientifico questo calendario basato sui cicli della vita e decise di usare il calendario solare basato sui movimenti planetari. Un ordinamento temporale razionale dal punto di vista dell’astronomia tuttavia non è sempre razionale dal punto di vista della vita umana e delle altre creature. La scienza moderna rigettò l’ordine temporale centrato sulla vita e propose la misura del tempo oggettivo. Successe in qualche modo lo stesso col ritmo musicale: originariamente veniva stabilito secondo la velocità del passo e successivamente venne convertito in un tempo matematico misurato dai metronomi, dando una musica che suona soffocante e rigida sia per il pubblico che per il musicista. E’ come sostituire il respiro umano con polmoni artificiali che si muovono secondo una sequenza matematicamente prestabilita. I ritmi della vita però, esistono in un ordine diverso rispetto ai cicli matematici di ripetizione.

Con il cambio del calendario il senso delle stagioni dei giapponesi andò in confusione. Il nuovo calendario non dà altra scelta se non quella di vivere in una cornice temporale completamente scissa da quella del Giappone tradizionale. Per i nostri antenati, l’inizio dell’anno nuovo corrispondeva sempre alla chiara sensazione dell’arrivo della primavera. Oggi il capodanno è posto a metà dell’inverno. Tuttavia i giapponesi continuano a scambiarsi cartoline di auguri per l’anno nuovo che celebrano la primavera. Questo non è altro che l’esecuzione di un rituale, salutare la nuova primavera senza farne però l’esperienza. Nel settimo giorno del primo mese, in tutte le case giapponesi si consuma un porridge di riso alle sette erbe primaverili. Eppure è il settimo giorno del primo mese del vecchio calendario il momento in cui queste sette erbe sono effettivamente presenti nei campi. Nessuna di queste si trova in natura il 7 gennaio del calendario corrente. Tuttavia per poter compiere questo rito fittizio i negozi riempono i loro scaffali di queste sette erbe, coltivate però in serra. Allo stesso modo il festival dello Hinamatsuri, in cui le famiglie celebrano la crescita delle loro figlie è il 3 di marzo. In questo giorno le famiglie che hanno una bambina creano uno spazio dove porre delle bambole vestite con gli abiti tradizionali contornate da fiori di pesco. I fiori di pesco non fioriscono il tre di marzo del nuovo calendario. Di nuovo, gli scaffali dei negozi vengono riempiti di fiori pro-venienti dalle serre. Il popolo del Giappone moderno ripete queste finte ricorrenze anno dopo anno. Eppure continuano a presentare il loro paese agli stranieri dicendo che “la bellezza della cultura giapponese sta nel suo armonizzarsi con la natura”. La cosa importante è che praticamente nessuno in Giappone oggi si rende conto di questa scollatura. Hanno perso la percezione diretta del cambio delle stagioni e ciò che rimane è semplicemente la relazione concettuale tra date ed eventi. In ogni caso la strana tendenza dei giapponesi di oggi a comportarsi come le genti del Giappone tradizionale nei confronti dell’esterno dopo aver accettato le politiche governative di occidentalizzazione potrebbe essere considerato un argomento interessante per lo studio dei disturbi psicologici.

Ironicamente, la maggior parte dei giapponesi non sanno che nei libri di storia giapponese gli anni sono registrati in accordo con il nuovo calendario ma il mese ed il giorno seguono quello vecchio. Un altro esempio della loro confusione concerne i nomi dei mesi. Nonostante abbiano senso solo nel contesto del vecchio calendario la gente continua ad usarli anche nel nuovo. Ne risulta una sconnessione tra nome ed esperienza: Minazuki, il nome del sesto mese del vecchio calendario, che significa “il mese senza acqua”, viene oggi usato per il mese di giugno, nonostante giugno sia nel bel mezzo della stagione delle piogge. In queste circostanze non c’è da stupirsi se la maggior parte dei giapponesi di oggi hanno perso interesse nella lettura e nella comprensione dei classici. Infine, la percezione delle stagioni per i giapponesi moderni è il mero riconoscimento del cambiamento di temperatura. Le diverse stagioni non sono altro che la registrazione della distribuzione di temperature durante l’anno. Per la gente che viveva con il vecchio calendario la percezione delle stagioni non era certamente basata sul cambiamento della temperatura. Facevano attenzione ai lievi cambiamenti nell’ambiente natu-rale che li circondava, erano deliziati dal coltivare una delicata consapevolezza del cambiamento di stagione. Questo viene dimostrato chiaramente dall’antica poesia Haiku e Waka.

L’esperienza percettiva diretta del contatto con i cicli stagionali, i cui esempi abbondano nella letteratura classica giappo-nese parlano di un fondamentale aspetto della vita tradizionale giapponese: nella fattispecie, una visione del mondo in cui tutte le cose hanno vita. La capacità di percepire che tutte le cose sono vive, risonanti in armonia l’una con l’altra, era ciò che dava alle persone la certezza di essere vive. “Sono vivo” era sinonimo di “Tutto è vivo”. Coltivare la capacità di percepire un senso di vitalità nell’ambiente circostante era un modo, diretto, di nutrire la propria vita. Ze-ami (1363?-1443?) considerato il fondatore del Nô, spiega ai suoi discepoli nel Fushikaden che “la via della poesia porta longevità e dovrebbe quindi essere seguita con ogni mezzo” [Nogami & Nishio, 1958, p. 11)]. Oggi nessuno penserebbe alla poesia come ad un metodo per migliorare la salute. Ma in un mondo in cui tutto è vivo, tutto, inclusi la poesia ed il Nô, può portare la longevità poiché creare una relazione che fosse in risonanza con il mondo naturale era esattamente il modo di rinvigorire la propria vita.

La cultura tradizionale del Giappone è una cultura artigiana. I maestri artigiani di tutti i campi hanno fornito per secoli le stesse istruzioni ai loro apprendisti. Senza eccezioni, affermano che i materiali usati per la loro arte sono “vivi”. I tintori dicono che la stoffa è viva; il vasaio dice che l’argilla è viva; i fabbri sostengono che l’acciaio che forgiano è vivo [S.B.B. Inc., (19xx)].

I chiodi d’acciaio forgiati dai fabbri tradizionali giapponesi contengono più impurità di quelli moderni prodotti nella for-nace. Attualmente è stato osservato che chiodi estratti da strutture costruite seicento anni fa sono ancora privi di ruggine ed in perfette condizioni al punto da poter essere riutilizzati oggi. Questo fatto, che va contro le teorie scientifiche, può non dimostrare di per sé che tutto è vivo, ma suggerisce che l’antica credenza dei fabbri nella vitalità dell’acciaio poteva essere infusa in un singolo chiodo per renderlo forte e durevole.

Questa visione del mondo, in cui tutte le cose hanno vita, era anche la base dei metodi costruttivi della tradizionale architettura lignea. Il legname da costruzione veniva lasciato all’aperto, esposto alle intemperie per un periodo di circa dieci anni. Dopo la seconda guerra mondiale tuttavia, gli scienziati fecero il loro ingresso nell’industria del legname, analizzarono la quantità di umidità contenuta nel legname stagionato all’aperto ed introdussero macchine asciugatrici che potevano ottenere lo stesso livello di umidità in sole tre ore. Comprimere dieci anni in tre ore tuttavia, rimuove l’umidità a livello cellulare rendendo superficiale la capacità del legno di assorbire l’umidità. In altre parole, priva il legno dei suoi attributi originali limitandone la durata. Sin dall’inizio, la prova scientifica ha sempre richiesto di rendere visibile l’invisibile. Il metodo usato dalla scienza è quello di convertire ciò che non può essere quantificato in qualcosa che possa esserlo: in questo caso “l’esposizione all’aria” diventa “asciugatura”. Esporre il legno alle intemperie per dieci anni significa esporlo a pioggia, vento, caldo e neve per dieci anni. I carpentieri dei santuari e dei templi di Kyoto fanno stagionare il legno nell’acqua in modo da sostituire l’acqua in esso contenuta con acqua nuova. Questo, ovviamente, differisce radicalmente dall'”asciugatura”. Il processo di esposizione all’aria aperta dà al legno dieci anni per adattarsi ad un ambiente diverso da quello in cui era cresciuto e questo riflette l’antica attitudine che considerava il legno “vivo”. Era questa capacità di percepire il legname come vivo che permetteva la costru-zione di strutture lignee che possono durare mille anni.La politica di occidentalizzazione tuttavia continua nel mondo dell’architettura di oggi. I regolamenti governativi richiedono un tasso di umidità inferiore al 20% per il legname da costruzione. Questo valore è impossibile da raggiungere attraverso i metodi di essicazione naturale, il che significa che il governo permette solo l’uso di legno artificialmente essiccato. Nonostante sia vero che la robustezza di ciascun pezzo di legname sia maggiore quando l’umidità è inferiore al 20% le qualità naturali del legno vengono perdute; viene deprivato della sua capacità di respirare. L’architettura occidentale enfatizza la robustezza dei singoli pezzi ma non vede il legname come un essere vivente. In pratica, il legno non viene trattato diversamente dall’acciaio. L’architettura tradizionale, d’altra parte, enfatizzava l’equilibrio. Cercava la forza attraverso l’equilibrio e considerava la forza vitale del legname di cruciale importanza nell’ottenimento della robustezza desiderata.

Negli ultimi cento anni, la scienza ha fatto del suo meglio per privare il tempo del suo potere. Ma la vita cresce e matura col tempo e la compressione del tempo richiede necessaria-mente dei sacrifici. Così come l’ascolto della musica richiede un tempo che non può essere compresso, una crescita forzata può solamente generare uno sviluppo anormale. Il lavoro di stratificazione dei laccatori, la forgiatura dei chiodi dei fabbri, il lavoro dei maestri costruttori di spade, tutto ciò richiede tempo. Per secoli gli artigiani si sono concentrati nel cogliere il Ki (il momento opportuno) e nell’uso del Ma (l’intervallo temporale). Il lavoro del maestro di spada consiste nello scaldare l’acciaio, rimuoverlo al momento opportuno, quindi, dopo una pausa appropriata, raffreddarlo rapidamente nell’acqua prima di rimetterlo nel fuoco. Questo processo viene ripetuto più e più volte e l’arte consiste nel padroneggiare il tempismo, l’intensità e l’uso delle pause (Ki, Do, Ma). Queste tecniche hanno reso possibile la creazione di spade che non possono essere ripro-dotte nemmeno con le più avanzate tecnologie moderne.

Ogni pastiglia che i medici della medicina occidentale somministrano ai loro pazienti contiene una quantità di principi attivi. Un paziente ad esempio, può consumare simultanea-mente dieci principi attivi in una singola pillola. Questo illustra ancor più direttamente la natura della ricerca dell'”efficienza”, vista nell’essicazione artificiale e nei metodi di crescita forzata sopra menzionati. In parole semplici, è la conversione del tempo in spazio, e dovremmo riconoscere che questa è la vera causa degli effetti collaterali nocivi della medicina moderna. Nella pratica della medicina cinese il medico somministra un singolo ingrediente attivo al paziente, in seguito osserva i risultati prima di decidere cosa somministrare in seguito. Questo significa che ci vogliono almeno dieci giorni per somministrare dieci ingredienti. Osservare le condizioni del paziente e agirea seconda dei progressi ottenuti è certamente un processo naturale e non dovrebbe essere bollato come “inefficiente”. Sembra inefficiente semplicemente perché la scienza ha valorizzato la sostituzione degli invisibili ritmi della vita con il visibile movimento del tempo cronologico. Questa filosofia valuta il risul-tato più del processo e la conseguenza più dell’esperienza. Dovremmo riconsiderare se la soddisfazione che cerchiamo nella vita riguarda l’esperienza o il risultato. Il ritmo contenuto nel tempo ci concede una esperienza ricca e la certezza di essere vivi. Sotto il pretesto del positivismo si cela l’assurdità dello scienziato che accende la luce per studiare l’oscurità.Una delle abilità fondamentali nella carpenteria tradizionale è il saper discernere a colpo d’occhio l’alto ed il basso di un pezzo di legno. Questo perché i carpentieri tradizionali credono che ogni pezzo di legno contenga la memoria del cielo e della terra in cui stava in montagna, e di conseguenza, non acquisirebbe una nuova vita se non fosse posizionato secondo questa memoria. La distinzione tra la parte anteriore e quella posteriore è egualmente importante. La parte anteriore è quella che era esposta al sole; mentre quella posteriore è ovviamente quella opposta. Gli alberi cresciuti sul fronte est di una montagna vengono usati come pilastri per il lato orientale dell’edificio; alberi cresciuti sul lato ovest vengono usati per la parte occidentale. I pilastri di ogni direzione vengono sistemati a seconda di come sono cresciuti nel loro terreno natale, si crede che in questo modo gli alberi possano acquisire una seconda vita. In effetti quando anche un solo pilastro viene posizionato sottosopra lo spazio risultante darà una sgradevole sensazione di squilibrio. Gli spazi tradizionalmente abitati dai giapponesi negli ultimi duemila anni erano costruiti seguendo questi metodi che armonizzavano i materiali viventi con la vita [Nishioka, (1993)]. La risultante sensazione di essere circondati da una vita intangibile era esattamente il senso di comfort che scelsero di coltivare.

Vediamo quindi che le basi dei metodi costruttivi riscontrabili nell’architettura lignea tradizionale giapponese differiscono da quelle dell’architettura occidentale. Tuttavia i metodi tradizionali sviluppati attraverso l’acquisizione di conoscenze empiriche non basterebbero per rendere l’architettura giapponese degna di essere chiamata “cultura”. La “cultura” nell’architettura giapponese sta nell’indivisibilità della sensibilità del carpentiere dai suoi metodi costruttivi. La scoperta di come la percezione o la consapevolezza individuale dell’intangibile possa essere usata nell’esecuzione di determinate tecniche in modo che queste acquistino Vita, questo è quello che i vecchi giapponesi chiamavano Waza (arte o abilità). L’affinamento di tali Waza o, in altre parole, l’affinamento della propria sensibilità – per riprendere l’esempio dell’architettura – è ciò che genera armonia con la sensibiltà dell’abitante e crea un senso di ricchezza e comfort nello spazio abitato.

Nella sua essenza, la cultura è la condivisione di determinati valori intangibili da parte di un popolo – la coscienza collettiva di un popolo che si raccoglie di fronte all’astratto.

Consideriamo il kimono tradizionale giapponese. Diversamente dagli indumenti occidentali, il kimono non è un oggetto compiuto in sé. Il vero prodotto non è il kimono, ma la stoffa di cui è fatto. Per sua natura, il kimono è composto interamente da varie pezze rettangolari. Può quindi essere riportato facilmente al suo stato di stoffa, semplicemente scucendolo. La stoffa può allora essere tinta di nuovo e riusata per fare nuovi abiti. Può passare in questo modo anche attraverso diverse generazioni di possessori. Questo concetto di rigenerazione è fondamentale per tale visione del mondo in cui tutto possiede vita.

La costruzione dei Nô di Ze-ami richiedeva addirittura una rispondenza con i morti. Il Nô è un’arte teatrale che include danza, canto e narrazione. La vicenda viene rappresentata da tre personaggi principali: il viaggiatore, il monaco ed il fantasma. Quello che Ze-ami richiedeva dagli interpreti non era né recitazione né l’espressione delle emozioni ma una diretta rispondenza ed armonizzazione con i morti. Il Nô per Ze-ami era un rituale di purificazione in cui i morti dovevano essere pacificati e rinascere. Questo grave tema introdotto da Zeami portò alla cultura giapponese il concetto di Yugen (general-mente tradotto con “penetrante e profondo”). Le esperienze percettive del Mono no Aware, del Wabi, del Sabi e dello Yugen, cruciali per la comprensione della cultura giapponese, sono tutte emerse dalla stessa visione del mondo, e per questo motivo potevano essere condivise dai giapponesi [Shinkawa, (1985)].

Il tempio di Ise, con i suoi millecinquecento anni di storia, è il più importante santuario dello Shintoismo. Nella porzione di foresta compresa nel recinto del tempio, un preciso rituale è stato ripetuto ogni mattina ed ogni sera durante tutta la storia del santuario. Questo rituale chiamato Higoto-Asa-Yu-Ohmikesai implica la pulizia del santuario e l’offerta di cibo allo Spirito. L’autosufficienza è la regola. Tutte le offerte devono provenire dall’interno del recinto del tempio. Il santuario possiede i suoi orti e giardini da cui vengono raccolti riso, vegetali e frutta;saline in cui il sale viene estratto secondo gli antichi metodi. Ed un pozzo che non si è mai prosciugato in questi millecinque-cento anni. Il cibo viene preparato con un fuoco spiritualmente purificato, chiamato Imibi, acceso ruotando un punteruolo di legno su una tavoletta anch’essa di legno – metodo risalente al periodo Yayoi – mentre le stoviglie, di terracotta non smaltata, sono cotte nel forno del tempio. L’aspetto più notevole del tempio di Ise è il rituale dello Shikinen Sengu. Questo rituale consiste nel completo disassemblamento e ricostruzione del tempio ogni vent’anni. I materiali da costruzione per i nuovi edifici provengono interamente dalla foresta del tempio. Con questi materiali gli edifici vengono ricostruiti con la stessa identica forma e nuovi alberi vengono piantati al posto di quelli rimossi per essere utilizzati nella ricostruzione rituale di duecento anni dopo [Yano, (1993)]. Queste attività, ripetute per un periodo di millecinquecento anni, illustrano la visione del mondo del tempio senza l’uso del linguaggio.

In questo modo, l’idea che la vita esiste ovunque è stata la corrente sotterranea della la cultura tradizionale giapponese. Riconosceva la vita in tutte le cose portando alla certezza di una armonia tra tutte le cose che scorre ininterrottamente dal passato al futuro.

Capitolo successivo #3 L’idea di corpo nell’ascetismo

Journal of Sport and Health Science, Vol. 2, 8-24, 2004. https://www.jstage.jst.go.jp/article/ijshs/2/0/2_0_8/_article/-char/en

Immagini:

  • Estampe : Le moineau sur le camélia enneigé.  Auteur : Utagawa Hiroshige 1 (1797-1858). Bibliothèque nationale de France, département Estampes et photographie
  • Estampe : Les scieurs dans les montagnes de Tôtômi ( Tôtômi sanchû ) : Les « Trente-six vues du mont Fuji » ( Fugaku sanjû-rokkei ), 19 e vue. Auteur :    Hokusai Katsushika (1760-1849) Bibliothèque nationale de France
  • Stillfried & Andersen. Views and costumes of Japan d’après des négatifs de Raimund von Stillfried, Felice Beato et autres photographes. Vers 1877-1878.

#1 L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento

Articolo di Hiroyuki Noguchi pubblicato nel 2004. Tradotto dall’inglese dalla Scuola Itsuo Tsuda1.
In quattro sezioni :
  1. Lo scenario della morte nella società moderna.
  2. Percepire la vita in tutte le cose.
  3. L’idea di corpo nell’ascetismo.
  4. La filosofia del Kata

Al cuore di una cultura si trova una determinata visione del corpo, questa visione decide quali esperienze percettive questa cultura sceglie di apprezzare. Cercando di compiere queste esperienze, vengono stabiliti alcuni principi per muovere e trattare il corpo, questi principi stabiliscono poi la base per la padronanza delle abilità essenziali che compenetrano tutti i campi dell’arte, creando delle ricche fondamenta su cui la cultura stessa può prosperare. La cultura del Giappone tradizionale, disintegrata dalla restaurazione Meiji, possedeva, appunto, questo tipo di struttura. L’idea di corpo, le esperienze percettive condivise ed i principi del movimento che esistevano nella cultura tradizionale giapponese erano radicalmente diversi da quelli che arrivarono dall’Occidente e che furono ciecamente disseminati dal governo giapponese a partire dalla Restaurazione Meiji.

Questo articolo discute le deboli basi del Giappone moderno in quanto cultura costruita sulla distruzione delle proprie tradizioni ed esplora la possibilità di dar vita ad una nuova cultura guardando alla struttura delle propria perduta tradizione culturale.

Lo scenario della morte nella società moderna

C’è una politica nazionale in Giappone che è continuata senza sosta sino ad oggi, per circa centoquarant’anni, a partire dalla Restaurazione Meiji, nel 1868. E’ la politica dell’occidentalizzazione che ha portato alla disintegrazione continua della visione tradizionale giapponese del corpo e della vita in generale. Accettando questa politica il popolo giapponese acquisì lo stile di vita pragmatico e saturo di tecnologia occidentale di una società modernizzata. Allo stesso tempo, con le sue stesse mani, ha smantellato e cancellato completamente una cultura di bimillenaria tradizione. Non sappiamo ancora chi realmente istigò la più drastica riforma sociale mai avvenuta nella storia giapponese; a quale classe appartenessero, o quali fossero i loro obbiettivi [Oishi, (1977)]. In ogni caso fu scatenata dall’apertura dei porti giapponesi al commercio estero nel 1854, quando lo shogunato Tokugawa, soccombendo alla pressione militare degli Stati Uniti e delle nazioni europee, prese la decisione di porre fine alla sua politica di isolamento durata 200 anni. Questa decisione dello shogunato portò il caos nel paese. I samurai, furiosi per la codardia dimostrata dallo shogun, insorsero mentre l’esportazione della seta provocò una grave crisi economica a causa del drastico aumento dei prezzi. A causa delle pressioni esterne ed interne lo shogun Tokugawa Yoshinobu non ebbe altra scelta se non quella di rinunciare al potere nel 1867.

La nuova amministrazione Meiji stabilì un sistema imperiale modellato sulla monarchia costituzionale prussiana. Al posto del cristianesimo – il nocciolo della cultura occidentale – instaurò lo Shinto di stato (una forma nazionalistica dello shintoismo) e proseguì rapidamente a ricreare la nazione. Non solo la politica, l’economia e l’industria furono riformate sulla base di modelli occidentali, ma la politica della modernizzazione, dell’occidentalizzazione e del progresso scientifico si estendeva allo stile di vita della popolazione in generale.

A prima vista, questa politica di occidentalizzazione, sembrava un provvedimento mirato a guidare il popolo giapponese ad adattarsi al suo nuovo governo costituito nel breve lasso di tempo di due anni, dopo il collasso dello shogunato. In realtà il suo obbiettivo era di rigettare e smantellare ogni aspetto del Giappone tradizionale attraverso l’inflessibile glorificazione della civiltà occidentale. Questa politica si basava su tre fattori principali: disordine sociale, ordini e regolamenti governativi e controllo dell’informazione, che non lasciavano coesistere la cultura tradizionale con il nuovo ordine.

Le famiglie imperiali e reali furono le prime ad adottare lo stile di vita occidentale, ponendosi come esempio per il resto della nazione generò nella popolazione un desiderio per tutto ciò che era occidentale. In questo modo l’imperatore, il simbolo del Giappone, divenne anche il simbolo dell’occidentalizzazione. I media seguirono, diffondendo, in maniera superficiale, la glorificazione della civiltà occidentale ed il boicottaggio della tradizione. Lo slogan «Bunmei Kaika» (la fioritura della civiltà) risuonò attraverso la nazione.

Anche gli storicamente adorati alberi di ciliegio selvatico furono tagliati ed usati come legna da ardere in tutto il paese perché ricordavano il precedente sistema feudale.

Hasegawa Kyozo - Shimizu, Christine: L'art japonais, Flammarion, Public Domain,
1592 Hasegawa Kyozo – Shimizu, Christine: L’art japonais, Flammarion, Public Domain,

Mentre il someiyoshino, un ibrido di ciliegio creato artificialmente, fu premiato in quanto prodotto della scienza: prospera in praticamente qualsiasi tipo di suolo, gli alberi fioriscono gloriosamente e quasi simultaneamente. Dà un senso di bellezza uniforme, fiorendo prima che le foglie appaiano sui rami. Ma come altre piante incrociate artificialmente il someyoshino non ha profumo. Non ha ereditato l’intenso profumo dei ciliegi selvatici. Mentre i ciliegi selvatici possono vivere trecento, a volte anche cinquecento anni, il someyoshino dura soltanto settanta, ottant’anni [Horibe, (2003)]. Questo ciliegio artificiale, dalla bellezza uniforme e privato di profumo e longevità dalla mano dell’uomo fu piantato in tutto il paese e divenne il fiore nazionale giapponese. Se paragonassimo la nascita della moderna civiltà occidentale al fiorire di una pianta radicata nel substrato delle culture tradizionali dell’Occidente la modernità in Giappone sarebbe un fiore artificiale senza nessun suolo reale. Il destino dei ciliegi suggerisce la vera natura dell’emergere di una modernità deformata ed artificiale in Giappone.

Naturalmente la distruzione dei ciliegi selvatici era solo una piccola parte dei monumentali cambiamenti che si stavano avverando. Probabilmente la più significativa delle azioni distruttive perpetrate dalla Restaurazione fu l’ordine governativo di separare shintoismo e buddismo. Questa operazione, attuata in modo da poter istituire lo Shinto di stato scatenò il movimento anti-buddista che portò alla distruzione di prege-voli templi buddisti, statue e case da tè in tutto il paese.

Anche la rappresentazione del teatro tradizionale, il Nô, fu proibita dopo la Restaurazione, costringendo quasi tutti gli attori di Nô a cambiare occupazione o a terminare la loro carriera.

In questa atmosfera di rigetto di tutto ciò che fosse in qualche modo tradizionale fu popolarizzata l’occidentalizzazione dell’abbigliamento, inizialmente attraverso le uniformi militari e governative. Allo stesso tempo la cultura alimentare occidentale fu introdotta attraverso i pasti ospedalieri e l’architettura occidentale attraverso le infrastrutture pubbliche. Indossare cravatte e indumenti con bottoni, mangiare manzo e bere latte di mucca, entrare in un edificio indossando le scarpe, tutte queste cose che il popolo giapponese non aveva mai fatto in duemila anni di storia diventarono le prime prove di fedeltà imposte dal governo Meiji.

Il governo proseguì ad emanare un numero crescente di proibizioni e di ordini a cambiare commercio o lasciare il servizio pubblico. Per esempio, con la decisione di introdurre la medicina occidentale come pratica medica ufficiale, il governo si impegnò in uno sforzo enorme per sradicare l’antica pratica della medicina cinese. La resistenza dei dottori della medicina cinese era forte e ci vollero più di quarant’anni perché il progetto si realizzasse. In quel periodo, per stabilire quale delle due fosse superiore, fu creato un ospedale allo scopo di raccogliere dati sull’efficacia di entrambe le medicine nella cura del beriberi. Il risultato della cosiddetta “East-West Beriberi Competition” fu sostanzialmente un pareggio ed i conflitti tra le due scuole si intensificarono, portando addirittura al tentato omicidio di Sohaku Asada, famoso dottore in medicina cinese e leader della resistenza [Fukugawa, (1956)]. Qui vediamo la natura scaltra e calcolatrice della politica di occidentalizzazione attuata dal governo Meiji. Uno sguardo ai giornali di quel periodo rivela una serie di scritti irrazionali: «In confronto agli orrendi liquidi neri preparati dai dottori della medicina cinese guardate quanto sono belle le polveri, bianche come la neve, della medicina occidentale!». Gli operatori della medicina cinese erano costretti ad affrontare queste, quantomeno ingiuste, accuse diffuse dai media.

L’introduzione della medicina occidentale era qualcosa di più di un semplice tentativo di occidentalizzazione della pratica medica. Era, per la sua stessa natura, una politica anti-shogunato. Per esempio, il mantenimento della pratica dell’agopuntura, estranea alla medicina occidentale, sembrava dall’esterno un’ancora di salvezza per i non vedenti, tradizionalmente indirizzati verso questa professione. Tuttavia la pratica dell’agopuntura riconosciuta dallo shogunato era quella giapponese, un sistema creato attraverso una rivitalizzazione ed un sistematico scrutinio dell’agopuntura cinese. Fu questa ad essere proibita e coloro che la praticavano dovettero riconvertirsi alla versione cinese [Machida, (1985)]. In altre parole la politica di occidentalizzazione fu caratterizzata da un completo rifiuto della tradizione giapponese e qualsiasi cosa di origine straniera veniva apprezzata ed accettata.

Studenti di disparate discipline quali l’architettura, la cucina e la medicina furono tutti obbligati ad apprendere le teorie occidentali se desideravano acquisire le licenze ufficiali, che il governo aveva recentemente cominciato ad esigere. Fu attraverso l’instaurazione di tali sistemi che il governo tentò di interrompere la trasmissione di sapere esperienziale e quindi porre fine alla tradizione del sistema dell’apprendistato. Per esempio, imponendo lo studio delle teorie architettoniche occidentali, basate sul sistema metrico decimale, agli architetti giapponesi, il governo impedì in modo efficace il passaggio del sapere dai maestri carpentieri, che basavano la loro arte sul sistema di misura tradizionale giapponese, ai loro apprendisti. Le metodologie architettoniche tradizionali, che permettevano la costruzione degli edifici lignei più grandi al mondo con una durata di non meno di mille anni, erano basate su un sistema teorico completamente diverso. Cavalcando l’onda dell’adorazione per le teorie occidentali, il governo giapponese ha continuato a forzare l’occidentalizzazione dell’architettura fino ad oggi, senza esaminare e riconoscere il valore dei propri metodi tradizionali. Nel 1959, il governo ha ufficialmente adottato una risoluzione proposta dall’Istituto Architettonico Giapponese, di proibire la costruzione di architetture in legno. Sei anni più tardi ha promulgato un ordine che proibiva l’uso del sistema di misura tradizionale giapponese [Matsuura, (2002)].

verso 1877-1878.
verso 1877-1878.

I codici costruttivi giapponesi promuovono la costruzione di strutture di cemento che tendono a trasformare le città in fortezze, questo sta portando alla scomparsa delle strutture in legno, nate da questa terra e da questo clima, che hanno fatto parte dello stile di vita giapponese per duemila anni. Di conseguenza, le magnifiche foreste giapponesi si stanno ora deteriorando.

Il controllo governativo dell’informazione fu attuato anche nell’ambito del sistema educativo, istituito nel 1872. Con il suo programma interamente costruito su teorie occidentali, divenne un caposaldo del processo di occidentalizzazione. Glorificando gli studi occidentali, portò l’intelletto e la sensibilità dei giapponesi verso l’ignoranza ed il disprezzo per la loro stessa tradizione culturale.

Anche quegli argomenti quali la musica, l’arte e l’educazione fisica, volti a coltivare la sensibilità estetica degli studenti, per non parlare delle materie più generali, svolsero un ruolo importante nello smantellamento della cultura tradizionale e nello spingere il processo di occidentalizzazione.

L’insegnamento artistico introdusse i brillanti colori occidentali mentre quelli giapponesi vennero dimenticati; i relativi principi di armonia non vennero più insegnati. La ricca sensibilità giapponese per i colori è evidente, quando guardiamo ai kimono ed ai supporti utilizzati per le calligrafie e le pitture. Un libro di colori campione per la tintura dei kimono del periodo Edo rivela cento tonalità di grigio e quarantotto di marrone, ciascuna con un nome specifico [Nagasaki,(2001)]. L’abilità dei tintori di creare questa enorme varietà di colori con materie prime vegetali è la testimonianza della loro superba tecnica. Ma ancora più stupefacente è il fatto che i sarti, e persino i consumatori, fossero in grado di distinguere tutte queste tonalità. Per i giapponesi il colore era qualcosa che impregnava il materiale; i colori dovevano valorizzare l’inerente qualità del materiale grezzo. I nuovi colori che arrivavano dall’occidente erano, al contrario, qualcosa che ricopriva. Questo incontro fu causa di sgomento e confusione per la fine sensibilità che i giapponesi avevano avuto sino ad allora nei confronti del colore. Centoquarant’anni dopo vediamo il risultato di questa educazione nel volgare senso del colore delle città del Giappone moderno. Nelle strade, le insegne ed i volantini non mostrano alcun segno di raffinatezza. E’ come se l’uso di colori forti e violenti bastasse ad imitare il senso del colore occidentale. Questa educazione ha certamente  sprecato più di un talento che avrebbe potuto produrre eccellenti dipinti giapponesi [Nakamura, (2000)].

verso 1877-1878.
verso 1877-1878.

Contemporaneamente l’educazione musicale scardinava il tradizionale concetto di suono. La sensibilità giapponese per il suono si è sviluppata attraverso la religione. Un suono generato con profonda e concentrata intensità veniva considerato come capace di eliminare le impurità. Le tecniche del Ki-ai padroneggiate dai preti shinto e dagli asceti delle montagne, il canto dei monaci buddisti ma anche l’atto di pulire erano tutte pratiche religiose basate sul mistero del suono. L’uso dello hataki – una sorta di grosso spolverino di carta e bambù – e della scopa hanno origine nei rituali shinto, che invitavano il divino purificando l’ambiente circostante attraverso l’uso del suono. Non venivano usati allo scopo di raggiungere una pulizia igenica. Il suono del noh-kan (flauto di bambù usato nel teatro Nô) serviva a quietare i morti, lo shino-bue (flauto di giunco) invitava il morto a visitare questo mondo. Il senso di profondità dato dal suono nella cultura tradizionale giapponese era basato su una sensibilità nei confronti del suono completamente diversa da quella che troviamo nella musica occidentale. Nelle scuole, tuttavia, veniva insegnata unicamente la musica occidentale, con la sua teoria basata su una scala equamente temperata, che costituisce essenzialmente un’eccezione rispetto alle altre tradizioni musicali nate su questo pianeta. Gli studenti che cantavano seguendo le scale tradizionali giapponesi venivano considerati privi di orecchio.

Allo stesso modo l’educazione fisica smantellò i tradizionali modi di muovere il corpo (come spiegherò più avanti in questo articolo), insegnando solo esercizi e movimenti basati sui meccanismi del movimento trasmessi dall’Occidente. Questo portò ad una forte separazione tra le vecchie e le nuove generazioni riguardo alla percezione del corpo, rendendo estremamente difficile la trasmissione della cultura del corpo dai genitori ai figli. Di conseguenza ci sono oggi innumerevoli adulti che non sono in grado di usare correttamente le bacchette, per non parlare del sedersi nella tradizionale posizione seiza.

Giappone 1869-1942
Giappone 1869-1942

Centoquarant’anni di questa educazione direzionata hanno forzato l’intelletto giapponese ad essere usato unicamente per tradurre, interpretare ed imitare la civiltà occidentale. Certamente, in questi anni, il Giappone ha prodotto apparecchiature elettroniche di alta qualità ed automobili ironicamente ribattezzate “salotti ambulanti”, ma queste cose non hanno nulla a che vedere con la cultura giapponese. Sono piuttosto espressioni dello shock esperito dai giapponesi nell’incontro con la moderna civiltà occidentale. In altre parole, sono il riflesso, nell’occhio giapponese, dell’immagine della civiltà moderna. Gli strani ed esageratamente soffici sedili ed ammortizzatori delle auto sono la simulazione della dolce e morbida sensazione provata dai giapponesi, fino ad allora abituati unicamente ai duri tatami, quando conobbero per la prima volta i sofà occidentali. Gli eccessivamente pragmatici prodotti elettronici con molte più funzioni di quante siano in realtà utili all’utente medio sono espressione dell’impatto dell’accecante luce delle lampadine elettriche su un popolo abituato a vivere nella fioca luce delle candele giapponesi.

La lunga politica di chiusura del Giappone ha pervertito l’incontro con l’Occidente. Mancando qualsiasi comune denominatore con le moderne società occidentali, i giapponesi hanno trasformato il loro forte senso di disparità in glorificazione e adorazione, come mezzi di autoprotezione.

A partire dalla Restaurazione Meiji, il Giappone è riuscito, con un certo successo, a smantellare la propria cultura tradizionale. Non è riuscito, tuttavia, a creare una nuova cultura attraverso l’assimilazione della civiltà occidentale. Questo è assolutamente naturale in quanto una cultura non può nascere unicamente dall’imitazione e dalla brama. Accecati dalla sfolgorante immagine della civiltà moderna i giapponesi non sono stati in grado di incontrare la vera cultura che ha fatto nascere quella civiltà, che l’ha nutrita e l’ha fatta funzionare. In altre parole, non hanno mai capito veramente le tradizionali sensibilità dei popoli occidentali e questa è la tragedia del Giappone attuale. Ovviamente, non è possibile trapiantare una cultura. La cultura di un paese nutrita dall’accumulazione di esperienze in secoli di tradizione, appartiene alla terra in cui è nata, e solo a quella. Non permette assorbimento o imitazione da parte di un’altra. Il pensiero scientifico, fondato sul pragmatismo ed il positivismo, che il Giappone tentò così avidamente di emulare a partire dalla Restaurazione, deve essere stato un prodotto inevitabile della cultura – della terra e dello spirito – dei paesi occidentali. Gli scienziati giapponesi che partecipano a raduni accademici internazionali per la prima volta sono sempre sorpresi di scoprire che gli scienziati occidentali menzionano Dio senza esitazioni. Questo succede perché in Giappone essere uno scienziato implica necessariamente essere un ateo e un materialista. Per i giapponesi post-Restaurazione la scienza era virtù, ma anche religione o fede.

Il Giappone moderno è quindi diventato un’anomalia nella storia mondiale – un puro prodotto della “modernità”, eretto senza possedere una vera cultura come fondamento. E’ una nazione in cui avvengono gli esperimenti di “modernità” più estrema.

Dopo tutto, la “cultura” non è altro che l’abilità di rendere ricco e bello il mondo in cui viviamo. E’ l’abilità percettiva di convertire e ricomporre lo spazio-tempo oggettivo in uno spazio-tempo umano. Attraverso la scoperta e la condivisione di questa abilità, la “cultura” permette ad un popolo ed alla terra a cui appartiene di apparire in tutta la loro bellezza. Allo stesso tempo, possiede un pericoloso potenziale autodistruttivo poiché per natura, la sua esistenza ed il suo valore non possono essere percepiti da coloro che vivono al suo interno, che ne vengono supportati.

Sono gli scenari della nascita e della morte che rappresentano, nel modo più diretto, la cultura di qualsiasi paese. Lo scenario della morte nel Giappone attuale è meccanizzato. Nel contesto dell’ospedale le persone vengono tenute in vita da delle macchine. Dietro le porte chiuse delle loro sale d’attesa, i dottori la chiamano “sindrome spaghetti”. Questo è lo scenario che troviamo nei reparti geriatrici, dove i nostri anziani hanno braccia e gambe bloccate da cinghie per impedire un loro qualsiasi inconscio tentativo di rimuovere i numerosi cateteri attaccati ai loro corpi. Ciò che vediamo qui non è l’immagine sacra di una persona che entra nel capitolo finale della sua vita. Non è l’immagine di trasmissione da genitore a figlio della parola finale e profondissima, il rendere il proprio “ultimo respiro”, che nella storia è stato considerato uno degli atti più importanti della vita umana. Solo trenta minuti dopo la morte, i venditori di servizi funebri si presentano alla famiglia. In anni recenti, i mercanti in cerca di organi da trapiantare arrivano anche prima. Questa vuota, “scientifica”, immagine della morte rappresenta la modernità della nostra nazione. Questo è accaduto perché la società moderna ha separato il corpo dalla vita, dalla personalità, dal’individuo. I nostri moderni governi “amanti della libertà” forse non governano le vite dei cittadini, ma governano certamente i loro corpi. Mentre riconoscono la libertà in molti altri ambiti, nessun paese “sviluppato” riconosce la libertà di scelta per quanto riguarda il trattamento medico. Se i nostri corpi fossero considerati inseparabili dalle vite che conduciamo la scelta del trattamento medico e del modo di nascere e di morire dipenderebbero unicamente dalle convinzioni di ciascuno. Le nazioni moderne però, hanno abbracciato la medicina occidentale, che considera il corpo e la vita sfere separate, come metodo ufficiale. Cercano quindi di controllare la nascita, il trattamento medico e la morte. In altre parole i nostri corpi. Nella medicina occidentale il corpo è solo uno strumento: una macchina al servizio della volontà del suo possessore. Ricevere un trattamento medico quindi non è diverso dal riparare una macchina rotta e la morte diventa la mera produzione di materiale di rifiuto. Gli ospedali si trasformano in stabilimenti per il trattamento di rifiuti industriali, in cui il trapianto di organi è parte della loro attività di riciclaggio. Chiunque percepisca qualcosa di strano nell’immagine meccanica della morte che è oggi la norma negli ospedali giapponesi capirà immediatamente che la scienza in sé non può mai diventare “cultura”.

Salutando oggi il ventunesimo secolo, è forse giunto il momento di riconsiderare la disintegrazione della nostra cultura tradizionale che cominciò con la restaurazione Meiji. Il tempo passato non può mai essere reclamato, ma possiamo almeno capire il nostro passato e di essere in grado di piangerne autenticamente la perdita. Dovremmo guardare indietro alla nostra perduta cultura in modo da andare avanti verso la formazione di una nuova cultura per l’avvenire.

Capitolo successivo : #2 Percepire la vita in tutte le cose

Articolo di Hiroyuki Noguchi pubblicato nel 2004. Tradotto dall’inglese dalla Scuola Itsuo Tsuda1.

1 Journal of Sport and Health Science, Vol. 2, 8-24, 2004. https://www.jstage.jst.go.jp/article/ijshs/2/0/2_0_8/_article/-char/en

Immagini :

  • “Cherry Tree” from Cherry and Maple, Color Painting of Gold-Foil Paper Shimizu, Christine: L’art japonais, Flammarion https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Cherry-tree.jpg
  • Stillfried & Andersen. Views and costumes of Japan d’après des négatifs de Raimund von Stillfried, Felice Beato et autres photographes. Vers 1877-1878.
  • Stillfried & Andersen. Views and costumes of Japan d’après des négatifs de Raimund von Stillfried, Felice Beato et autres photographes. Vers 1877-1878.
  • Genthe, Arnold, 1869-1942, photographer. Arnold Genthe Collection (Library of Congress). Negatives and transparencies. http://www.loc.gov/pictures/item/agc1996015771/PP/

Per una ecologia del corpo umano

Dicembre 2013 “Il Manifesto”. Intervista a Régis Soavi Sensei, maestro di Aikido che da oltre trent’anni fa conoscere il «Katsugen undo», pratica giapponese che ci fa ritrovare le capacità naturali.

regis soavi aikidoOggi molte per­sone con idee poli­ti­che diverse o anche prive di una idea poli­tica defi­nita, si pre­oc­cu­pano di come i loro com­por­ta­menti indi­vi­duali pos­sono influire sull’ambiente: acqui­stare pro­dotti bio­lo­gici e a”km-zero”, rici­clare meglio i rifiuti, sce­gliere for­ni­tori di ser­vizi più rispet­tosi dell’ambiente, ridurre il con­sumo ener­ge­tico, ecc.

A livello di dibat­tito poli­tico comun­que, la reto­rica eco­lo­gi­sta fun­ziona sem­pre, anche in tempo di crisi.

In ogni caso, l’attenzione col­let­tiva verso le con­di­zioni e la qua­lità della terra, dell’aria e dell’acqua, per diverse ragioni, che sia per senso di respon­sa­bi­lità o a volte, sem­pli­ce­mente per busi­ness, è alta. Ci si pre­oc­cupa delle sostanze con cui tutti gli esseri viventi entrano in con­tatto: piante, ani­mali ed esseri umani, siano que­ste nutri­tive, medi­ci­nali o tos­si­che.

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Alla scoperta dell’Aïkido e del Katsugen Undo, l’Arte del Non-Fare

Cosa sono l’Aikido e il Movimento Rigeneratore? Come fare di essi mezzi per vivere la quotidianità? Ce ne parla Régis Soavi, discepolo diretto di Itsuo Tsuda, a sua volta allievo del Maestro Ueshiba e del Maestro Noguchi. Articolo di Francesca Giomo

Dell’Aikido conoscevo solo il nome, prima di essere invitata a partecipare a quattro lezioni per praticare questa “non arte marziale” presso la Scuola della Respirazione di via Fioravanti a Milano. Le lezioni per gli “assaggiatori” si tenevano il lunedì sera alle sette, nessuna parte teorica, ma solo pratica. Prima si osservava la dimostrazione della tecnica da parte degli allievi più anziani, quindi, si “eseguiva” direttamente.

L’Aikido di cui parleremo e che ho cominciato a conoscere è quello del Maestro Itsuo Tsuda, allievo del fondatore della pratica Morihei Ueshiba. Ora è Régis Soavi a portare avanti la ricerca iniziata da Tsuda attraverso la pratica del suo insegnamento presso differenti dojo in Europa, tra cui anche la Scuola della Respirazione di Milano. Tsudo in vita si era occupato anche del Katsugen Undo, il Movimento Rigeneratore, appreso da Haruchika Noguchi, che viene praticato, oltre all’Aikido, anche presso il dojo di Milano. Di entrambi ce ne parla direttamente Régis Soavi nell’intervista che segue.

D – Che cosa è l’Aikido? Può essere definito un’arte marziale?RS – L’Aikido è una non-arte marziale. Infatti l’origine dell’Aikido è un’arte marziale che si chiama Ju Jitsu. La visione del Maestro Ueshiba ha trasformato questa arte marziale in un insieme di armonia e fusione tra le persone. Per questo non si tratta più di un’arte marziale come alle origini, ma di una non-arte marziale.

D – Fu, allora, il Maestro Ueshiba ad inventare l’Aikido?RS – Si, fu Ueshiba, morto nel 1969. Ma il fatto che alla base dell’Aikido vi sia il Ju Jitsu è importante, in quanto da qui si capisce come Ueshiba con l’Aikido ne cambiò lo spirito. Ai-Ki-Do significa via (do) dell’armonia (ai) del ki, vi di fusione del ki. La sua linea di orientamento ha di fatto trasformato un’arte marziale in qualcosa d’altro. Nell’Aikido non si può, ad esempio, parlare di difendersi, bensì di fondersi.

D – Se Ueshiba fu il fondatore dell’Aikido, l’insegnamento della Scuola della Respirazione si rifà, però, al Maestro Itsuo TsudaRS – Sì, Tsuda è morto nel 1984. Attraverso i suoi libri ha fatto passare il messaggio di Ueshiba, di cui fu allievo per dieci anni, come me di Tsuda. Dopo la morte di Ueshiba si formarono diverse scuole di Aikido. Qualcuna tra queste ha preferito tornare a un’arte marziale tipo Ju Jitsu, altre hanno fatto dell’Aikido uno sport. Noi cerchiamo di capire cosa in realtà il Maestro Ueshiba ha detto.

D – Il M. Tsuda ha conosciuto tardi il Maestro Ueshiba? Prima praticava arti marziali?RS – No, Tsuda era un intellettuale. Non aveva mai praticato arti marziali. Studiò in Francia con Marcel Granet e Marcel Mauss, lui fu interessato dal Ki. Ha cominciato le sue ricerche verso questa direzione e prima ha scoperto il Katsugen Undo, poi l’Aikido. Tsuda, grazie a Ueshiba, ha visto come si poteva usare il Ki nell’arte marziale. Aveva 45 anni quando ha cominciato, senza mai praticare prima né karatè, né judo, né altro.

D – Non è facile per un occidentale comprendere cosa sia il KiRS – Tutti ne parlano ormai. Basta pensare al Tai Chi Chuan, al Qi Qong?Tutti lo conoscono dal punto di vista mentale, ma è dal punto di vista del fisico che pochi lo sperimentano. Ma questo non si può spiegare. Ognuno deve sentirlo, non esiste spiegazione. A noi non interessa la spiegazione di cosa sia il ki a noi interessa solo come possiamo utilizzarlo. E’ un po’ come spiegare cosa sia l’amore. Oggi si possono fare analisi sull’odore delle donne, su quello degli uomini ecc?ma non basta, se no siamo solo animali?Non si spiega l’amore, l’amore è un incontro tra due essere e non avviene perché quello ha la barba ecc ecc… Così avviene anche per il Ki.

D – Parlando della pratica dell’Aikido, come si articola una seduta?RS – Una seduta di Aikido è un momento speciale della giornata. Io pratico ogni giorno, vi si può ritrovare un certo aspetto sacro. All’inizio della pratica vi sono dei gesti rituali, di cui non è importante conoscere il senso, ma fondamentale è che quando li fai, questo procura qualcosa. C’è anche la recitazione del norito (un testo di origini shintoiste recitato in giapponese), che è una recitazione di purificazione Nessuno sa cosa vogliono dire le parole intonate, ma quando la loro recitazione è buona c’è una vibrazione interna, che agisce. A noi può sembrare molto mistico, ma se uno ascolta dei lieder di Schubert, ad esempio, eseguiti da un buon cantante, se non sa il tedesco non capisce nulla, ma quando ascolta il canto accade qualcosa o di triste o di gioioso, viene generato un effetto. Come quando si guarda la rappresentazione del teatro Noh, non si capisce niente, è in giapponese, ma i gesti e i movimenti creano effetti. E questo non è mistico, bensì reale.

D – Quando abbiamo assistito a una delle ultime parti della seduta, la parte del movimento libero, grazie al susseguirsi di attacchi e “fusioni”, sembrava di assistere a un’improvvisazione…RS – Sì, infatti, si tratta di un’improvvisazione

D – Ci vuole una tecnica speciale per fare il movimento libero?RS – Anche se si tratta di un’improvvisazione, ci sono dei gesti che sono un pò ritualizzati. Uno non può attaccare a caso,ma in un certo modo dipende dalla postura di chi è attaccato, diciamo così. Il gesto dell'”attaccante” corrisponde alla postura di colui che viene “attaccato”. Ma nel caso di un’improvvisazione, come quando dei musicisti improvvisano insieme, c’è sempre armonia altrimenti si crea il caos. Dunque si sorpassa la tecnica e si crea armonia.Tutti possono farlo. Ognuno lo fa al suo livello. All’inizio lo si fa più lentamente, con la tecnica che si conosce. Non si inventa qualcosa di veramente nuovo.

D – Che importanza ha il respiro nella nell’Aikido?RS – Quando si parla di respiro in tale contesto, si parla della condizione del Ki. Uno non deve pensare a respirazione a livello dei polmoni. E’ un respiro del corpo che permette di essere più in armonia. Quando uno agisce è espirazione, quando uno riceve è inspirazione.La respirazione polmonare, quando si inizia a praticare, diventa più ampia. Tutto il corpo respira e questo diviene più sciolto e morbido, il ki scorre meglio. In tal senso la respirazione serve ad ammorbidire le persone, a trovare un ritmo nella pratica, perché se uno non respira correttamente dopo cinque minuti non ha più forze. Per questo motivo, all’inizio delle sedute si pratica lentamente, perché armonizziamo attraverso il respiro i gesti. I gesti, quindi, vengono armonizzati dal respiro.

D – All’inizio della pratica c’è il maestro che fa un respiro molto particolare, molto forte, ma in funzione di cosa esattamente?RS – Questo respiro serve per espirare a fondo, per vuotare. C’è un’abitudine deformante comune a molte persone riguardo alla respirazione. Oggi, infatti, le persone tendono a trattenere sempre un po’d’aria, non respirano a fondo. Trattengono il respiro perché sono sempre pronti a difendersi, a dare riposte. Alla fine il respiro, non essendo mai realmente vuoti, non può essere profondo e manca il fiato. Quindi, la seduta si inizia facendo uscire tutta l’aria, così, insieme a lei escono anche i pensieri. E diventiamo vuoti, nuovi.

D – Dove agisce a livello fisico l’Aikido?Che tipo di riposte muscolari esige dal fisico?RS – E’ come nella vita quotidiana, normalmente si usano tutti i muscoli, così nell’Aikido. E’ vero, però, che alcune scuole di Aikido hanno cercato di fare diventare il corpo più forte. La nostra scuola non vuole questo. Non vogliamo essere più forti, solo meno deboli. I muscoli non devono essere più forti per fare qualcosa di speciale. Con l’Aikido uno si muove normalmente e fa dei gesti quotidiani?come correre, girare, gesti normali, che però facciamo con un’attenzione speciale.

D – E’ possibile riportare questa “attenzione speciale” nella propria vita quotidiana?RS – Certo, altrimenti non serve a niente l’Aikido. Alcuni vengono qui per poter diventare più forti, per difendersi, invece no. L’Aikido serve a sensibilizzare, a diventare più sensibile e dunque serve nella vita quotidiana. Si ritrova una certa morbidezza. Se prima il respiro era troppo corto e alto, a poco a poco, diventa più calmo. Questo serve per interagire con i bambini, nelle relazioni di lavoro?questa è la vera utilità dell’Aikido, servire nella vita quotidiana.

D – Voi praticate sempre la mattina molto presto?Perché?RS – Io sì, nella scuola Itsuo Tsuda pratico così, ma non tutti quelli che fanno Aikido praticano la mattina presto. Io preferisco la mattina perché siamo più nella dimensione dell’involontario, è una condizione che permette al corpo di svegliarsi e prepararsi alla giornata.

D – Presso la “Scuola della Respirazione” si pratica anche il Katsugen Undo, ovvero il Movimento Rigeneratore. Quali le sue origini?RS – E’ una scoperta del Maestro Noguchi. All’inizio Noguchi era un guaritore. Faceva passare ki alle persone per farle stare meglio. Ma a un certo punto, ha scoperto che la capacità umana di guarirsi da solo era innata, ma non funzionava più o funzionava di meno. E’ lui che ha scoperto che facendo yuki, ovvero fare passare il i con le mani, i corpi si muovono da soli e che questo comporta un riequilibrio del corpo. Sempre Noguchi, quindi, ha trovato alcuni movimenti che permettono al corpo di risvegliare la sua capacità di autoguarirsi. Per questo è nato il Movimento Rigeneratore o Katsugen Undo, esercizi che permettono al corpo di risvegliare capacità che non sa di avere.Tsuda ha portato il movimento rigeneratore in Francia e ione sono stato interessato perché ho trovato il legame che c’era tra l’Aikido e il Movimento Rigeneratore. Ho realizzato la presenza di tale legame per il fatto che quando un corpo è sano e ritrova le sue capacità, l’Aikido non può più andare verso il senso della lotta contro gli altri, bensì sparisce la volontà di farlo. Dunque il Movimento Rigeneratore è molto importante, a mio avviso è difficile praticare l’aikido nella nosra scuola senza conoscerlo.

D – Il Katsugen Undo si può apprendere solo frequentando gli stages che Lei tiene ogni due mesi?RS – Durante lo stage faccio delle conferenze, spiego e mostro le “tecniche” che permettono di entrare nello stato che genera il movimento. Io torno ogni due mesi per permettere alle persone che praticano quotidianamente di continuare nel “buon cammino”. Molti possono sviare, forse proprio perché nel Movimento Rigeneratore non c’è niente da fare, in realtà, solo essere presenti, chiudere gli occhi, svuotare la testa. Alcuni però pensano che sia meglio fare delle sedute accompagnate da musica ecc ecc?Ma il cammino è quello più semplice.

D – Il Movimento Rigeneratore è una cosa che noi abbiamo già, ma abbiamo dimenticato?RS – Non Proprio. Il Movimento Rigeneratore è un’attività umana normale, quello che abbiamo dimenticato è di lasciare il nostro corpo vivere da solo. Abbiamo dimenticato la fede nel nostro corpo, nelle nostre capacità, è come se fossimo traumatizzati. Il Movimento Rigeneratore permette di ritrovare questo, se prima non potevo fare qualcosa, dopo posso farlo. Ho solo allenato la mia capacità di fare, non ho fatto niente altro. Questa capacità si trova nel sistema motorio exrapiramidale, il sistema involontario. Quando questo viene allenato, si ritrova la capacità di riequilibrarsi da soli. E’ questa la capacità che abbiamo già. Anche le persone che non fanno Movimento Rigeneratore sanno riequilibrarsi da sole: quando uno è stanco va a letto, dorme e durante il sonno il corpo si muove, questa è la capacità del corpo di riequilibrarsi. Il Movimento Rigeneratore è una cosa che tutti hanno ancora un po’, ma la capacità di fare scattare il movimento diventa minore, attraverso l’allenamento dell’extrapiramidale la si ritrova.

D – Cosa è il sistema motorio extrapiramidale?RS – E’ il sistema involontario, che permette che il corpo si riequilibri. Ma non è l’unico, infatti, il Movimento Rigeneratore agisce anche sul sistema immunitario, che non dipende dal sistema extrapiramidale, ma è una capacità involontaria.Il movimento del nostro copro non è qualcosa che possiamo imparare, ma solo scoprire ed accettare. Il Movimento Rigeneratore agisce su tante cose, ad esempio sulla capacità di riscaldarsi, ma per ogni persona è diverso, non c’è né movimento uguale né reazione uguale perché ogni persona è diversa.

D – Il maestro davanti a persone che non conosce deve avere una sensibilità particolare per capire di che movimento ognuno dei partecipanti ha bisogno?RS – No perché il maestro non può fare il movimento per l'”allievo”, in quanto il movimento è spontaneo involontario, per cui ogni persona deve trovare il suo. Un allenamento del sistema involontario deve iniziare dal fatto di “lasciarlo involontario”. Dunque durante gli stages io spiego, faccio fare esercizi e dopo faccio solo “yuki”. Qualche volta posso aiutare la persona a svuotarsi la testa, con qualche tecnica, ma dopo il movimento scatta da solo. E’ come quando una persona si gratta sa dove e come farlo, senza che nessuno gli dica nulla.

D – Cosa significa Yuki e fare Yuki?RS – Yuki significa ki gioioso e fare Yuki “fare passare il ki gioioso”, ma è un’interpretazione?Si fa appoggiando le mani sul corpo dell’altro.

D – Si parla di riequilibrio del corpo, ma il Movimento Rigeneratore non è una terapia, bensì esercizi che permettono il risveglio di qualcosa?RS – Sì perché la terapia vuol dire che tu ti occupi del sintomo della malattia, ti prendi una responsabilità. Qui no. Qui lasciamo solo che il corpo faccia il suo lavoro. Se le persone hanno dei problemi e bisogno di qualcosa, si può fare il Ki e così si attiva la capacità del resto del corpo. Per cui non è terapia. Ci sono delle conseguenze terapeutiche, questo si può dire.

D – Tutti possono praticare il Movimento Rigeneratore?RS – No. Alle persone che hanno subito dei trapianti è sconsigliato, perché se una persona ha subito un trapianto possiede una parte di un’altra persona. Il suo corpo con il Movimento Rigeneratore tende a espellere la parte estranea al suo corpo. Infatti, colui che subisce un trapianto deve prendere medicine che gli permettano di fare accettare al suo corpo l’elemento estraneo. Il Movimento Rigeneratore attiva le capacità del corpo di riequilibrarsi, dunque agisce nell’espulsione di quel qualcosa di estraneo a sé. Può andare bene,invece, se il trapianto è con materiale del suo corpo, parti di pelle che prese da un punto vengono messe in un altro. Non accettiamo nemmeno persone che prendono medicine forti, come il cortisone ecc? in quanto queste medicine vanno nel senso della “desensibilizzazione” delle persone, mentre il Movimento Rigeneratore ne rende più acuta la sensibilità.

D – Quanti anni bisogna praticare per potere condurre una seduta di Movimento Rigeneratore?RS – Non ha senso parlare di anni. Sono i praticanti stessi che tengono le sedute. Basta anche solo un anno di pratica. Certo per condurre una seduta la persona deve avere un respiro abbastanza calmo e un ‘attitudine giusta, cordiale, semplice, non disturbare gli altri. Infatti, agisce solo l’involontario dell’altra persona.

D – Non può succedere qualcosa durante la seduta dal punto di vista emotivo da parte di persone più fragili?RS – Non accade nulla di questo, perché si scopre che il Movimento Rigeneratore è veramente naturale. E’ come se dicessi che grattandosi uno si fa uscire sangue. Le persone hanno delle tensioni al loro interno ma il Movimento Rigeneratore non le fa uscire, le scioglie. Se c’è qualcosa che non ha più ragione di essere, si scioglie.

D – Per permettere al Movimento Rigeneratore di generarsi bisogna prima liberare la mente dai pensieri, fare “vuoto mentale”, ma come avviene questo?RS – Per fare vuoto mentale, bisogna cominciare a lasciare cadere i pensieri che arrivano. Il vuoto significa che se ci sono pensieri passano. La mente ha comunque bisogno di agire, ma i pensieri non hanno importanza. All’inizio è un po’ difficile, ma poi non ci si preoccupa più e poco a poco tutto viene da sé?

Articolo di Francesca Giomo pubblicato sulla rivista on-line “Terranauta”, 04/01/2006.

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