Nel nostro rapporto con il dojo abbiamo spesso a che fare con Reishiki (l’etichetta). Dal nostro primo contatto con le arti marziali, non appena penetriamo in un dojo, vediamo persone che si inchinano in modo molto rispettoso all’entrata, poi si salutano fra loro, o a volte in direzione del Kamiza dopo aver preso un’arma. Ogni scuola ha le proprie regole di buona condotta, come ha il proprio savoir-faire. In occidente alcune di queste regole sono a volte perfino affisse a fianco della porta, ci si aspetta solo che siano rispettare. Cosa che non avviene sempre, dato che un certo numero di persone è riluttante a rispettarle con la scusa della religiosità, della modernità o anche a volte perché ci vedono un aspetto troppo militare o settario. Tuttavia la nostra società ha i suoi protocolli, i suoi usi. Tutti si alzano quando la Corte entra in tribunale, gli attori e i musicisti si inchinano davanti al loro pubblico così come ci si alza quando viene suonato l’inno nazionale o l’inno europeo.
Il rispetto che viene richiesto in un dojo è più di un’usanza di origine orientale, che sia giapponese o cinese. Non si tratta di interpretare un ruolo, di “fare come in Giappone”, di essere rigorosi e irreprensibili, o perfino rigidi nel rispetto scrupoloso delle regole di buona educazione. Reishiki coinvolge tutto il nostro essere. La maggior parte di noi ha perso l’abitudine di inchinarsi davanti a qualcuno o qualcosa: lo shake-hand, la buona stretta di mano, il bacio o altri rituali più moderni hanno rimpiazzato ciò che assomigliava troppo spesso a un rapporto di potere su degli inferiori, imposto da parte di superiori gerarchici.
Prima di capire, come mi aveva insegnato il mio maestro Itsuo Tsuda Sensei, che il saluto fra partner, che sia in piedi o in ginocchio, è allo stesso tempo una maniera di unificare, di coordinare il respiro e di salutare la vita nell’altro, mi ci è voluto del tempo, e anche molto. Se lo accettiamo come una buona pratica, siamo spesso lungi dalla sua comprensione vissuta attraverso i nostri sensi. Reishiki tuttavia è lo spartito del meraviglioso brano musicale che è la pratica dell’Aikido. Lo spartito ci dà la battuta, il tempo, le note sono scritte sul pentagramma e sono così più facili da trovare, ma tutto resta da suonare. Evidentemente bisogna conoscere la chiave: sol? Do? O fa? E in che posizione? Con quale strumento si suona? Come lo suoneremo? Quasi tutto sembra possibile ma non si può comunque fare. Un esperto, un grande maestro, lui, è capace di fare il giocoliere con le note, di aggiungervi delle improvvisazioni, di accelerare il tempo in una certa parte, di rallentare in un’altra. Di insistere su una cadenza, di sopprimerne una o di accorciarla. Come un maestro di Aikido improvvisa di fronte al suo partner, unifica il suo respiro con lui e si muove in modo non convenzionale, creando in tal modo come un balletto al contempo estetico e temibile. Masamichi Noro Sensei ce ne faceva la dimostrazione a ogni seduta, negli anni ’70, quando ero ancora un giovane istruttore molto inesperto.
Reishiki: semplicemente un rituale?
Régis Soavi: recitazione del Norito, di origine Shinto, Misogi No Harae che recita tutti i giorni durante le sedute di Aikido. Calligrafia di Itsuo Tsuda Sensei, Guarda sotto i tuoi piedi.
L’aspetto cerimoniale ci permette di accedere al sacro senza condannarci al religioso, cosicché il profano stesso viene nobilitato e diventa sacro anche lui.
Un musicista classico si prepara prima di cominciare a suonare, compie un certo numero di volte degli atti che potrebbero essere qualificati come rituali. Accorda il suo strumento o semplicemente ne verifica l’intonazione, esegue degli esercizi di riscaldamento, di memorizzazione per dei passaggi difficili, come noi stessi ci prendiamo cura della nostra postura, del nostro corpo, e verifichiamo la nostra tenuta, keikogi, cintura, hakama, tutta questa attenzione fa parte integrante della cura che apportiamo alla pratica della nostra arte.
Reishiki permette di strutturare la pratica, attraverso i differenti rituali e la loro ripetizione, abbiamo così la possibilità di concentrare l’attenzione grazie al sostegno regolare che essi apportano. Al giorno d’oggi sono rari, per lo meno in Europa, i dojo in cui i praticanti si occupano delle pulizie quotidiane, della pulizia dei bagni, del riordino degli spogliatoi, o dei keikogi da prestito per i principianti, ecc. Di fatto agiscono come degli Uchi deshi di un’altra epoca. È diventato difficile far passare questo messaggio a delle giovani generazioni per le quali l’apprendimento è spesso diventato una seccatura di cui bisogna sbarazzarsi il prima possibile.
Reishiki: un codice morale?
Reishiki è la porta d’entrata verso un mondo dimenticato, il mondo della sensazione interiore, un mondo immateriale e tuttavia molto reale, molto concreto. È alla portata di tutti trovarlo, o ritrovarlo se è bloccato da convenzioni o idee inculcate dalla società a nostro discapito. Ovviamente i protocolli che regolano un’arte ci servono a evitare gli incidenti mediante l’ordine che esigono, ma è il loro carattere fondamentalmente naturale che mi sembra più importante. Se ciò non esiste, o non esiste più, non ne restano che delle usanze private del senso profondo. In una società in declino rispetto all’educazione mi sembra necessario permettere a tutti quelli che sono interessati alle arti marziali di ritrovare le basi, tanto indispensabili quanto logiche, del funzionamento umano.
Reishiki ci obbliga a rispettare ogni vita umana e ci conduce verso il rispetto della vita per la vita. Attraverso il codice morale che verrà applicato anche a noi, se lo applichiamo agli altri, possiamo riscoprire un fondo comune fra gli esseri umani. I valori che Reishiki porta esistono anche per farci avanzare nel quotidiano, le donne ad esempio sono, o dovrebbero essere, dato che sfortunatamente non è spesso il caso, rispettate da tutti in quanto praticanti e non perché sono tanto belline, o per condiscendenza, o per rispettare la parità. Una musicista non è apprezzata per le sue misure né per per la sua capacità polmonare se suona uno strumento a fiato, ma come ogni musicista per la qualità del suo modo di suonare, per la musicalità di un pezzo che è capace di farci scoprire durante un concerto.
Reishiki: un’impregnazione
Se si è capaci di sentire i riti, la nostra vita di tutti i giorni ha un altro sapore. Reishiki non è più una costrizione, è il percorso della nostra libertà interiore e siamo guidati passo dopo passo dal cerimoniale che trae le sue origini da rituali più antichi che non chiedono altro che di essere riscoperti. Lo “sport moderno”1concetto sviluppato da Pierre Bourdieu in «Comment peut-on être sportif?», Questions de sociologie, Éditions de Minuit, 1984. ha delle regole, dei regolamenti, a priori i loro ruoli sembrano identici – sicurezza, rispetto dell’altro, dell’arbitro, socializzazione, ecc. – e si arriverebbe a confonderli con Reishiki che è molto più antico. È più semplice per la nostra visione occidentale, ci siamo abituati, non dobbiamo fare sforzi se non quello di conformarvisi, ma appena si esce dai tatami, dal ring, dal campo, tutte queste regole legate allo sport praticato spariscono, si applicano altre regole. Spesso regole molto diverse, a volte semplicemente un po’ di buone maniere, altre volte il senza-regole della strada e le sue conseguenze. Reishiki permane come una presenza in noi, tramite un fenomeno che potremmo definire imprinting, una sorta di impronta, certo non all’inizio, non i primi anni. A poco a poco forgia il nostro spirito e dunque il nostro corpo senza deformarli, anzi al contrario, permette il loro sviluppo armonioso. Le regole dello sport esistono per essere rispettate per il tempo dell’esercizio, della pratica, Reishiki, agisce in ogni momento della nostra vita.
Reishiki: un artefatto?
A mio avviso non bisogna mai imporre Reishiki, fa parte di una comprensione che deve nascere nei praticanti più recenti, mentre i più anziani possono tramite la loro conoscenza e il loro esempio far avanzare i principianti. A parte la buona educazione minima richiesta in ogni luogo, è anche, e anzi soprattutto, l’ambiente del dojo che guiderà i nuovi arrivati. Se imponiamo delle norme, delle convenzioni, tutto rischia di irrigidirsi, di presentarsi come una nuova ideologia da applicare ma che sarà separata da ciò che è vivo e, come scrive così bene Matthew B. Crawford, «la vita diventa una imitazione della teoria: noi conduciamo un’esistenza fortemente mediatizzata in cui è indubbio che questo rapporto passa sempre di più attraverso rappresentazioni prefabbricate per noi. L’esperienza umana è diventata un artefatto sofisticato, e quindi estremamente manipolabile».2Matthew B. Crawford, Contact. Pourquoi nous avons perdu le monde, et comment le retrouver, Éditions La Découverte 2019, p.8. Che la nostra esperienza e il nostro insegnamento diventino un prodotto artificiale quando invece è proprio il contrario che cerchiamo, è forse quello che ci aspetta. Per di più con il rischio che questo vada esattamente nella direzione completamente opposta a quello che è, o dovrebbe essere insegnato nella nostra arte: la libertà dello spirito, l’intuizione, la forza vitale e tutto ciò che l’accompagna – flessibilità, mobilità, resistenza, capacità di ricentrarsi per non sprofondare dopo essere caduti, o di fronte alla difficoltà.
Il saluto nello stile Bushy-den Kiraku-ryu, una delle arti all’origine dell’Aikido.
Creare le condizioni
Le palestre sono adatte agli sport, vi si trovano degli spalti, vi si possono esercitare diverse attività, la manutenzione è gestita dall’amministrazione del luogo, e c’è un guardiano incaricato di far rispettare l’ordine nei corridoi, negli spogliatoi, ecc. Riuscire a comunicare il Reishiki in uno spazio di questa natura è una sfida. Purtroppo nulla predispone a rispettare il luogo, né come luogo pubblico, dato che sono molto pochi quelli rispettati al giorno d’oggi, né come un luogo, un posto che si potrebbe far proprio. Una sala da sport è adatta allo sport, un dojo è uno spazio per praticare un Budo, un Bujutsu, un’arte, che sia marziale o no. Qui la vibrazione, l’ambiente è differente. Non vi parrebbe curioso vedere una persona che fa della pasticceria sul bordo di una piscina, o assistere ad un combattimento di boxe pesi massimi in un padiglione da tè? Sistemare uno spazio, un locale che sarà stato trovato non in funzione di guadagni futuri, ma in funzione di parametri di tutt’altra natura che mi è impossibile descrivere in poche righe, ma che sono determinanti per il futuro dojo e per renderlo perenne, se si tratta di una scuola di arti marziali. Creare un luogo di questa natura è già applicare lo spirito di Reishiki, poiché là si incontreranno le persone che lo gestiranno, i coinquilini, in un certo senso, per un tempo indefinito, sarà la culla degli allievi già presenti, come anche dei futuri praticanti. Impareranno a rispettare e a far rispettare il Reishiki perché ne saranno all’origine, e al contempo i trasformatori in funzione dei bisogni. Saranno i continuatori di una tradizione che sentono come necessaria, e anzi indispensabile per permettere l’insegnamento e la pratica della loro arte.
Tokonoma, dojo Tenshin, Parigi. Calligrafia di Itsuo Tsuda Sensei, La grande gentilezza esclude la piccola gentilezza.
Reishiki è anche la riconoscenza: saper ringraziare
Come terminare un articolo su Reishiki senza salutare i Maestri che ho avuto la fortuna di incontrare, a volte di seguire, sempre di rispettare. Sono troppo numerosi e farne la lista sarebbe noioso per i lettori perché tutto questo è cominciato nella mia infanzia e avevo appena dodici anni. Ma mi piace citare quelli che mi hanno orientato in momenti cruciali, come il mio primo professore di Judo, metodo Kawaishi, che ha saputo guidarmi e la cui disciplina come pure la gentilezza mi hanno segnato a vita. Roland Maroteaux Sensei, colui che mi ha iniziato all’Aikido all’inizio degli anni ’70, grazie al quale ho incontrato Itsuo Tsuda Sensei, questo maestro dell’ombra che fu “il mio Maestro”. Come anche Henry Plée Sensei che mi ha dato un’opportunità (“messo il piede nella staffa”, come si suol dire) permettendomi di insegnare l’Aikido nel suo dojo della Montaigne Sainte Geneviève quando ero da pochissimo una cintura nera. Non ne dimentico nessuno di loro (anche quelli che non cito qui) perché è grazie alla loro semplicità ferma e all’orientamento che hanno saputo trasmettermi che ho capito e apprezzato Reishiki.
Articolo di Régis Soavi pubblicato in Yashima n° 7 nel mese di marzo del 2020.
Notes
1
concetto sviluppato da Pierre Bourdieu in «Comment peut-on être sportif?», Questions de sociologie, Éditions de Minuit, 1984.
2
Matthew B. Crawford, Contact. Pourquoi nous avons perdu le monde, et comment le retrouver, Éditions La Découverte 2019, p.8.
Martedì 31 maggio 2016 nel primo pomeriggio abbiamo montato la mostra delle calligrafie del Maestro Tsuda nella biblioteca Rispoli che si trova a due passi dalla centralissima piazza Venezia a Roma ! Per la mostra la direttrice della biblioteca era un po’ preoccupata non sapeva cosa aspettarsi. Bisogna mantenere un certo livello…
Quando le calligrafie hanno preso il loro posto, è rimasta stupita, ha detto : “Che finezza, che eleganza” . E io aggiungerei che respiro! E’ bello vedere le calligrafie del Maestro Tsuda che creano un ambiente in un posto così e dove è così improbabile entrare.Leggere di più →
“La respirazione, secondo la mia esperienza, é il fondamento stesso dell’Aikido.”
Itsuo Tsuda. La Via della Spoliazione
L’insegnamento che abbiamo ricevuto e continuiamo a ricevere ci permette di constatarlo, quando siamo tranquilli nel nostro dojo, che é prezioso perché favorisce la practica, ma anche quando siamo in trasferta, poiché é dentro di noi.
E’ stata organizzata dal Dojo Bodai una seduta dimostrativa di Aikido il 30 gennaio 2016. Ed è stato un vero piacere per tutti quelli che se ne sono occupati. Ci saranno dal mese di febbraio delle sedute ogni mercoledì alle ore 20 per permettere, a chi volesse, di scoprire l’Aikido della Scuola Itsuo Tsuda. Il dojo che ci ha ospitati e che ci ospiterà per le sedute regolari è un dojo dove si pratica essenzialmente Judo, è situato a Francavilla, a 250 km da Roma sull’altra sponda, sul mare Adriatico e si trova al confine con Pescara, dove il dojo Bodai ha già organizzato in precedenza una lettura con presentazione della nuova edizione Yume de’ “Il Non Fare” e uno stage di introduzione al Katsugen Undo.
Questo articolo è stato scritto per Dragon magazine spécial Aikido prima della chiusura della rivista; il tema era “La professionalizzazione”.
Responsabilità
Se l’insegnamento che abbiamo ricevuto e interiorizzato ha cambiato la nostra vita, se ci ha permesso di approfondire valori che ci stanno a cuore e di scoprirne altri che, sebbene finora ignorati, si sono rivelati essenziali per la qualità della nostra vita, è importante “trasmettere questo tesoro” perché è nostra responsabilità non lasciare cadere nell’oblio un patrimonio dell’umanità che è al servizio di ciò che vive.
Trasmettere
L’insegnamento dell’Aikido non è una professione nel senso comune del termine; fortunatamente per la nostra arte, si tratta invece di tutt’altro. È un compito che si è portati a svolgere un po’ come una missione liberamente accettata che ci è stata affidata per permettere ad altri di scoprire questo cammino, questa via, questo Tao che continuiamo a seguire. “Quando si lavora nelle professioni che si occupano dell’uomo, si lavora nella non-padronanza, ovvero in qualcosa di cui non si è padroni del risultato, poiché è la persona stessa che elabora ciò che sta diventando.”1Jacques Marpeau, “Un mot, un enjeu : « Profession » et « métier »”, articolo pubblicato il 09/03/2023 su https://cafepedagogique.net, tr. it. École Itsuo Tsuda. È la trasmissione di un’eredità che ci è stata tramandata a poco a poco nel corso di molti anni e che continua a risuonare nella nostra vita quotidiana. Nonostante le rigide regole imposte dallo Stato e attuate dalle varie federazioni, esiste ancora un piccolo margine che consente all’insegnamento della nostra arte di rimanere soprattutto un dono di sé e un modo per approfondire il proprio percorso. Si tratta principalmente di comunicare l’incomunicabile e, nonostante ciò, di riuscire a far passare il messaggio che ci è stato trasmesso da Tsuda sensei. Cambiare il mondo almeno localmente, “regionalmente”, questa è stata, a mio avviso, una parte importante del lavoro, sia filosofico che fisico, di Itsuo Tsuda. Insisteva in particolare su quella che chiamava “la pratica solitaria” che conduceva ogni mattina.
All’interno della seduta di Aikido, è una prima parte molto ritualizzata e profonda, basata unicamente sulla “Respirazione” (la circolazione del Ki e la sua visualizzazione) e che, oltre alla scrittura dei suoi libri, era il suo modo di intervenire in maniera diretta su ciò che lo circondava, sul Mondo.
Itsuo Tsuda
Nella nostra Scuola, è specificato fin dai primi articoli dello statuto che “pratichiamo senza scopo”. Tsuda sensei aveva insistito affinché queste poche parole fossero messe in primo piano, perché in esse risiede l’essenza della nostra pratica. Raramente vengono comprese all’inizio, e purtroppo anche in seguito, perché spesso sono considerate praticamente inconcepibili in occidente, a parte le persone che praticano seriamente e che grazie a ciò approfondiscono la loro conoscenza del Giappone o dell’Oriente in generale. Durante i primi contatti o quando se ne parla con amici e conoscenti, si sentono i commenti più disparati. Si va dai più leggeri come “è una storia assurda” fino a “non è una cosa seria, è una sciocchezza”. Inoltre, è molto spesso destabilizzante e difficile da ammettere, non ci sono “lezioni” come nelle palestre o nei centri yoga, ma sedute quotidiane condotte il più delle volte dai/dalle praticanti più anziani/e.
Non c’è nemmeno una progressione, ma un vero approfondimento, un’apertura anche verso una sensibilità consolidata e un mondo di sensazioni che, dal momento in cui se ne è capaci, permette a chiunque abbia il coraggio, il desiderio, di scoprire cosa significa condurre una seduta: basterà avere continuità, rispetto per gli altri e ovviamente il consenso del gruppo. Anche per la pratica dell’Aikido non si tratta di insegnare tecniche sofisticate o di correggere a tutti i costi, ma piuttosto di creare un ambiente favorevole all’evoluzione di ciascuno. Di permettere di cercare in profondità dentro di sé, a livello dell'”Hara”, la “Respirazione”, di prendere coscienza della circolazione del Ki. Ciò è ancora più evidente nella pratica del Katsugen Undo, nella quale dal punto di vista tecnico è sufficiente saper contare fino a venti seguendo un ritmo dato, per consentire la coordinazione del gruppo di praticanti.
Lo stesso vale per l’Aikido: sono la percezione concreta, fisica, non intellettualizzata, dello yin e dello yang e la postura, gli elementi determinanti per far passare un messaggio sia visivo che sensoriale. Condurre delle sedute non ha “alcun valore in sé”, basta che siano apprezzate dal gruppo. Tuttavia, a volte questo permette di capire meglio a che punto siamo nella nostra pratica, di vedere se siamo in grado di trasmettere ciò che abbiamo scoperto e che può essere utile agli altri. È importante comunicare a diversi livelli, a volte si capisce meglio quando la dimostrazione è fatta con un sempai più vicino a ciò che siamo in grado di fare, di vedere, di sentire. D’altra parte, se abbiamo capito bene, senza compiacere il nostro Ego, condurre le sedute ci permette di uscire dalla castrazione sociale che limita le nostre capacità e ci congela in un ruolo, qualunque esso sia, e di ritrovare noi stessi senza correre il rischio di una sopravvalutazione distruttiva dell’Io.
Una Scuola senza gradi
Dato che la nostra Scuola è una Scuola senza gradi, senza livelli “senza punti di riferimento fissi” come ci diceva Tsuda sensei, ogni passaggio, ogni approfondimento è importante nella nostra pratica, anche le più piccole scoperte devono essere considerate al loro giusto valore. Indossare l’hakama è significativo sotto diversi aspetti e ha un senso che dobbiamo scoprire se vogliamo capire cosa ci può apportare, e tra l’altro c’è anche un testo essenziale disponibile per chi lo desidera. La cintura nera non è un grado ma un’opportunità da cogliere, (c’è un testo che riporta le parole pronunciate in questa occasione). Ogni praticante segue un cammino che è personale per lui, puramente individuale, nessuno dovrebbe essere geloso o anche solo invidiare il percorso di un altro col rischio di perdere il senso di ciò che viene insegnato.
Diventare un Sensei
Non si tratta del “Fato”, ma piuttosto di un destino che si è creato indipendentemente dal desiderio, dalla volontà di colui o colei che, grazie a una pratica corretta e regolare nel corso di molti anni, è diventato capace di dare, di restituire ciò che ha ricevuto. Il termine Sensei, come tutti sanno, non è un grado né un riconoscimento e non ha alcun valore particolare, potrebbe essere interpretato come: “camminare davanti”, essere più anziani (indipendentemente dal numero di anni) e avere esperienza e capacità reali nella propria arte, comprendere e sentire “l’Altro” e saper comunicare con semplicità. Come in tutte le cose, c’è “caffè e caffè”, e quindi in tutte le arti ci sono “sensei e sensei”. Penso che nessuno possa rivendicare e soprattutto imporre un titolo del genere. Può essere attribuito a qualcuno per ragioni molto diverse. In ogni caso, può servire solo a chi lo usa, perché considerare qualcuno come il proprio sensei è un posizionamento dell’allievo, ed è questo posizionamento che gli permette di comprendere altre cose dal suo sensei.
Un percorso
Quando ero bambino, nella mia Scuola di Judo, come in tutte le arti marziali, c’erano le cinture colorate; eravamo bambini, poi adolescenti, e questo avrebbe dovuto stimolarci, «favorire una sana competizione parallelamente al sistema scolastico», per ottenere una fetta più grande della torta, anche a costo di schiacciare gli altri per averla. Il mondo suscita uno stile di vita e ci educa in questa direzione, «ci sono vincitori e vinti, questa è la forma di Egualitarismo che ci viene proposta, ben lontana dall’Equità, non è vero?»
All’epoca, non avevo altra scelta, se volevo praticare un’arte marziale, dovevo stare al gioco, superare gli esami, vincere combattimenti per ottenere dei gradi. Prima cintura bianca, poi gialla, poi arancione, poi verde e infine blu. Dopodiché, prepararsi per la marrone, in vista della consacrazione suprema, la cintura nera.
Un altro punto di vista
Gli anni Sessanta portano un ribaltamento di prospettiva. Come conseguenza del dopoguerra, inizia uno sconvolgimento sia a livello sociale, che societario e culturale. Tutto è messo in discussione. Ho diciassette anni e interrompo temporaneamente il mio allenamento per dedicarmi ad altre scoperte. Il mondo, o meglio “la Mia Visione” del mondo, cambia, la società disgregandosi rende qualcosa di impossibile, possibile, nulla sarà più come prima, IO NON SARÒ PIÙ COME PRIMA.
Dopo questa pausa, riprendo nuovamente le arti marziali, il “Judo jujitsu”, ma non vi ritrovo più lo stesso spirito. Anche il mio spirito è diverso.
Il vecchio mondo è Morto; un altro mondo sboccia dentro di me. Voglio usare i resti del vecchio mondo per rivoltarli contro di lui e permettere così la creazione di una situazione nuova. L’Aikido è una delle armi non letali a disposizione del mio essere per continuare nella direzione che ho preso. Ho vent’anni e inizio l’Aikido, un cammino nuovo e rivoluzionario per me.
Inizia un nuovo percorso, ovviamente con la cintura bianca. Ben presto faccio da Uke durante le dimostrazioni (so cadere molto bene e ho un buon equilibrio). Maroteau sensei mi dà il 1° kyu, con la conseguenza di portare l’hakama e di essere sempai.
Poi arriva la cintura nera, che ottengo nelle tre correnti derivate dall’Aikikai – prima da Nocquet sensei, poi da Tamura sensei e infine da Noro sensei – ma a orientarmi è soprattutto, parallelamente, l’incontro con colui che diventerà il mio maestro, Itsuo Tsuda.
Presso il mio Maestro continuo a mettere la cintura bianca ogni mattina e durante gli stage, mentre indosso quella nera e conduco sedute come istruttore un po’ ovunque nelle tre Scuole “ufficiali” riconosciute dalle federazioni. Infine, dopo sette anni di conflitti interiori, non ne posso più di questo disequilibrio, lascio perdere e decido di condurre solo sedute come quelle che Tsuda sensei ci trasmetteva. Questa decisione mi mette in una situazione un po’ particolare nei diversi dojo con cui lavoro, ma è il prezzo da pagare per ritrovare la mia stabilità nella pratica e approfondire ancora un po’ di più la mia ricerca sulla verità della circolazione del Ki. È il momento che ho scelto per iniziare a portare la cintura nera durante le sedute del maestro Tsuda.
Régis Soavi.
Un Hakama di color grigio
Anni dopo, compiuti cinquant’anni, ho approfondito la mia pratica, ho acquisito un’esperienza che mi permette di guidare i praticanti della nostra Scuola, sono responsabile degli stage in numerosi dojo dove vengo invitato, anche di altre federazioni. Cerco quindi di far vedere il nostro modo di praticare, di far sentire la circolazione del Ki e lo spirito generale della nostra Scuola. È in quel momento che decido di portare un Hakama di colore grigio, per me è un segno di anzianità e anche un posizionamento. Il mio maestro non c’è più da oltre trent’anni, mi sento in dovere di garantire la continuità di un insegnamento che non deve scomparire perché lo considero un cammino e una speranza per l’umanità. Molti elementi sono maturati nella mia pratica personale in tutti questi anni, dalla respirazione alla concentrazione, fino al modo in cui faccio circolare il Ki nei momenti più semplici. Durante kokyu-Ho, ad esempio, semplicemente appoggiando la mano sulla schiena delle persone per far loro sentire il passaggio del Ki, invece di dare loro indicazioni tecniche sulla posizione del corpo o delle mani.
Una mattina, durante la prima parte della seduta che Tsuda sensei chiamava pratica solitaria, la mia “respirazione” si è improvvisamente intensificata, un evento impossibile da descrivere se non con perifrasi che si potrebbero definire mistiche, mentre era molto più rudimentale e spontaneo di quanto si possa dire. Per me è una nuova breccia verso la profondità, che mi dà una sensazione di libertà naturale, ma è anche una nuova tappa su un percorso familiare, modesto e difficile, e allo stesso tempo sconosciuto. Da alcuni mesi sentivo che il mio modo di praticare si approfondiva, ma mancava qualcosa, una sorta di conferma che lo rendesse tangibile, più corporeo in qualche modo. Oggi ho settantacinque anni e, come in occasione di altri momenti di passaggio che ho vissuto, mi si presenta una nuova opportunità di evoluzione. Mi sembra importante ora confermarla, concretizzare il lavoro svolto nel corso degli ultimi cinquant’anni. Un atto semplice deve renderne conto: da “quella mattina” ho semplicemente rimesso una cintura bianca.
Visualizzare
L’atto che consiste nel visualizzare dipende essenzialmente dalla postura che permette la circolazione del Ki, dell’“energia vitale”. Se la postura corporea conduce l’energia verso il cervello, è l’immaginazione che entra in gioco e prende il sopravvento. Può essere positiva o negativa, è difficilmente controllabile e può facilmente sfuggire di mano, quindi è poco utilizzabile nell’azione immediata. Se l’immaginazione è positiva, può essere utilizzata nella vita quotidiana perché può essere creativa, ad esempio nella scrittura, nel disegno o nell’arte in generale, ma per agire e dare una risposta fisica diretta è un freno. Quando è negativa, molto spesso blocca l’azione e rende impossibile reagire, a meno che non la si superi con un rapido e supremo sforzo di volontà per non essere trascinati in una spirale improduttiva. Quando l’energia viene prodotta e raccolta nella parte bassa del corpo, “l’hara”, allora la visualizzazione diventa possibile.
Bisogna cominciare ad allenarla tramite esercizi che possono essere eseguiti quotidianamente durante l’Aikido. La cosa più importante è la risonanza che deve avere per ogni individuo. Deve corrispondere alla sua personalità, alla sua epoca o a qualcosa che lo tocca. La visualizzazione deve essere semplice e immediatamente utilizzabile, deve “parlarci”. Tsuda sensei ci avverte: “L’Aikido rischia di diventare […] una filosofia intellettuale senza partecipazione del corpo, una specie di nuoto nel salotto, o una ginnastica dei riflessi per trasformare gli uomini in cani di Pavlov. Oppure uno sport di combattimento da cui si esce demoliti. Oppure una politica. In ogni caso, il ki, l’elemento essenziale, è assente. Sarà un Aikido senza ki, che porta spesso all’irrigidimento muscolare. Per questo ci sono tante persone che hanno degli incidenti. La visualizzazione gioca un ruolo primordiale nell’Aikido. È un atto mentale, all’inizio, ma produce effetti fisici. Uno degli aspetti propri del ki è visualizzare. Cosa si visualizza nell’Aikido? Cerchi, triangoli e quadrati”.2Itsuo Tsuda, La Via della spoliazione, Yume Editions, 2016, pp. 154-155.
Disegno di Sengai
Riflessione o obbedienza
«Quando Hotei mostra la luna, lo sciocco guarda il dito». Questa traduzione troppo affrettata, troppo nota, è a mio avviso troppo forte. Distorce il messaggio e ci fa rifiutare i significati più profondi del proverbio, che si rischia di prendere alla lettera. Ci si può dire “anch’io ho guardato il dito, eppure non sono uno sciocco, ho dei diplomi e persino un dottorato…!” oppure “è ovvio, indica la luna, l’ho capito subito”. Sengai era un monaco zen della Scuola Rinzai (Scuola di Lin-tsi in Cina), una Scuola che utilizza i koan nel suo insegnamento. Il suo disegno, tratto da questo proverbio, anche se forse non è un Koan, ci fa riflettere: «non è forse la persona semplice, o forse il bambino che guarda il dito perché è nell’azione, nel momento, nell’istante presente», e quel piccolo personaggio che gioca ai suoi piedi e salta di gioia, e quell’enorme sacco che Hotei porta dietro di sé, di cosa si tratta? Vi si può anche vedere il sensei, il saggio che indica la via, la direzione, ma l’allievo per il momento vede solo il dito, cioè la pratica, anche se sospetta che dovrebbe vedere qualcosa che gli è ancora invisibile. Oppure è un monito rivolto a coloro che, per valorizzarsi, mostrano il dito, lasciano intendere di aver capito, mentre in realtà mostrano solo il loro Ego con lo scopo di avere degli adepti in ammirazione che obbediscono ciecamente per approfittare di loro. Tante possibilità e riflessioni si offrono a ciascuno di noi. A poco a poco qualcosa si chiarisce, si affina, si esce dall’abbrutimento mentale, ci si risveglia.
Sengai. Quando Hotei mostra la luna, lo sciocco guarda il dito
L’Aikido è un’arte marziale?
Chiunque, praticante o meno, ha il diritto di porsi questa domanda. Oggi esistono numerosi orientamenti nella nostra arte e molte correnti rivendicano un’autenticità più autentica di tutte le altre o un’antichità più antica, altre evocano un bisogno di rinnovamento, forse il fascino della modernità! La gamma di forme e di tecniche insegnate è enorme, a volte variano notevolmente, dalle più delicate alle più violente, dalle più flessibili, persino acrobatiche, alle più rigide, persino letali.
Chi può giudicare con serenità la loro opportunità o il loro valore nel nostro mondo? La nostra Scuola, sia per l’Aikido che per il Katsugen Undo, si basa sulla pratica del Non Fare (Wu-wei) che affonda le sue radici nelle filosofie cinesi come il Tchan, il Taoismo, e in quelle giapponesi come lo Shinto delle origini. Come tante altre scuole, trova il suo posto in quei grandi movimenti Pacifisti e Universalisti nati dopo la seconda guerra mondiale.
Régis Soavi
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Notes
1
Jacques Marpeau, “Un mot, un enjeu : « Profession » et « métier »”, articolo pubblicato il 09/03/2023 su https://cafepedagogique.net, tr. it. École Itsuo Tsuda
2
Itsuo Tsuda, La Via della spoliazione, Yume Editions, 2016, pp. 154-155.
Continua l’articolo di Hiroyuki Noguchi del 1993. Tradotto dal giapponese dalla Scuola Itsuo Tsuda. La prima parte è disponibile qui.
2. I principi del Doho e i kata.
Se si cerca di capire la logica dei principi del Doho, i kata sorgeranno naturalmente. Il Doho e il kata sono un binomio: non possiamo parlare dell’uno senza parlare dell’altro. In origine, il Doho è il principio di base di realizzazione del kata. Ogni kata si compone di tre stati1Questi tre stati si vivono a ogni realizzazione del kata così come nell’evoluzione di una persona o su una vita intera. Sono dei cerchi concentrici che approfondiscono il gesto Possiamo avvicinarli a Shuhari 守破離 che descrive le fasi dell’apprendimento: “seguire/obbedire”, “comprendere/esplorare” e “integrare/trascendere”. O ancora di Jo-ha-kyū序破急, lento, accelerato, veloce, che è un ritmo organico presente in tutta la cultura giapponese. Il drammaturgo Zeami ha scritto al riguardo”Ogni fenomeno nell’universo si sviluppa attraverso una certa progressione. Anche il grido di un uccello e il rumore di un insetto seguono questa progressione. “Nel teatro Nō, ogni pezzo, ogni atto, ogni scena e ogni discorso individuale avrà il suo Jo-ha-kyū interno : accogliere2 L’utilizzo della parola “accogliere” suggerisce l’utilizzo del principio non dualista del Non=Fare in cui non c’è opposizione tra me, soggetto agente e l’ambiente. Non sono io che “inizio” l’azione, la mia azione consiste nell’accogliere “l’azione giusta”, nell’essere disponibili nel corpo e nella mente per “accogliere” il kata./iniziare, trasformare e integrare/chiudere. Qui, tuttavia, esploreremo ciò che attraversa i tre stati del kata.
Il Doho e lo sviluppo della percezione interna
L’epoca attuale è un’epoca senza kata. Al suo posto l’esercizio fisico che si è diffuso è il cosiddetto “rilassamento” e il “lasciar andare”. Con un’insistenza sul fatto che i kata schiacciavano la libertà, l’individualità ed erano una forma di repressione coercitiva. Così i kata sono stati ingiustamente pervertiti.
Eppure i principi del Doho non potevano essere “la rigidità e il disagio”. Al contrario, i kata soho utilizzati per spostarsi naturalmente e senza sforzo. Per esempio, malgrado il fatto che i costumi del No pesano in tutto 30 chili, i ballerini potevano ancora muoversi liberamente e con facilità. Se il kata è spezzato, cioè non è più fatto correttamente, ciò non sarà più possibile.
Tra i principi del Doho condivisi dagli antichi troviamo le espressioni: Kire (tagliare), Tame (caricare/preparare), Shime (chiudere/stringere), Shibori (strizzare), Ochi (cadere), Otoshi (scendere), ecc. Nessuna di queste espressioni permette di descrivere ciò che appare da un punto esterno. Al contrario, tutte si rifiutano di farlo. Quando si dice che “il koshi è impegnato”, che “l’hara è determinato” o che “il petto è sceso”, si tratta di descrizioni di percezioni interne di pienezza quando si raggiunge un movimento superiore. Questo può essere valido e utile solo se si cerca nella percezione interna.
La percezione interna del corpo fa parte integrante del Doho. Non può esserci il metodo Doho senza questa percezione interna. La ragione dell’attuale declino della pratica del Doho è la mancanza di attenzione quotidiana a questa percezione interna del proprio corpo. Se manca questa percezione interna, non è sorprendente che i kata sembrino solo una forma vuota e inutile.
La chiave della comprensione del Doho risiede nella visione del corpo di un’epoca in cui l’anatomia non esisteva. Quella che io chiamo “la percezione interna del corpo” è l’immagine del corpo ottenuta attraverso la sensazione interiore, dimenticando le divisioni anatomiche e sentendo profondamente l’interno del proprio corpo. La visione così ottenuta è molto diversa da una semplice immagine mentale e obbiettiva del corpo, si potrebbe piuttosto qualificarla come “immagine corporea gassosa”.
Ora, sedetevi, chiudete leggermente gli occhi e provate a percepire la regione del vostro hara. Un’immagine del ventre allora apparirà. Alcune zone sono indistinte e vaghe, mente quelle che sono chiare possono assomigliare, per esempio, a una zucca o a una mezza luna. In seguito, passiamo dalla percezione interna della superficie del ventre a strati più profondi. Lo strato più profondo è l’interno della schiena. Le persone la cui percezione interna raggiunge l’interno della schiena potranno sentire il proprio hara in tre dimensioni.
L’hara sentito con la percezione interna è tridimensionale e multistrato. Cercate anche di esercitare una forza nel ventre contemplando e osservando questo hara interno Questa forza non può raggiungere lo strato più profondo. Perché è quando la forza riempe l’hara dallo strato più profondo fino allo strato superficiale, passando attraverso diversi strati, che si utilizza l’espressione Hara ga kimaru, un ventre determinato.
Per fare questo, l’origine della forza deve essere ricercata nello strato più profondo. Per cominciare, essa si concentra in un punto dello strato più profondo, da cui genera un leggero movimento che difficilmente si può qualificare come forza. Questo movimento si diffonde immediatamente agli strati superiori e aumenta progressivamente. Appena raggiunge la superficie, appare il sentimento di potenza o di antagonismo. È ciò che gli antichi intendevano con “muovere l’asse”, o “muovere il centro”. Se la forza più profonda raggiunge la superficie, l’hara si posiziona naturalmente.
Provate a fare la stessa cosa con il koshi. Constaterete che il koshi condivide lo spazio con l’hara interno. Nella percezione interna del corpo, il koshi e l’hara non fanno che uno. I termini koshi o hara sono semplicemente dei nomi basati sulla rappresentazione anatomica del corpo.
La norma del Doho dell’”hara determinato” è stato sviluppato con la percezione interna della persona. Questo hara è quello della percezione interna del corpo. Le persone di oggi, che non sanno come fare questa introspezione del corpo, cercano di applicare la saggezza del Doho degli antichi prendendo come base la visione di un corpo “oggettivo”, cioè teorico e non sentito con la percezione interna. Ma quale che sia il modo in cui cercate di muovere il vostro ventre “oggettivo”, in cui vi agitate; in cui concentrate il vostro ki, influirete solo sullo strato superficiale del vostro hara, ciò non toccherà gli strati profondi.
Di conseguenza, è impossibile per loro raggiungere il pieno sviluppo della percezione interna. in queste condizioni non sorprende che le persone di oggi abbiano l’impressione che la padronanza dei kata venga loro imposta. Ciononostante, quando conoscerete l’estensione e la profondità dell’hara con la percezione interna, capite perché gli antichi vi accordavano tanta importanza. La calma e i movimenti tranquilli dei gesti fatti così valgono la pena di essere gustati.
Sono convinto che i principi di movimento del corpo del Doho si sono profondamente radicati nella cultura giapponese e hanno anche avuto una forte influenza sulle sue pratiche spirituali perché erano accompagnati dalla ricerca di “un corpo percepito”.
La soddisfazione che deriva dalla padronanza del “corpo percepito” e dal fatto di compiere ciò a cui questo “corpo percepito” è naturalmente pronto era la sostanza del “memorizzare dal corpo” e del “sentire dal corpo”.
Tsukimi, la fête de la lune
Ad esempio, quando si vede la luna in autunno, non la si vede con gli occhi. È attraverso la contemplazione del “corpo percepito”, chiarito dalla vista, che si ricorda la bellezza della luna autunnale. I giapponesi hanno vissuto con questo “corpo gassoso”. Era un corpo con uno spazio vago tra carne e spirito. E gli antichi conoscevano le tecniche per realizzare questo “corpo percepito”.
Ritorniamo alla questione dei kata.
Movimento interno ed esterno: i principi del “kata del Dôhô”
Il “kata del Doho” serve a padroneggiare il movimento. Più il corpo “oggettivo” è immobile, più il “corpo percepito” appare chiaramente e più questo cambiamento avviene con vigore. Pertanto, si può dire che il kata induce l’azione del “corpo percepito”.
La danza del teatro Nô è trattenuta, come se rifiutasse il movimento. Allo stesso modo, l’espressione dell’interprete è nascosta dalle maschere. In origine, la cultura giapponese si basava sulla percezione della differenza tra l’interiorità e l’esteriorità dei sentimenti e sulla percezione della differenza tra l’interiorità e l’esteriorità delle apparenze. Era considerato volgare stringere i denti, fare uno sforzo o rivelare le proprie emozioni.
Masque de Noh
È una cultura che cerca di suscitare un senso di lusso in un semplice germoglio di camelia nel tokonoma e un senso di assoluto silenzio nel suono tagliente del koto3Strumento musicale a corde.. È in questo che risiede la peculiarità di questa cultura, che deriva dal rapporto tra il kata e la percezione interna del corpo. L’apparenza esteriore della danza sembra trattenuto, ma in realtà il mondo della percezione interna è pieno di movimenti ricchi.
Se si ferma l’esterno, l’interno si muove; se si ferma l’interno, l’esterno si muove.
Il Kata riassume questa inversione dell’ordine tra l’esterno e l’interno. Ci sono tre principi nel “kata del Doho”.
Il primo principio è Jun-Gyaku-Kikkou.
Significa che le forze si equilibrano. Può essere applicato non solo al rapporto tra interno ed esterno, ma anche ai dettagli del kata, cioè all’orientamento di ogni parte del corpo. Ad esempio, la forma shizumi, considerata una corretta inclinazione del corpo in avanti, si basa sulla posizione eretta in cui l’osso pubico va all’indietro e le ginocchia si piegano in avanti. Si spostano nello stesso tempo in direzioni opposte.
I secondi principi sono Tenkei-Doushitu e Doukei-Tenshitu.
Tenkei-Doushitu significa che quale che sia il modo in cui il kata è stato modificato, se il koshi del “corpo percepito” è al suo posto, non verrà mai distrutto, o detto altrimenti, l’essenza resta immutata.
Doukei-Tenshitu significa che, poiché la forma esteriore del kata resta identica, il “corpo percepito” si è spostato dall’interno. Per esempio, quando la tensione è generata dal fatto di stringere il braccio e dalla flessione del braccio, per rilasciare questa tensione, bisogna distendere l’angolo di flessione del braccio o rilasciare la presa. Il Doukei-Tenshitu è il processo che permette grazie al “corpo dispeso” di rilassarsi senza cambiare l’angolo del braccio né la forza della presa.
Il fatto che l’espressione della maschera No cambi liberamente non è dovuto solo alla tecnica Doho dell’interprete, ma anche al fatto che egli ha acquisito la tecnica Doukei-Tenshiitu dello spostamento del “corpo percepito”.
I terzi principi sono Docho e Tenkan.
È la sensibilizzazione con le altre persone, attraverso l’armonizzazione e lo spostamento. Provate a stringere la mano a qualcuno, chiunque sia. Noterete allora che gli angoli dei gomiti delle mani destre sono sincronizzati senza saperlo. Se aggiustate l’angolo del vostro gomito con più precisione, non sapete più se voi state spostando il partner o se è il partner che vi sta spostando. Avete allora la sensazione che siete stati entrambi spostati dall’altro e i due movimenti diventano una sola ed unica cosa.
È il principio seguito nelle prime tappe del metodo Seitai di percezione interna che io seguo. Benché le tecniche con il “corpo percepito” piuttosto che con il “corpo oggettivo” siano oggi la norma nel Seitai, questo principio di base è sempre d’attualità.
Penso che la cultura giapponese sia una cultura fondata sui pilastri che sono: il Doho, il metodo di movimento, il naikan4内観 lett. sguardo interno., la percezione interna e il kanno, la sensibilità. Se l’altro è educato, la trattiamo con cortesia, che si tratti di nemici o di amici. Questa forma di armonizzazione si chiama “l’accoglienza”.
L’arte di accogliere gli invitati nel Chanoyu 茶道 era in origine una ricerca di sensibilità. Perché l’incontro durante il servizio il té, Ichigo-Ichie5 四字熟語 lett. Una vita, un incontro in cui ogni esperienza è unica. non prende la forma di un contatto diretto, di un faccia a faccia con l’invitato principale? Chiedete a qualsiasi persona oggi e non otterrete risposta. Eppure essa è semplice: i giapponesi non credevano alle conversazioni. Partivano dal principio che non sono gli occhi che sono al centro della funzione di sensibilità con un’altra persona. I giapponesi sono alquanto sfavorevoli a stabilire un contatto visuale.
La nostra cultura consisteva nel cercare l’incontro con l’altro da koshi a koshi6 Itsuo Tsuda diceva “da intuizione a intuizione”.. In questo modo, i giapponesi si rallegravano, rispettavano e desideravano lo scambio nella sensazione interna reciproca del corpo di ciascuno.
NOGUCHI, Hiroyuki, 1993.
Traduzione da giapponese: Moeki Noji, 2025.
Notes
1
Questi tre stati si vivono a ogni realizzazione del kata così come nell’evoluzione di una persona o su una vita intera. Sono dei cerchi concentrici che approfondiscono il gesto Possiamo avvicinarli a Shuhari 守破離 che descrive le fasi dell’apprendimento: “seguire/obbedire”, “comprendere/esplorare” e “integrare/trascendere”. O ancora di Jo-ha-kyū序破急, lento, accelerato, veloce, che è un ritmo organico presente in tutta la cultura giapponese. Il drammaturgo Zeami ha scritto al riguardo”Ogni fenomeno nell’universo si sviluppa attraverso una certa progressione. Anche il grido di un uccello e il rumore di un insetto seguono questa progressione. “Nel teatro Nō, ogni pezzo, ogni atto, ogni scena e ogni discorso individuale avrà il suo Jo-ha-kyū interno
2
L’utilizzo della parola “accogliere” suggerisce l’utilizzo del principio non dualista del Non=Fare in cui non c’è opposizione tra me, soggetto agente e l’ambiente. Non sono io che “inizio” l’azione, la mia azione consiste nell’accogliere “l’azione giusta”, nell’essere disponibili nel corpo e nella mente per “accogliere” il kata.
3
Strumento musicale a corde.
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内観 lett. sguardo interno.
5
四字熟語 lett. Una vita, un incontro in cui ogni esperienza è unica.
Articolo di Hiroyuki Noguchi1Figlio di Haruchika Noguchi, fondatore del Seïtai del 1993. Tradotto dal giapponese dalla Scuola Itsuo Tsuda.
Un tempo, alla base della cultura tradizionale giapponese, vi era un approccio singolare alla percezione e al movimento del corpo. Questa tradizione era legata a un modo di muoversi che andava oltre i confini delle diverse discipline, stili e scuole ed era la norma dell’esercizio fisico2Marcel Mauss indicava che il corpo è espressione di noi stessi, ma soprattutto di una concezione culturale, dell’organizzazione sociale e dei sistemi di rappresentazione del mondo. L’educazione gioca un ruolo fondamentale nella trasmissione delle tecniche del corpo che forgiano i nostri habitus – modo di essere, andatura generale, tenuta, disposizione d’animo. M. Mauss Les Techniques du corps, Journal de Psychologie, vol. xxxii, no 3-4, 15 marzo-15 aprile 1936..
Sebbene non ci sia mai stato un sistema organizzato, i nostri predecessori hanno beneficiato di questo modo di muoversi in una maniera assolutamente naturale e hanno approfondito i propri movimenti. Chiamo Doho3Doho lett. Metodo di movimento quest’approccio tradizionale al corpo. È un modo di vivere il proprio corpo che sta scomparendo anche se si tratta di un’eredità immateriale sviluppata dagli antichi. Cerco di ritrovare questo modo di muoversi e i suoi principi di percezione interna del corpo, dal punto di vista del metodo Seitai4Il Seitai è stato elaborato da Haruchika Noguchi (1911-1976). Questo “metodo” comprende la pratica del Katsugen undo (Movimento rigeneratore) diffuso in Europa da Itsuo Tsuda negli anni ’70. Il Seitai si basa sull’assunto che il corpo ha una capacità naturale di riequilibrarsi in modo da garantire il proprio corretto funzionamento. La pratica mira a ripristinare questa sensibilità e le capacità di autoregolazione dell’organismo. .
Il Doho e la cultura giapponese
La cultura giapponese è un fiore che è sbocciato sul ricco terreno del Doho. Ma se un terreno si rovina, i fiori non avranno altra scelta che deperire. Il Chado, l’arte del tè, il teatro Nō e l’Hana, l’arte dei fiori, sono forme d’arte straordinarie create da grandi maestri. Tuttavia, la bellezza di una cerimonia del tè non sta nella sua forma, ma nel terreno che la sottende, cioè nei sottili movimenti tra l’ospite e l’invitato.
Qualunque sia la forma, anche se tecnicamente eccellente, se non c’è un movimento attivo del corpo che ne è alla base, essa non ha vita.
La raffinatezza di Ichigo-Ichie5四字熟語 lett. Una vita, un incontro in cui ogni esperienza è unica. può essere avvertita solo nel momento presente, essendo Kannou dōkō6感応道交espressione buddista. Comunicazione reciproca tra i sentimenti del Buddha e gli esseri umani. In un senso più ampio, si tratta della comprensione tra persone vicine, ma che hanno una differenza di posizione come tra il maestro e il discepolo cioè in una comunicazione reciproca che può avvenire solo quando il modo di muovere il corpo implica una forte concentrazione del ki, da parte dell’ospite e dell’invitato, che scambiano e si fondono insieme.
Il modo in cui un maestro del tè si muove non è sempre specifico della cerimonia del tè. Non c’è dubbio che l’arte dei maestri del tè sia impregnata di ogni loro movimento, il suo modo di camminare hoko, la sua postura seduta zahô, il suo approccio nijiri7躙にじり La posizione strisciante. Avvicinarsi lentamente. e la sua camminata sulle ginocchia shikko, sono comuni allo shintoismo, al Nō e alle arti marziali.
Allo stesso modo, sebbene il gesto di una mano che tiene una tazza sia diverso dal gesto di battere le mani e di unirle per pregare, nel Doho, l’effetto sul corpo è simile.
Il Doho attraversa tutte le arti.
Nelle risaie fangose i contadini avevano sviluppato un modo di muoversi in cui allungavano fortemente le dita dei piedi verso l’esterno per essere flessibili e stabili a livello del koshi8Koshi zona delle anche, bacino e parte bassa della colonna vertebrale.. La scuola di spada Yagyu ha sviluppato lo stesso modo di muoversi e sedersi in seiza per essere in grado di sentire una presenza lungo la propria schiena. Si può anche dire che il modo di maneggiare le bacchette per il kaiseki9Il pasto semplice che l’ospite della cerimonia del tè (chanoyu) serve ai suoi convitati prima della cerimonia è lo stesso dei movimenti dell’arte della spada giapponese.
Nella recitazione del Nō la sensazione di vibrazione del suono nell’hara10Hara, zona situata sotto l’ombelico. Centro del corpo nelle tradizioni giapponesi e cinesi 丹田).si ritrova nello shintoismo e nel metodo del kiai dello Shugen11Lo shugendō (修験道) è una millenaria tradizione spirituale giapponese in cui il rapporto tra uomo e natura è fondamentale. Utilizzando l’ascesi, la vita in montagna e includendo insegnamenti animisti, shintoismo, taoismo…. In tutti questi casi una certa curvatura del koshi è indispensabile. È presente anche nella danza del Nō, probabilmente perché in origine gli attori di Nō ballavano cantano.
È così che i nostri antenati hanno creato le proprie forme uniche di agricoltura, rituali, combattimenti, ornamenti ed eleganza, secondo i principi del Doho, comune al popolo giapponese. Allo stesso modo le culture straniere importate in Giappone sono state integrate grazie al Doho.
Un buono esempio è l’inclinazione in avanti del koshi che non era sottolineata così tanto sul continente, ma è diventata indissociabile dal Zazen giapponese.
Con questa curvatura del koshi, durante la pratica di Zazen quando si uniscono le mani, si avvicinano le dita lasciando tra i pollici uno spazio sottile come un foglio di carta. Ciò favorisce un movimento sottile, il Doho.
Inarcare il koshi è un movimento che i giapponesi apprezzavano particolarmente e che si ritrova tanto nel tracciato del calligrafo o nel seiza, la postura seduta, quanto nelle persone comuni a un tavolo tradizionale giapponese.
Se si osserva nel dettaglio, si possono percepire diversi modi d’inarcare il koshi.
Nel caso del Nō ci si siede accompagnati dalla sensazione di tirare verso l’alto le vertebre sacrali, mentre nel caso dello Zen la sensazione è che le vertebre sacrali spingano verso l’hara, provocandone la discesa. Un po’ come se l’hara fosse tirato verso il basso.
Lo sport moderno non fa eccezione in Giappone, anche nel baseball. Vi ritroviamo le diverse maniere di inarcare il koshi.
C’è Sonkyo, la posizione accovacciata del ricevitore. Shizumi, la posizione dell’interno e la posizione del battitore. Questi sembra tenere una spada giapponese che simbolizza l’inclinazione del koshi.
Queste tre posizioni corrispondono a tre modi specifici d’inarcare il koshi: la posizione del prete, la posizione secondo lo stile del Nō e la posizione secondo lo stile dello Zen.
Il Doho è come un “legame di sangue” per i giapponesi, un “DNA” che, seppur parzialmente disgregato, si è tramandato fino ai giorni nostri. È la prova che noi siamo un popolo che, se dispiega tutto il proprio potenziale, sarà naturalmente in accordo con i principi del Doho.
Una puleggia chiamata Nanban è stata introdotta in Giappone, e l’immagine di un operaio che utilizza questa puleggia avrebbe dato origine alla parola Nanba, che sarebbe una delle caratteristiche originali del modo di muoversi giapponese.
La camminata Nanba avviene quando la gamba destra è in avanti, anche la spalla destra e l’alto del corpo destro avanzano.
Nelle antiche arti marziali, la postura in piedi So12ソla posizione sō, posizione eretta di base nella scuola Kashima Shin Ryu e la postura di profilo Shumoku sono riconosciute tipiche del Nanba.
Dall’Awa Odori13Danza popolare alle danze Nō, e ancora di più nelle posizioni dei contadini che piantano il riso, tutti questi movimenti provengono dal Nanba.
Durante il raduno mattutino alla scuola elementare, la nostra generazione doveva fare un esercizio di camminata chiamato “Kôshin: camminare al passo”14La politica di modernizzazione dell’era Meiji (dopo il 1868) consistette nel sostituire le forme tradizionali giapponesi in tutti gli aspetti. Questo toccò anche l’educazione del corpo attraverso l’introduzione della ginnastica occidentale.. All’epoca non si era ancora abituati a camminare al passo alla maniera occidentale oscillando alternativamente le mani davanti e dietro, tanto che molti allievi si sono trovati come impacciati dopo due o tre passi e sono stati subito catalogati come con scarse capacità motorie. È strano, perché i giapponesi erano maltrattati unicamente perché si muovevano nello stile tradizionale.
Provate con gli scolari di oggi e vedrete che la camminata Nanba è completamente scomparsa. Se ci pensate bene, l’educazione fisica giapponese a scuola dalla restaurazione Meiji ha cercato di estirpare la tradizione del Doho rappresentata dalla marcia Nanba. Oggi, cent’anni dopo, questa politica nazionale ha trionfato, ma ha portato anche alla scomparsa delle tecniche tradizionali.
Anche in questo caso, se il substrato del Doho si perde, il fiore non può che perire, indipendentemente dalla protezione di cui gode. Tuttavia, ancora oggi, mentre molti giapponesi hanno naturalmente adottato il modo di camminare occidentale, se riunite dieci giapponesi e chiedete loro di camminare facendo grandi passi, energici, e grandi gesti delle braccia, come se stessero calpestando la terra, almeno sette di loro faranno il Nanba.
Nonostante tutto, bisogna insegnargli ad avanzare con i piedi piatti piuttosto che lasciar cadere il peso alternativamente su un piede e poi sull’altro. Oggi, le persone camminano sulle dita. Se lo fate sulle dita, non vi muoverete mai con la camminata Nanba. Si può dire che il Nanba è chiaramente legato alla sensazione dell’arco plantare ed è strettamente legato all’andatura tradizionale dei piedi che scivolano (摺り足 Suriashi).
Per capire le caratteristiche della cultura di un paese, non è inutile esaminare la relazione tra gli oggetti e le persone. La produzione di oggetti è in effetti strettamente legata all’apparizione di una cultura. L’artigiano tradizionale giapponese, Yoshio Akioka ha sottolineato che una delle qualità della cultura giapponese è che gli oggetti hanno un’utilizzazione flessibile e polivalente. Le bacchette, per esempio, sono uno strumento di uso polivalente, contrariamente alle forchette e ai coltelli occidentali, che hanno un unico uso. Le stesse bacchette sono usate per raccogliere i fagliolini, prendere del tofu, ingoiare il porridge di riso e tagliare le patate. Tuttavia, l’uso di un singolo oggetto in modo così versatile significa che l’uso del metodo Doho è il più fine possibile.
Il Kenjutsuka, Yoshinori Kono utilizza l’esempio del nihonto (spada giapponese) per illustrare i numerosi usi di uno stesso strumento. Il nihonto è sia una spada che una sciabola, contrariamente della differenziazione continentale, dove la sciabola è uno strumento monouso, per tagliare. Tuttavia, ciò porta a un’ambiguità funzionale nella misura in cui, il nihonto è inferiore alla sciabola per il taglio e non è buono per infilzare quanto la spada. Kono sensei dichiara: “Ecco perché non si taglia con la spada, ma con il koshi. Il kenjutsu (l’arte della spada giapponese) è prima di tutto un taijutsu; un’arte del corpo ”.
Non solo le spade giapponesi, ma anche gli strumenti prodotti dai maestri giapponesi, sono oggetti incompiuti. Tuttavia, ciò non vuol dire, sia chiaro, che le competenze degli artigiani siano immature. Al contrario, restano incompiuti per armonizzare la funzione dell’attrezzo e la motricità del suo utilizzatore. È come gli spazi vuoti nella pittura a inchiostro. Per gli artigiani giapponesi, uno strumento non è completo se non quando è collegato a una persona.
Inoltre, gli utensili giapponesi sono già concepiti per favorire il Doho dell’utilizzatore. Per esempio, il manico di teiera giapponese deve essere troppo corto per poter essere impugnato. Ovviamente, non è perché i nostri antenati avessero delle mani piccole. Per cominciare, il manico di una teiera non è fatto per essere afferrato. Deve essere tenuto tra il pollice e l’indice in forma di un gancio. Questo kata richiede al mignolo una presenza forte e profonda per sostenere il peso dell’acqua calda nella teiera.
L’utilizzo del mignolo è la base dell’abilità del Doho. Il mignolo è il dito più strettamente legato al koshi attraverso il polso. Di conseguenza, se teniamo il kyusu (teiera giapponese) in questo modo, il peso dell’acqua calda è naturalmente supportato dal koshi. Cosi la forma del kyusu è concepita per favorire la tenuta da parte del koshi.
Questo esempio mostra chiaramente che il Doho era presente fin nei minimi dettagli della vita quotidiana. Vi fu un tempo in cui i kata formati dal Doho funzionavano realmente nella vita di tutti i giorni. Questo tempo non è poi così lontano.
Il carattere 躾 (shitsuke; disciplina) non è un carattere cinese. Si tratta di un carattere giapponese che si scrive 身ヲ美シウスル (letteralmente corpo che abbellisce). È in questo che risiede la visione dell’educazione che avevano gli antichi. In termini semplici, l’educazione giapponese era un’educazione del corpo. L’accento veniva messo “sull’apprendimento tramite il corpo”, piuttosto che sulla memorizzazione tramite la testa, e sul fatto di rispettare “la sensazione del corpo” piuttosto che la comprensione intellettuale.
L’apprendimento non era l’allenamento della mente, ma la pratica del corpo. Pertanto, il primo principio dell’educazione era la disciplina del corpo, che significava la trasmissione dei principi e dei kata del Doho. I bambini imparavano a tenere la ciotola e le bacchette al momento opportuno. La ciotola era tenuta con il pollice della mano sinistra curvata all’indietro. Non era soltanto per evitare di toccare il bordo per ragioni d’igiene. Infatti, se si tiene la ciotola con l’articolazione del pollice arcuato, ci si può sedere con il koshi anch’esso arcuato verso la pancia. mentre se si piega l’articolazione, immediatamente si perde l’hara, il koshi si affloscia. “Perdere il koshi” significa mostrare codardia. Invece si avete un koshi e un hara stabili, avrete fiducia in voi e sarete determinati. Gli antichi vedevano il carattere di una persona nel suo koshi e nel suo hara.
Ci sono sensazioni e prese di coscienza che non possono mai manifestarsi se il terreno non è pronto, cioè se il corpo non è in “ordine”. Gli antichi ne erano ben consapevoli ed è per questo che hanno sviluppato questi metodi superiori, il Doho, per andare oltre e scoprire un kokoro15Kokoro designa lo spirito, il cuore o la natura interiore (saggezza, aspirazione, attenzione, sincerità, sensibilità). che non era ancora stato scoperto.
Non è esagerato dire che questa è la base della cultura dello shin-shin-ichi-nyo 心身一如, l’unità corpo-mente. Le arti del Doho non sono mai state proprietà esclusiva degli artigiani, dei danzatori o dei praticanti di arti marziali. I giapponesi utilizzavano i kata per “essere” nella gioia, nella collera, nel dolore, nella riflessione, nell’esprimere un giudizio e nella determinazione.
Inoltre, i giapponesi diffidavano dello spirito derivato da un kata svuotato del suo significato, ma apprezzavano lo spirito di un kata spezzato che dava vita a una nuova forma in un delicato equilibrio. Le nozioni estetiche di Iki16Iki 粋 chic, fresco, diretto, originale. Può riguardare l’atteggiamento, il comportamento, l’apparenza, l’estetica. e Sharé17Sha-re 洒落 alla moda, divertente, spiritoso, piacevole. ne sono buoni esempi.
Lo spirito un tempo era molto vicino al corpo. Lo spirito è costituito da parole/suoni. La parola è la voce. La voce emana dal corpo. Come abbiamo già detto, la vocalizzazione si faceva con il metodo del Doho. Le parole sono all’origine degli ideogrammi, delle calligrafie. La scrittura si faceva con il metodo Doho. È così che l’intelligenza degli antichi brillava con il metodo doho.
Il motivo per cui gli haiku e i koan zen sono così apprezzati è soprattutto per la loro rapidità. È una sensazione di velocità che non può essere creata diluendo il tema. La velocità è richiesta dai principi del Doho. È un’azione senza pausa. Una tale qualità può essere trovata solo evitando il rimpianto e fermandosi in modo netto. La brevità dell’haiku non è qualcosa di ordinario, è chiaramente un’aspirazione a coltivare uno spirito determinato. La brevità è quindi inevitabile.
L’articolo continua nella parte 2, che sarà pubblicata nell’ottobre 2025.
Hiroyuki Noguchi, 1993.
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Notes
1
Figlio di Haruchika Noguchi, fondatore del Seïtai
2
Marcel Mauss indicava che il corpo è espressione di noi stessi, ma soprattutto di una concezione culturale, dell’organizzazione sociale e dei sistemi di rappresentazione del mondo. L’educazione gioca un ruolo fondamentale nella trasmissione delle tecniche del corpo che forgiano i nostri habitus – modo di essere, andatura generale, tenuta, disposizione d’animo. M. Mauss Les Techniques du corps, Journal de Psychologie, vol. xxxii, no 3-4, 15 marzo-15 aprile 1936.
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Doho lett. Metodo di movimento
4
Il Seitai è stato elaborato da Haruchika Noguchi (1911-1976). Questo “metodo” comprende la pratica del Katsugen undo (Movimento rigeneratore) diffuso in Europa da Itsuo Tsuda negli anni ’70. Il Seitai si basa sull’assunto che il corpo ha una capacità naturale di riequilibrarsi in modo da garantire il proprio corretto funzionamento. La pratica mira a ripristinare questa sensibilità e le capacità di autoregolazione dell’organismo.
5
四字熟語 lett. Una vita, un incontro in cui ogni esperienza è unica.
6
感応道交espressione buddista. Comunicazione reciproca tra i sentimenti del Buddha e gli esseri umani. In un senso più ampio, si tratta della comprensione tra persone vicine, ma che hanno una differenza di posizione come tra il maestro e il discepolo
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躙にじり La posizione strisciante. Avvicinarsi lentamente.
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Koshi zona delle anche, bacino e parte bassa della colonna vertebrale.
9
Il pasto semplice che l’ospite della cerimonia del tè (chanoyu) serve ai suoi convitati prima della cerimonia
10
Hara, zona situata sotto l’ombelico. Centro del corpo nelle tradizioni giapponesi e cinesi 丹田).
11
Lo shugendō (修験道) è una millenaria tradizione spirituale giapponese in cui il rapporto tra uomo e natura è fondamentale. Utilizzando l’ascesi, la vita in montagna e includendo insegnamenti animisti, shintoismo, taoismo…
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ソla posizione sō, posizione eretta di base nella scuola Kashima Shin Ryu
13
Danza popolare
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La politica di modernizzazione dell’era Meiji (dopo il 1868) consistette nel sostituire le forme tradizionali giapponesi in tutti gli aspetti. Questo toccò anche l’educazione del corpo attraverso l’introduzione della ginnastica occidentale.
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Kokoro designa lo spirito, il cuore o la natura interiore (saggezza, aspirazione, attenzione, sincerità, sensibilità).
16
Iki 粋 chic, fresco, diretto, originale. Può riguardare l’atteggiamento, il comportamento, l’apparenza, l’estetica.
17
Sha-re 洒落 alla moda, divertente, spiritoso, piacevole.
Il “non-combattimento” non è il rifiuto del combattimento così come il “Non-Fare” non è mai il “non fare niente”. Comprendere la vita nelle sue manifestazioni più insolite, più sconvolgenti, più incongrue, a volte apparentemente più incomprensibili, è forse il vero combattimento da portare avanti.
Praticare l’Aikido e ritornare alle origine dell’essere
Questo articolo è difficile per me, perché sono originariamente un combattente che, grazie alla pratica dell’Aikido e del Katsugen Undo, aspira oggi solo al “non-combattimento”. Disgustato fin dalla prima adolescenza dalle condizioni e dalle soluzioni proposte dalla società, il mio percorso avrebbe potuto essere molto diverso se non avessi incontrato il mio maestro: Itsuo Tsuda. Mi ci sono voluti sette anni affinché si disinnescasse in me ciò che non avrebbe fatto altro che portarmi alla mia rovina. Dopodiché, sono stati sufficienti alcuni decenni per rispondere alla mia domanda interiore e consolidare la direzione che avevo iniziato a prendere. Ho poi trovato una personale risposta antitetica attraverso il lavoro di emancipazione ed liberazione delle persone che vengono a praticare nella nostra Scuola. Permettere a ciascuno di ritrovare la propria forza interiore, in contrapposizione al rafforzamento di tutte le tendenze acquisite, che sono solo il risultato di un’educazione soggiacente orchestrata da un mondo che ci fa credere nella nostra debolezza, che ci ha abituato alla paura e quindi ci spinge alla sottomissione.
Se la nostra arte fosse stata solo una “autodifesa” non l’avrei praticata per così tanto tempo, non mi sarei alzato tutte le mattine all’alba, per quasi cinquant’anni, per andare al dojo. Non ho sacrificato niente per questo, non ho lasciato che niente mi sviasse da questa direzione. L’Aikido è un “fatto sociale totale” nel senso in cui M. Mauss l’intendeva. Mi ha portato a molteplici approfondimenti della mia comprensione. Mi ha portato a lottare contro l’ingiustizia subita da individui di tutti i generi, attraverso la normalizzazione dei corpi che sono diventati rigidi, bloccati, e attraverso il ritorno alla verità della forza interiore che chiede solo di riemergere. Uscire dal quadro mostrandone la falsità. Proporre l’autogestione dei gruppi nei dojo, l’indipendenza delle persone, il potere dell’incontro tra gli esseri piuttosto che l’incomprensione o la manipolazione sono sia le condizioni sia le risposte da fornire.
Régis Soavi insegna da 50 anni a Parigi.
Un combattimento legittimo: favorire la vita
Tutti i combattimenti possono essere legittimati sulla base di una teoria o di un’ideologia, ma dobbiamo, in ogni circostanza, misurarne gli effetti, le conseguenze. Il fine non giustifica i mezzi. Troppi combattimenti furono persi da chi li aveva vinti e questo giustamente perché i mezzi erano ingiustificabili nei confronti della vita. La violenza fatta agli esseri umani in una società ingiusta suscita il combattimento e la risposta è molto spesso un giusto conflitto, una lotta contro l’avversità. La lotta non è nonostante ciò obbligatoriamente un combattimento violento, ma un combattimento senza lotta è votata all’insuccesso. La rivolta contro le ingiustizie di ogni tipo, che siano individuali o collettive, deve passare attraverso la nostra sensibilità e la nostra empatia, deve nutrirsene. Se ci porta al combattimento, come rifiutarlo, è al contrario alla forma che dobbiamo essere attenti; è così che si potrà praticare il “non-combattimento”e agire nel Non-Fare.
Una soluzione: la coevoluzione e possibile simbiosi
Si deve farla finita a livello individuale con dei ragionamenti che legittimano tutto, basandosi in modo eccessivo ed esclusivo sul troppo famoso “struggle for life” di Darwin, spesso tradotto in modo semplicistico con “la lotta per la vita”. Già dal XIX secolo, quando le conoscenze scientifiche riguardo il funzionamento del corpo erano ancora poco evolute il principe Kropotkin, teorico libertario, senza negare la totalità della teoria dell’evoluzione, precisa che le specie meglio adattate non sono necessariamente le più aggressive, ma possono essere le più sociali e le più solidali.
Questa teoria sarà d’altronde verificata dal ricercatore M.A. Selosse in questo inizio del XXI secolo quando scrive sulla biodiversità, il microbiota o la simbiosi. Il Darwinismo è la giustificazione utilizzata a partire dal XIX secolo per soffocare le rivolte sociali, legittimare lo sfruttamento dell’essere umano, consolidare il patriarcato su basi pseudo-scientifiche e finire per distruggere il pianeta in nome del profitto immediato. Il primatologo olandese-americano Frans de Wall, che ha studiato il sentimento di empatia negli animali, ne deduce che il darwinismo sociale «è un’interpretazione abusiva: sì, la competizione è importante in natura, ma, come abbiamo visto, c’è qualcosa in più. […] Siamo programmati anche per essere empatici, per essere in risonanza con le emozioni degli altri». Favorire la vita a livello individuale e collettivo e propagare attraverso un’arte come l’Aikido il possibile arricchimento dell’umanità nella via verso la quale i nostri maestri ci hanno guidato è per me più che un compito ma piuttosto una convinzione.
La spinta del bokken.
Legittima Difesa
Prima di porci il problema della legittima difesa, è importante riflettere sulla nostra umanità, sulla nostra animalità ancestrale, sulle nostre reazioni primitive spesso antitetiche, e soprattutto sul nostro istinto di vita che soppianta il nostro riflesso di morte. A volte semplicemente anche l’istinto di sopravvivenza è sufficiente a risvegliarci dal torpore a cui ci porta la paura di ciò che ci circonda. Per portare a compimento questa riflessione, non possiamo accontentarci di un rapido sguardo al pensiero generale, né tanto meno di guardarci intorno in cerca di risposte, e nemmeno solo di esempi. La nostra riflessione, il nostro pensiero, se vuole essere intelligente, deve immergersi nel profondo dell’essere per trovare delle risposte sempre relative, mai definitive, piuttosto in qualche modo mutevoli, perché gli elementi a nostra disposizione sono alla stesso tempo numerosi e contraddittori, teorici, legislativi e persino religiosi. Tali elementi hanno le loro ragioni d’essere nelle varie società, nelle diverse epoche, non possono essere liquidati con un tratto di penna, né possono essere adottati su basi superficiali, ed è questo che rende così preziosa l’arte dell’Aikido, che ci conduce tanto fisicamente quanto attraverso la mente.
Favorire la vita a livello individuale così come a livello collettivo.
Una risposta adeguata
La natura dentro di noi ha bisogno di risposte, e queste risposte devono essere giuste e chiare. Devono essere prive di ambiguità, e non devono creare più problemi della domanda stessa, né generare altre incomprensioni in uno scatenarsi di rancori. La situazione che porta a combattere è, se la si comprende, già propizia a fornirci una risposta giusta. È il nostro atteggiamento nella vita che è il nostro punto di partenza, ed è per questo che praticare l’Aikido ha tanta importanza. Non si tratta solo di un allenamento alla lotta, ma piuttosto di ritrovare la sensazione di ciò che vive in tutti gli aspetti della vita quotidiana. L’esistenza non è un lungo fiume tranquillo e il mondo non è un parco di divertimenti. Le ingiustizie, le violenze esistono, nessuno può ignorarle. Chiudere gli occhi su ciò che ci circonda sarebbe, anche se è il risultato di un condizionamento o di una paura del futuro, solo un posizionamento egocentrico infantile o un egoismo cinico. Non posso vedere il combattimento solo come una soluzione individuale o collettiva, ma molto più come una sana esigenza di salute, di intelligenza del mondo e una ricerca di unificazione, di pacificazione, di ritorno all’unità.
La vigilanza costante non è la tensione permanente. Opera di H. Shunso.
Nel combattimento, la distensione, una necessità?
La distensione non è un’opzione, non è neanche una tattica o un sotterfugio per vincere, ma più semplicemente il risultato di uno stato dell’essere. Non si acquisisce ma si scopre seguendo un cammino di semplicità e di sincerità. È un modo di vivere quando il corpo e lo spirito sono “finalmente” in armonia. È questo ritorno alla natura profonda di noi stessi che deve avvenire quando ci siamo liberati di ciò che ci ingombra, di ciò che ci incatena, di ciò che ostruisce la visione chiara che potremmo avere se fossimo più liberi. L’Aikido è una via maestra per arrivarci, Tsuda sensei la chiamava “La via della spogliazione”, la “via del meno” opposta alla via dell’acquisizione che suscita la tensione e il conflitto. È una nuova base che ci riporta alla nostra prima infanzia ma senza essere puerili, con al contrario la forza dell’età, dell’esperienza, e forse un po’ di quella saggezza che ci porta la nostra arte.
Una poesia come quella che ho trovato nella rivista Utomag vale a volte più di una lunga argomentazione.
“Il combattimento”
Essere sempre pronta
Osservare in modo diffuso Non agire inutilmente
Agire al momento giusto
In un corpo disteso pronto a scattare
Lo si vede molto bene nei gatti:
La vigilanza costante non è la tensione permanente
Al contrario, sono capaci di una distensione molto grande
Il loro corpo è elastico, pronto a tendersi per l’azione,
e una volta che questa sia conclusa, a distendersi di nuovo
La loro aggressività, dispiegata in caso di bisogno, è pari soltanto alla loro
voluttà, impiegata senza moderazione
Devono essere condannati per l’una o l’altra?
Devono rinunciare a l’una o l’altra?
No
Perché agiscono in modo totalmente adeguato alla loro funzione di animali:
essere Ciò non ha niente di costruito, di riflettuto.
Sono, vivono, proteggono la propria integrità, il proprio territorio.
Non saranno aggressivi per essere aggressivi, così come non
lo saranno per principio
Il combattimento è un modo di preservarsi, non è un fine in sé
Se lo fosse, sarebbe forse che l’istinto di preservarsi è intaccato.
A volte preservarsi è non combattere
Ma non combattere non deve mai essere una rinuncia a se stessi, alla propria
capacità di preservarsi.
Estelle Soavi, Utomag N° 23, février 2024, « Le combat », p. 14
Un articolo di Régis Soavi pubblicato nel gennaio su 2025 Self & Dragon Spécial Aikido n° 20.
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Mentre l’Occidente si è quasi interamente convertito alla doccia, a dispetto dell’importanza che ha avuto il bagno nel corso dei secoli, l’Oriente e in particolare il Giappone sembrano prendere la stessa direzione. Malgrado un rinnovato interesse dovuto alla moda che ha coinvolto i giovani giapponesi, a quanto pare quasi solamente le persone anziane restano legate a ciò che si potrebbe chiamare “un modo di vivere ancestrale”. Ciò che caratterizza il bagno nel Seitai è che Haruchika Noguchi ne aveva fatto uno degli elementi della normalizzazione del terreno e che faceva parte dell’apprendimento per gli uchi deshi.
Bagno pubblico Futarishizuka Hakuun. Foto Paul Bernas
Itsuo Tsuda sensei
È stato Itsuo Tsuda sensei ad introdurre grazie ai suoi libri, e in particolare nel suo quarto tomo che s’intitola Uno, la pratica del bagno caldo seitai in Europa all’inizio degli anni settanta. Tecnico seitai, avendo studiato e lavorato con Haruchika Noguchi per più di vent’anni, appena giunto dal Giappone iniziò a far conoscere ciò che tradusse con Movimento rigeneratore: il katsugen undo. Era già una piccola rivoluzione far sperimentare questo “esercizio del sistema involontario” a un piccolo gruppo di Francesi e di Svizzeri, far loro accettare che lo si poteva praticare, come egli raccomandava, “senza conoscenza, senza tecnica, senza scopo”, ma Tsuda sensei non si fermò lì. Cominciò un lungo lavoro d’educazione, ma anche di chiarificazione, che incitava gli allievi a pensare e a sperimentare in prima persona invece di seguire sentieri battuti, delle idee, o dei protocolli. All’inizio, per concretizzare quest’immenso lavoro, pubblicava sotto forma di opuscoli di qualche pagina fotocopiata quelli che chiamavamo “i quaderni del signor Tsuda”. Sono questi quaderni, che scoprivamo più o meno ogni mese, che divennero i capitoli dei suoi libri.
È in occasione di uno stage di Movimento rigeneratore, durante una delle sue conferenze che chiamava “piccole chiacchierate”, che cominciò a parlare del bagno caldo. Non avevamo alcun idea di ciò che ci insegnava, una buona parte di noi visualizzava qualcosa che assomigliava piuttosto alla sauna o all’hammam. Come accadeva di solito per quello che ci faceva scoprire, gli ci vollero diversi anni per far passare il proprio messaggio. Ammettere che un bagno non consistesse semplicemente nel lavarsi per essere puliti ma potesse avere altre qualità, così come altre conseguenze, non era per noi, giovani francesi, una cosa scontata.
Il bagno nella vita quotidiana
«Nel Seitai, terreno normale vuole dire che si mantiene costantemente questa sensazione di benessere dopo il bagno caldo»1 ci diceva Tsuda sensei. Per comprendere il Seitai, dovevo quindi scoprire questa sensazione, chiave di volta della comprensione, e ciò avveniva come minimo tramite la scoperta del bagno caldo!
In Europa non ci sono, o ci sono molto pochi Sento2, Ofuro3 e ancor meno Onsen4, e scoprire il bagno caldo giapponese già non era una cosa semplice, ma comprendere in cosa il bagno seitai è particolare, risultava una sfida. Per avere la possibilità di essere iniziati semplicemente all’arte del bagno caldo è necessario conoscere una persona che abbia già avuto l’occasione non soltanto di scoprirlo, come durante un viaggio in Giappone, ma anche e soprattutto di averne fatto una pratica quotidiana. Quale differenza c’è tra un bagno “normale” e il bagno caldo, specialmente nel Seitai?
Il bagno in Occidente ha spesso come obiettivo il lavaggio o, al meglio, la distensione, è molto raramente preciso dal punto di vista della temperatura, ma in generale la temperatura non è eccessiva e ci si può rilassare restando nell’acqua abbastanza a lungo. In questo tipo di bagno l’acqua si raffredda sicuramente abbastanza in fretta, ma non è molto grave perché nel momento in cui la si trova troppo tiepida si esce dal bagno ed è tutto. Uno dei dati di base per comprendere la visione seitai del bagno, è ovviamente il bagno caldo così come viene praticato in Giappone, e per un Giapponese è molto più semplice fin dall’inizio. Ma ciò non basta perché il bagno seitai ha molte particolarità che lo differenziano dal bagno giapponese tradizionale. Noguchi sensei stesso si rammaricava spesso per l’incomprensione dei suoi allievi durante le sue conferenze sul bagno seitai in cui ne spiegava le ragioni e i benefici.
Vi sono moltissimi particolari che distinguono queste due maniere di fare il bagno. La preparazione del bagno caldo seitai richiede un’attenzione ed una precisione a cui molti di noi non sono più abituati, e che comunque non si hanno in generale per il bagno. La concentrazione richiesta nella sua preparazione può all’inizio scoraggiare molte persone che non sono più abituate ad utilizzare questa facoltà al di fuori del proprio lavoro, o che vi fanno ricorso soltanto da giovani in occasione dei propri studi. Molti allievi si mostrano molto entusiasti all’inizio, ma si stufano presto del lato ripetitivo e trovano rapidamente un altro tema d’interesse maggiormente in grado di soddisfare il proprio lato superficiale e leggero, acquisito in un mondo che spesso favorisce solo quest’aspetto.
Quiétude intérieure. Calligraphie de Itsuo Tsuda
Il bagno – istruzioni per l’uso
È praticamente impossibile in Francia avere una vasca pronta per essere usata, sempre piena d’acqua tiepida, che dovremmo solo riscaldare come si fa in Giappone. Il primo gesto consiste quindi nel riempirla di acqua calda e, in funzione della temperatura dell’ambiente, della tensione, della stanchezza che si sente, dell’atmosfera che c’è in casa, la quantità sarà diversa per permettere, quando si aggiunge un po’ di acqua fredda di ottenere la temperatura desiderata. Non si regola il termostato a priori e in modo perentorio in funzione di un’idea o di un protocollo. La temperatura del bagno non è mai un valore oggettivo. Se è quantificabile, resta comunque completamente soggettiva e dipende dal sentire di ogni persona, dalla sua percezione quando entra nel bagno. È una conoscenza che si esprime sotto forma di sensazioni, che si costruisce, e che si sviluppa man mano che si scopre cos’è il bagno caldo.
Le prime volte, non fosse che per misura di sicurezza per non rischiare di scottarsi, è indispensabile immergere una mano per sentire se la temperatura ci va bene, ma è estremamente difficile sapere, anche in modo approssimativo, se è corretta o no, ci manca l’essenziale, l’esperienza. Se non si viene accompagnati in questa scoperta risulta piuttosto difficile e molto spesso, le prime volte, il bagno è in qualche modo “sbagliato” anche se abbiamo comunque provato piacere, se ci ha disteso, reso più freschi ed anche rinvigorito.
La temperatura!
È la prima informazione che si cerca in quanto neofiti ed io non feci eccezione alla regola. Per di più Tsuda sensei si guardava bene dal facilitarci la cosa, scriveva semplicemente:
“La sensazione di calore differisce a seconda degli individui”5,
“Il bagno caldo provoca la diffusione del sangue canalizzato al cervello nel resto del corpo, ma l’effetto può essere rischioso per gli Europei che non ci sono abituati.”6,
“Il termometro da bagno, anche se è esatto e preciso, ha i seguenti difetti: sale in fretta ma scende lentamente. Mostra soltanto la temperatura locale di un punto nel bagno. Niente vale una mano con una buona sensibilità.”7,
“Che danno farei se dicessi, per esempio, che bisogna assolutamente fare il bagno a una certa temperatura! Siamo inondati da queste paccottiglie scientifiche che ci tolgono ogni possibilità di esercitare la nostra facoltà di concentrare l’attenzione e di sentire”.8
La mia personale temperatura del bagno si situa in generale tra i 43° e i 44° circa benché possa variare a volte di 1 o 2 gradi in più o in meno in funzione della giornata. Ho potuto constatarlo nel corso degli anni quando ero ancora novizio, perché controllavo ogni bagno con uno dei termometri che avevo testato. Ho tenuto quello che mi sembrava più corretto e più vicino alla mia sensazione. Ho continuato a verificare la correttezza della mia sensazione rispetto al calore del bagno per quasi vent’anni, misurando tra l’altro la temperatura del bagno quando ritenevo che fosse pronto, che non ci fosse niente da aggiungere, né acqua calda né acqua fredda.
Ancora oggi ogni volta che devo fare un “bagno tecnico” per qualcuno della mia famiglia, sono particolarmente attento, sia alla temperatura che alla maniera di entrare o di uscire, come alla durata. Per questo, un solo strumento: la concentrazione che alimenta la sensazione che a sua volta è nutrita dall’esperienza.
Itsuo Tsuda sensei mentre fa il bagno caldo in una vasca all’aperto.
L’esperienza
È negli ultimi due capitoli del suo nono libro Di fronte alla scienza che Itsuo Tsuda sensei riporta in poche righe una delle conversazioni che avevo avuto con lui a proposito del bagno caldo seitai prima di pubblicare due mie lettere sull’argomento. Il titolo di questi capitoli “L’esperienza è la madre dell’intuizione” mi aveva colpito molto all’epoca e sono ancora commosso e riconoscente della fiducia che aveva espresso nei miei riguardi in considerazione di quelle poche parole che aveva scritto come intestazione così come alla fine del testo.9
Entrare in “questo mondo del bagno caldo” non è stato semplice e sarebbe troppo lungo spiegare qui tutte le procedure, gli esperimenti, e anche le verifiche che ho fatto durante questo periodo, tanto sulla maniera di entrare, il momento di uscire, quanto il modo in cui trovare la temperatura giusta, quella che andava bene al mio corpo in un dato momento, e quali fossero le conseguenze sul mio organismo, la mia sensibilità.
Il punto di partenza della mia ricerca in questo percorso consisteva nel trovare il modo di stimolare l’organismo e così permettergli di normalizzarsi. Il bagno caldo fa parte delle tecniche utilizzate nel Seitai per rendere il terreno del corpo più sensibile. Ho quindi cominciato come autodidatta, e principalmente su me stesso, seguendo le poche osservazioni e raccomandazioni di Tsuda sensei. Ho avuto bisogno di un po’ più di tre anni facendo il bagno tutti i giorni, vale a dire che è stato necessario preparare più o meno milleduecento bagni, senza contare quelli che preparavo per la mia compagna, prima di ottenere qualcosa di probante, qualcosa che mi permettesse di verificare da solo che ciò che scoprivo fosse affidabile e che potevo fidarmi delle mie sensazioni, della mia intuizione. Le reazioni e le riflessioni che Sensei mi faceva a proposito degli aneddoti che gli raccontavo su questo argomento, il mattino, o quando lo riaccompagnavo a casa dopo la seduta di Aikido, mi erano particolarmente preziose. Così potevo verificare che ciò che facevo aveva un senso, e il mio maestro, Itsuo Tsuda mi confermò il proprio interesse per lo sviluppo di questa ricerca pubblicando nel 1983 quelle poche righe sulla mia esperienza.
I bambini
Praticavo il Movimento rigeneratore e l’Aikido con Tsuda sensei da quasi dieci anni, e la mia sensibilità si era sviluppata molto, quando Manon, la mia prima figlia, è nata. In ragione della mia esperienza con il bagno, ero pronto ad accompagnarla fin dal suo primo bagno di nascita. Tsuda sensei scrive in proposito:
“La temperatura del primo bagno dopo la nascita deve essere regolata in funzione di quella del ventre materno alla quale il neonato era stato abituato, quindi si comincia a 37 gradi per salire fino a 38 gradi. La si può aumentare ancora di mezzo grado. Bisogna fare attenzione a non pulire in una sola volta lo strato di grasso che lo copre, chiamato vernice caseosa, poiché continua a proteggerlo dopo la nascita. Meglio che scompaia da solo dopo una settimana di bagni senza sapone, senza strofinarlo.”10
L’ho accompagnata così come ho fatto in seguito con le altre mie figlie, fino all’adolescenza, età in cui, avendone acquisita la capacità attraverso l’esperienza quotidiana, cominciarono a preparare da sole il bagno per se stesse. È primordiale nel Seitai, quando si vuole utilizzare il bagno caldo, farlo nel rispetto della velocità biologica dell’individuo e in particolare ovviamente quando si tratta di un bambino. Tsuda sensei ci spiegava che Haruchika Noguchi sensei, per risolvere i problemi quando i suoi figli erano troppo tesi, ansiosi, quando erano raffreddati o dovevano attraversare una malattia infantile, utilizzava la variazione e la modulazione della temperatura del bagno, la sua durata, così come la maniera di entrare nell’acqua. Ciò è di primaria importanza nel caso dei neonati, è per questo che Tsuda sensei spiegava: “Quello che importa, non è tanto la temperatura del bagno quanto il modo di immergervi il corpo. Il momento decisivo è quello in cui si mette il bambino nell’acqua calda, perché si utilizza la reazione che produce la differenza termica tra il corpo esposto all’aria e l’acqua del bagno sull’insieme della muscolatura. Il corpo si contrae temporaneamente al contatto con l’acqua calda e si distende gradualmente. Bisogna scegliere il momento preciso in cui la distensione provocata non sia ancora completa, in modo che la contrazione ricominci in seguito, per tirare fuori il bambino dal bagno.”11
Il Seitai ha per vocazione di permettere agli individui di vivere pienamente senza doversi preoccupare della propria salute, di attraversare le malattie, gli incidenti della vita, di reagire in modo adeguato a tutto quanto ci tocca in modo diretto o meno. Rimettere il corpo in buono stato, ritrovare una buona sensibilità, tutto ciò comincia presto, molto presto. Agire perché il bambino, fin dalla nascita, possa conservare l’equilibrio nel funzionamento del proprio corpo non è una cosa facile, il bagno caldo seitai, se è ben utilizzato, può essere di grande aiuto per i genitori che lo conoscono già per se stessi e che hanno compreso come utilizzarlo.
“L’utilizzo del bagno per il bambino piccolo ha principalmente come scopo di far consumare il suo eccesso di energia. Si pensa a nutrire il bambino piccolo ma si pensa raramente a fargli consumare la propria energia. Come se fosse un sacco che ci si accontenta di riempire con delle cose buone. Poiché il bambino piccolo non ha un sistema motorio sufficientemente sviluppato, non può consumare energia soltanto con dei movimenti del corpo. L’eccesso di nutrimento provoca in lui delle stagnazioni. Niente di meglio del bagno caldo per liquidare le stagnazioni e riattivare l’organismo nel bambino. Il bagno caldo è dunque una specie di ginnastica integrale invece di un lavaggio del corpo.”12
Senza una ricerca personale in questo campo è impossibile capire quello di cui sto parlando, mancherà sempre la sensazione concreta del bagno stesso, così come l’impressione del dopo-bagno caldo. Questa conoscenza non può essere unicamente teorica, altrimenti si potrebbe dire che ciò corrisponderebbe a conoscere tutto sul nuoto senza aver mai messo un piede nell’acqua, e voler insegnare agli altri a nuotare.
Nel Seitai, ad ogni situazione corrisponde un bagno preciso, se si è molto stanchi, se si ha mangiato o bevuto troppo, se si è infreddoliti o raffreddati. Non ci sono istruzioni per l’uso, tutto dipende dall’età, dalle condizioni di salute, dal periodo che si sta passando e da mille altri dettagli, ognuno con la propria importanza. «Nel Seitai non esiste scienza del generale ma soltanto una scienza del particolare» ci diceva Sensei.
Un vademecum per il bagno
Anche in questo caso non c’è un manuale che ci metta in condizione di fare il bagno con dei risultati garantiti al cento per cento, in tutta sicurezza e con un’affidabilità irreprensibile. Tutto dipende dal modo di prepararlo così come dalla disposizione interiore. Se si è presuntuosi, o distratti, è meglio non provarci, se non a vostro rischio e pericolo! È impossibile e anche pericoloso dare consigli a chi non è abituato. Sono spesso le persone meno competenti che provano ad insegnare il “vademecum” del bagno caldo. Presentandosi come degli iniziati esprimono le proprie idee sulla cosa con tanto d’articoli o sui social network, dando ricette che dovrebbero risolvere ogni problema di salute, ogni difficoltà. Indicano anche tutte le cosiddette precauzioni che bisogna prendere con “Il Bagno caldo”, dimenticando purtroppo molto spesso alcune nozioni di primaria importanza. Le conseguenze possono essere serie, e gli incidenti, anche poco gravi, possono rivelarsi a volte inquietanti per delle persone che non sono per niente abituate al bagno caldo. Si tratta tuttavia il più delle volte di usare un po’ di buon senso e non fare come chi fa di tutto un po’, o gli imprudenti presuntuosi.
Il bagno di piedi
Ci sono molti bagni tecnici nel Seitai: il bagno di gambe, il bagno per quando si ha un’intossicazione alimentare, il bagno per eliminare un eccesso di bevande alcoliche, quando c’è fatica cerebrale, per equilibrare la nutrizione di un bambino piccolo, ecc.
Ecco un esempio di bagno tecnico che ci aveva rivelato Tsuda sensei e che aveva come obiettivo quello di favorire il nostro approccio a questa conoscenza pratica:
“Il bagno ai piedi di cui ho spiegato il principio comincia a diffondersi tra i praticanti. Si tratta di immergere i piedi fino a sopra i malleoli in un bagno di 2 gradi più caldo del bagno abituale, il che rende il bagno intollerabilmente caldo per un organismo normale. Dopo due minuti, si tirano fuori i piedi che diventano rossi e li si asciuga. In caso di raffreddore, uno dei piedi rimane pallido. Lo si immerge nuovamente nel bagno, aggiungendovi prima acqua calda, finché diventa rosso a sua volta.”13
A una prima lettura si può pensare che la tecnica serva a guarire il raffreddore mentre una volta di più, conformemente all’orientazione del Seitai, si tratta di stimolare il corpo per attraversare il raffreddore, accelerare le reazioni corporee in modo da uscirne più forti e in miglior salute quando è finito. È una tecnica che sembra molto semplice, ma se si rilegge il breve testo con attenzione prima di cominciare ci si renderà conto che, sebbene sia preciso, ci sono molti dettagli sconosciuti che sono lungi dall’essere banali e che richiedono riflessione prima di tentare l’avventura. Ci si renderà conto tuttavia in seguito, dopo molte esperienze, che la cosa non è così complicata quando la sensibilità ci guida.
Il Seitai, una diversa comprensione dell’igiene
Il Seitai ha una visione dell’igiene certamente diversa ma più moderna da un certo punto di vista, malgrado la sua anteriorità, da quella che è oggi diffusa nella maggior parte dei media. Una concezione della pulizia che si accorda non solo con l’ecologia ma anche con gli studi più avanzati in materia di simbiosi, come quelli raccolti da M.-A. Selosse, che l’hanno portato al concetto di “sporcizia pulita”, e di cui ecco due estratti:
“La riconciliazione con il mondo microbico si scontra frontalmente con i nostri codici di pulizia. [E] urta educazione e buone maniere. Ma è qui che la pulizia (un codice sociale) non corrisponde più all’igiene (la pratica medica che migliora la salute). Ieri, si pensava a torto che l’igiene passasse attraverso la sterilizzazione, il che ha condotto a una visione della pulizia […] controproducente rispetto a malattie legate alla modernità come il diabete, l’obesità, le allergie.”14
“La teoria igienista incontra quindi la nozione di ‘sporcizia pulita’: un certo grado di contaminazione è richiesto per un buono sviluppo e un buon funzionamento del sistema immunitario”.15
Con il bagno caldo si agisce in primo luogo sulla pelle. È importante rendersi conto che la pelle è il più grande organo del corpo umano, rappresenta il 16% del suo peso totale, non è giusto una “specie di sacco di cuoio nel quale è chiuso il corpo”16, un semplice involucro dalla composizione complessa: essa interagisce con l’ambiente e svolge delle funzioni vitali.
L’epidermide comprende delle cellule immunitarie ed è a questo livello che si trova il microbiota cutaneo, popolato da miliardi di microrganismi. L’acqua calda stimola il sistema immunitario della pelle senza aggredirlo con prodotti aggressivi o battericidi come quelli contenuti nei gel-doccia o altri saponi detergenti. Il calore stimola la sudorazione al punto che si suda anche nell’acqua, il che favorisce il lavoro del sistema neurovegetativo e l’eliminazione delle tossine e di altre impurità attraverso i canali sudoriferi. Il fatto di favorire l’evacuazione attraverso il sudore elimina anche le macerazioni batteriche e quindi gli odori corporei sgradevoli.
Le condizioni della vita moderna – lavoro, trasporti, mediatizzazione ad oltranza, e quindi stress di ogni tipo – creano nell’individuo delle tensioni che tendono a far ammalare chiunque. La soluzione proposta è spesso la medicalizzazione. Di fronte all’insonnia si propongono dei sonniferi, contro il nervosismo dei calmanti, per risolvere l’apatia degli stimolanti, contro la depressione delle sostanze euforizzanti, ecc. Il bagno caldo così come l’intende il Seitai non è la panacea, è una possibilità di regolare l’organismo, è uno strumento per ritrovare l’equilibrio, l’autonomia, grazie al rilassamento e allo stesso tempo alla stimolazione di tutto il corpo. Il benessere che allora si prova, deriva dalla distensione grazie all’energia che circola di nuovo, e dalla chiarezza di spirito che si può sentire perché la “testa” si ritrova vuotata dalle preoccupazioni accumulate nella vita di tutti i giorni. Si scopre allora cosa significhi “la sensazione di dopo il bagno caldo” di cui parlavano Haruchika Noguchi sensei e Tsuda sensei; è una delle chiavi, uno degli strumenti impalpabili, ma fondamentali, per chi voglia avere un approccio al Seitai che non sia soltanto intellettuale ma più concreto e pratico.
Régis Soavi en conférence
Il bagno caldo nel quotidiano
Il bagno caldo è sempre un immenso piacere, nella famiglia tutti lo attendono, quando arriva il momento, nessuno avrà voglia di sottrarvisi, anzi al contrario, è un’occasione talmente importante, ed eppure così semplice, per distendersi, per recuperare dopo le fatiche e le tensioni a cui è difficile sfuggire nella giornata. I bambini non sono mai restii, soprattutto se lo conoscono fin dalla nascita, ma qualsiasi cosa se ne pensi, è più di un’abitudine quotidiana, fa parte per loro di un momento di riequilibrio che sentono intuitivamente.
Diventa spesso un asse centrale nella famiglia, una circostanza unica nel suo genere grazie alla quale tutti si ritrovano per quest’attività indipendentemente dall’età e dalle occupazioni. È per esempio nel momento del bagno che si riallacciano dei rituali, un certo tipo di comunicazione tra i genitori e i figli, un momento in cui possono ritrovarsi fuori dalle contingenze sociali imposte dalla società e dai suoi codici.
Si prepara il bagno il più delle volte di sera, senza precipitazione, e ognuno dopo essersi lavato si immerge nell’acqua calda. Quelli che lo fanno più caldo saranno i primi, perché è più facile raffreddare l’acqua che scaldarla nelle condizioni attuali della vita cittadina occidentale. Ciononostante ognuno ha una temperatura del bagno che va bene per lui, diversa dagli altri, anche se di molto poco, a volte di qualche decimo di grado, ma il soddisfacimento di questo bisogno del corpo che si sente esige un aggiustamento, certo soggettivo, ma molto preciso. Poiché la temperatura dell’acqua tende ad abbassarsi, spesso bisogna riscaldare il bagno in modo da ottenere la soddisfazione. A volte anche alla fine del proprio bagno, si esce e si aggiunge dell’acqua bollente che si mischia nella vasca per preparare una “riattivazione”: dato che il corpo si è raffreddato, quando ci si reimmerge, la differenza di temperatura tra l’aria e l’acqua sentita dalla pelle è maggiore, si resta qualche minuto appena e si esce.
Questo tipo di bagno è ben conosciuto nel Seitai perché stimola molto di più l’organismo ed è possibile usarlo per aiutare il corpo ad attraversare una malattia o per esempio dopo un piccolo incidente del quotidiano. È meglio ciononostante non esagerare il numero di riattivazioni né il calore delle stesse, perché se si pensa che così le reazioni saranno più forti e quindi più efficaci, è un errore. Troppa potenza altera spesso la forza della reazione che si era sperata e la trasforma a volte in una reazione opposta. Ognuno conosce già le proprie abitudini, le proprie tendenze rispetto al calore del proprio bagno, ma ci si stupisce a volte del bagno che ci si è preparati da sé. È per questo che capita di farsi, anche in seguito, questo tipo di riflessioni: «Ma guarda, oggi avevo veramente voglia di un bagno molto più caldo» o «È curioso, ho bisogno di un bagno rilassante in questo momento, lo faccio veramente meno caldo del solito».
L’apprendimento del Seitai
L’arte del bagno presso Noguchi sensei faceva parte dell’apprendimento del Seitai per gli uchi deshi. L’allievo doveva preparare il bagno per il suo maestro in modo che fosse pronto nel momento in cui rientrava dai propri spostamenti o dai suoi corsi, dai propri incontri all’esterno. Ciò non sembra così difficile se non si conoscono le condizioni con cui l’allievo si confrontava:
prima di tutto non sapeva quando Noguchi sensei sarebbe tornato dalle visite che faceva in città perché i suoi orari non erano mai gli stessi, non sapeva neanche se la sua giornata era stata difficile o piuttosto piacevole e quindi se era stanco, teso o rilassato. Doveva prevedere in quale momento sarebbe stato di ritorno per avere il tempo di preparare il bagno, cosa che richiedeva tra l’altro, all’epoca, di alimentare una stufa a legna concepita esplicitamente per riscaldare l’acqua e portarla alla temperatura corretta. Doveva indovinare quale sarebbe stato il suo umore, senza nessuna informazione, sapere quale fosse la temperatura dell’acqua senza termometro. Come fare?
Aspettare che rientrasse e parlarne con lui?
Spiegargli che le condizioni che esigeva erano inumane?
Fare appello, se fosse esistito, al sindacato degli uchi deshi?
O lasciar perdere tutto «perché è troppo difficile»?
Tutte le reazioni sarebbero state perfettamente comprensibili, soprattutto quando si conosce l’ultima raccomandazione di Noguchi sensei, la più difficile, la peggiore da un certo punto di vista, l’allievo non aveva il diritto di toccare l’acqua del bagno, neanche con la punta di un dito. E ciò qualsiasi fossero le difficoltà, le condizioni, il bisogno di verificare, ecc. Cosa gli restava da fare? Una sola ed unica soluzione per continuare in questa via: utilizzare e sviluppare la propria intuizione.
‘L’art du bain chaud dans le Seitaï’, un article de Régis Soavi publié en octobre 2021 dans la revue Yashima #13.
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Immaginate per qualche secondo un mondo in cui sarebbero scritti degli articoli su “l’Aikido al maschile”! Con un unico articolo che parlerebbe di Tohei sensei, Shioda sensei, Noro sensei e Tamura sensei. Articoli che troverebbero rilevante metterli insieme in nome del fatto che hanno in comune… un cromosoma Y. È strano, persino ridicolo, non è vero? Come mettere insieme uomini con storie personali ricche, diverse, ognuno con un rapporto privilegiato con O sensei, ognuno con un percorso personale diverso nell’Aikido? Ognuno di loro ha la propria personalità, la propria storia, il proprio insegnamento specifico. Ognuno di loro merita, come minimo, un articolo dedicato solo a lui.
Eppure questo è ciò che accade alle donne. Troviamo pertinente parlare di Aikido “al femminile”… Ovviamente questo non è specifico solo dell’Aikido, è un fenomeno sociale. Sapete che gli Stati Uniti sono stati campioni del mondo di calcio? Ah, sì, il calcio “femminile”, quindi non conta. Perché? Perché c’è IL calcio e poi c’è il “calcio femminile”.
È anche il fenomeno che permette ai Puffi di avere ciascuno una caratteristica, anche minore, mentre la Puffetta, la sua caratteristica, è quella di essere una ragazza, tutto qui. Non ha alcun carattere, a parte i tratti che caratterizzano una ragazza stupida e civettuola. Certo, è solo un fumetto ma se ci pensate per qualche minuto si possono trovare centinaia di esempi dello stesso fenomeno. Gli uomini sono persone, personaggi con caratteristiche e storie. Le donne sono, nella stragrande maggioranza dei casi, solo “donne”. Come le aikidokate messe insieme nel cestino “aikido femminile” negando le loro specificità, le loro differenze, le loro storie. Fortunatamente alcuni cercano di tracciare i loro percorsi anche se le informazioni sono “come per caso” molto meno disponibili, se non del tutto inesistenti!
Tenshin dojo di Miyako Fujitani a Osaka
L’effetto Matilda
«L’effetto Matilda è la negazione, la spoliazione o la minimizzazione ricorrente e sistemica del contributo delle donne alla ricerca scientifica, il cui lavoro è spesso attribuito ai loro colleghi maschi. È un fenomeno osservato da Margaret W. Rossiter, storica della scienza che chiama questa teoria “effetto Matilda” in riferimento all’attivista femminista americana del XIX secolo Matilda Joslyn Gage. Quest’ultima aveva notato che gli uomini si attribuivano i pensieri intellettuali delle donne vicine a loro, i contributi delle donne erano spesso ridotti a ringraziamenti in fondo alla pagina.
È, ad esempio, l’effetto osservato per Rosalind Franklin, i cui lavori, determinanti per la scoperta della struttura del DNA, saranno pubblicati a nome dei suoi colleghi. Idem per le scoperte di Jocelyn Bell in astronomia che valsero al suo direttore un premio Nobel nel 1974. Lui, non lei.
La storia di Miyako Fujitani assomiglia un po’ a quella di Mileva Einstein, fisica, compagna di studi e prima moglie di Albert Einstein. Mileva e Albert Einstein si incontrano sui banchi dell’università e la teoria della relatività sarà la loro ricerca comune. Solo che rimane incinta mentre non sono sposati, il che fa precipitare il loro matrimonio ma rallenta notevolmente Mileva nei suoi studi. Alla fine i tre figli che la coppia avrà, l’ultimo dei quali, disabile a vita, saranno completamente a carico di Mileva, una volta che Albert Einstein partirà per fare carriera negli Stati Uniti. Naturalmente, non si tratta qui di mettere in discussione il genio di Albert Einstein, ma di interrogarsi sulle possibilità che ha avuto Mileva, lei, di continuare la sua carriera con tre figli a carico, di cui uno disabile. Albert Einstein è potuto partire per fare carriera solo perché lei è rimasta. Infine, se ci pensiamo, il detto che dice “dietro ogni grande uomo c’è una donna” non è affatto romantico o tenero, se lo riformuliamo più giustamente “dietro ogni grande uomo c’è una donna che si è sacrificata perché non aveva altra scelta”. La carriera, le onorificenze, i premi, le posizioni, il riconoscimento dei colleghi, tutto questo si basa sullo schiacciamento più o meno “accettato” delle donne.
Quando si pensa di misurare la competenza di una donna sulla base della sua carriera, del riconoscimento dei suoi pari, si dimentica che il gioco è truccato, perché per ogni maestro di aikido che ha fatto carriera c’è dietro almeno una donna che si è occupata dei loro figli, spesso del dojo, delle iscrizioni, della contabilità, delle relazioni sociali. Senza contare la cura del marito stesso, l’attenzione a lui. Su queste basi, assicurate dalla moglie del maestro, la straordinaria abilità marziale può fiorire e brillare. Attenzione, non metto in dubbio la competenza di questi maestri, contestualizzo la presenza femminile che ha permesso loro di prosperare. Una presenza che spesso hanno considerato dovuta, uno stato di fatto. Poiché sistemica. Al contrario, molto spesso, nessuno ha aiutato le donne a esercitare le loro arti. Nessuno tiene i loro figli, prepara i pasti, fa la contabilità del dojo per loro. Per non parlare di quelli che hanno cercato di sbarrargli la strada. Quindi quando si confrontano, su una presunta base oggettiva, le loro carriere con quelle di certi uomini, ovviamente, in modo strutturale, non hanno potuto raggiungere la stessa fama. Tuttavia, non è una questione di competenze, ma di società.
Miyako Fujitani senseï
La storia di Miyako Fujitani
Nata negli anni Cinquanta in Giappone, Fujitani sensei è oggi una delle rare donne settimo dan dell’Aikido che insegna nel proprio dojo da quarant’anni, a Osaka. Allieva di Koichi Tohei, passa il primo e secondo dan davanti a Ueshiba O sensei. Tuttavia, contrariamente alla storia di un certo numero di allievi di Ueshiba O sensei, il suo percorso di aikidoka non racconta come ha iniziato a confrontarsi con il mondo e a fare carriera, ma racconta la storia che è spesso il destino delle donne: rimanere indietro e sopportare. In questo senso è un percorso simbolico.
Miyako Fujitani si confronta molto giovane con la violenza maschile. Suo padre maltratta e picchia i suoi tre figli. Muore quando lei ha sei anni, avendo “solo” avuto il tempo di maltrattarla e slogarle la spalla. Continua a confrontarsi con questa violenza alle scuole medie dove subisce da parte dei ragazzi aggressioni quotidiane. In quel periodo pratica la danza classica e il Chado (l’arte del tè) ma decide di reagire e progetta di fare judo come suo fratello. Alla fine sceglie l’Aikido. Il suo primo insegnante a Kobe rifiuta le donne nel suo corso, ma lei insiste così tanto che finisce per accettarla. Successivamente, diventa allieva di Tohei sensei e passa il primo dan davanti a Ueshiba O sensei a Osaka nel 1967. Racconta che «O sensei Ueshiba si riferiva a se stesso come Jii (nonno) quando insegnava al gruppo di donne. Era sempre accompagnato dalla signorina Sunadomari, che lo assisteva in ogni modo. [In particolare] Ueshiba sensei dimostrava sempre questo trucco con lei, una sorta di svenimento per ingannare l’avversario.»1
Quando inizia l’Aikido, lei si sente inferiore come donna nella pratica. Senza altro modello, non ha altro orizzonte che “diventare forte” come gli uomini per essere finalmente considerata “altrettanto competente”. Cerca quindi di competere con la forza muscolare degli uomini che la circondano. Per un anno si rafforza muscolarmente. Racconta che la sua tecnica sembrava allora, in effetti, molto potente, ma che maltratta talmente il suo corpo che finisce per rompersi le ossa delle braccia e delle dita. Si danneggia anche le articolazioni dei gomiti e delle ginocchia. Dovrà anche smettere di praticare per un anno per riprendersi.
Miyako Fujitani senseï
Questa situazione in cui le donne soffrono in modo sproporzionato di lesioni legate alla loro professione si trova ad esempio nelle donne pianiste, dove «diversi studi dimostrano che le donne pianiste sono più esposte al dolore e alle lesioni rispetto ai pianisti di sesso maschile (per le donne, il rischio è superiore di circa il 50%). Un altro studio mostra che il 78% delle donne, contro il 47% degli uomini, soffre di disturbi muscoloscheletrici.»2 È quindi anche un problema sociale in cui, poiché si dà valore solo a un certo modo di fare, di muoversi, di suonare musica, ecc., le donne sono sistematicamente svantaggiate e, con la volontà di esercitare il proprio mestiere, di realizzare le proprie passioni, danneggiano eccessivamente il proprio corpo. Pagando anche il prezzo di interruzioni di carriera o addirittura di abbandoni.
Miyako Fujitani ha ventuno anni quando incontra Steven Seagal, a Los Angeles dove accompagna Tohei sensei per un seminario di Aikido. Assiste al suo passaggio di primo dan negli Stati Uniti e poco dopo il suo ritorno in Giappone, ritrova Seagal. Ha appena vinto una somma di denaro con uno spettacolo di Karate a Los Angeles, spettacolo durante il quale si rompe il ginocchio, ma con i soldi guadagnati compra il biglietto per il Giappone e sbarca con, come unici averi, un paio di jeans bucati e una forchetta d’argento.
Miyako Fujitani è allora secondo dan e apre il proprio dojo, che chiama Tenshin dojo, su un terreno della madre e i soldi di quest’ultima. Si sposa con Steven Seagal pochi mesi dopo il loro incontro nel 1976 e, in un riflesso molto tipico del condizionamento femminile, è lei stessa a metterlo nella posizione di insegnante principale nel suo dojo, mentre lei è il suo sempai, cioè il suo superiore gerarchico. È un condizionamento molto forte delle donne che vengono educate con l’idea che devono garantire la pace della famiglia e il benessere del marito favorendo l’idea che lui si fa della propria superiorità. Soprattutto non guadagnare di più, non essere più conosciuta, non riuscire meglio di lui con il rischio di vedere la propria famiglia distrutta. Tutte le donne sanno molto bene questo e le storie di uomini che lasciano le proprie compagne, gelosi della loro riuscita, non sono rare. Mona Chollet lo esplicita perfettamente nel suo capitolo «”farsi piccola” per essere amata?», con l’aiuto di esempi uno più eloquente dell’altro e con questa conclusione critica: «La nostra cultura ha normalizzato così bene l’inferiorità delle donne che molti uomini non sono in grado di affrontare una compagna che non si sminuisca o non si autocensuri in alcun modo.»3 Evidentemente per Fujitani la cosa si aggrava con il rapido arrivo di due bambini piccoli.
La discesa agli inferi
Anche se è nel proprio dojo, Seagal inizia a sminuirla, relegandola al ruolo della “giapponese che porta il tè mentre lui gioca al piccolo shogun”4. La trappola si chiude su di lei, tanto più che giornali e televisioni fanno eco al “gaijin’s dojo” evidenziando l’idea che Steven Seagal sia “il primo occidentale ad aver aperto un dojo in Giappone”, benché in realtà abbia fagocitato il dojo di Miyako Fujitani.
Durante questo periodo, Steven Seagal intrattiene molte relazioni con altre donne, comprese delle allieve, e alla fine annuncia a Fujitani che ritorna negli Stati Uniti per fare carriera come attore. Lei resta ad aspettarlo con la promessa che potrà raggiugerlo con i figli. Un’altra promessa: dei soldi per prendersi cura dei figli, neanche questa sarà mantenuta.
Alla fine, degli avvocati la contatteranno per chiedere il divorzio e permettere a Seagal di risposarsi negli Stati Uniti.
Miyako Fujitani e sua figlia
Non tutti i mali vengono per nuocere
Miyako Fujitani è ovviamente disperata per essere stata così abbandonata con i due figli. Per coronare il tutto, quasi tutti gli allievi del dojo sono in realtà più colpiti dal carisma di Seagal che interessati all’Aikido. Il terreno che aveva minato sminuendola sistematicamente davanti agli allievi agisce in modo duraturo poiché non solo se ne vanno ma, inoltre, tornano a prendersi gioco di lei e del suo dojo abbandonato. Lei racconta in un’intervista «[In quel periodo] avevo voglia di nascondermi in un buco. Eppure non avevo fatto niente di male! Alcuni allievi venivano da altri dojo con molta arroganza, come se fossero a casa propria. Dicevano ai miei rari allievi “lei è debole, andate altrove”. Ho veramente detestato questo periodo e questo dojo. Alcune persone hanno raccontato persino che Steven mi avesse lasciato perché ero cattiva (ride). Ciononostante, quando andavo a letto la sera, pensavo a quello che avevo. […] Utilizzavo l’immaginazione per vedere i miei figli crescere e per immaginare i miei nipoti e mi chiedevo se sarebbe arrivato il giorno in cui mi sarei sentita veramente felice di avere l’Aikido. È questo che mi ha aiutato ad arrivare fin qui. Amo insegnare ai giovani con gioia e oggi posso veramente dire “sono felice di avere l’Aikido.»5
Alla fine, resiste, persevera, scopre anche la scuola di spada Yagyu Shinkage-ryu a cui si appassiona e che nutre la sua comprensione dell’Aikido. Tiene duro e porta avanti il ruolo di madre e la propria passione per l’Aikido. «Oggi, molte donne lavorano, anche in professioni che prima erano riservate agli uomini. Non è raro che una donna lavori e allo stesso tempo cresca dei figli. Per me, era difficile perché dovevo provvedere ai bisogni della mia famiglia insegnando l’Aikido. All’inizio [l’Aikido] era un’arte marziale praticata maggiormente dagli uomini e avevo dovuto saltare a lungo l’allenamento a causa dei bambini. Era vergognoso per me in quanto insegnante di Aikido: un giorno che ho ripreso l’allenamento, ho fatto un errore e mi sono fatta male a entrambe le ginocchia.»6
Miyako Fujitani senseï
Aikido: essere una donna è un vantaggio
Oggi lei insiste nel proprio insegnamento su una pratica che rispetti l’integrità del corpo come valore cardinale. Frutto degli incidenti che aveva avuto quando aveva iniziato, insiste quindi sull’importanza per Uke di seguire correttamente invece di resistere fino al punto in cui il corpo soffre. «L’ukemi non è un movimento di dimostrazione, lo scopo iniziale è proteggere il corpo dalle ferite. Fare ukemi non vuol dire che siete un perdente. Se Uke comprende che tipo di tecnica è usata, allora può sottrarvisi. Ne approfitta e prepara il contrattacco. Durante l’esecuzione di una tecnica, il ruolo di uke non è solo quello di eseguire correttamente l’ukemi senza resistere alla proiezione, ma anche osservare il timing della tecnica, sviluppando così la capacità di “leggere” la tecnica. Dopo tutto, è un esercizio sia per chi esegue il Waza sia per chi lo riceve.»7 Per questo sottolinea la necessità di avere un corpo disteso. «In giapponese, c’è la parola 脱力, Datsuryoku, che si traduce con “distendere il corpo come durante il sonno.” Quando dormiamo normalmente non possiamo utilizzare il corpo con una energia eccessiva».8
«Nel Karaté, per esempio, si blocca o si contrattacca, ma nell’Aikido, non si blocca. Non ci scontriamo allo stesso livello dell’avversario, è per questo che è così delicato. Il Ma Ai è molto importante e insisto molto su questo punto. Insegno qualcosa di completamente diverso da quello che fanno [all’Aikikai] di Tokyo che, mi dispiace dire, è sbagliato. Insegno un metodo più morbido con un Ma Ai preciso affinché le tecniche possano essere eseguite più facilmente.»9
Convinta che l’Aikido sia l’arte marziale che va bene per le donne, lavora quotidianamente per svilupparlo, e tramite degli eventi, come nel 2003 quando conduce negli Stati Uniti uno stage chiamato Grace&Power. Women&Martial Arts. L’importanza di avere dei modelli non le sfugge. Certamente «C’è stata un’epoca in cui il dojo [di Ueshiba O sensei] contava molte allieve. Ma per un certo periodo, molti allievi hanno utilizzato la forza e si sono fatti male. Al punto che molte donne si sono scoraggiate. E per un certo periodo c’è stato un vuoto di donne che praticavano.»10
«[Io stessa] ho insegnato l’Aikido per più di 10 anni in un’atmosfera di discriminazione verso le donne. [Tuttavia] perfezionando sempre di più la mia pratica, ho sviluppato il mio stile d’Aikido, un Aikido che può essere praticato da donne che non hanno alcuna capacità fisica.
Penso che gli uomini che praticano il mio stile sono molto avvantaggiati. Se volete utilizzare i muscoli dall’inizio, vi abituerete a utilizzare sempre la forza. Ma non realizzerete né svilupperete granché. Ma se si scoprono le basi senza utilizzare la forza, basandosi unicamente sui principi, allora i muscoli, la statura, ecc., saranno un vantaggio da non sottovalutare una volta raggiunto un certo livello.
Il fondatore dell’Aikido ha dichiarato11:”L’Aikido basato sulla forza fisica è facile. L’Aikido senza forza inutile, è molto più difficile.” So che se provassi a basare i miei corsi di Aikido sulla forza fisica, non sarei in grado di fare neanche una tecnica e non avrei nessun allievo. Si può forse dire che le tecniche di Aikido sviluppate dalle donne detengono la chiave dei segreti ultimi dell’Aikido – un Aikido che non si basa sulla forza.»12
NOTE:
1 – Miyako Fujitani «I am glad I have Aikido», Magazine of Traditional Budo, n. 2, mars 2019. Trad. Manon Soavi.
2 – Caroline Criado Perez, Femmes invisibles. Comment le manque de données sur les femmes dessine un monde fait pour les hommes, éd. First 2019, p.182
3 – Mona Chollet, Réinventer l’amour, édition Zones, 2021, p.99
4 – Fujitani Miyako in Sylvain Guintard, Rencontres extraordinaires, édition Budo, 2014, p. 94
5 – «I am glad I have Aikido» entretien avec Miyako Fujitani, Magazine of Traditional Budo, n. 2, mars 2019
6 – «Zu viele Menschen in dieser Welt müssen leiden.» entretien avec Miyako Fujitani, Aikido Journal n. 34D mars 03
7 – Ibidem
8 – Ibidem
9 – «I am glad I have Aikido» entretien avec Miyako Fujitani, Magazine of Traditional Budo, n. 2, mars 2019
10 – Ibidem
11 – Itsuo Tsuda allievo diretto del fondatore riporta anche che O sensei ha dichiarato che «il suo Aikido ideale era quello delle giovani ragazze. Le giovani non sono capaci, a causa della loro natura, di contrarre le spalle tanto quanto i ragazzi. Il loro Aikido, per questo motivo, è più fluido e più naturale.» Itsuo Tsuda, La via della spoliazione, Yume edition, 2016, p.161
12 – «Zu viele Menschen in dieser Welt müssen leiden.» entretien avec Miyako Fujitani, Aikido Journal n. 34D mars 03
Nella prima parte di questo articolo sul Niten ichi ryu [link], abbiamo ripercorso la ricerca sull’arte di Musashi da parte di Hirakami Nobuyuki, bujutsuka e ricercatore nel campo delle arti marziali. Il suo lavoro sui filoni quasi estinti del Niten Ichi-ryu lo ha portato a scoprire il filone Iori, che aveva conservato le caratteristiche tipiche dei koryu del periodo Edo. Questa scoperta, che lo sconvolge, lo ha portato a una migliore comprensione del kyokugi (lett. prodezza, performance, arte, capacità), il potenziale dell’arte di Musashi. Le specificità dello Stile Edo di Ioriden Niten Ichi-ryu hanno senso in un dato sistema marziale, in linea con la sua epoca. Riportiamo alcuni esempi di queste specificità.
Aikimitsu sensei Kamae di Ioriden niten ichi ryu.
Uchitachi è l’insegnante
In un koryu, contrariamente a ciò che si fa oggi nei budo moderni, uchitachi, colui che attacca (uke, diremmo nell’Aikido) ha un ruolo d’insegnamento. È primordiale che dia l’intensità giusta, che controlli la velocità e il ritmo del kata. Deve adattare il proprio attacco alle capacità di shitachi (tori in Aikido) che è invece in un processo di apprendimento. Progressivamente uchitachi modulerà l’attacco per far progredire il meno avanzato, per metterlo in difficoltà o farlo lavorare su un aspetto particolare. Questo ruolo è quindi assunto dall’insegnante o da un allievo esperto.
È per questo che ogni volta che Hirakami andava al dojo di Akimitsu sensei per praticare lo Ioriden Niten Ichi-ryu, quest’ultimo, malgrado i suoi 92 anni, metteva sempre un keikogi e praticava direttamente con lui. Questo modo di fare è l’essenza della trasmissione da maestro ad allievo nei koryu (ciò si è mantenuto anche nei filoni di Niten Ichi-ryu modernizzati dopo la guerra).
Tatsuzawa senseï, Ioriden niten ichi ryu
Omote – Ura
In modo altrettanto caratteristico, Hirakami scoprì che in Ioriden ci sono due versioni per ogni kata, una versione omote e una versione ura. Anche in questo caso il significato è diverso dall’Aikido in cui ciò designa grosso modo il fatto di passare davanti o dietro uke. Nello stile Edo dei koryu tradizionali, i kata omote designano una versione di base del kata, che è indispensabile padroneggiare per chi inizia. Questa versione servirà anche per le dimostrazioni pubbliche. In un contesto in cui era vitale che ogni scuola conservasse i proprio segreti, il kata omote erano molto utili. A volte venivano aggiunti anche dei colpi finali in modo da annebbiare la memoria degli spettatori. Poiché il cervello ricorda più facilmente l’inizio e la fine di una sequenza, ciò permette di nascondere in mezzo la tecnica decisiva. Allo stesso tempo, i kata omote trasmettono i principi essenziali agli allievi, non li nascondono realmente, sono, come direbbe Ellis Amdur, «nascosto alla vista di tutti».
Ura in Giappone significa quello che è all’interno, dietro, ma anche quello che non è direttamente visibile. Ciò riguarda tutti gli aspetti della cultura giapponese: l’architettura, le arti, il combattimento, le relazioni umane, ecc. Per i kata, la forma ura può essere una versione più pragmatica oppure con delle variazioni a volte minori, a volte molto importanti. Se il kata omote espone i principi, il kata ura dà la chiave per «aprire la porta». In realtà, ciò fa parte dell’antica cosmovisione giapponese poiché non c’è nero senza bianco, negativo senza positivo, yin senza yang. È una tensione dinamica tra due poli che si alimentano tra loro.
Anche in questo caso, il riai dei kata, i loro principi, si imparano meglio quando esistono le due versioni omote e ura. Nello Ioriden Niten Ichi-ryu ci sono cinque kata omote a due spade e le loro cinque versioni ura, così come per i kata a una spada ci sono cinque kata omote e cinque kata ura.
Lo Ioriden Niten Ichi-tyu dà grande importanza alla respirazione. Essa si lavora tramite i cinque esercizi di respirazione che si fanno con le due spade e tramite il rei, il saluto. Ogni kata inizia e finisce con un modo particolare di fare il saluto che fa lavorare l’apertura del corpo a livello delle spalle e la flessibilità dei polsi. Se è evidente che l’arte della spada consiste spesso nel rompere il ritmo, nel cogliere la respirazione per desincronizzarsene, per esserne capaci bisogna iniziare con l’armonizzarsi. Per entrare in sincronia con l’altro, la respirazione è la chiave.
Mantenere una respirazione calma per mantenere una certa calma interiore, anche di fronte a una lama, era certamente una questione decisiva. La respirazione è la strada maestra per ricentrarsi e restare lucidi, senza contare tutti i benefici di cui si avvalgono molte pratiche del corpo. Anche avere esplicitamente degli esercizi e delle posture che permettono di lavorare sulla respirazione e sulla coordinazione ha senso in questa tradizione marziale.
Akimitsu sensei, 92 anni, Ioriden niten ichi ryu.
Trasmettere con immagini
Infine, i nomi dei kata dello Ioriden erano anche più classici, assomigliando di più allo stile tipico dei koryu antichi. Hirakami spiega che, nel filone Santo-ha, i nomi dei kata a due spade sono semplicemente i nomi delle guardie di partenza (Chudan 中段, Jodan 上段, Gedan 下段…) mentre nel filone Iori sono più tipici dei koryu nel senso che sono evocativi. Evocano un’azione, un’impressione, i nomi parlano attraverso immagini – come nello Zenga. I nomi dei kata del filone Ioriden sono per esempio In-bakusatsu (avvolgimento yin omicida) oppure Tenchi-gamae (guardia del cielo e della terra). Sono delle evocazioni, non è letterale. Si vede lo stesso fenomeno tra i nomi delle tecniche dei budo moderni, come l’Aikido, il Judo o il Karate paragonati ai nomi dei kata di jujutsu dei koryu. Vi troviamo nomi più poetici come «domare il cavallo selvaggio», «soffiare la cenere» o «fermare l’orco» (nomi tratti dal Bushuden Kiraku-ryu).
Anche Kenji Tokitsu si è interrogato sui nomi e sul cambiamento di nomi da una scuola all’altra: «Perché, quando si passa da una scuola all’altra, una stessa tecnica riceve nomi diversi? La differenza risiede nel modo in cui il primo Maestro percepisce la tecnica in relazione a un’immagine. Alcuni possono essere poetici e altri piuttosto descrittivi, utilizzando sempre delle parole che evocano un’immagine. L’uso degli ideogrammi può servire da mimetizzazione, quando la ricchezza dell’immagine dissimula il significato preciso sotto l’ambiguità di sensi molteplici. Cogliendo i fili che collegano la specificità dell’immagine e del senso degli ideogrammi che compongono un nome, l’adepto può captare un senso profondo per la propria pratica.
Nella pratica dei guerrieri, l’importanza delle tecniche delle arti marziali non stava soltanto nella conoscenza e l’abilità. Finché un nome non era associato a una tecnica, questa non era né costruita né appresa. Per questo l’ultimo atto della trasmissione spesso consisteva nell’apprendere il nome della tecnica più importante […]. Sembra che la parola abbia avuto un significato mitico e anche magico, per i guerrieri del XVII secolo.» (Tokitsu Kenji, Musashi e le arti marziali giapponesi, Luni Editrice, p. 24)
Le domande senza risposta
Per concludere questa «inchiesta» possiamo ricordare che la vitalità di un’arte risiede in questa tensione tra evoluzione e tradizione. Per Hirakami sensei è grazie alle ricerche su queste forme antiche che gli è apparso evidente il riai di questa tradizione marziale e alla fine la profondità del kyokugi del Musashi-ryu gli è diventato più evidente.
Alla fine i koryu ci conducono in un viaggio in cui si intersecano la vita di un popolo e la sua cultura, i sussulti della storia e gli sforzi per, nello stesso tempo, conservare una tradizione marziale e insieme farla perdurare in un mondo molto diverso da quello che l’ha vista nascere. Le evoluzioni sono inevitabili, e nello stesso tempo una comprensione approfondita del passato è necessaria. È una questione senza risposta definitiva, ovviamente, quasi un koan, con cui ogni generazione si confronta.
Così sta ad ogni adepto giocare il proprio ruolo nella catena di trasmissione, per far ravvivare il fuoco dalle braci e non solo onorare le ceneri. Sta a noi oggi continuare questa trasmissione, all’ascolto delle tradizioni pur ispirandosi a questa frase molto bella di Jean Jaurès che ci ha ispirato il titolo, estratta da un discorso del 1910: «ll vero modo di onorare [il passato] o di rispettarlo, non è di rivolgersi verso i secoli spenti per contemplare una lunga catena di fantasmi: il vero modo di rispettare il passato, è di continuare, verso l’avvenire, l’opera delle forze vive che, nel passato, lavorano.» (Discorso di Jean Jaurès – Pronunciato alla Camera dei deputati)
Shisei è il riflesso dell’anima e della salute del corpo, sia fisica che psicologica. È l’indiscutibile rivelatore di uno stato, permanente o temporaneo, per chi sa leggere la postura nell’espressione della sua manifestazione della vita. “La postura è la concretizzazione del movimento inconscio.” Itsuo Tsuda1
Postura e involontario
La ricerca scientifica moderna ha evidenziato che, a parte i problemi di struttura corporea o mentale, la malattia o anche l’età, la postura è nella maggior parte dei casi il risultato dell’educazione e degli sforzi che si fanno per conformarsi all’ambiente culturale e sociale; è quindi tramite una mescolanza di volontario e di involontario che si ottiene la postura che si desidera. È necessario prender coscienza che, a meno che non diventiamo rigidi, l’involontario, qualunque sia il nome che gli diamo (inconscio, subconscio o anche sistema nervoso autonomo), ha sempre la preponderanza sul volontario. Nonostante tutto, spesso ci è difficile accettarlo, averne piena consapevolezza. La prova della nostra incomprensione è il desiderio di correggere la postura con l’aiuto del volontario, nella speranza di supplire ad una mancanza, ad un’indisposizione, ad una sofferenza personale o per ogni sorta di altre ragioni, ognuna delle quali ha ai nostri occhi un valore di per sé. Il nostro sistema involontario è al servizio della vita che lavora in ognuno di noi. E tra l’altro, è lì proprio per correggere le nostre difficoltà posturali e permetterci di preservare un equilibrio il più naturale possibile affinché la vita si mantenga dentro di noi. E questo, a volte, anche a costo di dolori o deformazioni se resistiamo ai suoi impulsi regolatori e persistiamo nel rifiutarci di lasciare la presa, e quindi nell’irrigidirci combattendo contro di esso. È quindi importante stimolare questo sistema involontario attraverso esercizi che, invece di metterlo in pericolo o cercare di dominarlo, gli diano la libertà di svolgere il proprio lavoro e di riequilibrarci ogni volta che ce n’è bisogno. Il Katsugen undo, introdotto in Francia con il nome di Movimento rigeneratore da Itsuo Tsuda sensei dall’inizio degli anni settanta, corrispondeva esattamente alla risposta che molti di noi, praticanti di arti marziali, cercavano già allora per migliorare la propria postura. Questo ovviamente non era l’unico metodo esistente e alcuni hanno trovato in diverse discipline o terapie dei mezzi che hanno permesso loro di andare avanti senza subire danni. Ma ovviamente non era alla portata di tutti, sia dal punto di vista finanziario che dell’impegno che richiedeva in continuità, resistenza o tempo. Questo metodo di attivazione dell’involontario, il Katsugen Undo scoperto da Haruchika Noguchi sensei, è praticato da più di mezzo secolo da migliaia di giapponesi. È, per la sua semplicità, la sua filosofia e il suo bassissimo costo di iniziazione e di tariffa per la pratica, un’attività che non solo è alla portata di tutti e tutte, ma soprattutto è di grande aiuto per ognuno grazie alla sua capacità di risolvere molti problemi posturali attraverso l’attivazione del sistema involontario. È una possibilità per chiunque abbia il desiderio di trovare un percorso verso la salute in modo autonomo e indipendente. Un gran numero di ricercatori, di medici, di shiatsuka che avevano focalizzato le loro ricerche sui benefici di una postura che fosse flessibile, forte, sana e che portasse l’individuo verso l’autonomia e l’indipendenza nella cura della propria salute, si sono recati a far visita a Noguchi sensei per entrare in contatto e scambiare i loro punti di vista e anche le loro tecniche, sull’esempio di Moshe Feldenkrais il cui metodo è ben noto in Francia o anche di Kishi sensei che ha sviluppato la propria tecnica sotto il nome di Sei-ki.
Itsuo Tsuda introdusse il Katsugen undo in Francia all’inizio degli anni ’70.
Il soffio
Non molto tempo fa si usava uno specchio che si metteva davanti alla bocca di un morente per sapere se c’era ancora un po’ di vita o se la morte era già avvenuta. Questo metodo, seppure primitivo, dava un’indicazione, certamente relativa, ma indicava chiaramente l’importanza data al soffio, alla respirazione, e quindi a questa manifestazione della vita della persona davanti alla quale veniva messo. Oggi lo specchio non basta più, testiamo l’attività cerebrale nella speranza di non sbagliare sulla capacità dell’individuo di tornare a una vita normale, in ogni caso abbiamo applicato il protocollo imposto, abbiamo messo in funzione le macchine, quindi siamo legalmente tutelati. Il soffio, però, è qualcosa di molto diverso dalla respirazione polmonare perché è portatore di un’energia molto più vasta, anche se poche persone ne sono consapevoli o la riconoscono.
Il soffio è l’alimento della postura, semplicemente per la sua composizione interna, per gli elementi visibili e invisibili che porta. Chi può credere in una postura forte, nella vera potenza di una persona quando vede che la sua respirazione è bloccata. Non sono gli esercizi che rendono più ampio il soffio, permettono magari di liberare semplicemente la psiche, di calmare lo spirito, affinché il Ki circoli di nuovo senza ostacoli in questo corpo finalmente libero dalle tensioni.
La postura: un benessere personale
La ricerca di una postura a tutti i costi comporta dei rischi per l’organismo, soprattutto quando le tecniche proposte prevedono esercizi mirati all’irrigidimento per conformarsi a un’idea di corpo pubblicizzata oggi dai social network. Immagini e rappresentazioni occupano sempre più spazio nella vita quotidiana, a scapito di una realtà semplice, considerata poco attraente. Le posture che emergono degli Antichi Maestri attraggono sempre meno perché troppo spesso non vengono comprese e sembrano essere nascoste alla maggior parte delle persone. È dopo lunghi anni di pratica che gli occhi interiori si aprono per rivelarci quello che avremmo potuto vedere se non fossimo stati accecati dallo spettacolo del mondo. Quando Tsuda sensei scrive per farci comprendere meglio O sensei Ueshiba, lo fa sempre in un modo particolare, e mi sembra importante ritrovare le testimonianze dei maestri che, come lui, hanno conosciuto il fondatore dell’Aikido:«Il mio contatto con lui che è durato più di dieci anni mi ha dato un’immagine di lui completamente diversa da quella comunemente ammessa per un atleta. […] Non l’ho mai visto fare il minimo esercizio che fosse per fortificare i propri muscoli per tutto il tempo che l’ho conosciuto. Invece, l’ho visto fare spesso il norito,formula rituale, che lo metteva in comunicazione con gli dei. Era una pratica religiosa senza nessun rapporto con gli sport o l’atletica. Un giorno, mi ha detto in occasione di una mia visita a Iwama, nel suo ritiro di campagna: ‘Quando avevo dai cinquanta ai sessant’anni, avevo una forza straordinaria. Ora, non ho più molta forza e faccio fatica anche a portare un secchio d’acqua. Invece, comprendo l’Aikido molto meglio di allora.’ Chi accetterebbe, in Occidente, l’idea di un atleta che non ha più forza fisica, che passa la propria giornata in pratiche religiose e che, tuttavia, è capace di compiere delle prestazioni straordinarie? In ogni caso, senza nessuna incoerenza, l’accettavo come tale. Ero affascinato dalla sua postura, dal suo incedere. In lui, tutto era naturale, semplice, senza il minimo gesto inutile, senz’alcuna ostentazione, né orgoglio. Sentivo attorno a lui, benché invisibile, tutto un paesaggio di serenità, di realizzazione. Io, pagliaccio grossolano, non potevo resistere al piacere di vederlo ogni mattina, alzandomi alle quattro, per dieci anni fino alla sua morte. Spazzava qualsiasi mia preoccupazione meschina della vita sociale.»2
Régis Soavi, mentre recita il norito, all’inizio della seduta.
Il centro
Un buon equilibrio, un buono Shisei richiede un buon centro ben posizionato, ma come trovarlo, averne cura, conservarlo? Tsuda sensei racconta che durante la meditazione che O sensei chiamava “Ka-Mi” (meditazione che si pratica in piedi all’inizio della seduta), diceva ai suoi allievi: Ame-tsuchi no hajime “mettetevi all’inizio dell’universo”. Oggi è diventato molto difficile proporre un’immagine del genere, che rischia di non essere compresa o compresa solo letteralmente, il che equivale ad una comprensione puramente mentale quando si tratta di tutt’altro. Solo l’esperienza può guidarci per rendere concreto questo centro. Dobbiamo andare nel più profondo della nostra sensibilità, essere senza pensieri, essere presenti realmente “qui e ora”. La scienza ha spezzato questo semplice rapporto con il nostro ambiente, con ciò che possiamo sentire, non riusciamo nemmeno più a sapere chi siamo e dove siamo. Mi sembra che ci sia stato un tempo in cui l’essere umano non si poneva più domande sulla sua posizione nell’universo di quante non gli fossero necessarie per vivere la vita di tutti i giorni. Poco gli importava dello spazio, dei pianeti, delle costellazioni, se non per ciò che aveva un rapporto diretto con la sua vita quotidiana, l’agricoltura, il tempo che fa, il movimento degli animali e i loro cicli riproduttivi. La conoscenza dell’astrologia era rivolta all’uomo e a ciò che lo circonda. Il luogo in cui si trovava diventava il centro della sua vita e di conseguenza del suo universo. È grazie a questo che si sentiva parte di un universo, “il suo mondo, il suo cosmo”. La scienza ha ampliato la nostra concezione e la nostra percezione dell’universo, benissimo, ma il risultato è una destabilizzazione della nostra realtà. L’essere vivente si sentiva al centro del pianeta, “la sua terra”, ovunque fosse, ovunque vivesse. Poi venne l’inizio della sua disorganizzazione mentale. Sebbene essa sia stata necessaria per uscire dall’oppressione religiosa dell’epoca medievale che subiva, creò uno shock, poi degli sconvolgimenti che avrebbero perturbato sempre di più. Prima gli venne insegnato che la terra era rotonda come una palla, poi che girava attorno a un asse, poi che girava intorno al sole e infine che il sole era al centro del sistema solare. L’essere umano si è quindi ritrovato decentrato, non era più il centro di un universo ma respinto verso l’esterno. Come se non bastasse, apprese che il sistema solare faceva parte di una gigantesca galassia, la Via Lattea, scia bianca che aveva potuto vedere nel suo cielo, che era esso stesso in competizione con altri sistemi solari, buchi neri ecc. Ma ancora una volta constatò che non era il centro di questa galassia, che si trovava piuttosto su uno dei bordi esterni, una sorta di corno di stelle in una lontana periferia. Ancora più recentemente si scoprì che questa galassia è quasi nulla rispetto ai miliardi di miliardi di miliardi di galassie conosciute, o semplicemente indovinate, o concettualizzate grazie all’arte della matematica. La cosa umana si è ritrovata molto piccola, insignificante, anche rispetto a ciò che la circonda. La questione rimane: come trovare, ritrovare il proprio centro in queste condizioni?
Morihei Ueshiba: Una postura semplice, senza il minimo gesto inutile.
Ameno-minaka-nushi
All’inizio della seduta di Aikido, subito dopo il funakogi undo, “movimento del remo” come lo chiamavano i giovani allievi di O sensei, c’è una specie di meditazione in movimento, ma molto lenta all’inizio,tama-no-hireburi “la vibrazione dell’anima”. Essa si pratica a mani unite, davanti all’Hara, la sinistra sopra la destra. Si fanno vibrare le mani, senza eccessi, ma in modo regolare. Una delle particolarità di questa meditazione è che si deve farla con una sola inspirazione che deve essere molto, molto lenta. Questo esercizio deve essere ripetuto tre volte, accelerando leggermente ogni volta il ritmo della vibrazione. Subito prima di questa pratica O Sensei faceva a voce alta delle evocazioni in forma d’invocazioni dei nomi di Kami che Tsuda sensei ci ha trasmesso negli ultimi anni della sua vita. Per me, è nello stesso tempo una fessura, un leggero spazio, una leggera apertura, ed anche una direzione, una porta e una chiave, che mi permettono di ricentrarmi. Mi permette ogni mattina di intrufolarmi, quando si pratica, in quello che può rappresentare nonostante tutto, ne sono consapevole, un “rischio”. Quello d’immergersi in un universo mentale parallelo, una specie di schizofrenia o un vortice mistico da cui si esce solo con difficoltà. Tuttavia basta mantenere il sangue freddo, la lucidità fisica e psichica per restare presenti a se stessi.
O Sensei usava dei rituali shinto come una specie di trasposizione delle proprie sensazioni. Come uno scrittore, un musicista o un pittore traspongono le proprie sensazioni quando compongono un’opera, o ci fanno scoprire un mondo che gli appartiene. Nello Shinto, Ameno-minaka-nushi è considerato come il Kami Centro dell’Universo ed è la prima evocazione, poi è la volta di Kuni-toko-tachi, Eterna Terra, la materializzazione del mondo, in quanto esseri umani, in quanto praticanti, prendiamo corpo, realizziamo la materia, ciò che siamo, si potrebbe dire, quasi carne e sangue. Infine Amaterasu-o-mi-kami si presenta alla nostra coscienza, e non c’è altra alternativa che accettarla. Principio femminile, Amaterasu è“La”Kami Sole, al contempo vita, stimolazione della vita e creazione. Tra ogni momento della vibrazione, la vibrazione continua, niente si ferma, il ritmo dei movimenti del remo, funakogi undo, accelera, passando da lento a mediamente rapido, poi a molto rapido. Itsuo Tsuda sensei ci spiegava che questo ritmo gli ricordava la recitazione del Nö che aveva studiato per quasi venticinque anni, e in cui ci sono tre ritmi diversi che si susseguono: Jo,Ha e Kyu. Noi europei possiamo ad esempio permetterci di evocare i ritmi musicali largo, andante, e poi presto, prestissimo. Tsuda sensei ci dà qualche indicazione riguardo la propria comprensione delle invocazioni di O Sensei.
1) Wake-mitama (emanazione): tutti gli esseri sono emanazioni di un Tutto, di Ame-no-minaka-nushi, del Dio centro. Siamo tutti Dio stesso nella nostra essenza. Fondamentalmente, ci identifichiamo con il Dio centro. Nelle religioni rivelate come il cristianesimo o l’islamismo, l’essenza divina appartiene esclusivamente ad un solo essere. Tutti gli altri sono pecore o montoni che hanno bisogno di un pastore o di una guida spirituale.
2) Kotodama (vibrazioni): Tutto l’Universo è concepito come pieno di sensazioni di vibrazioni. Queste vibrazioni preesistono prima di essere percettibili.”3
Il riflesso dell’anima
Il nostro stato mentale non può che riflettersi nella nostra postura, qualunque sia la teoria che, forse, abbiamo fatto nostra. La postura di ognuno è influenzata dal momento che si sta vivendo, da ciò che ci circonda, vicino o lontano. In effetti da tutte le circostanze interne o esterne. La nostra capacità di mantenere una postura corretta, in grado di reagire, è nonostante tutto una cosa che si può lavorare e può dare buoni risultati se non si va in senso contrario a quello che fa bene al corpo e a quello che siamo nel profondo di noi stessi.
“Umile fiore che spunti nella crepa di un muro
la tua felicità di essere te stesso ti basta
per essere al centro dell’universo”.4
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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale nel mese di april del 2024.
Note:
1. Itsuo Tsuda, Cœur de ciel pur, Ed. Le Courrier du Livre, 2015, p. 23.
2. Tsuda Itsuo, Le Dialogue du Silence, Ed. Le Courrier du Livre, 1979, p. 76.
3. Itsuo Tsuda, La voie des dieux, Ed. Le Courrier du Livre, 1979, p. 109.
4. Bing xin: autrice, poetessa (1900-1999), citata da F. Verdier nel suo libro Passeggera del silenzio, Ed. Tea, pag. 100.Specchio
Tutte le tradizioni marziali, nel corso della loro storia, si trovano in questa tensione tra evolversi per adattarsi al mondo e preservare le loro competenze passate. È anche grazie all’alternanza tra questi due poli che una tradizione può continuare, i seguaci stessi si dividono tra coloro che modernizzano e coloro che cercano nelle origini. Dobbiamo liberarci di ogni idea di gerarchia tra loro per apprezzare il lavoro necessario che ogni seguace apporta a questa dinamica.
Possiamo vedere un esempio nella musica occidentale con le ricerche negli anni ’90 di alcuni musicisti sulla costruzione strumentale dell’epoca barocca. Le loro ricerche portarono a una riscoperta qualitativa di un repertorio trascurato perché difficile da interpretare correttamente con gli strumenti del XX secolo. Altri musicisti, invece, come Beethoven o Liszt, spingendo i limiti degli strumenti delle loro epoche hanno portato i costruttori di pianoforti a modificare gli strumenti, dando vita al pianoforte di oggi.
Musashi Miyamoto è stato tra coloro che hanno modernizzato una tradizione marziale, con una «riorganizzazione del sapere tecnico esistente» (Tokitsu Kenji, Vita di Musashi, Luni Editrice, p. 52) a partire dalla scuola familiare di jitte (1) e dalla propria esperienza di combattimento per creare la sua scuola delle due spade. Questa evoluzione è, per noi, il passato. Passato che da una parte dobbiamo far vivere e che dall’altra si alimenta delle riscoperte qualitative di alcuni ricercatori. Queste ricerche hanno l’obbiettivo di permettere una migliore comprensione del riai di una certa tradizione marziale. Il riai (coerenza dei principi) si perde un po’ di vista, a volte, con le evoluzioni e gli apporti di ogni generazione. È proprio per questo che ci sono dei momenti in cui alcuni seguaci si rivolgono verso il passato per ritrovare le radici dei principi di una scuola. È di questi lavori che vogliamo parlarvi in questo articolo a proposito della scuola delle due spade di Musashi.
Evidentemente l’eredità di Miyamoto Musashi è oggetto di controversie storiche come d’altra parte l’eredità dell’Aikido, ogni branca sostiene di essere più autentica, più importante, più realista. Nello stesso modo in cui ogni allievo di Ueshiba O sensei ha ricevuto l’insegnamento in un momento diverso dell’evoluzione del maestro e l’ha trasmesso a modo suo, gli allievi di Musashi hanno ricevuto e trasmesso cose simili che però, con il tempo, si differenziano tra loro. Una volta di più, invece di cercare una gerarchia tra queste scuole, queste linee, invece di cercare una verità unica, possiamo scegliere di nutrirci della completezza che apportano queste differenze per rendere viva l’arte di Musashi.
Manon Soavi e Romaric Rifleu. Niten ichi ryu, allenamento in Giappone, 2023
Kunihiko Tatsuzawa sensei
Quando più di quindici anni fa abbiamo avuto la possibilità d’iniziare lo studio del Musashi-ryu con Tatsuzawa sensei, non sapevamo quasi nulla dell’universo delle antiche scuole giapponesi. Praticavamo l’Aikido già da una decina d’anni ma non sapevamo in che cosa stavamo imbarcandoci, perché queste scuole non sono soltanto un repertorio di tecniche antiche e di armi arcaiche, esse fanno riferimento a un universo, una cultura, a una “cosmovisione”, si potrebbe dire.
Tatsuzawa sensei è professore emerito di diritto spaziale internazionale e vice-rettore dell’Università Ritsumeikan di Kyoto. Discendente di una famiglia di samurai studia molto presto la scuola familiare, il Jigo-ryu, poi diviene il decimo maestro di Ioriden Niten Ichi-ryu e il diciannovesimo maestro della scuola Bushuden kiraku-ryu. Quest’ultima è un koryu antico di quasi 500 anni che comprende jujutsu, iaï, nagamaki, bo, tessen, kusarigama, kusarifundo, yari, chigiriki. Una tradizione marziale ricca di 180 kata circa che rappresentano una vera immersione nel Giappone feudale.
Tatsuzawa sensei è quindi anche maestro della decima generazione di Ioriden Niten Ichi ryu, insegna diverse linee di ciò che è riunito sotto il nome di Musashi-ryu: il Sakonden Niten Ichi-ryu, lo Ioriden Niten Ichi-ryu e il Santo-ha Niten Ichi-ryu. Queste tre linee corrispondono a tre epoche della vita di Musashi, il Sakonden, la sua giovinezza, lo Ioriden, l’età matura, e il Santo-ha, la fine della sua vita. Questo insieme forma, nel Musashi-ryu, un percorso che riprende il sistema tradizionale per livello Shoden – Chuden – Okuden. Ogni livello permette di approfondire la comprensione del Musashi-ryu scoprendo una linea e le sue specificità (senza mischiarle).
Tatsuzawa sensei ci ha spiegato che il suo maestro, Nobuyuki Hirakami sensei, aveva condotto delle ricerche approfondite fin dagli anni ’70 per ritrovare le tracce dimenticate e lasciate da diversi allievi di Musashi, il che gli permise alla fine di capire meglio la forza del kyokugi (lett. prodezza, performance, arte, capacità) di Musashi.
Tatsusawa sensei Iorien niten ichi ryu.
Musashi Miyamoto
Miyamoto Musashi (1584-1642) è una figura quasi leggendaria della cultura popolare giapponese. Visse nel corso di una svolta della storia del suo paese all’inizio dell’epoca Edo. Il Giappone usciva dalle guerre feudali e iniziava a stabilizzarsi intorno a un potere forte ma anche a una struttura della società molto rigida. Kenji Tokitsu dice, nel libro di ricerca che gli ha dedicato, che, «per l’estensione della sua padronanza delle arti, e per la capacità di esplorare i limiti del sapere del proprio tempo, Miyamoto Musashi mi ricorda Leonardo da Vinci.» (Tokitsu Kenji, Vita di Musashi, Luni Editrice, p. 7) In effetti Musashi era anche pittore, scultore, calligrafo, e ha lasciato un’opera scritta che ha un posto importante nella storia della spada giapponese. È autore di diversi trattati di strategia, il più famoso dei quali è il Gorin no sho (Il libro dei cinque elementi) che è un compendio dell’arte della spada e un trattato di strategia. Vivendo all’inizio dell’epoca Edo, prima della politica di chiusura e di stabilizzazione del Giappone da parte della famiglia Tokugawa, Musashi sembra essere un personaggio chiave, portatore di tradizioni marziali molto antiche e nello stesso tempo consapevole della propria posterità e di un avvenire molto diverso, a cui bisognerà dare indicazioni. «La strategia e la riflessione sul combattimento che fanno da sfondo alla vita di Musashi gli conferiscono svariate dimensioni. È questa tensione a scrivere sulla propria arte che costituisce la particolarità dell’opera di Musashi.» (Tokitsu Kenji, Vita di Musashi, Luni Editrice, p. 9)
Nobuyuki Hirakami (2) fa delle ricerche fin dagli anni ’70 sulle arti marziali e sulla storia delle scienze e delle tecnologie dell’epoca Edo (3), si è appassionato alle diverse scuole dei successori di Myamoto Musashi. Racconta così i suoi inizi, quando faceva già Kendo: «La prima persona che mi ha insegnato il Santo-ha Niten Ichi-ryu era Nobuo Komatsu Sensei a Kobe, che viveva vicino alla casa dei miei genitori. Ci andavo in bicicletta e ci allenavamo a casa sua e nel parco vicino.»
Hirakami sensei praticava già due altri koryu (scuole antiche), la Jigen-ryu e la Shibukawa-ryu, era quindi molto incuriosito dal fatto che ci fossero così pochi kata nella trasmissione che aveva ricevuto nel Santo-ha Niten Ichi-ryu. Anche se è vero che Musashi criticava le scuole che accumulano molte tecniche diverse, cinque kata gli sembravano comunque veramente pochi. Sentiva che gli mancavano degli elementi per capire questa tradizione marziale in modo più preciso, e questo l’ha spinto a cercare di più.
La scuola della fine della vita di Musashi: Santo-ha Niten Ichi-ryu
La linea Santo-ha Niten Ichi-ryu è trasmessa dagli studenti degli ultimi anni di Musashi ed è oggi la più diffusa. Hirakami ebbe l’opportunità di incontrare uno Shihan di questa scuola Kiyoshi Inamura che aveva studiato prima della guerra con Aoki Kikuo Hisakatsu, aveva quindi beneficiato della trasmissione di forme di Santo-ha Niten Ichi-ryu anteriori alle modernizzazioni effettuate dopo la guerra, forme risalenti alla fine dell’era Meiji. Anche in questo caso c’erano solo cinque kata di due spade, ma Hirakami apprese, con lui, che la tradizione dei dodici kata con una spada sarebbe stata aggiunta dopo Musashi e che i kata con solo un kodachi (spada corta) sarebbero stati aggiunti da Aoki Sensei dopo la seconda guerra mondiale.
Questo incontro permise a Hirakami di capire meglio le forme antiche della tradizione di Musashi. Le forme dell’epoca Meiji erano diverse da quelle elaborate dopo la guerra. Confrontando le due forme tecniche poté constatare le aggiunte e le modifiche effettuate nel dopoguerra nelle tecniche della scuola Santo-ha Niten Ichi-ryu. Scoprire che c’erano altre forme, più antiche, era un primo passo nelle sue ricerche che l’incoraggiò a proseguire.
La scuola della maturità di Musashi: Ioriden Niten Ichi-ryu
Nel corso delle sue ricerche sull’arte della spada di Musashi, una linea in particolare ha attirato la sua attenzione. È in un numero della rivista Kendo Nihon, speciale Musashi, che Hirakami scopre l’esistenza di un successore ancora in vita della linea Iori Miyamoto, a Tokyo. Una linea trasmessa da Aolki Jozaemo, (4) che studiò con un Musashi maturo. A partire da qui, Hirakami passa da sorpresa in sorpresa:
«Ho verificato i registri e, con mia grande sorpresa, c’era un erede a Setagaya (quartiere di Tokyo), come indicavano i registri antichi. Quello che era ancor più sorprendente, era che Shikou Akimitsu sensei, aveva 92 anni e praticava ancora.
Incontrandolo ho constatato che aveva la mente lucida ed era capace di eseguire dei kata con facilità. Tuttavia non aveva praticamente allievi. Lui e un solo altro allievo erano capaci di eseguire i kata di Ioriden Niten Ichi-ryu. Questo allievo era il famoso kendoka Kosan Yanagiya (maestro di Kendo tradizionale e sportivo, dichiarato Tesoro nazionale vivente del Giappone come maestro di Rakugo(5)).
Così, con mia grande sorpresa, Akimitsu sensei ha fatto chiamare Kosan Yanagiya e mi ha dato una dimostrazione di tutti i kata di Ioriden Niten Ichi-ryu.
Quando ho visto questi kata, ho avuto una nuova sorpresa. In primo luogo perché i kata venivano eseguiti non con una spada di legno ma con un fukuroshinai e l’avambraccio aveva una protezione in pelle.
Secondariamente i kata erano completamente diversi dal Santo-ha Niten Ichi-ryu, in termini di stile, tecnica e spirito. Era una tecnica molto particolare e molto diretta.
Questi kata tramandati di generazione in generazione avevano uno stile e un’atmosfera unici che non si trovavano nel Santo-ha Niten Ichi-ryu. Ero affascinato e volevo imparare a ogni costo questa forma unica. Akimitsu sensei mi ha detto che sarebbe stato felice di accettare la mia richiesta di essere iniziato e che potevo andare in ogni momento.» (6)
Akimitsu Shikou sensei, 92 anni e Kosan Yanagiya
Possiamo notare per inciso che il fatto di lavorare con i fukuroshinai non risale all’epoca di Musashi ma è un apporto successivo. Anche in questo caso si ritrova la tensione tra conservazione e innovazione. Il fatto di praticare con i fukuroshinai, pur essendo un apporto moderno, permette di essere più vicini alle distanze reali di combattimento, cosa che il bokken non permette veramente, permette anche di colpire realmente senza temere di danneggiare o uccidere il proprio partner. In questo c’è una scelta pedagogica fatta dai sensei di tale filone.
La scuola della giovinezza di Musashi: Sakonden Niten Ichi-ryu
Continuando la sua ricerca sulle linee di trasmissione, Hirakami ha avuto la fortuna di trovare una copia di un documento storico sull’arte della spada di Musashi, risalente alla sua giovinezza. Si trattava di un libro di nome Niten-ryu Kenjutsu Tetsugisho: al suo interno era chiaramente scritto «Niten Ichi-ryu» e conteneva anche una copia del Gorin no sho. Quello che era originale era che il libro conteneva una descrizione di nove kata a due spade con commenti molto dettagliati. Hirakami ha allora capito che si trattava di un documento con forme tecniche specifiche, trasmesse dal filone di Sakon Fujimoto della regione d’Owari.
Il contenuto era abbastanza facile da capire anche se molto diverso da quello del Niten Ichi-ryu trasmesso in epoca moderna – con possibili sovrapposizioni con i kata attuali, trasmessi in altre linee. Il recupero di questi kata ha richiesto diversi anni a Hirakami e, dopo diversi tentativi falliti, sono stati recuperati nove kata: cinque kata omote e quattro kata ura.
Lo stile “Edo”
Ciò che Hirakami sensei osserva in seguito alle sue ricerche è che questi filoni Iori e Sakon hanno caratteristiche che egli riconosce come tipiche dei koryu dell’epoca Edo, delle caratteristiche che si sono più o meno perdute nei budo moderni, come il Judo, il Karate-do o l’Aikido. Queste caratteristiche non sono state mantenute nella creazione dei budo moderni perché non corrispondono alla «cosmovisione» occidentale importata dopo la restaurazione Meiji e ancor più rinforzata nel dopo guerra. I budo sono stati così costruiti principalmente sul modello dello sport occidentale. Sono stati razionalizzati, a livello di nomi, di kata, di sistemi di dan. Nella stessa maniera in cui l’architettura occidentale moderna si imponeva per costruire ospedali, scuole, aeroporti, ecc, questo modo di «gestire» in maniera sistematica si imponeva nelle arti marziali tradizionali.
È per sopravvivere in un nuovo mondo, sulle rovine del Giappone antico che la trasmissione delle scuole di Musashi si è modernizzata distanziandosi da alcune tradizioni, benché, non per questo, nessuna delle linee sia diventata uno sport. Non di meno, esse si sono così allontanate dalla «cosmovisione» dell’epoca su cui si basava la loro trasmissione e permetteva di comprendere meglio l’insieme dei principi che irrigavano una tradizione marziale particolare.
È per questo che era così importante per Hirakami accedere allo stile Meiji della linea Santo-ha, primo passo per capire il kyokugi, il potenziale di quest’arte. In seguito, risalire ancora più indietro gli permise di scoprire che la linea aveva conservato delle specificità molto Edo style, delle specificità che hanno senso in un sistema marziale legato alla propria epoca. Tra queste specificità, a titolo d’esempio, ne esamineremo alcune dello Ioriden Niten Ichi-ryu.
La seconda parte dell’articolo sarà pubblicata a breve
Note:
1. La jitte (十手): piccola arma corta non tagliente, con una specie di artiglio che permette di bloccare la lama di una spada.
2. Nobuyuki Hirakami è bujutsuka, maestro di diversi koryu. Le sue ricerche sulle arti marziali sono state pubblicate su riviste specializzate e su libri, in particolare; Gokui Soden [Trasmissioni segrete], vol. 1 e 2, 1993 e 1994.
3. Degli articoli su queste ricerche, in giapponese, possono essere consultate sul suo sito: http://hirakami.919homepage.com
4. Tokitsu Kenji cita anche Aoki Jôzaemon nel suo libro Musashi e le arti marziali giapponesi, Luni Editrice, p. 7)
5. Il rakugo (落語, letteralmente «storia che ha una caduta») è una forma di spettacolo letterario umoristico giapponese dell’inizio dell’epoca Edo (1603-1868). Il rakugo traeva le sue origini dalle storielle comiche raccontate dai monaci buddisti. All’inizio, il rakugo, si recitava in strada o in privato. Alla fine del XVIII secolo, vengono costruite delle sale destinate esclusivamente a questo spettacolo. Il narratore, in ginocchio in seiza, utilizza come accessorio un ventaglio di carta e a volte un asciugamano in cotone. Gli servono a rappresentare un pennello, una brocca da saké, una spada, una lettera, ecc. Non ci sono né sfondo né musica.
6. Hirakami Nobuyuki http://hirakami.919homepage.com
Nella nostra vita di tutti i giorni facciamo spesso fatica a prenderci del tempo. Prendersi il tempo per andare al dojo, praticare, respirare. Prendersi il tempo per lasciare che si sviluppino altri tipi di rapporti con il mondo, un potere interiore diverso da quello che dà il denaro o il dominio. A volte abbiamo letto articoli e libri, abbiamo ascoltato discorsi molto interessanti su pratiche del corpo come mezzi di emancipazione. Sui dojo come strumenti per scoprire rapporti di aiuto reciproco, un modo di fare “comune”, altri modi di agire, possibilità di sentire il “non fare” come regime di azione ecc. Ma… Ma ci manca il tempo. Una seduta alla settimana, due a volte. Anche se il dojo è aperto tutti i giorni, il mondo ci afferra non appena mettiamo piede fuori dal dojo. I problemi e le piccole seccature prendono il sopravvento. Il lavoro, i figli, i debiti, l’auto, il disastro ecologico, le guerre, le tasse… ci sentiamo inghiottiti.
A volte siamo anche in piccoli gruppi, pochi, dojo ancora fragili ed è difficile sentire davvero altri modi di fare. Il modo di agire e di pensare della nostra società si invita continuamente al dojo, spesso per mancanza di esperienza di chi costituisce il gruppo. Oppure è la rigidità teorica che regna, disciplinando anche la minima iniziativa e perdendo così l’idea di base di una riscoperta della libertà. Lo slancio si spegne. A che serve, non abbiamo tempo. Il tempo ci manca. Certo, ci manca perché non ce lo prendiamo. “Non fermiamo” il tempo. È proprio per “fermare il tempo” che è nato uno stage come quello estivo della nostra scuola. Fermare la corsa, almeno per qualche istante e un po’ “perdere la testa per abitare i nostri corpi” come scriveva Françoise d’Eaubonne(1).
Il Mas d’Azil, l’incontro
Il primo stage d’estate della nostra scuola è stato nel luglio 1985, quando Régis Soavi ha creato con alcuni studenti un primo dojo a Tolosa. Le pareti non erano ancora finite, il soffitto non era dipinto, ma già praticavano. Sui tatami erano solo una dozzina per questo stage, venuti da Tolosa, Parigi e Milano. Ci furono altri due stage d’estate a Tolosa, nell’86 e nell’87.
Tolosa 1986Régis Soavi Tolosa 1986Tolosa 1987
Eppure il fatto di essere in città, la mancanza di alloggi, il caldo afoso, tutto ciò non rendeva la situazione ideale. Régis Soavi e la sua compagna Tatiana andranno quindi alla ricerca di un “luogo” in campagna per organizzare uno stage estivo.
Presero la loro auto e partirono per le strade dell’Ariège, agendo come erano abituati con la deriva situazionista, che praticarono a Parigi per dieci anni. Agirono anche secondo la modalità di azione del Non-fare, nella quale ci si orienta in una direzione e si percepisce come “qualcosa” reagisce. Ciò che alcuni chiamano anche un “agire situazionale”, vale a dire in perfetta sintonia con il momento presente. Per questo bisogna lasciare la nostra “ragione”. Accettare e agire in un “flow”, un flusso se si vuole. Questo è spiegato dalla famosa storia del nuotatore di Chaung-tzu:
“Confucio ammirava la cascata di Lu-liang. L’acqua cadeva da un’altezza di trecento piedi e poi schizzava intorno per quaranta leghe. In questo luogo non potevano stare né tartarughe né coccodrilli, ma Confucio vide un uomo che nuotava. Credette fosse un disperato che cercavala morte e disse ai suoi allievi di scendere lungo la riva per soccorrerlo.
Ma dopo qualche centinaio di passi, l’uomo usci dall’acqua e, con i capelli sciolti, iniziò a passeggiare lungo la riva, cantando.
Confucio lo raggiunse e gli chiese: “Pensavo che lei fosse uno spirito ma, da vicino, sembra che sia vivo”. Mi dica: “ha un metodo per restare a galla in questo modo?”
“No”, rispose l’uomo; “non ne ho. Sono partito dalla situazione data, ho sviluppato qualcosa di naturale e ho ragggiunto la necessità. Mi lascio catturare dai vortici e sollevare dalla corrente ascensionale, seguendo i movimenti dell’acqua senza agire per conto mio.”
“Cosa intende con: partire dalla situazione data, sviluppare qualcosa di naturale, raggiungere la necessità?” chiese Confucio.
L’uomo rispose: “Non sono nato in queste colline e mi sono sentito a casa: ecco la situazione. Sono cresciuto in acqua e mi sono poco a poco sentito a mio agio: ecco il naturale. Non so perché agisco come agisco: ecco la necessità.”(2)
Il sinologo Billeter commenta questo passaggio (che parla dell’agire nel Non-fare evidentemente) osservando che “L’arte consiste nel basarsi su questi dati, nello sviluppare attraverso l’esercizio qualcosa di naturale che permette di rispondere alle correnti e ai vortici dell’acqua, in altre parole di agire in modo necessario, e di essere liberi da questa stessa necessità. Non c’è dubbio che queste correnti e questi vortici non sono solo quelli dell’acqua. Sono tutte le forze che agiscono all’interno di una realtà in continua trasformazione, fuori di noi così come dentro di noi.”(3)
Sviluppare qualcosa di naturale che permetta di seguire le correnti e i vortici andando nella direzione che si vuole è qualcosa che si esercita come dice il nuotatore. Praticando con il proprio corpo e anche accettando di “seguire” piuttosto che “scegliere”.
Dopo tre settimane di ricerche nella regione, Régis e Tatiana si rendono conto che non trovano il posto giusto. Sono in campeggio con le loro due bambine, inizia a essere un periodo piuttosto lungo, quindi decidono di ritornare a Tolosa. La mattina della partenza, Régis prende un caffè al bar del paese e il padrone gli parla del Mas-d’Azil, consigliandogli di andare a vedere questo paese.
Decidono quindi di fare un’ultima visita, il giorno della partenza. Arrivati al Mas-d’Azil, si rendono conto che in questo paese, a meno di dieci chilometri da dove sono accampati da tre settimane, ci sono già passati dieci anni prima.
Il Mas d’Azil,Il Mas d’Azil
Dieci anni prima, tornando dalla Spagna, Regis e Tatiana avevano notato nel cielo il volo circolare di un rapace, che li “seguiva” da tempo. Continuando il loro viaggio avevano visto il rapace atterrare su un cartello all’incrocio di una strada: “Le Mas-d’Azil”. Avevano preso allora questa strada, incuriositi, che li aveva portati fino a un paese, incastonato in un rilievo roccioso ai piedi dei Pirenei, attraversato da un fiume tumultuoso e dominato da una bellissima grotta preistorica.
grotta preistorica di Mas d’AzilIl fiume scorre attraverso la grotta
Quel giorno, dieci anni dopo Regis e Tatania ritrovano con stupore lo stesso paese! Da quel momento le cose procedono molto velocemente, in due ore i responsabili del comune accolgono a braccia aperte l’idea di uno stage. Il villaggio è piccolo, certo, ma è un capoluogo di cantone, ha una palestra, due alberghi, un campeggio, una posta, negozi e all’epoca una fabbrica di mobili ancora in attività.
Oltre a essere un importante sito preistorico (che ha dato il nome a un’era: l’Aziliano), si scopre che Le Mas-d’Azil ha una lunga storia di resistenza. Dopo la Riforma serve da rifugio ai protestanti. La resistenza protestante durerà qui più di cent’anni. L’evento più famoso fu l’assedio durato un mese e la feroce resistenza che la città condusse contro l’esercito reale di Luigi XIII con mille persone contro quindicimila. Ma annidati nel terreno roccioso e protetti da solidi bastioni, gli abitanti, nonostante i molti morti, sconfissero l’esercito e i suoi cannoni.
L’assedio e la battaglia di Mas d’Azil
Ancora oggi, sebbene il numero di abitanti sia diminuito con l’esodo rurale del XX secolo, è un luogo in cui molti dei cosiddetti “neo-rurali” si incontrano e si stabiliscono. Qui si trova anche Kokopeli, un’associazione ambientalista che distribuisce semi non coperti da diritti e riproducibili, con l’obiettivo di preservare la biodiversità di semi e ortaggi.
Il Mas-d’Azil non è il posto perfetto, non soddisfa tutti i requisiti, ma è qui.
Una trasformazione
Dall’88 in poi, lo stage d’estate si è svolto nella palestra comunale. Al primo stage i partecipanti sono solo una quindicina. L’allestimento è quindi minimo.
Le gymnase est peu aménagé eu débutUn gymnase assez ancien
Ma con il passare degli anni, i partecipanti, compreso Régis Soavi, fanno dei lavori, sistemano lo spazio e apportano migliorie. Il numero dei partecipanti è in aumento fino ad arrivare oggi a un centinaio.
La quindicina di persone che arrivano volontariamente con una settimana di anticipo per preparare lo stage allestiscono temporaneamente un quadrato di tatami, in modo da esercitarsi al mattino durante la settimana di preparazione. Tuttavia, per il momento si tratta “solo” di tatami nel bel mezzo di una palestra. L’obiettivo è quello di trasformare questo luogo in un dojo per il primo giorno di stage.
Régis Soavi racconta così questa trasformazione: “Quando arriviamo, non c’è niente di pronto. C’è da fare tutto.
Le gymnase tel que nous le trouvons chaque année
La palestra è sporca, ci sono dei graffiti, finestre rotte. Ma poiché le persone sono abituate a praticare in un dojo, vogliono ricreare il dojo. Il Maestro Ueshiba dice “Laddove sono io c’è un dojo”.Per questo abbiamo bisogno di tatami, deve essere pulito. Ecco perché un certo numero di persone viene con una settimana di anticipo, cancella i graffiti, fa riparazioni, ridipinge. Andiamo a prendere itatami con un camion. Le persone fanno tutto questo perché sono interessate, vogliono che lo stage sia piacevole, che ci sia un certo ambiente. Ci sono tanti piccoli dettagli, mettiamo qua delle tende, un appendiabiti là e qui bisogna avvitare. Ci vuole una settimana per sistemare tutto.
In questo modo, allora, per la prima seduta dello stage, tutto è pronto.
Ora potremo dedicarci, concentrarci sulle pratiche, per 15 giorni. Ma ci vuole tutto questo fermento prima, questo ribollire, anche questa pressione, e alla fine tutto è pronto.
Siamo pronti.
Così ricreiamo “dojo”, lo spazio sacralizzato. Il sacro non è il religioso, è qualcosa che si sente con il corpo. È molto chiaro. Quando si arriva all’inizio della settimana è una banale palestra con spalliere, attrezzi, cemento sul pavimento. Per una settimana con la nostra attività di preparazione, portiamo ki, ki, ancora ki. Così a un certo momento “diventa” uno spazio sacro. Ma siamo noi stessi a portare il sacro nel luogo.
Inoltre, anche se si avesse un magnifico dojo in legno con un ponte giapponese e del bambù davanti alla porta, non significa necessariamente che si tratti di uno spazio sacro. Potrebbe essere solo uno spazio artificiale.”(4)
L’effimero irreversibile
Lo stage d’estate è quindi un po’ come una parentesi. Un momento di pausa e allo stesso tempo un momento che si espande. Lo viviamo e ciò cambia qualcosa in noi. Quindi possiamo dire che lo stage estivo non ha lo scopo di far emergere un altro mondo, ma piuttosto di sperimentare direttamente un altro rapporto con il mondo. Un vissuto che, anche se effimero, non è meno irreversibile. Ognuno resta libero di cosa farsene di questo vissuto.
Régis Soavi: “Anche durante lo stage, tutto è organizzato dai praticanti stessi, le colazioni insieme, le pulizie, siamo vicini a ciò che si faceva in Giappone con gli Uchideshi, gli studenti interni che si occupavano di tutto. È un po’ questo lo spirito. Non si paga nessuno, non c’è uno staff. Non siamo in un’organizzazione amministativa. Ognuno dà il meglio di sé. Ciò permette, come nei dojo per tutto l’anno, di sviluppare le proprie capacità o, a volte, di scoprirle. Ci sono molte persone che sono arrivate al dojo non sapevano come piantare un chiodo. Appena gli si chiede qualcosa, dicono “oddio”! Bisogna spazzare, “io non so spazzare!” Fare il caffé, “io non so fare il caffé!” “Come si deve fare?”
Poco a poco scoprono il piacere di fare da soli, di essere capaci. Alcuni hanno scoperto capacità che non sospettavano di avere. Lo scopriamo perché c’è questo quotidiano collettivo, come nei dojo, che è un po’ diverso dal quotidiano di casa, è “casa collettiva”.”(5)
È quindi attraverso la sperimentazione concreta, in situazione, che si sperimenta un altro modo di essere e di interagire. Perché sovvertire il nostro modo di fare società significa affrontare un insieme che fa sistema. Come è descritto da Miguel Benasayag è prima di tutto “un’organizzazione sociale, un progetto economico, un mito che configura un tipo di rapporto con il mondo, con il sé, con il proprio corpo, un certo modo di desiderare, di amare, di valutare la propria vita…” È anche “affrontare un dispositivo molto concreto, che possiamo riassumere con l’immagine della citta europea moderna con i suoi muri, le sue relazioni con lo spazio e con il tempo, le sue modalità di circolazione, di lavoro, di commercio, che inducono ancora una volta una certa maniera di pensare e di agire, la cui influenza giunge oltre perimetro strettamente urbano.”(6)
Creare un’altra situazione è molto concretamente lasciare che sorga un altro modo di essere al mondo. Nella nostra società si tende a pensare che una situazione sia determinata da un perimetro esterno, nel caso dello stage d’estate si potrebbe dire: il numero di giorni, il numero di sedute, il numero di persone, il luogo geografico ecc. Tuttavia, secondo il filosofo Benasayag, che riprende Kush, una situazione si caratterizza prima di tutto come un’intensità. Prendendo l’esempio della foresta, spiega che ciò che fa la foresta non è il perimetro, il numero di alberi, ecc. Ciò che fa la foresta è un’intensità: gli alberi, gli animali, il muschio, le gocce d’acqua, i funghi e fa notare che l’intensità attira quello che l’alimenta… Per parafrasare questo esempio direi che anche lo stage d’estate è un’intensità. Un’intensità fatta dal luogo, dalle persone che si ritrovano, si organizzano, praticano, dai corpi che si muovono, dalla pratica di yuki, ecc.
Inizio della seduta di Katsugen undo
Françoise d’Eaubonne scriveva in una lettera; “Bisogna perdere la testa per abitare i nostri corpi”. Itsuo Tsuda diceva: “vuotatevi la testa”. Lo stage d’estate è quest’intensità in cui a un certo punto, con l’aiuto della stanchezza, il lavoro dell’involontario si fa in profondità nel corpo, finalmente la “testa” lascia un poco. Lasciando un po’ il campo libero ai bisogni del corpo, al suo movimento involontario. Abitare il proprio corpo porta a un’altra maniera di sentire, di pensare e di agire. I principi astratti della modernità (razionalità, progresso, utilitarismo, universalismo astratto), torniamo alla dimensione della conoscenza immediata e non riflettuta di noi stessi.
Régis Soavi: “Per chi arriva per la prima volta, uno stage è un primo passo. Si riscopre che il nostro corpo si muove e che si muove in modo involontario. Non ha niente a che vedere con uno stage in cui si va a ricaricarsi per poi ripartire più in forma. No. È un inizio. Inoltre è una pratica regolare. Nei dojo si pratica il Katsugen undo (Movimento rigeneratore) due o tre volte la settimana, si può anche praticare da soli a casa. Ma bisogna riallenare questo sistema involontario che abbiamo bloccato a lungo”.
“Lo stage d’estate è anche un crocevia, c’è chi che viene un po’ da tutt’Europa, si scoprono le persone attraverso la pratica dell’ Aikido e del Katsugen undo. Attraverso la sensazione,
Accade di tutto! Alcuni fanno degli incontri, arrivano soli e ripartono in due! Altri arrivano in due e ripartono soli! Perché a volte mette in luce dei problemi che si erano tenuti nascosti. Si cercava di trattenere, di mettere a tacere, ma con lo stage, con la pratica del Katsugen undo che risveglia il nostro corpo, si sente chiaramente quello che non è più sostenibile. Quando la volontà di controllo finalmente lascia la presa, ciò emerge, è tutto. Quello che è insopportabile è finalmente percepito come tale. Ma in qualche modo, è una liberazione. Il Katsugen undo, è una liberazione, nient’altro.”(7)
Comprendere il Riai è, al di là delle corrispondenze tecniche, uscire dal mondo della separazione. È accettare di ritrovare l’unità dell’essere per sentire in tutto il proprio corpo la vita che si manifesta.
Sì il Riai esiste, l’ho incontrato
Per capirlo veramente e nello stesso tempo sentirlo nel nostro essere, dobbiamo andare oltre qualcosa. Andare al di là della tecnicità, non ridursi semplicemente all’imitazione, rispettando ovviamente coloro che ci guidarono e ci portarono i frutti delle proprie ricerche. Quando Noro Masamichi sensei creò il Kinomichi, rivelò, già più di quarant’anni fa, ciò che aveva scoperto. Ha potuto farne approfittare i propri allievi e questo senza bisogno di discutere a proposito del Riai, perché ne dimostrava ben prima le capacità, il vigore e la finezza nelle dimostrazioni così straordinarie che ho avuto la fortuna di vedere. Anche le capacità di Tamura Nobuyoshi sensei in questo campo non sono più da dimostrare. Tanti altri ce lo hanno dimostrato.
Dietro le quinte
Qualunque sia la nostra tecnica e, per quanto precisa, dipende da moltissimi elementi. Innanzitutto la nostra mente prima e durante l’azione, così come le reazioni del partner contro l’avversario, la nostra forma fisica del giorno, e infine l’istante T, sempre nell’indefinibile. Dietro le quinte del nostro essere interiore, se così si può dire, sta lavorando qualcosa di cui non siamo a conoscenza, e anche di cui non possiamo e non dobbiamo prendere coscienza – se non nel momento stesso in cui accade –, perché c’è il grande rischio di impedirgli di manifestarsi. Solo le persone che hanno accettato di svuotare la mente dai rumori di disturbo che la ingombrano possono realizzare l’unità necessaria per la giusta azione.
Quando siamo vuoti da ogni pensiero parassita e ogni domanda superficiale, siamo nello stato naturale dell’essere umano in cui ciò che può e deve sorgere saprà utilizzare sia il nostro potenziale, che a sua volta saprà basarsi sul nostro allenamento, sia il nostro comportamento nella vita di tutti i giorni.
Régis Soavi: Rendere visibili gli assi corporei che portano l’azione
Fare un paragone è un pericolo
Vedere gli assi del corpo che portano l’azione mi sembra “l’atto” più importante per un praticante perché le linee che definiscono questi assi dipendono da ogni persona, da ogni tendenza corporea e ognuna ha le sue specificità. Il pericolo del confronto è il rischio di bloccare l’attenzione sui dettagli a scapito dell’intera osservazione. Invece, saper apprezzare nel suo giusto valore un movimento, un gesto, qualunque sia l’arte, ci permette di ampliare il nostro campo di conoscenza e, allo stesso tempo, le nostre capacità.
Forse lo Yoseikan Budo è l’arte in cui la realtà del Riai è stata per me fin dall’inizio più evidente. Creato alla fine degli anni sessanta da Mochizuki Minoru che era senza dubbio uno dei più alti gradi in diverse arti marziali del Giappone (Aikido, Jujitsu, Iaido, Judo, Kendo, Karate), lo Yoseikan Budo è ora guidato dal figlio Mochizuki Hiroo che ne è il Soke. Ho avuto la fortuna di incontrarlo, negli anni Settanta, a una dimostrazione alla quale Tsuda sensei, invitato lui stesso, ci aveva portato. Dato che avevo praticato il Judo per più di sei anni, il Ju-jitsu Hakko-ryu con Maroteaux sensei e il Jiu-jitsu della scuola Jigo ryu con Tatsuzawa senseï, ho subito apprezzato la performance che avevo potuto vedere. I kata di Iaido che chiudevano la presentazione di quest’arte rivelavano senza dubbio una comprensione e una messa in luce della realtà del Riai.
Allo stesso modo, ricordo di aver visto un documentario(1) all’inizio degli anni novanta sul Tai Chi Chuan che presentava il lavoro del maestro Gu Meisheng, e di essere stato estremamente impressionato dai movimenti del suo corpo, dal suo modo di muoversi durante le sue dimostrazioni. Vedevo in modo molto preciso lo stesso movimento corporeo del mio maestro Tsuda Itsuo, le tecniche erano fondamentalmente diverse, ma sia la mente che quel qualcosa che lo abitava dava un risultato incredibile: vedevo il mio maestro vivo eppure non era lui. Mi sono procurato la videocassetta e la guardiamo al dojo ogni volta che è opportuno, come ad esempio durante lo stage d’estate.
Confrontare l’efficacia della tecnica senza vedere l’essenziale del movimento sarebbe un grave errore. A volte, indipendentemente dall’eventuale competenza tecnica, basterà la sola presenza o determinazione della persona – cioè la concentrazione del Ki (del Chi per le arti cinesi) – a risolvere un problema.
La respirazione KA MI
Ciò che c’è dietro ogni movimento, e che spesso non si percepisce abbastanza, è la “Respirazione”. Nello stesso modo in cui il sangue circola in ogni parte del nostro corpo, anche la più piccola, la respirazione, in particolare l’ossigenazione, circola anch’essa senza interruzioni in ogni cellula. È il vettore della nostra facoltà di muoverci, quindi di spostarci, e quindi di reagire quando ce n’è bisogno. La visualizzazione della respirazione è la consapevolezza della realtà del Ki. È molto difficile concepire il Ki, che appartiene al campo del sentire, motivo per cui i maestri di arti marziali utilizzano diversi metodi nei loro insegnamenti per consentire ai loro studenti di avvicinarsi a questa percezione. È, in particolare, attraverso la pronuncia dei nomi Ka e Mi che Tsuda sensei ci ha insegnato che si può comprendere l’identità che è comune a tutte le tecniche e a tutte le arti. Questo non toglie nulla alla specificità di ciascuna di esse, ma ci apre una finestra per la sua comprensione.
Ad ogni inspirazione si pronuncia mentalmente, o a bassa voce, ciò che aiuta la visualizzazione, la parola Ka (radice di fuoco in giapponese) e ad ogni espirazione Mi (radice di acqua); a poco a poco si integra questo modo di fare e quindi la visualizzazione diventa sempre più facile. Tanto che non è più necessario preoccuparsene, tranne che per alcuni esercizi che richiedono una maggiore concentrazione. È importante sapere che la visualizzazione non ha nulla a che fare con l’immaginazione perché è un atto che avviene attraverso l’azione concreta del koshi che è in contatto diretto con la realtà. L’immaginazione è, invece, un prodotto delle zone superiori del cervello, il cui scopo è quello di farci entrare in un mondo astratto e quindi fondamentalmente irreale.
Itsuo Tsuda: esercizio di respirazione Ka-Mi durante la pratica respiratoria
Grazie a questo insegnamento, è possibile prendere coscienza che la nostra percezione del tempo si dilata in questa realtà che è la nostra quotidianità. È una cosa che ognuno ha già vissuto almeno una, se non molte volte, nella propria vita. Ad esempio, quando si aspetta un autobus che è in ritardo di due minuti, il tempo ci sembra molto lungo, mentre una serata con gli amici è passata prima che ce ne rendessimo conto. Ma questa tecnica di visualizzazione che si basa sulla respirazione può rivelarci molto di più di queste semplici constatazioni, può svelarci un universo che fino a quel momento non conoscevamo. Tsuda sensei ce ne ha descritti alcuni aspetti quando scriveva nel suo secondo libro:
“La dilatazione del tempo costituisce il fondamento stesso della tecnica seitai. Tra l’espirazione e l’inspirazione, c’è una pausa nella respirazione, un punto morto nel quale l’uomo non può reagire in alcun modo. Questa fessura, come ci si può rendere conto, è quasi impercettibile e si ha l’impressione che l’espirazione e l’inspirazione si succedano senza soluzione di continuità. Ma per Noguchi(2), è come una porta spalancata.
[…] È d’altronde nella fessura della respirazione che qualsiasi tecnica, che si tratti di Judo, di Kendo o di Sumo, funziona veramente. L’inspirazione permette di contrarre i muscoli, l’espirazione di rilasciarli. Ma durante la ritenzione, non è possibile né contrarre né rilasciare. Se si agisce dopo l’inspirazione e prima dell’espirazione, è inutile cercare di decontrarsi, si resta rigidi. Ci si lascia proiettare al di sopra della spalla, per esempio.” (ItsuoTsuda, La via della spoliazione, Yume Editions, p. 128-130)
Tocca ad ognuno di noi utilizzare questa scoperta per il benessere di tutti.
Il Non-Fare
Perché parlare del Non-Fare in un articolo sul Riai? Perché penso che sia una delle chiavi più importanti nella pratica delle arti marziali, e che oggi sia troppo poco conosciuta o trascurata, perché sfugge allo stato attuale della sperimentazione cosiddetta scientifica comunemente accettata. Questa chiave è considerata parte del dominio mistico mentre era alla base degli antichi insegnamenti e, quindi, delle conoscenze dei nostri maestri in molte arti marziali. Tutte le tecniche sono state costruite a partire dall’esperienza involontaria e spesso inconscia del corpo dell’essere umano, indipendentemente dal suo genere, dalla latitudine in cui viveva o dalla sua età. Tutte le tecniche si sono sviluppate e concatenate per permettere una migliore efficacia di fronte alle avversità. Nascono tutte da una risposta a un atto, che sia già iniziato o appena nato. La precisione viene dopo, deriva dagli assi, dall’ambiente, come dalla volontà che nasce dall’incontro, dal pericolo che si rivela o meno, quindi dalla necessità.
L’Aikido è un’arte del Non-Fare (il wu-wei così rinomato in Cina) ed è ciò che O Sensei ha trasmesso nel corso degli ultimi dieci anni della propria vita – perorando la pace e raccomandando ciò che oggi si chiama la simbiosi, piuttosto che il parassitismo e la cosiddetta “Lotta per la vita” così mal compresa già all’epoca di Darwin.
Tsuda sensei, insistendo sulla capacità di fusione delle persone e la respirazione coordinata, ci ha dato un’orientazione e ha permesso questa ricerca che alcuni di noi continuano. O Sensei che non aveva più tecniche realmente individuabili né comprensibili come ce lo spiegavano i maestri che lo hanno conosciuto direttamente da giovani, ci guida innanzi tutto ad andare in questa direzione. Se ci allontaniamo dall’idea di efficacia e, allo stesso modo, di rendimento – così cara alla nostra società cosiddetta moderna o civilizzata – avremo la possibilità di incontrare la vita e di poter utilizzare le nostre capacità, che potranno così appoggiarsi su queste conoscenze ancestrali troppo spesso svalutate.
Note
1) Yolande du Luart, Le Taiji quan: de Shanghai à Pékin à la recherche du qi, 1991.
2) Noguchi Haruchika, creatore della tecnica seitai e del Katsugen undo.
Di Régis Soavi“Il maestro non chiede altro che essere derubato del proprio insegnamento che, per lui, è di una semplicità estrema, ma che, per gli altri appare misterioso, incomprensibile, inverosimile.” (Tsuda Itsuo, Le Triangle instable, Le Courrier du Livre, 1980, p. 132.)
Vedere, sentire
Anche se si inizia l’Aikido con delle idee superficiali provenienti dal mondo che ci circonda, è importante che poco a poco esse si avvicinino alla realtà e diventino uno strumento per riappropriarsi del corpo, il nostro corpo autentico.Ad ogni seduta che conduco, dopo la prima parte che ognuno esegue da solo ma in armonia con gli altri, e che è basata essenzialmente su degli esercizi di circolazione del Ki, comincio con la dimostrazione di una tecnica che, a priori, molti praticanti già conoscono. Tutta l’arte della dimostrazione consiste nel far passare un messaggio attraverso il movimento effettuato. Vi è l’avvio di un dialogo, non è solamente una tecnica e neanche un modo di fare perché ogni praticante, in rapporto al suo livello, alla sua attenzione, come alla sua capacità del momento, deve potervi trovare quello che gli è necessario per approfondire la sua pratica. Si tratta più di una trasmissione che di qualsiasi altra cosa. Insisto su un elemento, la precisione, la distanza, o qualsiasi altra particolarità, affinché qualcosa che tengo a rendere concreto sia ben visibile e diventi una forma evidente per la semplicità con cui lo mostro e affinché, attraverso il lavoro e l’allenamento che seguono, il corpo nel suo insieme non debba più riflettere ma agisca naturalmente ritrovando la spontaneità.
Itsuo Tsuda calligraphie ciseler un insecte graver une fleur
Cesellare un insetto, incidere un fiore
C’è un’espressione comune in Cina, un proverbio, che significa “Lavoro facile” di cui i primi due ideogrammi sono come la calligrafia in stile piccolo sigillo (sigillare) di Tsuda sensei: ???? cesellare insetto piccola tecnica.Questa calligrafia (pagina a fianco) può quindi esprimere: “L’incisione di un fiore è molto facile, come anche la scultura di un insetto”.Il proverbio vuol dire che tutti possono incidere o disegnare un piccolo fiore poiché è un lavoro semplice e facile da realizzare, ma a sua volta questo indica che solo i grandi maestri possono realizzare un’opera notevole. Tutto dipende dal kokyu. Tsuda sensei si esprime sul significato di questa parola nel suo secondo libro La via della spoliazione. È raro poter disporre di una tale definizione, semplice e precisa allo stesso tempo, che permette a noi Occidentali, a priori non preparati, di comprendere il suo contenuto:”Nell’apprendimento di un’arte giapponese è sempre questione di ‘kokyu’, che è l’equivalente propriamente detto della respirazione. Ma questa parola significa anche abilità nel fare qualcosa, il trucco del mestiere. Quando non si ha ‘kokyu’, non si può eseguire qualcosa come si deve. Un cuoco ha bisogno di ‘kokyu’ per servirsi bene del proprio coltello, e l’operaio per i propri utensili. Il ‘kokyu’ non si spiega, si acquisisce. [?]Quando si acquisisce il ‘kokyu’, si ha l’impressione che utensili, macchine, materiali, fino ad allora ‘indomabili’, divengano improvvisamente docili ed obbediscano ai nostri ordini senza opporre resistenza.Il ki, il kokyu, respirazione, intuizione, ecco i temi intorno ai quali ruotano le arti ed i mestieri del Giappone. Costituiscono il segreto professionale, non perché lo si voglia custodire come un brevetto d’invenzione o come mezzo per guadagnarsi il pane, ma perché è intrasmissibile intellettualmente. La respirazione, è l’ultima parola, il segreto supremo dell’apprendimento. Solo i discepoli migliori vi accedono dopo anni di grandi e continui sforzi.” (Itsuo Tsuda, La via della spoliazione, Yume Editions, 2016, p. 35-36.)
Il ruolo dell’insegnante
Uno dei ruoli dell’insegnante – ed è ben lungi dall’essere il suo unico compito – è di agire, tra l’altro, come una sorta di direttore d’orchestra. Dà il tempo, propone diversi modi di interpretare una tecnica, di portarla in una direzione con lo scopo di conferirgli tutto il suo potenziale, allo stesso modo del Maestro d’orchestra dà delle indicazioni sul “come interpretare” un brano musicale mettendo l’accento su una nota, un insieme di note, un tratto particolare. L’insegnante come il direttore d’orchestra ha un ruolo molto importante e con la sua maniera di condurre una seduta di Aikido può renderla noiosa o accattivante; troppo rapida e senza precisione per esempio, la seduta può non centrare il proprio obiettivo nonostante l’intenzione fosse buona; come un direttore d’orchestra può far “deragliare” un brano musicale che era di grande sensibilità se si mostra troppo rigido nella sua maniera di dirigere. Né rigidi né troppo molli, allo stesso tempo morbidi e convincenti, sia l’uno che l’altro danno la propria interpretazione di quello che hanno sentito, di quello che hanno compreso della propria arte, sia della musica sia della seduta di Aikido che conducono. Un altro direttore d’orchestra o un altro insegnante vedranno altre cose, altri accenti da evidenziare, ognuno di loro insisterà su differenti aspetti.I rapporti con i musicisti come con gli allievi sono anch’essi determinanti. Se si comporta in modo dittatoriale, colui che conduce non avrà l’adesione di quelli che dovrebbero seguirlo, otterrà al massimo una sottomissione che non potrà che rendere l’opera musicale banale o il corso di Aikido senza anima e senza gioia. Sull’esempio del direttore d’orchestra che non deve dimenticare soprattutto di non essere il compositore e che deve rispettare l’opera per quello che è, o che pensa o sente che sia, l’insegnante nelle arti marziali non è il creatore di quest’arte che desidera sviluppare e far conoscere, ne è l’interprete per quanto geniale esso possa essere. Il compositore stesso, come Beethoven credo, diceva che non faceva altro che trascrivere la musica che sentiva e che preesisteva nell’universo che lo circondava. Allo stesso modo, noi non facciamo altro che interpretare quello che faceva O sensei, quello che conosciamo, quello che abbiamo potuto percepire dai video dell’epoca, quello che diversi maestri hanno saputo trasmetterci e, più precisamente, quello che personalmente ho potuto scoprire grazie al contatto diretto con Tsuda sensei durante tutti questi anni. Ma O sensei stesso considerava la sua arte come qualcosa che gli era stata data, trasmessa da qualcosa di più grande di lui, qualcosa che percepiva e che provava a comunicare attraverso i suoi movimenti, la sua persona, le sue parole, la sua postura, o semplicemente con la sua presenza.Resta il fatto che ogni seduta è una sfida e dipende dall’ambiente che siamo riusciti a creare. Il grande direttore d’orchestra Sergiu Celibidache riteneva che, quale che fosse il numero di prove, l’impegno di ogni musicista, l’attenzione del pubblico, tutto poteva essere rimesso in discussione all’ultimo momento. Il concerto, come momento di verità ultima, dipende da elementi a volte imprevedibili che, favorevoli o meno, cambiano il corso dell’evento, della dimostrazione. Il ruolo dell’insegnante consiste nel permettere ad ogni allievo di dispiegare le proprie capacità anche al di là di quello che ognuno di loro può concepire o percepire.
Un lavoro sul corpo
È grazie alla sincerità del lavoro sul corpo che possiamo farlo uscire dall’isolamento della nostra struttura mentale alienata dalle abitudini di ragionare e reagire in modo profondamente dualistico. Le dimostrazioni servono per mostrare che qualcosa è possibile e ci può permettere di cambiare ciò che ci lega se andiamo in una direzione con sincerità. Il corpo deve ritrovare la sua base naturale, quello che è realmente in profondità, e non essere modellato per seguire i desideri di un’epoca, di una moda, di un’idea di sé prestampata su un cervello reso fragile dall’ambiente circostante. La dimostrazione di una tecnica dipende da molteplici fattori che condizionano una risposta ad hoc e non una risposta incondizionata prevista dalla nomenclatura delle tecniche. Deve permettere a chiunque di sentirsi coinvolto da quello che passa sotto i suoi occhi in modo da saper reagire a seconda del bisogno, indipendentemente dal contesto ma piuttosto integrando ciò che lo circonda per creare una situazione che porterà una soluzione tranquilla, e se possibile pacifica, contrariamente a qualsiasi atto che rischierebbe di diventare sgradevole e/o persino pericoloso.
Avec un débutant il faut se montrer particulièrement disponible.
Quale partner utilizzare
Ho visto spesso degli insegnanti scegliere regolarmente il loro migliore allievo come uke. Se questa scelta sembra ragionevole nelle dimostrazioni pubbliche, al momento delle “porte aperte” in quanto si tratta di mostrare la bellezza dell’arte o la sua efficacia, senza rischi per il partner che saprà cadere in ogni circostanza, ciò non ha più senso nel quotidiano dove l’obiettivo è tutt’altro a mio avviso. Lavorare con degli anziani spesso ci valorizza per via della loro disponibilità, della qualità dei loro spostamenti, del modo di seguire che hanno ma quanto a loro l’inconveniente è che cercano spesso di mettere in risalto il proprio professore. Con un principiante, soprattutto chi è veramente principiante, è molto differente, in questo caso, non ci sono errori possibili, bisogna mostrarsi particolarmente disponibili di fronte a un corpo che non è abituato a muoversi, a reagire in tale situazione e che rischia di farsi male per niente. È indispensabile comprendere, sentire l’altro, e malgrado tutto arrivare a far passare il messaggio che si desidera per permettere l’apprendimento e lo sviluppo di persone che vengono per imparare. Ho sempre trovato interessante fare le dimostrazioni delle tecniche con persone decisamente meno preparate, se non principianti, cosa che mi permette di mostrare e anche dimostrare che l’adattamento al corpo dell’altro è uno dei segreti del Non-fare.
Il segreto di ciò che è vivo
È necessario che le dimostrazioni durante una seduta siano adattate ogni volta alle tipologie di persone che sono presenti e che, grazie a ciò, possano percepire mediante impregnazione la circolazione del Ki, cosa molto più difficile se queste dimostrazioni sono mediatizzate. I libri contenenti disegni o foto non possono servire che come supporto tecnico o un complemento talvolta indispensabile, ma non possono sostituire le dimostrazioni dal vivo. I video possono anche essere utili per conoscere le differenti scuole o i “Maestri storici”, ma anche – e forse di più – per dare un’immagine della nostra arte e in tal modo suscitare il desiderio di scoprire la sua bellezza come la sua efficacia. Tuttavia, che si tratti di musica o di arti marziali, il segreto si trova al di là della forma o dell’allenamento, è piuttosto a mio avviso nella manifestazione di ciò che è vivo, che si può scoprire solo grazie a quello che si è sentito al suo contatto. Un musicista dilettante può animare un ballo folk e permettere a un paese intero di trovare un’unità nel piacere di essere insieme perché lui stesso è parte integrante dell’ambiente. In un dojo, ciò che è vivo, e quindi il Ki, si manifesta grazie a ciò che vi è nella persona che conduce la seduta. È la qualità interiore che si esprime nelle dimostrazioni, che siano rapide o lente, possenti o sottili e penetranti. È il Ki che esse sprigionano che ci porta a cominciare la pratica dell’Aikido, che ci spinge a continuare o talvolta a fuggire da quel posto. Nulla può sostituire ciò che è vivo, né i discorsi, né i sorrisi, né le finzioni. Le dimostrazioni durante le sedute sono per me il riferimento ultimo, “un momento di verità”
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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 15 nel mese di ottobre del 2023.
«Il Seitai 整体 ha, prima di tutto, a che fare con l’individuo nella sua individualità, e non con un uomo medio secondo un calcolo statistico. La vita stessa è invisibile ma, manifestandosi negli individui, dà luogo ad un’infinità di formule diverse.1» ( (Tsuda Itsuo)
Seitai: filosofia o terapeutica?
Seitai Kyōkai di Tokyo 整体協会. Seduta di Katsugen Undo nel 1980.
Il Seitai, e il suo corollario il Katsugen undo 活元運動 (2), sono riconosciuti in Giappone dagli anni sessanta dal Ministero dell’educazione (oggi Ministero dell’educazione, della cultura, degli sport, della scienza e della tecnologia) come un movimento d’educazione. Non sono riconosciuti come una terapeutica – che sarebbe riconosciuta dal ministero della sanità. L’ambiguità tra i due viene tuttavia mantenuta da un gran numero dei suoi divulgatori.
Dalla pubblicazione nel corso degli anni settanta dell’opera di Itsuo Tsuda, il Seitai fa sognare tra le fila delle numerose persone che si interessano alle tecniche New-age, Orientalisti o altri. Talora ci si improvvisa tecnici, talora si aggiungono degli “ingredienti seduttori” come scriveva lo stesso Tsuda sensei. È tempo di mettere un po’ d’ordine, di tentare di richiarire tutto questo, e per questo basta fare riferimento tanto all’insegnamento di Itsuo Tsuda che ai testi originali del creatore di quest’insegnamento, di questa scienza dell’umano, di questa filosofia.
Haruchika Noguchi sensei
Noguchi Haruchika sensei (1911-1976), fondatore del Seitai.
Questo Giapponese, fondatore dell’Istituto Seitai (3), è l’autore di una trentina di libri di cui tre sono stati tradotti in inglese. È anche lo scopritore di tecniche che permettono di far scattare il Movimento rigeneratore in quanto ginnastica del sistema involontario (4). Molto giovane, Haruchika Noguchi 野口晴哉 scopre di avere una capacità che pensa sia unica e “extra-ordinaria”: quella di “guarire le persone”. Questa capacità, la scopre in occasione del grande terremoto del 1923 che devasta la città di Tokyo, alleviando una vicina che soffre di dissenteria, semplicemente posandole la mano sulla schiena. Molto rapidamente la voce si diffonde, e le persone si precipitano all’indirizzo dei suoi genitori per ricevere delle cure. Egli si accontenta di posare le mani sulle persone che se ne vanno alleviate dai loro malanni. Comincia allora una carriera di guaritore, ha solo dodici anni, la sua reputazione assume una tale ampiezza che all’età di quindici anni apre il suo primo dojo nella stessa Tokyo. Ma Noguchi sensei si pone delle domande: qual è la forza che agisce quando posa le mani e perché lui solo detiene questo potere? Invece di approfittare di ciò che pensa essere un dono e sfruttarlo, ricerca, s’interroga, comincia a studiare come autodidatta. Per anni ricerca delle soluzioni ai problemi che gli pongono i suoi clienti attraverso le conoscenze che provengono dall’agopuntura dell’antica medicina tradizionale cinese, che studia con suo zio, dalla medicina giapponese (kampo 漢方), dai diversi tipi di shiatsu e kuatsu, e anche dall’anatomia occidentale, ecc. La sua fama è tale che viene conosciuto e riconosciuto anche internazionalmente. Incontrerà infatti in seguito numerosi terapeuti alcuni dei quali sono già, o diventeranno, famosi, come Masahiro Oki, il creatore dell’Oki-do Yoga, o Akinobu Kishi sensei, creatore dello shiatsu Sei-ki, o anche, più conosciuto in Francia, Moshé Feldenkrais, con cui avrà degli scambi in numerose occasioni. Ma ha già compreso che questa forza che sente in sé non gli appartiene in quanto individuo, e che esiste invece in tutti gli esseri umani ed è ciò che chiamerà più tardi la forza di coesione della vita.
Il Seitai: una visione globale
Régis Soavi
È negli anni cinquanta che il Maestro Noguchi cambia completamente orientazione. Attraverso la propria esperienza pratica e i propri studi personali, giunge alla conclusione che nessun metodo di guarigione può salvare l’essere umano. Abbandona la terapeutica, concepisce l’idea di Seitai e il Katsugen undo. Già in quel periodo dichiara: «La salute è una cosa naturale che non richiede alcun intervento artificiale. La terapeutica rafforza i rapporti di dipendenza. Le malattie non sono delle cose da guarire, ma delle occasioni di cui bisogna approfittare per attivare l’organismo e riequilibrarlo» (5), tutti temi che riprenderà più tardi nei suoi libri. Decide quindi di smettere di guarire le persone e di diffondere il Katsugen undo, così come yuki 愉氣 (6), che non è la prerogativa di una minoranza, ma un atto umano e istintivo.
La conclusione cui giungono le ricerche fatte da Haruchika Noguchi sensei ci porta a vedere il Seitai come una filosofia – e quindi non come una terapeutica – ed è lui stesso che lo definiva così nei suoi libri (7). Ciò non vuole dire che quello che faceva e insegnava non avesse conseguenze sulla salute, bensì il contrario perché il suo ambito di competenza era al servizio delle persone e consisteva nel permettere agli individui di vivere pienamente. Malgrado ciò un certo numero di persone, sia alla sua epoca sia oggi, sono state infastidite da un’opinione così radicale e ciò portò, per chi voleva vedere e comprendere solo secondo la propria opinione, una confusione tra cose di natura diversa. Ne conseguì che esse privilegiarono il sostegno alle persone a scapito del risveglio dell’essere.
L’abilità tecnica di questo grandissimo maestro era unanimemente riconosciuta in Giappone, era stato anche il presidente dell’associazione dei terapeuti manuali nel periodo prebellico. Ma il suo lavoro, che considerava un accompagnamento, una guida, un’orientazione Seitai, andava molto al di là del guarire le persone che si recavano da lui, si trattava piuttosto di permettere ad ognuno di ritrovare la propria forza interiore e per questo era di un’incredibile efficacia.
Spiega che molto spesso è il Kokoro 心 (8) che è affetto, che è perturbato e che basta condurre questo Kokoro nella buona direzione perché la persona ritrovi la salute che aveva perso. Fare scorrere il Ki nella buona direzione era la sua tecnica privilegiata, questo può sembrare piuttosto facile, ma le cose stanno in tutt’altro modo. Non ci si improvvisa guida Seitai, non si tratta di cercare tramite dei trucchi di stimolare questa o quella parte del corpo ma di comprendere, di sentire da dove viene il problema per permettere questo scorrere del Ki nella buona direzione e per far lavorare la vita. Noguchi sensei aveva un’intuizione straordinaria e la qualità delle sue sensazioni, la finezza della sua osservazione ne facevano veramente un uomo eccezionale e anche qualcuno che alcuni dei suoi contemporanei consideravano temibile da un certo punto di vista a causa della sua estrema perspicacia.
Itsuo Tsuda (1914-1984). Introdusse il Seitai in Europa negli anni ’70 dopo aver studiato per vent’anni con Noguchi sensei.
Un sogno
La salute è diventata un sogno tecnologico. Siamo passati dalla concezione del diciannovesimo secolo, così ben riassunta da Jules Romain nella sua opera teatrale Knock ou le Triomphe de la médecine, in cui si considera che ogni persona in salute è un malato che non sa di esserlo, alla concezione del ventesimo secolo che pretendeva di sradicare la malattia grazie alla chimica farmaceutica e ai raggi. Il ventunesimo secolo, invece, ci propone di risolvere tutti i problemi con la genetica o il transumanesimo.
L’analisi si vuole sempre più minuziosa, si è passati dalla dissezione al sequenziamento. Tagliando l’essere umano in pezzi sempre più piccoli, fino alle cellule e ora ai geni e anche di più, si perde di vista l’insieme, ci si allontana dalla nozione di individuo (dal latino individuum: ciò che è indivisibile) e curiosamente la conseguenza è che si è obbligati a trattare l’umano in generale e non più in particolare. L’essere umano appare come un accumulo di parti. Ogni parte del corpo ha il proprio specialista, psichica compresa ovviamente, e tutti si occupano del sintomo del loro cliente. Per delle ragioni ideologiche o religiose, o quando il risultato atteso non arriva con la medicina classica, ci si rivolge verso le medicine chiamate parallele. Può trattarsi sia di metodi ancestrali di gran valore sia di piccole truffe. C’è attorno a noi una quantità di ricette diffuse da internet, e ritrasmesse dai nostri amici e conoscenti, ognuno dei quali pensa di detenere la soluzione ai nostri problemi di salute, di energia, o semplicemente a un qualsivoglia disturbo.
Il sintomo
Ci si accanisce a guarire il sintomo, perché è ciò che ci disturba. Certo, non si può negarne l’importanza, è il segno, spesso il rivelatore, di un problema che non si era ancora percepito. Ma è anche e soprattutto la manifestazione del lavoro dell’organismo per risolvere la difficoltà. Spesso i problemi del corpo sono compresi male e li si vuole risolvere il più velocemente possibile senza cercarne realmente la causa profonda. Basta far scomparire il sintomo perché tutti siano contenti, perché si pensi di essere guariti, mentre molto spesso si è semplicemente scostato il problema e, a volte persino, impedito al corpo di reagire.
Il corpo ha delle ragioni che la ragione non conosce
Hirochika Noguchi, figlio maggiore del fondatore del Seitai, con Régis Soavi, durante la sua visita a Parigi nel novembre 1981
Non esiste un corpo perfetto e immutabile, il corpo si muove senza sosta all’esterno come all’interno, è la vita stessa che vuole questo. Ma bisogna pur prendere in considerazione che questo movimento o piuttosto questi movimenti sono anche il risultato delle nostre tendenze corporali, che queste derivano dalla nostra nascita, dai nostri geni, così come dall’uso che facciamo del nostro corpo tramite il lavoro, lo sport, le arti marziali, e quindi in generale tramite qualsivoglia attività. Per esempio, c’è un fenomeno piuttosto ricorrente nelle arti marziali e negli sport in generale: aver male a uno, o alle due ginocchia. La risposta più comune è trattare il dolore nel punto in cui si trova, anestetizzarlo, impedirgli di gonfiarsi, ecc. In realtà, in casi di questo tipo come in molti altri, si sta dimenticando oppure negando che questo fenomeno è una risposta naturale dell’organismo a un problema di ordine molto più vasto, un problema di postura o un cattivo utilizzo del corpo.
Haruchika Noguchi ci ha lasciato uno strumento estremamente prezioso che permette di comprendere meglio gli esseri umani in funzione della polarizzazione dell’energia (del Ki) nelle diverse regioni del corpo. Questo strumento, il concetto di Taiheki 体癖 (9), ci offre la possibilità di percepire l’individuo nel proprio movimento inconscio attraverso le abitudini corporali e quello che ne è il risultato. Noguchi sensei usava un sistema di comparazione basato sul mondo animale, concepito all’inizio delle sue ricerche come un’osservazione minuziosa del movimento umano, che ridusse per ragioni d’insegnamento a sei gruppi che comprendevano in tutto dodici tendenze principali. Ciascuno dei primi cinque gruppi è in relazione con un vertebra lombare e un sistema corporale (urinario, pelvico, polmonare, ecc.), l’ultimo invece descrive uno stato generale del corpo.
Queste tendenze che derivano dalla coagulazione e dalla stagnazione del ki hanno come causa gli irrigidimenti o le mollezze del corpo quando non riesce più a rigenerarsi, a rimettersi dalle fatiche che gli sono imposte.
Facciamo un esempio in modo da rendere la cosa concreta: molte persone hanno tendenza ad appoggiarsi più su un gamba che sull’altra. Questa tendenza può essere il risultato (tra le altre cose) del lateralismo o della torsione, come vengono chiamati nel Seitai, che sono come altre deformazioni corporali assolutamente involontarie; non sono altro che il risultato, la risposta dell’organismo che cerca di mantenere il corpo in equilibrio.
Nel caso della torsione, la gamba d’appoggio serve per prepararsi a scattare per attaccare o per difendersi, in tutti i casi per vincere; con il lateralismo si tratta piuttosto di uno stato che deriva da tendenze digestive e sentimentali con una deformazione a livello della seconda lombare, questo stato spinge alla concertazione, alla diplomazia. In questi due esempi, sarà sempre la stessa gamba che serve da punto d’appoggio ed è per questo motivo che supporta permanentemente la maggior parte del peso, quindi si affatica e tende a usurarsi maggiormente e a diventare rigida. L’insieme dell’organismo soffre di questa dissimmetria e, in particolare, ovviamente in primo luogo la colonna vertebrale. Per mezzo di un rigonfiamento dovuto a un apporto di liquido o grazie a un dolore, e spesso anche tramite entrambe le reazioni, l’organismo cerca di alleviare il ginocchio che porta il tributo più pesante, impedendoci di utilizzarlo fino alla guarigione, cioè fino a che non si ristabilisce l’equilibrio del corpo nel suo insieme. Se si impedisce questo sviluppo forzando lo sgonfiamento e sopprimendo il dolore, il corpo diventato insensibile continuerà ad appoggiarsi sullo stesso lato e la situazione peggiorerà. Il corpo cercherà di ritrovare l’equilibrio in tutti i modi, all’inizio rinnovando i problemi alle ginocchia appena ritrova la sensibilità in questo punto, poi poco a poco sono le anche che iniziano a compensare la mancanza di flessibilità e alla fine la schiena, cioè la colonna vertebrale, con tutte le conseguenze che si possono immaginare. Il mal di schiena non è considerato come il problema più comune nella nostra civilizzazione e anche forse come il “male del secolo”? La soluzione è sopportare il dolore in silenzio? Non è il punto di vista del Seitai, ma mantenere l’equilibrio dall’inizio, dalla nascita, consiste nell’accettare le piccole perturbazioni e nel guidare il corpo nella buona direzione nel quotidiano, giorno dopo giorno. Se non si sono rispettate le manifestazioni del proprio organismo diventa necessario passare attraverso un riapprendimento corporale, un riequilibrio lento ma profondo. Se invece non si accetta il lavoro del proprio corpo, bisognerà allora accettare la desensibilizzazione progressiva, l’irrigidimento progressivo e le sue conseguenze: una certa forma di Robotizzazione o l’indebolimento e l’incapacità di reagire.
Vivere Seitai
Noguchi sensei considerava che occuparsi dei bambini a partire dalla nascita era già tardi. I mesi della gravidanza, il parto, le prime cure da dare al bebé facevano parte integrante delle sue preoccupazioni riguardo la vita futura del bambino. Itsuo Tsuda sensei ci dà nei suoi libri numerose indicazioni sulla gravidanza, il parto, l’allattamento, la nutrizione, lo svezzamento, i primi passi, ecc. e in particolare nel quarto volume intitolato Uno. Il Seitai non stabilisce delle regole da seguire in ogni circostanza, non si tratta di trovare una buona soluzione ai problemi della prima infanzia, dell’infanzia, o dell’adolescenza come in un libro di puericultura o di pedagogia. Il Seitai si occupa delle manifestazioni della vita senza a priori, permette di guidare i genitori pur permettendo loro di sviluppare la propria intuizione grazie a un dialogo nel silenzio con il bebé e poi con il bambino piccolo. Per chi non ha avuto la fortuna, o a volte la possibilità di lasciare il corpo lavorare in funzione dei propri bisogni, restano ancora delle possibilità di ritrovare uno stato di salute? È a questo punto che interviene la pratica del Katsugen undo.
È una pratica di una grande semplicità che comincia con una condizione indispensabile: non pensare. Tsuda sensei chiamava ciò “svuotarsi la testa”. Ne La scienza del particolare, ci spiega cosa intende con quest’espressione: “Svuotare la testa! Se ne comprende la necessità oggi, che la testa è diventata una pattumiera nella quale la fermentazione continua ventiquattro ore su ventiquattro, per produrre l’inquietudine del presente, e la paura dell’avvenire.
Che cosa chiamiamo “svuotarsi la testa”? Non si tratta, beninteso, dello stato comatoso nel quale la coscienza è perduta. Si tratta di uno stato in cui la coscienza smette di essere perturbata dalla successione delle idee. Al posto della cerebralizzazione eccessiva, la vita comincia a risvegliarsi nelle parti del corpo fino ad allora lasciate in letargo.” (10)
La nozione di individuo nel Seitai
Per H. Noguchi sensei, l’essere umano diviso in parti non esiste, esiste sempre in quanto corpo unico.
Alla luce delle scoperte più recenti ci si rende conto, per esempio grazie alla teoria delle fasce, dell’interazione esistente tra le diverse parti del corpo, anche se sono a volte estremamente distanti tra loro. Alcune di queste teorie hanno permesso di riabilitare delle tecniche ancestrali provenienti da lontani paesi, finora incomprese nella loro profondità e molto spesso poco rispettate dalla scienza medica occidentale. Altre scoperte, riportate in particolare da M.-A. Sélosse nel suo libro Jamais seul (11), hanno messo l’accento sull’aspetto simbiotico dell’individuo, sull’interazione esistente tra i batteri e il corpo: l’essere umano non è più considerato in modo separato, la biologia moderna intravede in modo flagrante il suo carattere di simbionte. Una volta di più, una volta ancora dovrei dire, si è obbligati a considerare l’individuo nel suo insieme.
Ciononostante, malgrado un’epoca in cui le scoperte tecnologico-scientifiche hanno considerevolmente aumentato la conoscenza sull’essere umano, dal punto di vista del Seitai poche cose sono cambiate, resta lo stesso di sessanta o settant’anni fa; le cause che lo perturbano, che perturbano il suo Kokoro sono diverse, ma l’essere umano in sé resta lo stesso. Si può anche constatare purtroppo che numerosi corpi e menti sono più fragili al giorno d’oggi in cui le ideologie sulla salute hanno creato degli individui profondamente dipendenti da specialisti di ogni sorta, generando un certo tipo di alienazione a volte difficile da comprendere o da analizzare per chi non ha una visione d’insieme della società. L’abisso verso il cui fondo ci dirigiamo richiede che ognuno riprenda in mano se stesso in modo individuale ed è forse su questo che l’orientazione Seitai ci può chiarire: fornendo all’individuo uno strumento unico per ritrovare la propria autonomia, riappropriarsi della propria vita e viverla pienamente. È per questo che la pratica di Katsugen undo e lo Yuki sono le due attività proposte dalla Scuola Itsuo Tsuda, perché sono l’Alfa e l’Omega della pratica del Seitai.
Notes:
1 Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume editions, 2014, p. 77.
2 Traduzione italiana: Movimento rigeneratore (di Itsuo Tsuda).
3 Seitai Kyōkai 整体協会.
4 Si tratta più precisamente di un esercizio del sistema motorio extra-piramidale.
5 Haruchika Noguchi, Colds and their benefits, Zensei Publishing Company, trad. ingl.
6 Yuki: atto di concentrazione dell’attenzione che attiva la forza vitale dell’individuo.
7 Haruchika Noguchi, Order, Spontaneity and the body, Zensei Publishing Company,
8 Kokoro, cuore e spirito, facoltà di ragionamento, di comprensione, e volontà dell’uomo non come opposto alla sua dimensione corporea, ma come ciò che la anima.
9 Abitudini corporali.
10 Itsuo Tsuda, La scienza del particolare, Yume Editions, 2019, p. 167.
11 Marc-André Sélosse, Jamais seul, Actes sud, giugno 2017.
di Régis SoaviDa settembre 2023 presso i dojo della Scuola Itsuo Tsuda, a Parigi, a Tolosa come a Milano oltre alle sedute quotidiane, una seduta di Aikido a settimana sarà riservata esclusivamente alle donne.
Una seduta per donne, gestita da donne, condotta da donne.
Forse è importante precisare fin da subito che non si tratta di una nuova versione dell’Aikido e nemmeno di un Aikido più morbido e ovviamente soprattutto non di un Aikido “femminile” ma di un Aikido “non-misto per scelta” concepito come un atto di “empowerment”.Fondamentalmente, non è destinata alle praticanti che già conoscono la nostra Scuola e che vanno alle altre sedute, quantunque vi siano le benvenute per essere Sempai o per permettere di far scoprire la pratica alle nuove persone che verranno. L’obiettivo è quello di permettere alle nuove partecipanti di praticare l’Aikido nel rispetto della loro diversità, e quindi di avere una visione diversa da quelle diffuse attraverso i vari media troppo spesso alla ricerca del sensazionalismo, dell’esagerazione, anche del volgare. Tutti abbiamo sentito commenti o da una compagna o da un’amica che, dopo averci sentito parlare dell’Aikido, ci hanno detto “no no, non fa per me, è troppo violento” o anche “è una cosa da maschi”. Oggi è necessario presentare l’Aikido come una possibilità realistica di permettere alle donne di ritrovare “una fiducia in se stesse” spesso alterata dall’ambiente dominante nelle arti marziali e di affermarsi non come una comunità separata ma piuttosto come un gruppo che si emancipa, che esce da un certo tipo di relazione sociale per cercare di trovare, ritrovare o continuare il cammino, “la via”, che è costantemente da riscoprire, verso un’umanità più semplice, più pacifica e, quindi, più vera. Proporre un’arte marziale già riconosciuta in modo specifico come l’Aikido, una seduta separata per le donne, non è nulla di rivoluzionario o di nuovo per noi perché le donne nella Scuola Itsuo Tsuda sono sempre state numerose e molto spesso persino maggioritarie. Ma, da lì a creare una seduta supplementare di questo tipo, c’è il pericolo che sia oggetto di una tale incomprensione per gran parte dei praticanti come delle praticanti, di qualunque scuola siano, che c’è il rischio che questa innovazione venga considerata problematica, perturbante, inutile e quindi controproducente. Questa incomprensione non sarà un’esclusività di quelli o quelle che sono coinvolti nella nostra arte, temo, perché sento già un buon numero di critiche, sia nella forma che nella sostanza, che potrebbero avere le loro ragion d’essere se il mondo d’oggi fosse davvero quello che afferma di essere e non quello che è veramente. Questo percorso a mio avviso è diventato una necessità ancora più acuta nel ventunesimo secolo che nei secoli precedenti, semplicemente a causa della modernizzazione ideologica delle menti che vorrebbe far credere in una nuova normalità più eguale quando di fatto non è che la reificazione del vecchio mondo.Barbara Glowczewski quando scrive sugli aborigeni australiani ci dà le ragioni di questo bisogno di “entre soi”1 che secondo me è sempre esistito anche se è stato ostacolato o travestito in modo da poter persistere nonostante la disapprovazione della società: “Se questa rivendicazione di un ‘entre soi’ esiste è perché c’è stata storicamente una disapprovazione, una spoliazione di ciò che apparteneva loro, o meglio di ciò che segnava la loro appartenenza sia ai saperi sia alle terre che essi ed esse hanno trasformato nei secoli, anzi nei millenni.” Tutto è detto.
Perché ho promosso e sostenuto con determinazione questo progetto?
Forse perché, praticando arti marziali da 60 anni e in particolare l’Aikido da 50 anni, sono sempre stato interessato al lato Yin che ha tanta importanza nella nostra arte come componente intrinseca della totalità e che viene tanto spesso sminuito, così come il lato Ura è stato spesso svalutato a favore dell’Omote apparentemente tanto più brillante e quindi ritenuto a torto più forte, più “valido” in una scala di valori distorta da secoli.Forse questi aspetti rappresentano quello che mi mancava o meglio quello che faticava a svilupparsi naturalmente in me all’interno di questa società così Yang e che l’insegnamento del mio maestro Tsuda sensei mi spingeva a cercare, a riscoprire nel profondo. Sicuramente è anche ciò che immaginavo di dover reprimere o almeno moderare per sopravvivere e cercare di vivere come pensavo di desiderarlo, come mi suggeriva la società. È anche grazie alla mia personale vita familiare, a tutta la sua ricchezza e soprattutto al suo radicalismo nei confronti del mondo sociale, che ho potuto trovare la strada verso questo universo troppo spesso misconosciuto da quella metà dell’umanità che è il mondo femminile, un mondo né totalmente Yin come qualcuno potrebbe farci credere a prima vista, né privo di Yang, anzi.L’Aikido di Tsuda Sensei mi ha permesso di cogliere un’altra dimensione che andava ben oltre ciò che avevo potuto percepire in un primo approccio alle arti marziali. A questo proposito scrive, già nel 1982, questa frase che sembra premonitrice: “L’Aikido, concepito come movimento sacralizzato dal Maestro Ueshiba, sta scomparendo per far posto all’Aikido atletico, uno sport da combattimento, più in linea con le esigenze dei civilizzati”2. Aveva questo modo di toccare, spesso semplicemente con l’aiuto di poche parole, i nostri punti sensibili, di aprire porte nella nostra mente per far riflettere noi (suoi allievi) sul concreto, sulla vita quotidiana.
Un’arte che emancipa.
Uscire dai sentieri battuti e ribattuti, solcati dal vomere delle convenzioni e dai carri pesanti per i carichi di idee prefabbricate è certo un lavoro difficile ma più che necessario.È ora giunto il momento di uscire dai ranghi, di approfittare di uno stato di coscienza che è potuto emergere in Occidente grazie al movimento femminista e che riprende in quest’ultimo le rivendicazioni delle generazioni precedenti prima che nuovi ideologi al servizio del potere, o meglio dei poteri, non utilizzino tutto ciò che c’è di vero in questa emersione attraverso un discorso che, con i suoi presunti aspetti innovativi, ricicla vecchi logori ritornelli, mescolandoli se necessario con le idee in voga, nel migliore dei casi pensando di fare la cosa giusta, nel peggiore comportandosi da lacchè delle ideologie dominanti.Se l’Aikido è un’arte che emancipa l’individuo, e questa è la sua principale ragion d’essere nella nostra Scuola, è quindi necessario, anzi imperativo, aprire gli occhi sul mondo che ci circonda. Questa emancipazione deve tuttavia essere senza limiti anche se a volte è doloroso guardare in faccia le cose, è sempre molto salutare farlo.Constatare l’abbandono della nostra arte e di conseguenza il disinteresse che essa sembra suscitare sia tra gli adolescenti sia tra i giovani adulti e, notoriamente da parte di metà dell’umanità (il mondo femminile), è diventato un’evidenza per molti e molte insegnanti di arti marziali. La risposta più spesso addotta con l’obiettivo di reclutare nuovi/e praticanti è quella di offrire dimostrazioni di efficacia e prove comparative tra le diverse tendenze, scuole o arti diverse, quando non si tratta di mescolare tecniche provenienti da tutto il mondo per creare un melting-pot attraente per quante più persone possibile! E se il problema non fosse lì, proprio per niente lì dove stiamo vanamente scavando e ostinandoci a trovare una soluzione?Una persona emancipata è una persona autonoma, indipendente, libera: la nostra ricerca va in questa direzione. Creando spazi di libertà, luoghi diversi per loro intima natura, possiamo permettere che si creino le condizioni che favoriscono lo sviluppo dell’essere in modo veramente autonomo. I dojo sono luoghi di tale natura. Ma chi lo sa?! Il timore di ritrovare le stesse condizioni di tutto ciò che le circonda e le opprime “in modo discreto” non incoraggia il mondo femminile ad entrare in uno dei nostri dojo per vedere cosa vi succede davvero, disilluse come sono dai tentativi infruttuosi già sperimentati o dalla falsità dei discorsi spesso lenitivi, sebbene socialmente accettabili. Mi sembra che dobbiamo creare delle situazioni come l’affirmative action negli Stati Uniti, secondo me tradotta erroneamente come “discriminazione positiva”, che venne resa possibile dall’iniziativa di J.F. Kennedy all’inizio degli anni Sessanta. Una situazione nuova, un posizionamento dei Dojo, che consente alle donne che, pur attratte dalle arti marziali, non avrebbero alcun desiderio di confrontarsi ancora una volta con il sessismo (anche se involontario, e gentile). Permettere di tentare, avendo esse un rapporto particolare con il corpo, diverso da quello degli uomini, che una volta tanto non sarà loro rimproverato né accettato con accondiscendenza, di trovare sia il piacere sia l’efficacia grazie ai progressi fisici nei movimenti, la stabilità e l’equilibrio nell’armonizzazione della respirazione senza ambiguità o compiacenza. Essendo assente la competizione, possono così scoprire tutte le capacità del loro “essere”, della totalità del loro corpo come della loro mente in un ambiente reso sicuro dall’aver posto in essere l’aspetto non misto. Il lato marziale, anch’esso non dimenticato, permetterà di ritrovare delle capacità e una sicurezza di fronte alle avversità esistenti in un mondo dominato dal potere del maschile.
Takako Kunigoshi
Un’arte che si emancipa
Da Louise Michel e le sue consorelle durante la Comune di Parigi, e ancor prima di loro, da Olympe de Gouges agli albori della Rivoluzione francese, le donne rivendicano la Libertà l’Uguaglianza e la Fraternità (o la Sorellanza) per tutte e tutti senza mai trovarle ad eccezione di qualche raro momento storico, ed anche in questo caso in modo molto relativo.E se l’Aikido fosse questa leva che agisce per cambiare la nostra società, questo strumento che emancipandosi dalle abitudini, dalle idee preconfezionate, dai corredi che gli sono stati aggiunti, ridiventasse o almeno si avvicinasse di nuovo agli ideali del suo fondatore Morihei Ueshiba, che considerava il mondo come una grande famiglia?O sensei insisteva sull’importanza dell’equilibrio tra Yin e Yang, sulla loro alternanza all’interno dell’Unità. Tsuda Sensei ci parlava continuamente della respirazione Ka Mi, l’alternanza di inspirazione ed espirazione alla base della Vita. Nei due esempi entrambi di fatto parlavano del Tao, dell’Uno. Per tornare a questa ricerca dell’unità contrapposta alla separazione, è talvolta necessario fare un passo indietro, come farebbe qualsiasi buon sociologo, per analizzare cosa ha portato l’Aikido a questa impasse in cui si trova oggi, quando invece era considerato una delle principali arti marziali negli anni Sessanta e Settanta, sia dal punto di vista filosofico che per quanto riguarda gli aspetti fisici, accessibile a tutte e a tutti indipendentemente dall’età o dalla forma fisica.Tsuda sensei, come tutti gli allievi di O sensei, aveva il suo modo, e in un certo senso era molto particolare, di comunicarci ciò che aveva visto e compreso nell’insegnamento del suo maestro. La sua ricerca era diretta fin dall’inizio verso il Non Fare. Non essendo giovane, aveva quarantacinque anni quando iniziò a praticare Aikido con il maestro Ueshiba, scoprì qualcosa che i giovani Uchi-Deshi non erano in grado di vedere o capire, come spiega così bene Tamura Sensei. Infatti Tsuda sensei non insegnava, ci trasmetteva quello che aveva scoperto con i maestri che aveva conosciuto, tra gli altri, con Ueshiba sensei, Noguchi sensei o Marcel Granet e Marcel Mauss. Questa trasmissione mi ha segnato al massimo grado ed è stata il filo conduttore del mio insegnamento durante tutti questi anni. Mi ha permesso di rivolgermi alle donne e agli uomini senza occuparmi della distinzione di genere, età o livello, capacità del corpo così come difficoltà o addirittura handicap. Per me anche questo è stato occasione di migliorare il mio insegnamento e di insistere su certi aspetti per andare verso la libertà e l’autonomia degli individui.L’Aikido è un superamento dei conflitti: ai-nuke, è un’occasione per capire come gestire i problemi della società. Tsuda sensei scrive “L’Aikido del Maestro Ueshiba, da quello che ho sentito, era completamente pieno di questo spirito di ai-nuke, che chiamava ‘non-resistenza’. Dopo la sua morte, questo spirito è scomparso, è rimasta solo la tecnica. Aikido originariamente significava la via della coordinazione del ki. Inteso in questo senso, non è un’arte di combattimento. Quando la coordinazione è stabilita, l’avversario cessa di essere avversario.”3 Sta a ciascuno di noi prendere in mano questo strumento, perché è nelle nostre mani che può acquisire una reale efficacia, non con discorsi ma fungendo da esempio delle possibilità alla nostra portata. Aprendo il corpo, si aprono gli occhi alle realtà. Ora o mai più sta a noi insegnanti permettere che la nostra arte, poiché dovrebbe essere più lucida, sia l’arte del superamento delle arti antiche, attingendo alle sue origini che non sono negate ma intese come la necessità, certamente arcaica, di un’epoca ormai passata. Creando le condizioni necessarie per permettere alle donne di riappropriarsi, almeno nella nostra Scuola, di ciò che per tanti secoli era loro sfuggito e mancato, si tratta di creare un contesto, un ambiente, un’atmosfera indispensabile, un contesto essenziale perché questo lavoro di riconquista possa compiersi. Queste sedute dedicate in un certo senso sono solo una proposta per suscitare una situazione di riequilibrio che dovrà estendersi a tutti gli ambiti, nelle arti marziali così come al di fuori della società, e principalmente in ogni aspetto della vita quotidiana. Takako Kunigoshi sensei, una delle rare allieve donne del Kobukan Dojo, citava queste parole di O sensei: “Che sia la cerimonia del tè o la composizione floreale, esistono dei punti in comune con l’Aikido poiché il cielo e la terra sono fatti di movimento e di calma, di luce e d’ombra. Se tutto fosse continuamente in movimento ci sarebbe un caos completo.”4Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:
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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 15 nel mese di ottobre del 2023.1) L’entre soi (trad. lett.: tra di sé) è la situazione in cui ci si trova solo con i propri simili.2) Itsuo Tsuda, La Voie des dieux, Le Courrier du Livre, 1982, p. 146.3) Itsuo Tsuda, Face à la science, Le Courrier du Livre, 1983, p. 29.4) Takako Kunigoshi sensei, Les Maitres de l’Aikido – période d’avant guerre, Ed. Budoconcepts, p.286.
di Régis SoaviSembra che oggi il senso della parola fierezza si sia appesantito in modo fuorviante, la fierezza è diventata quasi uno dei maggiori difetti in certe classi della società. Si usa erroneamente la parola fiero per definire “uno che si crede superiore agli altri e lo manifesta con il suo comportamento”, mentre in questo caso spesso si tratta, a mio avviso, semplicemente di un inconscio presuntuoso.
La stima di sé
Troppo spesso confondiamo l’autostima, che è eminentemente rispettabile, con la vanità, che è una forma di autocompiacimento che può solo farci del male. Diremo invece di una persona “che si suppone consapevole dei suoi limiti, delle sue debolezze, e che lo manifesta con un atteggiamento volutamente modesto e schivo” che è umile, anche se questa umiltà è fittizia e serve solo a ingannare il suo entourage. Il mondo politico è sempre stato pieno di questo tipo di usurpazione appropriandosi dell’uso dei termini essere umili o essere fieri. L’umiltà implica un rapporto sociale, è necessaria di fronte agli altri per mantenere un equilibrio esterno tanto quanto quello interno, ma non deve nuocere al nostro stato di coscienza e alla forza che ci guida nella nostra vita.
L’amor proprio
Inizia alla nascita nella sua forma naturale chiamata egocentrismo e di cui non bisogna aver paura nonostante le raccomandazioni di certe scuole di pediatria o di pedagogia, perché è indispensabile per la sopravvivenza del bambino piccolo. Molto velocemente il bambino prende coscienza di essere ed è orgoglioso di essere ciò che è, di ciò che può fare o dire. Partecipa al mondo non come creatura dipendente ma già come creatore di ciò che lo circonda, per lui il mondo “gli appartiene e vuole goderne”. La forza della vita che fatica a contenersi in questo piccolo corpo lo spinge ad esercitare le sue capacità in tutte le opportunità che troverà alla sua portata, e anche oltre. Se non è spezzato dall’educazione, manterrà un senso di quello che viene chiamato amor proprio, che a mio modesto parere è la fierezza. L’amor proprio ci spinge ad andare al di là delle nostre capacità, a cercare più lontano più in profondità, a scoprire, per essere fieri di sé, ciò che ci riempie di soddisfazione e allo stesso tempo stimola il desiderio di superare se stessi proprio di tutti gli esseri viventi.Essere fieri dei propri talenti è l’opposto della presunzione ed essere consapevoli di ciò che si è capaci di fare non è vanità. Troppe volte ho visto e ricevuto persone al dojo che non erano più consapevoli delle loro reali capacità e allora ne hanno inventate di fittizie per sopravvivere in un mondo dove solo i più forti sembrano avere il sopravvento. Rovinate, aspettano ordini o almeno esempi da poter imitare per diventare ciò che non saranno mai nella realtà, ma per reclamarlo davanti a chi è più debole di loro.
Un umile dojo
È in uno di quei vecchi quartieri di Parigi che ha mantenuto un’atmosfera calma e al contempo popolare che, da parigino all’antica, ho la fortuna di insegnare ogni mattina.Situato come in una nicchia al primo piano di un edificio che un tempo era industriale, il dojo Tenshin si trova nel ventesimo arrondissement di Parigi. Ci si accede dopo aver attraversato una porta che da un lato si apre su un piccolo vicolo cieco, e dall’altra parte su un giardinetto che bisogna attraversare prima di salire le scale. Nessuna insegna luminosa appariscente, niente grandi foto che vantano le virtù del luogo e propongono fitness e/o cultura fisica e marziale. Adiacente alla vecchia petite ceinture (ferrovia in disuso che circondava Parigi), vicinissimo a uno di quei ponti ferroviari che non esistono quasi più, ha il fascino dei luoghi nascosti che ci piace scoprire durante una passeggiata in città in un giorno di sciopero o di vacanza quando la città è svuotata. Quando si entra nel dojo tutto cambia; anche se le finestre dell’angolo caffè si affacciano sul giardino, anche se appena le si apre risuonano i canti degli uccelli, lo spazio dei tatami si presenta come un bozzolo di oltre 200 mq, illuminato sia dal cielo sia da ventagli luminosi posti a soffitto. Frutto del lavoro dei praticanti che ne hanno assicurato la ristrutturazione oltre che la manutenzione quotidiana, il dojo per noi ha un fiero aspetto. In questo luogo di lavoro del corpo e sul corpo, nella dolcezza e nella concentrazione come nella resistenza e nella tenacia, ogni persona che partecipa alle sedute di Aikido o Katsugen Undo1 si sente fiera di esserci, senza alcuna presunzione, ma con il piacere di vivere ciò che il mondo del quotidiano ha reso difficile o addirittura impossibile per alcuni. Tutto è da riconquistare e se il desiderio c’è, il luogo vi si presta. Se il dojo si presenta così umilmente (è il suo lato Ura) è anche per permettere l’incontro con persone semplici e coraggiose che sapranno scoprirne l’interesse (il suo lato Omote) al di là delle apparenze.O sensei Ueshiba, che postura magnifica!
Umiltà e postura
Preservare l’umiltà per permettere di ritrovare la fierezza di essere ciò che si è realmente non manca di interesse e spesso si presenta come una necessità di fronte a ego smisurati e di costruzione recente, spesso dovuti all’educazione dei figli di una parte privilegiata della società. Di solito le persone umili sono rappresentate curve, piegate in due, a testa bassa, questo in realtà è solo un segno di sottomissione o di rinuncia. La respirazione in questo caso è bloccata o sibilante e tutto il corpo tenderà ad andare verso l’inganno se non vi è già. Umiltà e umiliazione sono due cose diverse, non si diventa umili attraverso l’umiliazione, la reazione più sana sarà la ribellione, poi ci drizzeremo per mostrare le nostre capacità, anche nelle avversità. Quando il corpo è dritto, lo scheletro è in equilibrio e non più schiacciato dal peso delle carni, ciò che lo circonda lo mantiene in questa postura, animato da questa energia vitale che è difficile definire ma che conosciamo e riconosciamo. Ricordo ancora oggi la postura di Tsuda sensei che esce dal dojo dopo la seduta mattutina con la sua borsa per fare un po’ di spesa prima di tornare a casa. A chi non lo conosceva sembrava un uomo ordinario, un asiatico che sceglieva la frutta in rue Saint Denis o comprava un giornale, per chi sapeva “vedere” emanava da lui una presenza, un modo di muoversi, diverso da tutti quelli che lo circondavano. Con la schiena dritta e la testa allineata, si poteva dire che avesse un portamento fiero; anche senza sapere nulla della postura si poteva sentire la sua forza interiore, la sua “aura”.Tsuda Itsuo sensei. Il corpo si raddrizza e si distingue in mezzo alla folla.
Uno
Tutti i maestri che sono stati allievi di Morihei Ueshiba, sotto la cui direzione ho avuto la possibilità di imparare e di allenarmi, come Noro sensei, Nocquet sensei, Tamura sensei, avevano un’idea molto alta di ciò che era stato loro trasmesso e si sentivano investiti di una missione che non potevano tradire. Proprio come altri come Sugano sensei, Hikitsuchi sensei, Kobayashi sensei o Shirata sensei che ho incontrato durante gli stage, tutti avevano una grande semplicità, un grande rigore ed erano fieri di trasmettere la nostra arte con l’umiltà che si addiceva a ciascuno di loro, sapendo chiaramente essere “fieri e umili” allo stesso tempo.Ovviamente Tsuda sensei, che è stato il mio maestro per dieci anni, faceva parte di questa tradizione e sapeva benissimo come metterci al nostro posto quando occorreva, spesso usando l’umorismo o la derisione perché aveva l’arte di guidarci senza sminuirci, ma piuttosto valorizzando le nostre qualità senza mai lasciarcene inorgoglire.Ecco un testo di Haruchika Noguchi2 tradotto da Tsuda sensei, che a prima vista e per chi non conosce l’autore può sembrare estremamente presuntuoso, ma può anche darci una piccola idea della visione di un maestro riconosciuto come il più prestigioso nella sua arte.«Riflessione sulla vita integraleIo sono.Io sono il Centro dell’Universo.In me risiede la Vita.La Vita non ha né inizio né fine.Attraverso me, si estende all’infinito, attraverso me, si collega all’eternità.Come la Vita è assoluta e infinita, anch’io sono assoluto e infinito.Se io mi muovo, l’Universo si muove. Se l’Universo si muove, io mi muovo. “Io” e l’Universo siamo Uno indivisibile, un corpo e un pensiero.Io sono libero e senza barriere. Sono distaccato dalla vita e dalla morte. È così, ben inteso, anche per la vecchiaia e la malattia. Io, ora, realizzo la Vita e dimoro nella quiete infinita ed eterna.La mia condotta nella vita quotidiana rimane imperturbabile e inalterabile. Questa convinzione è incorruttibile ed eternamente inattaccabile.Uhm! Va tutto bene.» (Traduzione di Itsuo Tsuda, Uno, Yume Editions)Tsuda Sensei aggiunge nel suo libro alcune osservazioni: “Questo pensiero forse non ha bisogno di commenti, per quelli che ne sentono direttamente l’impatto. Eppure mi rendo conto dell’enorme distanza che separa questo pensiero dal pensiero occidentale che sottende la struttura mentale dei civilizzati […]Io, sono. Questa affermazione è semplice, profonda e sublime.A differenza di Cartesio, Noguchi non ha bisogno di provare la sua affermazione. Non si trova in una posizione di “distanza”, ma è “dentro” rispetto alla propria affermazione. Questa ci può imbarazzare per la sua stessa semplicità […] Ma nessuno osa dire: “Io sono”, punto.Io sono il Centro dell’Universo. Dal punto di vista occidentale, non può essere che la parola di un pazzo. Noguchi è un megalomane, un fanatico che si crede Dio? […] Tuttavia, ciò che dice deriva da una banalissima constatazione: io sono l’unico a sentire il valore diretto della mia esperienza. Da questo punto di vista, chiunque può riconoscere di essere egli stesso il Centro dell’Universo. A ciascuno il suo universo.Universo mentale? Universo soggettivo? Quanti Universi ci sono nell’Universo?» (Itsuo Tsuda, Uno, Yume Editions, 2020)Calligrafia di Itsuo Tsuda. La vita. “Io sono. Io sono il Centro dell’Universo. In me risiede la Vita.”
Avere un bel portamento
Guardiamo la postura di O sensei quando cammina o quando innaffia i fiori: che postura magnifica! Allo stesso modo, rimango senza parole quando guardo come si muove Shimada Teruko sensei, esperta di Jikkishin-kage-ryu.Shimada Teruko senseï.Uomini o donne senza distinzione mostrano una certa nobiltà nella presenza davanti agli altri, così come semplicità e modestia nella loro intimità. Fino a non molto tempo fa si valorizzava la prestanza, che se non veniva evidenziata per nascondere difetti, debolezze o anche mediocrità o addirittura falsità, doveva riflettere l’interiorità, l'”anima” della persona. Molti valori sono ormai intesi come negativi o assurdi, si parla di arroganza, orgoglio, stupidità, infantilismo, ecc., dove il mio modo di intendere il mondo vedeva audacia, cortesia, intelligenza o brio, come ad esempio nel monologo del “no grazie” tratto dalla commedia di Edmond Rostand “Cyrano de Bergerac”.Le arti marziali e più in particolare l’Aikido ci riportano a noi stessi, indipendentemente dall’educazione che abbiamo ricevuto, è la possibilità di ricentrarsi e allo stesso tempo di misurare la nostra indipendenza come pure la nostra dipendenza da tutto ciò che ci circonda. È l’occasione, grazie al contatto con gli altri, di ritrovare le nostre radici vive, seppur invisibili, ma non immateriali, o anzi di una materialità non ancora riconosciuta come misurabile. Con la pratica regolare, il corpo si raddrizza e, senza essere eccezionale, si distinguerà in mezzo alla folla come un elemento carico e degno di interesse.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:
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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 14 nel mese di luglio del 2023.Note:1) Katsugen Undo (in italiano Movimento Rigeneratore): pratica che permette la normalizzazione del corpo grazie all’attivazione del sistema motorio extrapiramidale (sistema involontario).2) Haruchika Noguchi (1911-1976), fondatore del Seitai, di cui I. Tsuda seguì l’insegnamento per più di vent’anni.
Intervista a Régis SoaviPerché ha iniziato l’Aikido?Ho iniziato Judo-jujitsu, come si chiamava a quel tempo, nel 1962 e il nostro insegnante ce lo presentò come “la via della cedevolezza”, l’uso della forza dell’avversario. Avevo quasi dodici anni e amavo le tecniche, il disequilibrio, le cadute che potevano essere anche un superamento della tecnica subita. Il nostro istruttore ci parlava di hara, postura e sapevamo che lui stesso stava imparando l’Aikido e che aveva il grado di “gonna nera”, che era molto impressionante per noi. Gli eventi del ’68 mi hanno orientato verso delle tecniche di combattimento di strada, di kobudo e verso delle diverse tattiche. Tuttavia nel 1972 ho voluto riprendere il Judo, e mi sono iscritto in rue de la Montagne-Sainte-Genviève presso Plée sensei, potevamo praticare Judo, Karate o Aikido al prezzo di una singola quota, era ideale per allenarsi. Ma il Judo era cambiato: le categorie di peso, l’allenamento di una tecnica specifica per vincere un combattimento, ero molto deluso. Una sera dopo la seduta sono rimasto a guardare l’Aikido, era Maroteaux sensei a condurre la seduta e sono stato immediatamente conquistato.Régis Soavi agli esordi, nel Judo, 1964Perché continuare?Ho trovato nell’Aikido molto più di un’arte, una “Via” di grande ricchezza che, come qualsiasi via, ha bisogno solo di essere approfondita. Ogni giorno la seduta mi permette di scoprire un aspetto, di sentire che si può andare molto oltre, che sono solo sul bordo di qualcosa di più grande, come se un oceano si presentasse davanti a me. Al di là del piacere che provo, mi sembra importante testimoniarne l’esistenza.Quale aspetto ti parla di più: marziale, mistico, salute, spiritualità?Non c’è separazione per me tra tutte queste cose, sono interdipendenti.Perché crea dei dojo piuttosto che praticare in delle palestre?Capisco la sua domanda, sarebbe molto più facile utilizzare le strutture esistenti, niente da fare, nemmeno la pulizia, la direzione si farebbe carico di tutto. Avremmo la possibilità di brontolare se non è abbastanza pulito, di reclamare se qualcosa non va, tanto saremmo solo dei passanti temporanei. Ed invece, per me il dojo è di cruciale importanza. In primo luogo perché è un luogo dedicato e quindi permette un’atmosfera diversa, liberata dai vincoli delle amministrazioni, un luogo dove ci si sente a casa, dove si ha la libertà di organizzarsi come si vuole, dove si è responsabili di tutto ciò che accade. È grazie a questa messa in situazione che si può capire cos’è un dojo, e questo fa la differenza, permette una pratica che va oltre l’allenamento e porta gli individui verso l’autonomia, la responsabilità. Ma il motivo principale è che il luogo si carica dal punto di vista del KI, così come un’antica dimora, un teatro antico o certi templi. Questo caricarsi [di KI] ci permette di sentire che un altro mondo è possibile, anche all’interno di quello in cui evolviamo.Régis Soavi che conduce una seduta nel suo dojoLei ha creato diversi dojo ma anche altri luoghi già a partire dagli anni ’80. Il Jardin Floréal, un luogo per i bambini, poi diversi atelier di pittura, così come una scuola di musica La Musique Buissonnière. Perché tutti questi luoghi? Cos’hanno in comune?Il mio desiderio è sempre stato quello di favorire la libertà dei corpi come delle menti, allo scopo che siano finalmente riuniti. Questo lavoro, per essere realizzato, esige una visione molto ampia senza alcuna ideologia, al di fuori dei sistemi che abbrutiscono, al di fuori della competizione, sempre alla ricerca da una parte della sensibilità, che sembra essere diventata una malattia o una tara nella nostra società, e dall’altra, e tra le altre cose, della spontaneità. Creare un giardino d’infanzia per permettere di dare delle basi di un’educazione nella libertà che favorisca in questo modo la non-scolarizzazione, degli “atelier di pittura-espressione”(1) secondo lo spirito del lavoro d’Arno Stern che sono delle bolle, che liberano l’essere umano dalla sclerosi nevrotica che lo circonda, dare la possibilità ad adulti e bambini di appassionarsi alla musica, in particolare quella classica, grazie ad una notazione musicale “la musique en clair”(2) che permette di suonare fin da subito e di scoprire il piacere di suonare senza subire l’irrigidimento della mente e del corpo organizzato dagli specialisti del solfeggio e dell’insegnamento musicale in generale. Tutto ciò sempre al servizio dell’essere umano, della possibilità di uno sviluppo armonioso dei corpi e delle menti.Lei si sceglie un ruolo da non-maestro, non è vero? In realtà lei è il sensei, colui che indica il cammino, colui che si assume la responsabilità dell’insegnamento, ma allo stesso tempo è un membro ordinario dell’associazione, che partecipa alla ricerca delle soluzioni per qualsiasi problema si presenti quotidianamente e si preoccupa tanto del riscaldamento quanto di una perdita o dei lavori di manutenzione.Vedo che ha capito molto bene la mia posizione. Questo modo di porsi è una necessità per me, è fuori questione che io mi perda, ingannato da un potere fittizio che avrei acquisito approfittando di sotterfugi e di false apparenze ma che lusingherebbe il mio ego. La mia ricerca in questa direzione deriva dal Non-Fare e riguarda tutti gli aspetti della mia vita, è antica, lunga e rischiosa allo stesso tempo perché “senza riferimenti fissi” come scriveva Tsuda sensei. Questo orientamento è uno strumento, un utensile indispensabile per permettere ai membri delle associazioni di camminare verso la propria libertà, la propria autonomia attraverso l’attività nel dojo. Per riassumere il mio pensiero, vorrei citare un filosofo del XIX secolo che apprezzo da molto tempo e la cui importanza mi è sempre sembrata sottovalutata nella nostra società. “Nessun individuo può riconoscere la propria umanità, né di conseguenza realizzarla nella vita, se non riconoscendola negli altri e cooperando alla sua realizzazione per gli altri. Nessun uomo può emanciparsi se non emancipa con lui tutti gli uomini che lo circondano. La mia libertà è la libertà di tutti, poiché io non sono realmente libero, libero non solo nelle idee ma nei fatti, se non quando la mia libertà e il mio diritto trovano la loro conferma e la loro sanzione nella libertà e nel diritto di tutti gli uomini, miei eguali”.(3)Com’era Itsuo Tsuda e cosa l’ha colpita di lui?Era un uomo di grande semplicità e allo stesso tempo di grande finezza. Il fatto che parlasse così perfettamente il francese, che lo scrivesse, ci permetteva una comunicazione che non potevo trovare altrove con un maestro giapponese. Era anche un intellettuale nel senso migliore del termine, la sua conoscenza dell’Oriente e dell’Occidente gli ha permesso di trasmettere un certo tipo di messaggio, che rimane ancora oggi senza eguali, in relazione al corpo e alla libertà di pensiero, in particolare nei suoi libri. Aveva incontrato Ueshiba Morihei nel 1955 come traduttore di Nocquet sensei e cominciò a praticare nel 1959, quando aveva già quarantacinque anni. Fu suo allievo per dieci anni, ma poiché era già praticante di Seitai e traduceva per gli stranieri francesi e americani le parole di O sensei, ha potuto cogliere la profondità delle sue parole e l’importanza della postura, dello spirito e soprattutto del respiro (del Ki) nella prima parte dell’Aikido, cosa che oggi sembra dimenticata – con mia grande tristezza.Itsuo Tsuda con Régis Soavi nel 1980, ParigiCome trovare l’equilibrio tra insegnamento e pratica personale?Direi semplicemente che io pratico Aikido da cinquant’anni, ogni mattina alle 6:45 per un’ora e mezza e 365 giorni all’anno. Naturalmente, pratico anche il Katsugen undo (che Tsuda sensei aveva tradotto con Movimento rigeneratore), anche in questo caso – potrei dire – tutti i giorni, se non altro, almeno attraverso il bagno caldo Seitai(4). Per quanto riguarda l’insegnamento, ho più o meno uno stage al mese, che sia a Parigi, a Tolosa, a Milano o a Roma.C’è stata evoluzione nella sua pratica o nel suo insegnamento?Certo che sì! Come potrebbe essere altrimenti? Se ci si esercita sinceramente la pratica si estende a tutti gli aspetti della nostra vita, faccio fatica a capire le persone che hanno abbandonato o vanno a cercare altre arti perché trovano l’Aikido ripetitivo. La vita quando è vissuta pienamente è ripetitiva? Ogni istante della mia pratica provoca dei cambiamenti, delle evoluzioni, e anche degli sconvolgimenti che mi hanno portato a rimettere in discussione, ad approfondire. Questo è ciò che provoca in me la gioia nella mia pratica dell’Aikido. Anche i momenti più difficili, e forse più di altri, sono stati i vettori di trasformazioni e di arricchimenti.Il suo maestro, ItsuoTsuda, una volta le ha dato un koan, vero?Sì, ma faccio fatica a raccontare le circostanze esatte. Devo prima spiegarvi che Tsuda sensei sapeva parlare al subconscio delle persone, ogni volta che lo faceva era un modo per dare loro una mano ma non ne parlava quasi mai. Diceva che Noguchi sensei lo faceva correntemente perché fa parte delle tecniche Seitai. Un giorno, in seguito ad una discussione, mi disse «Coraggio», frase tutto sommato abbastanza banale, ma il tono che usò dicendolo evidentemente all'”intermissione respiratoria” mi sconvolse e mi fece reagire, dandomi una forza interiore che non sospettavo. Un’altra volta è stata più importante perché è stato in quel momento che mi ha dato il koan. Mentre gli raccontavo le difficoltà rispetto al lavoro (come guadagnare di che vivere per me e la mia famiglia, ecc.) e come trovare il modo per continuare a praticare, e persino aprire un dojo perché sarei andato via da Parigi per qualche anno e sarei stato a 800 km, cominciò a spiegarmi che nella scuola di Zen Rinzai (avevo appena letto le interviste di LinTsi e lui lo sapeva) il maestro dà agli allievi dei koan che loro devono risolvere. All’improvviso mi ha detto «Impossibile» «Questo è per lei!» Poi se n’è andato rapidamente, lasciandomi inchiodato sul posto, sconcertato, completamente sbalordito. Devo dire che all’inizio l’ho trovato assurdo, ridicolo, mi aveva già dato qualche tempo prima una direzione per la mia pratica scegliendo in modo preciso la calligrafia MU(5) come regalo da parte dei miei allievi parigini. Ma ora, ero scioccato, non capivo. Mu mi sembrava un vero koan, già conosciuto, catalogato, accettabile, ma “impossibile” non aveva senso. Perché dire questo a me? È nel corso degli anni che la “risposta” è apparsa come evidente.Che posto occupa il Katsugen Undo nella sua pratica?Oh! Ha un’importanza di primo piano, ma, per rispondervi, ecco un aneddoto. Eravamo al ristorante con Tsuda sensei, e Noguchi Hirochika – il primo figlio di Noguchi sensei – che era seduto accanto a me mi chiese improvvisamente: «Katsugen undo, che cos’è per lei?» La risposta fu tanto immediata quanto spontanea: «È il minimo», risposi, e da allora non ho cambiato opinione. Questa risposta era piaciuta molto a Tsuda sensei ed egli la utilizzò in alcune delle sue conferenze durante gli stage. Il “minimo” per mantenere l’equilibrio, per permettere al nostro sistema involontario di funzionare correttamente così da non aver più bisogno di preoccuparci della salute, e da non aver più paura della malattia.Hirochika Noguchi con Régis Soavi, Parigi 1981Per lei, un Aikido senza Katsugen undo ha senso?Sì, certo, nonostante tutto, dipende da come si pratica. È semplicemente un peccato non approfittare di ciò che può renderci indipendenti, di ciò che può risvegliare la nostra intuizione, la nostra attenzione, la nostra capacità di concentrazione e liberare la nostra mente.Da molti anni lei contribuisce a Dragon Magazine. Questo cosa vi apporta?Questo mi permette di trasmettere un messaggio e allo stesso tempo mi costringe a renderlo il più chiaro possibile rispetto all’insegnamento del mio maestro Tsuda sensei, e quindi alla nostra Scuola. È anche un modo per uscire dall’ombra pur rimanendo nella semplicità, senza fare pubblicità o clamore. Leggere regolarmente gli articoli dei miei contemporanei e dei giovani insegnanti, mi dà molto e mi permette di vedere e comprendere le diverse direzioni in cui va l’Aikido e le loro ragioni d’essere, anche quando non le approvo.La scrittura è importante nel Budo?La scrittura è sempre importante perché è una delle basi della comunicazione – “le parole volano via ma gli scritti rimangono”. Tuttavia, senza una pratica reale, questo rischia di rimanere nel campo delle idee e di soddisfare solo l’intelletto, in questo caso si manca il bersaglio.Ci sono stati anche altri maestri che sono stati importanti per lei?Ho la fortuna di appartenere a un’epoca in cui era possibile incontrare un gran numero di sensei della prima generazione. Gli anni ’70 erano molto ricchi da questo punto di vista, correvamo di stage in stage per formarci, prestando attenzione alle loro parole, alle loro posture, per trarre il meglio da ciò che ognuno di loro apportava. Tutta la mia riconoscenza va dunque a tutti coloro che mi hanno insegnato, il mio maestro Itsuo Tsuda senseï, Masamichi Noro sensei, Nobuyoshi Tamura sensei, André Nocquet sensei, come pure a coloro che ho avuto occasione di incontrare. Preferisco citarli in ordine alfabetico per non suggerire nulla rispetto all’importanza che hanno avuto nella mia pratica: Michio Hikitsuchi sensei, Hirokazu Kobayashi sensei, Rinjiro Shirata sensei, Seiichi Sugano sensei, Kisshomaru Ueshiba sensei, cosí come – sebbene io non abbia mai praticato il Karaté – Taiji Kasé sensei, o Hiroo Mochizuki sensei che ho incontrato grazie a Tsuda sensei e che mi hanno colpito. Non dimentico Maroteau Rolland sensei che fu il mio primo insegnante di Aikido e che mi ha permesso di incontrare colui che fu il mio principale mentore: Itsuo Tsuda sensei.1) Un luogo chiamato oggi “atelier del gioco del dipingere”.2) La pedagogia del Maestro Jacques Grey (1929-2019), pianista.3) Mikhail Bakunin, filosofo anarchico, 1814-1876.4) Rivista Yashima, N°13, ottobre 2021.5) “Nulla” o “non-esistenza”, termine usato nel Taoismo per esprimere la vacuità.
Di Manon SoaviMax Stirner scriveva nel 1844: “Ci sono erranti dello spirito, che, soffocando sotto il tetto che ospitava i loro padri, se ne vanno a cercare lontano più aria e più spazio. Invece di restare in un angolo del focolare familiare a smuovere le ceneri di un’opinione moderata, invece di prendere come verità indiscutibili ciò che ha consolato e placato tante generazioni prima di loro, attraversano la barriera che racchiude il campo paterno e si avviano, per le ardite vie della critica, dove li conduce la loro indomita curiosità di dubitare..” (Max Stirner, L’unico e la sua proprietà)Itsuo Tsuda sensei è noto per i suoi dieci libri, a volte anche per le sue calligrafie permeate di filosofia tch’an (Zen in giapponese) o per aver introdotto il Seitai in Europa. La sua scuola di pensiero “La scuola della respirazione”, anche se relativamente modesta, ha segnato in modo duraturo le migliaia di persone che sono passate nei dojo o che hanno letto i suoi libri. Eppure non bisogna immaginarsi che il suo cammino sia stato un lungo fiume tranquillo fino alla saggezza. Al contrario, è stato il rifiuto delle certezze del passato a spingerlo verso un’altra strada. Tsuda sensei era certamente un “vagabondo dello spirito” che soffocava sotto il tetto paterno, come dice Stirner. Nel 1914, quando è nato, suo padre era un grande industriale giapponese che aveva fatto fortuna e si era trasferito in Corea, allora sotto il dominio giapponese. Non è possibile sapere esattamente cosa ha motivato la rivolta di Itsuo Tsuda contro suo padre e la sua partenza a sedici anni. Tuttavia, sappiamo che c’entra il modo di agire del padre dopo la morte della madre e della sorella maggiore. C’è qualcosa di inaccettabile per il giovane Itsuo Tsuda, ma suo padre si aspetta che si rassegni, che sopporti e taccia. A questa sofferenza si aggiunge l’incontro con una ragazza coreana (che alla fine sposerà, quattordici anni dopo, quando la ritroverà durante la seconda guerra mondiale). Questa ragazza, di cui si innamora, gli permette di avvicinarsi ad alcune delle immense sofferenze del popolo coreano allora dominato dal Giappone con grande violenza di Stato.A sedici anni, in totale rottura con il padre, rifiuta il diritto di primogenitura e parte, solo, senza alcuna certezza, salvo quella che gli sarebbe stato insopportabile continuare sulla strada che era tracciata per lui. Così per quattro anni vagabonderà, in senso letterale, in Cina e in Manciuria, trascorrendo due anni a Shanghai. Trova una città allora straordinariamente cosmopolita, con da un lato le concessioni francesi e britanniche e dall’altro una fortissima presenza dei movimenti anarchici coreani, giapponesi e cinesi.Bisogna credere che Itsuo Tsuda non amasse le certezze perché a vent’anni parte questa volta per Parigi, conoscendo solo qualche parola di francese, alla ricerca della libertà di pensiero. Quando arrivò nel 1934, piombò nel bel mezzo dei movimenti del Fronte Popolare, degli scioperi e delle manifestazioni di massa dell’epoca. Un movimento di una forza che ci è difficile immaginare oggi e che la guerra schiaccerà, falciando la gioventù operaia rivoluzionaria dell’epoca. A poco a poco, Itsuo Tsuda si integra e inizia a studiare alla Sorbona con Marcel Mauss e Marcel Granet. È in contatto con gli ambienti intellettuali di Montparnasse, e credo di poter affermare che stesse progettando di restare a Parigi, almeno per un bel po’. Ma nel 1940 il mondo sprofonda nella guerra e viene richiamato dal Giappone. Con grande pena deve imbarcarsi per un paese che, in fondo, non conosce. Ciò che lo attende in Giappone è il caos della guerra, il nazionalismo e l’incertezza totale del domani. Forse le situazioni estreme mostrano chi crolla e chi ha la resistenza di continuare il proprio cammino. Tsuda sensei aveva certezze? Non so, ma il fatto è che continua la sua strada nonostante la guerra. I suoi interessi per la sinologia e per l’etnologia non si smentiscono, al contrario, pubblica traduzioni e articoli. Dopo la guerra, la sua vita sembra “stabilizzarsi”, sposato e salariato (lavora ad Air France come interprete) eppure continua ad approfondire instancabilmente. L’incontro con il N?, poi con il Seitai e il suo fondatore Haruchika Noguchi (con il quale studierà per vent’anni), e infine con O sensei Ueshiba e l’Aikido saranno gli strumenti decisivi dell’articolazione della sua filosofia: il Non-fare e la nozione di Ki.Les choses extérieurs n’ont rien de certain ni de nécessaire. calligraphie d’Itsuo Tsuda.
Coltivare l’incertezza
Si potrebbe credere che, arrivato a quel punto, per lui tutto diventi chiaro, come spesso accade nelle persone di una certa età dopo una giovinezza tumultuosa. Ma non è così, è a cinquantasei anni che ritorna in Francia senza garanzie né promesse, come scriverà lui stesso. Vivendo di nuovo miseramente, in una stanza della servitù vicino alla Gare du Nord a Parigi, si mette a scrivere, direttamente in francese. Comincia anche ad insegnare l’Aikido e a diffondere il Katsugen undo (la ginnastica dell’involontario del Seitai). A sessantotto anni, nel suo ottavo libro, scrive: “Dal punto di vista comune, sono un uomo imprudente. Non prendo precauzioni contro microbi, virus, inquinamento, malattie. Non sono né protetto né armato contro i pericoli. Faccio ciò che voglio fare, senza disturbare nessuno.Non spetta a me imporre le mie idee, dicendo: “Non fate quello che faccio io, ma fate quello che vi dico”. Tale formula spetta ai grandi, ai potenti, ma non a me. La mia formula è: “Vivo, vado, faccio.”Non è per conformarmi a uno scopo morale, sociale o politico che faccio qualcosa. Faccio quello che sento dentro di me, quello che posso fare senza rimpianti. Io non cerco l’utopia all’esterno. Cerco la soddisfazione interiore, incondizionata. È nella respirazione calma e profonda che trovo la mia vera soddisfazione. Questo, nonostante le numerose contrarietà della vita moderna. Ho superato e supererò le difficoltà, finché dura la vita. È così che trovo il piacere di vivere. » (Itsuo Tsuda, La Voie des dieux, Le Courrier du Livre)Itsuo Tsuda ci ha lasciato anche insegnamenti preziosi attraverso le sue calligrafie. Su questa questione dell’incertezza, troviamo questa frase di Chuang-tzu che egli calligrafò: “Le cose esteriori non hanno niente di certo né di necessario” (1). Le cose esteriori vanno e vengono, buone o cattive, nulla è prevedibile e nulla è in sé un bene o un male. Tuttavia, integrare realmente questo dato dell’incertezza delle cose esterne è difficile, lo abbiamo potuto constatare in prima persona con i due anni di crisi che abbiamo appena vissuto. Mesi di instabilità e di crisi che, senza essere l’equivalente di una guerra, ci hanno logorato, stancato. Abbiamo potuto misurare, al nostro livello, la difficoltà di andare avanti e gli effetti non hanno smesso di farsi sentire.
La forza interiore
Il difetto dell’educazione occidentale è che tende a farci prendere in considerazione solo l’aspetto volontario dell’individuo. Allora, per compensare la propria debolezza, l’essere umano mostra le sue certezze all’esterno pur rimanendo molto incerto di se stesso all’interno.L’insegnamento di Tsuda sensei riorienta la nostra attenzione verso le capacità insospettate del nostro involontario. Ascoltare i nostri bisogni interiori che si esprimono e ci danno le direzioni da seguire per noi stessi e mantenere l’imprevedibilità, la disponibilità verso l’esterno poiché nulla è certo né necessario. Significa fidarsi delle capacità di adattamento umano.Non essendo mai andata a scuola, ho avuto a che fare con una sfilza di persone che proiettavano le proprie preoccupazioni sulle nostre scelte e che avevano la certezza che i miei genitori stavano sprecando le mie possibilità per il futuro. Tuttavia, una cosa è certa: il futuro è sempre incerto (a volte addirittura assente). Ho quindi vissuto un’infanzia del momento presente piuttosto che dettata da un futuro inesistente. Nella gioia e nella fiducia di fare le cose per loro stesse, nel momento in cui manifestavo un interesse. I miei genitori hanno avuto momenti di dubbio, ovviamente, ma erano convinti che vivere come i loro progenitori fosse semplicemente non vivere, ma morire lentamente. Hanno preferito fare la scelta dell’incertezza prendendo una strada divergente. Perché la certezza interiore che la cosa più importante fosse vivere ora non li ha lasciati. Non andare a scuola era questa possibilità inaudita di apprendere a contare sulle proprie risorse per affrontare le inevitabili difficoltà dell’esistenza.Praticare un’arte come l’Aikido è, almeno sui tatami, dover contare su questa spontaneità perché qualunque sia l’apprendimento tecnico non è possibile prevedere tutto. I corpi sono spesso più o meno paralizzati dall’interno e l’attività del corpo è bloccata (attività del corpo intesa secondo J. F. Billeter: “insieme delle energie e dell’attività inconscia che alimentano e sostengono l’azione cosciente”) (2). Ma allora l’adattamento, l’integrazione, non avvengono più. Quindi, un’arte che rimette in movimento le risorse del corpo, che reintroduce il gioco, è davvero salutare anche se non è una terapia. La vita riprende attraverso il corpo.Ecco perché l’Aikido non deve diventare un catalogo tecnico sterile, con attacchi sempre prevedibili e risposte standard. La parte dell’incertezza deve essere mantenuta con diversi mezzi pedagogici come jyu waza o il lavoro a più attaccanti per esempio. Quando ho cominciato lo studio delle tecniche di jujitsu della Bushuden Kiraku ryu, ciò che era formativo era uscire dal quadro dell’Aikido e trovare alcune tecniche, molto vicine all’Aikido, ma in modo diverso; ciò rompeva il quadro e mi ha permesso di continuare l’Aikido con la sensazione interna delle possibilità di atemi, di kubi shime, di kaeshi waza, ecc. Senza peraltro mettere per forza questi elementi ad ogni tecnica, il semplice fatto di averli percepiti nel mio corpo mi dava un posizionamento diverso.Manon Soavi
Creatività
L’Aikido ci porta ovviamente a sentire le situazioni in cui dobbiamo andarcene o agire prima che sia troppo tardi. È, certamente, una base. Ma questo ha più a che fare con l’intuizione e il potenziale creativo dell’individuo nel senso in cui lo esprime il ricercatore Arno Stern che con il controllo: “Creare è acquisire una libertà al di fuori della presa della società consumistica. Quando parlo di libertà, non è una parola leggera che pronuncio; è la condizione ed anche lo scopo dell’educazione che genera l’atto creatore. Creatività non significa produzione di opere. È un atteggiamento nella vita, una capacità di padroneggiare qualsiasi dato dell’esistenza.» (Arno Stern, Homo-vulcanus, Edizioni Scientifiche Ma. Gi.)Nelle arti marziali ci sono molti esempi. Perché ciò che rende efficiente un’arte non è il bagaglio tecnico, ma prima di tutto l’essere umano e la sua capacità di reazione. Ci sono naturalmente molte storie e racconti di arti marziali che lo raccontano, ma voglio finire questa riflessione con una storia che ricolloca l’Aikido in una realtà dove non c’è certezza sul risultato (l’esterno) ma è evidente la necessità di far fronte (l’interno). Viene raccontata dalla figlia di Virginia Mayhew (pioniera dell’Aikido, fondatrice del New York Aikikai e allieva diretta di O sensei):”Quando avevo sette anni, mia madre ed io ci siamo trasferite nel sud della California e abbiamo vissuto in un vecchio motel nel centro di Los Angeles. A tarda notte, mentre tornavamo nella nostra stanza, un uomo arrabbiato che brandiva una mazza ci ha bloccato la strada e ha chiesto i nostri soldi. Mia madre ha cercato di ragionare con lui e si è offerta di dividere i suoi soldi. Questo sembrava solo farlo arrabbiare di più e si avvicinò a mia madre brandendo la sua mazza in modo minaccioso su di lei. Ricordo di aver avuto paura quando mia madre si è diretta verso di lui. Non capivo ancora la nozione di irimi, quindi non aveva senso per me vederla dirigersi verso un uomo che stava per colpirla con una mazza. Lo scontro vero e proprio è durato solo pochi secondi. La mazza non è mai entrata in contatto con mia madre perché improvvisamente ne ha preso possesso e poi ha immobilizzato il polso del tipo in una leva dolorosa. Si è chinata vicino a lui e ha detto: “Non le farò del male, ma sappia che non è bene attaccare una donna, soprattutto quando sono presenti i suoi figli. Quando la lascerò andare, se ne andrà tranquillamente, ma noi terremo la mazza”. Quando finalmente ha lasciato il polso, il suo potenziale aggressore non ha potuto fuggire abbastanza velocemente.” (Shankari Patel, Irimi su feministaikidoka.blogspot.com. Trad. G. Érard.)Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:
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Articolo di Manon Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 12 nel mese di gennaio del 2023.Note:1. Régis Soavi, Sara Rossetti, Manon Soavi, Itsuo Tsuda – Calligrafie di primavera, Yume Editions, 2018, p. 364.2. Vedere il lavoro del sinologo Jean François Billeter su Chuang-tzu o il suo libro Un paradigme edizioni Allia (2012).
Traduzione dell’intervista di Louise Vertigo a Manon Soavi, 17 febbraio 2023 per la radio AligreFM, nel programma Respirazione per parlare del suo libro “Le maître anarchiste, Itsuo Tsuda” per ascoltare la versione francese, clicca qui.LV: Buongiorno Manon SoaviMS: BuongiornoLV: Sono molto felice di accoglierla per la pubblicazione del suo libro “Le maître anarchiste Itsuo Tsuda, savoir vivre l’utopie” per le edizioni L’Originel. Per lei, la pratica dell’energia, dell’arte marziale, porta a qualcosa di più, poiché avvia una riflessione, un posizionamento sul funzionamento della società stessa. Questo è ciò che scopriremo durante la trasmissione. Per prima cosa, le chiedo di presentarsi.MS: Prima di tutto grazie per avermi ospitato qui oggi. In effetti dico spesso che sono come Obelix, sono caduta nella marmitta quando ero piccola, poiché è un percorso che i miei genitori hanno iniziato prima che io nascessi. È iniziato con le rivolte del maggio ’68, la messa in discussione dei sistemi degli anni 70. Poi il loro incontro con Itsuo Tsuda permetterà loro di attuare davvero, di vivere nel loro corpo, nella loro sensibilità, un altro modo di considerare il mondo, di considerare la vita e i rapporti umani. È un punto di svolta per attuare tutte quelle idee, tutto quel fermento che c’era in quegli anni: gli anarchici, i situazionisti, tutti quei pensatori che hanno messo in discussione il mondo moderno. E queste idee che li hanno nutriti hanno trovato in Itsuo Tsuda un’eco molto forte. Quest’incontro ha cambiato il loro modo di vivere, il loro modo di essere, progressivamente, è un percorso. Quando sono nata io, e poi mia sorella, tre anni dopo, c’è qualcosa che ovviamente è continuato, nel rapporto con i bambini, nel ritmo della vita. Cioè loro non avrebbero mai preso in considerazione di far tutto quel percorso di liberazione per uscire da quei sistemi di dominio e lasciare le loro figlie ricominciare da zero. È per questo che, molto naturalmente ne è derivato che né io né mia sorella siamo mai andate a scuola. Questo è fondamentale. Perché il fatto di non essere andate a scuola ci ha permesso una vita molto diversa, una sorta di continuum tra l’infanzia, l’adolescenza, la vita adulta, ci ha permesso di non avere queste separazioni, queste caselle, queste categorie bambino | uomo | donna | lavoro | svago: tutto era intrecciato. E la filosofia di Itsuo Tsuda, la filosofia del Non-Fare, l’importanza del corpo, del subconscio, tutto ciò era presente, onnipresente nella nostra vita quotidiana.Manon SoaviLV: Molto bene, sì, lo approfondiremo. Lei è la figlia del Sensei Régis Soavi. Suo padre è stato allievo di Itsuo Tsuda per dieci anni. Insegna Aikido da oltre quarant’anni…MS: Anche cinquanta, adesso.LV: Ah sì, va bene! E potrebbe… Quindi immagino che sia stato Itsuo Tsuda a portarlo a questo livello.MS: Mio padre ha iniziato a fare judo quando era giovane, a 12 anni, in questo ha fatto un percorso. Poi ha iniziato l’aikido, ha praticato con diversi maestri di aikido, il maestro Noro, il maestro Tamura. Ha fatto un percorso rispetto all’aikido… e un giorno (nel 1973) ha incontrato Itsuo Tsuda. E Itsuo Tsuda è stato in effetti qualcuno che ha completamente riorientato la sua pratica dell’aikido, e anche la scoperta del Katsugen Undo, che si traduce come Movimento Rigeneratore, è una dimensione che ha cambiato, attraverso la sua scoperta, anche la natura del suo aikido. Itsuo Tsuda è diventato il suo maestro, quello che ha seguito per dieci anni, fino alla sua morte. Poco prima della morte di Itsuo Tsuda, nel 1983, Régis Soavi ha deciso di andare a Tolosa e di aprire il proprio dojo con l’accordo di Itsuo Tsuda che lo ha, in quel momento, incoraggiato a continuare il suo cammino. E da allora continua effettivamente ad insegnare tutte le mattine, da 50 anni. Tutte le mattine l’aikido, e ad iniziare persone al Katsugen Undo.LV: Molto bene sì. Ho avuto la fortuna di vivere questa esperienza con lei.Régis SoaviLV: Dunque, ora parleremo del percorso singolare di Itsuo Tsuda. E prima parliamo di ciò che lo ha influenzato. Chi era? E forse per cominciare possiamo parlare un po’ di ciò che è l’inizio di ogni cosa nell’energia che è il Tao. Ma quindi chi era, qual è il suo percorso?MS: Itsuo Tsuda è nato nel 1914 in una famiglia giapponese che viveva in Corea. La Corea all’epoca era occupata dal Giappone. Era una società molto rigida, molto dura, militarizzata, colonialista. A 16 anni, Itsuo Tsuda rifiuterà la primogenitura. Si oppone a suo padre, abbastanza violentemente poiché se ne va. Lascia tutto a 16 anni e vagabonda, come ha detto. Attraversa la Cina. E alla fine, negli anni ’30, ha un solo desiderio: incontrare la Francia. Già in Cina secondo me è stato a contatto con il pensiero anarchico, con pubblicazioni, è qualcosa che lo ha già segnato. Ma allora in Francia quando arriva nel 1934 c’è il Fronte Popolare, è un momento in cui, a livello sociale, c’è tutto un movimento molto importante in Francia, la cui portata è stata in gran parte dimenticata oggi, e in cui il movimento anarchico era molto molto forte. Quegli anni a Parigi sono estremamente importanti per Itsuo Tsuda. Seguirà l’insegnamento di Marcel Granet e Marcel Mauss alla Sorbona in sinologia e sociologia. Sono ricercatori che lo segnano profondamente nel suo pensiero, nella sua comprensione del mondo, delle culture. Al momento della guerra è costretto a partire per il Giappone. E scopre, a 30 anni, il suo paese durante la seconda guerra mondiale. Anche questo è un grande sconvolgimento. Avrebbe desiderato restare in Francia, aveva ancora tutto un percorso da fare. Ma la vita ha deciso diversamente. Dopo la guerra s’immerge quindi nella propria cultura, che di fatto non conosce. Scoprirà il Noh e poi il Seitai, con il Maestro Haruchika Noguchi e gli ultimi dieci anni del M° Ueshiba per l’aikido. Questo percorso, con la scoperta di una cultura dove il corpo non è separato dallo spirito, dove c’è questa sensazione della vita in ogni cosa, le cose non sono materia inerte, non sono separate, tanto il corpo quanto lo spirito, la natura quanto noi stessi ? Siamo un tutto. E questa è la scoperta di un pensiero cui si era già avvicinato tramite la Cina antica, tramite Marcel Granet. E le sue ricerche sull’antropologia, che continua per tutti questi anni in Giappone – tra l’altro è il primo traduttore in giapponese di “La religione dei cinesi” di Marcel Granet, è davvero qualcosa che approfondisce. E questa scoperta del taoismo: è un grande conoscitore di Chuang Tzu. Ma il Giappone è stato chiuso per 200 anni, conservando così le tracce di una cultura molto più antica, davvero fondamentale, che continua ad esprimersi nelle arti tradizionali.L.V.: Sì. Molto interessante. Dunque, leggerò un passaggio del suo libro e poi faremo una pausa musicale, che le darà il tempo di riflettere sulla questione. A proposito del Tao, del quale si interessa:«In questa geografia iniziatica del dao [tao], c’è una soglia oscura che viene rappresentata dal fondo di una valle misteriosa.» Il Dao de jing si esprime in modo vago e poetico per parlare di questo: «Lo spirito della valle non muore. È la Femmina Oscura, [?] questa è l’origine del cielo e della terra. Indistinguibile, sembra sempre presente e in noi mai si esaurisce» Gu Meisheng spiega che questo è un modo figurato di parlare del senso attivo del vuoto, lo esplicita con queste parole: «La valle è allo stesso tempo un luogo vuoto e sensibile che riverbera i suoni. La valle è vuota, ma quando si grida, l’eco ci risponde. Tale è la natura del dao. Il dao è quindi un vuoto di estrema sensibilità.»Ascoltiamo “Dead of night”, di Orville PeckMS: Sì, in quel brano che ha letto sul Tao, il Maestro Gu Meisheng lo racconta molto bene. Solo la poesia può davvero trasmettere qualcosa che non si può esprimere a parole. Sicuramente conosce questa storia Zen in cui c’è un maestro Zen in un monastero che chiede a uno dei monaci di pulire il Giardino… Allora il monaco rastrella, rastrella, pulisce, tutto è impeccabile, va dal maestro e dice:”Ecco fatto “. Il maestro arriva, guarda e gli dice: “Ricomincia”. Allora l’allievo ricomincia, di nuovo, pulisce tutto bene, bene, impeccabile, torna dal maestro e gli dice: “Ecco fatto, maestro”. Allora il maestro viene e dice: “non va bene”, e se ne va. L’allievo comincia ad averne abbastanza. Allora questa volta lascia un mucchietto di foglie morte. Ritorna dal maestro e dice: “È fatto”. E quando il maestro arriva, guarda e non dice niente. Ebbene questo è il vuoto: il vuoto è attivo. Non si può definirlo in modo definitivo. Ma è vero che è completamente in contrasto con la nostra filosofia, con il modo in cui vediamo il mondo oggi in Occidente, che si è diffuso praticamente in tutto il mondo. Questo è esattamente ciò che Tanizaki lamentava in “Libro d’ombra1”. Abbiamo una specie di idea che tutto deve essere portato alla luce, tutto deve essere sezionato, non ci devono essere zone d’ombra, non ci deve essere ignoranza, tutto deve poter essere spiegato con la razionalità. Salvo che quando si seziona un corpo umano, un corpo animale, qualunque cosa, l’essenziale comunque non c’è più. Quindi c’è sempre questa essenza che ci sfugge. E secondo me, questo è del tutto in linea con le analisi di varie pensatrici ecofemministe, o anche Mona Chollet, che parlano di quell’aspetto inconoscibile mediante la scienza razionale, ma che si sente, che si vive, che è qualcosa che gli esseri umani conoscono, con cui hanno un legame molto forte, e le pensatrici ecofemministe cercano di decostruire la nostra comprensione del mondo per scoprire che la razionalità potrebbe non essere dalla parte che pensiamo, forse non si tratta di sezionare tutto, di affrontare tutto nel modo più razionale. Forse c’è un insieme che ci sfugge completamente, un rapporto con la Terra, un rapporto con la vita, forse effettivamente un rapporto con l’oscurità, con il corpo, con tutte quelle cose che abbiamo denigrato, allontanato, schiacciato e che bisogna rivalutare o riscoprire.L.V.: Sì. Il mistero è molto importante, è molto prezioso. E veniamo dunque ai principi delle arti marziali: coltivare la propria sensibilità, la propria attenzione. Rimanere attenti alla velocità biologica, cosa che richiede un’intensità di attenzione. Questo l’ho preso dal suo libro. Quindi stavamo parlando dell’influenza del gyo su questo maestro…MS: Sì, allora, Itsuo Tsuda trova davvero nelle pratiche del corpo, nella fattispecie il seitai e l’aikido, questa incarnazione, questa possibilità di sentire. Scopre la dimensione del ki e della respirazione. Il gyo è un termine spesso tradotto con ascetismo. Ma la differenza nella versione occidentale dell’ascetismo è che si cerca di uscire dal proprio corpo mediante delle pratiche, di non sentire più, di sottrarsi dal corpo. Mentre nel gyo, nelle pratiche ascetiche dell’Asia o anche dell’India, per lo meno alcune branche, al contrario si cerca l’unità, la riunificazione tra lo spirito e il corpo attraverso pratiche ascetiche. Sono pratiche ascetiche che hanno influenzato in particolare il M° Ueshiba che ne ha trasmessa una parte attraverso l’aikido. Si può vedere attraverso l’aikido una possibilità di ritrovare questo legame, questa totalità dell’essere.LV: Ha parlato di nuovo del seitai, il movimento rigeneratore: magari potrebbe darci dei chiarimenti su questo.MS: Il Seitai è stato messo a punto dal Maestro Haruchika Noguchi a partire dagli anni ’50. Si interessa di ciò che rende ogni individuo unico e indivisibile e della sua capacità innata di equilibrarsi per mantenere la salute. È il movimento inconscio del corpo. Nel seitai, che è, si potrebbe dire, una filosofia, una comprensione dell’essere umano, ci sono diverse tecniche, diverse pratiche e c’è in particolare il Katsugen Undo che Itsuo Tsuda traduce con Movimento Rigeneratore, ed è proprio questo l’aspetto che interessa a Itsuo Tsuda, il movimento rigeneratore. È questo aspetto del seitai che sceglie di ritrasmettere negli anni ’70 in Francia; lo interessa proprio per il suo orientamento personale, la sua filosofia, la sua ricerca di libertà tanto per se stesso quanto per gli altri, questa ricerca di libertà, di autonomia: trova nel Katsugen Undo una possibilità di riattivare da sé le risorse del proprio corpo per ritrovare l’equilibrio. Di non dipendere più da un esperto, da una pratica esterna, dal parere di un maestro o altro. È per questo che lo avvicino a ciò che Ivan Illich chiamava cose conviviali, nel senso che sono strumenti che chiunque può utilizzare, non c’è bisogno di una competenza e questo è fondamentale per Itsuo Tsuda.LV: Sì, questo mi fa pensare che nel Qi Qong si lavora con questa dimensione. Si collabora con queste dimensioni di automedicazione proprie del corpo.MS: Il Maestro Noguchi diceva che non si finiva mai con i “si deve” e “non si deve”, con le indicazioni esterne e che, dagli anni ’50, questo non ha fatto che peggiorare. Oggi si devono mangiare 5 frutti e verdure al giorno, si deve bere un litro d’acqua, si deve mangiare ma muoversi, bisogna fare sport, ma non troppo, ? abbiamo ingiunzioni esterne permanenti?LV: È vero.MS: E si dimentica il proprio bisogno biologico che dipende dal giorno, dal momento, da tante cose e che non è uguale per noi, per il mio vicino, per mio figlio, ognuno ha un bisogno diverso e l’unica bussola siamo noi stessi. E ritrovare la capacità di sentire se si ha voglia di carote o di cioccolato, se si è mangiato abbastanza oppure no, è semplicemente l’inizio dell’autonomia.LV: Assolutamente. Ed ora parliamo un po’ di Ki, che in Cina si chiama Qi, per esempio. Lei scrive “Il Ki sfugge a qualsiasi tentativo di categorizzazione” diceva Itsuo Tsuda che ha spiegato questo molte volte. Qui in Occidente il Ki è molto difficile da spiegare perché non entra nel sistema delle categorie. Lei fa questo esempio: sentirsi osservati.MS: Il ki può essere tradotto a seconda delle circostanze con intuizione, ambiente, intenzione, vitalità, respirazione, azione, movimento, spontaneità? è qualcosa di fluido che non si può effettivamente definire. Itsuo Tsuda diceva anche che “il ki muore nella forma”. Ma è qualcosa che si può sentire. È un’esperienza concreta. Faceva questo esempio: si cammina per strada e all’improvviso si sente. Ci si sente osservati, ci si gira? magari si trova chi ci osserva da dietro una tenda. Forse è solo un gatto, ma l’abbiamo sentito comunque. Si sente l’intenzione. Ovviamente nelle arti marziali lo si usa piuttosto per sentire il ki di aggressione, il pericolo. È una delle forme. Ma si può benissimo percepire il ki del pericolo per altre ragioni. Al contrario, si può sentire un ki accogliente, si può sentire un ambiente. Ci si sente bene in certi posti. E in certi posti ci si sente estremamente a disagio.LV: E anche con delle persone. Per me ci sono delle amicizie, degli amori di ki.MS: Assolutamente. Ci sono persone che emanano qualcosa.LV: Ci si sente subito in confidenza, subito bene, perché quel qi – direi piuttosto qi o ki, beh, poco importa – parla al mio.MS: Certo. Assolutamente. Il problema è il fatto che si impara fin dall’infanzia, fin dalla primissima infanzia, a non ascoltare se stessi. A non ascoltare questa intuizione, questa cosa che ci parla. Allora, purtroppo, perdendo il contatto con se stessi si dimentica un po’ questa sensazione.LV: Va bene, pensiamoci mentre ascoltiamo Hot Hot Hot di Matthew E. White.LV: Ne abbiamo parlato abbastanza velocemente, perché bisogna dire che questo libro è molto molto ricco e ve lo raccomando, parliamo ora del suo insegnamento in senso stretto. E per cominciare le chiederò cosa lui ha trovato nella pratica dell’aikido del M° Ueshiba?MS: Ha conosciuto il M° Ueshiba negli ultimi anni della sua vita, gli ultimi dieci anni. Il M° Ueshiba alla fine di una vita intera di pratica, di ricerca ha proposto un’evoluzione della sua arte. L’ha chiamata una via dell’amore. Credo che sia un potente strumento per l’evoluzione umana. C’è effettivamente il gyo, le pratiche ascetiche, i misogi e diverse cose che l’hanno alimentato nella sua ricerca. Credo che quello che ha affascinato Itsuo Tsuda sia la libertà di movimento di questo maestro. Il M° Ueshiba aveva già ottant’anni eppure aveva una libertà di movimento che Itsuo Tsuda che aveva quarant’anni, non aveva, si sentiva già rigido. Attraverso la pratica dell’aikido, la pratica quotidiana della prima parte che Itsuo Tsuda chiamava pratica respiratoria, che è una pratica individuale con vari movimenti che ravvivano, che rimettono in moto il corpo, che approfondiscono la respirazione, è qualcosa che alimenta, che alimenta la vita in noi. Quel che è piuttosto strano o curioso è che per esempio troviamo anche tra i ribelli, i rivoluzionari come “il comitato invisibile” questa frase che dice “l’esaurimento delle risorse naturali è probabilmente molto meno avanzato dell’esaurimento delle risorse soggettive, delle risorse vitali che colpisce i nostri contemporanei”. Questo esaurimento è la questione, si tratta di rivitalizzare le risorse interne, questa radice. Itsuo Tsuda diceva che era lì per proporre la possibilità di ravvivare la radice. E penso che sia quello che ha trovato anche nell’aikido. In ogni caso, è quello che ha insegnato, è quello che ha dato come orientamento. Perché ancora una volta, come per il Seitai da cui ha preso il katsugen undo, nell’aikido c’erano anche aspetti più marziali e altri, che di fatto non lo interessavano, che altri allievi del M° Ueshiba hanno sviluppato, ognuno ha fatto il suo percorso. Ma ciò che lo interessava era questo aspetto della respirazione, della circolazione del ki, questa possibilità attraverso il corpo. Questo è ciò che lo ha segnato ed è ciò che ha trasmesso nella sua scuola.A destra Itsuo Tsuda, al centro Régis Soavi negli anni ’80LV: E’ vero che è una grande ricchezza l’aikido del M° Ueshiba e che alcuni hanno sviluppato la propria via. C’è anche il M° Noro che ha creato un movimento, un’arte del movimento.MS: Si, infatti.LS: Non è più un’arte marziale ma un’arte del movimento. Oltretutto erano amici.MS: Si, infatti. Conosceva piuttosto bene il M° Noro che ha creato il Ki no michi. C’era una grande differenza di età, perché il M° Noro è stato allievo del M° Ueshiba molto giovane, è stato un allievo interno, aveva 17, 18 anni, mentre di fatto Itsuo Tsuda ha iniziato l’aikido a quarantacinque anni. E nonostante questa grande differenza di età, avevano molti punti in comune, un’affinità che effettivamente era molto forte. Avere iniziato così tardi l’aikido, ha permesso a Itsuo Tsuda in qualche modo anche di avere un bagaglio intellettuale, perché aveva anche un bagaglio culturale in sinologia, e di cogliere quindi i riferimenti quando il M° Ueshiba parlava in modo poetico, letterario, riferendosi alla mitologia e alla cultura cinese. E Itsuo Tsuda aveva quel bagaglio, era veramente un intellettuale ed è quello che gli ha permesso di mettersi dentro. Inoltre, era il traduttore, anzi l’interprete all’inizio, ed ha continuato ad esserlo, degli Occidentali che venivano dal M° Ueshiba. Come il M° Nocquet, e altre persone. Quindi era anche un modo per lui di essere molto in contatto con i discorsi del M° Ueshiba, che doveva tradurre per renderli comprensibili a questi occidentali.LV: Molto bene. Allora c’è un altro aspetto che ho trovato interessante nel maestro Itsuo Tsuda, è la mnemotecnica che consiste nel dimenticare.MS: Ancora una volta, si tratta di trovare questa connessione con se stessi, come lui diceva. Questa capacità. E’ avere fiducia nella propria capacità interna, nelle proprie risorse e anche nel proprio inconscio, nel proprio subconscio. Abbiamo l’impressione di essere noi a decidere di fare questo o quello, ma nei fatti, il 90% delle nostre attività vitali, o addirittura il 100% è totalmente incosciente. Non si può accelerare il battito cardiaco o rallentarlo, a parte forse qualche Yogi ma la maggior parte del tempo non abbiamo alcun impatto sulle nostre funzioni vitali. Ed abbiamo l’illusione del controllo su noi stessi, sulla Natura, sugli altri? siamo completamente in un’illusione di controllo. Dunque, invece di irrigidirsi sul “non devo assolutamente dimenticare di comprare il latte rientrando a casa” – questa è una tensione, è il mentale che sta cercando di ricordarselo. E sappiamo tutti bene che la maggior parte delle volte tornati a casa, posate le chiavi ci diciamo “Ah! Il Latte! L’ho dimenticato…”. Mentre, al contrario, Itsuo Tsuda dice: “Visualizzate voi stessi mentre uscite dalla metropolitana, fate la deviazione per il piccolo supermercato accanto e prendete il latte”. Visualizzate questa azione, la vedete. Ok? E ora dimenticate, non pensateci più.LV: Grazie per questo consiglio che metterò subito in pratica. Allora, cosa succede nel dojo? Il dojo permette di riprendere il potere sul proprio corpo e questo si estende alla vita quotidiana. La cito: “Il dojo fa parte di quei luoghi unici in cui il tempo scorre diversamente, in cui il mondo si ferma per qualche istante”.MS: Nella nostra Scuola abbiamo diversi dojo e sono luoghi interamente dedicati all’aikido ed al katsugen undo. Non sono delle palestre, non sono delle sale sportive, non ci sono altre attività. Sono luoghi gestiti da associazioni. Dunque le persone si autogestiscono, si auto-organizzano. Tutti i membri sono responsabili del loro dojo. Non c’è da un lato il dojo e dall’altro dei clienti. Ciascuno è in qualche modo come a casa propria e in casa d’altri allo stesso tempo. Quindi è uno spazio un po’ fuori dal tempo, fuori dal mondo, grazie all’orientamento che ha dato Itsuo Tsuda, e l’orientamento con cui anche Régis Soavi, mio padre, ha continuato a lavorare per 50 anni, e che oggi io stessa provo a continuare. Continuare a dare questo impulso. Di far comprendere che si può vivere diversamente.LV: Sì, allora il dojo è il luogo in cui si viene a lavorare sulla Via. Torno un po’ su questa nozione di arte marziale – non può essere qualcosa di meccanico dove il corpo sarebbe un oggetto. Quindi è molto più connessa effettivamente con questa dimensione del soffio, con la spiritualità. Quindi suo padre recita un Norito al mattino.MS: Sì, non solo mio padre. Tutti iniziamo la seduta con questo Norito che è una recitazione. A dire il vero, non si sa nemmeno cosa voglia dire. E’ un momento, è un modo di mettersi in un’altra condizione, un’altra disponibilità. Certe volte mio padre fa questo esempio, parla di un Lied di Schubert che è in tedesco – e magari non capiamo il tedesco. Eppure quando lo ascoltiamo, c’è qualcosa in noi che risuona. Lo si percepisce, lo si sente, è inesplicabile.LV: Si. Ci sono vocali che sono sacre soprattutto in sanscrito e davvero il suono, la vibrazione ha un’azione. Quindi deriva dallo Shintoismo. È un’invocazione agli dei originari. Leggerò un brano in cui per l’appunto suo padre ne parla. “Régis Soavi dice: «Il norito non appartiene al mondo della religione ma certamente al mondo del sacro nel senso animista. Le vibrazioni e la risonanza portata dalla pronuncia di questo testo ci apportano a ogni seduta una sensazione di calma, di pienezza e a volte qualcosa che va al di là e resta inesprimibile. Il norito è un misogi. Per sua essenza, non è mai perfetto, cambia ed evolve. È il riflesso di un momento del nostro essere.»” Allora ci riflettiamo durante l’ascolto del brano Sure di Shannon Ley.Itsuo TsudaLV: Allora, parliamo del Maestro Itsuo Tsuda oggi. E parliamo di anarchia.MS: L’anarchia è una parola che è diventata tabù. Una parola piena di violenza e caos. E infatti si dimentica completamente, si dimentica e direi anche che sicuramente la parola è stata intenzionalmente separata da ciò che era, e da ciò che è sempre la filosofia anarchica. La filosofia anarchica è l’organizzazione fatta da sé, l’autogestione. E’ l’ordine senza il potere. E’ semplicemente un rifiuto del dominio degli uni sugli altri. E alla fine è qualcosa che non è così sconosciuto. Già prima della creazione degli Stati, comparsi intorno al 3000 o 4000 a.C., esistevano e sono esistite per molte migliaia di anni, società che si autogestivano. E anche dopo la creazione degli Stati ci sono stati molti luoghi sulla terra che hanno continuato ad autogestirsi, ad avere funzionamenti diversi. C’è un certo numero di storici, di ricercatori, Pierre Clastres e altri o David Graber ad esempio, che hanno fatto ricerche e dimostrato che esistono vari tipi di organizzazione sociale. Quello che è sicuro è che anche se c’è un leader, il ruolo del leader non è la coercizione, non è dirigere gli altri. Molto spesso è un ruolo di mediatore, di qualcuno che deve trovare il modo di organizzare le cose ma che non decide nulla da solo. Il leader non può dare ordini agli altri. L’anarchia è riscoprire questa potenza dell’individuo e qualcosa che si organizza con gli altri. I movimenti anarchici sono stati molto potenti. Ci sono stati effettivamente alcuni atti di violenza che sono stati esageratamente enfatizzati per screditare il movimento, per screditare tutto un pensiero ricco e complesso. Non c’è un’anarchia, ce ne sono molte. Ed è qualcosa che effettivamente ha molto segnato il pensiero di Itsuo Tsuda, e anche il pensiero di mio padre Régis Soavi. La ricerca di libertà, non soltanto la libertà interiore, certo, ma anche la libertà con gli altri. Nel Dojo si tratta difatti di farsi carico di tutti gli aspetti della propria esistenza. Quindi bisogna ben comprendere che non si tratta di una libertà separata dalla realtà. Aurélien Berlan si oppone alla fantasia di liberazione, dove si sarebbe liberati da tutte le contingenze materiali, ma evidentemente liberati con altre persone che sono schiave, che siano schiavi energetici, tecnologici o con altre persone dominate. Quindi, contro la fantasia della liberazione, parla della ricerca dell’autonomia. Riprendere in mano la propria capacità, in tutti gli aspetti della vita. Questo ovviamente accomuna anche le femministe della sussistenza, che parlano anche di questo aspetto molto importante, di riappropriarsi di tutti gli aspetti della propria vita. E’ questo che cerchiamo in un dojo. E in ogni caso nei nostri, c’è evidentemente l’aspetto pratico del corpo ma c’è anche l’aspetto fondamentale di questa organizzazione, di uscire da un rapporto in cui si arriva, si è clienti, si paga e si vuole avere qualcosa in cambio. Siamo tutti coinvolti, impegnati a far vivere questo dojo perché il luogo esista, per noi stessi. Non si tratta nemmeno di dirsi che lo si deve fare per gli altri, io mi sacrifico? assolutamente no. Ciascuno di noi lo fa per se stesso ma in collaborazione con gli altri.LV: Si allora quello che trovo veramente molto interessante in questo percorso – e qui troviamo, e ne parla nel suo libro, cose in comune in particolare con i Kogi – cioè che la vera morale nasce dall’interno. Questo lavoro, questo cambiamento interiore sfocerà in un cambiamento esteriore. E lei dice anche che la creazione di uno Stato ha determinato una deprivazione dei valori creativi dell’individuo.MS: La morale sorge dall’interno, l’anarchico Kropotkin ne parla, come pure Itsuo Tsuda, ed effettivamente i Kogi. Non si tratta di avere regole esterne, divieti, ancora una volta ingiunzioni, ma di ritrovare questa morale che fa sì che si collabori gli uni con gli altri. Si ritrova anche la nozione di attenzione. Fare a meno di un capo, i Kogi vivono così. Ma noi, noi viviamo con il dominio. Siamo sempre allo stesso tempo dominati e dominatori di qualcuno. Non possiamo semplicemente dire “ah sì, è la libertà, faremo a meno di un capo e tutto è facile”. Non è la realtà. La realtà è che va rifatta un’auto-educazione per comprendere l’attenzione, l’autodisciplina che ciò richiede. Riscoprire sia la propria potenza che la propria capacità di organizzazione. Alla fine c’è una presa di coscienza che si avvicina un po’ a ciò che Winona LaDuke dice sugli Amerindi, che sanno di essere oppressi ma non si sentono impotenti. I Bianchi invece non sanno di essere oppressi ma si sentono impotenti. Beh, è proprio così. Riscopriamo che alla fine siamo dominati, siamo dominanti ma che non siamo impotenti. Penso che fosse questo il senso della frase quando Itsuo Tsuda diceva: “L’utopia non esiste da nessuna parte se non dove siamo”. È ritrovare questa potenza oggi e ora. E sono qui per dire che è possibile.LV: Sicuramente.MS: Anche se questo richiede un cammino! Non è una bacchetta magica. È qualcosa su cui lavorare, da scoprire. Questo richiede un percorso nel proprio corpo, come effettivamente nello spirito. Ci sono strumenti filosofici, strumenti di comprensione intellettuale e strumenti per uscire da quello che abbiamo integrato totalmente fin dalla primissima infanzia. Fin dalla primissima infanzia si insegna ai bambini a non ascoltarsi, a non poter dire No, a non essere se stessi, ebbene in effetti si arriva ad avere delle persone che integrano il dominio e bisogna fare un lavoro per uscirne, ed è possibile. È possibile fare questo percorso, e camminare almeno un po’ più liberi.LV: Si, siamo in cammino in ogni caso. Quindi questa cultura della separazione, lei ne parla in particolare quando evoca il pianto dei bambini, dicendo che non è veramente normale che i bambini piangano in altre culture. In Kenya è piuttosto una cultura di prossimità, di attaccamento.MS: La cultura della separazione è un modo di separarci da noi stessi, dal nostro corpo, dalle nostre sensazioni, gli uni dagli altri evidentemente. E’ pensare che sia normale lasciar piangere un neonato, trascinare un bambino urlante per la strada perché non vuole andare a scuola, che è normale, che la vita è così, che in ogni caso bisogna “perdere la propria vita per guadagnarsela” come dicevano i sessantottini. Eppure è questa la vita? Non è possibile rifiutarsi completamente di giocare a questo gioco? Non possiamo riscoprire che dentro di noi siamo liberi? Allora di certo mi si dirà: “Sì, ma i soldi? Sì, ma ci sono i debiti? Sì, ma bisogna pagare questo, è così, nella vita bisogna soffrire..” Ma effettivamente chi l’ha detto? Ah sì? Perché? Magari semplicemente no! Forse ci sembra di avere tutte queste catene, e da qualche parte le abbiamo davvero, certo. Non cadono con un tocco di bacchetta magica. Ma si può fare un percorso che ci riunisca e in cui ci accorgeremo che effettivamente il pianto dei bambini esprime forse la cosa fondamentale: che non va affatto bene!LV: Trovo che questa sia una conclusione molto bella! Allora Manon Soavi, raccomando vivamente questo libro “Le maître anarchiste Itsuo Tsuda, savoir vivre l’utopie“.
di Régis SoaviQuando si cerca di disequilibrare una persona, istintivamente si sa dove si deve toccarla, sia fisicamente che psicologicamente. Nella maggior parte dei casi è il suo centro che deve essere raggiunto in modo tale da renderlo fragile e quindi vulnerabile.
La visione del Seitai
È difficile giungere al centro della sfera del partner se la periferia è potente poiché tutte le azioni sembrano rimbalzare sulla superficie o scivolare come su uno strato liscio, elastico e capace di deformarsi senza diminuire di densità, dunque senza essere penetrata né essere raggiunta in nessun modo. Tutto dipende da come ciascuno dei partner saprà e riuscirà a utilizzare la propria energia centrale, il proprio ki, sia nel ruolo di Tori che in quello di Uke. Va da sé che altri fattori non meno importanti, come la determinazione, il bisogno di vincere, fanno parte integrante di questa sfera e possono cambiare la situazione, poiché il ki non è un’energia come l’occidente oggi è abituato a considerarla, cioè un certo tipo d’elettricità o di magnetismo. Il Ki è la risultante di componenti multifattoriali e, avendo preso una certa forma, diventa concreto, anche se è difficile da analizzare e quasi non misurabile se non attraverso i suoi effetti. In tutti i casi, uno degli elementi essenziali dell’azione sarà la postura, non soltanto presa in considerazione per la sua caratteristica fisica, ma anche per il suo equilibrio energetico, le sue tensioni, le sue coagulazioni, i luoghi dove si trovano bloccate, imprigionate, così come le sue relazioni, tanto positive che negative, con il resto del corpo e le conseguenze che queste determinano. Una scienza del comportamento umano basata sull’osservazione fisica, la sensibilità ai flussi che percorrono il corpo e la conoscenza anatomica, è di primaria importanza quando se ne ha bisogno per esercitare molte professioni. Ciò non toglie che anche per un dilettante, un appassionato, essa può anche aiutarci a comprendere il nostro entourage o permetterci di uscire dall’imbarazzo quando ciò è necessario. Uno degli obiettivi di questa scienza, il Seitai, è quello di comprendere meglio l’essere umano nel suo movimento in generale e nel suo movimento inconscio in particolare. È uno strumento di qualità che ha già dato prova del suo valore in Giappone come in Europa, e che difficilmente può essere trascurato quando si pratica un’arte marziale. Benché sia stato insegnato in Francia per una decina di anni da Tsuda sensei attraverso la pratica del Katsugen Undo, le sue conferenze, e la pubblicazione dei suoi libri, la scarsa conoscenza in occidente del lavoro del suo iniziatore Noguchi sensei ha penalizzato la sua diffusione. Chiede di essere oggi più conosciuto, più riconosciuto per permettere a chi vi si interessa di trovare gli elementi che lo porteranno ad una migliore comprensione, almeno teorica. È quindi importante che il Seitai si faccia conoscere per essere meglio compreso e ammesso, per questo di tanto in tanto do modestamente per le persone interessate alcune indicazioni soprattutto sui Taiheki che, se si può dire sicuramente in modo un po’ caricaturale, presentano come una sorta di cartografia del territorio umano, sia a livello della circolazione del ki, sia dei suoi passaggi, dei suoi ponti, dei suoi punti di uscita, di entrata, ecc. È possibile comprendere meglio i Taiheki e il Seitai praticando il Katsugen Undo, che è alla base del ritorno all’equilibrio fisico e alla sensibilità necessari per avvicinarsi in modo pratico a questa conoscenza. Si può anche, almeno intellettualmente, andare direttamente alla fonte delle informazioni, leggendo o rileggendo i libri che Tsuda sensei ha scritto in francese. Il principio di base è riassunto in questa “definizione” che egli stesso ha dato: «Lo scopo del Seitai è quello di regolarizzare il circuito dell’energia vitale, che è polarizzata in ogni individuo, e di normalizzare così la sua sensibilità. La filosofia che sottende il Seitai è il principio che l’uomo è un Tutto indivisibile, e ciò lo distingue ovviamente dalla scienza umana occidentale che è basata su un principio analitico.» (Itsuo Tsuda, Il Non fare, Yume. p.76).Lasciar sorgere l’azione giusta.
Un corpo atletico
Alcune persone hanno un corpo dalle proporzioni armoniose, spalle larghe e squadrate, gambe lunghe, sembrano estremamente stabili, per molti rappresentano l’esempio dell’essere umano ideale, donna o uomo. Ma se si osserva il loro comportamento appena si muovono, hanno tendenza a piegarsi in avanti (è una delle caratteristiche del tipo 5 che fa parte del gruppo “avanti-indietro” chiamato anche antero-posteriore). Di conseguenza, quando devono inclinarsi, spingono il sedere all’indietro e talvolta appoggiano le mani sulle ginocchia per compensare. Si possono riconoscere facilmente perché spesso, anche se immobili, incrociano le mani dietro la schiena per rimanere in equilibrio, non è un’abitudine, è un bisogno di riequilibrio. Questo è un chiaro segno di un bacino che manca di equilibrio e solidità, nonostante tutti gli sforzi, il centro, l’Hara rimane vulnerabile. In occasione di un incontro o di un allenamento è sufficiente quindi, se si è preso il tempo sufficiente per osservarlo, approfittare del momento in cui il partner si muove e quindi si inclina in avanti, per entrare sotto il terzo punto del ventre, circa due dita sotto l’ombelico, e aspirarlo o lasciarlo scivolare sopra di noi, e questo, indipendentemente dalla tecnica che si è scelto di applicare. Sembra semplice quando lo si legge, ma sebbene si tratti solo di uno degli aspetti, la scoperta e la comprensione della postura sono senza dubbio tra gli elementi che hanno la maggiore importanza. All’inizio, nella fase di apprendimento delle arti marziali, per quanto riguarda la realizzazione più concreta delle tecniche, è necessaria una conoscenza, ma nonostante tutto è grazie ad un allenamento basato sulla sensazione e sulla respirazione, che si acquisisce la capacità di cogliere il momento giusto e di essere “dentro”. Del resto il lavoro di osservazione dei partner, se si possiede la conoscenza delle posture, non può che farci del bene, può essere quel qualcosa in più di decisivo nel caso di una competizione o se si debba determinare se si tratta di un pericolo reale o di un’intimidazione.Sentire le linee di equilibrio.
I Sumotori
I Sumotori con la loro corpulenza, la loro postura molto bassa, il loro modo di muoversi, sembrano esempi ideali di stabilità e di equilibrio, almeno fisico. Anche se il loro addestramento accentua alcune tendenze già presenti e rafforza le loro capacità nella direzione della solidità, rischia di deformarne altre a beneficio del loro successo futuro in combattimento. Dal punto di vista dei Taiheki, nonostante tutto, non sfuggono alla propria tendenza di base. Ci sono Sumotori di tutti i tipi, ovviamente, ma alcune tendenze di Taiheki sono più rappresentate di altre. Nel caso dei Sumotori appartenenti ai gruppi dei verticali, ce ne sono pochi di tipo 1 perché questo tipo di deformazione provoca molto rapidamente la loro eliminazione. Ciò si spiega con il fatto che fin dalla più tenera età si rivelano piuttosto incompetenti, anche quando sono fisicamente forti, sono molto facilmente destabilizzati. Il motivo principale risiede nel modo in cui affrontano l’azione. Seguono sempre l’idea del combattimento pre-concepito o percepito man mano che si svolge, e quindi sono sempre in ritardo e sorpresi dalla mossa del loro avversario. Invece i tipi 2, se hanno osservato bene gli ultimi combattimenti dei loro avversari, se sono ben guidati, possono definire una strategia che, se non è disturbata da cose imponderabili, può portarli alla vittoria. Hanno un’ottima conoscenza della fisiologia e dell’anatomia del corpo sia immobile che in movimento, cosa che permette loro quando vogliono sbilanciare l’avversario, di farlo con la massima probabilità di successo, poiché il terreno è stato ben preparato almeno teoricamente. Si basano anche sulla logica e la riflessione derivate dai combattimenti precedenti poiché è questo che li guida, e raramente la sensazione o l’intuizione. Diventati Yokozuna, si ritirano e si dedicano alla scrittura di libri, di articoli sulla loro vita, sul loro allenamento o ancora utilizzano la loro reputazione per sostenere delle buone cause, ecc.Sumo Foto di Yan Allegret, Dohyô, 2006. Série photographique autour du monde du sumo
Torcersi per vincere
Per alcuni, disequilibrare vuol dire vincere, precipitarsi e poi prendere il sopravvento con un attacco frontale, diretto. Questa sembra essere la soluzione migliore se non l’unica possibilità che viene loro in mente, e non possono in alcun modo resistervi. Queste persone sempre pronte a combattere, a reagire, hanno in generale reazioni molto fisiche. Quando reagiscono con attacchi o risposte di ordine psicologico, ad esempio piccole frasi insidiose, si può facilmente vedere che si torcono, il loro bacino non è più nella stessa direzione della linea centrale del loro viso. Si può anche notare che, allo scopo di prepararsi all’azione immediata, il loro corpo mostra una torsione che accentua i loro punti di appoggio. Questa torsione, quando è permanente, è un ostacolo ad un movimento libero per chi ce l’ha e deve sopportarla. La soluzione sarebbe, se non si riesce a normalizzarla, riuscire ad utilizzarla in un lavoro per esempio o grazie ad un’attività che richiede un buon senso della competizione. Le persone che hanno questo tipo di deformazione ne subiscono le conseguenze loro malgrado. Si può notare in loro una tensione che è quasi permanente e quindi una grande difficoltà a rilassarsi, a prendersi il proprio tempo, questo porta a relazioni difficili con gli altri perché si sentono eternamente in competizione.Quando si conosce il Seitai e più precisamente i Taiheki, si capisce meglio questo tipo di tendenze comportamentali. Questo permette di sapere quando e come agire senza cadere nella trappola della rivalità che queste persone cercano di mettere in atto intorno a loro per prepararsi a difendersi e di conseguenza per attaccare. Gli individui di questo tipo fanno parte del gruppo “Torsione” e tutto si basa sul fatto che inconsciamente hanno una sensazione di grande debolezza che non riconosceranno mai. Fondamentalmente si sentono in pericolo in modo permanente, motivo per cui considerano che la miglior difesa è l’attacco immediato perché sorprende l’avversario e dovrebbe non dargli l’opportunità di replicare.Morihei Ueshiba O Sensei. Destabilizzare con lo sguardo.
Un archetipo dell’essere umano
A volte, una piccola frase, o una parola al momento giusto, possono cambiare una situazione, sia nel bene che nel male. Se si è capaci di respirare profondamente e di concentrare il ki nel basso ventre, si può, agendo al momento opportuno, far crollare un intero edificio e trasformare quella che sembrava essere una fortezza inespugnabile in una decorazione di carta-pesta per luna park. La respirazione addominale fa parte dei segreti che sono accessibili a tutti i praticanti a condizione che rivolgano la propria attenzione in questa direzione e che vi si esercitino. Le persone la cui energia si concentra naturalmente nella parte inferiore del corpo, a rischio di coagulazione se non c’è normalizzazione, sono classificate, dal punto di vista Seitai, sia nel gruppo detto di “torsione” (tipo 7 principalmente), sia nel gruppo bacino. Vorrei soffermarmi su coloro che all’interno di questo gruppo hanno una tendenza alla chiusura del bacino, cioè a livello delle ossa iliache (tipo 9), perché per Tsuda sensei rappresentano una tendenza che si trova all’origine dell’umanità. In questi tempi storicamente molto lontani, l’aspetto della sopravvivenza dal punto di vista fisico era primordiale, ma la sensibilità come anche l’intuizione erano qualità indispensabili. Sono proprio queste qualità che permettono al tipo 9 di essere un passo avanti agli altri in caso di pericolo, perché sente intuitivamente se deve rispondere a un gesto di minaccia o se si tratta di una semplice provocazione, inoltre sa se questa provocazione sarà seguita da un atto o se finirà in un nonnulla. “L’intuizione non può essere sostituita dalla conoscenza né dall’intelligenza. L’intuizione non si generalizza. In molti casi, sono la conoscenza e l’intelligenza che falsano l’intuizione.” (ibid. p.98) La presenza di una persona di questo tipo in un gruppo umano non lascia mai indifferenti, anche se si è incapaci di conoscerne la ragione né di percepirla con facilità. Queste persone hanno un comportamento che a volte sorprende la maggior parte della gente, sia a causa della loro rigidità, perché possono chiudersi molto facilmente, sia a causa del potere della loro concentrazione molto insolita nel nostro mondo dove la dispersione e la superficialità sono la norma. “Quando si concentra, non concentra solo una parte delle sue funzioni fisico-mentali. Concentra tutto il suo essere.” (ibid. p.98). La loro concentrazione è percepibile attraverso l’intensità del loro sguardo, il che è già estremamente destabilizzante, basta per esserne persuasi rivedere i pochi film che conosciamo su O Sensei, lui stesso del tipo 9.La postura dei Sumotori al momento del combattimento è una postura che si adatta particolarmente bene a una persona di tipo 9 dato che “lo scarto tra l’apertura e la chiusura del bacino è molto grande in lui. Può accovacciarsi completamente, senza sollevare i talloni e rimanere a lungo in questa posizione, poiché è la sua posizione di distensione. Quando si alza, il suo peso si sposta dal lato esterno dei piedi alla base degli alluci. Questa è la sua posizione di tensione.” (ibid.95)
Sensibilità e intuizione
L’Aikido ci guida verso la stabilità e l’equilibrio, il Seitai si presenta anch’esso come una via che va nella stessa direzione, anche se lo fa grazie ad altri esercizi; la coniugazione delle due tecniche, Aikido come arte marziale e il Seitai attraverso il Katsugen Undo come proponeva Tsuda sensei, ha permesso alla nostra Scuola di continuare nella direzione del ritorno verso una sensibilità semplice ma indispensabile, in un mondo che mira piuttosto all’insensibilità e alla rigidificazione che si pretendono protettrici. L’intuizione ritrovata, la ricettività di nuovo attiva ci sono indispensabili per essere attori della nostra vita.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:
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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 11 nel mese di ottobre del 2022.
Quando Itsuo Tsuda torna in Francia all’inizio degli anni ’70, vuole creare un ponte tra Oriente e Occidente, far conoscere a questa cultura così diversa dalla sua ciò che lui stesso ha scoperto attraverso le sue ricerche sul “ki”: dei mezzi per risvegliare la sensibilità e per ritrovare la libertà interiore. Vede nell’Aikido che ha praticato con Ueshiba Morihei sensei e nel Katsugen Undo che ha scoperto presso Noguchi sensei degli strumenti concreti per lavorare in questa direzione. Per trasmettere queste pratiche, egli vuole che «[il suo] dojo sia un dojo, e non un club con un padrone e i suoi habitué, per non disturbare la sincerità dei praticanti» (I.Tsuda, Cuore di Cielo Puro, Le courrier du Livre). Riunisce quindi i suoi allievi in un luogo dedicato esclusivamente a queste due pratiche e che funziona su base associativa, in modo indipendente e autogestito. Così Katsugen Kai è stata creata a Parigi nel 1971.All’inizio degli anni ’80, il suo allievo Régis Soavi si trasferisce a Tolosa e, con l’accordo del suo maestro, apre un primo dojo al numero 10 di rue Dalmatie. Sarà il primo dojo della Scuola Itsuo Tsuda. Allora il luogo, che ospitava varie attività professionali, non aveva per niente un aspetto estetico – accanto alla stazione Matabiau, un cortile con un garage, un capannone e, in fondo, una casetta – ma c’era “qualcosa”?Bisognava fare tutto. Un piccolo gruppo che praticava già l’Aikido e il Katsugen Undo con Régis Soavi si lanciò in un immenso cantiere per trasformare una vecchia officina meccanica in dojo. Muratura, posa di finestre e porte, opere di consolidamento, elettricità, pittura? senza soldi ma con entusiasmo e determinazione, a volte con un aiuto inatteso. Pochi mesi dopo vengono messi i tatami e si tengono le prime sedute. E da allora non ha mai chiuso…1983, un capannone dove c’era tutto da fare1983, primo stage d’estateOggi, quasi quarant’anni dopo, il dojo Yuki Ho è aperto tutti i giorni: per l’Aikido, ogni mattina e la sera due volte alla settimana, per il Katsugen Undo tre volte alla settimana. I praticanti più anziani conducono le sessioni quotidiane e l’insieme degli iscritti si occupa del luogo e delle attività in uno spirito che deriva sia da quello dei dojo tradizionali che da quello dell’autogestione. Accolgono Régis Soavi Sensei quando viene a condurre ogni due mesi gli stage, gestiscono la contabilità, le mansioni amministrative, organizzano pulizie e grossi lavori? individualmente e collettivamente responsabili del luogo e “a casa loro”. Quello che era formato solo da qualche tatami ora è diventato uno spazio di 100 metri quadrati con un tokonoma al centro che ospita una calligrafia di Itsuo Tsuda montata su kakémono.Il dojoVue sur la coursC’è anche un piano con spogliatoi, una cucina e uno spazio dove condividere i piccoli caffè quotidiani e pranzi di stage e ci sono stati molti altri lavori che ora lo rendono un dojo pieno di una storia, della pratica quotidiana… di questa atmosfera speciale che rende un locale un dojo.Il primo piano: gli spogliatoi, una cucina, una zona lettura, la zona ufficio…Questo luogo non è solo un dojo in un cortile con un magnifico pino parasole, ma anche un collettivo di associazioni, tra cui un luogo di educazione alternativa, un laboratorio di pittura Arno Stern e un centro culturale di condivisione di conoscenze e saperi pratici. Perché gli iscritti del dojo, nutriti dalla pratica e dalla vitalità che permette di ritrovare, hanno lavorato a questo progetto comune con l’obiettivo di continuare a condividere ciò che hanno scoperto. Tsuda Sensei utilizzava l’Aikido e il Katsugen Undo come vie per ritrovare “la propria forza interiore”, per molti Yuki Ho è un luogo che ha offerto e offre ancora questa possibilità. È così che è possibile lasciare da parte le perturbazioni della vita quotidiana, respirare, ritrovare “Tenshin, il cuore di cielo puro” come diceva Itsuo Tsuda.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:
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Articolo pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 19 nel mese di april del 2022.Foto di Elio ScintuInformazioni:Dojo Yuki Ho (École Itsuo Tsuda)10 rue Dalmatie, 31500 Toulouse.www.dojo-yukiho.org
Di Régis SoaviLa mistificazione è il risultato ottenuto da chi utilizza il mistero per ingannare gli altri.La mistica o misticismo è ciò che riguarda i misteri, le cose nascoste o segrete. Il termine rientra principalmente nell’ambito spirituale, ed è usato per qualificare o designare esperienze interiori di contatto o comunicazione con una realtà trascendente non discernibile dal senso comune.
O Sensei un mistico!
Nessuno può negare che O sensei fosse un mistico, ma fu per questo un mistificatore? La sua vita, la sua fama già da vivo, i suoi combattimenti divenuti storici – in particolare contro un Sumotori, o maestri di arti marziali – il suo insegnamento, le testimonianze dei suoi allievi, tutto questo tende a dimostrare il contrario. Molti Uchi-Deshi hanno raccontato come O sensei riuscisse a intrufolarsi tra la folla delle stazioni giapponesi sovraffollate, come ad esempio a Tokyo durante l’ora di punta. Qual era il suo segreto nonostante la sua età avanzata? La pratica di un’arte come la nostra non porta solo potenza e resistenza, queste si ottengono dopo qualche anno di impegno, e direi anche che durano solo un certo tempo, perché con l’età diventa difficile fare affidamento solo su di esse. C’è, tuttavia, un ambito che mi sembra importante da comprendere e sperimentare, è il lavoro tramite ciò che viene vissuto e sentito direttamente, e questo fin dall’inizio. Lo spazio, il Ma, deve diventare qualcosa di tangibile, perché è una realtà che non è teorica, tecnica o mentale. È piuttosto come una sfera di protezione adattabile a tutte le circostanze, lungi dall’essere un mantello dell’invisibilità o una corazza indistruttibile, si muove insieme a noi, è allo stesso tempo fluida e molto resistente, si contrae, si espande o si ritrae secondo necessità e indipendentemente dalla nostra capacità cosciente o volontaria. Non è una sicurezza infallibile, ma in molti casi può salvarci la vita o almeno evitare il peggio. Troppo spesso è stata trasformata in un valore mistico, mentre è solo il risultato di un lavoro appassionato e appassionante. È una realtà a cui non si deve mai rinunciare, fin dall’inizio, anche se può sembrare irraggiungibile. Se c’è un orientamento essenziale che l’Aikido ci insegna, è quello di non opporsi frontalmente, di evitare il confronto diretto quando possibile e di usarlo solo in ultima istanza.Il lavoro che deve essere fatto, sta a ciascuno di noi compierlo, fisico o filosofico che sia.
Yin e Yang una truffa?
Il Tao non è solo una comprensione orientale del mondo, ma piuttosto un’intelligenza intuitiva ancestrale. È intimamente conosciuto da molti popoli, e artisti, poeti, pittori o altri hanno talvolta saputo comunicarci a modo loro l’essenza delle forze che lo animano. Il pittore Kandinskij, pur essendo un artista moderno ed europeo, ha saputo trovare le parole che, anche se riferite ad un’opera d’arte, ci parlano come praticanti e ci permettono una visualizzazione dello Yin e dello Yang: “Ogni forma ha un contenuto interiore. La forma è quindi l’esteriorizzazione del contenuto interiore. […] È chiaro che l’armonia delle forme è fondata solo su un principio: l’efficace contatto con l’anima” (Kandinskij Lo spirituale nell’arte (1954), p. 49, SE editore 2005)È attraverso la comprensione dello Yin e dello Yang che si possono vedere più chiaramente certi meccanismi del corpo e del suo movimento, per dirla semplicemente, capire come funziona. Ecco un approccio che dovrebbe chiarire il mio punto di vista: l’involucro esterno del nostro corpo nel suo insieme è Yang e quindi l’interno è Yin, anch’esso nel suo insieme. L’aspetto corporeo, il lato luminoso delle persone, il loro aspetto sociale così come il modo in cui si presentano, la comunicazione, il rapporto con gli altri, tutto questo, se non ci sono deformazioni, è piuttosto di tendenza Yang. L’interno, inteso non solo dal punto di vista organico ma anche psichico ed energetico, è Yin. Evidentemente non c’è una reale separazione tra l’uno e l’altro ma l’aspetto della complementarietà porta a osservare che è lo Yin che alimenta lo Yang, così come è l’inspirazione che permette l’espirazione e quindi l’azione. Lo Yin sostiene lo Yang, gli conferisce pienezza, la forza del corpo deriva dalla forza dello Yin e si manifesta attraverso lo Yang. Tutta la forza dello Yin ha bisogno di un involucro, per quanto malleabile possa essere dall’interno, questo deve anche avere la possibilità di indurirsi per contenere questa forza e allo stesso tempo prepararla a reagire, ad agire. Se la potenza dello Yin non è contenuta, se non ha la possibilità di centrarsi – perché allora sarebbe senza limiti e quindi senza punti di riferimento – rischia di disperdersi senza dare alcun frutto. Se lo Yang è sottoalimentato a causa della povertà dello Yin che fatica a rigenerarsi, o di una separazione tra Yin e Yang causata dall’indurimento interno della “parete” che al contempo li separa e li unisce, allora l’azione diventa impossibile. Come sempre è l’equilibrio tra i due che ne fa una forza unica, il disequilibrio a favore dell’uno o dell’altro crea le condizioni per un disequilibrio generale, all’origine di molteplici patologie più o meno gravi, e dell’incapacità di dare risposte corrette e rapide a tutti i problemi fisici, psichici o semplicemente energetici e quindi funzionali.“Ogni forma ha un contenuto interiore. La forma è quindi l’esteriorizzazione del contenuto interiore”. Kandinsky
Una mente sana in un corpo sano
Un organismo che reagisce in ogni circostanza, con flessibilità ed efficienza, di fronte ad un’aggressione umana come pure una microbica, è un ideale a cui si può aderire, o comunque qualcosa che merita di essere perseguito. L’Aikido nella nostra Scuola, per la qualità della preparazione all’inizio della seduta, basata sulla respirazione, così come per il modo in cui si svolgono le cose durante una seduta, permette di risvegliare il corpo nel suo insieme. Già il semplice fatto di respirare più profondamente, di concentrare il respiro nel basso ventre, e di lasciare che questa facoltà naturale si sviluppi al proprio ritmo, permette, tra l’altro, un aumento dell’ossigenazione del cervello e quindi un miglioramento del funzionamento delle cellule, come pure una migliore comunicazione tra di esse. Da qui a dire che diventiamo più intelligenti c’è un limite che non voglio oltrepassare, perché l’intelligenza dipende da molteplici fattori ed è difficilmente quantificabile, anche con i metodi scientifici attuali. Preferirei classificare l’intelligenza come una qualità del cervello umano il cui uso a volte è sorprendente. Ma se semplicemente ci si accorge che ci si muove meglio, si ragiona meglio e più velocemente, che diventa più difficile venire imbrogliati o che qualcuno si approfitti di noi con proposte allettanti, o argomentazioni basate su ragionamenti fallaci per mancanza di riflessione, è già un grande passo. Può anche essere in parte un’uscita, anche relativa, dal mondo della stupidità e della falsità che governa il nostro pianeta.
Scoprire da sé; esperienza piuttosto che credenza
Quando si tratta di forza, tendiamo a vedere la cosa e a parlarne in termini di quantità, piuttosto che di qualità. Da appassionati di arti marziali, ricordo che proprio all’inizio dell’entusiasmo che ha attraversato la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, consultavamo avidamente articoli che spiegavano come ottenere la massima efficacia con il minimo di forza muscolare. Come, grazie alla velocità, al posizionamento, alla postura, alla tecnicità, e anche ad una potenza muscolare che, pur non essendo la cosa più importante, doveva essere presente e soprattutto ben direzionata, si arrivava a risultati che potevano essere sorprendenti. Nel Karate, nel Kung-fu, nel Jiu-jitsu o in qualsiasi altra arte marziale, gli esempi non mancavano. In altri articoli si menzionavano meditazioni orientali di ogni sorta, in grado di far acquisire abilità incredibili a chi le praticava. Sebbene molto spesso grossolanamente esagerato, il fondo di verità delle tecniche, delle posture o delle meditazioni è oggi riconosciuto, analizzato e teorizzato dai ricercatori di matematica, scienze umane o scienze cognitive. Questo riconoscimento, anche se ha l’interesse di rendere giustizia a queste pratiche, resta puramente intellettuale. Invece di portare ad una concreta ricerca fisica e permettere a tutti di beneficiarne, provoca un affaticamento, o un surriscaldamento mentale, che rischia di rendere inutili gli sforzi che alcuni praticanti fanno per intraprendere un percorso leggermente diverso con l’aiuto di insegnanti competenti e informati. È attraverso l’esperienza nella pratica, che si scopre ciò che nessun testo avrebbe potuto apportarci. I testi antichi, o anche talvolta più recenti, hanno un valore innegabile e spesso ci sono serviti da guida o sono stati a posteriori i rivelatori delle nostre scoperte. La loro capacità di esprimere a parole, di esplicitare ciò che abbiamo provato, di rivelare un’esperienza che ci “parla”, può dimostrarsi un aiuto prezioso. Cosa avrei fatto se non fossi stato guidato dai libri e dalle calligrafie, delle sorte di Koan, del mio maestro Itsuo Tsuda.Fare “UNO” con la massima semplicità.
Privilegiare la qualità rispetto alla quantità
Viviamo in un mondo in cui l’accumulo di beni, merci, conoscenze e sicurezze è la regola. Ci viene proposto un “essere umano potenziato”, come nel progetto transumanista, grazie all’Intelligenza Artificiale (detta I.A.). È perché oggi l’essere umano non trova più il suo posto perché i valori sono cambiati? O perché deluso dal suo ambiente, sia di prossimità che globale, non ha più gusto per nient’altro che per il superficiale e perde sia il senso, sia l’interesse per ciò che è lento e profondo. Già alla fine del secolo scorso, negli anni ’80, il direttore d’orchestra Sergiu Celibidache, durante un corso di direzione d’orchestra a Parigi a cui ebbi la fortuna di assistere, si lamentava del fatto che non esistevano più grandi movimenti sinfonici scritti in un tempo “largo”: «Tutto si è accelerato», diceva. L’Aikido ha saputo conservare dal passato, valori di umanità, di rispetto per l’altro, di sensibilità, che ne fanno uno strumento di qualità per ritrovare ciò che rende l’uomo un essere sensibile e non un robot. Per quanto perfezionato sia, questo “umano potenziato” sarà nel migliore dei casi solo una pallida imitazione, un surrogato di ciò che ciascuno di noi può essere e soprattutto di ciò che può diventare.
La ribellione non è negazione
La ribellione è un atto di salute del nostro organismo fisico come della nostra mente. Soprattutto non va trascurata la sua salutare importanza. Se pratichiamo un’arte come la nostra non è affatto un caso. Se abbiamo percepito l’intelligenza di questa “disciplina” è perché qualcosa in noi era pronto, e questo anche se non lo sapevamo, cioè anche se non ne eravamo consapevoli. Se ci fidiamo delle reazioni del corpo fisico invece di averne paura, possiamo ricominciare a capire la logica delle sue reazioni. Anche qui non si tratta di credenza popolare, di tornare indietro, di oscurantismo. Si tratta di un’altra conoscenza, allo stesso tempo nota a tutti, e non riconosciuta nella sua pienezza perché perturbante.Quando c’è un’infezione, un malessere, o qualsiasi altra disfunzione che ovviamente ci infastidisce, il corpo si ribella spontaneamente, cerca in tutti i modi di risolvere il problema, di ritrovare l’equilibrio perduto. Aumenta la temperatura, si avvale delle proprie armi di riserva come anticorpi di ogni tipo, così come dei suoi amici, con i quali è in simbiosi, batteri che producono antibiotici, virus macrofagi, ecc. Questa sana rivolta può rivelarsi a volte violenta e rapida, ma in realtà il più delle volte inizia molto dolcemente, lentamente, all’inizio potremmo anche non accorgercene. Altre volte si risolve prima di diventare consapevoli di questa risposta, anche in questo caso tutto dipende dallo stato del corpo e nonostante tutto può essere necessario sostenere la natura che opera in noi. Ognuno si assume le proprie responsabilità. Se abbiamo saputo conservare il nostro organismo lasciandolo lavorare quando abbiamo avuto piccoli disturbi senza costringerlo, lasciandolo libero nelle sue manifestazioni, ci vorrà poco per dargli una mano, a volte basterà un po’ di riposo, o un aiuto occasionale da persone competenti. È a monte che bisogna considerare ciò che accade nel nostro corpo, e una sana riflessione sulla vita, il suo movimento e la sua natura non può che fare del bene.O sensei. Norito, invocazione degli dei. Foto pubblicata in La via della spoliazione, Itsuo Tsuda.
Seguire le tracce
Ciò che è appassionante nell’Aikido è ritrovare le tracce lasciate dai nostri antichi maestri, vedere come ciascuno di loro si è appropriato di quest’arte per creare, per realizzare la propria vita. Inutile copiarli, meglio imparare, dalla loro postura, dai loro scritti. Trovare dei compagni per una pratica sana, dove il nostro intuito si risveglia, dove il nostro corpo ridiventa come nell’infanzia, flessibile, agile, intrepido, e dove troviamo ciò che esso non avrebbe mai dovuto perdere, una certa audacia. L’Aikido non è un trampolino su cui ci si sfinisce saltando, perfezionando costantemente la tecnica, ma ricadendo sempre nello stesso punto per gravità. È una via formidabile in cui le difficoltà sono bilanciate dalla natura stessa del percorso, dalle nostre capacità del momento, dalla nostra perseveranza e dalla nostra sincerità. Sono porte che si aprono, portandoci ad una coscienza più fine e talvolta anche ad uno stato di giubilo quando le sensazioni che ci attraversano sono “UNO” con la nostra prestazione fisica priva di ogni pretesa ma vicina alla massima semplicità. È perché ho visto il piacere e la facilità nella pratica che avevano alcuni insegnanti, e i risultati della ricerca come la semplicità che manifestavano molti maestri che ho conosciuto, che è cresciuto in me il desiderio di raggiungere il loro livello, o almeno avvicinarmi ad esso in questa vita. I vecchi maestri, ciascuno con il proprio metodo, ci hanno guidato verso ciò che siamo nel profondo di noi stessi. Ma il lavoro che deve essere fatto, sta a ciascuno di noi compierlo, fisico o filosofico che sia. Tutto dipende sempre da noi, anche se siamo stati ingannati da falsi profeti o ciarlatani boriosi pronti a tutto per le briciole di potere che riescono ad ottenere dai loro inganni. Se si osservano le conquiste che i nostri predecessori su questa via hanno lasciato, se si sa usare il loro insegnamento, se li si sa riconoscere senza farne degli idoli o dei santi, ci si renderà conto che il cammino, anche se arduo e oscuro, non è così difficile. Per scoprirlo non basta una vita, ma la vita basta a se stessa finché la si vive pienamente.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:
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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 10 nel mese di luglio del 2022.
Di Manon Soavi.L’apertura di un nuovo luogo di pratica è sempre una gioia ed è per questo che siamo felici che un nuovo dojo veda la luce a Pescara, una città situata nella regione Abruzzo sul mare Adriatico. Manola DP che insieme ad altre persone ha fatto nascere il dojo Bodai a Roma, apre oggi questo secondo luogo, dopo 18 anni di viaggi in cui ha percorso i circa duecento chilometri che separano Pescara da Roma per praticare e far vivere il dojo.Così, ci è venuta voglia di condividere con voi alcune riflessioni e alcune foto che mettono in prospettiva la storia dei dojo della nostra scuola. Con una selezione di foto che illustrano come i dojo siano allo stesso tempo luoghi, spazi concreti, carichi di anni di pratiche quotidiane. Luoghi supportati dall’energia e dalla direzione data dal nostro Sensei Régis Soavi da più di quarant’anni. E allo stesso tempo luoghi che si costruiscono per volontà propria dei praticanti, da loro stessi e per loro stessi.Iniziamo guardando com’è ora il locale a Pescara, e anche se può sembrare scoraggiante, guardando più in basso com’erano i dojo prima dei lavori dei praticanti, vedrete che va tutto bene!
Pescara
Per accompagnare questo sguardo sui dojo che hanno già attraversato la fase della creazione, ecco alcune riflessioni tratte dal mio libro “Le maître anarchiste, Itsuo Tsuda“.Estratti dal capitolo 8 Creare delle situazioni: “Itsuo Tsuda, anche lui, come Chuang-tzu, il mamá kogui e i situazionisti, creerà “situazioni” che permettono e favoriscono la scoperta della filosofia del Non-Fare. Non è proprio certo che l’abbia pensata in questi termini, ma mi sembra interessante segnalare il suo attaccamento a certe cose che mostra l’importanza che attribuiva,il potere che dava a queste possibilità, a queste situazioni, motivo per cui ne racconterò alcune per metterle in evidenza.” […]”Quando arriva a Parigi, Itsuo Tsuda vuole subito creare un dojo. Per il lavoro che viene a fare in Occidente ha bisogno di questo strumento, di questo luogo: un dojo, non una palestra o un circolo. Potremmo fermarci all’idea che Itsuo Tsuda, un giapponese di quasi sessant’anni, sia un tradizionalista e che il dojo sia un concetto culturale giapponese, ci sono dojo per il kyudo, il kendo, il karate, ecc., tuttavia, Tsuda non crea dojo giapponesi nel senso stretto del termine. Infonde in questi luoghi una funzione di autoemancipazione.” [?]
Yuki Ho Tolosa, dal 1983
Dojo Yuki Ho en 1983
Dojo Yuki Ho en 1983
Dojo Yuki Ho 2022
“Il dojo non è un luogo di consumo, e nemmeno solo di pratica personale. In Giappone è inseparabile dalla nozione di uchideshi, allievi interni che vivono in loco e si occupano di tutto, spazzano, preparano il bagno del maestro, cucinano, fanno giardinaggio, ecc. Questo insegnamento per impregnazione, attraverso la condivisione di una vita collettiva con la famiglia del maestro ma anche con gli altri uchideshi è un elemento forte della cultura giapponese. Il principio di base è che è lo studente che vuole imparare e non l’insegnante che cerca di trasmettere. Si parla in Giappone di “rubare l’insegnamento”: l’intero posizionamento è quindi ribaltato.”
Tenshin Parigi, dal 1985
En 1992 d'anciens bureaux
Dojo Tenshin Paris 2022
Dojo Tenshin espace de pratique
et de culture
“Di questa cultura, Itsuo Tsuda manterrà l’aspetto “insegnamento totale” dell’esperienza vissuta e del lavoro comune. Ovviamente non ci saranno uchideshi, Tsuda non desidera certo scimmiottare le tradizioni, fare del giapponesismo. Al contrario, estrae l’essenza di queste tradizioni e, sebbene spogliate dei loro colori locali, cerca come riutilizzarle nel mondo contemporaneo. Il dojo è aperto tutti i giorni, una seduta si svolge alle 6:30 del mattino e due sere a settimana. Per tutto l’anno, senza alcuna interruzione, le sedute sono assicurate da Tsuda e dai praticanti stessi.”
Scuola della respirazione Milano, dal 1983
Le garage avant les travaux
Dans les années 90
l'intérieur
2022
Dojo Scuola della Respirazione Milano
“Poiché il dojo è un luogo di sperimentazione individuale e collettiva, di pratica dell’autonomia, dove, come gli uchideshi, ognuno si fa carico dei diversi aspetti della vita quotidiana nel dojo: discutere, decidere, fare piccoli lavori, fare giardinaggio, riparare, condurre delle sedute. Si tratta di uscire dalla logica dell’assistenzialismo e dalla “facilità” ad affidarsi agli esperti. Come sottolinea il filosofo Ivan Illich, gli individui hanno disimparato a riconoscere i propri bisogni e, “intossicati dal credere in un migliore processo decisionale, hanno difficoltà a decidere da soli e presto perdono fiducia nel proprio potere di farlo. (Ivan Illich, La convivialità, Red Edizioni, 2013)”Bodai Roma, dal 2004
Le local avant les travaux en 2004
Dojo Bodai 2022
“Il dojo non accoglie clienti. Tsuda rifiuta qualsiasi presa in carico delle persone, ogni passo deve essere un atto individuale di presa in carico di se stessi.Così, tutti al dojo sono allo stesso tempo a casa propria e a casa d’altri. È il luogo dell’individuo e del collettivo”.
Akitsu Blois, dal 2007
En 2019
2022
Estratto dal capitolo Coltivare la propria sensibilità e attenzione “Per fare a meno di regole, leggi e leader, occorre una grande attenzione, rivolta tanto verso se stessi quanto verso la collettività. Come hanno riassunto perfettamente gli insorti del Comitato Invisibile: “Improvvisamente, la vita cessa di essere suddivisa in sezioni collegate. Dormire, lottare, mangiare, curarsi, divertirsi, cospirare, discutere, fanno parte di un unico movimento vitale. Non è tutto organizzato, tutto si organizza. La differenza è evidente. Uno richiede la direzione, l’altro l’attenzione.” Questo stato di deconcentrazione e insensibilità che porta alla mancanza di attenzione è, molto spesso, ciò che fa fallire molte esperienze comunitarie. Siamo così abituati a seguire gli ordini, regole e di essere assistiti in tutti gli aspetti della nostra vita che non ci rendiamo nemmeno conto del grado di sensibilità e attenzione necessari per vivere “l’ordine meno il potere” come proposto dall’anarchismo.” (estratto da “Le Maître anarchiste, Itsuo Tsuda”)Il Dojo, così pensato, è un ottimo strumento per riscoprire le nostre capacità di attenzione, sensibilità e organizzazione.
Ryokan Ancona, dal 2005
En 2019
2022
Nella nostra scuola ci sono altri due dojo che hanno richiesto meno lavoro ma che meritano di essere presenti in questo articolo
Di Manon SoaviLa maestra di Ikebana Ando Keiko Mei racconta come, quando era ancora una bambina, osservava la nonna praticare la sua arte: “La vidi prendere due foglie della pianta e posarle, davanti al tokonoma, su un lenzuolo bianco perfettamente stirato insieme a pochi altri materiali. Poi, cercò nella dispensa una ciotola scura di fattura rustica e, sedutasi alla giapponese sul pavimento di tatami, vi sistemò un kenzan e versò dell’acqua da un piccolo annaffiatoio. Con grande calma prese quindi un ramo e incominciò ad osservarlo con sguardo attento, muovendo le mani in modo lento e amorevole. All’atto di tagliare, per accorciare la misura o togliere delle foglie, non aveva esitazioni.Io, per non disturbarla, mi ero seduta alle sue spalle poco distante e la osservavo maneggiare con cura quei materiali così semplici e modesti. Alla fine, il suo Ikebana risultò ancora una volta essenziale e colmo di fascino e da dentro mi salì un profondo sospiro di ammirazione.[?] Un giorno esclamai: ‘Vorrei essere capace di disporre i fiori in modo simile alle tue composizioni!’ e lei con semplicità mi rispose ‘anch’io vorrei riuscire a fare i miei Ikebana un pochino meglio!’.Questa affermazione mi colpì perché, fino a quel momento, avevo pensato che lei, arrivata al culmine della Via, si sentisse sempre soddisfatta delle sue composizioni.Compresi, però, che quella risposta non nasceva da un sentimento di falsa modestia né conteneva un giudizio sulle sue capacità. Era la sincera espressione di un senso di incompiutezza che solo lei, nel suo cuore, poteva conoscere. [?]Con quelle semplici parole mia nonna, senza volerlo, mi aveva già rivelato tutta la profondità e la bellezza [della Via].” (K.A. Mei, Ikebana, Arte Zen)Questa sensazione di qualcosa di incompiuto o di un’insoddisfazione che è come un pungolo è molto tipica dei maestri giapponesi nelle loro arti. Ma penso che questa sensazione sia molto lontana dalla frustrazione e dall’insoddisfazione profonda che conoscono molte persone nella nostra epoca. Nei nostri dojo, nelle nostre pratiche, a volte ci troviamo di fronte alla difficoltà di prospettare Vie che richiedono perseveranza e continuità mentre cerchiamo sempre di più di ottenere rapidamente soddisfazioni. La nozione stessa di sforzo non è più molto di moda, o se c’è sforzo ci devono essere risultati, redditività di questo sforzo. Il problema è che la ricerca di un risultato, uno scopo a priori, condiziona l’azione e quindi questo risultato.Osservo due tendenze che sembrano abbastanza diffuse: una dove si vede tutto in nero, senza futuro, senza speranza, è uno stato depressivo. L’altra nella quale si prova a concentrarsi su ciò che ci procura della soddisfazione e del piacere. È abbastanza ovvio che stati depressivi o pensieri suicidi non sono condizioni molto sopportabili per l’essere umano, ma desidero interrogare qui l’altra posizione: la ricerca dello stato di soddisfazione. E ovviamente esaminare la posizione del budo e cosa può portarci a capire. Non cerco di opporre due posizioni ma di approfondire una questione. Siamo più realizzati perché siamo soddisfatti? O piuttosto, di quale tipo di soddisfazione parliamo?La ricerca della soddisfazione si è accresciuta in questi ultimi anni; alcuni tengono diari di gratitudine dove annotano ciò che di positivo è successo nel corso delle loro giornate. Altri cambiano lavoro o città per essere in un contesto più in sintonia con le loro visioni, i loro valori. Infine il benessere e la realizzazione sono preoccupazioni costanti per molte persone. Alcuni indicano il paradosso di un’umanità che non ha mai conosciuto tale livello di benessere materiale e che continua a stare male con se stessa. Immersi nella comodità materiale e tuttavia eccoci ancora insoddisfatti. Come bambini viziati?Inoltre sappiamo che la soddisfazione di tutti i nostri desideri non ci darebbe nemmeno una soddisfazione reale, profonda. Alla fine, siamo un po’ come cantava Johnny Hallyday nella canzone L’envie (La voglia) “Mi hanno dato troppo, molto prima della voglia. Ho dimenticato i sogni e i grazie. Tutte queste cose che avevano un prezzo. Che fanno la voglia di vivere ed il desiderio”.Ben prima, le favole antiche ci mettevano in guardia contro la dimenticanza, contro la dissoluzione del Sé che procura la realizzazione di tutti i desideri. Come quei racconti in cui si entra in una locanda per non uscirne più, catturati da una vita di piacere e di soddisfazione immediata che ci conduce anche a volte alla morte. Ciò vuole dire che dobbiamo seguire una morale austera o una vita di duro lavoro? Coloro che hanno meno di noi non aspirano a questa comodità? Bisogna continuare un lavoro che non è adatto a noi, che ci annoia? O vicino a persone tossiche? A priori no, certamente; allora dobbiamo seguire i nostri sogni?
Insoddisfazione, un motore potente
Le nostre azioni hanno motivazioni inconsce che giustifichiamo a posteriori, ma ciò che fa scattare l’azione in noi è indefinibile. Ci piace suonare il piano, fare composizioni floreali, cucinare o praticare arti marziali ma perché, in definitiva, non lo sappiamo. La pratica di queste arti ci procura allo stesso tempo una soddisfazione profonda ed allo stesso tempo un’insoddisfazione. È per questo che ci rimettiamo all’opera ancora ed ancora.Nella cultura giapponese c’è una nozione interessante, che coltiva come motore quest’insoddisfazione leggera. Ad esempio nel Seitai si consiglia ai genitori di non dare da mangiare ai propri bambini al 100%. Itsuo Tsuda parla di “il cucchiaio in meno”. Se i genitori sono molto attenti e concentrati possono smettere di imboccare il bambino poco prima del “troppo pieno”. Solo un cucchiaino prima. Certo, se il bambino piange è perché ha ancora fame e ha bisogno di essere nutrito, ma quando il ritmo dei bocconi diminuisce, se si è molto attenti, si percepisce il momento giusto in cui un cucchiaio in meno non manca nemmeno. Questa lievissima insoddisfazione stimola l’appetito del bambino invece di “riempirlo fino all’orlo”, invece di arrivare ad una totale, beata sazietà. Mantiene viva anche la sensibilità del bambino che sa, fin quasi al singolo boccone, di cosa ha bisogno o meno, senza che venga disturbato da altri messaggi come sentimenti, convenienze, finire il piatto, compiacere la mamma, ecc. Lo stesso vale nel Bagno caldo Seitai (vedi Yashima n. 13 ottobre 2021), in cui si esce dal bagno pochi secondi prima del completo rilassamento, appena prima di essere come una verdura bollita, quindi il corpo ha approfittato del rilassamento e questa uscita gli dà “una spinta”, una sferzata di energia.Il maestro di karate Shimabukuro Yukinobu allude a hara hachibu, un principio delle isole di Okinawa, che consiste nello smettere di mangiare quando si raggiunge l’80% di sazietà. (Yashima n. 11 marzo 2021) Penso che si tratti un po’ della stessa idea.Inoltre, noteremo che è l’insoddisfazione che spinge un bambino a camminare, parlare, saltare, correre, ecc. Se cercasse solo la sensazione di beatitudine rimarrebbe allo stesso stadio: coccolato dai suoi genitori! Certo, non si tratta in alcun modo di giustificare il maltrattamento, ma piuttosto di far notare che, anche qui, a volte il meglio è nemico del bene. Non è abbondando che si nutre meglio. Tutto dipende dalla prospettiva che abbiamo, ha rimarcato Itsuo Tsuda “Ho avuto la fortuna di conoscere alcuni aspetti della tradizione giapponese. La mia esperienza può forse essere ancora superficiale, ma il contrasto che essa presenta nei confronti del pensiero moderno è impressionante. Non si tratta di soddisfazione materiale, ma dell’approfondimento della sensibilità.” (I.Tsuda, Non-fare, p.75-76)Ben utilizzato, il pungolo dell’insoddisfazione ci spinge alla continuità e alla perseveranza. Parlando della sua pratica dell’Aikido Tsuda senseï scriveva: “Per me, imparare a sedermi e ad alzarmi, è già enorme. Non smetto di scoprirne nuovi aspetti. Sono ben lungi dall’essere soddisfatto di quello che faccio. Quest’insoddisfazione mi spinge sempre in avanti, verso la soddisfazione completa.” (I.Tsuda, La via della spoliazione, p. 178)”In compenso, conosco un miliardario suo malgrado, scontento come pochi. È giovane, bello, intelligente. Non gli manca niente. Può avere tutto dall’oggi al domani. Ma è proprio questa facilità che lo esaspera. Non sa come trovare una vera soddisfazione.Ciò che è spontaneo, si sente. È il ki. È l’invisibile, l’imponderabile che cerca di prendere una forma tangibile. Se la forma è soddisfacente, lo spontaneo si spegne.Il ki muore quando prende forma, ecco il punto comune che ho trovato nei Maestri Ueshiba e Noguchi. Intendiamo qui: ki come impulso.Si ha fame. Si mangia. Si è sazi. Non si vuol più sentir parlare di cibo.Ma il valore dell’uomo sta nella possibilità di trovare il ki che non è mai soddisfatto. Il Maestro Ueshiba mi ha parlato di come sarebbe stato il suo Aikido quando avesse avuto centocinquant’anni. È morto a metà strada.” (I.Tsuda, Ibidem, p.89)
Sogni o illusioni
Il problema dell’insoddisfazione arriva quando ci schiaccia. Lavoro, famiglia, noia, metro, macchina, non poterne più, è quando il mondo si rimpicciolisce intorno a noi, che cerchiamo una via di fuga. Allora si sogna. E un’altra trappola si chiude su di noi perché l’ingiunzione “vivi i tuoi sogni” è diventata fin troppo un fenomeno di compensazione. Paradossalmente si invitano le persone a correre dietro i loro sogni ma ciò diventa un’illusione, un miraggio che li mantiene nel posto che occupano già. Come analizzò il filosofo H. Lefebvre negli anni ’50, “L’insoddisfazione, il soffocamento, obbligano l’individuo che si sente morire senza aver vissuto a rivendicare follemente la ‘ripetizione’ della vita che non ha mai vissuto [?]. Nel lavoro, così come nella vita privata e nel tempo libero, la maggior parte rimane prigioniera di strutture anguste o obsolete. Anche ansiosi o insoddisfatti, anche se vogliono la rottura di questi quadri sociali, scorgono male le possibilità.” (H. Lefebvre, Critica della vita quotidiana, p.162) Abituati fin dall’infanzia, è difficile uscire dalla relazione di consumo-compensazione dello svago, del turismo, uscire dalla compensazione per ritornare ad una relazione vissuta, diretta, ad un piacere dell’atto come proponevano i Situazionisti, per i quali Lefebvre è stato una fonte d’ispirazione.Penso che la pratica intensa, approfondita, di un’arte possa aiutarci a riscoprire il contatto con la realtà. Nel caso dell’Aikido, quest’arte ci mette in presenza dell’atto interamente vissuto, del momento presente. Non la realtà assurda (derealizzata) della nostra quotidianità ma la realtà della sensazione, del contatto con l’altro, la realtà del corpo. Quando si pratica Aikido non si è più nel quadro del lavoro, né del tempo libero, è una pratica che richiede la totalità dell’individuo. Non si tratta solo del numero di ore di pratica. Ovviamente, quando la pratica è quotidiana, aiuta ma non è necessariamente così. Dopo un po’, qualunque cosa facciamo nella vita, l’Aikido, e nella nostra scuola anche il Katsugen undo, diventano assi che articolano le nostre esistenze. Infine parafrasando un autore che parla dell’atto di ribellarsi, la pratica in un dojo è una situazione in cui “dandosi interamente ad esso, si trova sempre più di ciò che vi si porta o di ciò che vi si cerca: vi si trova con sorpresa la propria forza, una resistenza e un’inventiva che non si conoscevano, e la felicità che c’è nel vivere strategicamente e quotidianamente in una situazione eccezionale.” (Comitato invisibile, Ai nostri amici.)Così, a poco a poco, tutta la nostra vita “diventa” Aikido. E ci troviamo a “vivere quotidianamente in una situazione eccezionale”.D’altronde è quello che spesso emana dai maestri, le loro vite sono totali. Le loro vite intere sono un cammino permanente ed una ricerca per andare oltre ciò che ancora non li soddisfaceva.Itsuo Tsuda, come sempre, riportava ciascuno alla propria decisione dicendo: “La mia formula è: ‘Vivo, vado, faccio’. Non è per conformarmi ad un obiettivo morale, sociale o politico che faccio qualcosa. Faccio ciò che sento in me, ciò che posso fare senza rimpianti. Non cerco l’utopia all’esterno. Cerco la soddisfazione interiore, incondizionata.È nella respirazione calma e profonda che trovo la mia vera soddisfazione. Questo, nonostante le tante contrarietà della vita moderna. Ho superato e supererò difficoltà finché vivrò. È così che trovo il piacere di vivere.La vita, tutta dipinta di rosa, no grazie.Si dirà che sono egoista, perché parlo solo di quello che succede dentro di me. È vero che non dico come tanti filantropi: ‘Non preoccupatevi. Farò tutto per voi. Mangerò per voi, digerirò per voi, evacuerò per voi, respirerò per voi.’Dico freddamente:’Non farò nulla per voi, finché non deciderete di farlo da soli.'” (I.Tsuda, La Voie des dieux, p. 32-33)Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:
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Articolo di Manon Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 9 nel mese di appril del 2022.
di Régis SoaviInsegnare, in un dojo, è trasmettere. È anche al contempo riunire e servire. Non si tratta di rafforzare il proprio Ego, né di essere un animatore al servizio dei voleri delle persone che frequentano le sedute, ma di permettere lo schiudersi di ciò che è allo stato di bocciolo e che attende in ciascuno di noi.
Una vocazione?
Non credo veramente alla vocazione perché il termine vocazione si riferisce troppo facilmente a ciò che è religioso, campo semantico da cui è necessario allontanarla il più possibile, perché la nostra società ha da tempo intorpidito le acque. Se parliamo di vocazione, deve essere primaria, materialista e pragmatica, sarà quindi piuttosto un’attitudine, un talento. Atteggiamenti del tipo “salvare persone che non hanno capito nulla, portarle alla luce” ecc., non sono assolutamente adatti all’insegnamento di un’arte come l’Aikido, senza per questo doverne fare un’arte comune o addirittura prosaica, una specie di “difesa personale”. Il fatto di insegnare deve scaturire naturalmente dalla ricerca che si è stati in grado di fare nel corso della propria pratica, ed è in questo senso che si tratta di una trasmissione. Spesso inizia con il desiderio di far conoscere ciò che si è scoperto, ciò che si è compreso, o creduto di comprendere e anche se non è una vocazione, ci sono persone che hanno talento per spiegare, per far vedere. Persone a cui piace prendersi cura degli altri, di permettere loro di progredire in un’arte o in un mestiere, che “sanno” farlo perché capiscono gli altri, perché hanno una sensibilità che è orientata in questa direzione, e un’affinità con questo percorso.Trasmettere la postura.
La pedagogia
La pedagogia nell’istruzione scolastica il più delle volte consiste nel far ingoiare la pillola, perché sia l’allievo che l’insegnante sono tenuti ad ottenere un risultato.Nell’Aikido direi che non ci sono metodi pedagogici buoni o cattivi, ci sono insegnanti buoni, meno buoni, anche cattivi, e per di più, tra questi, colui che è perfetto per uno può essere deplorevole per un altro e viceversa, anche, e forse soprattutto, quando si tratta di trasmissione. Le persone che iniziano a praticare, spesso arrivano con delle idee o delle immagini sulle arti marziali. O perché hanno visto dei video o dei film d’azione e sono rimasti entusiasti dello spettacolo, o a causa della loro vita personale in cui hanno incontrato difficoltà, subìto costrizioni, molestie, e vogliono uscire da questo stato di paura che queste situazioni hanno generato. Alcuni scoprono l’Aikido attraverso testi filosofici, a volte antichi come quelli sul Taoismo o sul Bushido. Nessuno comincia per caso, c’è quasi sempre un motivo, consapevole o meno, sempre un filo conduttore. Bisogna quindi adattare le risposte, dare forma alle parole senza tradire il loro significato profondo, far vedere, dimostrare grazie ad una tecnicità affinata come far circolare la nostra energia, cosa che permette la scoperta dello strumento “Respirazione” come la intendeva Tsuda sensei, cioè l’uso del ki attraverso la tecnica, i movimenti, gli spostamenti, l’istinto, ecc.
Il mio percorso
L’Aikido che il mio maestro Itsuo Tsuda mi ha insegnato è un po’ come una danza marziale, con la differenza che non ha, come la Capoeira, una forma che nasce dalla necessità di nascondere le sue origini o la sua efficacia. Della danza ha la bellezza, la finezza, la flessibilità di reazione. Della musica, ha la capacità di improvvisare su una base e la solidità dei temi suonati. Della marzialità ha la forza, l’intuizione, la ricerca delle linee fisiche tracciate dal corpo umano. La ricchezza dell’insegnamento che ho ricevuto è incommensurabile. Guidato da Tsuda sensei, attraverso le sue parole come i suoi gesti, ho potuto crescere, assetato com’ero di vivere pienamente, di andare oltre le ideologie proposte dal mondo “spettacolare e commerciale” in cui viviamo. Essendo un bambino del dopoguerra, mi sono scoperto pieno di speranza durante gli eventi di quel periodo storico che furono gli anni ’68 e ’69. È stato come un risveglio alla vita.Questa rinascita aveva fatto maturare il frutto della mia comprensione del mondo. In così poco tempo ero cresciuto talmente che mancava solo lo sbocciare di ciò che ero veramente. L’incontro con il mio maestro non deve nulla al caso. Attirato dal ki che emanava, non potevo che incontrarlo. “Quando l’allievo è pronto, il maestro arriva”, dicono in Giappone; non ero pronto per quello che mi sarebbe successo, ma ero pronto a riceverlo. Turbato, sconvolto da ciò che vedevo, da ciò che sentivo, da ciò che emanava da lui, abbordavo tuttavia nuovi territori, dove si estendeva una giungla che mi sembrava inestricabile, tanto era grande la mia fragilità rispetto a questo nuovo mondo. Dieci anni con lui non sono bastati, il lavoro di “districare” continua, anche se oggi, a distanza di quasi quarant’anni, ho potuto tracciare dei sentieri grazie alle sue indicazioni, questi “segnali indicatori” come diceva spesso, che ci ha lasciato.La posizione di Uke permette di esporre vari aspetti della tecnica e il modo di mantenere il centro.
La continuità
Ogni mattina inizia un nuovo giorno. Insegnare per un’ora, un’ora e mezza due volte a settimana non corrisponde alla mia regola di vita, né d’altronde al mio credo. Ho bisogno di più, molto di più, per questo il dojo è aperto tutti i giorni, non per motivi pecuniari (anche se l’associazione che lo gestisce ne avrebbe bisogno) ma per permettere la continuità di tutti quelli che possono venire regolarmente. Come tutti, ho iniziato tenendo corsi in diversi dojo, pubblici (palestre) o privati. Prima di conoscere seriamente il mio maestro, ho persino tenuto corsi di Aikido nel retrobottega del negozio di un esperto di tappeti orientali, e ho addestrato un giovane investigatore privato all’autodifesa. Avevo vent’anni all’epoca, e un po’ come nei film della Pantera rosa con l’ispettore Clouseau, interpretavo il ruolo di Kato, cercando di attaccarlo a sorpresa a casa sua per testare le sue tecniche di combattimento e i suoi riflessi. Andare più in là a tutti i livelli, non ristagnare mai, avanzare sempre. Scoprire e far scoprire, e grazie a questo comprendere sia fisicamente che intellettualmente, insomma essere vivi.Per me è sempre stato importante non dipendere dalla mia arte per mantenermi nella vita quotidiana. Economicamente, questo mi ha portato ad essere in difficoltà per tanti, tanti anni, a stare attento ai centesimi nella vita di tutti i giorni, a non condurre una vita da consumatore “soddisfatto di se stesso”, ma forse è per questo che ho potuto approfondire la ricerca, e quindi insegnare.
La libertà
Senza libertà, nessun insegnamento di qualità è possibile! L’insegnante è responsabile di ciò che porta ai suoi allievi, della qualità, nonché delle basi e dell’essenza dei suoi corsi. Oggi tutte le discipline sono inquadrate da regole definite dalle strutture dello Stato, e questo provoca una corruzione del valore di un’arte, perché ciò che fa la ricchezza di una seduta di Aikido non può nascere da un contenuto banalizzato, edulcorato, “pedagogizzato”, ma molto di più dall’impegno di chi la conduce. Se i nostri maestri sono stati i nostri Maestri, lo devono più alla loro personalità che alla tecnica che insegnavano. È per questo che si riconoscevano fra loro, per il valore di ciascuno di essi, qualunque fosse la loro arte, il carisma, la personalità. Gli allievi avevano le proprie preferenze, secondo le proprie capacità, i propri gusti per questa o quella tendenza che pensavano di trovare qua o là.TAO stile sigillare: piccolo sigillo. Calligrafia su tela di Tsuda Sensei.
Una relazione reciproca e asimmetrica
Ogni apprendimento deve basarsi sulla fiducia tra chi fornisce la conoscenza e chi la riceve, ma come suggeriva già Dante Alighieri nel XIII secolo, la relazione come la stima che intercorre tra il “maestro” e l’allievo devono essere “reciproche e asimmetriche” (V. Sermonti, L’Inferno di Dante, Emons Audiolibri – Canto XV). L’importante è che ci sia accettazione da entrambe le parti, non c’è un diritto o un dovere all’inizio, nessun obbligo di imparare, nessun obbligo di insegnare. La ricerca dell’uno e il beneplacito dell’altro creano questa asimmetria. Allo stesso tempo, vi è il riconoscimento reciproco dell’uno verso l’altro in relazione al valore di ciascuno. L’insegnamento non è un prodotto finito da acquistare e consumare senza moderazione. Impegna chi lo elargisce come chi lo riceve. È importante che colui che lo fornisce non sia nella rigidità di chi “sa”, ma nella fluidità di chi comprende e si adatta, senza ovviamente perdere il senso di ciò che dovrebbe comunicare e valorizzare. Il destinatario non è mai una pagina bianca su cui imprimere l’insegnamento e i propri valori; a seconda dell’epoca o anche più semplicemente delle generazioni, possono sorgere distorsioni e possono essere necessari degli adattamenti. È la fiducia reciproca che permette l’approfondimento in un’arte. Se sono solo le tecniche che dobbiamo affinare, pochi mesi o pochi anni sono sufficienti, poi possiamo passare ad altro. Ma potremmo ottenere una vera soddisfazione con un programma del genere?
La mnemotecnica che consiste nel dimenticare¹
Nell’Aikido come altrove in molti apprendistati, si richiede ai principianti di ricordare, se possibile con precisione, la tecnica, il suo nome, la forma da adottare in tali o talaltre circostanze. C’è ovviamente una certa logica in questo processo educativo, ma è diventata una condizione indispensabile nelle federazioni durante i passaggi di grado, di Dan e anche per i passaggi di Kyu. Questo sovraccarico del conscio è profondamente dannoso per il risveglio della spontaneità. Dopo un po’, l’apprendimento diventa non solo noioso, ma a volte anche controproducente, non si ha più voglia di imparare. Se ci si preoccupa del conscio, è perché è più facile da manipolare, specialmente quando è stato abituato a rispondere “presente” da anni di scolarizzazione e di manipolazioni. Ma se invece ci si accontenta di guidare il subconscio, si rimarrà stupiti nel vedere l’individuo svilupparsi in armonia con se stesso e quindi con chi lo circonda, senza bisogno di nascondere la propria natura con maschere sociali che turbano così tanto sia l’organismo che la psiche. Questo passaggio del libro di Tsuda Sensei “Anche se non penso SONO” fa luce sul lavoro del subconscio:”La nostra attività mentale non inizia solo con lo sviluppo della materia grigia, di quella parte cosciente che ci permette di percepire, ragionare e ricordare. Il conscio risulta dall’accumulazione delle esperienze che abbiamo avuto dalla nascita. Impariamo a parlare, a maneggiare utensili, a cominciare dal cucchiaio, per esempio. Il conscio non costituisce la totalità della nostra attività mentale. Ci sono strade, perché c’è la terra. Senza la terra non ci sarebbero strade. Chiamiamo ‘subconscio’ quella parte della mente che preesiste al conscio. Il subconscio lavora non solo dalla nascita fino alla morte, ma anche durante la gestazione, sentendo e reagendo nel grembo materno, cercando ciò che è piacevole e respingendo ciò che è sgradevole. E così il bambino scalcia quando si sente a disagio. Una volta che una sensazione o un sentimento penetra nel subconscio, controlla tutto il comportamento involontario dell’individuo che non può combattere efficacemente contro di esso con sforzi volontari.”Il “MA-AI” uno spazio inespugnabile e senza tempo.
Il ruolo del sensei
Il maestro, il sensei non è perfetto, e non ha la vocazione ad esserlo o a pretenderlo. È inutile e perfino dannoso, per lui come per certi allievi, che questi ultimi, nonostante la loro buona fede e senza volerlo, proiettino una tale immagine di perfezione, che non può che essere falsa, sulla sua persona come sul suo lavoro. Imperfetto ma solido, è l’anello di una lunga catena di insegnamento e realizzazione di vita, che, se spezzata, andrà perduta per sempre. Il suo ruolo non è quello di rinchiudere gli allievi in una Scuola, di costringerli, a volte insidiosamente, a una dottrina, ma di permettere a tutti di liberarsi dalla routine per sentire il flusso vitale che percorre questa catena immensa, come un canale di irrigazione capace di irrigare grandi spazi così come piccoli giardini. Occorre inoltre che il terreno sia stato lavorato, reso permeabile e pronto a far crescere in seguito quanto seminato nel corso della vita. Non riproducibile e non industrializzabile, l’insegnamento non potrà mai servire a far fruttare ciò per cui è stato concepito se non è compreso nella sua essenza o assimilato in profondità, dal successore o dai successori e posto al centro della propria vita.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:
di Manon SoaviTutti conoscono la paura a diversi gradi, ma non conosciamo tutti le stesse paure e quando si parla di un soggetto in modo generale, se ne parla al maschile. Se avere paura non è ovviamente appannaggio delle donne, ci sono specificità della paura al femminile nel nostro mondo ed è l’angolazione che ho scelto per riflettere su questo tema. La situazione delle donne è sempre una duplice o triplice pena. Se siete un uomo povero sarà difficile, ma se siete una donna povera, sarà peggio. Se siete immigrato, sarà difficile, ma donna immigrata sarà peggio e così via. C’è sempre un accumularsi, perché essere donna è già percepito come un “handicap”. L’argomento della paura e il suo rapporto con le arti marziali già in sé non è un argomento facile, al maschile. Ma al femminile è un’altra cosa. Al femminile, la paura è molto spesso una compagna quotidiana, dalle molteplici facce. C’è una vera e propria educazione alla paura nell’educazione delle ragazze. Allora se non è forse peggio che per gli uomini, credo che sia assolutamente necessario sentire anche questo punto di vista, perché come dice Howard Zinn “Finché i conigli non avranno degli storici, la storia sarà raccontata dai cacciatori…”. Le donne devono raccontare da sole il proprio vissuto. Raccontare ciò che la paura induce come rapporto con il mondo e ciò che fa al corpo.Per cominciare, come propone la filosofa Elsa Dorlin, bisogna guardare
“ciò che fa essere una donna”
Le donne hanno particolarmente familiarità con la paura perché crescono in un mondo che è loro piuttosto ostile. Il grado di ostilità dipende dalla regione del globo dove nascete. Ben inteso per ogni donna dipenderà dalla sua educazione e dal suo vissuto. Ciononostante si possono delineare delle grandi linee, delle tendenze delle società.Come si sa, è dall’infanzia che i ragazzi potranno sviluppare e sperimentare la propria agilità, la propria forza, il proprio corpo, il proprio potere? Invece lo spazio delle ragazze è molto spesso ridotto a giochi statici e a giocattolini carini. Le loro menti sono accaparrate da questa preoccupazione sull’apparenza, che devia e consuma la loro energia. I loro corpi non dispiegano le proprie potenzialità e non conosceranno la propria potenza, o raramente. Su questo s’innesta un intero mito della superpotenza maschile che alimenta una cultura di sottomissione e una norma, quella di una “femminilità senza difesa”. La filosofa Elsa Dorlin, che studia come i dominanti “disarmano” a tutti i livelli le popolazioni dominate, spiega la politica che consiste nel rendere impossibile, impensabile la possibilità di difendersi. Chiama questo fenomeno “la fabbrica dei corpi disarmati”. O ancora spiega come “si tratta qui di condurre alcuni soggetti ad annientarsi come soggetti […] Produrre degli esseri che più si difendono più si rovinano” (Elsa Dorlin Difendersi, 2020). È così che la paura è trasmessa in modo secolare. Essere donna è, talmente spesso, avere paura. Una paura che si sconnette dalle situazioni reali, che diventa un background, come una preda che s’ignora. Certo è talmente insopportabile che molte donne lottano contro questa paura. Alcune riescono più o meno a tirarsene fuori. Ciononostante, benché non sia molto piacevole da guardare, né da riconoscere, credo che sia necessario approfondire un po’ di più su questa posizione di preda.Elsa Dorlin analizza attentamente questo posizionamento culturale di preda che si applica alle donne da troppo tempo. Attraverso l’analisi di un romanzo (1) ne fa una dimostrazione flagrante di cui non posso che citare dei lunghi passaggi per farne comprendere il senso. Il personaggio del romanzo di chiama Bella. “Come milioni di altre, Bella è una giovane ragazza senza storia, di cui nessuno dovrebbe ricordarsi. Nella vita, lei non ha né ambizioni né pretese, neanche la felicità più semplice, la più stereotipata. [?] Bella è un’antieroina, un personaggio anonimo, una donna che passa via veloce, un’ombra tra la folla. E, Bella è comune a un punto tale che può rappresentare tutte le donne. [?] Chi non ha, almeno una volta, sentito la mediocrità esistenziale di Bella, il suo anonimato, la paura così familiare che l’accompagna, le speranze abortite, lo sfinimento rivendicativo, la claustrofobia di vivere in quello spazio striminzito, di sopravvivere nel suo corpo, nel suo genere, la sua umiltà nel sopportare le grane sociali, la sua unica esigenza di vivere tranquilla? Perché quasi tutti i giorni facciamo, in modo diverso e ripetitivo, l’esperienza di tutta questa miriade di violenze insignificanti che ci intossicano la vita, che mettono continuamente alla prova il nostro consenso. [?]Le prime pagine che descrivono la vita di Bella fanno emergere in filigrana qualcosa che potremmo definire fenomenologia della preda. Un’esperienza vissuta che proviamo in tutti i modi a sopportare, a normalizzare attraverso un’ermeneutica della negazione, tentando di dare un senso a questa esperienza svuotandola del suo aspetto invivibile, insopportabile. [?] Prova a vivere come sempre, a rassicurarsi facendo finta che vada tutto bene, a proteggersi facendo come se non fosse successo nulla, de-realizzando la propria percezione della realtà – in strada, proprio davanti a lei, un uomo la guarda dalla sua finestra giorno e notte, ma forse è lei a pensare che un uomo la guardi. Bella vive in questo sforzo costante che consiste nel dare pochissima importanza a sé: a ciò che prova, alle sue emozioni, al suo malessere, alla sua paura, alla sua angoscia, al suo terrore. Questo scetticismo esistenziale della vittima mostra una perdita di fiducia generalizzata che tocca tutto quello che è vissuto, percepito in prima persona. Poi, quando la negazione diventa impossibile, Bella sopporta: ripiegandosi su se stessa, nascondendosi nel suo appartamento, restringendo il suo spazio vitale che, nonostante i suoi sforzi, è violato. Vive nella banalità quotidiana di una preda che vuole ignorarsi, occupandosi dell’organizzazione della sua vita per salvarne il senso [?]” (ibid)Elsa Dorlin dimostra in questo passaggio questa fabbrica in azione sulle donne. Certo si tratta di un romanzo ma a volte è attraverso la fiction che si esprime meglio una realtà: questa paura paralizzante, più o meno permanente che si cerca di negare per continuare a vivere. Una paura inculcata, culturale, che impedisce di agire e che fa delle donne, ancora e sempre, dei corpi di vittime. L’abbiamo tutte più o meno fortemente sentita. Abbiamo tutte lottato contro questa paura per vivere malgrado tutto. Per rientrare tardi, per andare in viaggio da sole, per accettare un invito, per lavorare. Siamo obbligate a passare sopra questa paura altrimenti non facciamo niente.Sfortunatamente e paradossalmente questa paura inculcata e i nostri sforzi per passare al di là e cortocircuitano l’istinto, che include il timore necessario, quello che ci permette di sentire il pericolo e di reagire, in un modo o in un altro.
Fenomenologia della preda
La vera preda, l’animale cacciato da un predatore esterno alla propria specie, ha una grande attenzione per se stessa e accorda un’immensa fiducia a tutti i segnali di paura istintiva. Rifiutando di accordare quest’attenzione a sé, le donne si mettono ancora maggiormente in pericolo. Seguendo sempre l’analisi del romanzo Dorlin prosegue “La storia di Bella è anche la storia di un vicino, un uomo qualunque che abita nel palazzo di fronte e che un giorno ha deciso di violentarla. Perché? Perché Bella sembra così patetica, così fragile, così già ‘vittima’. E, se siamo tutte un po’ Bella, è anche perché, come Bella, abbiamo dapprima cominciato a non uscire più a una certa ora, in certe vie, a sorridere quando uno sconosciuto ci parla, ad abbassare lo sguardo, a non rispondere, ad accelerare il passo quando rientriamo a casa; ci siamo assicurate di aver chiuso bene a chiave le porte, tirato le tende, di non muoverci più, di non rispondere più al telefono. E, come Bella, abbiamo speso molte energie a credere che la nostra percezione di questa situazione non fosse degna di senso, che non avesse valore, realtà: a dissimulare le nostre intuizioni ed emozioni, a far finta che non stesse succedendo niente di rivoltante o, al contrario, che forse, sì, era inaccettabile essere spiata, molestata o minacciata, ma che eravamo noi a essere di cattivo umore, che stavamo diventando intolleranti, paranoiche, o che eravamo sfortunate, che questa “roba” poteva capitare solo a noi. Precisamente, l’esperienza di Bella è una somma di briciole di esperienze generalmente condivise ma anche la descrizione minuziosa di tutte queste tattiche prosaiche, di tutto questo fenomenale lavoro (percettivo, affettivo, cognitivo, gnoseologico, ermeneutico) che facciamo ogni giorno per vivere “in modo normale”, che dipende dalla negazione, dallo scetticismo e che rende indegno tutto ciò che ci riguarda. ” (ibid)Questa mancanza di attenzione a sé, al proprio sentire, comincia nell’infanzia, è allora che si opera la distorsione della percezione. Quante bambine sentiranno “Ti maltratta/ti picchia perché ti ama molto. È un maschio, è normale.” Esplicitamente o implicitamente si insegna alle bambine a non ascoltarsi. Che induce nelle donne adulte questa situazione paradossale, sentirsi preda, aver paura, ma dovendone negare senza sosta i segnali. Perché il predatore, il nemico non è di un’altra specie! Un coniglio non avrà mai il minimo dubbio sulle intenzioni di una volpe. Ma per noi che siamo della stessa famiglia, egli è nello stesso tempo un potenziale nemico ma può essere invece un amico, un amante, un marito, un padre, un padrone, un collega? Come mantenere il discernimento? Queste ingiunzioni paradossali avvelenano costantemente la vita della maggior parte delle donne. Allora lottiamo contro la paura con l’energia della disperazione. Cerchiamo bene o male di affermarci in questo mondo. E un giorno scoppia, allora la rabbia rimpiazza la sottomissione. A volte ci permette di reagire ma spesso distrugge tutto intorno.
Cosa può l’Aikido in questo stato di cose?
Credo che sia possibile camminare verso un cambiamento di questo stato di cose attraverso il corpo. Perché bisogna precisare che quest’atto di dominazione agisce molto profondamente a livello dei corpi, «L’oggetto di quest’arte di governare è l’impulso nervoso, la contrazione muscolare, la tensione del corpo cinesico, la scarica dei fluidi ormonali; opera su ciò che lo eccita o lo inibisce, lo lascia agire o lo contrasta, lo ritiene o lo provoca, lo rassicura o lo fa tremare, quello che lo fa colpire o meno” (ibid)Nell’educazione delle ragazze, come per le donne adulte, la pratica dell’Aikido sul lungo termine apre una prospettiva inedita. Un giorno, in occasione di una seduta di Aikido che conduceva mio padre, Régis Soavi, insegnante a Parigi da cinquant’anni, egli ha detto: “Prima di affermarsi, bisogna posizionarsi.” Questa frase mi ha colpito come la definizione perfetta di ciò che poteva essere l’Aikido per le donne. Invece di tentare di affermarsi, di rivendicare di fronte a una società che non ci ascolta o che rifiuta la nostra percezione, imparare prima a posizionarsi. Posizionarsi nel senso marziale del termine, quindi una questione di Shisei. Alla fine non essere una preda è una posizione, una postura. Non si tratta di essere un coniglio che si arma per difendersi ma, tramite la propria postura interiore, di dire “puoi essere una volpe, ma guarda, anch’io sono volpe e non coniglio”. Quando siamo posizionati, l’affermazione è là.
Posizionarsi prima di affermarsi
L’Aikido permette di creare delle nuove pratiche di sé che trasformano la nostra realtà e i nostro rapporti.La prima tappa è ritrovare, non il neutro illusorio, ma l’indeterminato, la sensazione della vita, prima delle separazioni. Nella nostra scuola, la Scuola Itsuo Tsuda, cominciamo con una meditazione, poi per una ventina di minuti pratichiamo dei movimenti e degli esercizi di respirazione che, benché possano assomigliare a un riscaldamento, non lo sono. Si potrebbe dire che si tratta di una comunione con lo spazio, con la vita che ci circonda. È un momento in cui ognuno è in sé e con gli altri in una respirazione comune indeterminata. Ueshiba O sensei diceva “Io mi posiziono all’inizio dell’universo”. Quest’indicazione, sebbene possa apparire strana, ci dà in effetti una prospettiva molto più vasta che un semplice esercizio. Dimenticare chi siamo, dove siamo e semplicemente respirare. Progressivamente la respirazione si approfondisce e la calma nasce, si comincia a ritrovare l’individuo, prima delle categorizzazioni, delle separazioni, della cultura. È un po’ come soffiare sulle braci per rianimare un fuoco che si spegne.Man mano che si pratica soli-e o a due, i corpi si liberano, i movimenti si dispiegano. Una pratica regolare, quotidiana se possibile, su un certo tempo, è necessaria per rimodellare il nostro rapporto con il mondo, poco a poco. Per ritrovare un corpo che abita il proprio spazio, che occupa la strada, che instaura un altro modo di essere. Come ho detto non si tratta di diventare delle superdonne, capaci di difendersi come delle eroine. Di rendere colpo su colpo. Si tratta di rieducare il nostro corpo e la nostra mente per avere un Shisei, un posizionamento diverso nelle nostre vite. Si tratta appunto di non ritrovarsi più “preda” ignorando i segnali d’allerta.Il ruolo dell’insegnante è di fare Uke il più possibile per aiutare i-le praticanti a sentire tutte le possibilità che si offrono loro, gli Atemi, il Ma-ai, il Hyoshi, tutto quello che farà la differenza prima di essere completamente bloccati-e. Se la paura ci sommerge si sovrastimerà l’attaccante e, pietrificati-e, la situazione peggiorerà. A forza di praticare si riesce a mantenere una respirazione più calma e, senza sovrastimare se stessi-e, a posizionarsi. È per questo che l’attacco deve essere ben portato, rappresentare un certo pericolo senza bloccare totalmente.Ciò ci permetterà anche di non ristagnare in una situazione prima di reagire, che sia famigliare, al lavoro, o altrove. E nello stesso tempo di non essere più intossicati-e da paure inutili, da angosce che non corrispondono alle situazioni che ci fanno ripiegare su noi stessi-e. Attenzione, non dico che le vittime di aggressioni avrebbero dovuto reagire, sappiamo che il restare paralizzati è una strategia di protezione dell’essere umano e che a volte la miglior cosa da fare è non battersi per non morire. Il mio discorso non riguarda per forza le situazioni estreme, di grande violenza, ma piuttosto quelle banali, cosiddette “poco gravi”, di cui abbiamo una paura inculcata e che per accumulazione sono devastanti.Non è semplice cambiare, uscire dal dualismo della sottomissione o della rabbia. È per questo che è tramite la pratica che il corpo si riscopre capace e che la mente si placa, si tranquillizza. Nella storia che ho citato, quella di Bella, il romanzo non comincia veramente che nel momento in cui per Bella la situazione si ribalta, il momento in cui infine, considera che finalmente basta così. Allora prenderà un martello. È stupita di aver finalmente la forza di sollevarlo, stupita che fosse sempre stato lì, a portata di mano. E il gioco al massacro comincia, al punto che questo romanzo farà scandalo in Inghilterra per la violenza della seconda parte.Per me non si tratta di legittimare la violenza di questo romanzo; questo detto, quante grandi opere, dal romanzo storico al western, da Ben Hur al Conte di Montecristo hanno fatto della vendetta la forza d’azione per degli uomini? Ma lasciamo stare. Credo che possiamo avere questa rivelazione della nostra potenza molto prima di arrivare agli estremi della distruzione di sé o degli altri.Man mano che si pratica un Aikido che ci riconcilia con noi stessi-e, si può ritrovare la sensazione della potenza. Non una potenza che schiaccia gli altri, ma la potenza che viene dall’hara, dal centro dell’umano. È un percorso centripeto che chiamiamo a volte empowerment quando delle persone s’impossessano di modi di essere, di pratiche di sé per smantellare le dominazioni che vengono esercitate su di loro e riprendere il potere sulla propria vita. Negli anni 60/70, delle femministe americane hanno usato questo termine per mettere in risalto una liberazione non dettata dall’esterno, in cui verrebbe detto ancora una volta alle donne ciò che devono essere, ciò che è “una libera donna occidentale”, ma piuttosto un’emancipazione centripeta, che si basi sui mezzi di cui ognuna dispone per rispondere da sola alle situazioni problematiche. In questa prospettiva l’Aikido può essere un processo di empowerment che permette di ravvivare le proprie risorse interne e di minimizzare il “disturbo radio” della paura culturale. Allora il nostro Shisei, il nostro atteggiamento sarà come quello dell’uccello del proverbio: “L’uccello non teme che il ramo ceda, perché non ha fiducia nel ramo, ma nelle proprie ali”.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:
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Articolo di Manon Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 8 nel mese di gennaio del 2022. Note:1) Elsa Dorlin Difendersi, Fandango, 2020, traduzione italiana di Se défendre, La Découverte, 2019. Analisi del romanzo d’Helen Zahavi. Dirty Week-end, del 1991.
di Régis SoaviLa paura ha una doppia origine, è prima di tutto una risposta primitiva, atavica, già perfettamente nota, ma ha anche un’origine acquisita congenitamente, ed è quindi proprio per questo una conseguenza della civiltà.Sebbene possa essere uno dei mezzi di difesa per la sopravvivenza, troppo spesso è diventata un handicap nelle nostre società industrializzate.La paura nel mondo di oggi tende a precedere quasi ogni azione per un gran numero di persone e non compare per caso, si presenta sotto forma di – ho trovato trentadue sinonimi per questa emozione – timore, apprensione, inquietudine, angoscia, ecc., questi ultimi intersecandosi si demoltiplicano(1) Ogni volta essa annulla l’atto, il gesto, l’iniziativa, o li distoglie dall’obiettivo prefissato, presentandosi come se fosse “la” risposta indispensabile ad ogni problema che si pone.
La respirazione, il suo meccanismo
Il blocco della respirazione e le difficoltà respiratorie di molti nostri contemporanei in caso di aggressione o, soprattutto, di minaccia di un conflitto possono essere spiegati con un meccanismo selvatico involontario, cioè primitivo, che si è irrigidito. Si tratta più di un’abitudine che è nata proprio dalla paura piuttosto che di una mancanza di allenamento a combatterla o a superarla. Blocchiamo l’aria, la comprimiamo, per rispondere nel modo più adatto a ciò che potrebbe accadere. Tratteniamo il respiro, “il fiato” per essere pronti ad agire, immagazziniamo aria con una rapida inspirazione perché per agire, per difenderci, per fuggire, o anche semplicemente per gridare, bisogna espirare. È l’espirazione che permette l’azione aggressiva o difensiva e quindi è l’ispirazione che, precedendola, ci rassicura perché ci posiziona in modo vantaggioso rispetto agli atti che sembrano inesorabilmente seguire. Istintivamente agiamo in questo modo ogni volta che pensiamo di doverci difendere, e questo fin dall’infanzia. In realtà, a prescindere dall’intenzione, non sempre possiamo difenderci, la società non lo permette, ci sono delle regole. In molti casi siamo costretti a rimanere in ansia, bloccati, con il fiato corto senza riuscire a liberarci. Basta ricordarsi della propria infanzia o adolescenza, delle proprie reazioni fisiche durante gli esami o semplicemente di quando uno dei nostri insegnanti interrogava a sorpresa o ci faceva una domanda su un argomento che non avevamo studiato abbastanza, o che avevamo saltato. Ci sono troppe persone per le quali la scuola ha rappresentato un percorso tragico durante il quale l’ansia, per quanto interiorizzata, è stata una delle loro più fedeli compagne nell’avversità. Non è così sicuro che, parafrasando l’aforisma di Nietzsche, “ciò che non ci uccide ci rende più forti”. Dipende troppo dall’individuo, dal momento e dalla situazione, tra le altre cose. Le difficoltà nell’infanzia non sono sempre all’origine di facoltà di resistenza o di resilienza come qualcuno potrebbe pensare, ma possono causare debolezze o handicap e questo spesso deriva in gran parte dal punto di partenza, dalla nascita, dall’ambiente familiare, ecc. Ma essendo la paura divenuta una reazione primaria abituale, un a priori che sorge in ogni circostanza, la soluzione adottata dal corpo attraverso un sistema involontario perturbato rimane sistematicamente la stessa: bloccare la respirazione. Quella che era la risposta corretta, diventa il suo opposto. “La soluzione diventa il problema”(2). Il corpo non riesce più ad espirare o a muoversi, nemmeno a parlare, tanto meno ad urlare. Se qualcosa si sblocca per qualsiasi motivo, allora arriva l’espirazione e con essa l’azione si rivela, il bisogno trova una risposta alla situazione, la paura passa in secondo piano e lascia il posto a reazioni che a volte verranno considerate anche come coraggio o incoscienza, codardia o buon senso a seconda del momento o dell’idea che se ne ha.Essere istintivi
Una preesistenza alla nascita
È soprattutto dalla metà del XX secolo che nacque l’ideologia della conservazione della specie umana tramite la protezione delle manifestazioni della vita. Questo concetto di protezione impegnò la società occidentale in una corsa alla medicalizzazione dei corpi che non era mai stata nemmeno immaginata fino a quel momento. Questa profilassi, che poteva essere intesa come una risposta moderna e salvifica, è stata purtroppo effettuata facendo suonare campanelli d’allarme per semplici rischi che prima erano considerati normali e che erano intrinseci alla vita. Provocando così, tramite la paura che hanno generato, un effetto nocebo di un’ampiezza senza eguali in passato.La prevenzione in gravidanza è diventata negli anni una iper-medicalizzazione che si è banalizzata, e che ha privato in primis la donna, ma anche il padre, seppur in misura minore e per ripercussione, di un rapporto semplice con il corpo, con il proprio corpo. La gioia di portare in grembo un bambino, e la forza che ne deriva, si è trasformata in angoscia per ciò che accadrà, e anche per il suo presente nell’utero, la vita del futuro bambino che subisce il trauma della contrazione che sente, e che è causata dall’inquietudine dei suoi genitori. Purtroppo, l’inquietudine viene trasmessa più di quanto si pensi. Nonostante il desiderio del contrario, della serenità che vorremmo assicurare al bambino, questa preoccupazione si trasforma rapidamente in paura, timore del movimento, dei cambiamenti, e più in generale in apprensione di fronte all’ignoto. Le conseguenze sono facilmente prevedibili: rischi di shock emotivi e fragilità di fronte alle difficoltà che possono persistere nella vita futura del bambino. Durante il parto, se manca la tranquillità, se viene sostituita dall’agitazione o dall’ansia, si creano una tensione e una contrazione che bloccano la respirazione del neonato che non capisce cosa sta succedendo ma ne soffre visceralmente senza poter far nulla. A poco a poco, durante la crescita, la mancanza di risposta a questa incomprensione genererà inizialmente pianti e grida, poi una certa forma di apatia, di rinuncia, con l’abbandono della lotta se non si trova una soluzione soddisfacente a questa richiesta.
Taiheki uno strumento per la comprensione
Ho già avuto modo di spiegare su “Dragon Magazine”(Dragon Magazine Spécial Aîkido, n° 23, janvier 2019.) come la conoscenza dei Taiheki può essere uno strumento di qualità in particolari circostanze per comprendere le reazioni delle persone. La classificazione dei Taiheki sviluppata da Haruchika Noguchi sensei(3) si basa sul movimento involontario umano. Non si tratta di una tipologia che consente di inserire gli individui in piccole caselle, ma di identificare le tendenze comportamentali abituali, tenendo conto delle compenetrazioni che possono esserci tra di loro. Itsuo Tsuda sensei ce ne dà una rapida descrizione in questo estratto di uno dei suoi libri:«I 12 tipi di Taiheki sono i seguenti:1. cerebrale attivo 5. polmonare attivo 9. bacino chiuso2. cerebrale passivo 6. polmonare passivo 10. bacino aperto3. digestivo attivo 7. urinario attivo 11. ipersensibile4. digestivo passivo 8. urinario passivo 12. apaticoDa 1 a 10 si vedono le regioni di polarizzazione che sono 5:cervello, organi digestivi, polmoni, organi urinari, bacino.11 e 12 sono un po’ speciali, perché corrispondono a delle condizioni più che a delle regioni.Per una stessa regione, si ha un numero dispari e un numero pari. I numeri dispari si applicano alle persone che agiscono per eccesso di energia, a seconda della regione interessata. I numeri pari sono per quelle persone che subiscono l’influenza esterna a causa di una carenza di energia.» (Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Editions, 2014, p. 79.)Di fronte al pericolo quando si ha paura le risposte saranno molteplici, ma non lo saranno solo in base all’allenamento o alle capacità, ma anche, e soprattutto, a causa della circolazione del ki nel corpo, di questa energia che può essere coagulata in un punto o in un altro, portando a ristagni specifici e quindi risultati e risposte differenti.noNon lasciarsi sopraffareGruppo verticalePerché l’azione si attivi, il ki deve andare al koshi ma quando c’è una coagulazione a livello della prima vertebra lombare, l’energia sale al cervello e ha difficoltà a ridiscendere. Ecco perché le persone di tipo uno, cerebrale attivo, tenderanno a sublimare la paura, a oggettivarla, a farne un oggetto da contemplare per analizzarla, e trovare una soluzione che soddisfi l’intelletto, perché l’azione, soprattutto un’azione immediata, non è la loro principale ambizione. Spesso fraintendiamo questo tipo di posizioni che possono sembrare stupide. Ci si chiede perché la persona non ha reagito in tali o tali circostanze, si troverà forse grazie ai Taiheki una risposta alle domande che ci si può porre sul mistero di certi comportamenti umani.Le persone di tipo due, cerebrale passivo, sono del tutto consapevoli di ciò che sta accadendo, ma il loro corpo non reagisce come aveva pensato il cervello, sebbene non ci sia nulla di imprevedibile. Non possono controllare la propria energia, che in questo caso scende, ma provoca reazioni fisiche incontrollabili come dolori di pancia o tremori che rendono difficile una risposta adeguata.Gruppo lateraleIn questo gruppo la coagulazione è localizzata a livello della seconda lombare e interessa l’apparato digerente. Ecco perché il tipo tre, digestivo attivo, va in panico mentre cerca di placare la paura, sgranocchia velocemente qualcosina che ha sempre a portata di mano in caso di necessità. Se ha un po’ più di tempo, mangia qualcosa di più sostanzioso, un panino, un pasticcino, l’importante è avere lo stomaco pieno; è grazie a questo che il suo plesso solare si ammorbidisce e la paura diminuisce o addirittura svanisce. Allora diventa diplomatico e cerca di sistemare le cose; se non ci riesce, allora si arrabbia e si lancia in modo disordinato, senza pensare alle conseguenze.Il tipo quattro, digestivo passivo, rimane inerte di fronte alla paura, incapace di reazioni. È una persona affabile e sembra quasi che la cosa non lo riguardi. Dall’esterno si vede molto poco della sua natura perché ha difficoltà ad esprimere le sensazioni o i sentimenti. Dal punto di vista dell’azione si presenterà come una persona premurosa, cortese, che cerca di appianare le cose, di sdrammatizzare la situazione.Gruppo avanti-indietroIl tipo cinque, polmonare attivo, ha tendenza ad inclinarsi in avanti, il che facilita l’azione energica; la regolazione o la coagulazione, o anche il blocco della sua energia si trovano a livello della quinta lombare.Quando si trova di fronte ad un pericolo, e quindi di fronte alla paura, lo vede come un faccia a faccia. Agisce spesso in modo estroverso, ma è anche uno che ragiona, che calcola; se la paura che prova è logica, la affronterà in modo metodico e si tirerà indietro solo se entra in gioco il suo interesse, cioè, se rischia di rimetterci le penne. Agisce a sangue freddo perché si è preparato, per lui l’allenamento ha sempre una ragione di esistere, al di fuori da ogni sentimento.Il tipo sei, polmonare passivo, invece, è introverso, inibito, ha un senso di frustrazione, ma d’altro canto si infiamma velocemente, soprattutto a livello verbale; di fronte alla paura si irrigidisce ancora più del solito ma può o esplodere come durante una crisi di isteria o rinchiudersi come un’ostrica, tenere il broncio e aspettare.La postura è essenzialeGruppo torsioneIn questo caso la vertebra interessata è la terza lombare, è quella più in avanti rispetto all’asse della colonna vertebrale, è anche il perno a partire dal quale il corpo si muove dal punto di vista della rotazione. Senza rotazione di questa vertebra e senza curvatura lombare c’è poca possibilità di azione del koshi.Il tipo sette, urinario attivo, si torce in modo tale da proteggere i propri punti deboli, sia fisici che psichici, non vuol sapere nulla della paura, vuole ignorarla, e funziona. Sa che non può combatterla se non a rischio che essa si rafforzi e lo blocchi nella sua azione, ritiene che bisogna soprattutto non pensare, bisogna tirar dritto, costi quel che costi. Viene spesso considerato come un eroe o un incosciente, se ne frega, semplicemente non può resistere a ciò che lo spinge in avanti, l’azione è la sua ragione di vita e il suo modus operandi.Il tipo otto, urinario passivo, ha il koshi che diventa duro e il suo spirito combattivo si tende interiormente. D’altra parte, tende a fare il gradasso e si offende per un nonnulla. Affronta la propria paura se c’è un pubblico, o se viene messo in competizione, se un avversario lo sfida. Anche se non può vincere, si ostina in modo da non perdere, mentre il tipo sette vuole assolutamente trionfare. Esagera le condizioni che lo hanno portato ad avere paura e poiché ha una voce forte, a volte può imporsi con i suoi soli schiamazzi.Gruppo bacinoNel caso delle persone di tipo nove o dieci, la polarizzazione avviene in tutto il corpo. Si potrebbe dire che c’è una tendenza alla tensione, alla concentrazione, per gli uni e al rilassamento, o addirittura alla lassità permanente, per gli altri.Nel tipo nove, bacino chiuso, è la tensione a prevalere. Non ha paura facilmente perché il suo intuito gli permette di percepire il pericolo prima che si manifesti. In ogni caso, la paura, anche se presente in un dato momento, non lo ferma mai nelle sue iniziative. È una persona per la quale l’intuizione è più importante della riflessione. È vigoroso ma d’altra parte estremamente ripetitivo, è tenace e piuttosto introverso. La sua energia è interiorizzata a livello del bacino. Rappresenta un esempio per chi vuole osservare la continuità negli esseri umani.Il tipo dieci, bacino aperto, è il più capace di dissipare energia. Di fronte alla paura trova più forza per proteggere gli altri che per la sua protezione personale; si pensa che agisca per gentilezza, di fatto agendo così dimentica la propria paura e le proprie difficoltà. In caso di pericolo, se è solo, lungi dal cercare di combattere può cercare di fuggire, perché ciò che conta è rimanere in vita e quindi può facilmente essere considerato un codardo, mentre se sono in gioco altre vite è il suo istinto primordiale per la sopravvivenza che scaturisce in modo involontario “per assicurare il futuro della specie umana”. Rischia di soffrire a causa dell’opinione degli altri che ovviamente non lo capiscono in questo genere di casi, e che per questo reagiscono secondo la morale o idee inculcate sul coraggio.Tipo undici detto “ipersensibile”Reagisce molto rapidamente difronte alla paura perché vi è abituato, ma questa reazione non produce un’azione, essa sembra piuttosto avere un carattere emotivo ed egli ha una forte tendenza ad esagerarla. Anche se non succede quasi nulla, egli drammatizza perché si produce in lui un’accelerazione del cuore non appena il suo Kokoro viene turbato, può facilmente svenire o sviluppare un attacco d’asma. A causa della sua sensibilità esacerbata, è il candidato ideale per ogni tipo di derisioni, anche se vi sfugge, sa che può diventare un capro espiatorio e subire vessazioni alle quali non saprebbe come rispondere.Tipo dodici detto “apatico”Affinché possa reagire di fronte alla paura, ha bisogno di ricevere ordini chiari. Anche se si presenta con un corpo robusto e squadrato, questa è solo un’apparenza in quanto non sa come reagire, a volte lo fa in modo troppo forte, o lascia perdere. Ha tendenza a seguire la massa, ad agire se gli altri intorno a lui agiscono, a fare come tutti o ad aspettare subendo.Poiché la società tende a iperproteggere i cittadini, negando loro anche il diritto di difendersi da soli, salvo in determinate circostanze molto inquadrate dalla legge, si produce un intorpidimento degli individui che rischia di favorire una direzione che plasma corpi di tipo dodici qualunque sia il Taiheki di partenza.Senza incidenti, così va l’uomo dabbene, calligrafia di Itsuo Tsuda
Aikido, una speranza
La normalizzazione del terreno non avviene combattendo la paura. Se questo qualcosa che continua a vivere in noi, che aspira a una maggiore libertà, non si risveglia, è una lotta che rischia di essere solo superficiale. L’insegnamento dell’Aikido mira a rendere gli individui indipendenti e autonomi e non a formare combattenti, ciò non toglie nulla al fatto che si tratta dell’apprendimento di un’arte marziale. Si può imparare perfettamente la falegnameria o la musica senza voler diventare un professionista, ma essendo un appassionato capace di fabbricare un tavolo, o un armadio, capace di apprezzare una sinfonia, come pure un quartetto o un lied. Se si ha una buona formazione, si saprà reagire in modo corretto in ogni circostanza, si saprà valutare la situazione, si sentirà quando bisogna intervenire e come, o se ci si deve astenere da qualsiasi intervento. La pratica dell’Aikido trasforma le persone indipendentemente dal loro passato, dalle loro tendenze, ma solo a condizione che accettino di fermarsi nella loro folle corsa all’acquisizione di tecniche psichiche o fisiche che dovrebbero fornire la soluzione a tutti i problemi, a tutte le paure. La liberazione se è necessaria, a volte può anche venire dall’atto che consiste in un “indietro tutta”, per ritrovare l’equilibrio e la forza che ognuno di noi possiede e che aspettano solo di sorgere, di dispiegarsiVolete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:
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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 8 nel mese di gennaio del 2022.Notes :
In francese “démultiplier” significa “aumentare la potenza di qualcosa moltiplicando i mezzi utilizzati”, esiste però anche un senso figurato che in italiano manca.
Paul Watzlawick, teoria di Palo Alto.
Haruchika Noguchi, ideatore del Seitai (1911-1976).
di Régis SoaviÈ consuetudine in quasi tutti i dojo chiamare i pochi esercizi che precedono un corso, “preparazione” o “riscaldamento”. E se non si trattasse di ginnastica o educazione fisica, ma di qualcos’altro! Tsuda sensei scriveva(1) che il suo maestro Morihei Ueshiba era furioso quando, già all’epoca, e sebbene non le avesse mai dato un nome, i suoi giovani allievi chiamavano questa parte esercizi preparatori o riscaldamento.
Una prima parte!
Per O sensei questa prima parte della seduta era indispensabile e inseparabile dall’insieme della sua pratica; per questo Tsuda sensei da parte sua, in mancanza d’altro, quando doveva parlarne ai suoi allievi o descriverla, le aveva dato il nome di “Pratica Respiratoria”. Spiega la sua scelta della parola “respirazione” – che per lui sarà una parola chiave per trasmettere un messaggio agli occidentali – fin dal primo capitolo del suo primo libro Il Non Fare: «Quando uso la parola respirazione, non parlo di una semplice operazione biochimica di combinazione ossigeno-emoglobina. La respirazione è allo stesso tempo vitalità, azione, amore, spirito di comunione, intuizione, premonizione, movimento.L’Oriente conserva ancora questi aspetti sotto il nome di prana o di quello di ki.Anche l’Occidente sembra averli conosciuti: ne sono testimoni la parola psyché, anima-soffio, o anima, da cui derivano parole come anima, animare, animale, animosità o spiro, da cui abbiamo tratto parole come spirito, ispirazione, aspirazione, respirazione.»(2) Questi esercizi di respirazione, di circolazione della nostra “energia vitale”, del nostro ki, sono ancora oggi di fondamentale importanza per me.
La ripetizione
Non posso davvero descrivere cosa c’è di diverso nella nostra Scuola rispetto a quanto si fa in altri luoghi, né farne l’apologia, perché sta ad ognuno farsi un’idea su ciò che riceve, su ciò che sente. Ogni insegnante di ogni Scuola o gruppo, per l’insegnamento che ha ricevuto, per il suo percorso, i suoi studi, avrà il proprio metodo, la propria pedagogia, adatta tanto a se stesso quanto ai suoi allievi. Alcuni usano nuove tecniche, attingono ad altre culture, cercano altri metodi di educazione, utilizzano una psicologia dell’apprendimento più moderna. Nulla è da denigrare, tutto è possibile e tutto è giustificato a priori per fare in modo di far vivere al meglio la nostra pratica, di trasmettere l’essenziale: “l’universalità del messaggio di pace di O sensei”. Una delle critiche che si possono fare alla “Scuola Itsuo Tsuda” è che è piuttosto ripetitiva e conservatrice. In effetti, questa prima parte che facciamo ogni mattina, non è cambiata da quando il mio maestro ha iniziato a insegnarla all’inizio degli anni settanta. Quanto a me, non essendone mai stanco, non ho mai, in più di cinquant’anni di pratica quotidiana, sentito il bisogno di cambiare qualcosa, né per me, né per i miei allievi. È anche questa ripetizione che permette un approfondimento della nostra respirazione e di conseguenza una scoperta dei princìpi che governano tutti i movimenti della nostra pratica.Norito
I fondamenti di questo lavoro
Questa prima parte segue un ordine logico che le è proprio, e mi sembra inutile dettagliarne tutti i movimenti. Tuttavia, alcuni punti devono essere chiariti e in particolare che cosa la rende qualcosa di diverso da ciò che la maggior parte degli aikidoka generalmente conosce. Dopo il saluto verso il Kamiza, c’è una meditazione in seiza di qualche minuto, e la recitazione del Norito “Misogi no harae” da parte di colui che conduce la seduta. Si inizia quindi con un esercizio volto a liberare la regione del plesso solare da tutte le tensioni accumulate. Questo movimento deriva dal Katsugen undo, fu introdotto da Tsuda sensei e deriva dall’insegnamento del suo maestro di Seitai Haruchika Noguchi sensei. Per il resto, tutti gli esercizi che seguono sono stati insegnati per anni da O sensei. Non rivendico un ritorno alle origini, un’autenticità unica e nascosta fino ad oggi, di fronte alle distorsioni che sarebbero state causate da cattivi insegnamenti, perché è noto che O sensei variava gli esercizi di questa prima parte. Eppure, per quanto ne sappiamo, ce n’erano alcuni che non cambiavano mai. Il Saluto alle otto direzioni, o Funakogi undo(3) e Tama-no-hireburi(4) sono tra questi. Gli ultimi due hanno ritmi specifici, una respirazione precisa e un protocollo particolare rispetto alla direzione verso cui girarsi o quante volte eseguirli. Sarebbe noioso e forse anche azzardato descriverli in un articolo, perché vanno insegnati direttamente da maestro ad allievo sui tatami. Per quel che riguarda gli altri esercizi, ciò che più conta in tutti questi gesti non è il numero di volte che vengono eseguiti, né la velocità, né la forza, ma piuttosto l’intensità della vibrazione percepita da tutto il corpo in quel momento. Vale lo stesso discorso per il Kiai che la persona che conduce la seduta emette alla fine della Prima parte. Anche in questo caso, non è né la potenza del grido, del suono, né la sua intensità, ma sono la natura dell’atto, la profondità della respirazione, l’esattezza del momento e la concentrazione richiesta, legati alla correttezza della sua esecuzione, che trascendono l’azione per farne una risposta adeguata, un processo di normalizzazione del corpo. Ogni esercizio durante questa parte deve essere eseguito in uno stato di coscienza specifico. Bisogna concatenarli con la stessa concentrazione che impiegheremmo se da essa dipendesse la nostra vita, o almeno la nostra salute; e nello stesso tempo il rilassamento è indispensabile per la loro buona esecuzione. Il miglior atteggiamento possibile è quello di essere raccolti e allo stesso tempo senza pensieri, il che richiede alcuni anni di apprendimento, ma soprattutto, perseveranza.
La necessità di un contesto adeguato
Non posso non insistere sull’importanza dell’ambiente quando si intende fare la Pratica respiratoria in uno stile simile a quello che facciamo nella nostra Scuola. L’atmosfera che si respira in un dojo dedicato è di tutt’altra natura se la paragoniamo a quella che si trova in un club o in una palestra. Se inoltre in questo luogo dedicato siamo riusciti a creare un Tokonoma(5) in cui sono posti un Kakejiku(6) e un’Ikebana(7), la qualità della concentrazione, il rispetto del silenzio saranno più facili. Sarà così più agevole impregnarsi, immergersi in un ambiente che favorisce questa ricerca. Grazie a questo ambiente potremo trovare il modo di eseguire i gesti, le sequenze, che, un po’ come una coreografia che non ha mai nulla di superficiale, fanno muovere il corpo in modo da renderlo più permeabile alla percezione dei flussi interiori, rendendolo più morbido, oltre che più reattivo. Si tratta semplicemente di ritrovare il cammino intrapreso dai sensei del passato, di capire perché chi ci ha guidato, tutti quelli che ho conosciuto o talvolta semplicemente incrociato durante stage, o incontri, seguivano molti di questi “riti” senza porre domande in gioventù, ma cercando poi le risposte dentro di sé.Funakogi undo
La scoperta dello Yin e dello Yang
È ne La via degli dei che Tsuda sensei riporta questo avvertimento di Madame Nakanishi(8), grande maestra nell’arte del Kotodama(9) :«”Dopo la scomparsa dell’iniziatore, i kata, le forme, cominciano a decomporsi perché i successori non sono in grado di capire cosa abbia motivato l’iniziatore nel profondo. Si ereditano le forme, le si semplifica, le forme degenerano”, ha detto la signora Nakanishi.L’Aikido, concepito come movimento sacralizzato dal Maestro Ueshiba, sta scomparendo per lasciare il posto all’Aikido atletico, sport di combattimento, più conforme alle esigenze dei civilizzati.»(10)Queste osservazioni di due grandissimi maestri, Nakanishi sensei e Tsuda sensei, avrebbero potuto scoraggiarmi del tutto, eppure è proprio questo tipo di frasi che mi ha stimolato e spinto in avanti. La scoperta dello Yin e dello Yang, è proprio in questa prima parte che possiamo farla perché è una pratica “solitaria”. Niente può turbarci finché rimaniamo concentrati sulla percezione di ciò che sentiamo, è come una corrente interiore che a poco a poco si traduce in termini di Yin e Yang. È un approccio empirico fondamentalmente non mentale e l’intero corpo ne percepisce immediatamente gli effetti. Allora il nostro Aikido si trasforma, si entra in un’altra dimensione, con una prospettiva psicofisica di maggiore ampiezza, vale a dire il fatto di sentire concretamente nelle proprie membra, in tutta la propria postura, la circolazione del Ki come flussi differenti che hanno una natura precisa, positiva o negativa, Yin o Yang. Correnti che si trasformano e si alternano a volte passando dallo Yin allo Yang, circolano da un lato all’altro, girano o si fermano inaspettatamente e alla fine ci guidano in tutti i nostri movimenti nonostante ne abbiamo a malapena coscienza. Ciò non avviene dall’oggi al domani, ma ha dato un senso alla mia pratica dell’Aikido, mi ha permesso di perseverare, e di superare i momenti di scoraggiamento, i passaggi difficili, quelli in cui ci si sente bloccati, senza slancio. È anche grazie a queste ripetizioni quotidiane, a tutti questi gesti, che il nostro corpo si rigenera e percepisce gli altri non solo attraverso il loro aspetto fisico o sociale, ma piuttosto attraverso quello che emanano nel profondo, che non è soltanto psicologico ma di tutt’altro ordine, di altra natura.
Dalla pratica solitaria all’osmosi
Si tratta di una metamorfosi qualitativa importante che non è fatta per far sognare, perché è fuori dall’ordinario, e perché questa trasformazione apre delle possibilità per percepire il nostro universo, la nostra umanità in tutta la sua complessità. All’opposto dei mondi virtuali che ci vengono proposti tramite la tecnologia e i rapporti sociali nel nostro quotidiano, si inizia a percepire l’universo del reale, la sua natura profonda. Allo stesso tempo non così diversa dalla nostra vita di tutti i giorni e tuttavia di tutt’altro genere. Ogni esercizio di questa prima parte è legato al nostro respiro, ogni movimento è in relazione con l’inspirare o l’espirare. Tsuda sensei pronunciava ad alta voce Ka all’inspirazione e Mi all’espirazione, ci spiegava che quando si unisce la respirazione si realizza Ka e Mi che diventano Kami che si può tradurre con Dio. Non si tratta di un dio in senso religioso e neanche in senso mistico ma più concretamente della vita in tutte le sue manifestazioni. La marzialità non scompare, ma viene solo trascesa. Si comprenderà meglio perché Tsuda sensei scriveva «L’Aikido, la via di coordinazione del ki, è un’arte di “fondere il ki” dunque una forma marziale di osmosi.»(11)
L’Aikido, religione o filosofia?
Dal momento in cui si ritualizza tutta o una parte della pratica in un’arte marziale, si viene accusati di religiosità o di misticismo. Il Reishiki, i saluti, la concentrazione, le diverse meditazioni, tutto diventa sospetto, come tutto ciò che ne fa un’arte pacifica, rispettosa dell’essere umano. È difficile spiegare alla luce del materialismo scientifico e delle attuali conoscenze quale sia l’interesse di una pratica ritualizzata poiché sfugge dall’idea di progresso. Eppure il mondo della ricerca malgrado tutto va avanti con gli studi attuali per comprendere in maniera più accurata come funziona il nostro ambiente. Ma gli studi devono avere un che di scientismo per essere accettati. Per esempio si può arrivare a collegare dei sensori, fabbricati a partire da rivelatori di menzogne, a delle piante per comprenderne il linguaggio, quando non si è ancora in grado di spiegare perché certe persone abbiano il “pollice verde”. Si cerca con qualsiasi mezzo di riprodurre la natura per i benefici che apporta all’essere umano, senza comprendere come questa stessa natura faccia questo lavoro. Si analizza, si divide, si taglia, per trovare l’elemento attivo di una sostanza senza rendersi conto che è l’insieme a creare questo composto. Se manca una sola parte, un solo elemento, o se il ritmo non è rispettato, il risultato sarà completamente diverso, e può anche essere contrario a ciò che si era sperato di trovare o a ciò che si era scoperto prima. Se non abbiamo bisogno di religioni che ci incatenino a dei dogmi, non abbiamo neanche bisogno di ideologie che limitino le nostre libertà o peggio ci asserviscano. Anche se alcune di queste nuove credenze o di queste dottrine, a volte con presunto valore scientifico, sono state concepite per il nostro “bene”, per la nostra “felicità” presente o futura, non valgono ai miei occhi più delle chimere del passato. Un’alienazione vale l’altra. La ricerca dell’unità dell’essere resta per molti di noi il valore ultimo; per trovarla, la Pratica respiratoria rimane uno strumento di qualità, a nostra disposizione. Gli dei antichi sono morti come rappresentazioni, come immagini proiettate dall’umanità, ma quest’energia che era loro attribuita e che ci anima c’è sempre, possiamo sentirla, riscoprirla e utilizzarla in noi.Tama-no-hireburi
Mantenere la salute
“La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non consiste soltanto in un’assenza di malattia o infermità”(12). Questa è la definizione dell’OMS, e noi in Occidente l’accettiamo come fosse scontata. Viene spesso compresa alla lettera così come il suo corollario con le sue implicazioni: bisogna combattere la malattia, eliminare i microbi, i virus, bisogna correggere la natura che è così imperfetta, bisogna sostenere, proteggere l’essere umano, ecc. La dottrina diventa così assoluta che finisce per dare risultati contrari a quanto si sperava, e in particolare questo: “le persone s’indeboliscono”. Invece di dare la possibilità al corpo di svilupparsi in modo naturale, lo si obbliga a preservarsi da tutto quello che potrebbe eventualmente essere pericoloso o lo si blinda. Si forza, e lo si forza in nome di imperativi concettuali sulla salute, cosiddetti scientifici o medici. Si rinforza l’educazione teorica sul funzionamento del corpo così come sull’igiene senza comprenderne i fondamenti, si norma l’estetica dei giovani ragazzi e ragazze, a scapito della loro reale salute. Il risultato è lungi dall’essere all’altezza delle speranze che la nostra società vi ha riposto ma il condizionamento c’è, e per molto tempo. La Pratica respiratoria, questa prima parte accessibile a tutti qualunque sia il nostro passato o il nostro stato fisico, è forse la risposta a ciò che si sente quando si scopre il peso dell’oppressione che si esercita sul corpo, il nostro corpo, e la sua influenza sulla nostra mente, la nostra riflessione e di conseguenza sui nostri atti.
Dei gesti semplici
È un processo di decontaminazione che può cominciare. Come per il pianeta quando bisogna disinquinare la natura, è importante interrompere un processo, smettere di utilizzare gli stessi funzionamenti, di “fare un po’ di più della stessa cosa”(13). I gesti semplici associati alla respirazione, la “circolazione del ki” portano, fin dall’inizio di questo lento lavoro di ricostruzione, risultati visibili che stupiscono spesso chi è vicino alle persone che praticano, qualunque sia la loro età o la loro condizione fisica. La vera difficoltà sta nella continuità molto più che negli sforzi che sono in realtà estremamente modesti. È anche possibile limitarsi a questa prima parte se lo si desidera o se delle condizioni imperative ci obbligano a farlo, il benessere che ne risulterà non sarà minore, perché l’unità “corpo-spirito” che verrà ritrovata è il vero regalo che la nostra natura profonda ha sempre cercato.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:
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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 7 nel mese di ottobre del 2021.Note :1) Itsuo Tsuda, La scienza del particolare, Yume Editions, 2019, p. 148.2) Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Editions, 2014, p. 18.3) Spesso tradotto come “movimento del remo”.4) Tsuda sensei lo traduceva con “Vibrazione dell’anima”.5) Rientranza della parete utilizzata per esporre un Kakejiku.6) Incorniciatura in forma di rotolo per una calligrafia o un dipinto.7) Composizione floreale giapponese.8) La signora Nakanishi, sacerdotessa Shinto, insegnò il Kotodama al maestro Ueshiba.9) Il Kotodama è la conoscenza del potere spirituale attribuito ai suoni.10) Itsuo Tsuda, La voie des dieux, Le Courrier du Livre, 1982, p. 128.11) Itsuo Tsuda, Il Non Fare, Yume Editions, 2014, pp. 70 e 71.12) Primo principio enunciato del preambolo della Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) adottata dalla Conferenza internazionale della Salute, firmata dai rappresentanti di 61 stati nel luglio 1946 ed entrata in vigore il 7 aprile 1948.13) Paul Watzlawick, teorico della Scuola di Palo Alto.