Di Régis Soavi
È stata una definizione della nostra Arte data un giorno da una persona vicina a O’Sensei Morihei Ueshiba1Kisaburo Osawa (1911-1991). Le parole sono rimaste, ma che ne è della realtà della pratica? Forse l’Aikido ha perso la sua nobiltà diventando uno “sport di combattimento”.

Lo Zen, lo Yin e lo Yang
Difficile praticare e anche comprendere solo un po’ la nostra pratica senza mai affrontare lo Yin e lo Yang, perché non siamo in un vero combattimento di strada o in una lotta in cui la nostra vita o la nostra integrità è minacciata.
Ma dato che non è una danza in cui l’estetica potrebbe prevalere, né una scenografia elaborata per uno spettacolo e quindi privo di realtà, si possono logicamente porre molte domande sulle sedute di Aikido e il loro significato. Pratichiamo in un Dojo e quindi in un luogo protetto, un luogo concepito per permetterci di scoprire, o di ritrovare, sia il nostro istinto che la nostra capacità di reazione alle avversità senza diventare né aggressivi né incapaci di risposte corrette.
Un luogo dove possiamo finalmente riscoprire la nostra capacità di usare il ki. Tuttavia, sui tatami dobbiamo essere non nel virtuale o nell’immaginario ma in un reale che, anche se semplicemente visualizzato, ci deve permettere di affinare le nostre sensazioni e la nostra intuizione. È grazie ai movimenti del corpo ed il loro prolungamento su, come minimo, lo spazio che ci circonda e oltre questo, grazie alla percezione del ki, dell’energia sviluppata, che si può accedere alla coscienza dell’altro, alla sua alterità e di conseguenza al suo Kokoro.
Durante la pratica dell’Aikido il ki si condensa e diventa materiale. Assume una materialità diversa a seconda dell’azione che si svolge. Quando “il nostro partner” “Uke” ci viene incontro, fa o visualizza un gesto minaccioso, si tratta il più delle volte di una forma Yang ostile. Per reazione immediata, è il “ki Yin” della nostra sfera che assorbe il ki negativo e lo trasforma o lo fa rimbalzare come una sorta di airbag verso la sua origine creando una sorta di barriera, rendendo impossibile una penetrazione del nostro campo d’azione vitale.
Il “ki Yang” a sua volta, respinge o guida il ki negativo eccessivo, se non persino pericoloso, in una direzione più favorevole. Due aspetti di una stessa cosa, dello stesso movimento. Due visioni di uno stesso oggetto, due comprensioni di uno stesso soggetto, ma una sola dinamica. Il Tao è il movimento dello Yin e dello Yang, ne è la manifestazione, è il risultato e l’inizio della loro interpenetrazione sia fisica che spirituale, temporale e atemporale, materiale e immateriale, misurabile e non misurabile, finito e infinito. È attraverso la pratica dell’Aikido e grazie a lei che nei fatti, per me, si sono aperte le porte del Tao permettendomi di andare al di là di una semplice, seppure appassionante, comprensione filosofica.
È tramite il corpo in movimento che ho iniziato a comprendere queste parole e questo aspetto dell’Aikido che lo stesso O’Sensei aveva trasmesso ai suoi allievi diretti ogni volta che parlava loro dello Yin e dello Yang. Nessuna illuminazione, solo una piccola apertura, come un leggero raggio di luce nella foschia del quotidiano, nulla cambia e tuttavia tutto è diverso. Senza che nulla, in apparenza, sia realmente cambiato, è la totalità che è cambiata.

O’sensei Itsuo Tsuda
Senza la direzione che indicava e che mi era difficile vedere, integrare, anche se avrebbe dovuto essere chiara per me alla lettura dei suoi scritti, avrei avuto così tante difficoltà che sarei sicuramente ancora perso in questa nebbia che sono le arti marziali.
Se non mi avesse stimolato in questa ricerca del “Non-Fare”, spinto in questo burrone senza fondo, sarei ancora sul bordo, aggrappato alle mie certezze, alla ricerca di un’imbarcazione, un sistema, un qualsiasi mezzo per vivere o piuttosto per sopravvivere in questo mondo dove l’irrealtà è più reale della realtà stessa. Tsuda sensei parlava raramente di Yin, Yang o Tao. Aveva trovato un modo per portarci, guidarci verso la sensazione concreta del Ki. Scriveva su ciò che aveva chiamato “la Respirazione”, una trasposizione del termine Ki di cui ognuno poteva e può ancora appropriarsi indipendentemente dalla sua cultura, dalle sue conoscenze o dalla sua età. Insisteva sulla visualizzazione della respirazione, sull’importanza di pronunciare mentalmente le parole: Ka al momento dell’inspirazione e Mi al momento dell’espirazione, seguendo lo stesso ritmo dei movimenti che si stanno eseguendo, ed è tutto.
Lo Zen, come il Taoismo o tante altre Arti filosofiche hanno anche loro trovato o ritrovato nella respirazione un approccio concreto e soprattutto un supporto per le loro diverse pratiche. Alcune terapie recenti a loro volta si sono basate su queste antiche pratiche ed è anche per questo che hanno attirato così tante persone in tutti i continenti assumendo a volte una piega religiosa o settaria, nel bene e nel male. D’altra parte esse hanno anche permesso occasionalmente di conservare o ritrovare delle basi, o insegnamenti perduti, o dimenticati, che è possibile utilizzare nel mondo di oggi se si agisce con cautela e diffidenza se necessario.
Superare se stessi o ritrovarsi
Una delle tendenze della società è quella di promuovere il superamento di sé. Fin dall’infanzia, troppo spesso si consiglia di “superarsi”. Ma superare chi o cosa quando spesso non ci si è ancora trovati. Nella maggior parte dei casi, si tratta di proporre di acquisire potere attraverso esercizi di rafforzamento in uno degli ambiti richiesti da coloro che lo propongono. Molte persone fanno sforzi volontari per soddisfare questo bisogno teorico che viene loro suggerito. Molto spesso si smarriscono, perdono il loro libero arbitrio, diventano seguaci invece di scoprirsi.
L’Aikido non è uno sport ma attraverso questa pratica, questa ricerca, si va verso qualcosa di molto più interiore, ci si ritrova. Si riscopre “l’Io profondo” liberato da ciò che gli è inutile e da ciò che lo ostacola, permettendoci allo stesso tempo di diventare un essere forte e sociale nel senso migliore del termine. Non si tratta di agire attraverso un’introspezione mentale, ma ciò avviene è piuttosto con un ritorno semplice verso un dispiegamento fisico del nostro corpo, uno stato di concentrazione nella semplicità e un’apertura verso il partner senza perdere il proprio centro, sono ovviamente necessari.
“Aikido è l’arte di purificare il Ki”
Queste parole di O’Sensei Morihei Ueshiba, quando le si sentono per la prima volta e si è iniziato a praticare da poco: “Le si capisce…” alcuni anni dopo le riscopriamo in un testo e lì: “Si capiscono”, il tempo passa, si pratica regolarmente e da quel momento si inizia a “capire”, il tempo passa ancora, forse molti anni, e un giorno tutto cambia, “Si sente”.

Norito
Sebbene Tsuda sensei ci abbia trasmesso questo testo giapponese che O Sensei recitava ogni mattina, è forse la parte più speciale e sorprendente della nostra pratica: la recita del Norito prima di ogni seduta.
Di cosa si tratta, è un canto, una pratica religiosa, un rituale esoterico forse magico? Come spiegare, come parlare di ciò che rappresenta la risonanza di questa recitazione per farsi capire, per essere compresi. Parlare di Misogi, di concentrazione, della densità di ciò che emana fin dall’inizio della seduta grazie a questa vibrazione, ci proietta nelle schiere dei mistici, della “gente stramba” che non hanno i piedi sulla terra e che credono a tutto quello che si dice loro. Eppure, un Brano d’opera, come una Canzone o una Fiaba, può commuoverci nel più profondo del nostro essere, anche e forse soprattutto, se questa emozione dura solo per un breve istante, la sua potenza, il suo impatto possono trasformare tanti aspetti della nostra vita quotidiana. Il Norito permette spesso un altro approccio, un altro ritmo, crea da zero una diversificazione nel nostro ambiente, un ritorno a volte verso un essenziale che ci siamo lasciati alle spalle.
Scrivere
Queste sono le ultime parole che il mio maestro Itsuo Tsuda mi ha lasciato durante il nostro ultimo incontro qualche mese prima della sua scomparsa. Non era gran che, una piccola frase che mi ha messo a disagio e allo stesso tempo lasciato estremamente perplesso. Ero venuto a trovarlo quando aveva smesso di praticare perché era costretto a letto da diversi mesi. Ovviamente quest’ultimo incontro è rimasto impresso nella mia memoria come qualcosa di indelebile. Dopo diversi minuti in cui gli facevo rispettosamente Yuki senza toccarlo per non disturbarlo perché sembrava dormire, aprì gli occhi, mi sorrise, scambiò uno sguardo con me e mi disse molto semplicemente come solo lui poteva fare: «Régis, deve scrivere sul suo lavoro!» poi si riaddormentò. Mi conosceva da dieci anni, sapeva benissimo che quello che mi chiedeva era “impossibile”. Sono uscito sconvolto, lui lo scrittore, il filosofo, dirmi una cosa del genere, pensavo davvero di essere completamente incapace di fare qualcosa in quella direzione. Io, l’anarchico sessantottino senza nessuna formazione letteraria. Mi ci sono voluti esattamente trent’anni per seguire quello che mi aveva chiesto e iniziare questa impresa in cui non credevo. Tuttavia avevo già avuto l’esperienza delle sue raccomandazioni che poteva lasciarci attraverso piccole frasi a prima vista molto innocenti.
Koan
Quattro anni prima, in occasione di uno di questi incontri dopo la seduta di Aikido davanti a un caffè, parlavamo con lui dei Koan, argomento per noi all’epoca del tutto incomprensibile, ma come sempre, sapeva guidarci in modo discreto verso l’argomento affinché cercassimo da soli. Quella mattina sono stato io che l’ho riaccompagnato in auto al suo appartamento. Cercavo di saperne di più, gli facevo delle domande, anche se era tutt’altro che un chiacchierone, volevo sapere come usare un Koan, come meditare con un Koan, cosa fare? Quale Koan usare? Volevo capire! Dopo un lungo silenzio mi ha detto: «Lei, lei può prendere “Impossibile”». Eravamo arrivati, mi sono fermato davanti a casa sua, scese dall’auto e mi disse «A domani». Ancora una volta mi aveva lasciato in sospeso… Sul momento non ho capito nulla, ma veramente nulla, non era un “Koan”, come “Il suono di una sola mano che applaude” o “Mu” il vuoto. Tuttavia il lavoro cominciò e continua ancora.

Evolvere
Tra i praticanti delle diverse Scuole di Aikido ci sono molti che pensano che l’Aikido debba evolvere, essere più nel suo tempo, più della nostra epoca, e altri pensano che debba ritrovare radici “più marziali” o più religiose, forse più sacre. Preferisco passare sotto silenzio coloro che lo considerano uno sport nel senso occidentale del termine perché a mio parere è fuori luogo per un’arte di questa natura. Non siamo piuttosto noi che dobbiamo evolvere! La nostra arte è uno strumento di lavoro, di evoluzione, per ciascuno, senza alcuna restrizione. Siamo noi stessi che evolviamo, siamo noi stessi che cambiamo, che approfondiamo, di conseguenza cambia il nostro Aikido? Certo, e O Sensei stesso spiegava che l’arte dell’Aikido seguiva in qualche modo i tre stati della materia, da “duro” all’inizio diventava poi “liquido” e più tardi “gassoso”. Ma non è l’Aikido che cambia, siamo noi stessi, il nostro modo di praticare che si trasforma, che diventa più generoso, più capace di sentire, di comprendere l’altro, non in modo superficiale, ma attraverso un approccio sensibile al Kokoro del nostro partner. È la nostra capacità di fonderci con lui che evolve. Questa capacità di fusione è il risultato della nostra “respirazione”, essa ha la stessa origine di Yuki nel Seitai, è la sensazione concreta della circolazione del Ki.
Una Scuola aperta
La nostra Scuola è senza pregiudizi, per questo possiamo riflettere senza prevenzione sul passato e il presente, sui testi dei filosofi e dei teorici “moderni”, ma anche sulle scoperte e le diverse pedagogie. Queste piste di riflessione sono a volte le stesse che Tsuda sensei ha seguito ai suoi tempi, non dobbiamo dimenticare che è grazie a questo che ha potuto creare un ponte tra l’Oriente e l’Occidente. Un certo numero di altre piste più recenti o poco conosciute possono permettere anche a noi di andare oltre, in particolare quelle sull’educazione.
Così tanti filosofi e pedagoghi hanno scritto sull’educazione e la libertà dell’individuo, sulla comprensione dell’essere umano e del suo movimento all’interno della società che è difficile elencarli tutti. Da Chaung-tzu a David Graeber, passando per Jean-Jacques Rousseau o Étienne de La Boétie, Olympe de Gouges o Hannah Arendt, ognuno, ognuna, a modo loro ci ha accompagnato, ha guidato la nostra ricerca, ci ha dato l’opportunità di un approfondimento,e ha orientato in particolare la mia riflessione. Tanti autori, autrici di talento, tante messe in discussione della nostra vita, tante scoperte, tante possibilità hanno suscitato interrogativi e hanno avuto ripercussioni talvolta immediate, ma il più delle volte a lungo termine.
La nostra Scuola è una Scuola aperta al mondo che ci permette di vedere ciò che accade intorno a noi senza giudizio a priori ma con acutezza e discernimento. Certamente non permette di aprire il “terzo occhio”, ma piuttosto di aprire gli occhi su ciò che ci circonda con sensibilità e discernimento come quando abbiamo scoperto l’opera di Tsuda sensei, cioè con la lucidità del nostro buon senso. L’insegnamento dell’Aikido, la pratica del Katsugen Undo, come il modo di vivere che deriva da queste pratiche sono assolutamente in linea con ciò che sostengono i pedagoghi e i filosofi dalla mente più acuta.
Un esempio poco conosciuto ma importante per l’orientamento che implica è l’opera di Joseph Jacotot (1770-1840): questo pedagogo dimenticato da più di un secolo e rimesso in primo piano grazie al libro Il maestro ignorante2Jacques Rancière, Il maestro ignorante, Mimesis, 2008 è stato a suo tempo un precursore delle esperienze condotte, tra gli altri, durante il XX secolo da A. S. Neill, J. C. Holt, e molti altri, sull’educazione. Egli enuncia su questo argomento alcune massime che ancora destabilizzano molti insegnanti, ma che penso sarebbero state applaudite da Itsuo Tsuda. Ne propongo quindi alcune, ancora una volta è uno spunto di riflessione, ma è anche ciò che accade già giorno dopo giorno nella nostra Scuola.
L’idea principal eè che ogni uomo, ogni bambino, è in grado di istruirsi da solo e senza un maestro, ; […] il ruolo del maestro deve limitarsi a guidare o sostenere l’attenzione dell’allievo.
“Tutte le intelligenze sono uguali”3Op. cit., Cap. III, p. 72; Cap. V, p. 117.
“Nessun maestro esplicatore, tutti possono insegnare, “si può insegnare ciò che non si ignora”.4Op. cit., Cap. I, p. 46 e p. 48; e Cap. V, p. 117 e p. 145.
Régis Soavi
Notes
- 1Kisaburo Osawa (1911-1991)
- 2Jacques Rancière, Il maestro ignorante, Mimesis, 2008
- 3Op. cit., Cap. III, p. 72; Cap. V, p. 117.
- 4Op. cit., Cap. I, p. 46 e p. 48; e Cap. V, p. 117 e p. 145.












Martedì 31 maggio 2016 nel primo pomeriggio abbiamo montato la mostra delle calligrafie del Maestro Tsuda nella biblioteca Rispoli che si trova a due passi dalla centralissima piazza Venezia a Roma ! Per la mostra la direttrice della biblioteca era un po’ preoccupata non sapeva cosa aspettarsi. Bisogna mantenere un certo livello…
L’insegnamento che abbiamo ricevuto e continuiamo a ricevere ci permette di constatarlo, quando siamo tranquilli nel nostro dojo, che é prezioso perché favorisce la practica, ma anche quando siamo in trasferta, poiché é dentro di noi.












































































Bisogna credere che Itsuo Tsuda non amasse le certezze perché a vent’anni parte questa volta per Parigi, conoscendo solo qualche parola di francese, alla ricerca della libertà di pensiero. Quando arrivò nel 1934, piombò nel bel mezzo dei movimenti del Fronte Popolare, degli scioperi e delle manifestazioni di massa dell’epoca. Un movimento di una forza che ci è difficile immaginare oggi e che la guerra schiaccerà, falciando la gioventù operaia rivoluzionaria dell’epoca. A poco a poco, Itsuo Tsuda si integra e inizia a studiare alla Sorbona con Marcel Mauss e Marcel Granet. È in contatto con gli ambienti intellettuali di Montparnasse, e credo di poter affermare che stesse progettando di restare a Parigi, almeno per un bel po’. Ma nel 1940 il mondo sprofonda nella guerra e viene richiamato dal Giappone. Con grande pena deve imbarcarsi per un paese che, in fondo, non conosce. Ciò che lo attende in Giappone è il caos della guerra, il nazionalismo e l’incertezza totale del domani. Forse le situazioni estreme mostrano chi crolla e chi ha la resistenza di continuare il proprio cammino. Tsuda sensei aveva certezze? Non so, ma il fatto è che continua la sua strada nonostante la guerra. I suoi interessi per la sinologia e per l’etnologia non si smentiscono, al contrario, pubblica traduzioni e articoli. Dopo la guerra, la sua vita sembra “stabilizzarsi”, sposato e salariato (lavora ad Air France come interprete) eppure continua ad approfondire instancabilmente. L’incontro con il N?, poi con il Seitai e il suo fondatore Haruchika Noguchi (con il quale studierà per vent’anni), e infine con O sensei Ueshiba e l’Aikido saranno gli strumenti decisivi dell’articolazione della sua filosofia: il Non-fare e la nozione di Ki.















Questa sensazione di qualcosa di incompiuto o di un’insoddisfazione che è come un pungolo è molto tipica dei maestri giapponesi nelle loro arti. Ma penso che questa sensazione sia molto lontana dalla frustrazione e dall’insoddisfazione profonda che conoscono molte persone nella nostra epoca. Nei nostri dojo, nelle nostre pratiche, a volte ci troviamo di fronte alla difficoltà di prospettare Vie che richiedono perseveranza e continuità mentre cerchiamo sempre di più di ottenere rapidamente soddisfazioni. La nozione stessa di sforzo non è più molto di moda, o se c’è sforzo ci devono essere risultati, redditività di questo sforzo. Il problema è che la ricerca di un risultato, uno scopo a priori, condiziona l’azione e quindi questo risultato.Osservo due tendenze che sembrano abbastanza diffuse: una dove si vede tutto in nero, senza futuro, senza speranza, è uno stato depressivo. L’altra nella quale si prova a concentrarsi su ciò che ci procura della soddisfazione e del piacere. È abbastanza ovvio che stati depressivi o pensieri suicidi non sono condizioni molto sopportabili per l’essere umano, ma desidero interrogare qui l’altra posizione: la ricerca dello stato di soddisfazione. E ovviamente esaminare la posizione del budo e cosa può portarci a capire. Non cerco di opporre due posizioni ma di approfondire una questione. Siamo più realizzati perché siamo soddisfatti? O piuttosto, di quale tipo di soddisfazione parliamo?La ricerca della soddisfazione si è accresciuta in questi ultimi anni; alcuni tengono diari di gratitudine dove annotano ciò che di positivo è successo nel corso delle loro giornate. Altri cambiano lavoro o città per essere in un contesto più in sintonia con le loro visioni, i loro valori. Infine il benessere e la realizzazione sono preoccupazioni costanti per molte persone. Alcuni indicano il paradosso di un’umanità che non ha mai conosciuto tale livello di benessere materiale e che continua a stare male con se stessa. Immersi nella comodità materiale e tuttavia eccoci ancora insoddisfatti. Come bambini viziati?Inoltre sappiamo che la soddisfazione di tutti i nostri desideri non ci darebbe nemmeno una soddisfazione reale, profonda. Alla fine, siamo un po’ come cantava Johnny Hallyday nella canzone L’envie (La voglia) “Mi hanno dato troppo, molto prima della voglia. Ho dimenticato i sogni e i grazie. Tutte queste cose che avevano un prezzo. Che fanno la voglia di vivere ed il desiderio”.Ben prima, le favole antiche ci mettevano in guardia contro la dimenticanza, contro la dissoluzione del Sé che procura la realizzazione di tutti i desideri. Come quei racconti in cui si entra in una locanda per non uscirne più, catturati da una vita di piacere e di soddisfazione immediata che ci conduce anche a volte alla morte. Ciò vuole dire che dobbiamo seguire una morale austera o una vita di duro lavoro? Coloro che hanno meno di noi non aspirano a questa comodità? Bisogna continuare un lavoro che non è adatto a noi, che ci annoia? O vicino a persone tossiche? A priori no, certamente; allora dobbiamo seguire i nostri sogni?
Ben utilizzato, il pungolo dell’insoddisfazione ci spinge alla continuità e alla perseveranza. Parlando della sua pratica dell’Aikido Tsuda senseï scriveva: “Per me, imparare a sedermi e ad alzarmi, è già enorme. Non smetto di scoprirne nuovi aspetti. Sono ben lungi dall’essere soddisfatto di quello che faccio. Quest’insoddisfazione mi spinge sempre in avanti, verso la soddisfazione completa.” (I.Tsuda, La via della spoliazione, p. 178)”In compenso, conosco un miliardario suo malgrado, scontento come pochi. È giovane, bello, intelligente. Non gli manca niente. Può avere tutto dall’oggi al domani. Ma è proprio questa facilità che lo esaspera. Non sa come trovare una vera soddisfazione.Ciò che è spontaneo, si sente. È il ki. È l’invisibile, l’imponderabile che cerca di prendere una forma tangibile. Se la forma è soddisfacente, lo spontaneo si spegne.Il ki muore quando prende forma, ecco il punto comune che ho trovato nei Maestri Ueshiba e Noguchi. Intendiamo qui: ki come impulso.Si ha fame. Si mangia. Si è sazi. Non si vuol più sentir parlare di cibo.Ma il valore dell’uomo sta nella possibilità di trovare il ki che non è mai soddisfatto. Il Maestro Ueshiba mi ha parlato di come sarebbe stato il suo Aikido quando avesse avuto centocinquant’anni. È morto a metà strada.” (I.Tsuda, Ibidem, p.89)