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Lettere inedite #2

Seguito della corrispondenza di Itsuo Tsuda di cui pubblichiamo qualche lettera, con la gentile autorizzazione del signor e della signora Bel. Il link per leggere la prima lettera.Itsuo Tsuda au dojo, Paris

Si tratta qui delle risposte date da Itsuo Tsuda, tra il 1972 e il 1979, a una giovane coppia che comincia a praticare il movimento rigeneratore. Seguiremo così in queste lettere il loro desiderio di far conoscere, attorno a loro, nella loro città, questa scoperta.

Questa lettera faceva seguito a una lettera nella quale raccontavamo a Itsuo Tsuda del nostro soggiorno a Saanen nel mese di luglio, nel corso del quale abbiamo fatto praticare il movimento rigeneratore a un gruppo di persone- tra cui molti allievi di Yvon Achard, insegnante di yoga a Grenoble. La reazione del gruppo era stata entusiasta. La riflessione di Itsuo Tsuda sulla tendenza degli occidentali a mischiare tutto ci ha indotto a una grande prudenza. Abbiamo avuto cura di non utilizzare mai questo termine anche se le nostre sedute erano assolutamente identiche a quelle organizzate da Katsugen-kai. È anche in quel periodo che abbiamo preso la decisione di non accettare mai soldi dai partecipanti: “in famiglia e tra amici”? Andréine BelLeggere di più

Lettere inedite #1

mouvement régénérateur
Itsuo Tsuda a Ginevra, seduta di movimento rigeneratore

La corrispondenza di un autore, di un filosofo, rivela spesso al di là dei particolari, delle visioni d’ordine generale. È il caso di questa corrispondenza di Itsuo Tsuda di cui pubblichiamo qualche lettera, con la gentile autorizzazione del signor e della signora Andréine Bel.

Si tratta qui delle risposte date da Itsuo Tsuda, tra il 1972 e il 1979, a una giovane coppia che comincia a praticare il movimento rigeneratore. Seguiremo così in queste lettere il loro desiderio di far conoscere, attorno a loro, nella loro città, questa scoperta.

[Per una la storia del dojo a Ginevra, leggi qui.]

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Dal Filosofo del Ki #2

Seguito e conclusione del reportage pubblicato sulla rivista “Question de” nel 1975, realizzata da Claudine Brelet (antropologa, esperta internazionale e donna di lettere francese) a Itsuo Tsuda.Itsuo tsuda Katsugen undo

Parte seconda

– Si possono “fondere” respirazione e visualizzazione?

– Effettivamente, la visualizzazione costituisce uno degli aspetti del Ki. La visualizzazione gioca un ruolo fondamentale, primordiale nell’Aikido. È un atto mentale che produce effetti fisici. La visualizzazione fa parte dell’aspetto “attenzione” del Ki. Quando l’attenzione è localizzata, ferma al polso, per esempio, la respirazione diventa superficiale, perturbata…si dimentica tutto il resto del corpo.

Il Maestro Ueshiba ripeteva sempre: “Maru, sankaku, shíkaku” cioè: “Cerchio, triangolo, quadrato..”. Se tutta l’attenzione è ferma al polso che sta per essere afferrato dall’avversario, a meno che non sia debole, occorre mobilitare tutte le forze muscolari per liberarsi. Se, al contrario, si visualizza un grande cerchio, come un arcobaleno che passa al di sopra della propria testa, espirando dalla punta delle dita per disegnare il cerchio visualizzato e che, quando la mano passa verticalmente allo zenith, si sposta il piede dello stesso lato all’indietro continuando a descrivere questo cerchio, l’avversario cade all’indietro lasciando il polso. « Questa visualizzazione passa attraverso a respirazione addominale. Quando ho iniziato ad imparare la recitazione del N?, mi esercitavo a far semplicemente vibrare le mie corde vocali. Il Maestro Hosada mi fece toccare un asse molto sottile che si trovava al centro di un tavolo di legno, molto robusto del resto. Quando si mise a recitare un brano, sentii questa tavola vibrare sotto le mie dita. Poi fu il mio turno. Per quanto gridassi, nessuna vibrazione. Il Maestro mi disse allora: «Non è questione di corde vocali nel Nô, ma di hara, di ventre. La respirazione addominale, è ciò che in giapponese chiamiamo kokyu. Nell’apprendimento delle arti giapponesi, è sempre una questione di kokyu. Avere il kokyu è anche avere l’abilità manuale, il “truc” (espressione francese che vuol dire “la capacità”, “il talento” o “il sapere come si fa qualcosa”). « Ko è espirazione. Kyu è inspirazione ». La combinazione dei due fa la respirazione. La nozione di Kokyu è particolarmente difficile da presentare in una forma didattica semplice. I due mezzi a cui ho fatto ricorso sono, da una parte, pubblicare dei testi dando accesso a questa nozione per la via intellettuale e, dall’altra, permettere alle persone, attraverso la pratica, di provare e di sentire direttamente… Io ci ho messo probabilmente più di dieci anni per recitare dal ventre il Nô. La respirazione, il Kokyu, è il segreto ultimo dell’apprendimento. Per accedervi occorrono lunghi anni di impegno continuo. In Giappone, si dice che un maestro di Arti marziali a cui i cani abbaiano non è un buon maestro. Il trucco, l’astuzia non è un pezzo di zucchero infilato nella bocca del cane, è il Kokyu, la respirazione.« Nel movimento rigeneratore, noi facciamo il contrario della tradizione: noi cominciamo dal segreto supremo, senza preamboli. Lavoro unicamente con coloro che accettano di considerare l’essere umano nel suo insieme…

– L’essere umano è di volta in volta mentale e fisico, pensiero e azione, individuo e ambiente ?

– Esattamente. A differenza dei filosofi occidentali il cui dominio è unicamente verbale, completamente separato dall’azione e dalla pratica, il movimento rigeneratore include insieme la comprensione e la pratica. È molto difficile descrivere il movimento rigeneratore nel quadro delle concezioni occidentali come: ginnastica, rilassamento, liberazione dalle inibizioni, dinamica di gruppo ecc. Il movimento si pratica e si deve praticare senza alcuno scopo preciso, affinchè l’evoluzione non ricchi di essere deviata intenzionalmente. Il movimento contribuisce ad una evoluzione fisica e mentale: l’ottica si allarga. Così, per esempio, se c’è un effetto di ringiovanimento, è semplicemente perché si era invecchiati troppo velocemente. Si tratta di una normalizzazione del terreno. La normalizzazione del terreno non deve essere ricercata come un punto fisso, definito in anticipo. È un atto che dovrebbe essere praticato in un non-scopo. È la filosofia del non-fare… da non confondere col “fare niente”! Non esiste un modello perfetto di terreno normale, perché ciascuno è differente. Del resto, ogni definizione è contraria alla vita. La normalizzazione deve venire da sola, senza sforzo. Si deve rivelare nel “sentire”. Si può dare una piccola idea della normalizzazione che si produce: la flessibilità fisica diventa più grande, ci si libera della fatica rapidamente, si passa più velocemente dalla concentrazione al rilassamento – e viceversa. Lo scarto tra pensiero e azione diminuisce…

– Ma cos’è il terreno dal punto di vista del Ki?

– Il Ki è l’amore, è la vita. Appartiene alla saggezza del corpo. L’Europa ha completamente perso di vista questa saggezza ed questo corpo nel corso della sua evoluzione. Il Ki è questa unità invisibile che lavora nel corso della vita dell’individuo assorbendo ciò che gli è necessario e viceversa, secondo il mutare dei suoi bisogni. Ma a questo bisogna aggiungere che il Ki precede ogni fenomeno vitale e che il Ki è contagioso. Non si sa perchè, quando ci si trova in presenza di certe persone, ci si sente improvvisamente dinamici, contenti, “euforizzati”: lo stato del loro Ki si trasmette. Il Ki è molto forte, intenso quando si è giovani. Poi, s’indebolisce con l’età. Non c’è più quando si è morti. Bisogna ricordare che la parola “spirito” ai giorni nostri significa un certo virtuosismo verbale, ma che questa parola viene dal latino spiritus, soffio, respirazione… Certamente c’è stato un tempo in cui gli antichi avi europei si servivano di questa parola, come della parola anima, dal latino anima, ciò che anima, come un qualcosa che va da sè, senza rompersi la testa… Quando il Ki sparisce, si è inanimati, si è morti.

– Come e dove si svolge il « movimento rigeneratore » ?

– Nel dojo. Il dojo è un posto dove l’ambiente è particolarmente intenso. Vi regna uno spirito di pace, di comunione e di gioia. Il Ki, effettivamente, qui è particolarmente intenso. » Il Seitai fondato dal Maestro Noguchi, significa letteralmente: “coordinazione fisica “. Non si tratta in realtà di uno stato di buona salute, ma di una sensibilizzazione che peremette all’uomo di reagire a tutte le anomalie, dunque di eliminare le possibilità di malessere, di malattia. E questo attraverso la respirazione, il soffio: il Ki. In breve, il movimento rigeneratore è la via che prepara ad un corpo ben Seitaizzato.

La ginnastica fa appello al sistema motore piramidale che comanda i gesti volontari. Il movimento rigeneratore è un metodo di allenamento del sistema motorio extrapiramidale che comanda i gesti involontari: singhiozzo, brividi, sbadigli, ecc. Il movimento rigeneratore non richiede nessuna conoscenza tecnica o accademica. È molto semplice e per questo è sconcertante! «Il movimento rigeneratore è basato sulla spontaneità. Spontaneità non significa poter fare qualunque cosa, assestare un pugno o uno schiaffo al proprio partner.No! Se un movimento è spontaneo, è che si è sbarazzato poco a poco degli elementi inutili per la vita. È diventato così semplice, che coincide con il movimento che si fa nella vita di tutti i giorni, senza tensioni, senza fatica. Il movimento rigeneratore è, in questo senso, una sorta di depurazione e non l’acquisizione di una nuova abitudine.

– Che cosa si intende per corpo ben seitaizzato ?

– L’energia, o il Ki, agendo sull’individuo, si trova polarizzato secondo le caratteristiche che gli sono proprie. Chi pratica il movimento rigeneratore può attraversare diverse fasi prima di trovare la normalizzazione del terreno: rilassamento del corpo, ipersensibilizzazione, poi eliminazione e infine, lavoro in profondità. L’energia, il Ki, agendo su ogni individuo e trovandosi polarizzato secondo le caratteristiche di ognuno, fa che ognuno sente e agisce in modo diverso. Il movimento che scatta spontaneamente dipende da elementi propri di ognuno e non da una nozione generalizzata a tutti. Secondo l’ipotesi Seitai, è il disequilibrio del corpo che impedisce una circolazione normale del Ki, una buona evacuazione delle anomalie. Rabbrividire, sbadigliare o ruttare sono delle funzioni, dei gesti normali del corpo che cerca istintivamente a ristabilire il suo equilibrio. Un corpo ben seitaizzato, normalizzato avrà il riflesso di vomitare un cibo avvelenato che il palato goloso avrà accettato.Se si ritorna come dei bambini piccoli, allora si diventa Respirazione. Se, con gli occhi chiusi, si respira mentalmente con le mani, i pensieri e le riflessioni varie diminuiscono, spariscono man mano che la concentrazione si intensifica. Le mani possono ingrandirsi… fino a raggiungere la grandezza dell’universo. E possono sparire lasciando posto unicamente alla respirazione. Si pratica senza scopo. Il cuore di cielo puro è tutto ciò che ci serve…

– Qual’è il ruolo di Itsuo Tsuda durante una seduta di movimento rigeneratore ?

– In materia di movimento rigeneratore, non ci sono maestri. Non sono un maestro. Al contrario, ciascuno è maestro di se stesso. Ognuno deve scoprire il proprio movimento. Non c’è scoperta né trasmissione come nel caso di un insegnamento esoterico. Sono incapace di dare un modello, di imitare i movimenti che ciascuno fa per una ragione semplice: il desiderio del corpo è differente in ognuno. Prendo la direzione dell’organizzazione, perchè ho un respiro più lungo e più intenso degli altri. Sono un catalizzatore, semplicemente. La qualità richiesta ad un catalizzatore, è che la sua presenza silenziosa sia ricercata. Un catalizzatore è un pò come quelle piccole braci che finiscono per trasmettere il loro fuoco ai carboni non accesi…

Il mio prossimo obbiettivo è di formare dei catalizzatori occidentali. Se non ci riuscirò negli anni a venire, il mio lavoro sarà un fallimento.

Reportage e intervista raccolti da Claudine Brelet

Dal Filosofo del Ki #1

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista “Question de” nel 1975. Claudine Brelet (antropologa, esperta internazionale e letterata francese), che ha realizzato questo articolo e questa intervista, è stata uno dei primi allievi di Tsuda.

Prima parte

itsuo tsuda

Sul limitare del bois de Vincennes, in fondo ad un giardino della periferia parigina, esiste un dojo molto particolare. Un dojo, cioè un luogo in cui si praticano l’Arte della respirazione e le Arti marziali. Non è una palestra. È piuttosto un luogo consacrato dove lo « spazio-tempo » è diverso da quello di un luogo profano. Entrando si saluta per sacralizzarsi ed uscendo per desacralizzarsi. Il dojo dell’Associazione Katsugen-Kai ha per Maestro Itsuo Tsuda, «Maestro» che comincia con il rifiutare questo titolo: «Mi hanno anche rimproverato, aggiunge, di non indossare il kimono nel nostro dojo. Ma è molto meglio che sia in jeans, per esempio. Se mettessi il kimono, per rispettare la tradizione sarei costretto a mandarlo ogni volta a Tokio per farlo pulire secondo le condizioni richieste!»

Tutto nel suo atteggiamento invita a riflettere. Sarebbe un vero Maestro, quest’uomo ostinatamente modesto e che dissimula un sapere di cui la vastità stupisce costantemente dietro il suo umorismo bonario? Quando rifiuta di essere chiamato «maestro», quando rifiuta un certo cinema che si trova in altri dojo, si può già essere certi di una cosa: non è un businessman dell’orientalismo attualmente in voga.

Itsuo Tsuda è nato in Corea nel 1914, «allora sotto la dominazione giapponese», precisa. Poi aggiunge: « All’età di sedici anni, mi sono rivoltato contro la volontà di mio padre: ho rifiutato di essere l’erede del suo patrimonio, ho rifiutato il diritto di primogenitura. Poi ho lasciato la mia famiglia e mi sono messo a vagabondare alla ricerca della libertà di pensiero. Un giorno, alla fine, mi sono riconciliato con mio padre. Nel 1934, sono venuto in Francia e, fino al 1940, ho completato i miei studi all’università di Parigi, in sinologia con Marcel Granet ed in etno-sociologia con Marcel Mauss. Ho dovuto lasciare Parigi a causa della guerra, ma questo soggiorno e l’insegnamento di questi due grandi ricercatori mi hanno arricchito molto… forse sono stati anche decisivi, in una certa misura. Forse, è grazie a loro che ho potuto cercare di esprimere in Occidente, attraverso dei termini e dei concetti comprensibili per gli occidentali e, soprattutto, per i francesi, ciò che sono il Ki e la filosofia del Non-Fare».

Quando torna in Giappone, Itsuo Tsuda lavora come etnologo. Si interessa agli aspetti culturali delle antiche tradizioni del suo paese:

« Nel 1950, mi sono messo a studiare molto seriamente la recitazione del N? con il Maestro Hosada, il Seitai con il Maestro Noguchi e l’Aikido con il Maestro Ueshiba. N?, Seitai e Aikido sono basati sul Ki non solamente come lo sono tutte le Arti tradizionali giapponesi, ma anche come tutti gli aspetti della vita quotidiana tradizionale in Giappone. »

Cos’è dunque il Ki ?

– La cosa più difficile da capire della lingua giapponese! La parola Ki appartiene al campo del sentire e non a quello del sapere. Il sentire è un’esperienza primaria, preliminare ad ogni sforzo dell’intelligenza. Nessuna spiegazione potrà trasmetterla adeguatamente a qualcuno che non condivide la stessa esperienza.La parola Ki ritorna continuamente nella lingua giapponese, per esempio: Ki ga chiisai significa parola per parola “il suo ki è piccolo”, che bisognerebbe tradurre con: “Si fa troppi problemi per niente”.O al contrario, Ki ga ôkii, “Il suo Ki è grande”, dovrebbe essere tradotto con: “Non si preoccupa per delle piccole cose”. Da sola, isolata, il termine Ki è praticamente intraducibile. Così Ancora un ultimo esempio: Ki-mochi no mondai si può tradurre con: “È condizionato dallo stato del Ki”, o, detto altrimenti: “Non è l’oggetto ed il risultato tangibile che contano, ma il gesto e l’intenzione… il Ki”. Questa espressione Ki-mochi è quasi diventata sinonimo di regalo e, presentandolo, si dice: “È il mio Ki-mochi”, che significa: “L’oggetto che vi offro è modesto, ma vogliate trovare un segno della mia profonda riconoscenza”. Rasentiamo allora il campo della psicometria!

– Perché insegnare l’approccio al Ki attraverso una scuola della respirazione?

– Lo sfondo giudeo-cristiano in cui vivono ancora gli occidentali del XX° secolo rendono le cose molto diverse da quelle che possono essere in altre civiltà, da altri modi di vedere la vita. È perché qui, in Occidente, il Ki è molto difficile da spiegare, perché non rientra nel sistema delle categorie. In qualsiasi altro luogo, quando si constata una cosa, la si accetta in modo molto naturale. Esiste, ecco tutto. L’occidentale ama la discussione, è fortemente cerebralizzato. Ma le discussioni ci rendono ubriachi di parole e ci impediscono di vedere ciò che accade realmente sotto il nostro naso. Così tradurre la parola Ki con “soffio” potrebbe essere molto corretto… a condizione di comprenderlo come duemila anni fa, come la parola pneuma degli antichi greci platonici, per esempio. Tuttavia, nel francese moderno, si può riflettere sul fatto che la parola inspirazione possiede due sensi: l’inspirazione fisica e l’ispirazione (in francese: “inspiration”) creatrice. In Estremo Oriente, Tchouang Tseu, filosofo cinese del V secolo a.C., fu uno dei primi ad aver discusso questa nozione di soffio. Non bisogna neanche dimenticare che il buddismo fu, all’inizio, una tecnica di respirazione. Qui, in Occidente, il Ki si traduce, secondo alcuni con magnetismo, e per altri, è l’influsso nervoso, per altri ancora, è la vibrazione o le onde o ancora elettromagnetismo. Io penso che il solo che abbia veramente individuato che cosa è il Ki ? è Groddeck. È lui che ha trovato la parola europea più vicina a questa nozione di Ki: il titolo stesso del suo libro, “In fondo all’uomo, questo”, o “Il libro dell’Es”, è molto esplicito.« Il Ki, se volete, è la Vitalità. È ciò che spinge l’uomo a realizzare qualcosa. Un modo di spiegare l’uomo che è dunque molto diverso dall’immagine fisico-chimica che si ha in Occidente da Lavoisier e Newton. Il cartesianesimo che è in Francia alla base di tutto (la scienza, la morale, la politica, l’amministrazione… tutto!), il cartesianesimo è una filosofia della conoscenza secondo cui ogni problema è concepito in uno spazio omogeneo ed immobile. Quando si tratta il problema dell’essere umano, lo si definisce quindi sulla base di questo spazio: è diviso in due, il mentale ed il fisico. Ciascuno a suo volta è diviso tante volte quante si vuole. La filosofia del Ki è, in questo senso, completamente diversa, perché l’essere umano qui è considerato nel suo insieme: è sia mentale che fisico, sia pensiero e azione, sia individuo che ambiente.

– Che cosa si pratica esattamente al dojo Katsugen-kai ?

– Si imparano i primi rudimenti, se posso esprimermi così, della coordinazione del Ki attraverso quello che è chiamato”movimento rigeneratore”. Questo permette, eventualmente, di passare in seguito allo stadio dell’apprendimento delle Arti marziali per chi lo desidera. Si impara l’Aikido. Si ascoltano anche delle recitazioni di Nô.

L’Aikido fa parte delle mie ricerche sul Ki. Ai-ki-do significa letteralmente: “via della coordinazione del Ki». Dire che l’Aikido è un’Arte marziale d’Amore può certo stupire degli occidentali. Per il suo fondatore, il Maestro Ueshiba con cui ho lavorato, l’ Aikido non è uno sport nè una tecnica di combattimento. È una dottrina di non-resistenza, un principio di fusione… Questo principio di fusione è il Ki. Il Maestro Ueshiba diceva spesso: «Il Ki è il grande re delle forze». La forza del Maestro Ueshiba non era una forza, ma il Ki, questa potenza eccezionale che si libera incoscientemente in caso di pericolo, per esempio. E questa potenza esiste virtualmente in tutti gli individui… È su questo principio di fusione del Ki che è basata la scuola di respirazione del Katsugen-Kaï.

Nel teatro Nô, non c’è la parola Ki. Ma, quando si sa ciò che è, questo salta agli occhi: il teatro Nô colpisce da intuito a intuito. A Katsugen-Kai, il nostro dojo, io recito una volta alla settimana per qualche minuto, un piccolo passaggio di Nô. Il mio uditorio, beninteso, è francese. Dopo aver recitato una sera un passaggio dell’opera teatrale Uneme, una giovane donna mi ha chiesto se non si trattava di suicidio. «È giusto», le ho risposto. Il suicidio della cortigiana Unémé, che si è gettata in uno stagno, l’aveva fatta pensare al suicidio di suo cognato, suicida col veleno. Come ?… Forse perchè la visualizzazione si era trasmessa direttamente. Questa giovane donna non conosceva affatto il giapponese.

La seconda parte dell’intervista

Articolo ristampato con il permesso dell’autrice, Claudine Brelet