Testimoniare

di Régis Soavi

Questo articolo è stato scritto per Dragon magazine spécial Aikido prima della chiusura della rivista; il tema era “La professionalizzazione”.

Responsabilità

Se l’insegnamento che abbiamo ricevuto e interiorizzato ha cambiato la nostra vita, se ci ha permesso di approfondire valori che ci stanno a cuore e di scoprirne altri che, sebbene finora ignorati, si sono rivelati essenziali per la qualità della nostra vita, è importante “trasmettere questo tesoro” perché è nostra responsabilità non lasciare cadere nell’oblio un patrimonio dell’umanità che è al servizio di ciò che vive.

Trasmettere

L’insegnamento dell’Aikido non è una professione nel senso comune del termine; fortunatamente per la nostra arte, si tratta invece di tutt’altro. È un compito che si è portati a svolgere un po’ come una missione liberamente accettata che ci è stata affidata per permettere ad altri di scoprire questo cammino, questa via, questo Tao che continuiamo a seguire. “Quando si lavora nelle professioni che si occupano dell’uomo, si lavora nella non-padronanza, ovvero in qualcosa di cui non si è padroni del risultato, poiché è la persona stessa che elabora ciò che sta diventando.”1Jacques Marpeau, “Un mot, un enjeu : « Profession » et « métier »”, articolo pubblicato il 09/03/2023 su https://cafepedagogique.net, tr. it. École Itsuo Tsuda. È la trasmissione di un’eredità che ci è stata tramandata a poco a poco nel corso di molti anni e che continua a risuonare nella nostra vita quotidiana. Nonostante le rigide regole imposte dallo Stato e attuate dalle varie federazioni, esiste ancora un piccolo margine che consente all’insegnamento della nostra arte di rimanere soprattutto un dono di sé e un modo per approfondire il proprio percorso. Si tratta principalmente di comunicare l’incomunicabile e, nonostante ciò, di riuscire a far passare il messaggio che ci è stato trasmesso da Tsuda sensei. Cambiare il mondo almeno localmente, “regionalmente”, questa è stata, a mio avviso, una parte importante del lavoro, sia filosofico che fisico, di Itsuo Tsuda. Insisteva in particolare su quella che chiamava “la pratica solitaria” che conduceva ogni mattina.

All’interno della seduta di Aikido, è una prima parte molto ritualizzata e profonda, basata unicamente sulla “Respirazione” (la circolazione del Ki e la sua visualizzazione) e che, oltre alla scrittura dei suoi libri, era il suo modo di intervenire in maniera diretta su ciò che lo circondava, sul Mondo.

Itsuo Tsuda

Nella nostra Scuola, è specificato fin dai primi articoli dello statuto che “pratichiamo senza scopo”. Tsuda sensei aveva insistito affinché queste poche parole fossero messe in primo piano, perché in esse risiede l’essenza della nostra pratica. Raramente vengono comprese all’inizio, e purtroppo anche in seguito, perché spesso sono considerate praticamente inconcepibili in occidente, a parte le persone che praticano seriamente e che grazie a ciò approfondiscono la loro conoscenza del Giappone o dell’Oriente in generale. Durante i primi contatti o quando se ne parla con amici e conoscenti, si sentono i commenti più disparati. Si va dai più leggeri come “è una storia assurda” fino a “non è una cosa seria, è una sciocchezza”. Inoltre, è molto spesso destabilizzante e difficile da ammettere, non ci sono “lezioni” come nelle palestre o nei centri yoga, ma sedute quotidiane condotte il più delle volte dai/dalle praticanti più anziani/e.

Non c’è nemmeno una progressione, ma un vero approfondimento, un’apertura anche verso una sensibilità consolidata e un mondo di sensazioni che, dal momento in cui se ne è capaci, permette a chiunque abbia il coraggio, il desiderio, di scoprire cosa significa condurre una seduta: basterà avere continuità, rispetto per gli altri e ovviamente il consenso del gruppo. Anche per la pratica dell’Aikido non si tratta di insegnare tecniche sofisticate o di correggere a tutti i costi, ma piuttosto di creare un ambiente favorevole all’evoluzione di ciascuno. Di permettere di cercare in profondità dentro di sé, a livello dell'”Hara”, la “Respirazione”, di prendere coscienza della circolazione del Ki. Ciò è ancora più evidente nella pratica del Katsugen Undo, nella quale dal punto di vista tecnico è sufficiente saper contare fino a venti seguendo un ritmo dato, per consentire la coordinazione del gruppo di praticanti.

Lo stesso vale per l’Aikido: sono la percezione concreta, fisica, non intellettualizzata, dello yin e dello yang e la postura, gli elementi determinanti per far passare un messaggio sia visivo che sensoriale. Condurre delle sedute non ha “alcun valore in sé”, basta che siano apprezzate dal gruppo. Tuttavia, a volte questo permette di capire meglio a che punto siamo nella nostra pratica, di vedere se siamo in grado di trasmettere ciò che abbiamo scoperto e che può essere utile agli altri. È importante comunicare a diversi livelli, a volte si capisce meglio quando la dimostrazione è fatta con un sempai più vicino a ciò che siamo in grado di fare, di vedere, di sentire. D’altra parte, se abbiamo capito bene, senza compiacere il nostro Ego, condurre le sedute ci permette di uscire dalla castrazione sociale che limita le nostre capacità e ci congela in un ruolo, qualunque esso sia, e di ritrovare noi stessi senza correre il rischio di una sopravvalutazione distruttiva dell’Io.

Una Scuola senza gradi

Dato che la nostra Scuola è una Scuola senza gradi, senza livelli “senza punti di riferimento fissi” come ci diceva Tsuda sensei, ogni passaggio, ogni approfondimento è importante nella nostra pratica, anche le più piccole scoperte devono essere considerate al loro giusto valore. Indossare l’hakama è significativo sotto diversi aspetti e ha un senso che dobbiamo scoprire se vogliamo capire cosa ci può apportare, e tra l’altro c’è anche un testo essenziale disponibile per chi lo desidera. La cintura nera non è un grado ma un’opportunità da cogliere, (c’è un testo che riporta le parole pronunciate in questa occasione). Ogni praticante segue un cammino che è personale per lui, puramente individuale, nessuno dovrebbe essere geloso o anche solo invidiare il percorso di un altro col rischio di perdere il senso di ciò che viene insegnato.

Diventare un Sensei

Non si tratta del “Fato”, ma piuttosto di un destino che si è creato indipendentemente dal desiderio, dalla volontà di colui o colei che, grazie a una pratica corretta e regolare nel corso di molti anni, è diventato capace di dare, di restituire ciò che ha ricevuto. Il termine Sensei, come tutti sanno, non è un grado né un riconoscimento e non ha alcun valore particolare, potrebbe essere interpretato come: “camminare davanti”, essere più anziani (indipendentemente dal numero di anni) e avere esperienza e capacità reali nella propria arte, comprendere e sentire “l’Altro” e saper comunicare con semplicità. Come in tutte le cose, c’è “caffè e caffè”, e quindi in tutte le arti ci sono “sensei e sensei”. Penso che nessuno possa rivendicare e soprattutto imporre un titolo del genere. Può essere attribuito a qualcuno per ragioni molto diverse. In ogni caso, può servire solo a chi lo usa, perché considerare qualcuno come il proprio sensei è un posizionamento dell’allievo, ed è questo posizionamento che gli permette di comprendere altre cose dal suo sensei.

Un percorso

Quando ero bambino, nella mia Scuola di Judo, come in tutte le arti marziali, c’erano le cinture colorate; eravamo bambini, poi adolescenti, e questo avrebbe dovuto stimolarci, «favorire una sana competizione parallelamente al sistema scolastico», per ottenere una fetta più grande della torta, anche a costo di schiacciare gli altri per averla. Il mondo suscita uno stile di vita e ci educa in questa direzione, «ci sono vincitori e vinti, questa è la forma di Egualitarismo che ci viene proposta, ben lontana dall’Equità, non è vero?»
All’epoca, non avevo altra scelta, se volevo praticare un’arte marziale, dovevo stare al gioco, superare gli esami, vincere combattimenti per ottenere dei gradi. Prima cintura bianca, poi gialla, poi arancione, poi verde e infine blu. Dopodiché, prepararsi per la marrone, in vista della consacrazione suprema, la cintura nera.

Un altro punto di vista

Gli anni Sessanta portano un ribaltamento di prospettiva. Come conseguenza del dopoguerra, inizia uno sconvolgimento sia a livello sociale, che societario e culturale. Tutto è messo in discussione. Ho diciassette anni e interrompo temporaneamente il mio allenamento per dedicarmi ad altre scoperte. Il mondo, o meglio “la Mia Visione” del mondo, cambia, la società disgregandosi rende qualcosa di impossibile, possibile, nulla sarà più come prima, IO NON SARÒ PIÙ COME PRIMA.

Dopo questa pausa, riprendo nuovamente le arti marziali, il “Judo jujitsu”, ma non vi ritrovo più lo stesso spirito. Anche il mio spirito è diverso.
Il vecchio mondo è Morto; un altro mondo sboccia dentro di me. Voglio usare i resti del vecchio mondo per rivoltarli contro di lui e permettere così la creazione di una situazione nuova. L’Aikido è una delle armi non letali a disposizione del mio essere per continuare nella direzione che ho preso. Ho vent’anni e inizio l’Aikido, un cammino nuovo e rivoluzionario per me.

Inizia un nuovo percorso, ovviamente con la cintura bianca. Ben presto faccio da Uke durante le dimostrazioni (so cadere molto bene e ho un buon equilibrio). Maroteau sensei mi dà il 1° kyu, con la conseguenza di portare l’hakama e di essere sempai.
Poi arriva la cintura nera, che ottengo nelle tre correnti derivate dall’Aikikai – prima da Nocquet sensei, poi da Tamura sensei e infine da Noro sensei – ma a orientarmi è soprattutto, parallelamente, l’incontro con colui che diventerà il mio maestro, Itsuo Tsuda.
Presso il mio Maestro continuo a mettere la cintura bianca ogni mattina e durante gli stage, mentre indosso quella nera e conduco sedute come istruttore un po’ ovunque nelle tre Scuole “ufficiali” riconosciute dalle federazioni. Infine, dopo sette anni di conflitti interiori, non ne posso più di questo disequilibrio, lascio perdere e decido di condurre solo sedute come quelle che Tsuda sensei ci trasmetteva. Questa decisione mi mette in una situazione un po’ particolare nei diversi dojo con cui lavoro, ma è il prezzo da pagare per ritrovare la mia stabilità nella pratica e approfondire ancora un po’ di più la mia ricerca sulla verità della circolazione del Ki. È il momento che ho scelto per iniziare a portare la cintura nera durante le sedute del maestro Tsuda.

Régis Soavi.

Un Hakama di color grigio

Anni dopo, compiuti cinquant’anni, ho approfondito la mia pratica, ho acquisito un’esperienza che mi permette di guidare i praticanti della nostra Scuola, sono responsabile degli stage in numerosi dojo dove vengo invitato, anche di altre federazioni. Cerco quindi di far vedere il nostro modo di praticare, di far sentire la circolazione del Ki e lo spirito generale della nostra Scuola. È in quel momento che decido di portare un Hakama di colore grigio, per me è un segno di anzianità e anche un posizionamento. Il mio maestro non c’è più da oltre trent’anni, mi sento in dovere di garantire la continuità di un insegnamento che non deve scomparire perché lo considero un cammino e una speranza per l’umanità. Molti elementi sono maturati nella mia pratica personale in tutti questi anni, dalla respirazione alla concentrazione, fino al modo in cui faccio circolare il Ki nei momenti più semplici. Durante kokyu-Ho, ad esempio, semplicemente appoggiando la mano sulla schiena delle persone per far loro sentire il passaggio del Ki, invece di dare loro indicazioni tecniche sulla posizione del corpo o delle mani.

Una mattina, durante la prima parte della seduta che Tsuda sensei chiamava pratica solitaria, la mia “respirazione” si è improvvisamente intensificata, un evento impossibile da descrivere se non con perifrasi che si potrebbero definire mistiche, mentre era molto più rudimentale e spontaneo di quanto si possa dire. Per me è una nuova breccia verso la profondità, che mi dà una sensazione di libertà naturale, ma è anche una nuova tappa su un percorso familiare, modesto e difficile, e allo stesso tempo sconosciuto. Da alcuni mesi sentivo che il mio modo di praticare si approfondiva, ma mancava qualcosa, una sorta di conferma che lo rendesse tangibile, più corporeo in qualche modo. Oggi ho settantacinque anni e, come in occasione di altri momenti di passaggio che ho vissuto, mi si presenta una nuova opportunità di evoluzione. Mi sembra importante ora confermarla, concretizzare il lavoro svolto nel corso degli ultimi cinquant’anni. Un atto semplice deve renderne conto: da “quella mattina” ho semplicemente rimesso una cintura bianca.

Visualizzare

L’atto che consiste nel visualizzare dipende essenzialmente dalla postura che permette la circolazione del Ki, dell’“energia vitale”. Se la postura corporea conduce l’energia verso il cervello, è l’immaginazione che entra in gioco e prende il sopravvento. Può essere positiva o negativa, è difficilmente controllabile e può facilmente sfuggire di mano, quindi è poco utilizzabile nell’azione immediata. Se l’immaginazione è positiva, può essere utilizzata nella vita quotidiana perché può essere creativa, ad esempio nella scrittura, nel disegno o nell’arte in generale, ma per agire e dare una risposta fisica diretta è un freno. Quando è negativa, molto spesso blocca l’azione e rende impossibile reagire, a meno che non la si superi con un rapido e supremo sforzo di volontà per non essere trascinati in una spirale improduttiva. Quando l’energia viene prodotta e raccolta nella parte bassa del corpo, “l’hara”, allora la visualizzazione diventa possibile.

Bisogna cominciare ad allenarla tramite esercizi che possono essere eseguiti quotidianamente durante l’Aikido. La cosa più importante è la risonanza che deve avere per ogni individuo. Deve corrispondere alla sua personalità, alla sua epoca o a qualcosa che lo tocca. La visualizzazione deve essere semplice e immediatamente utilizzabile, deve “parlarci”. Tsuda sensei ci avverte: “L’Aikido rischia di diventare […] una filosofia intellettuale senza partecipazione del corpo, una specie di nuoto nel salotto, o una ginnastica dei riflessi per trasformare gli uomini in cani di Pavlov. Oppure uno sport di combattimento da cui si esce demoliti. Oppure una politica. In ogni caso, il ki, l’elemento essenziale, è assente. Sarà un Aikido senza ki, che porta spesso all’irrigidimento muscolare. Per questo ci sono tante persone che hanno degli incidenti. La visualizzazione gioca un ruolo primordiale nell’Aikido. È un atto mentale, all’inizio, ma produce effetti fisici. Uno degli aspetti propri del ki è visualizzare. Cosa si visualizza nell’Aikido? Cerchi, triangoli e quadrati”.2Itsuo Tsuda, La Via della spoliazione, Yume Editions, 2016, pp. 154-155.

Sengai, cercle, triangle, carré
Disegno di Sengai

Riflessione o obbedienza

«Quando Hotei mostra la luna, lo sciocco guarda il dito». Questa traduzione troppo affrettata, troppo nota, è a mio avviso troppo forte. Distorce il messaggio e ci fa rifiutare i significati più profondi del proverbio, che si rischia di prendere alla lettera. Ci si può dire “anch’io ho guardato il dito, eppure non sono uno sciocco, ho dei diplomi e persino un dottorato…!” oppure “è ovvio, indica la luna, l’ho capito subito”. Sengai era un monaco zen della Scuola Rinzai (Scuola di Lin-tsi in Cina), una Scuola che utilizza i koan nel suo insegnamento. Il suo disegno, tratto da questo proverbio, anche se forse non è un Koan, ci fa riflettere: «non è forse la persona semplice, o forse il bambino che guarda il dito perché è nell’azione, nel momento, nell’istante presente», e quel piccolo personaggio che gioca ai suoi piedi e salta di gioia, e quell’enorme sacco che Hotei porta dietro di sé, di cosa si tratta? Vi si può anche vedere il sensei, il saggio che indica la via, la direzione, ma l’allievo per il momento vede solo il dito, cioè la pratica, anche se sospetta che dovrebbe vedere qualcosa che gli è ancora invisibile. Oppure è un monito rivolto a coloro che, per valorizzarsi, mostrano il dito, lasciano intendere di aver capito, mentre in realtà mostrano solo il loro Ego con lo scopo di avere degli adepti in ammirazione che obbediscono ciecamente per approfittare di loro. Tante possibilità e riflessioni si offrono a ciascuno di noi. A poco a poco qualcosa si chiarisce, si affina, si esce dall’abbrutimento mentale, ci si risveglia.

Hotei montre la lune. Dessin de Sengai
Sengai. Quando Hotei mostra la luna, lo sciocco guarda il dito

L’Aikido è un’arte marziale?

Chiunque, praticante o meno, ha il diritto di porsi questa domanda. Oggi esistono numerosi orientamenti nella nostra arte e molte correnti rivendicano un’autenticità più autentica di tutte le altre o un’antichità più antica, altre evocano un bisogno di rinnovamento, forse il fascino della modernità! La gamma di forme e di tecniche insegnate è enorme, a volte variano notevolmente, dalle più delicate alle più violente, dalle più flessibili, persino acrobatiche, alle più rigide, persino letali.

Chi può giudicare con serenità la loro opportunità o il loro valore nel nostro mondo? La nostra Scuola, sia per l’Aikido che per il Katsugen Undo, si basa sulla pratica del Non Fare (Wu-wei) che affonda le sue radici nelle filosofie cinesi come il Tchan, il Taoismo, e in quelle giapponesi come lo Shinto delle origini. Come tante altre scuole, trova il suo posto in quei grandi movimenti Pacifisti e Universalisti nati dopo la seconda guerra mondiale.

Régis Soavi

Notes

  • 1
    Jacques Marpeau, “Un mot, un enjeu : « Profession » et « métier »”, articolo pubblicato il 09/03/2023 su https://cafepedagogique.net, tr. it. École Itsuo Tsuda
  • 2
    Itsuo Tsuda, La Via della spoliazione, Yume Editions, 2016, pp. 154-155.