di Régis SoaviLa caduta nella nostra arte è più di una liberazione, semplice conseguenza di un atto. È lo Yin o lo Yang di un insieme, il Tao. Durante la pratica Tori libera, alla fine della sua tecnica, un’energia Yang: se non vuole ferire il suo partner, gli lascia assorbire questa energia e ritrasmetterla nella caduta.L’Aikido è un’arte senza sconfitti, un’arte dedicata agli esseri umani, all’intuizione degli esseri umani, alla loro capacità di adattarsi, e il superamento, attraverso la caduta, della contraddizione che ha apportato una tecnica, non è altro che la capacità di adattarsi a questa.Non insegnare al principiante a cadere vorrà dire creargli un handicap sin dalla partenza, rischiare di vederlo scoraggiarsi, dar luogo a uno spirito di rancore o persino di vendetta.Ci sono differenti attitudini tra i debuttanti, ci sono quelli che si lasciano andare a corpo morto rischiando di farsi male e quelli che, siccome hanno paura, si contraggono al momento di cadere e ovviamente, se vengono forzati, cadono male e ne subiscono le dolorose conseguenze. La mia risposta a questo problema è la dolcezza e il tempo?
La respirazione durante la caduta
Nel momento in cui si viene sorpresi da un rumore, da un gesto, la prima reazione è quella di inspirare e di bloccare la respirazione, è un funzionamento riflesso e vitale che prepara la risposta e dunque l’azione. La sorpresa innesca una serie di processi biomeccanici totalmente involontari, è già troppo tardi per ragionare. È attraverso l’espirazione che arriverà la soluzione al problema. Alla fine, se non ci sono rischi o se la reazione è esagerata, e il rischio minore, si lascia andare il blocco e il respiro si libera in modo naturale (il famoso uff?) Quando ci troviamo davanti al pericolo, che sia grande o piccolo, siamo pronti all’azione, ad agire grazie al respiro, grazie all’espirazione. I problemi sopraggiungono quando, per esempio, non sappiamo come fare, quando la soluzione non sorge in modo immediato e si resta bloccati nell’inspirazione, i polmoni pieni d’aria, e in preda all’incapacità di muoversi. È un disastro! È pressappoco lo stesso scenario che si profila quando si è debuttanti, il nostro partner fa una tecnica e la risposta logica che ci permetterà di liberarci, e dunque di risolvere questo problema conflittuale, è l’Ukemi. Ma se si ha paura della caduta, se non si è tecnicamente preparati grazie alle numerose capriole avanti e indietro eseguite con lentezza e in tutta morbidezza, si resta con i polmoni gonfi come un pallone da calcio, e se la tecnica arriva fino in fondo, ci si ritrova a terra con più o meno danni.Il minore dei mali è quello di rimbalzare dolorosamente, come il suddetto pallone, sui tatami.Imparare a lasciare non appena è indispensabile, non cadere in avanti per precauzione, poiché questo compromette la sensazione di Tori, dandogli una falsa idea del valore della tecnica e spesso anche di sé stesso. Comprendere il momento giusto per espirare e arrivare dolcemente sui tatami senza aria nei polmoni. Poi, quando si è più avanzati, nel caso delle chutes claquées* sarà sufficiente espirare più velocemente e lasciarsi andare perché il corpo trovi da sé la buona posizione per atterrare.
Formazione vecchio stile!
La mia formazione attraverso il Judo agli inizi degli anni sessanta nella periferia di Parigi, è stata molto diversa. Per noi, studenti delle medie, il Judo è stato una maniera di spendere la nostra energia e di incanalare ciò che altrimenti sarebbe finito male, vale a dire in litigi e altre risse di strada. L’allenamento due volte a settimana passava attraverso due cose essenziali: il rispetto assoluto nei riguardi del nostro istruttore e l’apprendimento delle cadute. Era ancora un’epoca durante la quale il nostro istruttore ci insegnava il Judo “giapponese” senza le categorie di peso. Anche se Anton Gessing aveva appena vinto le Olimpiadi, egli si riteneva tradizionalista. Le cadute erano una delle basi dei corsi, rotolare in avanti, indietro, sul fianco, passavamo circa venti minuti ad allenarci prima di iniziare le tecniche e a volte, quando trovava che non eravamo abbastanza concentrati, troppo dispersi, ci diceva: “Rovesciate i vostri kimono per non sporcarli” e uscivamo per una serie di cadute in avanti, nel piccolo vicolo lastricato davanti al dojo. Dopodiché non avevamo più paura delle cadute, o almeno, quelli tra noi che volevano ancora continuare!Il mondo è cambiato, la società si è evoluta, i genitori di oggi probabilmente non accetterebbero di affidare i loro figli ad un tale “barbaro”, e poi ci sono i regolamenti, le norme di sicurezza, le assicurazioni.Bob, si chiamava così, si sentiva responsabile della nostra formazione e insegnarci a cadere in ogni circostanza e su tutti i tipi di terreno faceva parte dei suoi valori e il suo dovere era di trasmetterceli.I corpi sono cambiati, attraverso la nutrizione, la mancanza di esercizio fisico, l’intellettualizzazione a oltranza, come si può far passare il messaggio della necessità dell’apprendimento fisico delle cadute allorché il risultato non si vedrà che parecchi anni dopo? Quale sarà il beneficio, quale sarà il profitto? Tutto è contabilizzato oggi, non c’è tempo da perdere.È la filosofia dell’Aikido ad attirare i nuovi praticanti, è dunque grazie a questa che si potrà far passare il messaggio di questa necessità.
Il dualismo
L’Aikido, per sua stessa natura e soprattutto per l’orientamento che gli ha conferito O Sensei Morihei Ueshiba, ha tutta un’altra visione della caduta rispetto, per esempio, alla Boxe o al Judo, dove cadere è perdere. Chi guarda dall’esterno, ed è ciò che conferisce a torto un certo carattere alla nostra arte, ha l’impressione che Tori vinca quando Uke cade sui tatami. Psicologicamente è difficile ammettere che non è affatto così. La società non ci offre che raramente degli esempi di comportamento diversi dal dualismo manicheo “O vinci o perdi”. Ed è logico che, a prima vista, non si capisca e non si veda che questo. Per comprendere la cosa in modo diverso bisogna praticare, e inoltre bisogna praticare con in mente una concezione differente, che può essere trasmessa solo attraverso l’insegnamento. Itsuo Tsuda sensei ci dà un esempio della sua pedagogia nel suo libro La via della spoliazione:«Nell’Aikido, quando c’è scorrere del ki dall’esecutore A verso l’oggetto B, l’avversario C che lo tiene per il polso viene proiettato nella stessa direzione. C viene trascinato e raggiunge la corrente principale che va da A verso B. Ho spesso usato questa messa in scena psicologica. È, per esempio, la formula “Sono già lì”. Quando l’avversario vi afferra i polsi e blocca il vostro movimento, come nell’esercizio di kokyu da seduti, si è inclini a pensare che si tratti di un esercizio di spinta. Se si spinge l’avversario, si produce immediatamente una resistenza da parte di quest’ultimo. Spinta contro spinta, si lotta. Diventa una specie di sumo da seduti.Nella formula “Sono già lì”, non c’è lotta. Molto semplicemente ci si sposta. Si fa perno su un ginocchio per fare un mezzo giro, l’avversario è trasportato dallo scorrere del ki e si rovescia sul fianco.Basta pochissimo perché questo esercizio diventi una lotta. Appena vi si aggiunge l’idea di vincitore e di vinto, facciamo degli sforzi esagerati per ottenere il risultato, tutto ciò a scapito dell’armonia d’insieme. Uno spinge, l’altro resiste, abbassandosi oltremisura, e stringendo i pugni per impedire la spinta. Una tale pratica non beneficerà né all’uno né all’altro. L’idea è troppo meccanica.[?] L’idea di proiezione provoca la resistenza. [?] Dimenticare l’avversario pur sapendo che è lì, non è per niente facile. Più si cerca di dimenticare, più ci si pensa. É la gioia nello scorrere del ki che mi fa dimenticare tutto.»**
Il disequilibrio è al servizio dell’equilibrio
L’equilibrio non è affatto rigidità, ecco perché cadere, come conseguenza di una tecnica, può perfettamente permetterci di ritrovare l’equilibrio. È necessario imparare a cadere bene, non soltanto per permettere a Tori di non temere per il suo partner, poiché egli lo conosce e sa sin dall’inizio che le sue capacità gli permetteranno di uscire dalla situazione altrettanto bene di quanto farebbe un gatto in condizioni difficili. Ma anche e semplicemente perché grazie alla caduta ci si sbarazza delle paure che a volte i nostri stessi genitori o i nostri nonni ci hanno inculcato con il loro “precauzionismo” del tipo “Fai attenzione che cadi” a cui segue inevitabilmente il “Finirai per farti male”. Questo imprinting pavloviano ci ha spesso portato alla rigidità e in ogni caso ad una certa apprensione rispetto al fatto di cadere.In francese la parola cadere ha evidentemente una connotazione negativa, mentre in giapponese la traduzione correntemente più ammessa per il termine Ukemi è “atterrare con il corpo”, e qui si capisce che c’è un mare di differenza. Una volta ancora la lingua ci mostra che i concetti, le reazioni, sono profondamente differenti, e sottolinea l’importanza del messaggio da trasmettere alle persone che debuttano nell’Aikido. Senza essere specificatamente linguisti, né traduttori di giapponese, la comprensione della nostra arte passa anche attraverso lo studio delle civiltà orientali, delle loro filosofie, dei loro gusti artistici, dei loro codici. A mio avviso, non è possibile sradicare l’Aikido dal suo contesto, nonostante il suo valore di universalità, si deve andare a cercare in quelle radici e dunque nei testi antichi. Una delle basi dell’Aikido si trova nella Cina antica, più precisamente nel Taoismo. Durante un’intervista con G. Erard, Kono sensei rivela uno dei segreti dell’Aikido, che mi sembra essenziale benché piuttosto dimenticato al giorno d’oggi: egli aveva domandato a O Sensei Morihei Ueshiba «”O Sensei, com’è che noi non facciamo la stessa cosa che fa lei?” O Sensei ha risposto sorridente: “Io comprendo lo Yin e lo Yang, voi no!”».***
Proiettare per armonizzare
Tori, e questa è una peculiarità della nostra arte, può guidare la caduta del suo partner in modo che questi possa approfittare dell’azione. Itsuo Tsuda ci parla di quello che aveva sentito quando veniva proiettato da O Sensei: “Quello che posso dire in base alla mia esperienza è che, con il Maestro Ueshiba, il mio piacere era così grande che avevo sempre voglia di ricominciare. Non ho mai sentito alcuno sforzo da parte sua. Era talmente naturale che, non solo non sentivo alcuna costrizione, ma cadevo senza saperlo. Conosco l’infrangersi delle grandi onde sulla spiaggia che portano via e fanno rotolare. Certo, si prova un certo piacere, ma con il Maestro Ueshiba si trattava di altro ancora. C’era serenità, grandezza, Amore.”****C’è una volontà, cosciente o meno, di armonizzare il corpo del partner. In questo caso possiamo parlare di proiezione. È il caso di dire che l’Aikido non è più nella marzialità, ma nell’armonizzazione dell’umanità. Per realizzare quest’ultima è necessario aver abbandonato tutte le idee di superiorità, di potere sull’altro, o ancora tutte le attitudini vendicative, e avere invece il desiderio di dare una mano al partner per permettergli di realizzarsi, senza che egli abbia bisogno di ringraziare chicchessia. Perché questo si realizzi è indispensabile la fusione di sensibilità con il partner: è questa fusione che ci guida, che ci permette di conoscere il livello del nostro partner e di lasciarlo al momento giusto se è un debuttante, o di sostenere il suo corpo se il momento è adatto per un superamento, permettergli di cadere più lontano, più rapido, o più alto. In ogni caso il piacere è garantito.
L’involontario
Non è possibile calcolare la direzione della caduta, la sua velocità, la sua forza, né tanto meno il suo angolo di atterraggio. Tutto questo passa a livello dell’involontario o dell’inconscio, se si preferisce, ma di quale inconscio stiamo parlando? Si tratta di un inconscio liberato di tutto ciò che lo ingombrava, di tutto ciò che gli impediva di essere libero, ecco perché O Sensei ricordava così spesso che l’Aikido è un Misogi, praticare l’Aikido vuol dire realizzare questa pulizia del corpo e dello spirito. Quando si pratica in questa maniera non ci sono incidenti al dojo, è la via adottata da Itsuo Tsuda sensei e le indicazioni che dava ci conducevano in questa direzione. Questo fa della sua Scuola una Scuola particolare. Altre vie non solo sono possibili, ma anche corrispondono certo maggiormente, o meglio, alle aspettative di numerosi praticanti. Leggo molti articoli nelle riviste o nei blog nei quali ci si inorgoglisce per la violenza o per la capacità di risolvere i conflitti attraverso la violenza e l’indurimento, e questo non mi sembra essere il cammino indicato da O Sensei Morihei Ueshiba, né dai Maestri che ho avuto la fortuna di conoscere e, in particolare, Tsuda sensei, Noro sensei, Tamura sensei, Nocquet sensei, o altri ancora attraverso le loro interviste, come Kono sensei.L’Ukemi ci permette di comprendere meglio fisicamente i principi che governano la nostra arte, che ci guidano verso un superamento del nostro piccolo essere, del nostro piccolo mentale, per intravedere qualcosa di più grande di noi, fare corpo con la natura della quale siamo uno degli elementi.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:
Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 22) nel mese di ottobre del 2018.NOTE*. Cadute in avanti fatte senza rialzarsi, cadendo sul fianco assorbendo la caduta battendo la mano al suolo.**. Itsuo Tsuda La via della spoliazione, 2016 Yume Editions pag. 176-180***. Guillaume Erard, Entretien avec Henry Kono: Yin et Yang, moteur de l’Aikido du fondateur, 22 aprile 2008, www.guillaumeerard.fr****. Itsuo Tsuda, La via della spoliazione, Yume Editions, pag. 184





Le donne sono così numerose nella nostra Scuola che la parità non è rispettata, gli uomini sono in minoranza, di poco certo, ma lo sono sempre stati. Non vorrei parlare a nome delle donne eppure come fare? Eppure non formano un mondo a parte, sconosciuto agli uomini.Ma forse, per molti, sì!? Ciononostante penso sia sufficiente per l’uomo prendere in considerazione il suo lato yin, senza averne paura, per ritrovare e comprendere ciò che ci avvicina e ciò che ci differenzia. Forse è per un’affinità personale, una ricerca dovuta al mio vissuto durante gli eventi del maggio ’68 e a questo schiudersi del femminismo che si rivelò una volta di più a quell’epoca. O forse è semplicemente perché ho avuto tre figlie, che d’altra parte praticano tutte e tre, il risultato, quale ne sia la ragione, è stato che da sempre faccio attenzione al fatto che nei dojo della nostra Scuola le donne abbiano sempre il loro posto legittimo. Vi hanno le stesse responsabilità e non c’è evidentemente nessuna differenza di livello, sia per lo studio che per l’insegnamento. È veramente un peccato dover precisare questo tipo di cose, ma sfortunatamente non vanno da sé in questo mondo.Malgrado tutto le donne prendono poco la parola, dovrei dire la penna, nelle riviste di arti marziali. Sarebbe interessante leggere degli articoli scritti da delle donne, oppure dedicare uno spazio in “Dragon magazine spécial Aikido” alla visione delle donne sulle arti marziali e sulla nostra arte in particolare. Non hanno niente da dire o il mondo maschile accaparra tutto lo spazio? O forse questi dibattiti di parrocchia sull’efficacia dell’Aikido le annoiano, loro che cercano e spesso trovano, mi sembra, un’altra dimensione, o in ogni caso qualcos’altro, grazie a quest’arte? Di questo “qualcos’altro”, che forse è più vicino alla ricerca di O Sensei, Tsuda Itsuo sensei ce ne dà un’idea in questo passaggio del suo libro La Via della spoliazione:”Ci si rappresenta forse il Maestro Ueshiba come un uomo fatto di acciaio? È però l’impressione opposta che ho avuto di lui. Era un uomo sereno, capace di una concentrazione straordinaria, ma d’altra parte estremamente permeabile, da scoppi di fragorose risate, con un senso dell’umorismo inimitabile. Ho avuto l’occasione di toccare il suo bicipite. Ne fui stupefatto, era la tenerezza di un neonato. Tutto ciò che si potesse immaginare contrario alla durezza.La cosa può sembrare strana, ma il suo Aikido ideale era quello di giovani ragazze. Le giovani non sono capaci, a causa della loro natura, di contrarre le spalle quanto i ragazzi. Il loro Aikido è, per questo motivo, più fluido e più naturale.”2


«Quando ho cominciato l’Aikido intorno al 1960, ho imparato, sotto la direzione di insegnanti, allievi del Maestro Ueshiba, a fare degli esercizi di ginnastica prima di cominciare la parte tecnica.Uno di questi esercizi consisteva nel ruotare alternativamente su ciascun piede, descrivendo dei cerchi con lo spostamento. L’utilità di questo esercizio, secondo la spiegazione che ne veniva data, era di permetterci di abbassare il centro di gravità del nostro corpo in modo da essere in equilibrio in qualsiasi circostanza. La spiegazione mi sembrava molto logica. Tutte le perturbazioni che risentiamo nella vita quotidiana, derivano dal fatto che il nostro centro di gravità è situato troppo in alto. Il sangue sale alla testa e perdiamo la lucidità. Trascinati dall’impulso del momento, commettiamo degli errori. Accettata la spiegazione, mi allenavo nell’esecuzione di questo esercizio. Facevo un giro su un piede, poi sull’altro. Uno, due, tre, quattro, facevo dei cerchi senza perdere l’equilibrio, pur muovendomi.Un giorno, mentre stavo compiendo questo esercizio, udii una voce che, sebbene molto gentile, non lasciava dubbi sul significato del suo contenuto.«Lei finirà per avere le vertigini in questo modo».Mi voltai e vidi il Maestro Ueshiba che mi guardava. Rimasi lì inchiodato senza sapere cosa dire. Queste parole del Maestro ebbero su di me un terribile impatto.Avevo creduto, fino ad allora, all’uniformità dell’insegnamento. Che si trattasse del Maestro o di un semplice insegnante, doveva esserci una dottrina immutabile, una pratica determinata una volta per tutte. Il fatto che il maestro-fondatore disapprovasse quello che avevo imparato dai suoi allievi diretti, costituiva un grave caso di coscienza. Bisognava rimettere tutto in discussione.»2

Informazioni pratiche








Gli esseri umani vivono perché sono nati, e poiché vivono, mangiano e dormono. Sono nati come risultato di un’esigenza naturale, e vivono come risultato della stessa esigenza. Vivere è naturale. E così anche morire è naturale. Per gli esseri umani portare a compimento la vita che è data loro viene prima di tutto. Ma questo non significa affatto essere attaccati alla vita. Chuang-Tzu disprezzava qualsiasi brama per cose particolari. Per lui, il sorgere di qualsiasi attaccamento è allo stesso tempo un allontanamento dalla via. Così egli parla di nutrire la vita e di mantenere il corpo in modo che il momento presente che è dato, proprio perché è il momento presente, possa essere usato pienamente, e certamente non perché la cosa data è la vita.Chuang-Tzu ha visto come un tutto unico i contrari di bene e male, di bellezza e bruttezza, e dell’utile e dell’inutile, e per lui la vita e la morte erano anche un tutto unico, quello che nasce muore e quello che cessa di esistere torna in vita. “La vita sorge dalla morte e la morte sorge dalla vita,” ha scritto.Quando Tsu-Yu contrasse una malattia paralizzante, Tsu-Szu andò a trovarlo e chiese: “Pensi che il tuo destino sia spiacevole?” La risposta di Tsu-Yu fu sorprendente: “Perché dovrei trovarlo spiacevole? Se si sono prodotti dei cambiamenti e il mio braccio sinistro si trasforma in un gallo, lo userò per annunciare l’alba. Se la mia spalla destra è trasformata in un proiettile, la userò per abbattere un piccione da arrostire. Se i miei glutei diventano ruote di carro e il mio spirito un cavallo, cavalcherò con loro. Allora non avrei bisogno di altro veicolo che me stesso – sarebbe meraviglioso!””Il tempo non cessa nemmeno per un istante, e se è destino per un essere umano nascere, allora è naturale che la forma vivente debba essere persa. Se sei felice con il flusso del tempo e in armonia con l’ordine delle cose, allora non vi è alcuna gioia o dolore particolare. Questo è quello che gli antichi chiamavano “liberazione dalla schiavitù”. Tu metti un cappio intorno al collo e non riesci a toglierlo; questo è perché esso è legato dalla mente che pensa in termini di giusto e sbagliato e buono e cattivo. Nulla può superare il paradiso. Nulla viene dall’odiare il paradiso.”Il punto di vista di Chuang-Tzu sul nutrire la vita è chiaro nelle parole che vengono dal passaggio in cui Kung Wen Hsien parla al Comandante dell’Esercito: “Il lavoro dell’uomo è comunque il lavoro della natura”. Questa è la strada che lui percorre. All’interno della sua attitudine – che qualsiasi cosa accada, è appropriata, e che quando qualcosa accade, vai avanti e affermi la realtà – non vi è nessuna traccia della rassegnazione che si trova nel sottostare al destino. La sua affermazione della realtà non è altro che l’affermazione della realtà. La dignità dell’uomo è espressa unicamente dalle parole di Lin Chi: “Ovunque tu sia, sii padrone”.Dal punto di vista di Chuang-Tzu, la sicurezza della gabbia per uccelli non è meglio che l’essere inconsapevolmente addormentati. Egli sente la vitalità della vita solo fintanto che l’esistenza è senza costrizioni.(continua?)Traduzione della Scuola Itsuo Tsuda.
Appena si parla del ki si passa per un mistico, una specie di strampalato: «Non è scientifico, nessuno strumento, nessuna macchina è capace di provare, di dimostrare che il ki esista». Sono perfettamente d’accordo. Effettivamente se si considera il ki come un’energia super potente, una specie di magia capace di proiettare le persone a distanza o di uccidere solamente grazie a un grido, come si credeva con il kiai, si rischia di attendersi dei miracoli ed essere molto velocemente delusi.

«Nel fare ciò che è considerato buono, evita la fama; nel fare ciò che è considerato sbagliato, evita le sanzioni; rendilo un principio per mantenere una via di mezzo, e preserverai il tuo corpo, soddisferai la tua vita, sosterrai i tuoi genitori e vivrai il tuo arco naturale di vita.»Lette ed accettate per quello che sono, queste parole sono i principi della salute. Sento in loro, vicino a me, la forza dello spirito umano.Quando il re di So sentì dell’intelligenza di Chuang-Tzu, mandò, con una grande dimostrazione di cortesia, dei funzionari da Chuang-Tzu, chiedendogli di diventare primo ministro; ma Chaung-Tzu rise e osservò che diecimila pezzi d’oro erano una grande somma e una posizione da primo ministro era molto elevata. Ma chiese ai funzionari se avessero mai visto un toro sacrificale addobbato per la festa. Questo toro, disse, è ingrassato con vari cibi nutrienti per l’occasione, adornato con bellissima stoffa, e condotto nella stanza degli dei. Per quanto il toro voglia essere soltanto un toro in questo momento, non può. Disse ai funzionari di partire senza fare storie e di non macchiare la sua vita, e disse che semplicemente voleva essere felice nella propria misera situazione. Parole come queste sono davvero tipiche di Chuang-Tzu, ed ancora suscitano un sorriso dopo duemila anni.Alla fine giusto e sbagliato e lode e biasimo sono una cosa sola, Chuang-Tzu ha detto “La distinzione delle cose implica la definizione. La definizione implica la disgregazione. Con le cose, non c’è né definizione né disgregazione, solo unità. Solo il vero saggio sa che tutto è uno.” In questo modo, Chuang-Tzu ha distrutto il mondo degli opposti e l’ha frantumato. Ecco perché diceva senza preoccuparsi, “Nel fare ciò che è considerato buono, evita la fama; nel fare ciò che è considerato sbagliato, evita le sanzioni”.
Quando qualcuno dorme sul terreno umido, la forza lo abbandona e sviluppa i reumatismi. Metti un’anguilla in cima ad un albero, e lei trema di paura; fai lo stesso con una scimmia, e questo non accade. “Tra questi tre, c’è qualcuno che non conosce qual è il posto adatto per la sua vita?”L’essere umano mangia il maiale, ai cervi piace l’erba, il millepiedi trova i vermi deliziosi, il corvo si delizia di ratti.” Tra questi quattro, c’è qualcuno che non sa cosa gli piace mangiare?”Il maschio della scimmia prende la femmina tra le sua braccia, il cervo si accoppia con la cerva, l’anguilla gioca col pesce. Mao Chiang e Li Chi erano considerate le più belle donne di questo mondo, ma alla loro vista, il pesce si tuffò in profondità, gli uccelli volarono alto nel cielo ed il cervo fuggì.Chi di questi non conosce il proprio oggetto dei desideri?Rimanere al di là del bene e del male e fondersi con la natura di tutte le cose: questo è il segreto del coltivare la vita di Chuang-Tzu.Inseguire una vita sana e fuggire per evitarne una malsana ti rende solamente irritabile e preoccupato. Essere orgogliosi dei propri talenti e desiderare essere primo nel mondo in qualcosa significa aver dimenticato il principio più importante del coltivare la vita. Un grande albero è rovesciato dal vento; l’alto rango di un ministro attrae l’invidia delle masse, ma per la persona che si è liberata da ogni vincolo e gode di una vita di libertà, un ministro, anche se ha un rango elevato e riceve un alto salario, non è più di un sandalo rotto.”Un fagiano che vive in una palude cammina dieci passi per un becco pieno di cibo e cento passi per un sorso d’acqua, ma non vuole esser tenuto in una gabbia”.Chuang-Tzu insegna che non c’è bisogno di essere super pedanti riguardo a una vita “salubre” o “non salubre” e agitarsi. Insegna che si respira tranquillamente e si segue disinteressatamente e con calma le richieste del corpo, e che questa è l’essenza per preservare la vita e vivere pienamente. Come possiamo essere all’altezza di questo? Adottiamo l’attitudine di qualcuno che vede un fuoco dall’altra parte del fiume ed incrocia le braccia? O c’è qualcosa di più che può esser fatto, qualcosa di positivo?Il cuoco del principe Wen Hui disse, “Io maneggio le cose con lo spirito e non con l’occhio. Quando i sensi smettono di funzionare, lo spirito guida.” Questo è allontanarsi dalle apparenze e dimenticarle subito; essenzialmente è la stessa cosa che diceva il prete zen Lin Chi, “la mente non differisce dalla mente”. Allora, in tutto questo non c’è nulla ma il dispiegarsi di un puro atto, e questo, fondamentalmente, è ciò che è sostenuto nell’adagio del maestro di spada: “Dimentica le tue abilità ed il tuo avversario; lascialo tagliare in superficie, mentre tu incidi la sua carne; solo se ti abbandoni alla piena puoi raggiungere le acque poco profonde.”Non possiamo dire che nel modo in cui l’arte di uccidere conduce alla strada della sincerità, sia nascosta la strada per coltivare la vita? Sconfiggere l’attaccamento alle cose, il rispetto delle regole e la paura della morte, e rendere lo spirito libero vi consente di utilizzare la spada liberamente nel mondo dell’ uomo di spada senza danneggiare nulla, e nel mondo comune vi permette di imboccare la via per coltivare la vita e di favorire l’essenza della vita. Sospetto che Wen Hui abbia imparato dalle parole del suo cuoco che è seguendo la natura delle cose che si coltiva la vita; la cosa importante è che abbia riconosciuto che il coltello del cuoco si muoveva senza l’intervento del sé, senza che la sua lama fosse rovinata. Ad un sacerdote Zen è stato chiesto: “Tu vieni e vai, vieni e vai. Cosa intendi con questo?” “Consumo la suola delle scarpe senza scopo”, rispose.(continua…)Traduzione della Scuola Itsuo Tsuda.
Piuttosto che usare la conoscenza per fare sette buchi nell’Informe1 (come nella parabola con cui si conclude il settimo capitolo2), Chuang-Tzu ha voluto rimanere nel nulla indifferenziato, ed ha insegnato che gli umani dovrebbero rimanere all’interno di questo.Le nostre vite sono limitate, non ci sono limiti ai «si dovrebbe» e «non si dovrebbe», e se, possedendo limiti, si provassero a rispettare gli illimitati «si dovrebbe» e «non si dovrebbe», si rimarrebbe solo con l’ansia di non essere in grado di rispettarli. Tuttavia, la gente persegue ancora i «si dovrebbe» e «non si dovrebbe». E la loro ansia aumenta.La via dell’igiene è perseguita con il solo risultato che i «si dovrebbe» e «non si dovrebbe» sono moltiplicati; i «si dovrebbe» e «non si dovrebbe» a cui la gente deve dare ascolto si moltiplicano sempre più; e poi l’ansia di seguire queste regole unita alla paura di non essere in grado di farlo rende le persone ancor più timorose e deboli di spirito, e l’altro lato della medaglia è che l’ansia e la paura aumentano i poteri di agenti patogeni e di cattiva salute.
Quando si pratica l’Aikido c’è sempre la possibilità di sognarsi qualcun altro, il cinema e gli effetti speciali ben si prestano a far sognare gli adolescenti così come i giovani adulti delle nuove generazioni. Nei nostri paesi industrializzati, la morte è diventata virtuale e spesso asettica, la spettacolarizzazione ha creato un distacco. Gli schermi che tutti possiedono oggi hanno permesso questo distanza tanto fisica quanto psicologica.Il lavoro che possiamo fare con un bokken, un jo o anche con uno iai ha un’importanza enorme dal punto di vista fisico e psicologico. Ma non ho mai visto nei miei allievi una reazione simile a quella che si può vedere con un tanto.Finché si tratta di un tanto in legno va ancora bene, ma non appena si propone il tanto di metallo, anche se la lama non è affilata, si può riconoscere negli occhi dei praticanti un certo sguardo, con una serie di sfumature, dallo spavento al panico passando dallo sbalordimento, in ogni caso vi è la paura, perché dobbiamo pur chiamarla con il suo nome. Qualsiasi siano i dinieghi, le giustificazioni.Siamo spesso talmente lontani da questo tipo di realtà…
Il semplice fatto del senso della lama, la sua presa in mano, gli angoli di taglio. È tutto questo che condiziona un buon attacco.Spesso le persone sono riluttanti ad utilizzare il tanto di metallo, troppo vicino alla realtà. Si visualizzano già come barbari, le mani grondanti di sangue del partner!Per quanto io possa spiegare ed usare le precauzioni necessarie, queste visualizzazioni impediscono loro di fare un vero attacco e li bloccano. Rimangono lì, aspettando non so cosa, o attaccano mollemente e, anche se gli attacchi sono convenzionali, avvisano, “telefonano”, il momento del loro attacco. Ma se tutto, proprio tutto, è previsto, non rimane niente di vivo. Se si protegge e iperprotegge, la vita scompare. Il respiro si accorcia, diventa affannoso, inconsistente.L’istinto non può svilupparsi. Rimane sono un allenamento ripetitivo e noioso.E qui devo dirlo: non si tratta solo di parlare delle arti marziali, perché tutti gli attacchi sono prefissati ed è normale, è necessario per acquisire una postura corretta. È anche importante lavorare lentamente per un certo tempo al fine di sentire bene i movimenti, come quando si lavora un kata di Jiu jitsu ad esempio. Ma a partire da un certo livello il momento e l’intensità devono rimanere aleatori e si deve dare il massimo. Il movimento libero – sorta di randori alla fine di ogni seduta – è il momento in cui si può appunto, nel rispetto del livello di ognuno, lavorare sulle proprie reazioni.Quello che fa la differenza con i grandi Maestri del passato non è la loro tecnica eccezionale ma la loro presenza, la qualità della loro presenza. Quello che fa la differenza ancora oggi è la qualità dell’essere e non la quantità di tecniche.
Quando si pratica con una sciabola o un bastone ci si può rifugiare nell’arte, lo stile, la bellezza del gesto, le regole, l’etichetta. Con il tanto è più difficile perché è più vicino alla nostra realtà. Il coltello, il pugnale, sono purtroppo delle armi troppo spesso utilizzate ancora oggi. L’aggressione fa paura, trasformarci in aggressori per qualche minuto ci impressiona. Questo vincolo è estremamente fastidioso e addirittura a volte quasi impossibile da superare per alcune persone. Il mio lavoro consiste ad aiutarli, per uscire da questo immobilismo, da questo blocco nel loro corpo, ad andare fino in fondo a questa paura, a rivelarla, a mostrare che è questa ad impedirci di vivere pienamente. Il tanto è un rivelatore di quello che avviene dentro di noi. E qui, due grandi orientamenti sono possibili: la via del rafforzamento o la via della spoliazione. Nel primo caso, la lotta contro la paura ed il suo corollario, la lotta contro se stesso che è un’illusione, perché in fin dei conti chi è quello che perde? È una via di desensibilizzazione, d’irrigidimento del corpo, d’indurimento muscolare e la sua conseguenza: il rischio di un’atrofia della nostra umanità.Oppure il superamento per l’accettazione di questa paura per quello che è e per il fatto di favorire lo scorrere del ki che la rendeva paralizzante. La paura, che in partenza è una sensazione naturale, deriva dal nostro istinto. Non è altro che il blocco della nostra energia vitale quando quest’ultima non trova una via di uscita. Si trasforma in stimolo, in attenzione, in realizzazione e perfino in creazione quando trova la giusta via.È per questo che la nostra Scuola propone il Movimento rigeneratore (una delle pratiche del Seitai insegnato da
Ero un giovane insegnante quando ho cominciato ad allenarmi più regolarmente con il bastone. All’epoca fissavo un tappo di bibita all’estremità di una cordicella che appendevo al soffitto. Il mio allenamento consisteva nel fare tsuki sul tappo e ogni volta che si muoveva a immobilizzarlo di nuovo. Poi ho variato le altezze. In seguito ho lavorato gli yokomen e i colpi da sotto, sempre cercando di essere preciso e senza aumentare la velocità. Ho lavorato lentamente cercando l’angolo giusto, utilizzando gli spostamenti e poco a poco ho aumentato la velocità di esecuzione e infine ho cominciato a colpire utilizzando il movimento del tappo che volteggiava a sinistra, a destra, con dei soprassalti a volte curiosi, o addirittura inquietanti se fosse stato il bastone o il Bokken di un avversario. Potevo girare attorno a quell’asse che appendevo al centro del piccolo dojo che si trovava nel cortile di rue de la Montagne Sainte Geneviève 34 a Parigi. Me ne ricordo ancora con emozione perché è stato grazie al 


Nella pratica dell’Aikido ho sempre amato il ken. La spada, come il Kyudo nel modo in cui ne parla Herrigel nel suo libro sull’arte del tiro con l’arco, è un’estensione del corpo umano, una via per la realizzazione dell’essere. Nella nostra Scuola, il primo atto all’inizio della seduta è un saluto con il bokken davanti alla calligrafia. Ogni mattina, dopo aver indossato il kimono ed essermi preso qualche minuto di meditazione nell’angolo del dojo, comincio la pratica respiratoria con questo saluto verso la calligrafia. È per me indispensabile armonizzarmi con ciò che mi circonda, con l’universo.Il semplice fatto di respirare profondamente alzando il bokken davanti al tokonoma, con una calligrafia, un ikebana, cambia la natura della seduta.Si tratta, per me, di realizzare Ame no Ukihashi1, il ponte fluttuante celeste, che lega l’umano e ciò che lo circonda, il conscio e l’inconscio, il visibile e l’invisibile.Per tutta la pratica respiratoria, la prima parte della seduta, il mio bokken è al mio fianco, lo stesso bokken da quarant’anni. È come un amico, una vecchia conoscenza. Un regalo di una donna semplice e generosa che si occupava della vendita in negozio quando ero un giovane insegnante di Aikido al dojo del Maestro Plée in rue de la Montagne Sainte-Geneviève.
Praticavamo molto il Iaïjutsu ed anche il Bojutsu2. Le tecniche che mi aveva mostrato mi hanno segnato per la loro estrema precisione. Era il giovane maestro della scuola della sua famiglia, Jigo Ryu. All’epoca non conoscevo neanche il nome di questa scuola. Oggi è diventato un sensei importante, è anche il 19° maestro del Bushuden Kiraku Ryu, una scuola che ha più di quattro secoli di esistenza.C’è una realtà nelle armi che può mancare alla pratica dell’Aikido come è talvolta insegnato oggi e rischia di diventare una specie di danza. Oppure si cerca di testare chi è di fronte mettendoci troppa resistenza e il tutto si trasforma in una lotta.Con Tatsuzawa Sensei, c’era una respirazione. Una respirazione che non era la stessa che trovavo con Tsuda Sensei, ma c’era qualcosa e mi piaceva ciò che insegnava. Era qualcosa di talmente fine, talmente preciso, talmente bello che ho desiderato che i miei allievi ne approfittassero. E per anni, quando facevo degli stage, dicevo: «Ciò che vi ho mostrato è una tecnica della scuola di Tatsuzawa Sensei». Progressivamente questi due cieli, l’insegnamento di Tatzuzawa Sensei, ed il lavoro sulla respirazione con Tsuda Sensei, mi hanno portato a dare questo nome a ciò che io stesso scoprivo, Ame no Ukihashi Ken, la spada che lega il cielo e la terra, il cosciente e l’inconscio, il volontario e l’involontario.Non ho più rivisto Tatsuzawa Sensei per trent’anni, ed è in occasione di un viaggio in Giappone che ci siamo ritrovati! È così che da dieci anni i miei allievi studiano l’arte del Bushuden Kiraku Ryu con lui ed uno dei suoi allievi, Sai Sensei. È un modo per noi di capire meglio le origini delle tecniche che utilizziamo, è una ricerca storica che ci permette di scoprire il cammino percorso da O Sensei Ueshiba.
