Di Manon SoaviLa maestra di Ikebana Ando Keiko Mei racconta come, quando era ancora una bambina, osservava la nonna praticare la sua arte: “La vidi prendere due foglie della pianta e posarle, davanti al tokonoma, su un lenzuolo bianco perfettamente stirato insieme a pochi altri materiali. Poi, cercò nella dispensa una ciotola scura di fattura rustica e, sedutasi alla giapponese sul pavimento di tatami, vi sistemò un kenzan e versò dell’acqua da un piccolo annaffiatoio. Con grande calma prese quindi un ramo e incominciò ad osservarlo con sguardo attento, muovendo le mani in modo lento e amorevole. All’atto di tagliare, per accorciare la misura o togliere delle foglie, non aveva esitazioni.Io, per non disturbarla, mi ero seduta alle sue spalle poco distante e la osservavo maneggiare con cura quei materiali così semplici e modesti. Alla fine, il suo Ikebana risultò ancora una volta essenziale e colmo di fascino e da dentro mi salì un profondo sospiro di ammirazione.[?] Un giorno esclamai: ‘Vorrei essere capace di disporre i fiori in modo simile alle tue composizioni!’ e lei con semplicità mi rispose ‘anch’io vorrei riuscire a fare i miei Ikebana un pochino meglio!’.Questa affermazione mi colpì perché, fino a quel momento, avevo pensato che lei, arrivata al culmine della Via, si sentisse sempre soddisfatta delle sue composizioni.Compresi, però, che quella risposta non nasceva da un sentimento di falsa modestia né conteneva un giudizio sulle sue capacità. Era la sincera espressione di un senso di incompiutezza che solo lei, nel suo cuore, poteva conoscere. [?]Con quelle semplici parole mia nonna, senza volerlo, mi aveva già rivelato tutta la profondità e la bellezza [della Via].” (K.A. Mei, Ikebana, Arte Zen)
Questa sensazione di qualcosa di incompiuto o di un’insoddisfazione che è come un pungolo è molto tipica dei maestri giapponesi nelle loro arti. Ma penso che questa sensazione sia molto lontana dalla frustrazione e dall’insoddisfazione profonda che conoscono molte persone nella nostra epoca. Nei nostri dojo, nelle nostre pratiche, a volte ci troviamo di fronte alla difficoltà di prospettare Vie che richiedono perseveranza e continuità mentre cerchiamo sempre di più di ottenere rapidamente soddisfazioni. La nozione stessa di sforzo non è più molto di moda, o se c’è sforzo ci devono essere risultati, redditività di questo sforzo. Il problema è che la ricerca di un risultato, uno scopo a priori, condiziona l’azione e quindi questo risultato.Osservo due tendenze che sembrano abbastanza diffuse: una dove si vede tutto in nero, senza futuro, senza speranza, è uno stato depressivo. L’altra nella quale si prova a concentrarsi su ciò che ci procura della soddisfazione e del piacere. È abbastanza ovvio che stati depressivi o pensieri suicidi non sono condizioni molto sopportabili per l’essere umano, ma desidero interrogare qui l’altra posizione: la ricerca dello stato di soddisfazione. E ovviamente esaminare la posizione del budo e cosa può portarci a capire. Non cerco di opporre due posizioni ma di approfondire una questione. Siamo più realizzati perché siamo soddisfatti? O piuttosto, di quale tipo di soddisfazione parliamo?La ricerca della soddisfazione si è accresciuta in questi ultimi anni; alcuni tengono diari di gratitudine dove annotano ciò che di positivo è successo nel corso delle loro giornate. Altri cambiano lavoro o città per essere in un contesto più in sintonia con le loro visioni, i loro valori. Infine il benessere e la realizzazione sono preoccupazioni costanti per molte persone. Alcuni indicano il paradosso di un’umanità che non ha mai conosciuto tale livello di benessere materiale e che continua a stare male con se stessa. Immersi nella comodità materiale e tuttavia eccoci ancora insoddisfatti. Come bambini viziati?Inoltre sappiamo che la soddisfazione di tutti i nostri desideri non ci darebbe nemmeno una soddisfazione reale, profonda. Alla fine, siamo un po’ come cantava Johnny Hallyday nella canzone L’envie (La voglia) “Mi hanno dato troppo, molto prima della voglia. Ho dimenticato i sogni e i grazie. Tutte queste cose che avevano un prezzo. Che fanno la voglia di vivere ed il desiderio”.Ben prima, le favole antiche ci mettevano in guardia contro la dimenticanza, contro la dissoluzione del Sé che procura la realizzazione di tutti i desideri. Come quei racconti in cui si entra in una locanda per non uscirne più, catturati da una vita di piacere e di soddisfazione immediata che ci conduce anche a volte alla morte. Ciò vuole dire che dobbiamo seguire una morale austera o una vita di duro lavoro? Coloro che hanno meno di noi non aspirano a questa comodità? Bisogna continuare un lavoro che non è adatto a noi, che ci annoia? O vicino a persone tossiche? A priori no, certamente; allora dobbiamo seguire i nostri sogni?
Insoddisfazione, un motore potente
Le nostre azioni hanno motivazioni inconsce che giustifichiamo a posteriori, ma ciò che fa scattare l’azione in noi è indefinibile. Ci piace suonare il piano, fare composizioni floreali, cucinare o praticare arti marziali ma perché, in definitiva, non lo sappiamo. La pratica di queste arti ci procura allo stesso tempo una soddisfazione profonda ed allo stesso tempo un’insoddisfazione. È per questo che ci rimettiamo all’opera ancora ed ancora.Nella cultura giapponese c’è una nozione interessante, che coltiva come motore quest’insoddisfazione leggera. Ad esempio nel Seitai si consiglia ai genitori di non dare da mangiare ai propri bambini al 100%. Itsuo Tsuda parla di “il cucchiaio in meno”. Se i genitori sono molto attenti e concentrati possono smettere di imboccare il bambino poco prima del “troppo pieno”. Solo un cucchiaino prima. Certo, se il bambino piange è perché ha ancora fame e ha bisogno di essere nutrito, ma quando il ritmo dei bocconi diminuisce, se si è molto attenti, si percepisce il momento giusto in cui un cucchiaio in meno non manca nemmeno. Questa lievissima insoddisfazione stimola l’appetito del bambino invece di “riempirlo fino all’orlo”, invece di arrivare ad una totale, beata sazietà. Mantiene viva anche la sensibilità del bambino che sa, fin quasi al singolo boccone, di cosa ha bisogno o meno, senza che venga disturbato da altri messaggi come sentimenti, convenienze, finire il piatto, compiacere la mamma, ecc. Lo stesso vale nel Bagno caldo Seitai (vedi Yashima n. 13 ottobre 2021), in cui si esce dal bagno pochi secondi prima del completo rilassamento, appena prima di essere come una verdura bollita, quindi il corpo ha approfittato del rilassamento e questa uscita gli dà “una spinta”, una sferzata di energia.Il maestro di karate Shimabukuro Yukinobu allude a hara hachibu, un principio delle isole di Okinawa, che consiste nello smettere di mangiare quando si raggiunge l’80% di sazietà. (Yashima n. 11 marzo 2021) Penso che si tratti un po’ della stessa idea.Inoltre, noteremo che è l’insoddisfazione che spinge un bambino a camminare, parlare, saltare, correre, ecc. Se cercasse solo la sensazione di beatitudine rimarrebbe allo stesso stadio: coccolato dai suoi genitori! Certo, non si tratta in alcun modo di giustificare il maltrattamento, ma piuttosto di far notare che, anche qui, a volte il meglio è nemico del bene. Non è abbondando che si nutre meglio. Tutto dipende dalla prospettiva che abbiamo, ha rimarcato Itsuo Tsuda “Ho avuto la fortuna di conoscere alcuni aspetti della tradizione giapponese. La mia esperienza può forse essere ancora superficiale, ma il contrasto che essa presenta nei confronti del pensiero moderno è impressionante. Non si tratta di soddisfazione materiale, ma dell’approfondimento della sensibilità.” (I.Tsuda, Non-fare, p.75-76)
Ben utilizzato, il pungolo dell’insoddisfazione ci spinge alla continuità e alla perseveranza. Parlando della sua pratica dell’Aikido Tsuda senseï scriveva: “Per me, imparare a sedermi e ad alzarmi, è già enorme. Non smetto di scoprirne nuovi aspetti. Sono ben lungi dall’essere soddisfatto di quello che faccio. Quest’insoddisfazione mi spinge sempre in avanti, verso la soddisfazione completa.” (I.Tsuda, La via della spoliazione, p. 178)”In compenso, conosco un miliardario suo malgrado, scontento come pochi. È giovane, bello, intelligente. Non gli manca niente. Può avere tutto dall’oggi al domani. Ma è proprio questa facilità che lo esaspera. Non sa come trovare una vera soddisfazione.Ciò che è spontaneo, si sente. È il ki. È l’invisibile, l’imponderabile che cerca di prendere una forma tangibile. Se la forma è soddisfacente, lo spontaneo si spegne.Il ki muore quando prende forma, ecco il punto comune che ho trovato nei Maestri Ueshiba e Noguchi. Intendiamo qui: ki come impulso.Si ha fame. Si mangia. Si è sazi. Non si vuol più sentir parlare di cibo.Ma il valore dell’uomo sta nella possibilità di trovare il ki che non è mai soddisfatto. Il Maestro Ueshiba mi ha parlato di come sarebbe stato il suo Aikido quando avesse avuto centocinquant’anni. È morto a metà strada.” (I.Tsuda, Ibidem, p.89)
Sogni o illusioni
Il problema dell’insoddisfazione arriva quando ci schiaccia. Lavoro, famiglia, noia, metro, macchina, non poterne più, è quando il mondo si rimpicciolisce intorno a noi, che cerchiamo una via di fuga. Allora si sogna. E un’altra trappola si chiude su di noi perché l’ingiunzione “vivi i tuoi sogni” è diventata fin troppo un fenomeno di compensazione. Paradossalmente si invitano le persone a correre dietro i loro sogni ma ciò diventa un’illusione, un miraggio che li mantiene nel posto che occupano già. Come analizzò il filosofo H. Lefebvre negli anni ’50, “L’insoddisfazione, il soffocamento, obbligano l’individuo che si sente morire senza aver vissuto a rivendicare follemente la ‘ripetizione’ della vita che non ha mai vissuto [?]. Nel lavoro, così come nella vita privata e nel tempo libero, la maggior parte rimane prigioniera di strutture anguste o obsolete. Anche ansiosi o insoddisfatti, anche se vogliono la rottura di questi quadri sociali, scorgono male le possibilità.” (H. Lefebvre, Critica della vita quotidiana, p.162) Abituati fin dall’infanzia, è difficile uscire dalla relazione di consumo-compensazione dello svago, del turismo, uscire dalla compensazione per ritornare ad una relazione vissuta, diretta, ad un piacere dell’atto come proponevano i Situazionisti, per i quali Lefebvre è stato una fonte d’ispirazione.Penso che la pratica intensa, approfondita, di un’arte possa aiutarci a riscoprire il contatto con la realtà. Nel caso dell’Aikido, quest’arte ci mette in presenza dell’atto interamente vissuto, del momento presente. Non la realtà assurda (derealizzata) della nostra quotidianità ma la realtà della sensazione, del contatto con l’altro, la realtà del corpo. Quando si pratica Aikido non si è più nel quadro del lavoro, né del tempo libero, è una pratica che richiede la totalità dell’individuo. Non si tratta solo del numero di ore di pratica. Ovviamente, quando la pratica è quotidiana, aiuta ma non è necessariamente così. Dopo un po’, qualunque cosa facciamo nella vita, l’Aikido, e nella nostra scuola anche il Katsugen undo, diventano assi che articolano le nostre esistenze. Infine parafrasando un autore che parla dell’atto di ribellarsi, la pratica in un dojo è una situazione in cui “dandosi interamente ad esso, si trova sempre più di ciò che vi si porta o di ciò che vi si cerca: vi si trova con sorpresa la propria forza, una resistenza e un’inventiva che non si conoscevano, e la felicità che c’è nel vivere strategicamente e quotidianamente in una situazione eccezionale.” (Comitato invisibile, Ai nostri amici.)Così, a poco a poco, tutta la nostra vita “diventa” Aikido. E ci troviamo a “vivere quotidianamente in una situazione eccezionale”.D’altronde è quello che spesso emana dai maestri, le loro vite sono totali. Le loro vite intere sono un cammino permanente ed una ricerca per andare oltre ciò che ancora non li soddisfaceva.Itsuo Tsuda, come sempre, riportava ciascuno alla propria decisione dicendo: “La mia formula è: ‘Vivo, vado, faccio’. Non è per conformarmi ad un obiettivo morale, sociale o politico che faccio qualcosa. Faccio ciò che sento in me, ciò che posso fare senza rimpianti. Non cerco l’utopia all’esterno. Cerco la soddisfazione interiore, incondizionata.È nella respirazione calma e profonda che trovo la mia vera soddisfazione. Questo, nonostante le tante contrarietà della vita moderna. Ho superato e supererò difficoltà finché vivrò. È così che trovo il piacere di vivere.La vita, tutta dipinta di rosa, no grazie.Si dirà che sono egoista, perché parlo solo di quello che succede dentro di me. È vero che non dico come tanti filantropi: ‘Non preoccupatevi. Farò tutto per voi. Mangerò per voi, digerirò per voi, evacuerò per voi, respirerò per voi.’Dico freddamente:’Non farò nulla per voi, finché non deciderete di farlo da soli.'” (I.Tsuda, La Voie des dieux, p. 32-33)Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:
Articolo di Manon Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 9 nel mese di appril del 2022.