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Ame no Ukihashi Ken, la spada che lega il cielo e la terra

Di Régis Soavipousse_bokken_tsudaNella pratica dell’Aikido ho sempre amato il ken. La spada, come il Kyudo nel modo in cui ne parla Herrigel nel suo libro sull’arte del tiro con l’arco, è un’estensione del corpo umano, una via per la realizzazione dell’essere. Nella nostra Scuola, il primo atto all’inizio della seduta è un saluto con il bokken davanti alla calligrafia. Ogni mattina, dopo aver indossato il kimono ed essermi preso qualche minuto di meditazione nell’angolo del dojo, comincio la pratica respiratoria con questo saluto verso la calligrafia. È per me indispensabile armonizzarmi con ciò che mi circonda, con l’universo.

Il semplice fatto di respirare profondamente alzando il bokken davanti al tokonoma, con una calligrafia, un ikebana, cambia la natura della seduta.

Si tratta, per me, di realizzare Ame no Ukihashi1, il ponte fluttuante celeste, che lega l’umano e ciò che lo circonda, il conscio e l’inconscio, il visibile e l’invisibile.

Per tutta la pratica respiratoria, la prima parte della seduta, il mio bokken è al mio fianco, lo stesso bokken da quarant’anni. È come un amico, una vecchia conoscenza. Un regalo di una donna semplice e generosa che si occupava della vendita in negozio quando ero un giovane insegnante di Aikido al dojo del Maestro Plée in rue de la Montagne Sainte-Geneviève.

Il mio studio della spada

Itsuo Tsuda non mi ha mai insegnato il ken. Ovviamente anch’egli lo usava per il saluto davanti al tokonoma all’inizio della seduta e in seguito quando facevamo la corsa in cerchio attorno a lui sui tatami prima di mettersi in linea per guardare la dimostrazione. Se no, l’utilizzava soprattutto per le dimostrazioni della spinta del bokken con due partner, come aveva visto fare da O Senseï Morihei Ueshiba.

Di fatto, non faccio differenze tra l’Aikido a mani nude, col bokken o con il jo. Ciò che conta di più secondo me è la fusione con la respirazione del partner. Questo altro così diverso e tuttavia così vicino, ed anche, alle volte, così pericoloso.

Le mie radici principali per ciò che riguarda le armi vengono da ciò che ho imparato con Tatsuzawa Sensei. È colui che mi ha influenzato di più. Negli anni settanta avevo cominciato a praticare l’Hakko Ryu jujutsu con il maestro Maroteaux. Poi ho studiato le armi all’istituto Noro dove si tenevano dei corsi specifici e durante gli stage con Tamura Sensei e Sugano Sensei, questo lavoro faceva parte dell’Aikido. Ciò che Tatzusawa mi ha mostrato è un Koryu (scuola antica), è un’altra cosa. A Parigi per i suoi studi, questo giovane giapponese (avevamo tutti e due una ventina di anni) si è presentato una sera all’improvviso nel dojo in cui insegnavo Aikido. Allora abbiamo iniziato uno scambio: lui praticava Aikido con me e mi mostrava delle tecniche della scuola della sua famiglia che studiavamo un certo numero di ore per settimana, forse quattro o cinque, per circa due anni.Praticavamo molto il Iaïjutsu ed anche il Bojutsu2. Le tecniche che mi aveva mostrato mi hanno segnato per la loro estrema precisione. Era il giovane maestro della scuola della sua famiglia, Jigo Ryu. All’epoca non conoscevo neanche il nome di questa scuola. Oggi è diventato un sensei importante, è anche il 19° maestro del  Bushuden Kiraku Ryu, una scuola che ha più di quattro secoli di esistenza.

C’è una realtà nelle armi che può mancare alla pratica dell’Aikido come è talvolta insegnato oggi e rischia di diventare una specie di danza. Oppure si cerca di testare chi è di fronte mettendoci troppa resistenza e il tutto si trasforma in una lotta.

Con Tatsuzawa Sensei, c’era una respirazione. Una respirazione che non era la stessa che trovavo con Tsuda Sensei, ma c’era qualcosa e mi piaceva ciò che insegnava. Era qualcosa di talmente fine, talmente preciso, talmente bello che ho desiderato che i miei allievi ne approfittassero. E per  anni, quando facevo degli stage, dicevo: «Ciò che vi ho mostrato è una tecnica della scuola di Tatsuzawa Sensei». Progressivamente questi due cieli, l’insegnamento di Tatzuzawa Sensei, ed il lavoro sulla respirazione con Tsuda Sensei, mi hanno portato a dare questo nome a ciò che io stesso scoprivo,  Ame no Ukihashi Ken, la spada che lega il cielo e la terra, il cosciente e l’inconscio, il volontario e l’involontario.

Non ho più rivisto Tatsuzawa Sensei per trent’anni, ed è in occasione di un viaggio in Giappone che ci siamo ritrovati! È così che da dieci anni i miei allievi studiano l’arte del Bushuden Kiraku Ryu con lui ed uno dei suoi allievi, Sai Sensei. È un modo per noi di capire meglio le origini delle tecniche che utilizziamo, è una ricerca storica che ci permette di scoprire il cammino percorso da O Sensei Ueshiba.regis_soavi_baton

Un principio di realtà

Per Tatsuzawa Sensei l’allenamento doveva essere reale. Durante i nostri allenamenti negli anni settanta utilizzava uno iaito e colpiva come un dannato! «Men, men, kote, tsuki, men, tsuki». Evidentemente ad un certo punto, per la stanchezza, la spada mi ha colpito alla spalla, me ne ricordo ancora. Siccome era una spada in metallo, è entrata qualche centimetro nella spalla, tre forse quattro centimetri. Questo mi ha risvegliato. Non ho mai più lasciato calare l’attenzione nelle schivate.

Finito. Era un risveglio, perché evidentemente egli non voleva farmi male. Il suo intento era di risvegliarmi, di spingermi in una direzione, affinché non fossi una specie di imbranato addormentato. Bene, mi è servito. In questo senso, la spada ci può risvegliare. Un bel calcio nel sedere certe volte è meglio di mille carezze. Io sono ancora molto riconoscente al mio maestro di aver fatto entrare la realtà nel mio corpo.

Oggi quando l’Aikido sembra diventare un passatempo per alcuni, ricordo loro la realtà con dolcezza ma con fermezza.

Ho spesso visto delle parodie di estrazione di katana con un bokken, in cui ci si accontenta di aprire la mano invece di estrarre la spada (chi pratica il iai lo capirà).

Non dobbiamo confondere la nobile arte della spada con l’utilizzo che ne facciamo nell’Aikido.

A mia figlia che pratica fin da piccola l’Aikido ed adora la spada, ho sempre consigliato di andare a vedere una vera scuola di spada. Ha scelto di studiare, oltre all’Aikido, anche lei il Bushuden Kiraku Ryu con Tatsuzawa Senseï ed il Iaïjutsu con Matsuura Senseï, che le insegnano ciò che non avrei mai potuto insegnarle.

L’Aikiken non è il Kendo

L’Aikiken non è il Kendo, né lo Iaido. La poesia non è il romanzo e viceversa, ogni arte ha le sue specificità, ma quando utilizziamo un bokken non dobbiamo dimenticare che è una katana che ha anche una tsuba ed un fodero, anche se sono invisibili. Noi dobbiamo usarli con lo stesso rispetto, lo stesso rigore, la stessa attenzione.

Ogni bokken è unico, nonostante la sua fabbricazione spesso piuttosto industriale, sta a noi farne un oggetto rispettabile, unico, grazie alla nostra attenzione, al modo in cui lo maneggiamo, in cui lo muoviamo. Per esempio se visualizziamo l’uscita della spada usando un bokken, occorre anche visualizzarne il rinfodero. Poco a poco si carica, si può avere l’impressione che diventi più pesante.

Del resto gli allievi che hanno l’occasione di toccare il mio bokken, di prenderlo, o alle volte di usarlo, lo trovano speciale, più facile da maneggiare ed allo stesso tempo più esigente, dicono. Non è più la stessa cosa, non è più un bokken ordinario. È per questo che io consiglio ai miei allievi di avere il loro bokken, il loro bastone. Le armi si caricano. Se voi avete un bokken o un bastone che avete ben scelto, che caricate di ki, e che usate per anni, avrà una natura diversa, vi assomiglierà in qualche modo. Per prima cosa potrete conoscere esattamente la sua dimensione, la dimensione del bastone, la dimensione del bokken, quasi al millimetro. Questo vi eviterà gli incidenti.

Avrà una consistenza differente se si agisce in questo modo, allora sarà il riflesso di ciò che siamo. La circolazione del ki cambia il bokken e si può cominciare a capire perché la spada era l’anima del samurai.

Ci si ricorda di queste spade leggendarie che riflettevano tanto l’anima del samurai che potevano essere toccate solo dal loro proprietario. Ho avuto modo di scoprire questo in un periodo in cui, per continuare a praticare e provvedere ai miei bisogni, lavoravo nell’ambito dell’antiquariato. Mi sono specializzato, tra le altre cose, nella rivendita di spade giapponesi, katana, wakizashi, tanto. Il fatto di toccarle, perché non avevo nessuna possibilità di comprarle mi ha permesso, più ancora di ammirarle, di scoprire qualcosa di indicibile.

Alcune avevano una tale carica di ki, era estremamente impressionante! Solo estraendo la lama di dieci quindici centimetri si poteva sentire se la lama aveva un’anima aggressiva o generosa, oppure se emanava una grande nobiltà ecc. All’inizio questo mi sembrava assurdo, ma i commercianti con cui lavoravo mi hanno confermato la realtà di queste sensazioni ed in seguito le discussioni con Tsuda Sensei hanno dato loro la realtà di cui avevano bisogno.

Un’arma senza respirazione, senza fusione, cos’è? Niente, un pezzo di legno, un pezzo di metallo.

Chuang-tzu, ci parla bene di fusione, di estensione dell’essere con uno strumento, l’arma, quando parla del macellaio:” Quando ho iniziato a praticare il mio mestiere, vedevo tutto il bue davanti a me. Tre anni più tardi, non ne vedevo che delle parti. Oggi, lo trovo con lo spirito senza vederlo più con gli occhi. I miei sensi non intervengono più, il mio spirito agisce come sente e segue da solo i lineamenti del bue. Quando la mia lama taglia e divide, segue le faglie e le fenditure che le si offrono. Non tocca né le vene, né i tendini, né il rivestimento delle ossa, neppure ovviamente le ossa. [?] Quando incontro un’articolazione, individuo il punto difficile, lo fisso con lo sguardo e, agendo con una prudenza estrema, lentamente taglio. Sotto l’azione delicata della lama, le parti si separano con un uoh leggero come quello di un po’ di terra che si posa sul pavimento. Col coltello in mano, mi raddrizzo, guardo intorno a me, divertito e soddisfatto e dopo aver pulito la lama, la rimetto nel fodero.[?]”3

La fusione con il partner

Se non c’è fusione col partner, non si può lavorare con un arma, altrimenti non è che brutalità, lotta. È proprio perché la si utilizza fondendo la respirazione con il partner che si può scoprire ciò che prima di noi hanno scoperto dei grandi maestri. Tutti i loro sforzi per indicarci la via, il cammino da percorrere saranno perduti se noi stessi non facciamo lo sforzo di lavorare come ci hanno suggerito. Con un arma in mano si può scoprire la nostra sfera, renderla visibile. E grazie a questo si può estendere la nostra respirazione a qualcosa di più grande che non si limiterà alla nostra piccola sfera personale, ma che andrà oltre.

Se si utilizzano le armi così, trovo che abbia un senso, ma se le si utilizza cercando di tagliare la testa agli altri, di ferirli o di mostrare che si è più forti si deve cercare altrove piuttosto che nella nostra Scuola.

Le armi sono il prolungamento delle nostre braccia, che sono il prolungamento del nostro centro.

Ci sono delle linee di ki che partono dal nostro centro, dall’hara. Agiscono attraverso le mani. Se si mette un’arma all’estremità, un bokken, un wakizashi, un bastone, queste linee del ki possono convergere. Hanno un prolungamento. Può darsi sia più facile quando si lavora a mani nude,  comincia ad essere più difficile con un arma. Ma diventa molto interessante: non si è più limitati, si diventa “illimitati”. È proprio questo che è importante, è una conseguenza logica del mio insegnamento. All’inizio, si lavora un po’ limitati, costretti in qualche modo, poi si cerca di estendere, d’andare al di là partendo dal nostro centro. Alle volte ci sono delle interruzioni, il ki non passa attraverso la spalla, il gomito, il polso, le dita. A volte il bokken diventa come il bastone di un burattino che picchia il gendarme, allora non ha più senso. È per questo che mostro queste linee che tutti possono vedere. È qualcosa di noto nell’agopuntura. Lo si può vedere anche nello shiatsu ed in molte arti diverse. E là si va oltre. Se si potessero materializzare con delle linee luminose sarebbero sbalorditive da vedere. È ciò che ci lega agli altri. Ciò che ci permette di capire gli altri. Sono delle linee legate ai corpi, non unicamente al corpo materiale, ma al corpo nel suo insieme tanto fisico che kokoro. È ciò che c’è di sottile, d’immateriale, che è legato, non c’è differenza.regis_soavi_bokken

Seitai-dō

Nella nostra Scuola pratichiamo quest’arte che è il Seitai-do, la via del Seitai. Quest’arte che comprende tra l’altro il Katsugen undo (Movimento rigeneratore seguendo la terminologia di Itsuo Tsuda), ci permette di ritrovare tanto a livello dell’involontario che dell’intuizione una qualità di risposta poco abituale.

Risveglia l’istinto “animale” nel buon senso della parola, un po’ come quando eravamo dei bambini, giocosi ed anche turbolenti a volte ma senza reale aggressività, che prendono la vita come un gioco con tutta la serietà che ciò impone.

È grazie a quest’arte che ho scoperto l’intermissione respiratoria, questo spazio tempo tra l’inspirazione e l’espirazione, e tra l’espirazione e l’inspirazione. Questo momento infinitesimale quasi irrivelabile durante il quale il corpo non può reagire. È durante uno di questi momenti che si applica la tecnica seitai. All’inizio è difficile percepirlo e ancor di più agire esattamente in quel momento molto preciso. Tuttavia poco a poco si sente questo spazio in modo molto chiaro, si ha l’impressione che si allarghi, ed infatti si ha l’impressione che il tempo scorra in maniera differente come talvolta succede quando c’è una caduta o un incidente. Ci si può chiedere quale rapporto ci sia con il lavoro con le armi nell’Aikido. È proprio la nostra ricerca in questa direzione e l’aneddoto seguente raccontato da Tsuda Sensei è rivelatore.

Un livello troppo alto

Haruchika Noguchi Sensei il creatore del Seitai quando era ancora giovane volle praticare il Kendo, s’iscrisse in un dojo per imparare quest’arte. Dopo i preparativi di rito si trovò davanti a sé un kendoka. Appena l’altro alzò il suo shinai sopra la sua testa, Noguchi Sensei lo toccò alla gola, benché non conoscesse nessuna tecnica. L’insegnante gli mandò un praticante più avanzato, stesso risultato, gli mise di fronte un sesto dan: non andò meglio. Il maestro gli domandò se avesse già fatto Kendo: «Per niente» rispose «io tocco al momento dell’intermissione respiratoria, è tutto» «Lei ha già raggiunto un livello troppo alto Sensei» disse. È così che Noguchi Sensei non poté mai imparare il Kendo.

Praticare l’Aikido a mani nude, praticare l’Aikiken, usare il jo, il bo, praticare il koryu o qualunque altra arte come Itsuo Tsuda stesso che faceva la recitazione del No, l’essenziale non è nella tecnica, ma nell’arte stessa e nel suo insegnamento che deve permettere la realizzazione dell’individuo. Tsuda Sensei citando le diverse arti che aveva praticato ci diceva: «Il Maestro Ueshiba, il Maestro Noguchi, il Maestro Hosada4 hanno scavato dei pozzi di una profondità eccezionale. [?] Hanno raggiunto le vene d’acqua, la sorgente della vita. Tuttavia, questi pozzi non comunicano tra loro, anche se è la stessa acqua che ci si trova.»5

Articolo di Régis Soavi sul tema la spada del Aîkido, pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 12) nel mese di april del 2016.

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Note:

1. Vedere il Kojiki (???) raccolta di miti sull’origine delle isole che formano il Giappone e i kami.

2. Il bō è un bastone lungo 180 cm maneggiato con entrambe le mani.

3. Trad. it. dall’opera francese: J.F. Billeter, Leçons sur Tchouang-Tseu, p. 16 Ed. Allia, Paris 2002.

4.Teatro Nô : Scuola Kanze Kasetsu.

5. Itsuo Tsuda, il Non-fare, Prefazione p. 14, Yume Editions, 2014.

#4 L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento

Fine di #1, 2 e 3  L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento. 

Articolo di Hiroyuki Noguchi pubblicato nel 2004. Tradotto dall’inglese dalla Scuola Itsuo Tsuda1.

La filosofia del Kata

E’ il modo in cui vediamo i nostri corpi, sia consciamente che inconsciamente, che determina quali esperienze percettive decidiamo di valutare. Cercando di compiere queste esperienze determiniamo le modalità secondo le quali muoviamo ed usiamo i nostri corpi. In breve ogni movimento compiuto da un essere umano è il riflesso della sua idea di corpo. Questo non si limita al movimento fisico visibile. Per esempio, è vero che la nostra respirazione è limitata dalla struttura del nostro apparato respiratorio ma ciò che consideriamo un “respiro profondo” è determinato dalla visione individuale del corpo. Analogamente, mentre l’atto di mangiare non può prescindere dalla struttura del sistema digestivo umano, è la nostra idea di corpo che determina esattamente quale sensazione consideriamo soddisfacente e quando sentiamo che abbiamo mangiato abbastanza. Inoltre, mentre l’equilibrio fisico è sottoposto all’influenza della forza di gravità sulla struttura dei nostri corpi, quale sensazione corporea scegliamo di chiamare stabile dipende dalla concezione di corpo individuale.

Se quindi un gruppo di persone possiede un modo particolare di muovere od usare il corpo ne consegue che esse devono condividere una comune visione del corpo. Il modo di sedere formale in Giappone, chiamato Seiza, non può generare altro che un senso di costrizione a molti occidentali. Ai giapponesi tuttavia, sedere nella tradizionale posizione Seiza dava un senso di pace mentale. Questo modo di sedere, con entrambe le ginocchia piegate, genera un senso di completa immobilità. Impedisce alla mente di intraprendere qualsiasi movimento ulteriore, in effetti, eseguire movimenti improvvisi da questa posizione è piuttosto difficile. Sedere in Seiza obbliga ad entrare in uno stato di completa ricettività ed è in questa posizione che i giapponesi scrivono, suonano e mangiano. In momenti di tristezza, di preghiera o di risoluzione, il Seiza è stato indispensabile per il popolo giapponese. Leggere di più →

#3 L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento

In seguito a #1 e 2 L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento. 

Articolo di Hiroyuki Noguchi pubblicato nel 2004. Tradotto dall’inglese dalla Scuola Itsuo Tsuda1.

L’idea di corpo nell’ascetismoHiroshige,_The_moon_over_a_waterfall_512

Con l’arrivo del buddismo millecinquecento anni fa, l’età dei re, simboleggiata dalle grandi tombe, terminò ed il Giappone entrò in una nuova era, governata dalla religione. Come con la restaurazione Meiji, lo stile di vita dei giapponesi fu radicalmente transformato. La cosa piuttosto interessante è che, contrariamente alla Restaurazione Meiji, l’arrivo del buddismo sembrò piuttosto chiarire la natura specifica della cultura giapponese.

Fortunatamente il buddismo non venne trasmesso direttamente dall’India ma arrivò dopo aver transitato per la Cina. Durante il suo passaggio in Cina, il buddismo non ebbe altra scelta se non quella di fondersi con gli antecedenti indigeni del taoismo, che includono varie pratiche mistiche quali il fangshu e le filosofie di Lao-Tzu e di Chuang-Tzu. Queste pratiche, successivamente integrate nel taoismo, contemplano tutte delle pratiche ascetiche mirate alla coltivazione della longevità. Possiamo dire, di conseguenza, che il buddismo che arrivò in Giappone era stato già purificato dai cinesi, nel senso che era caratterizzato da una forte enfasi sulle pratiche ascetiche di tipo taoista [Sekiguchi, (1967)].

Nonostante i suoi scopi potessero essere diversi, la religione originaria del Giappone, lo Shinto, era anch’essa centrata più sulla pratica che sulla dottrina. Entrambe le religioni emersero più che altro come eventi spontanei, senza la personalità di un fondatore. Inoltre hanno molto in comune: ad esempio il senso di Ki (energia) puro ed impuro ed i modi di utilizzare il Ki. Hanno anche condiviso il destino di essere obbligate a presentare un’immagine distorta delle proprie pratiche nuocendo a se stesse con bizzarre teorie nel tentativo di non essere soprafatte dal buddismo. Questo tuttavia è successo solo perché entrambe le religioni, per natura, valutavano l’esperienza più della speculazione, la percezione più della teoria. La ricerca della longevità e dell’immortalità nel taoismo è cosa ben diversa dell’odierno perseguimento della salute fisica. I taoisti proclamavano il Tao la sorgente che dà armonia a tutte le cose, e ricercavano la genuina esperienza dell’essere uno con esso [Maspero, (1983)]. Analogamente, lo Shinto non era quell’animismo che divenne l’etichetta favorita per tutte le religioni primitive. Era una religione che non cercava il divino fuori da sé, prendeva invece l’esperienza interiore del Kashikoki (venerazione o meraviglia) e la chiamava Kami (il divino) [Kageyama, (1972)].

Religioni di questo tipo, dove l’essenziale si trova nell’esperienza interiore, sviluppano inevitabilmente alcune pratiche che utilizzano il corpo come intermediario per raggiungere il loro scopo. Nel caso del Giappone, queste pratiche, chiamate Gyo, devennero il denominatore comune che permise ai giapponesi di accettare questa religione essenzialmente accademica e speculativa che è il Buddismo e di lasciare che si radicasse nella sua cultura.

Il buddismo si stabilì inizialmente come religione ufficiale durante il periodo Nara (710-784) grazie al diligente sforzo di Shotokutaishi (574-622). Tuttavia, avendo una forte inclinazione politica e dando poca importanza alla pratica non catturò il cuore dei giapponesi. La crescente popolazione di monaci e suore diventò un peso finanziario per il governo, mentre la successiva costruzione di templi di provincia e della grande statua di Budda del Todai-ji impoverirono la popolazione. Durante quel periodo non fu il buddismo ma piuttosto lo Shugendo, una commistione di Shinto e Taoismo fondato da En no Ozunu, a far breccia nel cuore dei giapponesi. I praticanti dello Shugendo si isolavano nelle profondità selvagge delle montagne – un’area tremendamente temuta dalla maggioranza della popolazione – in modo da mettere alla prova la loro disciplina e ricevere potere dalle divinità della montagna [Wakamori, (1972)]. Non era tanto una religione quanto piuttosto un insieme di pratiche ascetiche, o Gyo, volte verso una specifica esperienza religiosa. Il grande rispetto portato agli asceti delle montagne dalla gente dell’epoca dimostra come la religione per i giapponesi non fosse una questione di testi e dottrine, ma si basasse fondamentalmente sul la venerazione ed il timore reverenziale per il Gyo.

E questo sentimento di rispetto non veniva dalla ricerca di una ricompensa in questa vita, sorgeva piuttosto dalla storica inclinazione dei giapponesi all’osservazione profonda di se stessi.

Fu la grande popolarità del Tendai e dello Shingon, due sette del Mikkyo (buddismo esoterico), entrambe fondate nel periodo Heian, a mostrare chiaramente questa inclinazione. La setta Shingon, fondata da Kukai (774-835) aveva il suo quartier generale sul monte Koya ed acquisì una grande popolarità fra la popolazione grazie alla sua forte tendenza per le pratiche ascetiche ed esoteriche non riscontrabili nelle precedenti forme di buddismo speculativo del periodo Nara. Inoltre, possedeva una filosofia – mancante nello Shugendo – per sostenere la sua fede nei misteri soprannaturali. Possedeva quindi i requisiti necessari per ottenere un riconoscimento ufficiale come religione da parte del governo, pur essendo un insegnamento centrato sul Gyo.

Contemporaneamente la setta Tendai, fondata da Saicho (767-822), stabilì il suo quartier generale sul monte Hiei. La dottrina di Saicho incorporava quattro insegnamenti: En (detto anche Hokke, gli insegnamenti del Loto), Zen (le discipline meditative), Kai (i precetti buddisti) e Mikkyo (pratiche esoteriche). Rendendosi conto però che la sua conoscenza degli aspetti esoterici del buddismo non poteva reggere il confronto con quella di Kukai, egli cercò di creare un sistema buddista esoterico distinto dallo Shingon di Kukai. Il suo desiderio si realizzò finalmente con il suo discepolo Ennin [Katsumata, (1972)]. La setta Tendai scelse le montagne come luogo di addestramento e vi mandò molti suoi discepoli eccellenti. Avvenne che i praticanti del Tendai si mischiarono agli asceti delle montagne dello Shugendo che erano ancora venerati dalla popolazione, al punto che divenne difficile distinguere tra i seguaci delle due sette. Nonostante la conoscenza di Saicho degli insegnamenti buddisti fosse di prim’ordine, la setta Tendai dovette enfatizzare aspetti dell’insegnamento che vanno oltre il linguaggio e la speculazione – le pratiche esoteriche – in modo da guadagnare popolarità tra i giapponesi.

Per quanto riguarda le ragioni che hanno portato i giapponesi a preferire le religioni centrate sull’ascetismo ed il perché queste emersero per prime, secondo alcuni la ragione va cercata nel fatto che la gente di quei tempi credeva in, e soprattutto temeva, fenomeni soprannaturali quali maledizioni e spiriti maligni. Ma anche queste cose fanno parte della religione. La religione è simultaneamente la sorgente da cui maledizioni e spiriti maligni scaturiscono ed il potere che libera le persone da queste cose. La presentazione di un determinato insieme di valori include necessariamente l’atto di definire gli ostacoli che si frappongono alla sua realizzazione. Questo non si limita alla religione. Quando scopriamo nuove possibilità definiamo anche i nostri limiti. Stabilendo cosa sia normale, definiamo allo stesso tempo l’anormalità, motivo per cui nuove malattie appaiono quando nuove cure vengono sviluppate. Il problema non è quindi cosa i giapponesi temessero ma per cosa provassero venerazione e timore reverenziale. Non era la fede nelle dottrine buddiste o l’attrazione per la magia che muoveva il popolo del Giappone tradizionale. Avevano semplicemente una venerazione per le pratiche ascetiche. Era quell’intensità concentrata implicita nel Gyo e le esperienze non ordinarie che portava, l’oggetto della loro venerazione.Vieil Ainou Questa particolare adorazione dei giapponesi per il Gyo si cristallizzò ulteriormente con lo sviluppo della setta Zen, che ebbe inizio, con Eisai e Dogen, nel periodo Kamakura. Lo Zen – la concentrazione della propria attenzione nella meditazione da seduti sino all’ingresso in quello stato detto Shikantaza (stare semplicemente seduti) – corrispondeva perfettamente al senso del Gyo ricercato dai giapponesi e fu un insegnamento religioso profondamente assimilato nella cultura giapponese.

Lo Zen era più di una religione che centrava la sua pratica sul Gyo. Era il Gyo stesso. Nella sua dottrina, ciò che veniva ricercato, attraverso l’uso di una singola parola – Mu (vacuità) – e la negazione di qualsiasi pensiero o speculazione, possedeva un senso di purezza simile a quello dello Shinto. Mentre lo Shugen ed il Mikkyo richiedevano l’adorazione ed il totale affidamento sui poteri magici e spirituali degli asceti e dei preti, lo Zen rifiutava di fare affidamento su qualsiasi cosa non fosse il sé. Questa religione che suggeriva la possibilità di liberazione unicamente attraverso la coltivazione dei propri poteri personali per mezzo della personale pratica del Gyo, costituiva una forte attrattiva per le inclinazioni dei giapponesi. Infine, la cultura giapponese è stata così profondamente influenzata dallo Zen che è impossibile separare lo Zen dal concetto di “giapponese” che abbiamo oggi. Il suo stile, la sua dottrina e la sua pratica del Gyo non rimangono all’interno dei confini della religione. La mente zazen fu direttamente assimilata nella vita quotidiana e nel lavoro della popolazione comune, contribuendo enormemente alla formazione di varie vie o Do, come il Kendo, il Sado ed il Kado oltre ai Waza dell’artigianato.
La corrente sottesa del Gyo, vista nello Shinto, nello Shugendo, nel Mikkyo e nello Zen rivela non solo la visione che i giapponesi hanno della religione, ma ci parla anche delle esperienze interiori, ricercate ed apprezzate dai giapponesi. La potente tranquillità dello Shinto, le esperienze soprannaturali dello Shugendo, le ondulanti e viscose qualità del Mikkyo, la raffinata purezza e sobrietà dello Zen – il popolo giapponese apprezzava e gradiva queste esperienze interiori forse più delle religioni stesse, furono queste a dare alla loro cultura un senso di profondità ed espansione.

I quattro sistemi di Gyo sopra citati possono essere divisi in due categorie. Le pratiche dello Shugen e del Mikkyo puntavano ad acquisire poteri fuori dall’ordinario cercando la trasformazione del sé da uno stato di impotenza ad uno di forza divina. L’esistenza di condizioni avverse è qui un dato di fatto e ciò che vediamo è la potente convinzione di superare tutte le avversità. Il Gyo dello Shinto e dello Zen, d’altra parte era di natura chiaramente differente. La loro pratica non serviva a supplire a ciò che mancava al praticante, né ad una crescita verso stati più potenti dell’essere. Era piuttosto il ritorno alla propria natura originale attraverso la rimozione di tutto ciò che è estraneo. Erano Gyo di sottrazione più che di addizione, che riportano il colore alla trasparenza. L’inclinazione dei primi due è rinforzante; sono i Gyo del sole. Mentre gli ultimi due hanno un’inclinazione verso il distacco e la pacificazione; sono i Gyo della luna. Entrambi attraversarono alti e bassi nel corso dei secoli e contribuirono a stabilire le basi della cultura giapponese. Ad esempio il Kabuki, che prende il suo nome dal termine kabuku (inclinarsi) nacque dalla scoperta della bellezza insita nel disequilibrio. La tonalità sottesa è analoga a quella che può essere ritrovata nel Gyo dello Shugendo e del Mikkyo. Analogamente l’estetica dello Yugen stabilita attraverso il Nô di Zeami condivide un terreno comune con il Gyo dello Shinto e dello Zen.

Infine, il fluire del Gyo dallo Shinto allo Zen affinò la concezione giapponese delle pratiche ascetiche e contribuì alla formazione dell’idea di corpo giapponese. Nonostante ciascuna della quattro religioni possedesse una visione distinta delle pratiche ascetiche, un terreno comune può essere trovato, se vengono osservate dal punto di vista dell’idea di corpo.

misogi ueshiba ascétismeNel Gyo il corpo viene utilizzato come uno strumento per oltrepassare la concentrazione volontaria. Il metodo consiste nel portare la coscienza a concentrarsi su alcune percezioni del corpo e spostare l’attenzione per un certo tempo dai pensieri al corpo. I vari modi in cui tenere le mani durante la meditazione, detti Inso, ne sono un tipico esempio. Il forzare deliberatamente il corpo in condizioni di stress, strettamente associato con la pratica del Gyo, ne è un altro. Imponendo ripetutamente un grande fardello al corpo, l’attenzione del praticante viene forzata a spostarsi dalla concentrazione mentale alla concentra-zione fisica.

Nel passo successivo, lo scopo diventa quello di separare il sé dal corpo a cui normalmente pensiamo appartenga, in modo da incontrare il corpo separato dal sé; per incontrare, in altre parole, il Corpo puro. Questo è il corpo che appartiene solamente alla Natura stessa: il corpo “così com’è”. Incontrare il corpo “così com’è” significa che tutte le sensazioni della carne scompaiono. Ciò che invece emerge è un corpo di una qualità simile a quella dell’aria, del vapore acqueo. La natura di questo nuovo corpo emergente è di totale passività; può fluttuare, sentendosi propriamente “vivo”, solo avendo invitato ed accolto dentro di sé qualcosa che non appartiene al sé. La pratica del Gyo ricerca l’ingresso in questo sublime stato di passività. Il contrasto tra le due categorie di Gyo ha quindi le sue radici esattamente in ciò che decidevano di “invitare”. Per le pratiche dello Shugendo e del Mykkio era la Mente Non Fluttuante, Mentre per lo Shinto e lo Zen era la Sorgente di Tutte le Cose. In questo modo, quando il fenomeno del Gyo viene compreso come un fenomeno del corpo, diventa possibile per le quattro religioni condividere la stessa struttura di pratiche ascetiche.Si potrebbe dire che la condizione interiore dell'”invitare”, o dell'”accogliere”, fosse l’essenza stessa dell’idea giapponese di Natura. La parola giapponese Kangaeru (pensare) era origina-riamente Ka Mukaeru (accogliere ciò che è). Per i giapponesi quindi, il processo di pensiero stesso era un’attività passiva, letteralmente l'”invitare” o l'”accogliere” il suo oggetto. Ed era questo “invitare”, questo entrare in uno stato di passività, di ricettività, ciò che i giapponesi definivano “naturale”. Davano più valore al “vedere” le cose, o all'”essere visti” dalle cose, permanendo in uno stato di non-sé, piuttosto che all’atto volitivo di guardare o di osservare. Valutavano lo stato recettivo del “sentire” più dell’atto volontario dell’ascoltare. Questo genere di condizione doveva essere raggiunto per mezzo della concentrazione attraverso il Gyo.Jeune femme jouant du Shamisen (détail) Kitagawa Utamaro - 1805Lo Tsugaru jamisen è uno strumento musicale, un liuto a tre corde, proveniente dal Giappone nordorientale. Ciò che viene richiesto ai suoi interpreti è di acquisire una composizione originale che possano chiamare propria. La musica tradizionale giapponese a differenza della musica occidentale non possiede una grande varietà di composizioni musicali. Al contrario, gli interpreti vengono spinti a coltivare la capacità di improvvisazione, a suonare una stessa composizione in vari modi, a seconda del luogo e del momento dell’esecuzione. Takahashi Chikuzan, maestro dello Tsugaru jamisen, sviluppò un Gyo, che consisteva nel suonare il suo strumento per otto giorni e otto notti, senza riposo. Secondo Chizukan, all’ottavo giorno, era venuta meno qualsiasi consapevolezza di suonare. Non poteva più sentire i suoni, emessi dallo strumento che stava suonando, e cominciò a vedere il suo corpo come una distesa di luce bianca. Dalle profondità di questo chiarore sentì provenire una canzone che non aveva mai sentito prima. Questa canzone sarebbe diventata la composizione originale di Chikuzan. In questo modo le composizioni musicali per Tsugaru jamisen non erano creazioni degli artisti, ma qualcosa che questi avevano invitato in sé, qualcosa che proveniva da un luogo sconosciuto. La pratica del Gyo dà risultati differenti a seconda di cosa il praticante invita. In questo caso si trattava di musica.

Non sarebbe un’esagerazione affermare che l’idea di corpo, nella cultura giapponese, è stata forgiata dalla pratica del Gyo. Per i giapponesi il corpo non era semplicemente uno strumento da utilizzare nella vita quotidiana. Era un luogo in cui l’astratto doveva essere accolto. Contrariamente alla visione occidentale del corpo, non era qualcosa che potesse essere governato dalla volontà personale, ma poteva essere portato in uno stato di armonia attraverso l’utilizzo del Ki, che diventa possibile quando si esce da uno stato di concentrazione volontaria. Il lavoro di questo tipo di corpo non è un’automaticità meccanica. Per sua natura, può solo improvvisare ogni suo movimento. Fluttua in risonanza con le vibrazioni della vita, in un mondo in cui tutto è vivo. Quando si muove, attraverso la ricezione di una forza che gli è esterna, il suo movimento non è la trance dimentica di sé del posseduto, non perde mai il suo centro.

Il corpo, per il giapponese, era quindi un luogo per ricevere la vita. La vita, in questo caso, non è quella del singolo individuo o creatura, ma la vita che scorre attraverso tutti gli esseri in un mondo dove tutto è vivo. La vita non è mai morta. Se l’unione dello spermatozoo e dell’ovulo è l’inizio della vita individuale, la vita è ciò che rende quest’unione possibile. Spermatozoo e ovulo, entrambi devono essere vivi perché questa unione possa avvenire La vita quindi esiste oltre l’individuo. La vita è una corrente senza forma che non si interrompe mai ed il corpo dell’individuo non è altro che una nave spinta da questa corrente. La nave non può muoversi indipendentemente. Il corpo può muoversi solo perché sospinto dalla generale corrente della vita.

Il concetto del Gyo, sotteso alle quattro religioni Shinto, Shugen, Mykkio e Zen, penetrò nella vita quotidiana della popolazione a partire dai periodi Kamakura e Muromachi. Questo fenomeno non dovrebbe essere inteso come la diffusione di insegnamenti religiosi, ma come la disseminazione del Gyo stesso. La pratica del Gyo era quindi in grado di espandersi al di là del campo della religione per diventare la base di una determinata visione del corpo, ed avrebbe quindi dato vita al concetto di Kata, o forma. Il Kata è l’espressione simbolica della visione del corpo giapponese, nata dal Gyo. La venerazione giapponese per il Gyo si trasformerà in un senso di rispetto per il Kata.

Capitolo successivo :  #4 La filosofia del Kata.

Journal of Sport and Health Science, Vol. 2, 8-24, 2004. https://www.jstage.jst.go.jp/article/ijshs/2/0/2_0_8/_article/-char/en

Sources des images

  • Estampe : La cascade au claire de lune  Auteur : Utagawa Hiroshige (1797-1858).
  • Vieil Ainou  extrait de “Japon”  de Fosco Maraini.  1959 Ed. B.Arthaud
  • Morihei UESHIBA avec son fils Kishomaru, pratique sous la cascade
  • Jeune femme jouant du Shamisen (détail) Kitagawa Utamaro – 1805

#2 L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento

In seguito a #1 L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento.

Articolo di Hiroyuki Noguchi pubblicato nel 2004. Tradotto dall’inglese dalla Scuola Itsuo Tsuda

Percepire la vita in tutte le coseHiroshige

Tra le politiche di occidentalizzazione che portarono allo smembramento della cultura tradizionale giapponese ci fu, nel 1873, il cambio del calendario. Il governo Meiji decise di abolire il calendario lunare-solare che era stato utilizzato per milleduecento anni e sostituirlo con il cosiddetto calendario gregoriano o calendario solare. L’uso effettivo del nuovo calendario si realizzò solo 23 anni dopo il decreto governativo causando grande confusione nella popolazione. Ma, cosa più importante, ebbe un enorme impatto sul fondamentale senso delle stagioni e dei cicli della vita del popolo giapponese. Il vecchio calendario era comunemente chiamato il “calendario del fattore” a causa dei suoi stretti legami con le attività agricole [Fujii, (1997)]. Non veniva calcolato unicamente su base astronomica, ma si basava su una profonda comprensione dei cicli vitali di piante e creature della terra, con ulteriori aggiustamenti in accordo con l’osservazione dei corpi celesti. Si può dire che il passaggio dal vecchio al nuovo calendario fosse essenzialmente il passaggio da un ordine temporale centrato sui cicli vitali ad un ordine temporale oggettivo, basato sulla scienza astronomica occidentale.

Il vecchio calendario poneva ilcapodanno in corrispondenza dei primi segnali dell’arrivo della primavera, annunciata dalla fioritura dei pruni e dal canto degli uccelli, il secondo mese corrispondeva alla fioritura dei ciliegi ed il terzo a quella dei peschi. Il tempo veniva calcolato in base ai cicli delle attività della vita nella natura che, al contrario di pianeti e stelle, non sono scanditi da intervalli regolari. Siccome il vecchio calendario dava più importanza ai cicli di crescita di piante e creature ed all’umana esperienza delle stagioni rispetto ai calcoli rigo-rosi dell’oggettiva regolarità dei movimenti planetari, ogni anno cominciava in un giorno diverso in accordo col nuovo calendario. Ogni anno, durante l’undicesimo mese, veniva annunciato il calendario per l’anno successivo in base a cui venivano pianificate le attività agricole, gli eventi e le festività. Il governo Meiji considerava non scientifico questo calendario basato sui cicli della vita e decise di usare il calendario solare basato sui movimenti planetari. Un ordinamento temporale razionale dal punto di vista dell’astronomia tuttavia non è sempre razionale dal punto di vista della vita umana e delle altre creature. La scienza moderna rigettò l’ordine temporale centrato sulla vita e propose la misura del tempo oggettivo. Successe in qualche modo lo stesso col ritmo musicale: originariamente veniva stabilito secondo la velocità del passo e successivamente venne convertito in un tempo matematico misurato dai metronomi, dando una musica che suona soffocante e rigida sia per il pubblico che per il musicista. E’ come sostituire il respiro umano con polmoni artificiali che si muovono secondo una sequenza matematicamente prestabilita. I ritmi della vita però, esistono in un ordine diverso rispetto ai cicli matematici di ripetizione.

Con il cambio del calendario il senso delle stagioni dei giapponesi andò in confusione. Il nuovo calendario non dà altra scelta se non quella di vivere in una cornice temporale completamente scissa da quella del Giappone tradizionale. Per i nostri antenati, l’inizio dell’anno nuovo corrispondeva sempre alla chiara sensazione dell’arrivo della primavera. Oggi il capodanno è posto a metà dell’inverno. Tuttavia i giapponesi continuano a scambiarsi cartoline di auguri per l’anno nuovo che celebrano la primavera. Questo non è altro che l’esecuzione di un rituale, salutare la nuova primavera senza farne però l’esperienza. Nel settimo giorno del primo mese, in tutte le case giapponesi si consuma un porridge di riso alle sette erbe primaverili. Eppure è il settimo giorno del primo mese del vecchio calendario il momento in cui queste sette erbe sono effettivamente presenti nei campi. Nessuna di queste si trova in natura il 7 gennaio del calendario corrente. Tuttavia per poter compiere questo rito fittizio i negozi riempono i loro scaffali di queste sette erbe, coltivate però in serra. Allo stesso modo il festival dello Hinamatsuri, in cui le famiglie celebrano la crescita delle loro figlie è il 3 di marzo. In questo giorno le famiglie che hanno una bambina creano uno spazio dove porre delle bambole vestite con gli abiti tradizionali contornate da fiori di pesco. I fiori di pesco non fioriscono il tre di marzo del nuovo calendario. Di nuovo, gli scaffali dei negozi vengono riempiti di fiori pro-venienti dalle serre. Il popolo del Giappone moderno ripete queste finte ricorrenze anno dopo anno. Eppure continuano a presentare il loro paese agli stranieri dicendo che “la bellezza della cultura giapponese sta nel suo armonizzarsi con la natura”. La cosa importante è che praticamente nessuno in Giappone oggi si rende conto di questa scollatura. Hanno perso la percezione diretta del cambio delle stagioni e ciò che rimane è semplicemente la relazione concettuale tra date ed eventi. In ogni caso la strana tendenza dei giapponesi di oggi a comportarsi come le genti del Giappone tradizionale nei confronti dell’esterno dopo aver accettato le politiche governative di occidentalizzazione potrebbe essere considerato un argomento interessante per lo studio dei disturbi psicologici.

Ironicamente, la maggior parte dei giapponesi non sanno che nei libri di storia giapponese gli anni sono registrati in accordo con il nuovo calendario ma il mese ed il giorno seguono quello vecchio. Un altro esempio della loro confusione concerne i nomi dei mesi. Nonostante abbiano senso solo nel contesto del vecchio calendario la gente continua ad usarli anche nel nuovo. Ne risulta una sconnessione tra nome ed esperienza: Minazuki, il nome del sesto mese del vecchio calendario, che significa “il mese senza acqua”, viene oggi usato per il mese di giugno, nonostante giugno sia nel bel mezzo della stagione delle piogge. In queste circostanze non c’è da stupirsi se la maggior parte dei giapponesi di oggi hanno perso interesse nella lettura e nella comprensione dei classici. Infine, la percezione delle stagioni per i giapponesi moderni è il mero riconoscimento del cambiamento di temperatura. Le diverse stagioni non sono altro che la registrazione della distribuzione di temperature durante l’anno. Per la gente che viveva con il vecchio calendario la percezione delle stagioni non era certamente basata sul cambiamento della temperatura. Facevano attenzione ai lievi cambiamenti nell’ambiente natu-rale che li circondava, erano deliziati dal coltivare una delicata consapevolezza del cambiamento di stagione. Questo viene dimostrato chiaramente dall’antica poesia Haiku e Waka.

L’esperienza percettiva diretta del contatto con i cicli stagionali, i cui esempi abbondano nella letteratura classica giappo-nese parlano di un fondamentale aspetto della vita tradizionale giapponese: nella fattispecie, una visione del mondo in cui tutte le cose hanno vita. La capacità di percepire che tutte le cose sono vive, risonanti in armonia l’una con l’altra, era ciò che dava alle persone la certezza di essere vive. “Sono vivo” era sinonimo di “Tutto è vivo”. Coltivare la capacità di percepire un senso di vitalità nell’ambiente circostante era un modo, diretto, di nutrire la propria vita. Ze-ami (1363?-1443?) considerato il fondatore del Nô, spiega ai suoi discepoli nel Fushikaden che “la via della poesia porta longevità e dovrebbe quindi essere seguita con ogni mezzo” [Nogami & Nishio, 1958, p. 11)]. Oggi nessuno penserebbe alla poesia come ad un metodo per migliorare la salute. Ma in un mondo in cui tutto è vivo, tutto, inclusi la poesia ed il Nô, può portare la longevità poiché creare una relazione che fosse in risonanza con il mondo naturale era esattamente il modo di rinvigorire la propria vita.

La cultura tradizionale del Giappone è una cultura artigiana. I maestri artigiani di tutti i campi hanno fornito per secoli le stesse istruzioni ai loro apprendisti. Senza eccezioni, affermano che i materiali usati per la loro arte sono “vivi”. I tintori dicono che la stoffa è viva; il vasaio dice che l’argilla è viva; i fabbri sostengono che l’acciaio che forgiano è vivo [S.B.B. Inc., (19xx)].

I chiodi d’acciaio forgiati dai fabbri tradizionali giapponesi contengono più impurità di quelli moderni prodotti nella for-nace. Attualmente è stato osservato che chiodi estratti da strutture costruite seicento anni fa sono ancora privi di ruggine ed in perfette condizioni al punto da poter essere riutilizzati oggi. Questo fatto, che va contro le teorie scientifiche, può non dimostrare di per sé che tutto è vivo, ma suggerisce che l’antica credenza dei fabbri nella vitalità dell’acciaio poteva essere infusa in un singolo chiodo per renderlo forte e durevole.

Questa visione del mondo, in cui tutte le cose hanno vita, era anche la base dei metodi costruttivi della tradizionale architettura lignea. Il legname da costruzione veniva lasciato all’aperto, esposto alle intemperie per un periodo di circa dieci anni. Dopo la seconda guerra mondiale tuttavia, gli scienziati fecero il loro ingresso nell’industria del legname, analizzarono la quantità di umidità contenuta nel legname stagionato all’aperto ed introdussero macchine asciugatrici che potevano ottenere lo stesso livello di umidità in sole tre ore. Comprimere dieci anni in tre ore tuttavia, rimuove l’umidità a livello cellulare rendendo superficiale la capacità del legno di assorbire l’umidità. In altre parole, priva il legno dei suoi attributi originali limitandone la durata. Sin dall’inizio, la prova scientifica ha sempre richiesto di rendere visibile l’invisibile. Il metodo usato dalla scienza è quello di convertire ciò che non può essere quantificato in qualcosa che possa esserlo: in questo caso “l’esposizione all’aria” diventa “asciugatura”. Esporre il legno alle intemperie per dieci anni significa esporlo a pioggia, vento, caldo e neve per dieci anni. I carpentieri dei santuari e dei templi di Kyoto fanno stagionare il legno nell’acqua in modo da sostituire l’acqua in esso contenuta con acqua nuova. Questo, ovviamente, differisce radicalmente dall'”asciugatura”. Il processo di esposizione all’aria aperta dà al legno dieci anni per adattarsi ad un ambiente diverso da quello in cui era cresciuto e questo riflette l’antica attitudine che considerava il legno “vivo”. Era questa capacità di percepire il legname come vivo che permetteva la costru-zione di strutture lignee che possono durare mille anni.La politica di occidentalizzazione tuttavia continua nel mondo dell’architettura di oggi. I regolamenti governativi richiedono un tasso di umidità inferiore al 20% per il legname da costruzione. Questo valore è impossibile da raggiungere attraverso i metodi di essicazione naturale, il che significa che il governo permette solo l’uso di legno artificialmente essiccato. Nonostante sia vero che la robustezza di ciascun pezzo di legname sia maggiore quando l’umidità è inferiore al 20% le qualità naturali del legno vengono perdute; viene deprivato della sua capacità di respirare. L’architettura occidentale enfatizza la robustezza dei singoli pezzi ma non vede il legname come un essere vivente. In pratica, il legno non viene trattato diversamente dall’acciaio. L’architettura tradizionale, d’altra parte, enfatizzava l’equilibrio. Cercava la forza attraverso l’equilibrio e considerava la forza vitale del legname di cruciale importanza nell’ottenimento della robustezza desiderata.

Negli ultimi cento anni, la scienza ha fatto del suo meglio per privare il tempo del suo potere. Ma la vita cresce e matura col tempo e la compressione del tempo richiede necessaria-mente dei sacrifici. Così come l’ascolto della musica richiede un tempo che non può essere compresso, una crescita forzata può solamente generare uno sviluppo anormale. Il lavoro di stratificazione dei laccatori, la forgiatura dei chiodi dei fabbri, il lavoro dei maestri costruttori di spade, tutto ciò richiede tempo. Per secoli gli artigiani si sono concentrati nel cogliere il Ki (il momento opportuno) e nell’uso del Ma (l’intervallo temporale). Il lavoro del maestro di spada consiste nello scaldare l’acciaio, rimuoverlo al momento opportuno, quindi, dopo una pausa appropriata, raffreddarlo rapidamente nell’acqua prima di rimetterlo nel fuoco. Questo processo viene ripetuto più e più volte e l’arte consiste nel padroneggiare il tempismo, l’intensità e l’uso delle pause (Ki, Do, Ma). Queste tecniche hanno reso possibile la creazione di spade che non possono essere ripro-dotte nemmeno con le più avanzate tecnologie moderne.

Ogni pastiglia che i medici della medicina occidentale somministrano ai loro pazienti contiene una quantità di principi attivi. Un paziente ad esempio, può consumare simultanea-mente dieci principi attivi in una singola pillola. Questo illustra ancor più direttamente la natura della ricerca dell'”efficienza”, vista nell’essicazione artificiale e nei metodi di crescita forzata sopra menzionati. In parole semplici, è la conversione del tempo in spazio, e dovremmo riconoscere che questa è la vera causa degli effetti collaterali nocivi della medicina moderna. Nella pratica della medicina cinese il medico somministra un singolo ingrediente attivo al paziente, in seguito osserva i risultati prima di decidere cosa somministrare in seguito. Questo significa che ci vogliono almeno dieci giorni per somministrare dieci ingredienti. Osservare le condizioni del paziente e agirea seconda dei progressi ottenuti è certamente un processo naturale e non dovrebbe essere bollato come “inefficiente”. Sembra inefficiente semplicemente perché la scienza ha valorizzato la sostituzione degli invisibili ritmi della vita con il visibile movimento del tempo cronologico. Questa filosofia valuta il risul-tato più del processo e la conseguenza più dell’esperienza. Dovremmo riconsiderare se la soddisfazione che cerchiamo nella vita riguarda l’esperienza o il risultato. Il ritmo contenuto nel tempo ci concede una esperienza ricca e la certezza di essere vivi. Sotto il pretesto del positivismo si cela l’assurdità dello scienziato che accende la luce per studiare l’oscurità.Una delle abilità fondamentali nella carpenteria tradizionale è il saper discernere a colpo d’occhio l’alto ed il basso di un pezzo di legno. Questo perché i carpentieri tradizionali credono che ogni pezzo di legno contenga la memoria del cielo e della terra in cui stava in montagna, e di conseguenza, non acquisirebbe una nuova vita se non fosse posizionato secondo questa memoria. La distinzione tra la parte anteriore e quella posteriore è egualmente importante. La parte anteriore è quella che era esposta al sole; mentre quella posteriore è ovviamente quella opposta. Gli alberi cresciuti sul fronte est di una montagna vengono usati come pilastri per il lato orientale dell’edificio; alberi cresciuti sul lato ovest vengono usati per la parte occidentale. I pilastri di ogni direzione vengono sistemati a seconda di come sono cresciuti nel loro terreno natale, si crede che in questo modo gli alberi possano acquisire una seconda vita. In effetti quando anche un solo pilastro viene posizionato sottosopra lo spazio risultante darà una sgradevole sensazione di squilibrio. Gli spazi tradizionalmente abitati dai giapponesi negli ultimi duemila anni erano costruiti seguendo questi metodi che armonizzavano i materiali viventi con la vita [Nishioka, (1993)]. La risultante sensazione di essere circondati da una vita intangibile era esattamente il senso di comfort che scelsero di coltivare.

Vediamo quindi che le basi dei metodi costruttivi riscontrabili nell’architettura lignea tradizionale giapponese differiscono da quelle dell’architettura occidentale. Tuttavia i metodi tradizionali sviluppati attraverso l’acquisizione di conoscenze empiriche non basterebbero per rendere l’architettura giapponese degna di essere chiamata “cultura”. La “cultura” nell’architettura giapponese sta nell’indivisibilità della sensibilità del carpentiere dai suoi metodi costruttivi. La scoperta di come la percezione o la consapevolezza individuale dell’intangibile possa essere usata nell’esecuzione di determinate tecniche in modo che queste acquistino Vita, questo è quello che i vecchi giapponesi chiamavano Waza (arte o abilità). L’affinamento di tali Waza o, in altre parole, l’affinamento della propria sensibilità – per riprendere l’esempio dell’architettura – è ciò che genera armonia con la sensibiltà dell’abitante e crea un senso di ricchezza e comfort nello spazio abitato.

Nella sua essenza, la cultura è la condivisione di determinati valori intangibili da parte di un popolo – la coscienza collettiva di un popolo che si raccoglie di fronte all’astratto.

Consideriamo il kimono tradizionale giapponese. Diversamente dagli indumenti occidentali, il kimono non è un oggetto compiuto in sé. Il vero prodotto non è il kimono, ma la stoffa di cui è fatto. Per sua natura, il kimono è composto interamente da varie pezze rettangolari. Può quindi essere riportato facilmente al suo stato di stoffa, semplicemente scucendolo. La stoffa può allora essere tinta di nuovo e riusata per fare nuovi abiti. Può passare in questo modo anche attraverso diverse generazioni di possessori. Questo concetto di rigenerazione è fondamentale per tale visione del mondo in cui tutto possiede vita.

La costruzione dei Nô di Ze-ami richiedeva addirittura una rispondenza con i morti. Il Nô è un’arte teatrale che include danza, canto e narrazione. La vicenda viene rappresentata da tre personaggi principali: il viaggiatore, il monaco ed il fantasma. Quello che Ze-ami richiedeva dagli interpreti non era né recitazione né l’espressione delle emozioni ma una diretta rispondenza ed armonizzazione con i morti. Il Nô per Ze-ami era un rituale di purificazione in cui i morti dovevano essere pacificati e rinascere. Questo grave tema introdotto da Zeami portò alla cultura giapponese il concetto di Yugen (general-mente tradotto con “penetrante e profondo”). Le esperienze percettive del Mono no Aware, del Wabi, del Sabi e dello Yugen, cruciali per la comprensione della cultura giapponese, sono tutte emerse dalla stessa visione del mondo, e per questo motivo potevano essere condivise dai giapponesi [Shinkawa, (1985)].

Il tempio di Ise, con i suoi millecinquecento anni di storia, è il più importante santuario dello Shintoismo. Nella porzione di foresta compresa nel recinto del tempio, un preciso rituale è stato ripetuto ogni mattina ed ogni sera durante tutta la storia del santuario. Questo rituale chiamato Higoto-Asa-Yu-Ohmikesai implica la pulizia del santuario e l’offerta di cibo allo Spirito. L’autosufficienza è la regola. Tutte le offerte devono provenire dall’interno del recinto del tempio. Il santuario possiede i suoi orti e giardini da cui vengono raccolti riso, vegetali e frutta;saline in cui il sale viene estratto secondo gli antichi metodi. Ed un pozzo che non si è mai prosciugato in questi millecinque-cento anni. Il cibo viene preparato con un fuoco spiritualmente purificato, chiamato Imibi, acceso ruotando un punteruolo di legno su una tavoletta anch’essa di legno – metodo risalente al periodo Yayoi – mentre le stoviglie, di terracotta non smaltata, sono cotte nel forno del tempio. L’aspetto più notevole del tempio di Ise è il rituale dello Shikinen Sengu. Questo rituale consiste nel completo disassemblamento e ricostruzione del tempio ogni vent’anni. I materiali da costruzione per i nuovi edifici provengono interamente dalla foresta del tempio. Con questi materiali gli edifici vengono ricostruiti con la stessa identica forma e nuovi alberi vengono piantati al posto di quelli rimossi per essere utilizzati nella ricostruzione rituale di duecento anni dopo [Yano, (1993)]. Queste attività, ripetute per un periodo di millecinquecento anni, illustrano la visione del mondo del tempio senza l’uso del linguaggio.

In questo modo, l’idea che la vita esiste ovunque è stata la corrente sotterranea della la cultura tradizionale giapponese. Riconosceva la vita in tutte le cose portando alla certezza di una armonia tra tutte le cose che scorre ininterrottamente dal passato al futuro.

Capitolo successivo #3 L’idea di corpo nell’ascetismo

Journal of Sport and Health Science, Vol. 2, 8-24, 2004. https://www.jstage.jst.go.jp/article/ijshs/2/0/2_0_8/_article/-char/en

Immagini:

  • Estampe : Le moineau sur le camélia enneigé.  Auteur : Utagawa Hiroshige 1 (1797-1858). Bibliothèque nationale de France, département Estampes et photographie
  • Estampe : Les scieurs dans les montagnes de Tôtômi ( Tôtômi sanchû ) : Les « Trente-six vues du mont Fuji » ( Fugaku sanjû-rokkei ), 19 e vue. Auteur :    Hokusai Katsushika (1760-1849) Bibliothèque nationale de France
  • Stillfried & Andersen. Views and costumes of Japan d’après des négatifs de Raimund von Stillfried, Felice Beato et autres photographes. Vers 1877-1878.

#1 L’idea di corpo nella cultura giapponese e suo smantellamento

Articolo di Hiroyuki Noguchi pubblicato nel 2004. Tradotto dall’inglese dalla Scuola Itsuo Tsuda1.
In quattro sezioni :
  1. Lo scenario della morte nella società moderna.
  2. Percepire la vita in tutte le cose.
  3. L’idea di corpo nell’ascetismo.
  4. La filosofia del Kata

Al cuore di una cultura si trova una determinata visione del corpo, questa visione decide quali esperienze percettive questa cultura sceglie di apprezzare. Cercando di compiere queste esperienze, vengono stabiliti alcuni principi per muovere e trattare il corpo, questi principi stabiliscono poi la base per la padronanza delle abilità essenziali che compenetrano tutti i campi dell’arte, creando delle ricche fondamenta su cui la cultura stessa può prosperare. La cultura del Giappone tradizionale, disintegrata dalla restaurazione Meiji, possedeva, appunto, questo tipo di struttura. L’idea di corpo, le esperienze percettive condivise ed i principi del movimento che esistevano nella cultura tradizionale giapponese erano radicalmente diversi da quelli che arrivarono dall’Occidente e che furono ciecamente disseminati dal governo giapponese a partire dalla Restaurazione Meiji.

Questo articolo discute le deboli basi del Giappone moderno in quanto cultura costruita sulla distruzione delle proprie tradizioni ed esplora la possibilità di dar vita ad una nuova cultura guardando alla struttura delle propria perduta tradizione culturale.

Lo scenario della morte nella società moderna

C’è una politica nazionale in Giappone che è continuata senza sosta sino ad oggi, per circa centoquarant’anni, a partire dalla Restaurazione Meiji, nel 1868. E’ la politica dell’occidentalizzazione che ha portato alla disintegrazione continua della visione tradizionale giapponese del corpo e della vita in generale. Accettando questa politica il popolo giapponese acquisì lo stile di vita pragmatico e saturo di tecnologia occidentale di una società modernizzata. Allo stesso tempo, con le sue stesse mani, ha smantellato e cancellato completamente una cultura di bimillenaria tradizione. Non sappiamo ancora chi realmente istigò la più drastica riforma sociale mai avvenuta nella storia giapponese; a quale classe appartenessero, o quali fossero i loro obbiettivi [Oishi, (1977)]. In ogni caso fu scatenata dall’apertura dei porti giapponesi al commercio estero nel 1854, quando lo shogunato Tokugawa, soccombendo alla pressione militare degli Stati Uniti e delle nazioni europee, prese la decisione di porre fine alla sua politica di isolamento durata 200 anni. Questa decisione dello shogunato portò il caos nel paese. I samurai, furiosi per la codardia dimostrata dallo shogun, insorsero mentre l’esportazione della seta provocò una grave crisi economica a causa del drastico aumento dei prezzi. A causa delle pressioni esterne ed interne lo shogun Tokugawa Yoshinobu non ebbe altra scelta se non quella di rinunciare al potere nel 1867.

La nuova amministrazione Meiji stabilì un sistema imperiale modellato sulla monarchia costituzionale prussiana. Al posto del cristianesimo – il nocciolo della cultura occidentale – instaurò lo Shinto di stato (una forma nazionalistica dello shintoismo) e proseguì rapidamente a ricreare la nazione. Non solo la politica, l’economia e l’industria furono riformate sulla base di modelli occidentali, ma la politica della modernizzazione, dell’occidentalizzazione e del progresso scientifico si estendeva allo stile di vita della popolazione in generale.

A prima vista, questa politica di occidentalizzazione, sembrava un provvedimento mirato a guidare il popolo giapponese ad adattarsi al suo nuovo governo costituito nel breve lasso di tempo di due anni, dopo il collasso dello shogunato. In realtà il suo obbiettivo era di rigettare e smantellare ogni aspetto del Giappone tradizionale attraverso l’inflessibile glorificazione della civiltà occidentale. Questa politica si basava su tre fattori principali: disordine sociale, ordini e regolamenti governativi e controllo dell’informazione, che non lasciavano coesistere la cultura tradizionale con il nuovo ordine.

Le famiglie imperiali e reali furono le prime ad adottare lo stile di vita occidentale, ponendosi come esempio per il resto della nazione generò nella popolazione un desiderio per tutto ciò che era occidentale. In questo modo l’imperatore, il simbolo del Giappone, divenne anche il simbolo dell’occidentalizzazione. I media seguirono, diffondendo, in maniera superficiale, la glorificazione della civiltà occidentale ed il boicottaggio della tradizione. Lo slogan «Bunmei Kaika» (la fioritura della civiltà) risuonò attraverso la nazione.

Anche gli storicamente adorati alberi di ciliegio selvatico furono tagliati ed usati come legna da ardere in tutto il paese perché ricordavano il precedente sistema feudale.

Hasegawa Kyozo - Shimizu, Christine: L'art japonais, Flammarion, Public Domain,
1592 Hasegawa Kyozo – Shimizu, Christine: L’art japonais, Flammarion, Public Domain,

Mentre il someiyoshino, un ibrido di ciliegio creato artificialmente, fu premiato in quanto prodotto della scienza: prospera in praticamente qualsiasi tipo di suolo, gli alberi fioriscono gloriosamente e quasi simultaneamente. Dà un senso di bellezza uniforme, fiorendo prima che le foglie appaiano sui rami. Ma come altre piante incrociate artificialmente il someyoshino non ha profumo. Non ha ereditato l’intenso profumo dei ciliegi selvatici. Mentre i ciliegi selvatici possono vivere trecento, a volte anche cinquecento anni, il someyoshino dura soltanto settanta, ottant’anni [Horibe, (2003)]. Questo ciliegio artificiale, dalla bellezza uniforme e privato di profumo e longevità dalla mano dell’uomo fu piantato in tutto il paese e divenne il fiore nazionale giapponese. Se paragonassimo la nascita della moderna civiltà occidentale al fiorire di una pianta radicata nel substrato delle culture tradizionali dell’Occidente la modernità in Giappone sarebbe un fiore artificiale senza nessun suolo reale. Il destino dei ciliegi suggerisce la vera natura dell’emergere di una modernità deformata ed artificiale in Giappone.

Naturalmente la distruzione dei ciliegi selvatici era solo una piccola parte dei monumentali cambiamenti che si stavano avverando. Probabilmente la più significativa delle azioni distruttive perpetrate dalla Restaurazione fu l’ordine governativo di separare shintoismo e buddismo. Questa operazione, attuata in modo da poter istituire lo Shinto di stato scatenò il movimento anti-buddista che portò alla distruzione di prege-voli templi buddisti, statue e case da tè in tutto il paese.

Anche la rappresentazione del teatro tradizionale, il Nô, fu proibita dopo la Restaurazione, costringendo quasi tutti gli attori di Nô a cambiare occupazione o a terminare la loro carriera.

In questa atmosfera di rigetto di tutto ciò che fosse in qualche modo tradizionale fu popolarizzata l’occidentalizzazione dell’abbigliamento, inizialmente attraverso le uniformi militari e governative. Allo stesso tempo la cultura alimentare occidentale fu introdotta attraverso i pasti ospedalieri e l’architettura occidentale attraverso le infrastrutture pubbliche. Indossare cravatte e indumenti con bottoni, mangiare manzo e bere latte di mucca, entrare in un edificio indossando le scarpe, tutte queste cose che il popolo giapponese non aveva mai fatto in duemila anni di storia diventarono le prime prove di fedeltà imposte dal governo Meiji.

Il governo proseguì ad emanare un numero crescente di proibizioni e di ordini a cambiare commercio o lasciare il servizio pubblico. Per esempio, con la decisione di introdurre la medicina occidentale come pratica medica ufficiale, il governo si impegnò in uno sforzo enorme per sradicare l’antica pratica della medicina cinese. La resistenza dei dottori della medicina cinese era forte e ci vollero più di quarant’anni perché il progetto si realizzasse. In quel periodo, per stabilire quale delle due fosse superiore, fu creato un ospedale allo scopo di raccogliere dati sull’efficacia di entrambe le medicine nella cura del beriberi. Il risultato della cosiddetta “East-West Beriberi Competition” fu sostanzialmente un pareggio ed i conflitti tra le due scuole si intensificarono, portando addirittura al tentato omicidio di Sohaku Asada, famoso dottore in medicina cinese e leader della resistenza [Fukugawa, (1956)]. Qui vediamo la natura scaltra e calcolatrice della politica di occidentalizzazione attuata dal governo Meiji. Uno sguardo ai giornali di quel periodo rivela una serie di scritti irrazionali: «In confronto agli orrendi liquidi neri preparati dai dottori della medicina cinese guardate quanto sono belle le polveri, bianche come la neve, della medicina occidentale!». Gli operatori della medicina cinese erano costretti ad affrontare queste, quantomeno ingiuste, accuse diffuse dai media.

L’introduzione della medicina occidentale era qualcosa di più di un semplice tentativo di occidentalizzazione della pratica medica. Era, per la sua stessa natura, una politica anti-shogunato. Per esempio, il mantenimento della pratica dell’agopuntura, estranea alla medicina occidentale, sembrava dall’esterno un’ancora di salvezza per i non vedenti, tradizionalmente indirizzati verso questa professione. Tuttavia la pratica dell’agopuntura riconosciuta dallo shogunato era quella giapponese, un sistema creato attraverso una rivitalizzazione ed un sistematico scrutinio dell’agopuntura cinese. Fu questa ad essere proibita e coloro che la praticavano dovettero riconvertirsi alla versione cinese [Machida, (1985)]. In altre parole la politica di occidentalizzazione fu caratterizzata da un completo rifiuto della tradizione giapponese e qualsiasi cosa di origine straniera veniva apprezzata ed accettata.

Studenti di disparate discipline quali l’architettura, la cucina e la medicina furono tutti obbligati ad apprendere le teorie occidentali se desideravano acquisire le licenze ufficiali, che il governo aveva recentemente cominciato ad esigere. Fu attraverso l’instaurazione di tali sistemi che il governo tentò di interrompere la trasmissione di sapere esperienziale e quindi porre fine alla tradizione del sistema dell’apprendistato. Per esempio, imponendo lo studio delle teorie architettoniche occidentali, basate sul sistema metrico decimale, agli architetti giapponesi, il governo impedì in modo efficace il passaggio del sapere dai maestri carpentieri, che basavano la loro arte sul sistema di misura tradizionale giapponese, ai loro apprendisti. Le metodologie architettoniche tradizionali, che permettevano la costruzione degli edifici lignei più grandi al mondo con una durata di non meno di mille anni, erano basate su un sistema teorico completamente diverso. Cavalcando l’onda dell’adorazione per le teorie occidentali, il governo giapponese ha continuato a forzare l’occidentalizzazione dell’architettura fino ad oggi, senza esaminare e riconoscere il valore dei propri metodi tradizionali. Nel 1959, il governo ha ufficialmente adottato una risoluzione proposta dall’Istituto Architettonico Giapponese, di proibire la costruzione di architetture in legno. Sei anni più tardi ha promulgato un ordine che proibiva l’uso del sistema di misura tradizionale giapponese [Matsuura, (2002)].

verso 1877-1878.
verso 1877-1878.

I codici costruttivi giapponesi promuovono la costruzione di strutture di cemento che tendono a trasformare le città in fortezze, questo sta portando alla scomparsa delle strutture in legno, nate da questa terra e da questo clima, che hanno fatto parte dello stile di vita giapponese per duemila anni. Di conseguenza, le magnifiche foreste giapponesi si stanno ora deteriorando.

Il controllo governativo dell’informazione fu attuato anche nell’ambito del sistema educativo, istituito nel 1872. Con il suo programma interamente costruito su teorie occidentali, divenne un caposaldo del processo di occidentalizzazione. Glorificando gli studi occidentali, portò l’intelletto e la sensibilità dei giapponesi verso l’ignoranza ed il disprezzo per la loro stessa tradizione culturale.

Anche quegli argomenti quali la musica, l’arte e l’educazione fisica, volti a coltivare la sensibilità estetica degli studenti, per non parlare delle materie più generali, svolsero un ruolo importante nello smantellamento della cultura tradizionale e nello spingere il processo di occidentalizzazione.

L’insegnamento artistico introdusse i brillanti colori occidentali mentre quelli giapponesi vennero dimenticati; i relativi principi di armonia non vennero più insegnati. La ricca sensibilità giapponese per i colori è evidente, quando guardiamo ai kimono ed ai supporti utilizzati per le calligrafie e le pitture. Un libro di colori campione per la tintura dei kimono del periodo Edo rivela cento tonalità di grigio e quarantotto di marrone, ciascuna con un nome specifico [Nagasaki,(2001)]. L’abilità dei tintori di creare questa enorme varietà di colori con materie prime vegetali è la testimonianza della loro superba tecnica. Ma ancora più stupefacente è il fatto che i sarti, e persino i consumatori, fossero in grado di distinguere tutte queste tonalità. Per i giapponesi il colore era qualcosa che impregnava il materiale; i colori dovevano valorizzare l’inerente qualità del materiale grezzo. I nuovi colori che arrivavano dall’occidente erano, al contrario, qualcosa che ricopriva. Questo incontro fu causa di sgomento e confusione per la fine sensibilità che i giapponesi avevano avuto sino ad allora nei confronti del colore. Centoquarant’anni dopo vediamo il risultato di questa educazione nel volgare senso del colore delle città del Giappone moderno. Nelle strade, le insegne ed i volantini non mostrano alcun segno di raffinatezza. E’ come se l’uso di colori forti e violenti bastasse ad imitare il senso del colore occidentale. Questa educazione ha certamente  sprecato più di un talento che avrebbe potuto produrre eccellenti dipinti giapponesi [Nakamura, (2000)].

verso 1877-1878.
verso 1877-1878.

Contemporaneamente l’educazione musicale scardinava il tradizionale concetto di suono. La sensibilità giapponese per il suono si è sviluppata attraverso la religione. Un suono generato con profonda e concentrata intensità veniva considerato come capace di eliminare le impurità. Le tecniche del Ki-ai padroneggiate dai preti shinto e dagli asceti delle montagne, il canto dei monaci buddisti ma anche l’atto di pulire erano tutte pratiche religiose basate sul mistero del suono. L’uso dello hataki – una sorta di grosso spolverino di carta e bambù – e della scopa hanno origine nei rituali shinto, che invitavano il divino purificando l’ambiente circostante attraverso l’uso del suono. Non venivano usati allo scopo di raggiungere una pulizia igenica. Il suono del noh-kan (flauto di bambù usato nel teatro Nô) serviva a quietare i morti, lo shino-bue (flauto di giunco) invitava il morto a visitare questo mondo. Il senso di profondità dato dal suono nella cultura tradizionale giapponese era basato su una sensibilità nei confronti del suono completamente diversa da quella che troviamo nella musica occidentale. Nelle scuole, tuttavia, veniva insegnata unicamente la musica occidentale, con la sua teoria basata su una scala equamente temperata, che costituisce essenzialmente un’eccezione rispetto alle altre tradizioni musicali nate su questo pianeta. Gli studenti che cantavano seguendo le scale tradizionali giapponesi venivano considerati privi di orecchio.

Allo stesso modo l’educazione fisica smantellò i tradizionali modi di muovere il corpo (come spiegherò più avanti in questo articolo), insegnando solo esercizi e movimenti basati sui meccanismi del movimento trasmessi dall’Occidente. Questo portò ad una forte separazione tra le vecchie e le nuove generazioni riguardo alla percezione del corpo, rendendo estremamente difficile la trasmissione della cultura del corpo dai genitori ai figli. Di conseguenza ci sono oggi innumerevoli adulti che non sono in grado di usare correttamente le bacchette, per non parlare del sedersi nella tradizionale posizione seiza.

Giappone 1869-1942
Giappone 1869-1942

Centoquarant’anni di questa educazione direzionata hanno forzato l’intelletto giapponese ad essere usato unicamente per tradurre, interpretare ed imitare la civiltà occidentale. Certamente, in questi anni, il Giappone ha prodotto apparecchiature elettroniche di alta qualità ed automobili ironicamente ribattezzate “salotti ambulanti”, ma queste cose non hanno nulla a che vedere con la cultura giapponese. Sono piuttosto espressioni dello shock esperito dai giapponesi nell’incontro con la moderna civiltà occidentale. In altre parole, sono il riflesso, nell’occhio giapponese, dell’immagine della civiltà moderna. Gli strani ed esageratamente soffici sedili ed ammortizzatori delle auto sono la simulazione della dolce e morbida sensazione provata dai giapponesi, fino ad allora abituati unicamente ai duri tatami, quando conobbero per la prima volta i sofà occidentali. Gli eccessivamente pragmatici prodotti elettronici con molte più funzioni di quante siano in realtà utili all’utente medio sono espressione dell’impatto dell’accecante luce delle lampadine elettriche su un popolo abituato a vivere nella fioca luce delle candele giapponesi.

La lunga politica di chiusura del Giappone ha pervertito l’incontro con l’Occidente. Mancando qualsiasi comune denominatore con le moderne società occidentali, i giapponesi hanno trasformato il loro forte senso di disparità in glorificazione e adorazione, come mezzi di autoprotezione.

A partire dalla Restaurazione Meiji, il Giappone è riuscito, con un certo successo, a smantellare la propria cultura tradizionale. Non è riuscito, tuttavia, a creare una nuova cultura attraverso l’assimilazione della civiltà occidentale. Questo è assolutamente naturale in quanto una cultura non può nascere unicamente dall’imitazione e dalla brama. Accecati dalla sfolgorante immagine della civiltà moderna i giapponesi non sono stati in grado di incontrare la vera cultura che ha fatto nascere quella civiltà, che l’ha nutrita e l’ha fatta funzionare. In altre parole, non hanno mai capito veramente le tradizionali sensibilità dei popoli occidentali e questa è la tragedia del Giappone attuale. Ovviamente, non è possibile trapiantare una cultura. La cultura di un paese nutrita dall’accumulazione di esperienze in secoli di tradizione, appartiene alla terra in cui è nata, e solo a quella. Non permette assorbimento o imitazione da parte di un’altra. Il pensiero scientifico, fondato sul pragmatismo ed il positivismo, che il Giappone tentò così avidamente di emulare a partire dalla Restaurazione, deve essere stato un prodotto inevitabile della cultura – della terra e dello spirito – dei paesi occidentali. Gli scienziati giapponesi che partecipano a raduni accademici internazionali per la prima volta sono sempre sorpresi di scoprire che gli scienziati occidentali menzionano Dio senza esitazioni. Questo succede perché in Giappone essere uno scienziato implica necessariamente essere un ateo e un materialista. Per i giapponesi post-Restaurazione la scienza era virtù, ma anche religione o fede.

Il Giappone moderno è quindi diventato un’anomalia nella storia mondiale – un puro prodotto della “modernità”, eretto senza possedere una vera cultura come fondamento. E’ una nazione in cui avvengono gli esperimenti di “modernità” più estrema.

Dopo tutto, la “cultura” non è altro che l’abilità di rendere ricco e bello il mondo in cui viviamo. E’ l’abilità percettiva di convertire e ricomporre lo spazio-tempo oggettivo in uno spazio-tempo umano. Attraverso la scoperta e la condivisione di questa abilità, la “cultura” permette ad un popolo ed alla terra a cui appartiene di apparire in tutta la loro bellezza. Allo stesso tempo, possiede un pericoloso potenziale autodistruttivo poiché per natura, la sua esistenza ed il suo valore non possono essere percepiti da coloro che vivono al suo interno, che ne vengono supportati.

Sono gli scenari della nascita e della morte che rappresentano, nel modo più diretto, la cultura di qualsiasi paese. Lo scenario della morte nel Giappone attuale è meccanizzato. Nel contesto dell’ospedale le persone vengono tenute in vita da delle macchine. Dietro le porte chiuse delle loro sale d’attesa, i dottori la chiamano “sindrome spaghetti”. Questo è lo scenario che troviamo nei reparti geriatrici, dove i nostri anziani hanno braccia e gambe bloccate da cinghie per impedire un loro qualsiasi inconscio tentativo di rimuovere i numerosi cateteri attaccati ai loro corpi. Ciò che vediamo qui non è l’immagine sacra di una persona che entra nel capitolo finale della sua vita. Non è l’immagine di trasmissione da genitore a figlio della parola finale e profondissima, il rendere il proprio “ultimo respiro”, che nella storia è stato considerato uno degli atti più importanti della vita umana. Solo trenta minuti dopo la morte, i venditori di servizi funebri si presentano alla famiglia. In anni recenti, i mercanti in cerca di organi da trapiantare arrivano anche prima. Questa vuota, “scientifica”, immagine della morte rappresenta la modernità della nostra nazione. Questo è accaduto perché la società moderna ha separato il corpo dalla vita, dalla personalità, dal’individuo. I nostri moderni governi “amanti della libertà” forse non governano le vite dei cittadini, ma governano certamente i loro corpi. Mentre riconoscono la libertà in molti altri ambiti, nessun paese “sviluppato” riconosce la libertà di scelta per quanto riguarda il trattamento medico. Se i nostri corpi fossero considerati inseparabili dalle vite che conduciamo la scelta del trattamento medico e del modo di nascere e di morire dipenderebbero unicamente dalle convinzioni di ciascuno. Le nazioni moderne però, hanno abbracciato la medicina occidentale, che considera il corpo e la vita sfere separate, come metodo ufficiale. Cercano quindi di controllare la nascita, il trattamento medico e la morte. In altre parole i nostri corpi. Nella medicina occidentale il corpo è solo uno strumento: una macchina al servizio della volontà del suo possessore. Ricevere un trattamento medico quindi non è diverso dal riparare una macchina rotta e la morte diventa la mera produzione di materiale di rifiuto. Gli ospedali si trasformano in stabilimenti per il trattamento di rifiuti industriali, in cui il trapianto di organi è parte della loro attività di riciclaggio. Chiunque percepisca qualcosa di strano nell’immagine meccanica della morte che è oggi la norma negli ospedali giapponesi capirà immediatamente che la scienza in sé non può mai diventare “cultura”.

Salutando oggi il ventunesimo secolo, è forse giunto il momento di riconsiderare la disintegrazione della nostra cultura tradizionale che cominciò con la restaurazione Meiji. Il tempo passato non può mai essere reclamato, ma possiamo almeno capire il nostro passato e di essere in grado di piangerne autenticamente la perdita. Dovremmo guardare indietro alla nostra perduta cultura in modo da andare avanti verso la formazione di una nuova cultura per l’avvenire.

Capitolo successivo : #2 Percepire la vita in tutte le cose

Articolo di Hiroyuki Noguchi pubblicato nel 2004. Tradotto dall’inglese dalla Scuola Itsuo Tsuda1.

1 Journal of Sport and Health Science, Vol. 2, 8-24, 2004. https://www.jstage.jst.go.jp/article/ijshs/2/0/2_0_8/_article/-char/en

Immagini :

  • “Cherry Tree” from Cherry and Maple, Color Painting of Gold-Foil Paper Shimizu, Christine: L’art japonais, Flammarion https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Cherry-tree.jpg
  • Stillfried & Andersen. Views and costumes of Japan d’après des négatifs de Raimund von Stillfried, Felice Beato et autres photographes. Vers 1877-1878.
  • Stillfried & Andersen. Views and costumes of Japan d’après des négatifs de Raimund von Stillfried, Felice Beato et autres photographes. Vers 1877-1878.
  • Genthe, Arnold, 1869-1942, photographer. Arnold Genthe Collection (Library of Congress). Negatives and transparencies. http://www.loc.gov/pictures/item/agc1996015771/PP/

Uscire dal dualismo

Di Régis Soavi

Soulevez le ciel puis repoussez la terre_TSUDA_WEBAffrontare il tema omote-ura nell’Aikido mi evoca immediatamente yang-yin ( in giapponese yo/in).

Ciononostante in occidente la tendenza generale è di percepirlo in maniera manichea; si oppongono l’uno all’altro, si dividono tra il luminoso e l’oscuro, si categorizza, si dice positivo e negativo, oltre a tutti i riferimenti che questo ci fa tornare in mente, scolastici o anche sessisti. È molto facile, abbiamo delle abitudini, non ci pensiamo neanche.

Si rappresenta il Tao disegnato a due dimensioni, o meglio sotto forma di sfera dove lo yin e lo yang si compenetrano, ma in realtà ognuno resta al suo posto: tu, io, lui, l’altro.

Si disserta filosoficamente dell’uno o dell’altro, si dimenticano i grandi pensatori cinesi: Lao Tsu, Chouang Tseu, Li Tseu, o Sun Tse, per citare i più conosciuti.

Il nero o il bianco, lo yin o lo yang. Ed il grigio cos’è?

Se si resta in un pensiero dualista, è un miscuglio dei due.

Il mio Maestro Itsuo Tsuda non citava praticamente mai omote o ura, del resto dava raramente un nome giapponese a ciò che faceva o mostrava. Perfettamente bilingue, ha sempre preferito il francese per le sue spiegazioni, particolarmente nei suoi libri che scriveva di getto, senza quasi alcuna correzione.

Sapeva guidare la nostra sensibilità e farci sentire grazie alla pratica del Katsugen undo (Movimento rigeneratore), dello yuki, e soprattutto attraverso il suo tocco o anche la sua presenza silenziosa, questo mondo non dualista che era venuto a farci scoprire.

Scoprire con il corpo

Aikido, è scoprire con il proprio corpo, voglio dire fisicamente, concretamente, sentire scorrere i fluidi seguendo i circuiti a tendenza yin o yang.

le yin devient yang_WEBQuando durante una seduta si cita omote o ura, si cita generalmente solo l’insieme del movimento, la sua tendenza, eventualmente il suo finale.

E’ la respirazione che può aiutarci a comprendere meglio, sentire, di cosa si tratta. È meglio cominciare lavorando con un ritmo piuttosto lento, se si va troppo veloce all’inizio è grande il rischio di non riuscirci. Ci si concentra sulla respirazione, si segue l’inspirazione, l’espirazione, ci si muove concentrandosi sulla sensazione interiore, si può lavorare su esercizi di questo tipo con un partner chiudendo gli occhi e rimanendo concentrati sul centro. Le braccia per esempio si aprono o si chiudono indipendentemente dalla nostra volontà, obbediscono ad una necessità che nasce dallo yin o dallo yang.Soulevez le ciel puis repoussez la terre_en action_ Regis Soavi_HORIZ-1_WEBSe si vuole praticare l’Aikido come pratica del Non-Fare, tutto il lavoro si fa al livello del sentire, si scava, si approfondisce e poco a poco qualcosa si muove in noi; ed un giorno ci si rende conto che si è superato qualcosa. Questo muro che ci bloccava, che rendeva la nostra tecnica dura o incerta, e quindi artificiale, completamente fuori dalla realtà, è caduto. È in quel momento che ci si sente liberi, così liberi. La ricerca allora prende tutt’altra piega. La percezione dello yin, dello yang diventa un’evidenza. È qualcosa che ho difficoltà a spiegare a parole, perché tutto diventa semplice: i gesti, gli spostamenti, non c’è più mentalizzazione. E’ diretta a partire dal centro, e inoltre, una grande dolcezza si instaura in noi, una dolcezza che può essere yin o yang, ma che in ogni caso è molto forte, una dolcezza di una grande potenza che agisce e sa agire in armonia con il partner o l’avversario, se eventualmente le circostanze ci hanno portato in una situazione tale che colui che si trova di fronte a noi si comporti così.

La tendenza durante l’inspirazione è piuttosto verso l’apertura e dunque yin; l’espirazione chiude il corpo e la sua tendenza è yang. Con la sola respirazione già si possono sentire, se si è attenti, lo yin e lo yang, ma non sono che l’espressione e la direzione di una energia che si è materializzata.

La parte visibile, quella che il corpo fisico potrà eventualmente utilizzare, è pronta.

Nel corpo la parte anteriore, il davanti, è yin e la schiena è yang, anche se le gambe sono yang davanti e yin dietro: questo è ammesso in tutte le scuole, ma il passaggio del ki dall’uno all’altro è raramente esplicitato nelle arti marziali, se ne parla spesso solo in generale.

Il mio incontro con il Itsuo Tsuda, la pratica del Katsugen undo, la scoperta del Seitai del Maestro Haruchika Noguchi sono state determinanti nella mia ricerca e mi hanno permesso una comprensione del corpo, del suo movimento che mi era mancata fino ad allora. Certe zone che erano rimaste vaghe nell’insegnamento dell’Aikido, come l’hara, sono diventate estremamente precise nel Seitai. Si può per esempio verificare lo stato dei «tre punti del ventre». Il primo che deve essere yin, il secondo che deve essere neutro, ed il terzo yang, bello positivo e reattivo.

«Lo scopo del Movimento rigeneratore è di regolarizzare il nostro organismo, di seitaizzarlo.Regolarizzare il nostro organismo non è necessario solo per essere in salute. Qualunque sia il genere di attività che si eserciti, che si tratti di fare calligrafia, di disegnare o di praticare le arti marziali, bisogna prima di tutto cominciare col regolarizzare il nostro organismo, altrimenti si rischia di mancare il bersaglio»1

Non-fare e non dualismo

Nell’Aikido lasciamo il ki sorgere dal seika tanden, dall’hara (3° punto del ventre nel Seitai), e la sua tendenza è yang perché risulta dalla forza che viene dalla schiena, forza che non si esprimerà nelle spalle, come si vede troppo spesso, ma naturalmente grazie al koshi.

Il punto di passaggio di questa forza, di questo ki diventato yang, è la 3° vertebra lombare che è appunto in posizione yin nella colonna vertebrale. Se si visualizza la respirazione addominale si constata che l’inspirazione yin gonfia l’addome e prepara l’atto che sarà yang, nello stesso tempo, il ki discende lungo la colonna vertebrale ed irriga l’insieme del corpo.2.

Quando il ki esce direttamente al livello del centro la sua tendenza quindi è yang, ma in funzione del circuito che prende si esprimerà sotto forma yin o yang. Se segue i circuiti interni del ventre, delle braccia, la parte anteriore del corpo, allora diventa yin, altrimenti la sua espressione è yang. La forza che ne risulta sarà yin o yang anche in funzione del momento in cui viene utilizzata.

Perché ovviamente, in un mondo non separato, anche il tempo fa parte di questa unità. Anche se si può rallentare o accelerare il momento di un impatto per esempio, così da trovarsi in modo molto preciso nel posto giusto, al momento giusto, con la respirazione giusta ed il ki giusto, tutto ciò non accadrà se non grazie alla coordinazione che riuscirà a fare il nostro «sistema involontario». È precisamente qui che l’insegnamento di Itsuo Tsuda ha apportato degli elementi decisivi. Perché, facendoci entrare nel mondo della sensazione, insistendo sul Non Fare, e permettendoci di scoprire il non dualismo, ci ha dato delle chiavi che possiamo utilizzare ancora oggi, perché sono alla portata di tutti, come i suoi libri testimoniano.

Yin e yang

Se si scompone un movimento come ryo te dori ten chi nage nella forma omote, uke arriva con una forza yang. È nel pieno dell’espirazione, tori lo riceve alla fine del suo yang, lo yin è già cresciuto in lui, è diventato incomprimibile, crescerà ancora e andrà a sommergere uke. Poi è la volta dello yang di crescere, lo si constata per il fatto che le braccia si girano, questa volta è la linea di demarcazione tra yang e yin che passa dal basso verso l’alto. Ma per uke il movimento è cominciato all’inizio dell’ispirazione, non potendo resistere si stacca e cade come quando un frutto è maturo e cade nella mano. Nella forma ura, tori deve aspettare perché lo yang è ancora troppo potente, gira per deviare questa forza ma appena ricostituisce la sua forza yin, può utilizzare allora lo yang per ripartire in omote o lasciare che lo yin continui il suo lavoro fino all’avvolgimento totale dell’uke.

Tenshin-nage-ura_COMMENT LE YIN DEVIENT YANG DANS TEN CHI NAGE URA_HORIZ_WEBLo stesso nel kokyu ho, ci sono differenti modi di fare: o si proietta subito la forza yang, oppure si lascia crescere la forza yin per utilizzare alla fine lo yang. Anche lì tutto dipende dalle condizioni, dal momento, dal partner.

La forza yang è più diretta, più dirigista rispetto allo yin, ma è facile che ci indurisca. I padri troppo autoritari conoscono questo problema con i loro figli e la rottura è spesso consumata al momento dell’adolescenza.

La forza yin è avvolgente, dolce ma alle volte mal utilizzata, come fanno certe madri. Rischiano di imprigionare il bambino e faticherà ad uscire dall’impronta e dal nido famigliare.

Idealmente lo yin quando finisce permette lo spiccare il volo del luminoso, dopo il lavoro interiore, “oscuro”, della preparazione che è l’infanzia, un vero distacco senza rottura, come il frutto maturo che si stacca dall’albero al momento giusto. Lo spiccare il volo del luminoso è la libertà senza pensiero. La possibilità di essere il proprio TAO. Semplicemente la realizzazione dell’essere.

Le sfere del corpo

SPHERES_Irimi_WEBIl nostro corpo si presenta tra l’altro con una superficie esterna: la pelle, è in qualche modo la sfera materiale. Ma noi non siamo limitati dalla pelle, la pelle delimita solamente le yin interno dallo yang esterno, ura e omote. Questa superficie è una sfera che ha preso la forma di essere umano.

Al di là di questo esiste un’altra sfera che ognuno può sentire istintivamente. Si presenta piuttosto sotto la forma di un uovo deformabile in funzione dei bisogni. Questa sfera è spesso rappresentata dalle religioni, viene chiamata Mandorla o Aura. È la rappresentazione visuale di una realtà avvertita da popoli interi, e mantenuta viva nelle arti marziali. Anch’essa è yin all’interno e yang all’esterno con un limite estremamente preciso, si può così constatare che ciò che è yang rispetto alla pelle è yin rispetto alla sfera energetica.

Irimi e tenkan

Irimi_WEB
Irimi nage

Quando si fa irimi per esempio, si fa entrare uke nella nostra sfera yin, gli si dà sollievo del suo ki yang in eccesso diventato duro, rigido, si normalizza il suo terreno, gli si permette di ritrovare un equilibrio interno. Poi in irimi nage si finisce con un movimento yang, che provocherà in lui il desiderio di cadere per evitare il peggio. D’altra parte in tenkan le due sfere si sfiorano e si compenetrano solo al livello della mano. Le superfici yang spinte, sostenute dallo yin interno, diventate forti, si affiancano, si respingono e scivolano l’una contro l’altra.

Se tori fa scivolare il gomito entrando nella sfera di uke, allora il suo movimento yin crescerà fino a sommergere uke che, anche in questo caso, cadrà per evitare gli inconvenienti di questo rovesciamento di situazione.

Nella nostra scuola, la prima parte della seduta di Aikido è una pratica solitaria. Uno degli esercizi consiste nel sollevare le braccia con le palme rivolte verso il cielo, poi nell’abbassarle. Itsuo Tsuda ci diceva: «Sollevate il cielo poi respingete la terra.» Ci sono diversi modi di fare questo esercizio. Se si cerca di sollevare con lo yang le spalle si contrarranno, se si cerca di respingere la terra con lo yin si resterà incastrati al centro del movimento. Alzare le braccia facendo corpo (yin) con il cielo e scendere in armonia con la terra (yang), era questo tipo di lavoro, di visualizzazione, che ho iniziato con il mio Maestro e che continuo da più di quarant’anni.

Rendere cosciente la circolazione del ki, migliorare la nostra percezione di questo movimento, di questa sfera di energia, di cui molti parlano ma che pochi percepiscono chiaramente, è così che concepisco il mio lavoro attualmente.

Permettere la normalizzazione del terreno delle persone che vengono al dojo, dare loro gli strumenti visibili o invisibili, consci o inconsci per permettergli di giungere all’indipendenza, all’autonomia, alla libertà interiore.

Per questo la presa di coscienza di omote-ura, in quanto espressione dello yang-yin, è a mio avviso indispensabile.

Articolo di Régis Soavi sul tema Omote-Ura, pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 11) nel mese di gennaio del 2016.

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  1.  Estratto della conferenza Regolarizzare l’organismo di Noguchi Haruchika sensei, tradotta in francese da Tsuda Itsuo (trad. it. Il triangolo instabile, capitolo XIX).
  2.  Il Maestro Noguchi Haruchika preconizzava d’altra parte l’esercizio Sekitsui Gy?ki – 脊椎行気法 o Respirazione attraverso la colonna che si fa a partire dai “secondi punti della testa” e che permette la normalizzazione del terreno (dell’insieme del nostro corpo, beninteso in modo unitario, fisico, mentale, ecc).
  3. Foto di Régis Sirvent e Jérémie Logeay

Kokyu rivelazione dell’unità dell’essere

Di Régis Soavi

In uno dei suoi libri Itsuo Tsuda ci dà il suo punto di vista su Kokyu :

Cover_ItsuoTsuda_LaViaDellaSpoliazione_WEB«Nell’apprendimento di un’arte giapponese è sempre questione di “kokyu”, che è l’equivalente propriamente detto della respirazione. Ma questa parola significa anche abilità nel fare qualcosa, il trucco del mestiere. Quando non si ha “kokyu”, non si può eseguire qualcosa come si deve. Un cuoco ha bisogno di “kokyu” per servirsi bene del proprio coltello, e l’operaio per i propri utensili. Il “kokyu” non si spiega, si acquisisce.Quand’ero giovane, ho visto un operaio lavorare con il suo cacciavite su macchinari molto arrugginiti. Ho provato a svitare, ma invano, tanta era la ruggine. Per lui, la cosa non poneva alcun problema, svitava con facilità, non perché fosse più forte, ma perché aveva il “kokyu”.Quando si acquisisce il “kokyu”, si ha l’impressione che utensili, macchine, materiali, fino ad allora «indomabili», divengano improvvisamente docili ed obbediscano ai nostri ordini senza opporre resistenza.Il ki , il kokyu, respirazione, intuizione, ecco i temi intorno ai quali ruotano le arti ed i mestieri del Giappone. Costituiscono il segreto professionale, non perché lo si voglia custodire come un brevetto d’invenzione o come mezzo per guadagnarsi il pane, ma perché è intrasmissibile intellettualmente. La respirazione, è l’ultima parola, il segreto supremo dell’apprendimento. Solo i discepoli migliori vi accedono dopo anni di grandi e continui sforzi.Un maestro di arti marziali a cui i cani abbaiano non è un buon maestro, si dice. I Francesi sanno farli tacere infilando loro uno zuccherino in gola. È astuzia, è un trucco, ma non è kokyu, respirazione, che è tutt’altra cosa.»

Itsuo Tsuda, La Via della Spoliazione – Yume Editions

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Misogi del primo gennaio

Le note che seguono hanno la funzione di ritracciare le origini e i momenti importanti della preparazione e dello svolgimento del Misogi del primo gennaio così come si pratica nei dojo della Scuola Itsuo Tsuda. Non sostituiscono in nessun modo la trasmissione orale e il vissuto della cerimonia, sono delle indicazioni non un procedura imposta da seguire. Per aiutare a entrare meglio nell’ambiente di questi momenti, sembra utile presentare questo testo basandosi sui tre ritmi della tradizione giapponese: jo – ha – kyu.

Ecco sull’argomento, qualche estratto del libro di Itsuo Tsuda, La scienza del particolare: “Studiando il teatro Nō, ho conosciuto i tre ritmi: jo – lento, ha – normale, e kyu – rapido […]. Jo significa introduzione, ha rottura, cambiamento, e kyu rapido […]. I frutti crescono gradualmente (jo), maturano a vista d’occhio (ha), e di colpo si staccano dai rami (kyu).”

Origine e preparativi (jo)

La vita dei dojo della nostra Scuola è ritmata da diversi cicli temporali. Tra quello che inizia con la creazione del dojo e quello, quotidiano, delle sedute diAikido, si trovano il ciclo plurisettimanale delle sedute di Katsugen undo, il ciclo stagionale degli stage e quello annuale del Misogi del primo gennaio.

Misogi è una pratica che viene dallo Shinto pre-buddista. Lo Shinto o Kami-no-michi, via degli Spiriti della Natura o via degli Antenati non è una religione come si intende in Occidente. Una religione nel senso occidentale comprende una dottrina, dei rituali e una morale. Nello Shinto, non ci sono né una dottrina ben definita né una morale, restano dei rituali tra cui si trova Misogi. È nel Kojiki (Cronache dei Fatti Antichi) che si trova la prima traccia scritta di questo termine, e più precisamente nel passaggio in cui Izanagi, volendo sbarazzarsi dello sporco preso quando era passato dal regno dei morti, andò a fare delle abbluzioni –misogi– in un corso d’acqua.

Noh-okina

Questo rito, in Giappone, si svolge in molti luoghi, in particolare nei dojo di arti marziali ma anche nei teatri Nō. Nel caso dei dojo di arti marziali, prende generalmente la forma di una seduta intensiva che si tiene dopo l’inizio dell’anno solare. Nei teatri Nō, la cerimonia porta il nome del brano che viene rappresentato: Okina1Fonte : Armen GODEL, joyaux et fleurs du Nô. Édition Albin Michel 2010 et http://www.the-noh.com/en/plays/data/program_067.html.

Esso ha luogo unicamente il primo giorno dell’anno o nelle grandi occasioni. Le porte del teatro sono chiuse durante il suo svolgimento, cosicché le persone in sala prendano parte al Misogi con gli attori. La loro entrata in scena è preceduta da diversi rituali che possono variare da una scuola all’altra, tra questi, si trova  kiribi: un assistente batte delle pietre focaie davanti ad ogni attore e poi sulla scena. Il momento centrale del Misogi è  Okina. Composto da tre danze, è il brano più antico del repertorio, non ha una trama narrativa. Quando è soltanto recitato, porta il nome di  Kami Uta che il Maestro Tsuda ha tradotto con Nō divino.

Nel suo dojo a Parigi, egli aveva scelto per il Misogi una forma che deriva da quella praticata nei teatri Nō. Nei giorni precedenti l’inizio dell’anno, così come lo shite -attore principale- dell’Okina, rallentava le sue attività. Il giorno della cerimonia, recitava il Nō divino dopo che uno dei praticanti aveva battuto le pietre focaie. Un anno in cui condusse il Misogi a Ginevra, aveva detto ai suoi allievi che potevano, in sua assenza, fare la prima parte della pratica respiratoria al posto della recitazione del Nō divino. Dopo la morte del Maestro Tsuda, Régis Soavi, che fu suo allievo per dieci anni, propose, nei dojo dove insegnava, di associare un elemento live -la prima parte della pratica respiratoria e in particolare la recitazione del Norito– a una registrazione del Nō divino recitato dal Maestro Tsuda e realizzata negli ultimi anni della sua vita.

Misogi è generalmente tradotto con purificazione, ma bisogna evitare di cercarvi una connotazione morale. Misogi non significa diventare buoni, gentili o smettere di essere cattivi… Bisogna intendere questo termine ‘purificazione’ come sinonimo di spoliazione. Per estensione di questa traduzione, se si considera che quando si purifica una sostanza essa si addensa, si concentra, si può considerare questo rito come un processo di ricerca e di scoperta della concentrazione. Il Misogi del primo gennaio è una festa, è una cerimonia laica con origini rituali giapponesi.

De droite à gauche : Masamichi Noro, Katsuaki Asai, Itsuo Tsuda lors du 1er janvier 1971
Da destra a sinistra: Masamichi Noro, Katsuaki Asai, Itsuo Tsuda al 1 ° gennaio 1971. Collezione privata di Madame Noro Tavel

I preparativi per la cerimonia iniziano in generale verso la metà dell’autunno. Ciò che attira in primo luogo l’attenzione è la creazione dell’invito che sarà mandato alle persone che i membri del dojo desiderano invitare al Misogi. È un momento privilegiato per far scoprire il dojo a persone a noi vicine, che siano più sensibili alla concentrazione della cerimonia o al lato più conviviale che segue con il brindisi con il sake. Verso la fine di novembre, un gruppo di persone, in generale i membri del consiglio direttivo, predispone il planning e la lista dei compiti da svolgere, in particolare per quanto riguarda le pulizie del dojo. La parola “pulizie”, intesa nel senso di abluzione, è quindi la traduzione prima di Misogi. Così come Izanagi si bagnava nel fiume, il dojo si lava abbondantemente. Quello che potrebbe essere visto come un compito noioso è spesso un momento gioioso, scaglionato su uno o due week end in mezzo al mese di dicembre. È il momento di pulireposti un po’ dimenticati nel resto dell’anno e di alleggerire gli armadi da certi oggetti non utilizzati, che a volte continueranno la loro vita a casa di qualcuno, in ogni caso lontano dal dojo. I pranzi in comune durante le giornate di pulizie sono l’occasione di spiegare ai nuovi lo svolgimento della cerimonia e di cominciare a vedere chi sarà presente e chi vuole partecipare.

Tra i  ruoli importanti, possiamo citare: la persona che conduce la seduta, quella che batte le pietre focaie, le persone che vogliono praticare, quelle che si occupano dell’accoglienza e di far prendere posto alle persone che assistono, la persona che fa partire la registrazione del Nō divino. E anche quella che va a comprare il saké, quelli che lo servono, quelli che coordinano la lista dei piatti e dolci portati per accompagnare il saké. Torneremo più avanti su alcuni punti specifici. Si può comunque già dire che è difficile pensare che la persona che conduce la seduta o quella che batte le pietre focaie debbano anche gestire, per esempio, il servizio del saké. Tutto questo implica quindi l’impegno di un numero notevole di persone nell’ottica di uno svolgimento piacevole per tutti del Misogi.Nelle settimane che precedono la cerimonia, viene presa una decisione riguardo alla persona che condurrà la seduta e quella che batterà le pietre focaie. Questa scelta è sempre una convergenza tra un desiderio individuale e un desiderio collettivo. Non è raro che dei nomi emergano rapidamente durante le discussioni, è in ogni caso incongruo pensare che una persona o l’altra dovrebbe condurre perché non l’ha mai fatto! È apprezzabile anche che una certa intesa ci sia o si crei tra queste due persone. Succede a volte che un dojo inviti un membro della Scuola che pratica in un altro dojo, per condurre il Misogi, è comunque poco frequente. È preferibile che queste due persone  si immergano nell’ambiente dei preparativi della cerimonia. La loro presenza è quindi benvenuta durante le giornate di pulizie ed è indispensabile durante le prove (in generale una o due) dello svolgimento della cerimonia. Queste prove non hanno lo scopo di arrivare a una perfetta esecuzione ma piuttosto permettere ai partecipanti di sentire la concentrazione necessaria. Misogi potrebbe essere visto come uno spettacolo, per quanto il suo svolgimento è regolato minuziosamente, ma non si tratta di questo.

Prima della cerimonia (ha)

È fondamentale che I praticanti si organizzino in modo che l’essenziale per non dire la totalità delle questioni che si pongono e dei compiti da svolgere siano risolti il più in anticipo possibile rispetto al 31 dicembre. Questo ultimo giorno dell’anno -a parte la seduta mattutina di Aikido- non vedrà che un’ultima pulizia dei tatami e la creazione di un ikebana o di un mazzo di fiori. Il dojo sarà allora lasciato a riposo fino all’indomani mattina. Questo spazio temporale senza attività, che permette al luogo di vuotarsi, si chiama Ma in giapponese. È un preambolo essenziale al buon svolgimento del Misogi.

dojo

Il mattino del primo gennaio, la persona che conduce la cerimonia è probabilmente tra i primi a entrare al dojo. Se per caso, la incrociamo, non dobbiamo parlarle o preoccuparcene. Le sue prime parole quel giorno saranno per la recitazione del Norito.

Intorno alle dieci, i partecipanti cominciano ad arrivare. Sono accolti, idealmente, da due persone, una che praticherà e l’altra no. La seconda si incaricherà di fargli prendere posto mentre la prima, all’ora stabilita, chiuderà la porta del dojo.

Il tempo, relativamente breve, tra l’apertura del dojo e l’inizio della cerimonia è un momento particolare. Usciti dalle strade addormentate, a volte un po’ annebbiati dalle feste della vigilia, tutti scoprono allora il dojo bello e pulito come non mai. Siamo qui, il nuovo anno comincia!

Verso le dieci e venti, le persone che assistono sono sistemate sui tatami, davanti al tokonoma; un passaggio viene lasciato dietro di loro. La persona che conduce e quella che batte le pietre focaie hanno preso posto una di fronte all’altra. I praticanti si coordinano per uscire dagli spogliatoi e posizionarsi.

La cerimonia (kyu)
Régis Soavi lors du misogi 2012 au Dojo Tenshin
Régis Soavi al Dojo Tenshin il 1 ° gennaio 2012

Tra le dieci e venticinque e le dieci e trenta, il praticante incaricato dell’accoglienza chiude la porta così come la tenda, creando così uno spazio doppiamente chiuso.Posizionandosi alla vista di colui che batte le pietre focaie, segnala che la cerimonia può cominciare. La persona che conduce avanza dall’angolo in cui era, per lasciare un passaggio dietro di sé.Les silexAl momento opportuno, la persona incaricata delle pietre focaie le prende dalla scatola. Poi si alza e con un passo semplice e concentrato, fa il giro del dojo, fermandosi in ogni angolo per battere per due volte e ben alte le pietre focaie, che producono delle scintille che forse sarà la sola a vedere. Tramite quest’atto e questo percorso, materializza lo spazio sacro nel quale si trovano tutti i partecipanti.Capture1Una volta finito ciò, sistema le pietre focaie nella loro scatola e raggiunge gli altri praticanti. La persona che conduce si alza per il saluto alla calligrafia. Contrariamente alle sedute quotidiane, non saluta con un’arma ma utilizza un ventaglio bianco che non verrà aperto.

Come detto sopra, il Norito saranno le sue prime parole. Momento particolare, che nel quotidiano aiuta a fare il vuoto e permette il passaggio dalla vita corrente alla seduta, la recitazione prende quel giorno un’intensità più forte del solito.  La pratica respiratoria che segue è più breve, come nelle sedute di Ame no ukihashi ken.

Per concludere la cerimonia, si ascolta la registrazione del Nō divino recitato dal Maestro Tsuda. Questo documento sonoro ci permette di continuare a celebrare, in una forma che ci appartiene ma con uno spirito intatto, il Misogi come lui l’aveva fatto scoprire ai suoi allievi.

Le porte del dojo vengono riaperte verso le undici e un quarto, la sistemazione delle tazze da saké e delle cose da mangiare che l’accompagnano lascerà a tutti il tempo di ritrovarsi per festeggiare il nuovo anno.

sake

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Notes

  • 1
    Fonte : Armen GODEL, joyaux et fleurs du Nô. Édition Albin Michel 2010 et http://www.the-noh.com/en/plays/data/program_067.html ↩︎

Kokoro

Testo di Haruchika Noguchi, fondatore del Seitai e del Katsugen undo.

Guillemet

Il kokoro che risiede nel più profondo dell’uomo possiede delle facoltà inestimabili; le sue possibilità sono tanto illimitate e inesauribili che, se si unifica il ki e lo si concentra tutto in esso, non ci si ritroverà mai incapaci o impotenti. Tutto cambia, e non solamente il corpo, quando il ki si centra e si concentra nel kokoro. Coloro che lo mettono in pratica mi commentano in seguito i cambiamenti vissuti.

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Haruhika Noguchi Photo : Seitai Kyokaï

Molti associano la parola kokoro alla volontà, ma questa, di fatto, non possiede virtù proprie; invece, al posto di pretendere di riuscire qualcosa a forza di volontà, se visualizziamo semplicemente che ci arriveremo, il nostro desiderio diverrà realtà. Chiunque sa utilizzare il proprio kokoro vedrà la realizzazione dei propri desideri.

Dalla notte dei tempi ad oggi l’essere umano ha inventato un numero incalcolabile di cose. Ecco qui una tavola. Questa non esiste da sempre, è nata dall’uso della visualizzazione. La visualizzazione precede sempre ciò che esiste; solo dopo interviene la parola. Se noi procediamo in questo stesso ordine, passo passo, senza deviare e con fermezza, il nostro desiderio si realizzerà. Allora i diversi mondi attraverso i quali evolve l’Umanità si amplieranno ulteriormente. L’uomo è così.

Chiunque non sente più emergere il desiderio nel proprio kokoro è vicino alla fine; anche se si mantiene in vita è già a metà morto. Chiunque non sperimenta più dei nuovi desideri diventa vile e manca di slancio. Se tutti realizzassero che grazie al kokoro si aprono dei nuovi cammini nella vita, se si moltiplicassero coloro che lo sanno, io proverei una grande gioia.

Ultimamente osservo gli occhi dei bambini dell’asilo: quanti hanno già perso la loro fiamma! E lo constato ancora di più tra i bambini delle elementari. Questo è dovuto, credo, al fatto che siano già condizionati dall’istruzione ricevuta, hanno perso la motivazione, hanno già ucciso il loro desiderio. Che peccato. Se tutti noi collaborassimo a creare un mondo in cui brillino gli occhi di tutti i bambini e dei giovani, e in cui anche s’illuminassero tanto i nostri quanto quelli di coloro che ci circondano, allora il mondo evolverebbe più vivo e più gioioso.”

Testo preso dalla rivista Zensei (Barcellona) n° 28, (1° trimestre 1982) Tradotto dallo spagnolo in francese ed italiano dalla Scuola Itsuo Tsuda

Titolo in spagnolo: EL CORAZON

Autore Haruchika Noguchi

© Seitai Kyokai, Zensei,1-9-7 Seta, Setagaya-Ku, Tokyo, Japon

Un’arte di unirsi e di separarsi

Di Régis Soavi

Il mio maestro Itsuo Tsuda, citando O Sensei Ueshiba, ha scritto nel suo secondo libro: “L’Aikido è un’arte di (musunde hanatsu) unirsi e separarsi”1Itsuo Tsuda (1914-1984), La via della spoliazione, p.173-174.

Eregis_soavi_Aikido 1ra un aspetto molto presente nel suo insegnamento, però non ha mai utilizzato i termini Awase e Musubi2Armonizzarsi (awase), unirsi (musubi). Ci parlava in francese, ci parlava di qualcosa di più grande di noi. Ci invitava a realizzare in noi il vuoto mentale per poter percepire qualcosa. Diceva a volte: “Dio (nel senso di kami) parla senza sosta, ma noi esseri umani non riusciamo a sintonizzarci, quindi non sentiamo niente. O allora sentiamo appena dei suoni come una radio disturbata. Ma dio parla chiaramente”.  Quindi per lui sta a noi metterci in uno stato che ci permetta di “ricevere”. L’Aikido della Scuola Itsuo Tsuda è basato su quello che lui, invece, chiamava la fusione di sensibilità, quindi sulla fusione con il partner: di fronte a un attacco, c’è una risposta, ma perché la risposta sia adeguata, dobbiamo fondere con il partner. In occasione delle sedute parlo per esempio di fondersi e armonizzarsi con il partner, di sentire il suo centro. E in quel momento si è legati da qualcosa, più niente ci è estraneo. Oggi comincio ad andare un po’ più lontano nella pratica dell’Aikido e sento molto di più quello che Tsuda sensei voleva dire a proposito del legame che ci unisce all’Universo. Si sente veramente come un legame tra questo Universo e il partner, e si constata che ciò circola, che tutto torna all’Universo.

La Pratica respiratoria : una pratica di Musubi

La Pratica respiratoria3Una serie di esercizi individuali che precedono le tecniche a coppie. che facciamo a inizio seduta ci mette in una “condizione di spirito” che ci permette di ricevere, di creare un legame tra l’Universo e noi. Non si sa esattamente cos’è l’Universo. Non sono le stelle, non è un buco nero, ecc. è qualcos’altro. Per la Pratica respiratoria restiamo il più vicino possibile agli insegnamenti di O Sensei Ueshiba, Tsuda sensei era preciso su questo. Per esempio facciamo tre volte la vibrazione dell’anima, Tama-no-hireburi, ogni volta con un ritmo diverso (lento, medio, rapido) e unicamente all’inspirazione. La prima volta si evoca Ame-no-minaka-nushi, Centro dell’Universo. Dico a volte che è un’ “invocazione-evocazione”.Tama-no-hireburi_Vibration ameO Sensei Ueshiba diceva di evocarlo tre volte durante la vibrazione dell’anima: chi conduce la seduta lo dice a voce alta poi lo si evoca altre due volte interiormente. Sono informazioni che ho sentito (solo) da Tsuda sensei, e da nessun’altra parte. Dunque quando si evoca Ame-no-minaka-nushi, come O Sensei Ueshiba diceva, ci si mette al Centro dell’Universo. Centro dell’Universo non è “Centro del Mondo”, né “io e gli altri”, né qualcosa di religioso. In qualche modo è inafferrabile, ma allo stesso tempo è estremamente concreto. In ogni caso non ci ingombra (la mente), è Centro dell’Universo e possiamo esserci. Poi la seconda volta si evoca Kuni-toko-tachi, l’Eterna Terra, per me è l’umano, è la materia. Il primo è immateriale, il secondo diventa concreto, è materia. Poi il terzo kami evocato-invocato è Amaterasu, la dea sole, la vita, ciò che ci anima. Racconto a volte la storia della grotta in cui Amaterasu si è rifugiata e della porta di roccia4Un mito descritto nel Kojiki.. O Sensei Ueshiba ne parlava spesso e anche Tsuda sensei la citava. È la vita che si era rinchiusa in una grotta oscura e che risorge. È importante aprire la porta di roccia in noi. Ci siamo rinchiusi, ci siamo rigidificati, non sentiamo più niente, e poi un giorno comunque apriamo uno spiraglio. L’Aikido ci porta un soffio d’aria, qualcosa che ci permette di respirare un po’ meglio. Allora, a partire da questo soffio, possiamo aprire di più e forse sentire meglio quello che i Kami hanno da dirci, quello che l’Universo ha da dirci. Non sono per niente religioso, ma ogni mattina recito il Norito, come lo faceva Tsuda sensei, come lo faceva O Sensei Ueshiba. Ogni mattina, all’inizio di ogni seduta, alle sette meno un quarto, recito il Norito, poi faccio la vibrazione dell’anima e questo da più di quarant’anni. E poco a poco scopro qualcosa, vado un po’ più lontano, sono più permeabile.

Awase: praticare con lo stesso partner può permettere l’armonizzazione con l’altro

A partire dalla prima parte della seduta, che è una pratica individuale, è importante mettersi in una certa condizione. Il lavoro di armonizzazione prosegue nella seconda parte durante la quale si pratica con un partner. Per favorire ciò, nella nostra Scuola si lavora con lo stesso partner per tutta la seduta. Potremmo cambiare a ogni tecnica, ma se vogliamo armonizzarci è difficile riuscirci nei cinque o dieci minuti passati con ogni persona. Per chi ha venti o trent’anni di pratica va bene… Ma se siete all’inizio, diciamo per i primi dieci anni, è anche in qualche modo rassicurante restare con lo stesso partner, si ha il tempo di armonizzarsi, di impregnarsi dell’altro. Così lo si sentirà, i primi contatti sono un po’ difficili a volte.  Ma su una stessa tecnica, una seconda, poi una terza si può andare un po’ più lontano, avvicinarsi al suo centro, respirare meglio il “profumo” del partner. Tsuda sensei parlava di scoprire il paesaggio interiore di qualcuno, ma scoprire il paesaggio interiore di sette o otto persone nella stessa seduta è più difficile. A volte, soprattutto alla fine della seduta, mi capita di far cambiare partner in particolare in occasione di Movimento libero. Ma ovviamente ad ogni seduta cambiamo, non è un partner a vita!

Il Non-Fare

Uke deve giocare un ruolo, senza essere violento, deve essere sincero nel suo attacco perché senza quest’energia, Tori sarà nel “Fare” e non nel “Non-Fare”. Vedo spesso nell’Aikido degli Uke molto gentili e Tori che massacra con gioia il suo Uke. Non è per niente il mio principio. Se parlo di attacco è che effettivamente quando Uke fa uno Shomen, uno Yokomen, uno Tsuki o una presa, è importante che un’energia venga sprigionata, lui “Fa”. Tori, invece, la devia, lascia passare quest’energia che si esprime nel fatto di stringere il polso o di colpire, passa a lato e la trasforma, allora è il “Non-Fare”. Non risponde all’attacco, lascia scorrere quest’energia, questo ki, va oltre l’attacco. Certo, non aspetta stupidamente di farsi colpire! Il Non-Fare non è non fare niente. Parto anche dal principio che se qualcuno attacca un’altra persona non sta bene con se stesso… Quando si sta bene con se stessi, quando si è ben vivi, non si ha alcuna voglia di andare ad attaccare gli altri. Non ci verrebbe nemmeno in mente. È perché non stiamo bene con noi stessi che ciò accade. Viviamo in un mondo violento, siamo educati a reagire in funzione di questa violenza, bisogna difendersi contro questo, contro quello… Ce ne siamo ammalati. Facendo l’Aikido, quando si è Tori, si sta “guarendo” questa violenza. Questa violenza che è nell’altro, che si esprime nel ruolo e nella fermezza di Uke, la si guida per trasformarla in qualcosa di positivo e liberatorio.

Il lavoro con le armi: Ame-no-uki-hashi ken

Ame no uki ashi ken_2Quasi trent’anni fa, ho deciso di parlare di Ame-no-uki-hashi ken per indicare il lavoro con le armi che facciamo in occasione degli stage e a volte nella pratica regolare. Il ken, la spada è una rappresentazione del ponte fluttuante celeste: Ame-no-uki-hashi. Si parla di Ponte fluttuante celeste quando si vede la Katana con la lama verso l’alto e si parla anche di Barca fluttuante celeste quando la lama è nell’altro senso, verso il basso. È abbastanza curioso perché è allo stesso tempo il ponte e la barca… è ciò che unisce il cielo e la terra, il conscio e l’inconscio, l’Universo e noi. Quando lavoriamo con le armi, queste sono un’estensione di noi stessi, oltre la nostra pelle, qualcosa che ci permette di andare un po’ più lontano, di scoprire anche la nostra sfera. Ame-no-uki-hashi: essere sul Ponte fluttuante celeste, era un’immagine che utilizzava O Sensei Ueshiba e che ci trasmetteva Tsuda sensei. Essere sulla lama della spada è essere in uno stato di attenzione che si potrebbe anche qualificare come “divino”, in cui una percezione diversa si può produrre. Non ho voglia di entrare nella discussione di sapere se bisogna usare o no le armi nell’Aikido, ciò non ha importanza. Faccio lavorare con le armi perché questo ci obbliga a essere in uno stato di estrema concentrazione pur mantenendo la distensione.  Le armi mi servono anche per rendere visibili le linee di ki, sia quelle del partner che quelle che partono da me stesso, in maniera più evidente. Per esempio, quando in una dimostrazione appoggio due bokken sul mio centro mostro anche che la forza viene dall’hara e non esclusivamente dalla muscolatura.

demostration_2 bokkenKokyu Ho: respirare

Tradizionalmente da Tsuda sensei la seduta cominciava sempre con la Pratica respiratoria, poi si faceva l’esercizio che si chiama Solfeggio, dopo si lavoravano le tecniche e alla fine c’era sempre Kokyu Ho in suwari waza5Esercizio (ho) che ha per scopo l’approfondimento della respirazione (kokyu) che si pratica in ginocchio (suwari waza).. Per Tsuda sensei, Kokyu Ho era l’occasione Kokyu Ho verticaldi fare solo una cosa: respirare. Dava, tra l’altro, la visualizzazione di aprire le braccia come si apre il fiore di loto. Non c’è più tecnica, c’è solo una persona che ci prende, e poi respiriamo attraverso, facciamo circolare il ki, attraverso le nostre braccia, attraverso il partner. Qualunque sia la resistenza del partner, ci apriamo a ciò e realizziamo la fusione di sensibilità. Per me ogni Kokyu Ho è diverso, con ogni persona. Non c’è tecnica particolare, ci sono, invece, delle linee che si propagano a partire dall’hara, c’è come una specie di sole che irradia e si può seguire ogni raggio di sole per trovare questo hara, qualcosa s’incendia e la persona cade a sinistra, a destra e si fa l’immobilizzazione. È per me un istante privilegiato di respirazione profonda. Quando parlo di respirazione profonda, parlo ovviamente di ki, cioè quando si respira profondamente il ki si mette a circolare in modo diverso.

Awase al di là dei tatami: occuparsi del bebé, il vertice delle arti marziali

“Saper trattare bene un bambino piccolo è per me il vertice delle arti marziali”6Itsuo Tsuda, Di fronte alla scienza, p. 25. Quando Tsuda sensei scrive questa frase mette in relazione l’Aikido e il modo di occuparsi del bebé nel Seitai di Noguchi Haruchika sensei. Diceva anche che occuparsi del bebé è come avere una spada sopra la  testa, appena si fa un errore “sciack”, la spada cade. Se si fa un parallelo con l’Aikido, il bebé è allo stesso tempo molto più esigente del maestro e molto più gentile; nel Seitai, occuparsi del bebé è avere un’attenzione permanente, costante, è abbandonarsi. I più grandi maestri parlano dell’importanza di abbandonarsi, è centrale nelle arti marziali. Awase, questa fusione di cui si parla, è anche accettare di abbandonarsi. Con il bebé tutto è questione di sensazione, si è nella fusione di sensibilità costante, come per esempio quando la mamma sa se il suo bebé piange perché ha bisogno di fare pipì, o ha fame o è stanco. Allo stesso modo, ma inversamente, per il samurai che si trovava di fronte al suo avversario, l’arte consisteva nello scoprire nell’altro il momento in cui la respirazione sarebbe stata irregolare, il momento in cui avrebbe potuto colpire. È fare appello a tutte le nostre capacità. Occuparsi del bebé è scoprire un mondo di sensibilità, per esempio attraverso l’arte di fare il bagno caldo nel Seitai. Sapere come far entrare un bebé nell’acqua, al momento della sua espirazione e farlo uscire dall’acqua all’inspirazione, quando si è capaci di occuparsi di un bebé in questo modo si è anche nel campo delle arti marziali. Toccare un bebé, cambiare un bebé nel ritmo della sua respirazione, farlo addormentare e posarlo addormentato senza svegliarlo… Certo, è molto più appariscente tirar fuori la propria katana e far finta di tagliare una testa! Ma per me, è talmente più difficile e importante mettere a letto un bebé che si è addormentato in braccio, essere capace di ritirare le mani da sotto il bebé senza che si svegli, questo è arte! Con un partner all’Aikido si può “barare”, un spintarella con le spalle, si forza un po’… con il bebé, non si può barare. C’è o non c’è fusione. Ho imparato molto con i miei bebé, penso che ho appreso con loro quanto con Tsuda sensei, anche se in modo diverso.

Musubi e Awase: l’inizio

Si considera generalmente che bisogna iniziare con l’imparare le tecniche e che dopo molti anni di lavoro si possono imparare Awase e Musubi. Nella nostra Scuola la Pratica respiratoria e la fusione di sensibilità sono all’inizio e inseparabili dal resto. Tutta la nostra ricerca si fa attraverso la respirazione, il “ki”. Questa direzione ci permette di approfondire la ricerca nella semplicità, piuttosto che nell’acquisizione e in questo senso ritroviamo la definizione di O Sensei Ueshiba: “Aikido è misogi7Termine shintoista traducibile come “purificazione del corpo e della mente”.“.

Articolo di Régis Soavi pubblicato sulla rivista Dragon Magazine, ottobre 2014. Tradotto dal francese.
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Notes

  • 1
    Itsuo Tsuda (1914-1984), La via della spoliazione, p.173-174 ↩︎
  • 2
    Armonizzarsi (awase), unirsi (musubi) ↩︎
  • 3
    Una serie di esercizi individuali che precedono le tecniche a coppie. ↩︎
  • 4
    Un mito descritto nel Kojiki. ↩︎
  • 5
    Esercizio (ho) che ha per scopo l’approfondimento della respirazione (kokyu) che si pratica in ginocchio (suwari waza). ↩︎
  • 6
    Itsuo Tsuda, Di fronte alla scienza, p. 25 ↩︎
  • 7
    Termine shintoista traducibile come “purificazione del corpo e della mente”. ↩︎

Incontro con la respirazione

itsuo tsuda respirationNato nel 1914 Itsuo Tsuda avrebbe avuto cent’anni.  Questo personaggio atipico, tenacemente indipendente, si considerava  prima di tutto un filosofo ed è una figura fondamentale dell’Aikido in Francia. È lui che introdusse il Katsugen Undo* in Europa all’inizio degli anni ’70.Allievo diretto di O’Sensei Morihei Ueshiba per gli ultimi dieci anni della vita di quest’ultimo, Itsuo Tsuda non riteneva importante dell’Aikido né l’aspetto sportivo né quello di arte marziale, ma piuttosto la possibilità di fare attraverso quest’arte una ricerca interiore, personale. Qualificò questa dimensione come «pratica solitaria» e si dedicò a trasmetterla nei suoi libri e nel suo insegnamento.Iniziando l’Aikido a quarantacinque anni sono le nozioni di ki e di Non Fare che l’attirano principalmente. Questi aspetti sono particolarmente tangibili in una serie di esercizi che precedeva, presso  O’Sensei Ueshiba, la tecnica e per la quale Itsuo Tsuda ha inventato l’espressione «Pratica respiratoria». Leggere di più →

Norito, risonanza

itsuo tsuda noritoMorihei Ueshiba O Senseï recitava durante il suo corso il norito, invocazione di origine Shinto. Itsuo Tsuda negli ultimi anni lo recitava quotidianamente e la tradizione è proseguita all’interno della Scuola Itsuo Tsuda.

“Il norito non appartiene al mondo della religione ma certamente al mondo del sacro nel senso Animista. Le vibrazioni e la risonanza portata dalla pronuncia di questo testo ci apportano a ogni seduta una sensazione di calma, di pienezza e a volte qualcosa che va al di là e resta inesprimibile. Il norito è un Misogi.* Per sua essenza, non è mai perfetto, cambia ed evolve. È il riflesso di un momento del nostro essere.”(Régis Soavi)

Questo norito è molto conosciuto in Giappone, si chiama  Misogi no harae. La versione che recitava il Maestro Tsuda è in qualche modo una versione corta.

norito

Itsuo Tsuda ricevette questo norito dalle mani di Nakanishi sensei che incontrò in occasione di un viaggio in Giappone. Lei gli trasmise anche la posizione delle mani che, senza essere rigida, è di una grande precisione. È un nodo di ki; tutte le dita devono toccarsi e anche la posizione dei gomiti ha la sua importanza. Nakanishi sensei fu la maestra di Kotodama di Morihei Ueshiba”da un colloquio con Régis Soavi

Itsuo Tsuda stesso scriverà: “Ad un dato momento della sua vita, il Maestro Ueshiba si è sentito bloccato nella prosecuzione della via, si è trovato di fronte ad un vicolo cieco. Era molto forte fisicamente, ma sentiva che gli mancava qualcosa. Fu allora che conobbe i Nakanishi. Aveva 56 o 57 anni mentre la signora Nakanishi ne aveva 20 e poco più. (…)”Itsuo Tsuda, La via degli Dei

Nel suo libro La via degli Dei (ed. originale La voie des Dieux, Le Courrier du Livre – 1982), Itsuo Tsuda tenta di chiarire alcuni soggetti di difficile accesso come lo Shinto e il Kotodama. Noi ne pubblichiamo qualche estratto per accompagnare l’ascolto della recitazione del Norito da parte di Itsuo Tsuda.

Guillemet“E’ veramente difficile definire quello che viene chiamato “shintoismo”, letteralmente, la  Via degli Dei. La denominazione è stata inventata per la necessità di paragonarla con le altre forme di “credenza” che sono state introdotte in Giappone nel corso dei secoli.(…)”

“Se devo dire in poche parole che cosa sia lo shintô , citerò un proverbio francese del XV secolo: «Acqua che scorre non porta con sé alcuna immondizia». Ciò che è importante, non è il dogma, ma la sensazione immediata di serenità. E’ possibile mantenere costantemente una sensazione di serenità, in qualsiasi circostanza? Se ci riuscite, non ho nulla da aggiungere. Sono piuttosto dell’avviso che la maggior parte delle volte, proviamo una serenità  precaria in certe particolari condizioni. Ci sforziamo di conservare questa serenità irrigidendoci. Significa salvare le apparenze.  È  essere ciechi non ammettere che abbiamo debolezze e difetti. Questo proverbio è oggi quasi sconosciuto. .(…)”

Kotodama (vibrazioni)

“Tutto l’Universo è concepito come pieno di sensazioni vibratorie. Queste vibrazioni esistono prima di essere percettibili.  Così, il Maestro Ueshiba parlava spesso, per esempio, del kotodama  della vocale «u», vibrazione che nasce dal ventre. Spiegava le funzioni di tutto il vocalismo che erano, in fondo, molto semplici, ma mi era difficile capirle perché si trattava di cose che non rientravano nelle mie abitudini. (…)”

“Secondo la signora Nakanishi, la particolarità del budô, delle arti marziali, risiede nell’attitudine a rispondere alle risonanze. E’ in questo che le arti marziali si incontrano col kototama . E’ anche in questo che differiscono dagli sport. In effetti, le arti marziali sono nate in tempi in cui si era esposti continuamente alla fatalità, senza preavviso. Non si trattava di esibire una tecnica fisica, davanti a degli spettatori in ammirazione, come al circo. Bisognava sentire l’avvicinarsi di un pericolo prima che i dati percettivi lo confermassero. Il momento della conferma è già troppo tardi perché determina non dei punteggi, ma la vita o la morte. (…)”

“L’aikido  concepito come movimento sacralizzato dal Maestro Ueshiba, sta scomparendo per lasciare il posto all’aikidô  atletico, sport di combattimento, più conforme alle esigenze dei civilizzati. «Il vero budô  deve essere come una specie di mai » ha detto la signora Nakanishi. «Sono gli altri che vi girano intorno, ma il vero maestro non si muove». Nello shintô, non c’è opposizione tra Dio e uomo come nel cristianesimo. Si tratta di ritrovare Dio in voi stessi. Questo viene chiamato chinkon kishin , placare l’anima e fare ritorno a Dio. Di fatto, non si può né calmare né agitare l’anima. Si purifica il ki  che si attacca alla nostra persona per mantenerci in vita, ma che allo stesso tempo ci espone a costanti agitazioni. (…)”Ha detto anche: «Di miracoli non abbiamo bisogno. La cosa più difficile è essere naturali, essere normali». Il mare calmo riflette la luna nella sua forma rotonda. Il mare agitato non dà che riflessi frammentati. (…)”

“L’insegnamento della signora Nakanishi mi ha svelato una nuova dimensione dell’universo. L’universo dello shintô  non corrisponde in niente alla concezione geocentrica pre Copernicana né alla concezione eliocentrica, consolidata da Newton. L’universo di cui lei parla non è situato da nessuna parte. Si crea dal Vuoto originale, nel momento e nel luogo in cui vi è necessità, e scompare appena il caso è chiuso. A partire dal Vuoto, si crea il Niente ed il Niente crea l’Esistenza. E L’Esistenza culmina nel Niente che ritorna al Vuoto. Non c’è quindi una creazione all’inizio del mondo, una volta per tutte. Ogni istante può essere il momento della creazione. Chiunque ci provi può creare l’Universo là dove si trova. Non dobbiamo dunque discutere con un Gagarin per negare o affermare l’esistenza di Dio nello spazio. Lo shintô  è troppo fluido per irrigidirsi nella sclerosi.

Ogni giorno è il primo giorno della creazione. Ogni giorno è forse l’ultimo giorno del ritorno al Vuoto. (…)” Itsuo Tsuda La Via degli Dei

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Itsuo Tsuda alla Sorbona

lecture sorbonne itsuo tsuda

80 anni dopo, Tsuda torna alla Sorbona

Un ponte tra l’Oriente e l’Occidente, Lettura-Incontro

Tracciando una profonda considerazione sugli sviluppi più importanti del pensiero umano, Itsuo Tsuda attraversa Oriente e Occidente e pone il ki al centro della sua ricerca.

Tsuda è venuto in Francia nel 1934 e ha studiato alla Sorbona con il sinologo Marcel Granet e il sociologo Marcel Mauss. Nel 1940, tornato in Giappone, si interessa agli aspetti culturali del suo paese, come la recitazione del Noh, la tecnica seitai e l’ Aikido. Negli anni ’70, comincia a diffondere le sue idee sul ki in Europa e pubblica nuovi libri in lingua francese.

Creando un ponte tra Oriente e Occidente, è stato in grado di sviluppare e presentare la conoscenza che le e’ stata trasmessa dai suoi insegnanti. Una sfida in cui l’essere umano è considerato al di là del tempo, luogo e tradizione. L’essere umano in quanto tale. La vita nei suoi molteplici aspetti. Tsuda offre un modo per risvegliare la sensibilità e per trovare la libertà interiore.

Questa lettura-incontro, condotta da Regis Soavi, conferenziere e insegnante di Aikido, allievo diretto di Tsuda, e Yan Allégret, scrittore e attore, sarà l’occasione per scoprire questo percorso.

Martedì, 4 novembre 2014 alle ore 19:30 presso l’Anfiteatro Guizot17, rue de la Sorbonne Paris 75005

Ingresso gratuito su richiesta tramite i servizi culturali: Agenda-culturel@paris-sorbonne.fr.

calligrafia di Itsuo Tsuda #2

pratiquer devant une calligraphieSeguito e conclusione del’intervista con Regis Soavi che racconta la sua scoperta della calligrafia d’Itsuo Tsuda.

Qui per leggere la prima parte dell’intervista.

“Mettere una calligrafia piuttosto che la foto di un Maestro, questo ha un altro interesse, che ho capito in seguito: questo evita un certo «culto della personalità». Invece di mettere una foto del maestro Ueshiba, ne avrei potuto mettere una del mio maestro, Itsuo Tsuda…. ma di colpo questo induce qualcosa verso «un Graande Maeeestro» che È, e questo va anche verso le religioni in cui ci sono dei santi, delle pitture di santi, delle statue di santi… nel buddismo c’è questo, nel cristianesimo anche, evidentemente…

Ma così, non c’è più la stessa risonanza, perchè sono delle foto di persone, dei «personaggi».

Con una calligrafia, questo permette a tutto il mondo di praticare, qualunque sia la sua religione.. perchè inchinarsi davanti al vuoto, questo non può infastidire nessuno…

Davanti ad un vuoto, dunque davanti alla natura, va molto bene…

E questo abitua l’occhio, poco a poco, inconsciamente ad apprezzare le calligrafie, se se ne guardano diverse, si comincia ad avere l’occhio che vede differentemente… la foto di un maestro confonde l’occhio, per me, mentre la calligrafia permette di aprirlo.

E’ in questo senso che per esempio, nel cristianesimo, malgrado tutto, le icone non sono delle immagini… c’è una differrenza tra l’immagine e l’icona… l’icona è una rappresentazione simbolica, anche se c’è un personaggio. E’ aperta verso qualcosa, mentre l’immagine è chiusa.

La calligrafia è stata una scoperta molto importante per me… posso sempre praticare davanti ad una foto ma, malgrado tutto quando ci si inchina davanti ad un maestro, ci si inchina davanti ad una persona in particolare, bisogna allora veramente visualizzare che ci si inchina davanti alla vita, e non davanti ad una persona… se questo implica di inchinarsi davanti ad un maestro, un semi-dio… Questo non è sano per un essere umano!

calligraphie_tsuda_tchouang_tseu

Mentre una calligrafia, è molto più vuota, soprattutto le calligrafie del maestro Tsuda, che non implicano la religione…

Itsuo Tsuda aveva fatto una calligrafia – ad inchiostro su carta questa volta – con la frase di Tchouang Tseu, che era il suo testamento e che aveva messo al dojo..:

«Quando sarò morto, se voi mi metterete nella terra, sono i vermi che mi mangeranno, se mi mettete all’aria, sono gli uccelli che mi mangeranno e se mi metterete nel mare, saranno i pesci a mangiarmi… fate di me ciò che volete!»

E curiosamente, c’è stata una cerimonia buddista alla sua morte, anche se non era buddista, è stato cremato con una cerimonia protestante, anche se non era protestante, e le sue ceneri sono in un cimitero cattolico, anche se non era cattolico! Favoloso!

Ma non è male, tutto sommato…

Era principalmente nel mese di maggio che Itsuo Tsuda faceva le sue calligrafie. Quando gli si chiedeva perchè le facesse a maggio, diceva «E’ la primavera!»

Aveva già fatto calligrafia in Giappone. Quando è arrivato in Europa, ha tracciato piccole cose, ma la carta che trovava non era adatta, quindi scriveva più che fare della calligrafia. E poi ha avuto voglia di esprimere qualcosa attraverso la calligrafia.

Considerrava sempre le sue calligrafie « calligrafie amatoriali ». In Giappone, non è calligrafia amatoriale, è quella fatta dai maestri Zen per esempio, o i maestri di Ikebana, di spada… fanno passare il loro insegnamento attraverso di loro.

È il caso del maestro Ueshiba. Le firmava del resto con un nome diverso. Quindi per il Maestro Tsuda era la trasmissione di un insegnamento attraverso un tracciato, era trasmettere qualcosa.

Ha cominciato a tracciare su carta di riso, ma come diceva lui, questa carta è molto fragile se non è incollata, si rovina velocemente…sfortunatamente, non trovava nessuno in Francia negli anni 70 che facesse questo lavoro di incollaggio. Ecco perchè ha deciso di utilizzare la tecnica del Batik, ed è questa tecnica che ha osservato in seguito per la maggior parte delle calligrafie che realizzo’.

Quindi, nel mese di maggio si preparava, in qualche modo, e tracciava le sue calligrafie.

E ne ha fatte tutti gli anni, per un certo numero di anni. Non ne faceva molte, forse una ventina, non di più.

Nonostante questo, il maestro Tsuda non usava la tecnica del Batik in maniera classica: normalmente si riempie un punto minuziosamente ed in seguito si tinge..lui intingeva il suo pennello da calligrafia nella cera calda e doveva riuscire a tracciare prima che la cera si seccasse. Questo per conservare l’atto del tracciato che si trova nella calligrafia tradizionale: si prepara l’inchiostro e poi si traccia. E’ un gesto unico senza interruzione.

Quando spiegava la sua tecnica, diceva che era molto difficile e che all’inizio aveva sbagliato molto. Ciononostante, era l’unico sistema per potere in Occidente, lasciarne una traccia.

Il maestro Tsuda tingeva lui stesso il tessuto, in generale in una specie di blu che definirei «blu giapponese», sia in una specie di marrone-rosso o anche in un blu scuro. Utilizzava unicamente questi tre colori ed ogni anno ne sceglieva uno – perchè il tal anno faceva il tal colore ed il tal altro un altro ? Questo, non lo ha mai speigato – inseguito, tirava la cera col ferro da stiro, con della carta assorbente. La calligrafia allora era pronta.”

Régis Soavi

Calligrafia «I pesci nell’acqua»

calligraphie itsuo tsuda les poissons dans l'eauOgni anno, in occasione dell’annuale stage d’estate, la Scuola Itsuo Tsuda prsenta una calligrafia di Itsuo Tsuda montata su kakemono (inquadramento giapponese).

È un occasione di ri-scoprire queste tracce, questo insegnamento che ci ha lasciato.

Per lo stage d’estate che si è concluso a fine luglio, abbiamo potuto approfittare della calligrafia «I pesci nell’acqua», tracciata da Itsuo Tsuda ispirandosi a questa storia di Zhaung-zi:    Leggere di più →

Lettere inedite #2

Seguito della corrispondenza di Itsuo Tsuda di cui pubblichiamo qualche lettera, con la gentile autorizzazione del signor e della signora Bel. Il link per leggere la prima lettera.Itsuo Tsuda au dojo, Paris

Si tratta qui delle risposte date da Itsuo Tsuda, tra il 1972 e il 1979, a una giovane coppia che comincia a praticare il movimento rigeneratore. Seguiremo così in queste lettere il loro desiderio di far conoscere, attorno a loro, nella loro città, questa scoperta.

Questa lettera faceva seguito a una lettera nella quale raccontavamo a Itsuo Tsuda del nostro soggiorno a Saanen nel mese di luglio, nel corso del quale abbiamo fatto praticare il movimento rigeneratore a un gruppo di persone- tra cui molti allievi di Yvon Achard, insegnante di yoga a Grenoble. La reazione del gruppo era stata entusiasta. La riflessione di Itsuo Tsuda sulla tendenza degli occidentali a mischiare tutto ci ha indotto a una grande prudenza. Abbiamo avuto cura di non utilizzare mai questo termine anche se le nostre sedute erano assolutamente identiche a quelle organizzate da Katsugen-kai. È anche in quel periodo che abbiamo preso la decisione di non accettare mai soldi dai partecipanti: “in famiglia e tra amici”? Andréine BelLeggere di più →

Lettere inedite #1

mouvement régénérateur
Itsuo Tsuda a Ginevra, seduta di movimento rigeneratore

La corrispondenza di un autore, di un filosofo, rivela spesso al di là dei particolari, delle visioni d’ordine generale. È il caso di questa corrispondenza di Itsuo Tsuda di cui pubblichiamo qualche lettera, con la gentile autorizzazione del signor e della signora Andréine Bel.

Si tratta qui delle risposte date da Itsuo Tsuda, tra il 1972 e il 1979, a una giovane coppia che comincia a praticare il movimento rigeneratore. Seguiremo così in queste lettere il loro desiderio di far conoscere, attorno a loro, nella loro città, questa scoperta.

[Per una la storia del dojo a Ginevra, leggi qui.]

Leggere di più →

Ginevra, Katsugen Kai

Questo articolo racconta la storia del dojo di Ginevra (Katsugen Kai, gruppo di movimento rigeneratore), si trova in filigrana il percorso di Itsuo Tsuda dai suoi primi anni in Europa. E’ stato UNE_ItsuoTsuda_geneve_groupepubblicato in aprile 1987 nel «giornale del dojo». Scritto da un co-responsabile del dojo, Sven Kunz, è qui riportato con la gentile autorizzazione del suo autore. L’articolo è preceduto da un estratto delle lettere di Itsuo Tsuda inviate a Ginevra nel 1975.

Guillemet

Il lavoro è ciò che ci permette di avere i piedi per terra.

Non predico l’evasione, la rinuncia. L’utopia non esiste da nessuna parte, salvo dove si è.

Se lo si sa attendere, il cambiamento interiore si farà e non si vedrà più la cosa nello stesso modo.

C’è il fenomeno della fissazione molto forte negli occidentali, ed è inevitabile che ci si sfoghi nella discussione.

Non ho mai impedito alle persone di discutere, è il loro sport preferito. Ora, queste discussioni oziose sono quasi sparite.

Molte persone vengono da noi per curiosità ma molte si fermano giusto il tempo necessario per appiccicare un’etichetta e spariscono. Tuttavia il numero di praticanti non smette di aumentare progressivamente.

Ipertrofia cerebrale, atrofia, è la malattia della civilizzazione. Un tempo la religione ci imponeva il suo valore del lavoro, il suo valore della famiglia, il suo valore della vita. Ora, dobbiamo riscoprire noi stessi il valore della nostra vita, senza ricorrere all’autorità della chiesa…

(…) Conosco le reazioni che avete descritto. Quando ci sono io, non si ha paura. Quando sono andato via, si comincia ad avere paura. Dal mio punto di vista, si ha paura di cose che non fanno paura. Ma quando si tratta di cose che mi fanno paura; non hanno paura: restano indifferenti. Portano degli occhiali che invertono.

Tutto ciò che auguro, è che continuino. Scopriranno da soli la verità.

Roma non si fa in un giorno. Per sciogliere la mentalità strutturata, occorre del tempo. Il tempo lavora da solo per noi.

Itsuo Tsuda

Rencontre par Sven Kunz

ItsuoTsuda_geneve_groupeHo incontrato il signor Tsuda a Gstaad (stazione delle alpi bernesi, in Svizzera), in occasione di uno stage macrobiotico di Madame Tartière, nel dicembre 1972. Per animare gli stage macrobiotici, i responsabili invitavano dei maestri di diverse discipline: yoga, aikido, zazen, ecc. Il signor Tsuda era dunque un invitato e non un adepto della macrobiotica.

Primo periodo

Durante questo primo periodo, che va dal 1973 al 1976-1977, abbiamo praticato solo il movimento rigeneratore a Ginevra. Dopo dei contatti presi col signor Tsuda a Parigi, nel suo dojo di rue des Epinettes, un primo stage fu organizzato a Ginevra nel settembre 1973. Lo stage è durato 10 giorni.

A partire da questa data, il signor Tsuda è venuto a fare 4 stage di 10 giorni per anno a Ginevra.

Il primo anno, gli stage e la pratica regolare si svolgevano in sale affittate in città. Dal novembre 1974, grazie all’iniziativa di Christoph, noi abbiamo potuto avere un locale fisso e da questa data, tutte le nostre attività si sono svolte nel nostro dojo attuale di viale Giuseppe Motta.

A quell’epoca, il signor Tsuda, che viveva da solo, sua moglie era restata in Giappone, alloggiava all’Hotel.

Il signor Tsuda non amava nè il turismo nè la mondanità, ed approfittava di tutto il suo tempo libero per scrivere i suoi libri. Apprezzava molto l’ambiente tranquillo di Ginevra che gli permetteva di procedere rapidamente nel suo lavoro.

Questo periodo è stato un periodo euforico a Ginevra, c’era molta gente agli stage (non era raro di vedere da 70 a 90 persone) e alle sedute regolari (da 3 a 6 sedute per settimana, con 15, 20 persone ad ogni seduta).

L’ambiente durante le sedute era abbastanza straordinario (immense risate collettive, pianti, grida di animali, capriole e non dico tutto) forse questo non era veramente movimento rigeneratore, ma «questo faceva del bene» ed il signor Tsuda lasciava fare. Gli stage erano seguiti da magnifici pic-nic e balli improvvisati. Quasi tutte le sedute finivano al bistrot con grandi discussioni e grandi scoppi di risa.

I contatti tra il dojo di Parigi e di Ginevra erano molto buoni e mi ricordo di uno stage di Natale a Parigi per cui si erano spostate almeno 15 persone di Ginevra.

Inutile precisare che col contatto col signor Tsuda, molto velocemente, la maggior parte delle persone non ha continuato con la macrobiotica.

Secondo periodo

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Itsuo Tsuda a Parigi

In seguito ad un viaggio del signor Tsuda in Giappone e all’arrivo della signora Tsuda in Europa, nel maggio 1976, molte cose sono cambiate nel nostro dojo come negli altri. Il signor Tsuda ci disse allora che non bisognava confondere il movimento generatore con il liberarsi delle tensioni. Le sedute di movimento sono diventate più calme e più concentrate, che non era per forza una cattiva cosa. Le grida ed i gesticolamenti sono a poco a poco spariti. Ma per certe persone la transizione è stata troppo brusca, e molti praticanti si sono dimessi in quel momento. In seguito abbiamo trovato un certo ambiente di gruppo (al di fuori delle sedute) ma non è mai più stato quello dei primi anni.

La signora Tsuda ci ha detto allora di praticare pure l’aikido. Noi abbiamo quindi messo giù dei tatami nel nostro dojo nel maggio 1977. Prima il pavimento era ricoperto solo da una moquette.

Uno stage d’estate di una durata di 6 settimane è stato organizzato a Ginevra nel luglio e agosto 1977. Noi abbiamo finito lo stage in ginocchio ma cià ci aveva permesso di pagare quasi completamente l’installazione dei tatami.

Da gennaio 1978, il signor Tsuda è venuto regolarmente a condurre degli stage di movimento e di aikido di 5 giorni tutti i mesi, fino a gennaio 1983. Ci sono stati degli alti e dei bassi, il numero dei partecipanti agli stage poteva variare da 20 a 70 persone, quello dei partecipanti alle sedute regolari da 2 a 20 persone.

In quel periodo, il dojo di Ginevra ha organizzato degli stage d’estate ad Arachon, nel 1979 e 1980, stage con un ambiente molto simpatico.

Dal 1977 al 1982, i responsabili del dojo si occuparono di battere a macchina in bella in copia i quaderni del signor Tsuda, di fotocopiarli ed inviarli agli abbonati. Si occuparono allo stesso modo della pubblicazione e della diffusione del calendario degli stage del signor Tsuda nei diversi dojo (Parigi, Ginevra, Bruxelles, Palma, Ibiza, Madrid). Dal 1973 al 1983, circa 1000 persone hanno frequentato il dojo di Ginevra.

Il dojo di Ginevra è animato dal 1974 da Cristoph e me, che ne siamo gli amministratori. Il dojo di Ginevra è una società semplice e non un’associazione. Non ci sono assemblee nè riunioni, ma le cose importanti si discutono in modo informale dopo le sedute.

Il signor e la signora Tsuda durante questo periodo hanno alloggiato da Cristoph. La signora Tsuda cucinava a mezzogiorno (una cucina assolutamente straordinaria) e noi facevamo una cucina semplice la sera perché lei potesse partecipare alle sedute di movimento.

Noi abbiamo trascorso dei momenti molto piacevoli insieme, come in famiglia, dei momenti spesso molto divertenti, con grande stupore di chi pensava che bisognasse essere seri per comprendere il movimento e l’aikido.

Il signor Tsuda era un amante della bella vita cui piaceva bere e mangiare bene. Apprezzava sia la cucina asiatica che la cucina francese ed il suo vino rosso. Amava anche i buoni sigari.

In conclusione direi che il signor Tsuda (noi non l’abbiamo mai chiamato maestro Tsuda a Ginevra, ma lo consideriamo tale) era un personaggio fuori dal comune e che ha lasciato un vuoto molto grande alla sua scomparsa.

Terzo periodo

Dopo la scomparsa del signor Tsuda, noi abbiamo proceduto a qualche modifica nei nostri orari. Attualmente le nostre attività proseguono sempre. Il dojo di Ginevra conta su circa una trentina di irriducibili per proseguire nella via mostrata dal signor Tsuda.

Sven Kunz, 1984

Dal Filosofo del Ki #2

Seguito e conclusione del reportage pubblicato sulla rivista “Question de” nel 1975, realizzata da Claudine Brelet (antropologa, esperta internazionale e donna di lettere francese) a Itsuo Tsuda.Itsuo tsuda Katsugen undo

Parte seconda

– Si possono “fondere” respirazione e visualizzazione?

– Effettivamente, la visualizzazione costituisce uno degli aspetti del Ki. La visualizzazione gioca un ruolo fondamentale, primordiale nell’Aikido. È un atto mentale che produce effetti fisici. La visualizzazione fa parte dell’aspetto “attenzione” del Ki. Quando l’attenzione è localizzata, ferma al polso, per esempio, la respirazione diventa superficiale, perturbata…si dimentica tutto il resto del corpo.

Il Maestro Ueshiba ripeteva sempre: “Maru, sankaku, shíkaku” cioè: “Cerchio, triangolo, quadrato..”. Se tutta l’attenzione è ferma al polso che sta per essere afferrato dall’avversario, a meno che non sia debole, occorre mobilitare tutte le forze muscolari per liberarsi. Se, al contrario, si visualizza un grande cerchio, come un arcobaleno che passa al di sopra della propria testa, espirando dalla punta delle dita per disegnare il cerchio visualizzato e che, quando la mano passa verticalmente allo zenith, si sposta il piede dello stesso lato all’indietro continuando a descrivere questo cerchio, l’avversario cade all’indietro lasciando il polso. « Questa visualizzazione passa attraverso a respirazione addominale. Quando ho iniziato ad imparare la recitazione del N?, mi esercitavo a far semplicemente vibrare le mie corde vocali. Il Maestro Hosada mi fece toccare un asse molto sottile che si trovava al centro di un tavolo di legno, molto robusto del resto. Quando si mise a recitare un brano, sentii questa tavola vibrare sotto le mie dita. Poi fu il mio turno. Per quanto gridassi, nessuna vibrazione. Il Maestro mi disse allora: «Non è questione di corde vocali nel Nô, ma di hara, di ventre. La respirazione addominale, è ciò che in giapponese chiamiamo kokyu. Nell’apprendimento delle arti giapponesi, è sempre una questione di kokyu. Avere il kokyu è anche avere l’abilità manuale, il “truc” (espressione francese che vuol dire “la capacità”, “il talento” o “il sapere come si fa qualcosa”). « Ko è espirazione. Kyu è inspirazione ». La combinazione dei due fa la respirazione. La nozione di Kokyu è particolarmente difficile da presentare in una forma didattica semplice. I due mezzi a cui ho fatto ricorso sono, da una parte, pubblicare dei testi dando accesso a questa nozione per la via intellettuale e, dall’altra, permettere alle persone, attraverso la pratica, di provare e di sentire direttamente… Io ci ho messo probabilmente più di dieci anni per recitare dal ventre il Nô. La respirazione, il Kokyu, è il segreto ultimo dell’apprendimento. Per accedervi occorrono lunghi anni di impegno continuo. In Giappone, si dice che un maestro di Arti marziali a cui i cani abbaiano non è un buon maestro. Il trucco, l’astuzia non è un pezzo di zucchero infilato nella bocca del cane, è il Kokyu, la respirazione.« Nel movimento rigeneratore, noi facciamo il contrario della tradizione: noi cominciamo dal segreto supremo, senza preamboli. Lavoro unicamente con coloro che accettano di considerare l’essere umano nel suo insieme…

– L’essere umano è di volta in volta mentale e fisico, pensiero e azione, individuo e ambiente ?

– Esattamente. A differenza dei filosofi occidentali il cui dominio è unicamente verbale, completamente separato dall’azione e dalla pratica, il movimento rigeneratore include insieme la comprensione e la pratica. È molto difficile descrivere il movimento rigeneratore nel quadro delle concezioni occidentali come: ginnastica, rilassamento, liberazione dalle inibizioni, dinamica di gruppo ecc. Il movimento si pratica e si deve praticare senza alcuno scopo preciso, affinchè l’evoluzione non ricchi di essere deviata intenzionalmente. Il movimento contribuisce ad una evoluzione fisica e mentale: l’ottica si allarga. Così, per esempio, se c’è un effetto di ringiovanimento, è semplicemente perché si era invecchiati troppo velocemente. Si tratta di una normalizzazione del terreno. La normalizzazione del terreno non deve essere ricercata come un punto fisso, definito in anticipo. È un atto che dovrebbe essere praticato in un non-scopo. È la filosofia del non-fare… da non confondere col “fare niente”! Non esiste un modello perfetto di terreno normale, perché ciascuno è differente. Del resto, ogni definizione è contraria alla vita. La normalizzazione deve venire da sola, senza sforzo. Si deve rivelare nel “sentire”. Si può dare una piccola idea della normalizzazione che si produce: la flessibilità fisica diventa più grande, ci si libera della fatica rapidamente, si passa più velocemente dalla concentrazione al rilassamento – e viceversa. Lo scarto tra pensiero e azione diminuisce…

– Ma cos’è il terreno dal punto di vista del Ki?

– Il Ki è l’amore, è la vita. Appartiene alla saggezza del corpo. L’Europa ha completamente perso di vista questa saggezza ed questo corpo nel corso della sua evoluzione. Il Ki è questa unità invisibile che lavora nel corso della vita dell’individuo assorbendo ciò che gli è necessario e viceversa, secondo il mutare dei suoi bisogni. Ma a questo bisogna aggiungere che il Ki precede ogni fenomeno vitale e che il Ki è contagioso. Non si sa perchè, quando ci si trova in presenza di certe persone, ci si sente improvvisamente dinamici, contenti, “euforizzati”: lo stato del loro Ki si trasmette. Il Ki è molto forte, intenso quando si è giovani. Poi, s’indebolisce con l’età. Non c’è più quando si è morti. Bisogna ricordare che la parola “spirito” ai giorni nostri significa un certo virtuosismo verbale, ma che questa parola viene dal latino spiritus, soffio, respirazione… Certamente c’è stato un tempo in cui gli antichi avi europei si servivano di questa parola, come della parola anima, dal latino anima, ciò che anima, come un qualcosa che va da sè, senza rompersi la testa… Quando il Ki sparisce, si è inanimati, si è morti.

– Come e dove si svolge il « movimento rigeneratore » ?

– Nel dojo. Il dojo è un posto dove l’ambiente è particolarmente intenso. Vi regna uno spirito di pace, di comunione e di gioia. Il Ki, effettivamente, qui è particolarmente intenso. » Il Seitai fondato dal Maestro Noguchi, significa letteralmente: “coordinazione fisica “. Non si tratta in realtà di uno stato di buona salute, ma di una sensibilizzazione che peremette all’uomo di reagire a tutte le anomalie, dunque di eliminare le possibilità di malessere, di malattia. E questo attraverso la respirazione, il soffio: il Ki. In breve, il movimento rigeneratore è la via che prepara ad un corpo ben Seitaizzato.

La ginnastica fa appello al sistema motore piramidale che comanda i gesti volontari. Il movimento rigeneratore è un metodo di allenamento del sistema motorio extrapiramidale che comanda i gesti involontari: singhiozzo, brividi, sbadigli, ecc. Il movimento rigeneratore non richiede nessuna conoscenza tecnica o accademica. È molto semplice e per questo è sconcertante! «Il movimento rigeneratore è basato sulla spontaneità. Spontaneità non significa poter fare qualunque cosa, assestare un pugno o uno schiaffo al proprio partner.No! Se un movimento è spontaneo, è che si è sbarazzato poco a poco degli elementi inutili per la vita. È diventato così semplice, che coincide con il movimento che si fa nella vita di tutti i giorni, senza tensioni, senza fatica. Il movimento rigeneratore è, in questo senso, una sorta di depurazione e non l’acquisizione di una nuova abitudine.

– Che cosa si intende per corpo ben seitaizzato ?

– L’energia, o il Ki, agendo sull’individuo, si trova polarizzato secondo le caratteristiche che gli sono proprie. Chi pratica il movimento rigeneratore può attraversare diverse fasi prima di trovare la normalizzazione del terreno: rilassamento del corpo, ipersensibilizzazione, poi eliminazione e infine, lavoro in profondità. L’energia, il Ki, agendo su ogni individuo e trovandosi polarizzato secondo le caratteristiche di ognuno, fa che ognuno sente e agisce in modo diverso. Il movimento che scatta spontaneamente dipende da elementi propri di ognuno e non da una nozione generalizzata a tutti. Secondo l’ipotesi Seitai, è il disequilibrio del corpo che impedisce una circolazione normale del Ki, una buona evacuazione delle anomalie. Rabbrividire, sbadigliare o ruttare sono delle funzioni, dei gesti normali del corpo che cerca istintivamente a ristabilire il suo equilibrio. Un corpo ben seitaizzato, normalizzato avrà il riflesso di vomitare un cibo avvelenato che il palato goloso avrà accettato.Se si ritorna come dei bambini piccoli, allora si diventa Respirazione. Se, con gli occhi chiusi, si respira mentalmente con le mani, i pensieri e le riflessioni varie diminuiscono, spariscono man mano che la concentrazione si intensifica. Le mani possono ingrandirsi… fino a raggiungere la grandezza dell’universo. E possono sparire lasciando posto unicamente alla respirazione. Si pratica senza scopo. Il cuore di cielo puro è tutto ciò che ci serve…

– Qual’è il ruolo di Itsuo Tsuda durante una seduta di movimento rigeneratore ?

– In materia di movimento rigeneratore, non ci sono maestri. Non sono un maestro. Al contrario, ciascuno è maestro di se stesso. Ognuno deve scoprire il proprio movimento. Non c’è scoperta né trasmissione come nel caso di un insegnamento esoterico. Sono incapace di dare un modello, di imitare i movimenti che ciascuno fa per una ragione semplice: il desiderio del corpo è differente in ognuno. Prendo la direzione dell’organizzazione, perchè ho un respiro più lungo e più intenso degli altri. Sono un catalizzatore, semplicemente. La qualità richiesta ad un catalizzatore, è che la sua presenza silenziosa sia ricercata. Un catalizzatore è un pò come quelle piccole braci che finiscono per trasmettere il loro fuoco ai carboni non accesi…

Il mio prossimo obbiettivo è di formare dei catalizzatori occidentali. Se non ci riuscirò negli anni a venire, il mio lavoro sarà un fallimento.

Reportage e intervista raccolti da Claudine Brelet

Dal Filosofo del Ki #1

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista “Question de” nel 1975. Claudine Brelet (antropologa, esperta internazionale e letterata francese), che ha realizzato questo articolo e questa intervista, è stata uno dei primi allievi di Tsuda.

Prima parte

itsuo tsuda

Sul limitare del bois de Vincennes, in fondo ad un giardino della periferia parigina, esiste un dojo molto particolare. Un dojo, cioè un luogo in cui si praticano l’Arte della respirazione e le Arti marziali. Non è una palestra. È piuttosto un luogo consacrato dove lo « spazio-tempo » è diverso da quello di un luogo profano. Entrando si saluta per sacralizzarsi ed uscendo per desacralizzarsi. Il dojo dell’Associazione Katsugen-Kai ha per Maestro Itsuo Tsuda, «Maestro» che comincia con il rifiutare questo titolo: «Mi hanno anche rimproverato, aggiunge, di non indossare il kimono nel nostro dojo. Ma è molto meglio che sia in jeans, per esempio. Se mettessi il kimono, per rispettare la tradizione sarei costretto a mandarlo ogni volta a Tokio per farlo pulire secondo le condizioni richieste!»

Tutto nel suo atteggiamento invita a riflettere. Sarebbe un vero Maestro, quest’uomo ostinatamente modesto e che dissimula un sapere di cui la vastità stupisce costantemente dietro il suo umorismo bonario? Quando rifiuta di essere chiamato «maestro», quando rifiuta un certo cinema che si trova in altri dojo, si può già essere certi di una cosa: non è un businessman dell’orientalismo attualmente in voga.

Itsuo Tsuda è nato in Corea nel 1914, «allora sotto la dominazione giapponese», precisa. Poi aggiunge: « All’età di sedici anni, mi sono rivoltato contro la volontà di mio padre: ho rifiutato di essere l’erede del suo patrimonio, ho rifiutato il diritto di primogenitura. Poi ho lasciato la mia famiglia e mi sono messo a vagabondare alla ricerca della libertà di pensiero. Un giorno, alla fine, mi sono riconciliato con mio padre. Nel 1934, sono venuto in Francia e, fino al 1940, ho completato i miei studi all’università di Parigi, in sinologia con Marcel Granet ed in etno-sociologia con Marcel Mauss. Ho dovuto lasciare Parigi a causa della guerra, ma questo soggiorno e l’insegnamento di questi due grandi ricercatori mi hanno arricchito molto… forse sono stati anche decisivi, in una certa misura. Forse, è grazie a loro che ho potuto cercare di esprimere in Occidente, attraverso dei termini e dei concetti comprensibili per gli occidentali e, soprattutto, per i francesi, ciò che sono il Ki e la filosofia del Non-Fare».

Quando torna in Giappone, Itsuo Tsuda lavora come etnologo. Si interessa agli aspetti culturali delle antiche tradizioni del suo paese:

« Nel 1950, mi sono messo a studiare molto seriamente la recitazione del N? con il Maestro Hosada, il Seitai con il Maestro Noguchi e l’Aikido con il Maestro Ueshiba. N?, Seitai e Aikido sono basati sul Ki non solamente come lo sono tutte le Arti tradizionali giapponesi, ma anche come tutti gli aspetti della vita quotidiana tradizionale in Giappone. »

– Cos’è dunque il Ki ?

– La cosa più difficile da capire della lingua giapponese! La parola Ki appartiene al campo del sentire e non a quello del sapere. Il sentire è un’esperienza primaria, preliminare ad ogni sforzo dell’intelligenza. Nessuna spiegazione potrà trasmetterla adeguatamente a qualcuno che non condivide la stessa esperienza.La parola Ki ritorna continuamente nella lingua giapponese, per esempio: Ki ga chiisai significa parola per parola “il suo ki è piccolo”, che bisognerebbe tradurre con: “Si fa troppi problemi per niente”.O al contrario, Ki ga ôkii, “Il suo Ki è grande”, dovrebbe essere tradotto con: “Non si preoccupa per delle piccole cose”. Da sola, isolata, il termine Ki è praticamente intraducibile. Così Ancora un ultimo esempio: Ki-mochi no mondai si può tradurre con: “È condizionato dallo stato del Ki”, o, detto altrimenti: “Non è l’oggetto ed il risultato tangibile che contano, ma il gesto e l’intenzione… il Ki”. Questa espressione Ki-mochi è quasi diventata sinonimo di regalo e, presentandolo, si dice: “È il mio Ki-mochi”, che significa: “L’oggetto che vi offro è modesto, ma vogliate trovare un segno della mia profonda riconoscenza”. Rasentiamo allora il campo della psicometria!

– Perché insegnare l’approccio al Ki attraverso una scuola della respirazione?

– Lo sfondo giudeo-cristiano in cui vivono ancora gli occidentali del XX° secolo rendono le cose molto diverse da quelle che possono essere in altre civiltà, da altri modi di vedere la vita. È perché qui, in Occidente, il Ki è molto difficile da spiegare, perché non rientra nel sistema delle categorie. In qualsiasi altro luogo, quando si constata una cosa, la si accetta in modo molto naturale. Esiste, ecco tutto. L’occidentale ama la discussione, è fortemente cerebralizzato. Ma le discussioni ci rendono ubriachi di parole e ci impediscono di vedere ciò che accade realmente sotto il nostro naso. Così tradurre la parola Ki con “soffio” potrebbe essere molto corretto… a condizione di comprenderlo come duemila anni fa, come la parola pneuma degli antichi greci platonici, per esempio. Tuttavia, nel francese moderno, si può riflettere sul fatto che la parola inspirazione possiede due sensi: l’inspirazione fisica e l’ispirazione (in francese: “inspiration”) creatrice. In Estremo Oriente, Tchouang Tseu, filosofo cinese del V secolo a.C., fu uno dei primi ad aver discusso questa nozione di soffio. Non bisogna neanche dimenticare che il buddismo fu, all’inizio, una tecnica di respirazione. Qui, in Occidente, il Ki si traduce, secondo alcuni con magnetismo, e per altri, è l’influsso nervoso, per altri ancora, è la vibrazione o le onde o ancora elettromagnetismo. Io penso che il solo che abbia veramente individuato che cosa è il Ki ? è Groddeck. È lui che ha trovato la parola europea più vicina a questa nozione di Ki: il titolo stesso del suo libro, “In fondo all’uomo, questo”, o “Il libro dell’Es”, è molto esplicito.« Il Ki, se volete, è la Vitalità. È ciò che spinge l’uomo a realizzare qualcosa. Un modo di spiegare l’uomo che è dunque molto diverso dall’immagine fisico-chimica che si ha in Occidente da Lavoisier e Newton. Il cartesianesimo che è in Francia alla base di tutto (la scienza, la morale, la politica, l’amministrazione… tutto!), il cartesianesimo è una filosofia della conoscenza secondo cui ogni problema è concepito in uno spazio omogeneo ed immobile. Quando si tratta il problema dell’essere umano, lo si definisce quindi sulla base di questo spazio: è diviso in due, il mentale ed il fisico. Ciascuno a suo volta è diviso tante volte quante si vuole. La filosofia del Ki è, in questo senso, completamente diversa, perché l’essere umano qui è considerato nel suo insieme: è sia mentale che fisico, sia pensiero e azione, sia individuo che ambiente.

– Che cosa si pratica esattamente al dojo Katsugen-kai ?

– Si imparano i primi rudimenti, se posso esprimermi così, della coordinazione del Ki attraverso quello che è chiamato”movimento rigeneratore”. Questo permette, eventualmente, di passare in seguito allo stadio dell’apprendimento delle Arti marziali per chi lo desidera. Si impara l’Aikido. Si ascoltano anche delle recitazioni di Nô.

L’Aikido fa parte delle mie ricerche sul Ki. Ai-ki-do significa letteralmente: “via della coordinazione del Ki». Dire che l’Aikido è un’Arte marziale d’Amore può certo stupire degli occidentali. Per il suo fondatore, il Maestro Ueshiba con cui ho lavorato, l’ Aikido non è uno sport nè una tecnica di combattimento. È una dottrina di non-resistenza, un principio di fusione… Questo principio di fusione è il Ki. Il Maestro Ueshiba diceva spesso: «Il Ki è il grande re delle forze». La forza del Maestro Ueshiba non era una forza, ma il Ki, questa potenza eccezionale che si libera incoscientemente in caso di pericolo, per esempio. E questa potenza esiste virtualmente in tutti gli individui… È su questo principio di fusione del Ki che è basata la scuola di respirazione del Katsugen-Kaï.

Nel teatro Nô, non c’è la parola Ki. Ma, quando si sa ciò che è, questo salta agli occhi: il teatro Nô colpisce da intuito a intuito. A Katsugen-Kai, il nostro dojo, io recito una volta alla settimana per qualche minuto, un piccolo passaggio di Nô. Il mio uditorio, beninteso, è francese. Dopo aver recitato una sera un passaggio dell’opera teatrale Uneme, una giovane donna mi ha chiesto se non si trattava di suicidio. «È giusto», le ho risposto. Il suicidio della cortigiana Unémé, che si è gettata in uno stagno, l’aveva fatta pensare al suicidio di suo cognato, suicida col veleno. Come ?… Forse perchè la visualizzazione si era trasmessa direttamente. Questa giovane donna non conosceva affatto il giapponese.

La seconda parte dell’intervista

Articolo ristampato con il permesso dell’autrice, Claudine Brelet

Verso il movimento del Non-Fare

Bruno Vienne è regista, realizzatore di documentari sugli animali e sull’avventura umana, membro della bruno_viennespedizione Tara Arctic al Polo Nord, ed ex allievo di Itsuo Tsuda.

Dopo 30 anni di pratica, sente che è il momento di condividere ciò che ha capito e sentito nell’approccio al Movimento Rigeneratore e alla pratica respiratoria del Maestro Ueshiba (fondatore dell’Aikido). Ci invita a un’immersione nel nostro infinito potenziale interiore.

“Saremo in grado di passare la china per una nuova umanità?

È tutto lì, è la sfida dei prossimi anni…

Gli allarmi rossi lampeggianti sono accesi già da molto tempo per quanto riguarda il modo in cui utilizziamo l’energia e l’acqua sulla Terra.

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Calligrafia di Itsuo Tsuda #1

Régis Soavi racconta la sua scoperta della calligrafia d’Itsuo Tsuda.itsuo tsuda calligraphie

Quando ho cominciato a insegnare l’Aikido, come molti altri, avevo una foto del Maestro Ueshiba al Tokonoma. Era cosi’ che avevo imparato, si salutava in direzione del maestro. Quando sono andato al dojo del Maestro Tsuda per la prima volta, c’era una calligrafia, stampata da uno dei suoi amici che era artista a partire da un’incisione su pietra molto antica. Era “Bodai”. Questa calligrafia era là mentre io mi aspettavo di vedere una foto del Maestro Ueshiba… Inoltre il suo tratto era grosso… -un  tratto che era largo otto centimentri, molto largo!- E dava una risonanza diversa, respirava altrimenti…E un’altra dimensione. E il fatto di vedere la calligrafia a ogni seduta… questo cambia tutto.

Verso il mese di giugno, il Maestro Tsuda arrivava con queste calligrafie arrotolate sotto braccio e le metteva al dojo: erano in esposizione ed erano in vendita.

Bisogna dire che i primi anni, al dojo, non ci capivamo niente! Non si sapeva che cos’era, quindi domadavamo “cosa vuol dire?”… e  non si era per niente capaci di apprezzare le calligrafie…

Il loro prezzo era fissato a circa cento euro, che è ridicolo, ma ci sembrava enorme!Quel prezzo solo per un ideogramma! Ci sembrava sproporzionato!

Abbiamo avuto bisogno, noi che eravamo al dojo, di un certo numero di anni per cominciare ad apprezzare e a sentire quello che lui esprimeva attraverso le calligrafie.

Spiegava a volte quello che oggi le persone che si interessano alla calligrafia sanno che non è il segno che è importante, ma lo spazio che delimita. Devo dire che all’epoca ci sembrava un po’ curioso. Tutto questo era piuttosto ermetico per noi. Non capivo. Poi, poco a poco, abbiamo cominciato ad apprezzare.

Erano gli svizzeri che ne compravano perché avevano più soldi che i francesi! E cosi’ c’è stato un buon numero di calligrafie che sono andate a finire in Svizzera.

Ma questo vuol dire che, in generale, c’era comunque un certo numero di persone che ne compravano. Spesso perché era un po’ come un ricordo del Maestro Tsuda. Ma dopo, purtroppo, queste persone non se ne prendevano sempre cura: abbiamo ritrovato delle calligrafie piegate in quattro perché erano state infilate in un cassetto. Il tessuto si era rovinato ovviamente!

Poco a poco per me, ciò ha preso un senso; e mi sono detto “se il Maestro Tsuda lascia queste calligrafie, è che c’è qualche cosa”.

Ho cominciato allora ad interessarmi alla calligrafia. Anche al di là di quelle di Itsuo Tsuda ho scoperto altri tipi di calligrafie e i kakemono. Ho cominciato a guardarle, a vedere e a provare di sentire cosa succedeva. E vendendo calligrafie di grandi maestri, come per esempio di maestri zen, poco a poco, ho scoperto che effettivamente non era l’estetica che contava, era un’altra cosa. Ma dipende dai Maestri: ci sono calligrafie di un gran maestro zen di cui posso dire “sì, sono molto estetiche, sono magnifiche sopra una credenza anni ’30, ma non mi parlano assolutamente!” E invece, a volte, delle calligrafie fatte da degli sconosciuti hanno una grande forza…

le_rêve_calligraphie itsuo tsuda

Qualche anno fa sono andato in un ristorante giapponese, e all’entrata vedo una calligrafia montata in kakemono. E mi son detto “Ah, questa è una calligrafia!” poi ho chiesto al padrone “che cos’è questa calligrafia?”… ha risposto “Oh, sono semplicemente degli auguri di riuscita, è mio nonno che li ha fatti…” Allora ti dici “sì, c’è del ki là dentro!”

Ovviamente, non era una calligrafia di insegnamento, e neanche una calligrafia estetica, ma sono gli auguri di un nonno per i suoi nipoti che sono andati ad aprire un ristorante in Francia. E quindi era piena!

È anche tutto questo che si puo’ scoprire nella calligrafia: ad un certo momento, ci parla. Non si capisce sempre cosa vuol dire ma ci si dice “Ah! Là c’è una persona, un certo tipo di attenzione!”

A seguire…

Image : calligraphie de Maître Tsuda, Le Rêve

Quando il Maestro Tsuda recitava il Nô #2

Abbiamo il piacere di presentarvi una versione restaurata del video del Maestro Tsuda che recita il Nô. Grazie a Nicolas Déflache per questo restauro sonoro.

Il Maestro Tsuda, in occasione dello stage d’estate del 1981 a Coulonges-sur-l’Autize, recita un estratto del teatro Nô.

Prima di cominciare, il Maestro Tsuda presenta la storia.

Ecco la trascrizione della presentazione:

«È in relazione con una leggenda. Una volta, c’era un giovane monaco che faceva il pellegrinaggio e ogni volta che si fermava in un paese era ospitato da qualcuno che aveva una figlia piccola e, per scherzo, suo padre ripeteva: “Eh, questo monaco, sarà il tuo futuro marito!”

E la figlia cresce con questa promessa. E un giorno dice al monaco di passaggio: “Ma quando ha intenzione di sposarmi?”

Allora il monaco è preso dalla paura. Scappa dalla casa perché gli era vietato sposarsi, e la ragazza lo ha inseguito per monti e per valli. Alla fine, il monaco ha attraversato un fiume e lei si è trasformata in serpente.

Il Monaco trova rifugio nel tempio Dojo-Ji spiegando questa storia ai bonzi del tempio che decidono di dargli asilo. Quindi gli dicono “si nasconda nella campana”.

La campana, è enorme e può nascondere varie persone, quindi si è nascosto là dentro.

E il serpente arriva, lo cerca dappertutto; alla fine, si arrotola intorno alla campana e batte con la coda e la campana si scioglie e il monaco è bruciato.

Allora il Waki dice “non siate colpiti da questo evento” e qualche tempo dopo si è voluto ricostruire la campana.

Da allora, il giorno dell’inaugurazione della campana i Monaci hanno vietato alle donne di entrare nelle mura del tempio.

Arriva una giovane danzatrice che chiede di vedere la campana. “No, è vietato alle donne!” “Sì, ma io sono una danzatrice e vorrei lo stesso celebrare questa inaugurazione con la mia danza.”

Alla fine, l’hanno lasciata entrare.

Allora sulla scena porta un grande cappello alto, così e poi si mette a danzare. Una danza un po’ frenetica, molto a scatti che mostra che c’è un eccesso isterico.

Nel frattempo c’è una grande campana sospesa al soffitto. Un po’ prima c’è una corda che la trattiene all’anello, dietro il coro, e qualche minuto prima, le persone del coro disfano il nodo e aspettano così; ce ne sono tre, quattro, è molto pesante.

E poi questa danzatrice arriva in mezzo alla scena.

Alla fine si mette sotto la campana e hiep! salta, allo stesso tempo la campana cade. Quindi la campana è qui, pofff! Come se la danzatrice fosse assorbita dalla campana.

È difficile perché se c’è una frazione di secondo di ritardo l’attore cade e la campana arriva dopo oppure se si salta troppo presto, si batte la testa. È molto difficile. Bisogna che dia l’effetto di assorbimento.

E poi nella campana l’attore cambia maschera, cambia creatura. Porta una maschera da demone e dei vestiti da demone. E poi, dopo la campana è in abito da demone. Inizia a fare il secondo atto.

È il passaggio di questo momento in cui la danzatrice arriva.

Danza e viene fino al centro della scena e in un colpo solo salta e la campana cade.»

Per una ecologia del corpo umano

Dicembre 2013 “Il Manifesto”. Intervista a Régis Soavi Sensei, maestro di Aikido che da oltre trent’anni fa conoscere il «Katsugen undo», pratica giapponese che ci fa ritrovare le capacità naturali.

regis soavi aikidoOggi molte per­sone con idee poli­ti­che diverse o anche prive di una idea poli­tica defi­nita, si pre­oc­cu­pano di come i loro com­por­ta­menti indi­vi­duali pos­sono influire sull’ambiente: acqui­stare pro­dotti bio­lo­gici e a”km-zero”, rici­clare meglio i rifiuti, sce­gliere for­ni­tori di ser­vizi più rispet­tosi dell’ambiente, ridurre il con­sumo ener­ge­tico, ecc.

A livello di dibat­tito poli­tico comun­que, la reto­rica eco­lo­gi­sta fun­ziona sem­pre, anche in tempo di crisi.

In ogni caso, l’attenzione col­let­tiva verso le con­di­zioni e la qua­lità della terra, dell’aria e dell’acqua, per diverse ragioni, che sia per senso di respon­sa­bi­lità o a volte, sem­pli­ce­mente per busi­ness, è alta. Ci si pre­oc­cupa delle sostanze con cui tutti gli esseri viventi entrano in con­tatto: piante, ani­mali ed esseri umani, siano que­ste nutri­tive, medi­ci­nali o tos­si­che.

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Quando il Maestro Tsuda recitava il Nô #1

Per aiutarci a scoprire quello che poteva rappresentare il Nô per il Maestro Itsuo Tsuda, ed anche per i suoi allievi, questi momenti di recitazione che avevano luogo alcune sere di stage, abbiamo chiesto a Régis Soavi, allievo del Maestro Tsuda e insegnante d’aikido da oltre trent’anni, di raccontare…

Il Maestro Tsuda recitava il Nô all’occasione degli stage, e se mi ricordo bene, lo faceva due volte durante lo stage – a Itsuo tsuda Nôvolte una, a volte due – dopo la seduta di movimento la sera. Qualcuno andava via, come qui e, siccome sapevamo che ci sarebbe stato il Nô, perché qualcuno lo diceva, cominciavamo ad preparare: mettevamo la corda – una corda intrecciata, bianca – che delimitava la scena. Nel frattempo, Tsuda era nella sua stanza, e ci si metteva sui tatami, ad un metro dalla corda circa, e aspettavamo che tutti andassero via: tutti quelli che non erano interessati al Nô o che lo trovavano lungo. C’era un piccolo gruppo che rimaneva. In generale, molta gente andava via. Perché era in giapponese : Tsuda non raccontava sistematicamente le storie, a volte diceva solo qualche parola :

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Alla scoperta dell’Aïkido e del Katsugen Undo, l’Arte del Non-Fare

Cosa sono l’Aikido e il Movimento Rigeneratore? Come fare di essi mezzi per vivere la quotidianità? Ce ne parla Régis Soavi, discepolo diretto di Itsuo Tsuda, a sua volta allievo del Maestro Ueshiba e del Maestro Noguchi. Articolo di Francesca Giomo

Dell’Aikido conoscevo solo il nome, prima di essere invitata a partecipare a quattro lezioni per praticare questa “non arte marziale” presso la Scuola della Respirazione di via Fioravanti a Milano. Le lezioni per gli “assaggiatori” si tenevano il lunedì sera alle sette, nessuna parte teorica, ma solo pratica. Prima si osservava la dimostrazione della tecnica da parte degli allievi più anziani, quindi, si “eseguiva” direttamente.

L’Aikido di cui parleremo e che ho cominciato a conoscere è quello del Maestro Itsuo Tsuda, allievo del fondatore della pratica Morihei Ueshiba. Ora è Régis Soavi a portare avanti la ricerca iniziata da Tsuda attraverso la pratica del suo insegnamento presso differenti dojo in Europa, tra cui anche la Scuola della Respirazione di Milano. Tsudo in vita si era occupato anche del Katsugen Undo, il Movimento Rigeneratore, appreso da Haruchika Noguchi, che viene praticato, oltre all’Aikido, anche presso il dojo di Milano. Di entrambi ce ne parla direttamente Régis Soavi nell’intervista che segue.

D – Che cosa è l’Aikido? Può essere definito un’arte marziale?RS – L’Aikido è una non-arte marziale. Infatti l’origine dell’Aikido è un’arte marziale che si chiama Ju Jitsu. La visione del Maestro Ueshiba ha trasformato questa arte marziale in un insieme di armonia e fusione tra le persone. Per questo non si tratta più di un’arte marziale come alle origini, ma di una non-arte marziale.

D – Fu, allora, il Maestro Ueshiba ad inventare l’Aikido?RS – Si, fu Ueshiba, morto nel 1969. Ma il fatto che alla base dell’Aikido vi sia il Ju Jitsu è importante, in quanto da qui si capisce come Ueshiba con l’Aikido ne cambiò lo spirito. Ai-Ki-Do significa via (do) dell’armonia (ai) del ki, vi di fusione del ki. La sua linea di orientamento ha di fatto trasformato un’arte marziale in qualcosa d’altro. Nell’Aikido non si può, ad esempio, parlare di difendersi, bensì di fondersi.

D – Se Ueshiba fu il fondatore dell’Aikido, l’insegnamento della Scuola della Respirazione si rifà, però, al Maestro Itsuo TsudaRS – Sì, Tsuda è morto nel 1984. Attraverso i suoi libri ha fatto passare il messaggio di Ueshiba, di cui fu allievo per dieci anni, come me di Tsuda. Dopo la morte di Ueshiba si formarono diverse scuole di Aikido. Qualcuna tra queste ha preferito tornare a un’arte marziale tipo Ju Jitsu, altre hanno fatto dell’Aikido uno sport. Noi cerchiamo di capire cosa in realtà il Maestro Ueshiba ha detto.

D – Il M. Tsuda ha conosciuto tardi il Maestro Ueshiba? Prima praticava arti marziali?RS – No, Tsuda era un intellettuale. Non aveva mai praticato arti marziali. Studiò in Francia con Marcel Granet e Marcel Mauss, lui fu interessato dal Ki. Ha cominciato le sue ricerche verso questa direzione e prima ha scoperto il Katsugen Undo, poi l’Aikido. Tsuda, grazie a Ueshiba, ha visto come si poteva usare il Ki nell’arte marziale. Aveva 45 anni quando ha cominciato, senza mai praticare prima né karatè, né judo, né altro.

D – Non è facile per un occidentale comprendere cosa sia il KiRS – Tutti ne parlano ormai. Basta pensare al Tai Chi Chuan, al Qi Qong?Tutti lo conoscono dal punto di vista mentale, ma è dal punto di vista del fisico che pochi lo sperimentano. Ma questo non si può spiegare. Ognuno deve sentirlo, non esiste spiegazione. A noi non interessa la spiegazione di cosa sia il ki a noi interessa solo come possiamo utilizzarlo. E’ un po’ come spiegare cosa sia l’amore. Oggi si possono fare analisi sull’odore delle donne, su quello degli uomini ecc?ma non basta, se no siamo solo animali?Non si spiega l’amore, l’amore è un incontro tra due essere e non avviene perché quello ha la barba ecc ecc… Così avviene anche per il Ki.

D – Parlando della pratica dell’Aikido, come si articola una seduta?RS – Una seduta di Aikido è un momento speciale della giornata. Io pratico ogni giorno, vi si può ritrovare un certo aspetto sacro. All’inizio della pratica vi sono dei gesti rituali, di cui non è importante conoscere il senso, ma fondamentale è che quando li fai, questo procura qualcosa. C’è anche la recitazione del norito (un testo di origini shintoiste recitato in giapponese), che è una recitazione di purificazione Nessuno sa cosa vogliono dire le parole intonate, ma quando la loro recitazione è buona c’è una vibrazione interna, che agisce. A noi può sembrare molto mistico, ma se uno ascolta dei lieder di Schubert, ad esempio, eseguiti da un buon cantante, se non sa il tedesco non capisce nulla, ma quando ascolta il canto accade qualcosa o di triste o di gioioso, viene generato un effetto. Come quando si guarda la rappresentazione del teatro Noh, non si capisce niente, è in giapponese, ma i gesti e i movimenti creano effetti. E questo non è mistico, bensì reale.

D – Quando abbiamo assistito a una delle ultime parti della seduta, la parte del movimento libero, grazie al susseguirsi di attacchi e “fusioni”, sembrava di assistere a un’improvvisazione…RS – Sì, infatti, si tratta di un’improvvisazione

D – Ci vuole una tecnica speciale per fare il movimento libero?RS – Anche se si tratta di un’improvvisazione, ci sono dei gesti che sono un pò ritualizzati. Uno non può attaccare a caso,ma in un certo modo dipende dalla postura di chi è attaccato, diciamo così. Il gesto dell'”attaccante” corrisponde alla postura di colui che viene “attaccato”. Ma nel caso di un’improvvisazione, come quando dei musicisti improvvisano insieme, c’è sempre armonia altrimenti si crea il caos. Dunque si sorpassa la tecnica e si crea armonia.Tutti possono farlo. Ognuno lo fa al suo livello. All’inizio lo si fa più lentamente, con la tecnica che si conosce. Non si inventa qualcosa di veramente nuovo.

D – Che importanza ha il respiro nella nell’Aikido?RS – Quando si parla di respiro in tale contesto, si parla della condizione del Ki. Uno non deve pensare a respirazione a livello dei polmoni. E’ un respiro del corpo che permette di essere più in armonia. Quando uno agisce è espirazione, quando uno riceve è inspirazione.La respirazione polmonare, quando si inizia a praticare, diventa più ampia. Tutto il corpo respira e questo diviene più sciolto e morbido, il ki scorre meglio. In tal senso la respirazione serve ad ammorbidire le persone, a trovare un ritmo nella pratica, perché se uno non respira correttamente dopo cinque minuti non ha più forze. Per questo motivo, all’inizio delle sedute si pratica lentamente, perché armonizziamo attraverso il respiro i gesti. I gesti, quindi, vengono armonizzati dal respiro.

D – All’inizio della pratica c’è il maestro che fa un respiro molto particolare, molto forte, ma in funzione di cosa esattamente?RS – Questo respiro serve per espirare a fondo, per vuotare. C’è un’abitudine deformante comune a molte persone riguardo alla respirazione. Oggi, infatti, le persone tendono a trattenere sempre un po’d’aria, non respirano a fondo. Trattengono il respiro perché sono sempre pronti a difendersi, a dare riposte. Alla fine il respiro, non essendo mai realmente vuoti, non può essere profondo e manca il fiato. Quindi, la seduta si inizia facendo uscire tutta l’aria, così, insieme a lei escono anche i pensieri. E diventiamo vuoti, nuovi.

D – Dove agisce a livello fisico l’Aikido?Che tipo di riposte muscolari esige dal fisico?RS – E’ come nella vita quotidiana, normalmente si usano tutti i muscoli, così nell’Aikido. E’ vero, però, che alcune scuole di Aikido hanno cercato di fare diventare il corpo più forte. La nostra scuola non vuole questo. Non vogliamo essere più forti, solo meno deboli. I muscoli non devono essere più forti per fare qualcosa di speciale. Con l’Aikido uno si muove normalmente e fa dei gesti quotidiani?come correre, girare, gesti normali, che però facciamo con un’attenzione speciale.

D – E’ possibile riportare questa “attenzione speciale” nella propria vita quotidiana?RS – Certo, altrimenti non serve a niente l’Aikido. Alcuni vengono qui per poter diventare più forti, per difendersi, invece no. L’Aikido serve a sensibilizzare, a diventare più sensibile e dunque serve nella vita quotidiana. Si ritrova una certa morbidezza. Se prima il respiro era troppo corto e alto, a poco a poco, diventa più calmo. Questo serve per interagire con i bambini, nelle relazioni di lavoro?questa è la vera utilità dell’Aikido, servire nella vita quotidiana.

D – Voi praticate sempre la mattina molto presto?Perché?RS – Io sì, nella scuola Itsuo Tsuda pratico così, ma non tutti quelli che fanno Aikido praticano la mattina presto. Io preferisco la mattina perché siamo più nella dimensione dell’involontario, è una condizione che permette al corpo di svegliarsi e prepararsi alla giornata.

D – Presso la “Scuola della Respirazione” si pratica anche il Katsugen Undo, ovvero il Movimento Rigeneratore. Quali le sue origini?RS – E’ una scoperta del Maestro Noguchi. All’inizio Noguchi era un guaritore. Faceva passare ki alle persone per farle stare meglio. Ma a un certo punto, ha scoperto che la capacità umana di guarirsi da solo era innata, ma non funzionava più o funzionava di meno. E’ lui che ha scoperto che facendo yuki, ovvero fare passare il i con le mani, i corpi si muovono da soli e che questo comporta un riequilibrio del corpo. Sempre Noguchi, quindi, ha trovato alcuni movimenti che permettono al corpo di risvegliare la sua capacità di autoguarirsi. Per questo è nato il Movimento Rigeneratore o Katsugen Undo, esercizi che permettono al corpo di risvegliare capacità che non sa di avere.Tsuda ha portato il movimento rigeneratore in Francia e ione sono stato interessato perché ho trovato il legame che c’era tra l’Aikido e il Movimento Rigeneratore. Ho realizzato la presenza di tale legame per il fatto che quando un corpo è sano e ritrova le sue capacità, l’Aikido non può più andare verso il senso della lotta contro gli altri, bensì sparisce la volontà di farlo. Dunque il Movimento Rigeneratore è molto importante, a mio avviso è difficile praticare l’aikido nella nosra scuola senza conoscerlo.

D – Il Katsugen Undo si può apprendere solo frequentando gli stages che Lei tiene ogni due mesi?RS – Durante lo stage faccio delle conferenze, spiego e mostro le “tecniche” che permettono di entrare nello stato che genera il movimento. Io torno ogni due mesi per permettere alle persone che praticano quotidianamente di continuare nel “buon cammino”. Molti possono sviare, forse proprio perché nel Movimento Rigeneratore non c’è niente da fare, in realtà, solo essere presenti, chiudere gli occhi, svuotare la testa. Alcuni però pensano che sia meglio fare delle sedute accompagnate da musica ecc ecc?Ma il cammino è quello più semplice.

D – Il Movimento Rigeneratore è una cosa che noi abbiamo già, ma abbiamo dimenticato?RS – Non Proprio. Il Movimento Rigeneratore è un’attività umana normale, quello che abbiamo dimenticato è di lasciare il nostro corpo vivere da solo. Abbiamo dimenticato la fede nel nostro corpo, nelle nostre capacità, è come se fossimo traumatizzati. Il Movimento Rigeneratore permette di ritrovare questo, se prima non potevo fare qualcosa, dopo posso farlo. Ho solo allenato la mia capacità di fare, non ho fatto niente altro. Questa capacità si trova nel sistema motorio exrapiramidale, il sistema involontario. Quando questo viene allenato, si ritrova la capacità di riequilibrarsi da soli. E’ questa la capacità che abbiamo già. Anche le persone che non fanno Movimento Rigeneratore sanno riequilibrarsi da sole: quando uno è stanco va a letto, dorme e durante il sonno il corpo si muove, questa è la capacità del corpo di riequilibrarsi. Il Movimento Rigeneratore è una cosa che tutti hanno ancora un po’, ma la capacità di fare scattare il movimento diventa minore, attraverso l’allenamento dell’extrapiramidale la si ritrova.

D – Cosa è il sistema motorio extrapiramidale?RS – E’ il sistema involontario, che permette che il corpo si riequilibri. Ma non è l’unico, infatti, il Movimento Rigeneratore agisce anche sul sistema immunitario, che non dipende dal sistema extrapiramidale, ma è una capacità involontaria.Il movimento del nostro copro non è qualcosa che possiamo imparare, ma solo scoprire ed accettare. Il Movimento Rigeneratore agisce su tante cose, ad esempio sulla capacità di riscaldarsi, ma per ogni persona è diverso, non c’è né movimento uguale né reazione uguale perché ogni persona è diversa.

D – Il maestro davanti a persone che non conosce deve avere una sensibilità particolare per capire di che movimento ognuno dei partecipanti ha bisogno?RS – No perché il maestro non può fare il movimento per l'”allievo”, in quanto il movimento è spontaneo involontario, per cui ogni persona deve trovare il suo. Un allenamento del sistema involontario deve iniziare dal fatto di “lasciarlo involontario”. Dunque durante gli stages io spiego, faccio fare esercizi e dopo faccio solo “yuki”. Qualche volta posso aiutare la persona a svuotarsi la testa, con qualche tecnica, ma dopo il movimento scatta da solo. E’ come quando una persona si gratta sa dove e come farlo, senza che nessuno gli dica nulla.

D – Cosa significa Yuki e fare Yuki?RS – Yuki significa ki gioioso e fare Yuki “fare passare il ki gioioso”, ma è un’interpretazione?Si fa appoggiando le mani sul corpo dell’altro.

D – Si parla di riequilibrio del corpo, ma il Movimento Rigeneratore non è una terapia, bensì esercizi che permettono il risveglio di qualcosa?RS – Sì perché la terapia vuol dire che tu ti occupi del sintomo della malattia, ti prendi una responsabilità. Qui no. Qui lasciamo solo che il corpo faccia il suo lavoro. Se le persone hanno dei problemi e bisogno di qualcosa, si può fare il Ki e così si attiva la capacità del resto del corpo. Per cui non è terapia. Ci sono delle conseguenze terapeutiche, questo si può dire.

D – Tutti possono praticare il Movimento Rigeneratore?RS – No. Alle persone che hanno subito dei trapianti è sconsigliato, perché se una persona ha subito un trapianto possiede una parte di un’altra persona. Il suo corpo con il Movimento Rigeneratore tende a espellere la parte estranea al suo corpo. Infatti, colui che subisce un trapianto deve prendere medicine che gli permettano di fare accettare al suo corpo l’elemento estraneo. Il Movimento Rigeneratore attiva le capacità del corpo di riequilibrarsi, dunque agisce nell’espulsione di quel qualcosa di estraneo a sé. Può andare bene,invece, se il trapianto è con materiale del suo corpo, parti di pelle che prese da un punto vengono messe in un altro. Non accettiamo nemmeno persone che prendono medicine forti, come il cortisone ecc? in quanto queste medicine vanno nel senso della “desensibilizzazione” delle persone, mentre il Movimento Rigeneratore ne rende più acuta la sensibilità.

D – Quanti anni bisogna praticare per potere condurre una seduta di Movimento Rigeneratore?RS – Non ha senso parlare di anni. Sono i praticanti stessi che tengono le sedute. Basta anche solo un anno di pratica. Certo per condurre una seduta la persona deve avere un respiro abbastanza calmo e un ‘attitudine giusta, cordiale, semplice, non disturbare gli altri. Infatti, agisce solo l’involontario dell’altra persona.

D – Non può succedere qualcosa durante la seduta dal punto di vista emotivo da parte di persone più fragili?RS – Non accade nulla di questo, perché si scopre che il Movimento Rigeneratore è veramente naturale. E’ come se dicessi che grattandosi uno si fa uscire sangue. Le persone hanno delle tensioni al loro interno ma il Movimento Rigeneratore non le fa uscire, le scioglie. Se c’è qualcosa che non ha più ragione di essere, si scioglie.

D – Per permettere al Movimento Rigeneratore di generarsi bisogna prima liberare la mente dai pensieri, fare “vuoto mentale”, ma come avviene questo?RS – Per fare vuoto mentale, bisogna cominciare a lasciare cadere i pensieri che arrivano. Il vuoto significa che se ci sono pensieri passano. La mente ha comunque bisogno di agire, ma i pensieri non hanno importanza. All’inizio è un po’ difficile, ma poi non ci si preoccupa più e poco a poco tutto viene da sé?

Articolo di Francesca Giomo pubblicato sulla rivista on-line “Terranauta”, 04/01/2006.

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Semplice come respirare

itsuo tsuda aikidoIncontro con l’Aikido di Régis Soavi.

L’appuntamento è alle sette meno un quarto di mattina.  La zona è quella della Chinatown milanese.  Il luogo è un ex garage trasformato in un dojo tradizionale e spartano in cui, appena entrati, gentilmente ma con fermezza, ti indicano di toglierti le scarpe. I praticanti arrivano alla spicciolata, le facce assonnate, si danno il buongiorno sussurrando, quasi a non voler spezzare l’atmosfera livida di una Milano che sta per scuotersi di dosso il torpore dell’alba.

Ero stata invitata a una sessione di Aikido da Régis Soavi, francese, a Milano per uno degli stages che periodicamente conduce in Italia. Soavi porta avanti la scuola e il messaggio di Itsuo Tsuda (1914 – 1984), che fu allievo diretto di Morihei Ueshiba. Avevo letto un paio di libri di Tsuda, giapponese trapiantato in Francia.  Strani libri i suoi, che non appartengono né al genere “arti marziali”, né al genere “saggi” o “narrativa”. Nella scuola di Tsuda convergono due esperienze fondamentali, l’Aikido e il “movimento rigeneratore”. Ho cercato di approfondire l’argomento insieme a Régis Soavi.

Chi era Itsuo Tsuda.– Lei è stato allievo diretto del Maestro Tsuda. Mi parli un pò di lui.

– Era un uomo semplice. Noi lo chiamavamo semplicemente signor Tsuda. Io stesso ho cominciato a chiamarlo maestro solo negli ultimi anni. Teneva molto a essere considerato soprattutto un filosofo e uno scrittore. La sua era una ricerca personale. Quando lo si incontrava, ci si rendeva conto immediatamente della sua forte personalità, ma allo stesso tempo era un asiatico comune. Incrociandolo per strada, non ci si rendeva conto che fosse un esperto di arti marziali, sembrava un giapponese come tanti altri. Comunque, sui tatami era una scoperta. Tsuda si rivolgeva a ogni persona direttamente, non parlava mai in generale. Al mattino dopo l’Aikido prendevamo il caffè insieme e lì raccontava delle storie rivolgendosi a tutti, ma ogni volta capivamo che c’erano delle persone in particolare che voleva raggiungere. Ciò che lo caratterizzava era soprattutto la semplicità.

– Leggo dalla biografia di Tsuda: “a sedici anni si rivoltò contro la volontà del padre che lo destinava a diventare erede dei suoi beni; lasciò quindi la sua famiglia e si mise a vagare alla ricerca della libertà di pensiero. Dopo essersi riconcigliato con il padre, si recò in Francia nel 1934, dove studiò sotto la guida di Marcel Granet e Marcel Mauss fino al 1940, anno del suo ritorno in Giappone. Dopo il 1950 si interessò agli aspetti culturali del Giappone: studiò la recitazione No con il Maestro Hosada, il Seitai con il Maestro Haruchika Noguchi e l’Aikido con il Maestro Ueshiba. Tsuda tornò in Europa nel 1970 per diffondere il movimento rigeneratore e le proprie idee sul ki”. Cosa ha fatto Tsuda durante la seconda guerra mondiale?

– Nel 1940 venne mobilitato e dovette rientrare in Giappone, con l’ultimo battello che attraversava il canale di Suez. Poi il canale fu chiuso. Fu arruolato e ricoprì una funzione amministrativa nell’esercito. Non ha mai combattuto.In seguito, subito dopo la guerra, ha lavorato per la compagnia Air France come interpredte. Ed è stato così che ha incontrato il Maestro Ueshiba. André Nocquet, un praticante di Judo francese, era venuto in Giappone per imparare l’Aikido e poiché non parlava giapponese, ha cercato un interprete; quell’interprede era Tsuda, che dell’Aikido fino a quel momento non sapeva niente; ma vi si appassionò subito.

– Tsuda ha conosciuto prima Ueshiba o Noguchi?

– Noguchi. Aveva circa 30 anni quando lo ha conosciuto, mentre ne aveva 45 quando ha incontrato Ueshiba.

– Cosa significa che non voleva accettare l’eredità della famiglia?

– Suo padre faceva parte di una famiglia di samurai, che con la modernizzazione Meiji si erano trasformati in industriali e capi d’impresa. E Tsuda non voleva lavorare nell’azienda di famiglia. Voleva portare avanti la propria vita; all’inizio con difficoltà: ha lavorato anche in una fabbrica chimica. Poi si è riconciliato con il padre ed è stato lì che ha deciso di proseguire gli studi in Francia. Tsuda amava molto la Francia.

L’Aikido

Nella Pratica Respiratoria il battito delle mani (1)  precede e segue la recitazione del norito.(2)  Il norito è un testo di origini shintoiste recitato in giapponese. Il senso di questa recitazione è di creare una risonanza nei praticanti.- Un altro momento della Pratica Respiratoria: Régis Soavi durante l’espirazione (3 -4)  e il saluto alla calligrafia.(5)

-Secondo lei l’Aikido è un’arte marziale?

– No, conosce già la risposta. L’Aikido è una non-arte marziale: la pratica del non-fare. Il Maestro Ueshiba, in un’altra epoca avrebbe potuto rispondere che l’Aikido è un’arte marziale. Se però dico che non lo è, mi si obbietta: “ma allora è una danza”. Quindi io definisco l’Aikido una “non-arte marziale”. E poi è comunque qualcosa di diverso, infatti il Maestro Ueshiba l’ha chiamato ai-ki-do. Viene spesso tradotto come “via dell’armonia”, ma la definizione più appropriata è “via della fusione del ki”. Due persone si possono fondere. Fanno molto di più, che armonizzarsi: da due diventano uno, poi tornano ad essere due. In un’arte marziale di solito ci sono due antagonisti che si scontrano e ne resta solo uno; invece nell’Aikido c’è, la fusione delle sensibilità. Nella nostra scuola colui che attacca, attacca; l’altro si fonde: prende, assorbe e da due ne fa uno. Fà in modo che l’altro entri a fare un pò parte di lui. E in questo modo disarma. L’attacco non funziona più.

– Si impara quindi a prendersi la responsabilità anche per l’altro? Ovvero in una relazione fra due persone, basta la volontà di uno dei due per cambiare la qualità della stessa?

– Si impara a prendersi la propria responsabilità. Nella nostra scuola l’attaccante aiuta l’altro che ancora non riesce a “creare la fusione”, e la favorisce. Se attaccasse brutalmente, il principiante non riuscirebbe a realizzare la fusione, ma guidandolo gli fà riscoprire la sua capacità di movimento. Questa capacità la si possiede già. Se attraversando la strada arriva una macchina all’improvviso, si fa un salto indietro. E’ l’arte della schivata. Queste capacità emergono spontaneamente in condizioni eccezionali. Qui le si reintroducono, in modo che diventino più naturali, che partecipino a ogni istante della nostra vita.

– Voi praticate tutti i giorni al mattino presto. Come mai?

– Il maestro Ueshiba praticava al mattino, il maestro Tsuda anche, io ho continuato a praticare al mattino. Questa è una prima ragione. La seconda ragione è che vengono solo le persone decise e motivate, perché per venire a quell’ora bisogna alzarsi intorno alle cinque e mezzo. Al mattino si è più freschi che non a fine giornata ed è più facile praticare il non fare, per lo meno per i principianti; si è più “involontari”, ancora mezzo addormentati, non si è ancora perfettamente dentro il proprio “essere sociale” che serve durante la giornata per incontrare le persone e svolgere il proprio lavoro: sorridere quando si deve, non sorridere quando non si deve, ringraziare, eccetera. Il mattino, quando si arriva al dojo si è ancora puliti, poco strutturati e quindi c’è una maggior verità.

– In cosa il vostro Aikido si differenzia dalle altre scuole?

– Non ci sono differenze, è Aikido. Non so cosa si faccia nelle altre organizzazioni oggi, per esempio nell’Aikikai che ho lasciato vent’anni fa. Credo però che siano state dimenticate alcune cose. Per esempio, la prima parte della “pratica respiratoria”, che il maestro Ueshiba faceva tutte le mattine e che noi abbiamo conservato. Di essa, altrove, sono state conservate alcune forme, ma gran parte è andata perduta. Penso che ciò si adatti di più agli occidentali e alla nostra epoca, ma io preferisco rimanere più tradizionale.In una nostra sessione di Aikido c’è una prima parte in cui si pratica da soli per circa venti minuti, e una seconda in cui si pratica a coppie: uno dei due partner attacca e l’altro esegue la tecnica; qui troviamo le stesse tecniche praticate nell’Aikikai o dal maestro Kobayashi, o da qualsiasi altro maestro. La differenza sta nel modo di farle, un modo che dà molta più importanza al partner; si tiene completamente conto di lui e, in questo, credo che abbia svolto un ruolo fondamentale la nostra pratica del katsugen undo.

Il movimento rigeneratore (Katsugen undo)

– Cos’è il katsugen-undo?

– Nella nostra scuola ci sono due pratiche unite da uno spirito comune: l’Aikido, di cui abbiamo

itsuo tsuda

appena parlato e il movimento rigeneratore, che Tsuda aveva appreso dal maestro Noguchi: un “movimento che permette il ritorno alla sorgente”.E’ stato questo che ha permesso di comprendere meglio la parte non-fare dell’Aikido.Spesso quando arrivano delle persone da altri dojo vedo che  “hanno”  una tecnica: rispondono agli attacchi in un certo modo,ma non c’è più niente di spontaneo, tutto è calcolato, registrato, appreso, ordinato.

– E il movimento rigeneratore dovrebbe ricondurre l’individuo alla spontaneità?

– Sì, è l’arte della spontaneità per eccellenza.

– E deriva dal Seitai di Noguchi, se ho ben capito.

– Sì.

– Che cosa vuol dire  “Seitai” ?

– Vuol dire  “terreno normale” . Il  Seitai soho  , per esempio, è una tecnica per “Seitaizzare” le persone, ovvero dar loro la possibilità di ritrovare il terreno normale; il katsugen undo, invece, è il movimento del sistema motorio extrapiramidale, il movimento involontario, che scatta da solo e  “seitaizza”  l’individuo. Non si tratta di un sistema di acquisizione, al contrario è un sistema di spoliazione, non si acquista una maggiore flessibilità, piuttosto ci si libera dall rigidità. Non si acquista niente, si perdono delle cose, ci si libera di ciò che ci disturba. Anche nell’Aikido questo è importante. L’Aikido non è una via per  acquisire  delle tecniche, o per  avere  dei risultati bensì per ritrovare delle cose molto semplici. Per questo il maestro Tsuda usava dire  “ridivenire bambini senza essere puerili” .

– Ueshiba conosceva il Seitai? E come si sposano il Seitai e l’Aikido?

– È stato Tsuda a operare questa unione. Non credo che Ueshiba conoscesse il Seitai. Al contrario, il maestro Noguchi, era andato a vedere una dimostrazione di Ueshiba, dopo la quale aveva detto:  “Va bene” . E questo in Giappone è sufficiente.

Il ki

– Noguchi ha fondato il Seitai o esisteva già una tradizione del Seitai che lui ha perpetuato?

– No, lo ha creato lui. Inizialmente Noguchi era un guaritore, fino a quando ha “scoperto” il movimento involontario. Un giorno si è reso conto che le persone si ammalavano, andavano da lui, lui faceva passare il ki, esse guarivano e se ne andavano; poi si riammalavano e ritornavano. . . Questo avrebbe fatto felice un qualsiasi pranoterapeuta che si sarebbe fatto un parco clienti fisso. Ma Noguchi partiva da un punto di vista diverso: “A cosa serve che io li guarisca visto che si riammalano? E ogni volta che si ammalano dipendono da me”. Per lui era assurdo. Ha scoperto che con il “katsugen undo” non si ha bisogno di qualcuno che ci guarisca, il corpo non ha bisogno di nessuno, fa tutto da solo.

– Si può dire che il nostro ki ci guarisce?

– No, il ki non guarisce. Il ki attiva la capacità vitale dell’individuo, ma siamo già pieni di ki ! Se il nostro corpo lavora normalmente, non abbiamo bisogno di altro. Se ho dei microbi nel corpo, questo fa scattare la febbre e la produzione degli antibiotici “home made”, degli anticorpi, eccetera. Noguchi non faceva altro che attivare la vita quando gli individui erano troppo deboli. Ancora più interessante è che gli individui stessi possono attivare la vita da soli, senza avere bisogno di nessuno, senza dover domandare che qualcuno lo faccia per loro.

– E funziona questo metodo per curarsi?

– Non ci si cura . Se ci si rompe un braccio, una volta rimesso a posto l’osso, che cosa fa sì che esso si rinsaldi? Non sono le medicine, non sono i medici, e nemmeno il ki. Anche se non si fa niente, le ossa si rinsaldano, semplicemente perché si è vivi! Se si riscopre questa capacità, tutto il corpo funzionerà in questo modo.

– E per quanto riguarda il cancro, come funziona? E’ più difficile far funzionare delle cellule che sono impazzite.

– Nel caso del cancro si tratta di pigrizia del corpo; il corpo è talmente danneggiato, che sta per morire. Ma ci sono persone che sopravvivono al cancro. Come succede? Non mi riguarda, perché non mi occupo di terapia, non mi occupo di guarire le persone. Ma ciò che è sicuro è che ci sono persone che non hanno lasciato lavorare il loro corpo; a ogni piccolo problema hanno preso delle medicine. Le cose, oggi, vanno in questo modo anche con la nascita, la gravidanza; già dall’inizio della vita si è medicalizzati, ospedalizzati, quando invece si tratta di eventi naturali, in cui la vita lavora.

– Si potrebbe allora dire che sono i pensieri a essere malati?

– Non solo. È un insieme. Tuttavia, ciò che Noguchi ha apportato di nuovo è la possibilità, a chi lo vuole, di risvegliarsi. Non si tratta di risvegliare gli individui ad ogni costo; e nemmeno di proporre un metodo geniale che guarirà tutti. Può servire solo alle persone che hanno il desiderio di andare in una certa direzione. Gli altri, i pigri, non hanno niente da fare, qui. In questa società c’è già un infinito numero di specialisti che si occupano di loro: i medici, i sacerdoti, gli psicoanalisti, i guru, eccetera. Quanto a me, preferisco vivere la mia vita totalmente, preferisco che non ci sia bisogno di occuparsi di me.

– Sul nostro giornale avevamo iniziato una discussione sul ki, su come ogni disciplina orientale lo interpreta e lo usa. Sarebbe interessante sentire anche la vostra opinione.

– Il ki è una parola intraducibile, oggi.  Ki,  Ch’i,  Spiritus. . . Che cos’è? Il ki ha mille forme: il buon ki, il cattivo ki…. si tratta di qualcosa di indefinibile. Quando si entra in un posto, in un ambiente, si può dire che si sente un certo ki. Ma quello che a qualcuno pare un ki gradevole, a un altro può sembrare completamente sgradevole. Ilki non è qualcosa di definito. Nell’Aikido, c’è senza dubbio un ki nell’attacco che arriva. Talvolta, camminando per la strada, improvvisamente si sente qualcosa sulla nuca. Ci si gira e non si vede nessuno, poi ci si accorge che da un tetto c’è un gatto che ci guarda. Si è sentito il ki dello sguardo del gatto. Come spiegarlo? Si constata, ma poter spiegare cos’è… Essere in armonia con il ki. Ma quale ki? Non è semplice.

– Ricordo una sua conferenza nella quale diceva che quando si ha male è naturale appoggiare la mano sulla parte dolorante. Per esempio, quando abbiamo il mal di testa, è un gesto naturale portare la mano alla testa e che questo è già un modo di utilizzare il ki.

– Sì, posare la mano è yuki. Quando fa male la testa, si mette la mano sulla testa e il ki passa. In questo caso si concentra il ki. Il ki c’è già, circola, ma lo si concentra. Quando si ha male da qualche parte, si posano le mani su quel punto: in questo caso è talmente semplice, non ci si pensa nemmeno, lo si fa spontaneamente. Invece, quando si fa yuki a qualcuno c’è in più la concentrazione, la direzione.

– Quindi nella vostra scuola voi praticate yuki gli uni agli altri?

– Quando pratichiamo il movimento rigeneratore facciamo anche l’esercizio di yuki. Tuttavia, più che “fare” yuki, lo si riscopre. Si riscopre qualcosa che tutti già conoscono, una conoscenza che risale a quando si era bambini.

– La traduzione di yuki?

– “Ki gioioso”.

La percezione del sacro

– Il seitai si rifà a una tradizione religiosa di qualche tipo, come l’aikido?

– Né l’uno né l’altro seguono un credo religioso.

regis soavi aikido

– Però Ueshiba era talmente influenzato dall’Omoto-kyo (una setta shintoista) che nel suo pensiero l’aikido e la religiosità non sono sempre ben distinguibili.

-Ma l’aikido in sé non è affatto religioso. Si iscrive in una tradizione sacra, questo sì. Sicuramente Ueshiba aveva un rapporto molto forte con il sacro. E anche il maestro Tsuda considerava il  dojo   come uno spazio sacro. Del resto cos’ è il dojo ? E’ uno spazio dove pratichiamo la Via. E la Via è resa in giapponese con l’ideogramma di “Tao”. Non si pratica la Via dappertutto.C’ è bisogno di uno spazio consacrato a questo scopo.

– Ma cos’ è il sacro per lei?

– Non posso darne una definizione precisa. Resta il fatto che le persone dicono  “Il sacro sì, la religione no !”  Devo tenere conto degli individui che leggeranno il giornale . Una particolarità della nostra scuola è che non si pratica davanti a una foto di Ueshiba o di Tsuda, ma davanti a una calligrafia; la calligrafia appesa in questo dojo , per esempio, è  “Mu” , il vuoto.

– E usate la stessa calligrafia in ogni dojo?

– No. A Tolosa hanno una calligrafia che significa “Il drago esce dallo stagno dove giaceva addormentato”.  Ad Avezzano hanno una calligrafia che significa  “Bodai” , ovvero lo   “stato del risveglio, dell’illuminazione” .

– Che significato ha questa abitudine?

– Praticare davanti a una calligrafia crea un ambiente diverso che praticare davanti a una foto. Mettermi davanti a una calligrafia che significa   “vuoto”  personalmente mi riempie. Praticare davanti alla foto di un personaggio, fosse anche il fondatore della scuola, mi sembra un atteggiamento religioso, devozionale. Ueshiba non praticava davanti a una foto. Una calligrafia è “vuota”. E poi tengo molto a che le persone che vengono in un dojo comprendano il senso del sacro ma anche che non ci sono dèi da venerare qui. Non ci occupiamo delle credenze religiose o politiche delle persone. Allo stesso tempo, questo luogo, non è soltanto fisico. Non è una palestra, dove ci si allena, si suda e si fa la doccia.È un dojo permanente, dove non si praticano che l’Aikido e il movimento rigeneratore.

– Penso che le persone siano interessate anche a conoscere l’origine, che sia culturale, filosofica o religiosa delle discipline che praticano. Nella tradizione cinese, per esempio, le arti marziali classiche hanno avuto se non inizio, per lo meno un grande sviluppo all’interno di monasteri , buddhisti e taoisti.

– Tutto ha avuto inizio con la religione. Anche l’arte in Europa ha avuto inizio con la religione. Adesso è la pubblicità che dà impulso all’arte. La pubblicità è la nuova religione. Lo stesso Ueshiba diceva che l’Aikido non è una religione ma che, semmai, esso illumina le religioni, permettendo una migliore comprensione. Del resto, lui stesso recitava il   “norito”  davanti a piccoli altari buddhisti o shintoisti, o persino davanti a immagini di Gesù.

– Perché recitate il   norito  , quest’invocazione shintoista prima della pratica?

– Non è shintoista. Non so cosa sia. Dico che non è shintoista perché è qualcosa di più antico, qualcosa che è stato poi adottato dallo  shinto  . Il Maestro Ueshiba in questo caso parlava di   “kotodama” . Che cos’è il  kotodama ? E’ la risonanza.

– Come un mantra?

– Se si vuole. Lo shinto ha attinto a origini più antiche; così come il cattolicesimo che ha integrato le tradizioni più antiche della Pasqua  ( che era in origine una ricorrenza ebraica)  e del Natale (i   “Saturnalia”  romani; lo   “Yule”  celtico e nordico).

– In cosa consiste?

– E’ un piccolo testo. Ci vogliono pochi minuti per recitarlo.

– E insegnate ai praticanti il significato di queste parole ?

– No. Quello che conta di più è la vibrazione, la risonanza.

– Quindi le persone accettano di partecipare a qualcosa che non comprendono?

– Sì.

– Ma lei comprende il senso di questo testo?

– No. E’ la sensazione interiore che mi importa di più. Si fanno tante cose che non si capiscono, ma che si sentono.

Ognuno sa già tutto ciò che gli serve

– A una persona che si avvicina a un’ arte marziale, è sempre richiesto un grande atto di fiducia nel maestro. Il praticante suppone che un giorno arriverà a capire, che otterrà dei risultati. Spera di ottenere degli effetti visibili, la prova che ciò che sta facendo funziona, anche se forse non a breve termine.

– Ci si comporta sempre in funzione del ragionamento.Si fa qualcosa, poi si comprende, poi si diventa, eccetera.Invece con il Maestro Tsuda si scopriva qualcos’ altro.Ho praticato l’Aikido con altri maestri prima di lui, ho conosciuto diverse scuole e forme, ma con Tsuda ho scoperto la  non-forma : di fatto la forma esiste, ma è molto vaga.

Con Tsuda si cambia orientamento. Nella pratica, come lui l’insegnava, ci si ritrovava. Questa sensazione di ritrovarmi è ciò che mi ha portato a lasciare tutto quello che facevo d’altro: l’Aikido delle federazioni, il Ju-jitsu, eccetera. Non si ha più bisogno di spiegazioni. Credo che le persone che vengono qui sentano questo. Riscoprono la sensazione. Non hanno bisogno che si spieghi loro che fanno questo per una ragione, quest’altro per un’altra… Sentono, vedono, comprendono interiormente, scoprono; è questo ciò che conta di più per loro.In ogni modo, le conseguenze della conoscenza oggi sono cattive. Più si scoprono delle cose, più si pongono dei problemi. Non voglio dire che non si debba conoscere nulla o imparare nulla, però bisogna avere fiducia in ciò che vi è di istintivo negli esseri umani; nell’intuizione delle donne quando si occupano dei loro figli appena nati, per esempio. Quando una donna prende in braccio un neonato, non si domanda:  “Chissà se ha fame, se ha fatto pipì, se ha sonno, se ha sete?”.  Lei sa già di cosa ha bisogno il bambino, intuitivamente. Lo ha sempre saputo. Quando era bambina non aveva bisogno di utilizzare questa conoscenza ma quando diventa madre, l’utilizza e basta.Le persone sentono , ma normalmente questo tipo di percezione si arresta all’inconscio, non emerge. E quindi, ufficialmente, si dice “Non lo so”, ma in fondo, sappiamo già tutto.

La responsabilità individuale

– Che cosa propone, in definitiva, la scuola del Maestro Tsuda?

– Semplicemente dare alle persone un luogo dove si possono scoprire autonome , responsabili. Per esempio qui a Milano, il dojo si chiama  “Scuola della Respirazione”  e sono i membri stessi della scuola che lo gestiscono e condividono ogni tipo di responsabilità. Ci sono naturalmente delle persone che vengono agli  stages  per avere delle soluzioni ai loro problemi, ma non è quello che proponiamo noi; non proponiamo nemmeno un modello ideale che basta copiare per sistemarsi la vita. Ed è per questo che l’Aikido che noi pratichiamo è diretto a individui molto diversi tra loro: non è assolutamente  “uno stile, una scuola”.  Siamo individui diversi che praticano insieme, per ritrovare quello che di più profondo abbiamo; chi viene qui non viene per essere  “preso a carico”  dagli altri. Viene per scoprire qualcosa che gli deve servire nella vita quotidiana e che, altrimenti, non ha valore.

regis soavi stage été

– Degli esempi concreti su come la vostra pratica possa servire nella vita quotidiana?

– Gli individui sono meno stressati, si prendono più tempo per sé, sono più concentrati. Attenzione, non è un metodo “miracoloso” che rende tutte le persone belle, intelligenti, ricche e generose. Può servire nel lavoro, nel rapporto con gli altri, nel rapporto con i propri figli, ma non è una panacea.

– Ci sono delle persone che cominciano a praticare le arti marziali per essere più forti, ma poi vi scoprono altre cose, altri valori. Si può , per esempio, imparare a cedere invece che aggredire, come insegna il Taiji, si  “fa entrare”  l’avversario, invece che opporgli un blocco e poi si va nella stessa sua direzione, si sfrutta il suo movimento. E’ un atteggiamento trasferibile anche ai rapporti umani al di fuori della palestra.

-Infatti, invece di avere delle relazioni aggressive con gli altri esseri umani si può entrare in armonia e trovare qualcosa di più vero. Oggi le relazioni tra esseri umani sono troppo superficiali. Non ci si occupa più dei bambini: vengono messi al nido, poi a scuola, poi fanno il servizio militare… Ritrovare il contatto è importante. O ritrovare il piacere di lavorare e di fare un lavoro perché ci interessa. Questo non vuol dire che dobbiamo comportarci tutti allo stesso modo. Per ognuno di noi sono importanti cose diverse. Si rispetta il ritmo di ognuno. Alcuni ci mettono cent’anni a scoprire le cose più semplici e altri le scoprono subito, ma non per questo le utilizzano; scoprono in fretta un sacco di cose e poi spariscono.

– L’importante è che sia servito loro.

– L’importante è che esistano luoghi come questo, dove le persone che cercano possano venire a trovare.

– Ma forse, ancora più importante è che una volta che si è trovato, si cominci a dare . Che il fatto di aver trovato, possa servire a qualcuno.

– Sono d’accordo, ma ci sono molte persone che esistono solo in funzione del dare: e danno, danno. Alla fine gli altri non ne possono più di ricevere. È come quando si dà da mangiare al proprio bimbo: “Un cucchiaio per la mamma un cucchiaio per il papà un cucchiaio per la sorellina”; il bambino alla fine scoppia, non ne può più. I genitori fanno questo “per il nostro bene”. Ma anche i dittatori fanno delle cose “per il bene della nazione” Cosa si può fare per il bene degli altri? Un sacco di cose.

– Questa è un’espressione di egocentrismo .

– Certo. Ci sono anche delle persone che danno agli altri per non fare loro stessi o per se stessi. Sono piuttosto diffidente al riguardo. Ma è vero che se si dà in modo giusto, equilibrato, lo si sente, è qualcosa di vero.

– E’ per questo che in certe forme di arti marziali influenzate dallo zen, si cerca di eliminare l’ego…

– Ma non è possibile eliminare l’ego. Si può dire che non si deve essere egoisti o egocentrici. Il piccolo sé rappresenta l’unità della nostra personalità: l’importante è che non diventi il “padrone”.

Finita la sessione, i praticanti della Scuola della Respirazione, tirano fuori un lungo e basso tavolo attorno al quale fanno colazione tutti insieme, seduti per terra sui tatami.Nonostante siano ormai le otto passate e tutti siano completamente svegli, il tono delle voci resta smorzato, quasi a voler rimandare il più possibile l’entrata nel ritmo quotidiano e vociferante della città, e a trattenere il più possibile quest’altro ritmo, più interiore e pacifico, per sé.

Articolo di Monica Rossi pubblicato sulla rivista “Arti d’Oriente” (num.2 / febbraio 1999)