Legittimare il combattimento o comprendere la vita

Di Régis Soavi

Il “non-combattimento” non è il rifiuto del combattimento così come il “Non-Fare” non è mai il “non fare niente”. Comprendere la vita nelle sue manifestazioni più insolite, più sconvolgenti, più incongrue, a volte apparentemente più incomprensibili, è forse il vero combattimento da portare avanti.

Praticare l’Aikido e ritornare alle origine dell’essere

Questo articolo è difficile per me, perché sono originariamente un combattente che, grazie alla pratica dell’Aikido e del Katsugen Undo, aspira oggi solo al “non-combattimento”. Disgustato fin dalla prima adolescenza dalle condizioni e dalle soluzioni proposte dalla società, il mio percorso avrebbe potuto essere molto diverso se non avessi incontrato il mio maestro: Itsuo Tsuda. Mi ci sono voluti sette anni affinché si disinnescasse in me ciò che non avrebbe fatto altro che portarmi alla mia rovina. Dopodiché, sono stati sufficienti alcuni decenni per rispondere alla mia domanda interiore e consolidare la direzione che avevo iniziato a prendere. Ho poi trovato una personale risposta antitetica attraverso il lavoro di emancipazione ed liberazione delle persone che vengono a praticare nella nostra Scuola. Permettere a ciascuno di ritrovare la propria forza interiore, in contrapposizione al rafforzamento di tutte le tendenze acquisite, che sono solo il risultato di un’educazione soggiacente orchestrata da un mondo che ci fa credere nella nostra debolezza, che ci ha abituato alla paura e quindi ci spinge alla sottomissione.

Se la nostra arte fosse stata solo una “autodifesa” non l’avrei praticata per così tanto tempo, non mi sarei alzato tutte le mattine all’alba, per quasi cinquant’anni, per andare al dojo. Non ho sacrificato niente per questo, non ho lasciato che niente mi sviasse da questa direzione. L’Aikido è un “fatto sociale totale” nel senso in cui M. Mauss l’intendeva. Mi ha portato a molteplici approfondimenti della mia comprensione. Mi ha portato a lottare contro l’ingiustizia subita da individui di tutti i generi, attraverso la normalizzazione dei corpi che sono diventati rigidi, bloccati, e attraverso il ritorno alla verità della forza interiore che chiede solo di riemergere. Uscire dal quadro mostrandone la falsità. Proporre l’autogestione dei gruppi nei dojo, l’indipendenza delle persone, il potere dell’incontro tra gli esseri piuttosto che l’incomprensione o la manipolazione sono sia le condizioni sia le risposte da fornire.

Regis Soavi dojo Tenshin Paris
Régis Soavi insegna da 50 anni a Parigi.

Un combattimento legittimo: favorire la vita

Tutti i combattimenti possono essere legittimati sulla base di una teoria o di un’ideologia, ma dobbiamo, in ogni circostanza, misurarne gli effetti, le conseguenze. Il fine non giustifica i mezzi. Troppi combattimenti furono persi da chi li aveva vinti e questo giustamente perché i mezzi erano ingiustificabili nei confronti della vita. La violenza fatta agli esseri umani in una società ingiusta suscita il combattimento e la risposta è molto spesso un giusto conflitto, una lotta contro l’avversità. La lotta non è nonostante ciò obbligatoriamente un combattimento violento, ma un combattimento senza lotta è votata all’insuccesso. La rivolta contro le ingiustizie di ogni tipo, che siano individuali o collettive, deve passare attraverso la nostra sensibilità e la nostra empatia, deve nutrirsene. Se ci porta al combattimento, come rifiutarlo, è al contrario alla forma che dobbiamo essere attenti; è così che si potrà praticare il “non-combattimento”e agire nel Non-Fare.

Una soluzione: la coevoluzione e possibile simbiosi

Si deve farla finita a livello individuale con dei ragionamenti che legittimano tutto, basandosi in modo eccessivo ed esclusivo sul troppo famoso “struggle for life” di Darwin, spesso tradotto in modo semplicistico con “la lotta per la vita”. Già dal XIX secolo, quando le conoscenze scientifiche riguardo il funzionamento del corpo erano ancora poco evolute il principe Kropotkin, teorico libertario, senza negare la totalità della teoria dell’evoluzione, precisa che le specie meglio adattate non sono necessariamente le più aggressive, ma possono essere le più sociali e le più solidali.

Questa teoria sarà d’altronde verificata dal ricercatore M.A. Selosse in questo inizio del XXI secolo quando scrive sulla biodiversità, il microbiota o la simbiosi. Il Darwinismo è la giustificazione utilizzata a partire dal XIX secolo per soffocare le rivolte sociali, legittimare lo sfruttamento dell’essere umano, consolidare il patriarcato su basi pseudo-scientifiche e finire per distruggere il pianeta in nome del profitto immediato. Il primatologo olandese-americano Frans de Wall, che ha studiato il sentimento di empatia negli animali, ne deduce che il darwinismo sociale «è un’interpretazione abusiva: sì, la competizione è importante in natura, ma, come abbiamo visto, c’è qualcosa in più. […] Siamo programmati anche per essere empatici, per essere in risonanza con le emozioni degli altri». Favorire la vita a livello individuale e collettivo e propagare attraverso un’arte come l’Aikido il possibile arricchimento dell’umanità nella via verso la quale i nostri maestri ci hanno guidato è per me più che un compito ma piuttosto una convinzione.

Régis Soavi La poussée du bokken.
La spinta del bokken.

Legittima Difesa

Prima di porci il problema della legittima difesa, è importante riflettere sulla nostra umanità, sulla nostra animalità ancestrale, sulle nostre reazioni primitive spesso antitetiche, e soprattutto sul nostro istinto di vita che soppianta il nostro riflesso di morte. A volte semplicemente anche l’istinto di sopravvivenza è sufficiente a risvegliarci dal torpore a cui ci porta la paura di ciò che ci circonda. Per portare a compimento questa riflessione, non possiamo accontentarci di un rapido sguardo al pensiero generale, né tanto meno di guardarci intorno in cerca di risposte, e nemmeno solo di esempi. La nostra riflessione, il nostro pensiero, se vuole essere intelligente, deve immergersi nel profondo dell’essere per trovare delle risposte sempre relative, mai definitive, piuttosto in qualche modo mutevoli, perché gli elementi a nostra disposizione sono alla stesso tempo numerosi e contraddittori, teorici, legislativi e persino religiosi. Tali elementi hanno le loro ragioni d’essere nelle varie società, nelle diverse epoche, non possono essere liquidati con un tratto di penna, né possono essere adottati su basi superficiali, ed è questo che rende così preziosa l’arte dell’Aikido, che ci conduce tanto fisicamente quanto attraverso la mente.

Favoriser la vie au niveau individuel comme au niveau collectif.
Favorire la vita a livello individuale così come a livello collettivo.

Una risposta adeguata

La natura dentro di noi ha bisogno di risposte, e queste risposte devono essere giuste e chiare. Devono essere prive di ambiguità, e non devono creare più problemi della domanda stessa, né generare altre incomprensioni in uno scatenarsi di rancori. La situazione che porta a combattere è, se la si comprende, già propizia a fornirci una risposta giusta. È il nostro atteggiamento nella vita che è il nostro punto di partenza, ed è per questo che praticare l’Aikido ha tanta importanza. Non si tratta solo di un allenamento alla lotta, ma piuttosto di ritrovare la sensazione di ciò che vive in tutti gli aspetti della vita quotidiana. L’esistenza non è un lungo fiume tranquillo e il mondo non è un parco di divertimenti. Le ingiustizie, le violenze esistono, nessuno può ignorarle. Chiudere gli occhi su ciò che ci circonda sarebbe, anche se è il risultato di un condizionamento o di una paura del futuro, solo un posizionamento egocentrico infantile o un egoismo cinico. Non posso vedere il combattimento solo come una soluzione individuale o collettiva, ma molto più come una sana esigenza di salute, di intelligenza del mondo e una ricerca di unificazione, di pacificazione, di ritorno all’unità.

La vigilance constante n'est pas la tension permanente. Œuvre de H. Shunso.
La vigilanza costante non è la tensione permanente. Opera di H. Shunso.

Nel combattimento, la distensione, una necessità?

La distensione non è un’opzione, non è neanche una tattica o un sotterfugio per vincere, ma più semplicemente il risultato di uno stato dell’essere. Non si acquisisce ma si scopre seguendo un cammino di semplicità e di sincerità. È un modo di vivere quando il corpo e lo spirito sono “finalmente” in armonia. È questo ritorno alla natura profonda di noi stessi che deve avvenire quando ci siamo liberati di ciò che ci ingombra, di ciò che ci incatena, di ciò che ostruisce la visione chiara che potremmo avere se fossimo più liberi. L’Aikido è una via maestra per arrivarci, Tsuda sensei la chiamava “La via della spogliazione”, la “via del meno” opposta alla via dell’acquisizione che suscita la tensione e il conflitto. È una nuova base che ci riporta alla nostra prima infanzia ma senza essere puerili, con al contrario la forza dell’età, dell’esperienza, e forse un po’ di quella saggezza che ci porta la nostra arte.
Una poesia come quella che ho trovato nella rivista Utomag vale a volte più di una lunga argomentazione.

“Il combattimento”

Essere sempre pronta

Osservare in modo diffuso Non agire inutilmente

Agire al momento giusto

In un corpo disteso pronto a scattare

Lo si vede molto bene nei gatti:

La vigilanza costante non è la tensione permanente

Al contrario, sono capaci di una distensione molto grande

Il loro corpo è elastico, pronto a tendersi per l’azione,

e una volta che questa sia conclusa, a distendersi di nuovo

La loro aggressività, dispiegata in caso di bisogno, è pari soltanto alla loro

voluttà, impiegata senza moderazione

Devono essere condannati per l’una o l’altra?

Devono rinunciare a l’una o l’altra?

No

Perché agiscono in modo totalmente adeguato alla loro funzione di animali:

essere Ciò non ha niente di costruito, di riflettuto.

Sono, vivono, proteggono la propria integrità, il proprio territorio.

Non saranno aggressivi per essere aggressivi, così come non

lo saranno per principio

Il combattimento è un modo di preservarsi, non è un fine in sé

Se lo fosse, sarebbe forse che l’istinto di preservarsi è intaccato.

A volte preservarsi è non combattere

Ma non combattere non deve mai essere una rinuncia a se stessi, alla propria
capacità di preservarsi.

Estelle Soavi, Utomag N° 23, février 2024, « Le combat », p. 14

Un articolo di Régis Soavi pubblicato nel gennaio su 2025 Self & Dragon Spécial Aikido n° 20.

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