Continua l’articolo di Hiroyuki Noguchi del 1993. Tradotto dal giapponese dalla Scuola Itsuo Tsuda. La prima parte è disponibile qui.
2. I principi del Doho e i kata.
Se si cerca di capire la logica dei principi del Doho, i kata sorgeranno naturalmente. Il Doho e il kata sono un binomio: non possiamo parlare dell’uno senza parlare dell’altro. In origine, il Doho è il principio di base di realizzazione del kata. Ogni kata si compone di tre stati1Questi tre stati si vivono a ogni realizzazione del kata così come nell’evoluzione di una persona o su una vita intera. Sono dei cerchi concentrici che approfondiscono il gesto Possiamo avvicinarli a Shuhari 守破離 che descrive le fasi dell’apprendimento: “seguire/obbedire”, “comprendere/esplorare” e “integrare/trascendere”. O ancora di Jo-ha-kyū序破急, lento, accelerato, veloce, che è un ritmo organico presente in tutta la cultura giapponese. Il drammaturgo Zeami ha scritto al riguardo”Ogni fenomeno nell’universo si sviluppa attraverso una certa progressione. Anche il grido di un uccello e il rumore di un insetto seguono questa progressione. “Nel teatro Nō, ogni pezzo, ogni atto, ogni scena e ogni discorso individuale avrà il suo Jo-ha-kyū interno : accogliere2 L’utilizzo della parola “accogliere” suggerisce l’utilizzo del principio non dualista del Non=Fare in cui non c’è opposizione tra me, soggetto agente e l’ambiente. Non sono io che “inizio” l’azione, la mia azione consiste nell’accogliere “l’azione giusta”, nell’essere disponibili nel corpo e nella mente per “accogliere” il kata./iniziare, trasformare e integrare/chiudere. Qui, tuttavia, esploreremo ciò che attraversa i tre stati del kata.
Il Doho e lo sviluppo della percezione interna
L’epoca attuale è un’epoca senza kata. Al suo posto l’esercizio fisico che si è diffuso è il cosiddetto “rilassamento” e il “lasciar andare”. Con un’insistenza sul fatto che i kata schiacciavano la libertà, l’individualità ed erano una forma di repressione coercitiva. Così i kata sono stati ingiustamente pervertiti.
Eppure i principi del Doho non potevano essere “la rigidità e il disagio”. Al contrario, i kata soho utilizzati per spostarsi naturalmente e senza sforzo. Per esempio, malgrado il fatto che i costumi del No pesano in tutto 30 chili, i ballerini potevano ancora muoversi liberamente e con facilità. Se il kata è spezzato, cioè non è più fatto correttamente, ciò non sarà più possibile.

Tra i principi del Doho condivisi dagli antichi troviamo le espressioni: Kire (tagliare), Tame (caricare/preparare), Shime (chiudere/stringere), Shibori (strizzare), Ochi (cadere), Otoshi (scendere), ecc. Nessuna di queste espressioni permette di descrivere ciò che appare da un punto esterno. Al contrario, tutte si rifiutano di farlo. Quando si dice che “il koshi è impegnato”, che “l’hara è determinato” o che “il petto è sceso”, si tratta di descrizioni di percezioni interne di pienezza quando si raggiunge un movimento superiore. Questo può essere valido e utile solo se si cerca nella percezione interna.
La percezione interna del corpo fa parte integrante del Doho. Non può esserci il metodo Doho senza questa percezione interna. La ragione dell’attuale declino della pratica del Doho è la mancanza di attenzione quotidiana a questa percezione interna del proprio corpo. Se manca questa percezione interna, non è sorprendente che i kata sembrino solo una forma vuota e inutile.
La chiave della comprensione del Doho risiede nella visione del corpo di un’epoca in cui l’anatomia non esisteva. Quella che io chiamo “la percezione interna del corpo” è l’immagine del corpo ottenuta attraverso la sensazione interiore, dimenticando le divisioni anatomiche e sentendo profondamente l’interno del proprio corpo. La visione così ottenuta è molto diversa da una semplice immagine mentale e obbiettiva del corpo, si potrebbe piuttosto qualificarla come “immagine corporea gassosa”.
Ora, sedetevi, chiudete leggermente gli occhi e provate a percepire la regione del vostro hara. Un’immagine del ventre allora apparirà. Alcune zone sono indistinte e vaghe, mente quelle che sono chiare possono assomigliare, per esempio, a una zucca o a una mezza luna. In seguito, passiamo dalla percezione interna della superficie del ventre a strati più profondi. Lo strato più profondo è l’interno della schiena. Le persone la cui percezione interna raggiunge l’interno della schiena potranno sentire il proprio hara in tre dimensioni.
L’hara sentito con la percezione interna è tridimensionale e multistrato. Cercate anche di esercitare una forza nel ventre contemplando e osservando questo hara interno Questa forza non può raggiungere lo strato più profondo. Perché è quando la forza riempe l’hara dallo strato più profondo fino allo strato superficiale, passando attraverso diversi strati, che si utilizza l’espressione Hara ga kimaru, un ventre determinato.
Per fare questo, l’origine della forza deve essere ricercata nello strato più profondo. Per cominciare, essa si concentra in un punto dello strato più profondo, da cui genera un leggero movimento che difficilmente si può qualificare come forza. Questo movimento si diffonde immediatamente agli strati superiori e aumenta progressivamente. Appena raggiunge la superficie, appare il sentimento di potenza o di antagonismo. È ciò che gli antichi intendevano con “muovere l’asse”, o “muovere il centro”. Se la forza più profonda raggiunge la superficie, l’hara si posiziona naturalmente.
Provate a fare la stessa cosa con il koshi. Constaterete che il koshi condivide lo spazio con l’hara interno. Nella percezione interna del corpo, il koshi e l’hara non fanno che uno. I termini koshi o hara sono semplicemente dei nomi basati sulla rappresentazione anatomica del corpo.
La norma del Doho dell’”hara determinato” è stato sviluppato con la percezione interna della persona. Questo hara è quello della percezione interna del corpo. Le persone di oggi, che non sanno come fare questa introspezione del corpo, cercano di applicare la saggezza del Doho degli antichi prendendo come base la visione di un corpo “oggettivo”, cioè teorico e non sentito con la percezione interna. Ma quale che sia il modo in cui cercate di muovere il vostro ventre “oggettivo”, in cui vi agitate; in cui concentrate il vostro ki, influirete solo sullo strato superficiale del vostro hara, ciò non toccherà gli strati profondi.
Di conseguenza, è impossibile per loro raggiungere il pieno sviluppo della percezione interna. in queste condizioni non sorprende che le persone di oggi abbiano l’impressione che la padronanza dei kata venga loro imposta. Ciononostante, quando conoscerete l’estensione e la profondità dell’hara con la percezione interna, capite perché gli antichi vi accordavano tanta importanza. La calma e i movimenti tranquilli dei gesti fatti così valgono la pena di essere gustati.
Sono convinto che i principi di movimento del corpo del Doho si sono profondamente radicati nella cultura giapponese e hanno anche avuto una forte influenza sulle sue pratiche spirituali perché erano accompagnati dalla ricerca di “un corpo percepito”.
La soddisfazione che deriva dalla padronanza del “corpo percepito” e dal fatto di compiere ciò a cui questo “corpo percepito” è naturalmente pronto era la sostanza del “memorizzare dal corpo” e del “sentire dal corpo”.

Ad esempio, quando si vede la luna in autunno, non la si vede con gli occhi. È attraverso la contemplazione del “corpo percepito”, chiarito dalla vista, che si ricorda la bellezza della luna autunnale. I giapponesi hanno vissuto con questo “corpo gassoso”. Era un corpo con uno spazio vago tra carne e spirito. E gli antichi conoscevano le tecniche per realizzare questo “corpo percepito”.
Ritorniamo alla questione dei kata.
Movimento interno ed esterno: i principi del “kata del Dôhô”
Il “kata del Doho” serve a padroneggiare il movimento. Più il corpo “oggettivo” è immobile, più il “corpo percepito” appare chiaramente e più questo cambiamento avviene con vigore. Pertanto, si può dire che il kata induce l’azione del “corpo percepito”.
La danza del teatro Nô è trattenuta, come se rifiutasse il movimento. Allo stesso modo, l’espressione dell’interprete è nascosta dalle maschere. In origine, la cultura giapponese si basava sulla percezione della differenza tra l’interiorità e l’esteriorità dei sentimenti e sulla percezione della differenza tra l’interiorità e l’esteriorità delle apparenze. Era considerato volgare stringere i denti, fare uno sforzo o rivelare le proprie emozioni.

È una cultura che cerca di suscitare un senso di lusso in un semplice germoglio di camelia nel tokonoma e un senso di assoluto silenzio nel suono tagliente del koto3Strumento musicale a corde.. È in questo che risiede la peculiarità di questa cultura, che deriva dal rapporto tra il kata e la percezione interna del corpo. L’apparenza esteriore della danza sembra trattenuto, ma in realtà il mondo della percezione interna è pieno di movimenti ricchi.
Se si ferma l’esterno, l’interno si muove; se si ferma l’interno, l’esterno si muove.
Il Kata riassume questa inversione dell’ordine tra l’esterno e l’interno. Ci sono tre principi nel “kata del Doho”.
Il primo principio è Jun-Gyaku-Kikkou.
Significa che le forze si equilibrano. Può essere applicato non solo al rapporto tra interno ed esterno, ma anche ai dettagli del kata, cioè all’orientamento di ogni parte del corpo. Ad esempio, la forma shizumi, considerata una corretta inclinazione del corpo in avanti, si basa sulla posizione eretta in cui l’osso pubico va all’indietro e le ginocchia si piegano in avanti. Si spostano nello stesso tempo in direzioni opposte.
I secondi principi sono Tenkei-Doushitu e Doukei-Tenshitu.
Tenkei-Doushitu significa che quale che sia il modo in cui il kata è stato modificato, se il koshi del “corpo percepito” è al suo posto, non verrà mai distrutto, o detto altrimenti, l’essenza resta immutata.
Doukei-Tenshitu significa che, poiché la forma esteriore del kata resta identica, il “corpo percepito” si è spostato dall’interno. Per esempio, quando la tensione è generata dal fatto di stringere il braccio e dalla flessione del braccio, per rilasciare questa tensione, bisogna distendere l’angolo di flessione del braccio o rilasciare la presa. Il Doukei-Tenshitu è il processo che permette grazie al “corpo dispeso” di rilassarsi senza cambiare l’angolo del braccio né la forza della presa.
Il fatto che l’espressione della maschera No cambi liberamente non è dovuto solo alla tecnica Doho dell’interprete, ma anche al fatto che egli ha acquisito la tecnica Doukei-Tenshiitu dello spostamento del “corpo percepito”.
I terzi principi sono Docho e Tenkan.
È la sensibilizzazione con le altre persone, attraverso l’armonizzazione e lo spostamento. Provate a stringere la mano a qualcuno, chiunque sia. Noterete allora che gli angoli dei gomiti delle mani destre sono sincronizzati senza saperlo. Se aggiustate l’angolo del vostro gomito con più precisione, non sapete più se voi state spostando il partner o se è il partner che vi sta spostando. Avete allora la sensazione che siete stati entrambi spostati dall’altro e i due movimenti diventano una sola ed unica cosa.
È il principio seguito nelle prime tappe del metodo Seitai di percezione interna che io seguo. Benché le tecniche con il “corpo percepito” piuttosto che con il “corpo oggettivo” siano oggi la norma nel Seitai, questo principio di base è sempre d’attualità.
Penso che la cultura giapponese sia una cultura fondata sui pilastri che sono: il Doho, il metodo di movimento, il naikan4内観 lett. sguardo interno., la percezione interna e il kanno, la sensibilità. Se l’altro è educato, la trattiamo con cortesia, che si tratti di nemici o di amici. Questa forma di armonizzazione si chiama “l’accoglienza”.

L’arte di accogliere gli invitati nel Chanoyu 茶道 era in origine una ricerca di sensibilità. Perché l’incontro durante il servizio il té, Ichigo-Ichie5 四字熟語 lett. Una vita, un incontro in cui ogni esperienza è unica. non prende la forma di un contatto diretto, di un faccia a faccia con l’invitato principale? Chiedete a qualsiasi persona oggi e non otterrete risposta. Eppure essa è semplice: i giapponesi non credevano alle conversazioni. Partivano dal principio che non sono gli occhi che sono al centro della funzione di sensibilità con un’altra persona. I giapponesi sono alquanto sfavorevoli a stabilire un contatto visuale.
La nostra cultura consisteva nel cercare l’incontro con l’altro da koshi a koshi6 Itsuo Tsuda diceva “da intuizione a intuizione”.. In questo modo, i giapponesi si rallegravano, rispettavano e desideravano lo scambio nella sensazione interna reciproca del corpo di ciascuno.
NOGUCHI, Hiroyuki, 1993.
Traduzione da giapponese: Moeki Noji, 2025.
Notes
- 1Questi tre stati si vivono a ogni realizzazione del kata così come nell’evoluzione di una persona o su una vita intera. Sono dei cerchi concentrici che approfondiscono il gesto Possiamo avvicinarli a Shuhari 守破離 che descrive le fasi dell’apprendimento: “seguire/obbedire”, “comprendere/esplorare” e “integrare/trascendere”. O ancora di Jo-ha-kyū序破急, lento, accelerato, veloce, che è un ritmo organico presente in tutta la cultura giapponese. Il drammaturgo Zeami ha scritto al riguardo”Ogni fenomeno nell’universo si sviluppa attraverso una certa progressione. Anche il grido di un uccello e il rumore di un insetto seguono questa progressione. “Nel teatro Nō, ogni pezzo, ogni atto, ogni scena e ogni discorso individuale avrà il suo Jo-ha-kyū interno
- 2L’utilizzo della parola “accogliere” suggerisce l’utilizzo del principio non dualista del Non=Fare in cui non c’è opposizione tra me, soggetto agente e l’ambiente. Non sono io che “inizio” l’azione, la mia azione consiste nell’accogliere “l’azione giusta”, nell’essere disponibili nel corpo e nella mente per “accogliere” il kata.
- 3Strumento musicale a corde.
- 4内観 lett. sguardo interno.
- 5四字熟語 lett. Una vita, un incontro in cui ogni esperienza è unica.
- 6Itsuo Tsuda diceva “da intuizione a intuizione”.