di Régis Soavi
Lo spirito di scoperta che si risveglia fin dalla nostra nascita, e forse anche prima, è una manifestazione del nostro istinto vitale e, se non è castrato da un ambiente circostante che definirei inadeguato, arricchirà il nostro quotidiano fino agli ultimi istanti della nostra vita.
Ciò che ci guida
I nostri incontri, siano essi positivi o negativi, ricchi o mediocri, sono degli indicatori che ci permettono di darci una direzione rispetto a quello che ci circonda. È quindi di primaria importanza discernere al loro interno ciò che si deve seguire e ciò che si deve respingere. La nostra educazione, nella maggior parte dei casi, non ci ha preparato a reagire correttamente, al contrario, spesso ha suscitato in noi un conformismo passivo o una ribellione a fior di pelle e quindi poco costruttiva.
È assai raro incontrare persone che hanno seguito un cammino realmente diverso, che hanno condotto una vita in cui non sono stati guidati né dalla facilità né dal profitto immediato, ma da qualcosa di più profondo. È per questo che questi incontri sono preziosi e possono servirci, darci delle indicazioni che sapremo utilizzare a modo nostro nella nostra vita. Quando queste persone sono sincere e “vere” si tratta di riconoscerle senza fuorviarsi perché la realtà è che la falsità è troppo spesso dietro l’angolo, e se ci sbagliamo i danni tanto fisici che psichici rischiano di essere incommensurabili. Non siamo mai veramente né completamente perduti, né soli, in uno di questi momenti d’incontro in cui il rischio di perdersi è presente, anche se lo pensiamo.
Non dobbiamo mai dimenticare che abbiamo al nostro servizio degli strumenti estremamente precisi e affilati a patto che siano stati ben curati e protetti dalla contaminazione ambientale del mondo e delle ideologie. Uno di essi è l’esperienza acquisita, se è stata gestita, compresa e utilizzata in modo adeguato. L’altro è ovviamente l’intuizione intima, se non è stata distrutta in nome della “scienza ufficiale e materialista” che riconosce difficilmente quello che non è verificabile “in doppio cieco”. Entrambi sono, in quel momento, in grado di guidarci dall’interno.
A volte ci si offrono delle prospettive che non sappiamo, o non sappiamo più, vedere, che non sappiamo come cogliere e le rifiutiamo sulla base di teorie che ci sono state inculcate da chi ci circonda mentre forse c’era alla nostra portata un’occasione di trovare un cammino che faceva per noi. Se ne presentano anche altre, che spesso sono più facili e comode, ma a volte sono quelle stesse che purtroppo ci hanno portato fino a quest’oggi, verso quello che non vogliamo già più.
Un giorno, stufi, decidiamo di agire, pronti a fare qualunque cosa, a seguire chiunque, purché cambi. È in questo momento che può sorgere il pericolo, se si agisce per disperazione, per depressione, tutto può andare in pezzi, e al contrario di quello che si sperava, ci si può ritrovare trascinati laddove non si sarebbe mai voluti andare o verso ciò che non si era desiderato.

L’intuizione, un inganno?
L’intuizione non è un inganno, ma può essere ingannevole? Sì certamente, e in questo caso ovviamente non è un’intuizione nel senso proprio del termine, può trattarsi semplicemente di un sogno, una speranza, un ardente desiderio. Può anche indurci in errore se quello che si manifesta non è l’intuizione ma il risultato di una cattiva interpretazione che abbiamo fatto, di qualcosa di profondo che non riesce ad affermarsi, a manifestarsi, ma che è presente nel subconscio e che a volte ci divora, o ci distrugge poco a poco.
Ci si può basare su un’intuizione per prendere una decisione? Certamente più che per fare una scelta, sebbene sia necessario essere prudenti in questo tipo di ambito, seguire un’intuizione pur prendendo delle precauzioni non sarà mai negativo se quest’intuizione è reale e profonda. Se è solo un’illusione le precauzioni prenderanno allora tutto il loro senso e potranno essere utilizzate nel modo migliore. Si sarà allora imparato a cadere in piedi, a distinguere tra l’intuizione e i suoi succedanei che sono l’ambizione, la fantasia, i desideri insoddisfatti, ecc. L’esperienza acquisita potrà permetterci di andare avanti e di chiarire quello che ci aveva indotto in errore, se le conseguenze non sono troppo disastrose, e ci permetterà in seguito di discernere in modo più chiaro la differenza tra l’immaginazione e l’intuizione.
L’intuizione, una certezza?
L’intuizione è raramente una certezza anche quando si presenta come tale, si afferma e si verifica man mano che gli atti che ne sono la conseguenza, o le conseguenze che risultano da questi atti entrano in coordinazione, si completano e si compiono in armonia con quanto è stato intuito, e nonostante tutto, anche a quel punto ci può essere un errore, si avrà una certezza solo alla fine del processo. Il dubbio è necessario, è anche di buon auspicio, ci aiuta a mantenere la mente lucida, a non partire nelle elucubrazioni, perché l’immaginazione può sostituirsi all’intuizione ed è un terreno fertile in cui è facile, se non si fa attenzione, finire invischiati. Se si avanza a piccoli passi si potrà vedere se le cose si sistemano, si organizzano come avevamo presagito, se le difficoltà esistenti si appianano.
L’intuizione è indipendente dalla visualizzazione ma esse agiscono spesso di concerto e grazie a questo esse sostengono il compimento e la realizzazione di un progetto, di una vita pienamente vissuta. Esse aiuteranno sempre a scegliere il cammino migliore, la via che conviene maggiormente perché esse sono “l’unità del corpo finalmente realizzata” e la realizzazione dell’intuizione, se non è un fine in sé, fa parte di un progetto molto più grande che essa è portata a realizzare.
Un’altra dimensione, il Ki
Appena si comincia ad avere la percezione del Ki, anche appena all’inizio della pratica dell’Aikido come del Katsugen undo, si può percepire una specie di sollievo, di ritorno verso qualcosa che si conosceva già a volte nella nostra infanzia, una sensazione inesplicata, inesplicabile, ma sentita profondamente, positivamente o negativamente.
Si parla spesso del Ki come di un’energia detta vitale, gli si attribuiscono delle virtù, un potere, o lo si nega perché non è riproducibile a piacere, è dipendente da troppi elementi molto diversi e a volte anche contraddittori, non è quindi considerato come un fatto scientifico ma come un concetto mistico. Posso spiegarlo solo come una dimensione della quale poche persone accettano di riconoscere la percezione ma la cui realtà è in definitiva indiscutibile. Una dimensione in più delle quattro che siamo abituati a considerare, che tutti gli esseri viventi, animali, piante, minerali e altri, percepiscono ognuno a modo loro.
Esistono numerosi esercizi nell’Aikido che ci aiutano a percepirlo, che ci permettono di dargli una forma che lo rende più tangibile, più concreto e a volte anche utilizzabile o visibile.
Non dà alcun potere, con gran rimpianto dei cercatori di effetti speciali, ma permette di avere delle informazioni che, se sono utilizzate negativamente possono provocare dei disastri, dei conflitti, ma che ovviamente saranno di grande aiuto per chi saprà utilizzarle positivamente. È per questo che la più grande prudenza è di rigore se si devono guidare delle persone in questa direzione.
Itsuo Tsuda diceva “L’acqua migliore proveniente dalla sorgente più chiara se è bevuta da una mucca dà del latte, se è bevuta da un serpente dà del veleno”. È l’essere umano che assume la responsabilità della direzione verso cui vuole andare.

Una via molto antica
Prima che essa diventasse cosciente, la percezione del Ki era semplicemente istintiva, completamente inconscia. Era un dato di base nella vita, che permetteva di nutrirsi, di spostarsi in sicurezza, di difendersi contro i predatori, di trovare un posto in cui risiedere, in cui riprodursi. Faceva molto semplicemente parte della vita quotidiana, come della sopravvivenza. L’essere umano non aveva quasi nessuna questione metafisica da porsi, poche cose erano propriamente mentali, il corpo era unificato, il Koshi e l’Hara risolvevano le difficoltà o tentavano di farsene carico.
Con la verticalità del suo posizionamento di millenni fa, si è lentamente prodotto un movimento ascendente dell’energia vitale che si trovava nel Koshi verso il cervello e questo ha portato a una presa di coscienza molto accentuata della propria persona e, della sua natura “particolare”. Questo movimento nel corso dei secoli è diventato sempre più importante, sempre più rapido e quest’accelerazione smisurata è diventata esponenziale perdendo i punti di riferimento che governavano il basso del corpo. Questo nuovo stato di coscienza portò l’essere umano a voler dirigere, controllare tutto attraverso la sola forza del suo mentale e di conseguenza, come per una specie d’incantesimo della sua visione ristretta diventata indipendente dal resto del corpo, fece del mondo che lo circondava una cosa separata. Le applicazioni che sono il risultato di questo nuovo modo di pensare agirono immediatamente su quello che lo circondava, sulla società in cui viveva trasformandola profondamente.
Per quanto riguarda gli ultimi secoli si può constatare visivamente l’evoluzione e il salire di quest’energia nei dipinti, nelle sculture e in altre opere, religiose come profane, di tutte le regioni del mondo, con una preponderanza in Occidente ma senza escludere né il Medio Oriente né l’Oriente.
Le antiche tradizioni hanno conservato nonostante tutto un rapporto diverso, spesso trattato come magia o elucubrazione dai cantori della modernità, sebbene i ricercatori in fisica quantistica come i matematici più avanzati si siano ridotti oggi a porsi questioni filosofiche profonde, o a volte metempiriche, per tentare di rispondere a fenomeni inesplicabili alla luce delle conoscenze attuali, senza derogare al dogma imposto.
Fondamentalmente, se non in modo superficiale, l’essere umano non è cambiato in ciò che è nel profondo, vi sono quindi delle possibilità di ritrovare ciò che non è mai stato perso ma semplicemente sviato e orientato in modo ostinato in una direzione diventata inadeguata perché esclusiva.
Il vostro lavoro se l’accettate
sarà di rimettere ordine nel corpo, senza rovinarlo, né strapazzarlo, cioè lasciandogli la direzione delle operazioni e il tempo necessario per farlo, dandogli fiducia, senza essere né accecati né ossessionati da nuove teorie che non tengono o quasi conto dello stato in cui siamo oggi.
Così come sarebbe pregiudizievole e pericoloso seguire ciecamente qualcosa o qualcuno che pretendesse di avere tutte le risposte e possedere tutti i mezzi per rimediare a ogni situazione, c’è una necessità imperiosa di ritrovare del buon senso. Si tratterebbe altrimenti di una specie di dittatura del sistema volontario diretto sotto banco da una teorizzazione mentale e accettata “volente o nolente” dall’integralità del corpo a scapito del sistema involontario. La causa di questa presa di potere è l’indebolimento delle capacità di riflessione, come di reazione, una specie di intorpidimento che porta l’insieme a seguire la china della facilità e dell’irresponsabilità e di conseguenza a rimettersi ad altri poteri diversi dal nostro.
Il sistema involontario, quanto a lui, dispone non soltanto di un gran numero di competenze che sono in grado di restaurare le facoltà perdute o rovinate, ma è soprattutto la sua capacità di permettere di arrivare a un equilibrio in tutto ciò che è vivo in noi, che ne fa un attore indispensabile nel quotidiano. Non dipendente da niente e nessuno se non da noi stessi, permette di ritrovare la libertà interiore che cerchiamo.
L’involontario
L’involontario agisce tramite il “Non Fare” grazie e tramite le manifestazioni del Ki e il suo estendersi, che non è altro che una delle espressioni di ciò che vive che ha preso o meno una forma. Il lavoro effettuato dal sistema involontario è un lavoro di semplificazione e di purificazione nel senso di filtrare ciò che è inutile perché si tratta di sgombrare le vie di circolazione del Ki, di sbloccare gli accessi, di rendere più flessibile o più resistente l’insieme dei tessuti viventi del corpo umano, di rimettere in ordine gli organi ogni volta che sarà possibile o necessario. Non si tratta di enunciare tutte le possibilità in modo esaustivo per vendere un nuovo prodotto, un ennesimo metodo, ma di ridare al corpo la sua nobiltà, cioè riconoscerne le capacità, per favorire una volta di più l’indipendenza e l’autonomia dell’individuo.
Se il sistema involontario esiste in tutti gli individui, gli animali, le piante e forse anche nei minerali, sebbene in modo molto diverso, è apparentemente negli esseri umani moderni che è più indebolito e quindi il più fallace. Diventa di primaria importanza risvegliarlo se è addormentato, e liberarlo se è imprigionato. Il sistema motore extrapiramidale, detto altrimenti involontario, ha anche un ruolo regolatore molto complesso, se la sua gestione è ostacolata o peggio annullata, il corpo ne risente nella sua interezza, i danni che ne possono risultare sono considerevoli e possono anche essere irrimediabili.
Una messa in guardia per ricostruirsi
Se bisogna ricostruirsi, non è perché si è distrutti, piuttosto è perché si è preso coscienza che qualcosa ci sfugge, qualcosa non va proprio come vogliamo. In realtà, è spesso perché si è in uno stato di grande sensibilità, una sensibilità semplice da un certo punto di vista, ma è in verità uno stato di ipersensibilità, come se si intuisse che bisogna ritrovarsi, ma senza sapere come. È una condizione difficile e anche pericolosa a volte, perché si iniziano a rimettere in discussione molte cose che fanno parte del nostro quotidiano e dei nostri comportamenti sia rispetto a noi stessi sia rispetto agli altri, a chi ci sta intorno, forse troppo, e a quel punto si rischia fortemente di “buttare via il bambino con l’acqua sporca” e di perdersi ancora di più. È in quel momento che è importante trovare una pratica che ci va bene, che ci apra invece di limitarci, che ci renda più saldi invece di rammollirci e soprattutto che favorisca la libertà e il buon senso, per non farci cadere “nelle mani” di chiunque o seguire dei cammini dubbi.
La filosofia espressa nelle opere di Itsuo Tsuda è là per permetterci di ritrovare, di ricostruire la nostra sensibilità, mantenendo i piedi per terra, di essere perfettamente nella realtà senza essere assorbiti da questi aspetti perversi e facilitanti che tendono proprio a distruggerci, a farci perdere la nostra libertà di pensiero e anche di agire. Quando il terreno è normalizzato, è sano e l’equilibrio naturale ritorna da solo.
È importante lasciarci guidare dalla nostra sensibilità, per ritrovare l’intuizione della nostra infanzia, ma “senza essere puerili” come diceva Itsuo Tsuda.
Régis Soavi