Di Régis Soavi
L’istinto è una predisposizione naturale? È una risposta automatica e innata a una situazione data o una pulsione irrazionale basata su riflessi ereditati? È una costruzione del comportamento, acquisita tramite una forma d’educazione, diventata viscerale? Allo stesso modo, l’intuizione è una forma di comprensione sottile che può avvenire senza un’analisi razionale, un processo di pensiero che può sembrare irrazionale? O è un sentimento, una convinzione di quello che non si può verificare, di quello che non esiste ancora, o invece un inganno inventato da teorici “new-age”? La controversia alimenta i dibattiti tra il razionale e l’irrazionale, come le dispute tra chi segue la teoria dell’acquisito e chi segue quella dell’innato.
“C’è un altro mondo, ma è all’interno di questo”1Paul Éluard, poeta surrealista francese, 1895–1952.

L’animalità dell’essere umano
Siamo degli animali o apparteniamo a qualcosa “di particolare”? Siamo una specie di alieni che avrebbe rotto con il proprio passato o stiamo per sviluppare l’essere del futuro, “l’uomo aumentato”, il Cyber qualcosa? Preferisco lasciare questo dibattito a chi di dovere, ai teologi, ai ricercatori in scienze cognitive e agli universitari in generale per non perdermi in teorie e in contro-teorie tutte molto legittime e fondate.
Constato che la circolazione del Ki è diventata un fumoso argomento di vendita utilizzato dai sostenitori del “benessere”, della “benevolenza” ed altri orientalismi, oppure un campo riservato alla discussione o alle tavole rotonde. In quasi tutti i casi, è il più delle volte teorico, e per questo, diventa sempre più distante dalla realtà quotidiana delle persone e di conseguenza dei praticanti che vengono al Dojo. Si arriva a dimenticare il funzionamento di base del corpo umano che ognuno può sentire anche senza conoscenza, ma grazie al “buon senso”, alla propria sensazione intima. Tutto deve essere analizzato, sezionato, segnato, annotato, repertoriato, e tutto ciò, per farlo entrare in algoritmi normativi che dovrebbero rappresentarci e guidarci. La conoscenza del Ki, la sua riscoperta in tutte le sue forme diventa un sapere, uno strumento di potere, si reifica, diventa spettacolare, e come scrive così giustamente Maud Mannoni: “Appena il Sapere diventa merce subisce gli effetti della legge della domanda e dell’offerta. Quello che importa non è più il desiderio di sapere ma il suo utilizzo per dei fini di promozione sociale”2Maud Mannoni, « Les exclus », Les Temps Modernes, anno XXX, n° 340 (« Normalisation de l’école – Scolarisation de la société »), nov. 1974, sezione « La Normalisation » (3o testo), Presses d’aujourd’hui, p. .
Si è dimenticato che René Magritte già nel 1928 ci metteva in guardia contro il tradimento delle immagini con il suo quadro dal titolo Questa non è una pipa. Oggi è giunta l’ora di porsi le vere domande sulle immagini e sui testi prodotti in massa dall’intelligenza artificiale.
Katsugen Undo
Con la pratica del Movimento rigeneratore (Katsugen undo), i praticanti riscoprono il piacere di essere degli “individui” nel senso primario del termine come definito nei dizionari, un “Corpo organizzato che vive una propria esistenza e che non potrebbe essere diviso senza essere distrutto” ma anche un “essere umano, in quanto essere particolare, diverso da tutti gli altri”. Far scattare il Movimento è ritrovare la sensazione primaria di essere nello stesso tempo persone integre, ma soprattutto degli organismi biologici, degli esseri viventi con delle reazioni istintive, delle resistenze e degli effetti che sorgono dall’involontario e mantengono la vita, delle risposte che permettono che il corpo si riaggiusti da solo riequilibrandosi. Non siamo macchine biologiche, semplici robot, oggetti che si potrebbero eventualmente riparare come i motori delle auto o i programmi dei computer, prima di considerarli obsoleti e di rottamarli.
Memoria
In molte famiglie, senza che lo si sappia, a volte perché lo si nasconde, poiché non è considerato molto normale, ci sono persone di tutti i sessi e di tutte le età che vengono qualificate come streghe, maghi, guaritrici, taumaturghi, coupeurs de feu3Un coupeur de feu (in italiano letteralmente “tagliatore di fuoco”, spesso chiamato anche barreur de feu) è un guaritore tradizionale o segnatore della cultura popolare francese. Si ritiene che possieda un dono per alleviare il dolore, fermare il calore e accelerare la guarigione delle ustioni o delle infiammazioni cutanee (per es. il Fuoco di Sant’Antonio) tramite imposizione delle mani o preghiere o frasi che vengono trasmesse in generale all’interno di una stessa famiglia., e persone che hanno premonizioni, visioni, ecc. Molte di loro erano persone semplici che facevano mestieri di ogni tipo, artigiani·e operai·e, casalinghe, contadini·e, e molti altri. La loro attività “speciale” era per la maggior parte di loro sporadica, non controllabile, non verificabile e soprattutto gratuita.
Alcune di loro avevano ricevuto un “dono” da un membro della famiglia, anche lontano, o da un vicino con cui avevano buoni rapporti, o anche in altre circostanze, dopo un incidente per esempio o a volte dopo essere guarite da una malattia molto grave. Non conto quelli o quelle che hanno ricevuto questo dono da antenati, da divinità o santi diversi. Presi da quello che diventa un impegno pesante domandano a volte un piccolo contributo che è raramente proporzionato a quello che danno agli altri. Nel paese in cui sono nato per esempio, una “strega” comprava le verruche ai bambini, gliele pagava, una monetina per ogni verruca, e grazie a questo, le verruche sparivano in pochi giorni e a volte persino in poche ore. Noi, bambini, trovavamo ciò normale, la strega le aveva comprate!
Lo stesso Noguchi sensei iniziò la propria arte come guaritore senza saperlo, essendo solo un bambino di appena dodici anni in occasione del grande terremoto del 1923 in cui il suo “dono” si rivelò.

Nella mia famiglia, come in molte altre, c’era un prozio che alleviava i dolori, non tutti certo, ma a quanto si diceva era molto dotato, non ne aveva fatto una professione, ma aiutava gli uni e gli altri nel suo paese. Mia madre quando era molto piccola, aveva ricevuto da lui, in un certo senso in eredità , il dono di guarire o almeno di dare sollievo alle persone che glielo chiedevano o che vedeva nel bisogno di questo qualche cosa che lei possedeva. È così che cominciò, senza conoscere nulla e senza farne assolutamente un mestiere, e senza ricevere qualsiasi cosa, né denaro né regali, un “grazie” bastava. Era in grado di dire se una malattia fosse grave o meno e se bisognasse consultare urgentemente un medico, soprattutto quando la persona non si curava molto della propria salute o ignorava i consigli di prudenza. Aveva anche, ogni tanto, dei sogni premonitori che potevamo verificare, di cui sono stato spesso testimone, ma era incapace né di controllarli né di prevederne il verificarsi.
Ho in seguito saputo, in occasione di una conferenza durante uno stage di Tsuda sensei, che Akiko, la moglie di Noguchi sensei, faceva spesso dei sogni premonitori e che Noguchi sensei verificava in queste occasioni la parte posteriore della testa di sua moglie a livello occipitale. Grazie a ciò, era in grado di dire se il sogno era una premonizione o se era semplicemente un sogno compensatorio.
Sono quindi cresciuto in quest’ambiente che oggi definirei un po’ magico, venato di occultismo ma nello stesso tempo semplice e sereno; ciò faceva parte nella mia vita quotidiana.
Quando ho visto Tsuda sensei per la prima volta in occasione di uno stage di Aikido organizzato da Maroteaux sensei, ho sentito immediatamente che c’era un mistero, un potere sorprendente da scoprire, da svelare, da comprendere. La potenza incredibile del Ki di cui avevo sentito parlare grazie alla pratica delle arti marziali e alle letture di testi relative ad esse, si dispiegava e diventava reale davanti ai miei occhi sbalorditi. Gli antichi filosofi come Lao-tzu, Chuang-tzu, Sun-tzu o Lin-tsi, i grandi maestri, come Ueshiba, Kano e molti altri non erano più di un’altra epoca, di un altro contesto, qualcosa come una conoscenza, un insegnamento era stato quindi trasmesso attraverso i secoli ed era giunto fino a noi.
“Quando l’allievo è pronto, il Maestro viene”4Massima attribuita a Lao-tzu, filosofo cinese.
Primo contatto
Ho quindi deciso di andare a vedere questo “vecchio” maestro (aveva sessant’anni e io ventidue). È dopo una seduta di Aikido al dojo di rue des Epinettes a Saint Maurice nella periferia di Parigi che ho avuto per la prima volta l’occasione di sentire Yuki da parte dello stesso Tsuda sensei. Eravamo seduti a un tavolino in un angolo di un “bistrot” dove bevevamo il rituale caffè dopo la seduta. Eravamo pochi, cinque o sei al massimo, a fargli delle domande.
Personalmente avevo un problema che evidentemente non riuscivo a risolvere, non riconoscevo le persone che per altro avevo già incontrato, se le avevo di fronte a me, anche se erano degli Aikidoka con cui avevo già praticato più volte, invece se li vedevo di schiena seduti in Seiza o quando li toccavo, avevo un ricordo preciso della situazione precedente e li riconoscevo. A quell’ultima seduta di quella mattina, avevo praticato con una persona nuova al dojo, un giovane della mia età, e non mi sembrava di conoscerlo; tuttavia appena gli ho toccato i polsi per il primo esercizio (che chiamiamo solfeggio), l’ho riconosciuto immediatamente. Era una certezza che, come al solito, era sorta in modo spontaneo. Ci eravamo incontrati un anno prima a uno stage condotto da Tamura sensei.
Raccontavo quindi tutto ciò a Tsuda sensei e aspettavo un’eventuale risposta, una spiegazione da parte sua, forse un riferimento a un testo di Lao-tzu, Chuang-tzu, o una qualsiasi pista che io potessi esplorare. Mi disse semplicemente: «È una deformazione professionale». Sono rimasto senza parole, mi dicevo: «Professionale di cosa?» A quei tempi facevo consegne in auto e tenevo qualche corso di Aikido da Plé sensei al dojo della “Montagne Sainte Geneviève” a Parigi, niente di professionale in tutto ciò!
Se mi ricordo bene, la conservazione si spostò sul Movimento rigeneratore, che non praticavo benché avessi letto un dei suoi fascicoli, come li chiamava (i suoi libri non erano ancora stati pubblicati), nel quale Tsuda sensei parlava di normalizzazione, cosa che mi aveva infastidito. Mi dicevo che non avevo bisogno di normalizzarmi, che ero già abbastanza “normale” così e che era il mondo che doveva cambiare, essere più giusto, era quello che avrebbe dovuto essere normale. Ciononostante gli parlai allora di mia madre e quindi della sua “eredità” alla quale mi aveva iniziato e che faceva parte della mia vita. M’interruppe immediatamente con una frase che in quel momento mi ha scioccato: «I guaritori si deformano!» E basta. Era, come al solito, piuttosto avaro di parole.
Approfittai allora della situazione per chiedergli cosa fosse questo “Yuki” di cui parlava e in cosa fosse così diverso dalla “pratica di guarigione” che io conoscevo, e che praticavo un po’ nella mia famiglia. Non mi rispose nulla ma passò la mano sulla mia schiena e la lasciò uno o due minuti poi disse: «Yuki è questo». Da quel giorno ho smesso completamente di posare le mani per guarire chiunque o qualsiasi cosa, la differenza tra ciò che facevo e quello che avevo sentito da Yuki era tale che non potevo fare altrimenti, mi trovavo davanti a un oceano che avrei dovuto attraversare con i miei soli mezzi.

Esperienza
Quando ho cominciato a sentire la circolazione del Ki nei miei partner durante le sedute di Katsugen undo e soprattutto più esattamente durante Yuki, molto rapidamente di sono precisate delle zone, delle vertebre più sensibili, delle linee che portano [il Ki], delle direzioni e ciò senza fare alcuna ricerca particolare in questo senso, era in qualche modo una specie di causalità, d’involontario allo stato puro.
A quei tempi ne ho parlato a Tsuda sensei e mi ha fatto semplicemente una raccomandazione, ma in modo molto preciso e in questi termini che mi avevano sorpreso e anche scioccato: «Non ne parli a nessuno», disse.
Era imperativo, per fortuna oggi il tabù ha perso la sua forza, all’epoca gli avevo spiegato che era come se le vertebre che sentivo e che reagivano a Yuki inviassero dei messaggi che potevo tradurre in questi termini “sono la quinta dorsale” o “sono la terza lombare” per esempio. Ero molto preoccupato prima di parlargliene, mi aspettavo che mi avrebbe risposto in malo modo, che mi dicesse che deliravo e forse anche che mi cacciasse dal dojo. In realtà successe tutt’altro. Mi consigliò di non preoccuparmi di questo, altrimenti si sarebbe fissato nella mia mente e sarei rimasto bloccato da queste stesse sensazioni che stavo scoprendo, disse che dovevo vuotarmi la testa e dimenticare perché così sarei potuto andare più in là nell’approfondimento della mia respirazione.
Per molti anni ho quindi continuato senza dire niente se non a qualche persona tra quelle che mi erano più vicine. È stato verso la fine degli anni settanta che ci fu un cambiamento, nel mio rapporto con lui e nella mia vita personale, è stato allora che per molti mesi, ho iniziato a raccontargli ogni mattina quello che scoprivo come relazione tra la mia percezione delle vertebre, le posture, e le manifestazioni che si verificavano nelle persone che mi circondavano (colleghi, amici, famiglia). Tsuda sensei mi indicava ciò che era da osservare, delle linee da seguire o da costruire facendo Yuki in un punto preciso. All’inizio avevo bisogno di molta concentrazione, di molto tempo, poco a poco le sensazioni sono diventate più precise, anche più vivide, più dirette, ma come insegnava sensei, ho sempre verificato attraverso la realtà, l’osservazione diretta separata dalle mie sensazioni se ciò aveva un senso, se io stesso non m’illudevo, per non cadere nei deliri mentali che ho d’altronde avuto occasione di ritrovare più tardi in alcuni praticanti o anche in organizzatori di diverse tecniche.
Il tempo
Sviluppare, o devo dire in modo più preciso, ritrovare la sensibilità primitiva che tutti gli esseri possiedono all’origine e in genere conservano durante la prima infanzia, richiede del tempo, della concentrazione e allo stesso tempo sia abnegazione sia umiltà di fronte alle manifestazioni della vita. Tutti i tentativi della volere ci conducono irrimediabilmente verso il fallimento, un malessere, un deterioramento del nostro slancio vitale, e un avvelenamento psichico delle persone che ci sono vicine. È importante essere cauti, lasciare agire tranquillamente il lavoro di ri-sensibilizzazione senza forzare, senza speranza né disperazione. Il tempo è all’opera!
Il corpo, come lo spirito, agiscono per ritrovare l’equilibrio, ma hanno bisogno di libertà. Un gran numero dei nostri blocchi non sono in realtà altro che degli ostacoli alla circolazione della nostra energia vitale, del nostro Ki, appena un punto si sblocca in una di queste barriere, spesso perché le si lasciano tranquille, non le si alimentano più con delle tensioni fisiche o psichiche, volontariamente o no, la vita riprende il sopravvento. Si tratta molto semplicemente di un effetto naturale, sano, di un funzionamento “normale” degli esseri umani. Nessuno può liberare un’altra persona, anche se le si aprissero tutte le porte, al contrario si rischia di avere dei seri danni, l’impresa è pericolosa anche per degli specialisti bardati di diplomi, di conoscenze o di competenze, preferisco lasciare a loro questo compito.
La pratica del Katsugen undo è una pratica del Non-Fare, mi sembra importante capirlo bene, e di ripeterselo ogni tanto: “Che il Movimento rigeneratore abbia effetti terapeutici, è evidente, ma questo non è che un aspetto secondario. Sarebbe come dire che la caratteristica di una statua è quella di proiettare la propria ombra.”5 Itsuo Tsuda, Il Non-fare, Yume Editions, 2014, p. 22.
È una pratica individuale che non ha bisogno di nient’altro che di un piccolo spazio tranquillo e poco rumoroso per sedersi senza essere disturbati per una quindicina di minuti. Eppure esiste un’altra maniera di praticare. Si può praticare in due, si tratta allora del movimento mutuale, che permette allo stesso tempo un incontro con altri Ki, ma soprattutto un’attivazione del Movimento grazie a Yuki per tutta la durata della seduta. Delle persone si riuniscono e formano dei piccoli gruppi indipendenti gli uni dagli altri per praticare senza che ci sia bisogno di un capo/una capa o di un/una responsabile, sono autonomi e indipendenti. Tuttavia già nel 1973 nel suo primo libro Il Non-fare, Tsuda ci metteva in guardia con questa semplice frase:
“Ho organizzato […] dei club a Roma e a Parigi, in occasione di mie brevi visite in Europa.
[…] ho potuto constatare che, a dispetto della comprensione molto rapida degli Europei, questi club si scioglievano molto rapidamente, in mancanza di una figura centrale.
La personalità del leader del gruppo è estremamente importante. Tutto dipende da essa, se i partecipanti escono da una seduta più distesi o più stanchi di prima. È una questione di atmosfera, di influenza invisibile del leader, che dipende dalla sua apertura di spirito e dalla sua formazione generale, e in definitiva dalla sua respirazione.”6 Ibid., p. 21-22.
Ovviamente ecco che le cose si complicano!
Epilogo
Ho dovuto aspettare di avere più di 75 anni, e di scrivere questo articolo, per comprendere grazie alla mia compagna, che il disturbo di cui soffrivo all’età di 20 aveva un nome: la prosopagnosia. Era probabilmente dovuta alla frattura del cranio, con un trauma celebrale e le sue ripercussioni, causata dal mio incidente di moto all’età di 18 anni. Questo disfunzionamento nella percezione visiva, benché molto leggero, cioè il non-riconoscimento del viso delle persone che avevo già incontrato qualche volta, mi sembrava a quei tempi certo destabilizzante ma soprattutto incomprensibile, lo concepivo come una semplice anomalia di cui prima non ero mai stato consapevole.
Parlarne a Tsuda sensei fu semplicemente logico, come ho scritto più sopra, aspettavo una spiegazione da lui, fu una rivelazione. Aveva sentito una preoccupazione da parte mia, anche un’angoscia latente non espressa, non lo saprò mai, ma come faceva spesso, cosa che scoprii in seguito, deviò la mia attenzione, la mia energia, il mio ki negativo, nella direzione opposta senza che me ne rendessi conto. Grazie a qualche parola “deformazione professionale” era riuscito ad agire direttamente sul mio inconscio. Lo fece molte altre volte con me a proposito di altri argomenti lasciandomi ogni volta senza fiato, nell’aspettativa di non so cosa.
Perché “professionale”, quello che so è che da quel giorno l’ho seguito, gli ho fatto delle domande, l’ho ascoltato, non ciecamente ma piuttosto, seguendo in questo il mio carattere, con circospezione. Sono rimasto per i dieci anni che sono seguiti senza mai stancarmi ma con questa domanda senza risposta, perché “professionale”? Insegnavo l’Aikido in quel momento come istruttore non retribuito in diverse federazioni in molti club di arti marziali, ma è solo dopo che mi diede la sua approvazione che aprii il mio primo dojo indipendente a Tolosa, e che ho cominciato a fare degli stage. Ho pensato per molto tempo che, come i ciechi che sviluppano delle sensibilità più fini in altri campi, per esempio il tatto, qualcosa che era già presente, ma che fosse poco sviluppato in me, avesse approfittato di questa rivelazione, si fosse approfondito attraverso la pratica, e avesse permesso una percezione del Ki più profonda, più evidente, e avesse semplicemente permesso di sbloccare “la Respirazione”.
Régis Soavi
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Notes
- 1Paul Éluard, poeta surrealista francese, 1895–1952. ↩︎
- 2Maud Mannoni, « Les exclus », Les Temps Modernes, anno XXX, n° 340 (« Normalisation de l’école – Scolarisation de la société »), nov. 1974, sezione « La Normalisation » (3o testo), Presses d’aujourd’hui, p. ↩︎
- 3Un coupeur de feu (in italiano letteralmente “tagliatore di fuoco”, spesso chiamato anche barreur de feu) è un guaritore tradizionale o segnatore della cultura popolare francese. Si ritiene che possieda un dono per alleviare il dolore, fermare il calore e accelerare la guarigione delle ustioni o delle infiammazioni cutanee (per es. il Fuoco di Sant’Antonio) tramite imposizione delle mani o preghiere o frasi che vengono trasmesse in generale all’interno di una stessa famiglia. ↩︎
- 4Massima attribuita a Lao-tzu, filosofo cinese. ↩︎
- 5Itsuo Tsuda, Il Non-fare, Yume Editions, 2014, p. 22. ↩︎
- 6Ibid., p. 21-22. ↩︎















Martedì 31 maggio 2016 nel primo pomeriggio abbiamo montato la mostra delle calligrafie del Maestro Tsuda nella biblioteca Rispoli che si trova a due passi dalla centralissima piazza Venezia a Roma ! Per la mostra la direttrice della biblioteca era un po’ preoccupata non sapeva cosa aspettarsi. Bisogna mantenere un certo livello…
L’insegnamento che abbiamo ricevuto e continuiamo a ricevere ci permette di constatarlo, quando siamo tranquilli nel nostro dojo, che é prezioso perché favorisce la practica, ma anche quando siamo in trasferta, poiché é dentro di noi.












































































Bisogna credere che Itsuo Tsuda non amasse le certezze perché a vent’anni parte questa volta per Parigi, conoscendo solo qualche parola di francese, alla ricerca della libertà di pensiero. Quando arrivò nel 1934, piombò nel bel mezzo dei movimenti del Fronte Popolare, degli scioperi e delle manifestazioni di massa dell’epoca. Un movimento di una forza che ci è difficile immaginare oggi e che la guerra schiaccerà, falciando la gioventù operaia rivoluzionaria dell’epoca. A poco a poco, Itsuo Tsuda si integra e inizia a studiare alla Sorbona con Marcel Mauss e Marcel Granet. È in contatto con gli ambienti intellettuali di Montparnasse, e credo di poter affermare che stesse progettando di restare a Parigi, almeno per un bel po’. Ma nel 1940 il mondo sprofonda nella guerra e viene richiamato dal Giappone. Con grande pena deve imbarcarsi per un paese che, in fondo, non conosce. Ciò che lo attende in Giappone è il caos della guerra, il nazionalismo e l’incertezza totale del domani. Forse le situazioni estreme mostrano chi crolla e chi ha la resistenza di continuare il proprio cammino. Tsuda sensei aveva certezze? Non so, ma il fatto è che continua la sua strada nonostante la guerra. I suoi interessi per la sinologia e per l’etnologia non si smentiscono, al contrario, pubblica traduzioni e articoli. Dopo la guerra, la sua vita sembra “stabilizzarsi”, sposato e salariato (lavora ad Air France come interprete) eppure continua ad approfondire instancabilmente. L’incontro con il N?, poi con il Seitai e il suo fondatore Haruchika Noguchi (con il quale studierà per vent’anni), e infine con O sensei Ueshiba e l’Aikido saranno gli strumenti decisivi dell’articolazione della sua filosofia: il Non-fare e la nozione di Ki.














