Traduzione dell’intervista di Louise Vertigo a Manon Soavi, 17 febbraio 2023 per la radio AligreFM, nel programma Respirazione per parlare del suo libro “Le maître anarchiste, Itsuo Tsuda” per ascoltare la versione francese, clicca qui.LV: Buongiorno Manon SoaviMS: BuongiornoLV: Sono molto felice di accoglierla per la pubblicazione del suo libro “Le maître anarchiste Itsuo Tsuda, savoir vivre l’utopie” per le edizioni L’Originel. Per lei, la pratica dell’energia, dell’arte marziale, porta a qualcosa di più, poiché avvia una riflessione, un posizionamento sul funzionamento della società stessa. Questo è ciò che scopriremo durante la trasmissione. Per prima cosa, le chiedo di presentarsi.MS: Prima di tutto grazie per avermi ospitato qui oggi. In effetti dico spesso che sono come Obelix, sono caduta nella marmitta quando ero piccola, poiché è un percorso che i miei genitori hanno iniziato prima che io nascessi. È iniziato con le rivolte del maggio ’68, la messa in discussione dei sistemi degli anni 70. Poi il loro incontro con Itsuo Tsuda permetterà loro di attuare davvero, di vivere nel loro corpo, nella loro sensibilità, un altro modo di considerare il mondo, di considerare la vita e i rapporti umani. È un punto di svolta per attuare tutte quelle idee, tutto quel fermento che c’era in quegli anni: gli anarchici, i situazionisti, tutti quei pensatori che hanno messo in discussione il mondo moderno. E queste idee che li hanno nutriti hanno trovato in Itsuo Tsuda un’eco molto forte. Quest’incontro ha cambiato il loro modo di vivere, il loro modo di essere, progressivamente, è un percorso. Quando sono nata io, e poi mia sorella, tre anni dopo, c’è qualcosa che ovviamente è continuato, nel rapporto con i bambini, nel ritmo della vita. Cioè loro non avrebbero mai preso in considerazione di far tutto quel percorso di liberazione per uscire da quei sistemi di dominio e lasciare le loro figlie ricominciare da zero. È per questo che, molto naturalmente ne è derivato che né io né mia sorella siamo mai andate a scuola. Questo è fondamentale. Perché il fatto di non essere andate a scuola ci ha permesso una vita molto diversa, una sorta di continuum tra l’infanzia, l’adolescenza, la vita adulta, ci ha permesso di non avere queste separazioni, queste caselle, queste categorie bambino | uomo | donna | lavoro | svago: tutto era intrecciato. E la filosofia di Itsuo Tsuda, la filosofia del Non-Fare, l’importanza del corpo, del subconscio, tutto ciò era presente, onnipresente nella nostra vita quotidiana.Manon SoaviLV: Molto bene, sì, lo approfondiremo. Lei è la figlia del Sensei Régis Soavi. Suo padre è stato allievo di Itsuo Tsuda per dieci anni. Insegna Aikido da oltre quarant’anni…MS: Anche cinquanta, adesso.LV: Ah sì, va bene! E potrebbe… Quindi immagino che sia stato Itsuo Tsuda a portarlo a questo livello.MS: Mio padre ha iniziato a fare judo quando era giovane, a 12 anni, in questo ha fatto un percorso. Poi ha iniziato l’aikido, ha praticato con diversi maestri di aikido, il maestro Noro, il maestro Tamura. Ha fatto un percorso rispetto all’aikido… e un giorno (nel 1973) ha incontrato Itsuo Tsuda. E Itsuo Tsuda è stato in effetti qualcuno che ha completamente riorientato la sua pratica dell’aikido, e anche la scoperta del Katsugen Undo, che si traduce come Movimento Rigeneratore, è una dimensione che ha cambiato, attraverso la sua scoperta, anche la natura del suo aikido. Itsuo Tsuda è diventato il suo maestro, quello che ha seguito per dieci anni, fino alla sua morte. Poco prima della morte di Itsuo Tsuda, nel 1983, Régis Soavi ha deciso di andare a Tolosa e di aprire il proprio dojo con l’accordo di Itsuo Tsuda che lo ha, in quel momento, incoraggiato a continuare il suo cammino. E da allora continua effettivamente ad insegnare tutte le mattine, da 50 anni. Tutte le mattine l’aikido, e ad iniziare persone al Katsugen Undo.LV: Molto bene sì. Ho avuto la fortuna di vivere questa esperienza con lei.Régis SoaviLV: Dunque, ora parleremo del percorso singolare di Itsuo Tsuda. E prima parliamo di ciò che lo ha influenzato. Chi era? E forse per cominciare possiamo parlare un po’ di ciò che è l’inizio di ogni cosa nell’energia che è il Tao. Ma quindi chi era, qual è il suo percorso?MS: Itsuo Tsuda è nato nel 1914 in una famiglia giapponese che viveva in Corea. La Corea all’epoca era occupata dal Giappone. Era una società molto rigida, molto dura, militarizzata, colonialista. A 16 anni, Itsuo Tsuda rifiuterà la primogenitura. Si oppone a suo padre, abbastanza violentemente poiché se ne va. Lascia tutto a 16 anni e vagabonda, come ha detto. Attraversa la Cina. E alla fine, negli anni ’30, ha un solo desiderio: incontrare la Francia. Già in Cina secondo me è stato a contatto con il pensiero anarchico, con pubblicazioni, è qualcosa che lo ha già segnato. Ma allora in Francia quando arriva nel 1934 c’è il Fronte Popolare, è un momento in cui, a livello sociale, c’è tutto un movimento molto importante in Francia, la cui portata è stata in gran parte dimenticata oggi, e in cui il movimento anarchico era molto molto forte. Quegli anni a Parigi sono estremamente importanti per Itsuo Tsuda. Seguirà l’insegnamento di Marcel Granet e Marcel Mauss alla Sorbona in sinologia e sociologia. Sono ricercatori che lo segnano profondamente nel suo pensiero, nella sua comprensione del mondo, delle culture. Al momento della guerra è costretto a partire per il Giappone. E scopre, a 30 anni, il suo paese durante la seconda guerra mondiale. Anche questo è un grande sconvolgimento. Avrebbe desiderato restare in Francia, aveva ancora tutto un percorso da fare. Ma la vita ha deciso diversamente. Dopo la guerra s’immerge quindi nella propria cultura, che di fatto non conosce. Scoprirà il Noh e poi il Seitai, con il Maestro Haruchika Noguchi e gli ultimi dieci anni del M° Ueshiba per l’aikido. Questo percorso, con la scoperta di una cultura dove il corpo non è separato dallo spirito, dove c’è questa sensazione della vita in ogni cosa, le cose non sono materia inerte, non sono separate, tanto il corpo quanto lo spirito, la natura quanto noi stessi ? Siamo un tutto. E questa è la scoperta di un pensiero cui si era già avvicinato tramite la Cina antica, tramite Marcel Granet. E le sue ricerche sull’antropologia, che continua per tutti questi anni in Giappone – tra l’altro è il primo traduttore in giapponese di “La religione dei cinesi” di Marcel Granet, è davvero qualcosa che approfondisce. E questa scoperta del taoismo: è un grande conoscitore di Chuang Tzu. Ma il Giappone è stato chiuso per 200 anni, conservando così le tracce di una cultura molto più antica, davvero fondamentale, che continua ad esprimersi nelle arti tradizionali.L.V.: Sì. Molto interessante. Dunque, leggerò un passaggio del suo libro e poi faremo una pausa musicale, che le darà il tempo di riflettere sulla questione. A proposito del Tao, del quale si interessa:«In questa geografia iniziatica del dao [tao], c’è una soglia oscura che viene rappresentata dal fondo di una valle misteriosa.» Il Dao de jing si esprime in modo vago e poetico per parlare di questo: «Lo spirito della valle non muore. È la Femmina Oscura, [?] questa è l’origine del cielo e della terra. Indistinguibile, sembra sempre presente e in noi mai si esaurisce» Gu Meisheng spiega che questo è un modo figurato di parlare del senso attivo del vuoto, lo esplicita con queste parole: «La valle è allo stesso tempo un luogo vuoto e sensibile che riverbera i suoni. La valle è vuota, ma quando si grida, l’eco ci risponde. Tale è la natura del dao. Il dao è quindi un vuoto di estrema sensibilità.»Ascoltiamo “Dead of night”, di Orville PeckMS: Sì, in quel brano che ha letto sul Tao, il Maestro Gu Meisheng lo racconta molto bene. Solo la poesia può davvero trasmettere qualcosa che non si può esprimere a parole. Sicuramente conosce questa storia Zen in cui c’è un maestro Zen in un monastero che chiede a uno dei monaci di pulire il Giardino… Allora il monaco rastrella, rastrella, pulisce, tutto è impeccabile, va dal maestro e dice:”Ecco fatto “. Il maestro arriva, guarda e gli dice: “Ricomincia”. Allora l’allievo ricomincia, di nuovo, pulisce tutto bene, bene, impeccabile, torna dal maestro e gli dice: “Ecco fatto, maestro”. Allora il maestro viene e dice: “non va bene”, e se ne va. L’allievo comincia ad averne abbastanza. Allora questa volta lascia un mucchietto di foglie morte. Ritorna dal maestro e dice: “È fatto”. E quando il maestro arriva, guarda e non dice niente. Ebbene questo è il vuoto: il vuoto è attivo. Non si può definirlo in modo definitivo. Ma è vero che è completamente in contrasto con la nostra filosofia, con il modo in cui vediamo il mondo oggi in Occidente, che si è diffuso praticamente in tutto il mondo. Questo è esattamente ciò che Tanizaki lamentava in “Libro d’ombra1”. Abbiamo una specie di idea che tutto deve essere portato alla luce, tutto deve essere sezionato, non ci devono essere zone d’ombra, non ci deve essere ignoranza, tutto deve poter essere spiegato con la razionalità. Salvo che quando si seziona un corpo umano, un corpo animale, qualunque cosa, l’essenziale comunque non c’è più. Quindi c’è sempre questa essenza che ci sfugge. E secondo me, questo è del tutto in linea con le analisi di varie pensatrici ecofemministe, o anche Mona Chollet, che parlano di quell’aspetto inconoscibile mediante la scienza razionale, ma che si sente, che si vive, che è qualcosa che gli esseri umani conoscono, con cui hanno un legame molto forte, e le pensatrici ecofemministe cercano di decostruire la nostra comprensione del mondo per scoprire che la razionalità potrebbe non essere dalla parte che pensiamo, forse non si tratta di sezionare tutto, di affrontare tutto nel modo più razionale. Forse c’è un insieme che ci sfugge completamente, un rapporto con la Terra, un rapporto con la vita, forse effettivamente un rapporto con l’oscurità, con il corpo, con tutte quelle cose che abbiamo denigrato, allontanato, schiacciato e che bisogna rivalutare o riscoprire.L.V.: Sì. Il mistero è molto importante, è molto prezioso. E veniamo dunque ai principi delle arti marziali: coltivare la propria sensibilità, la propria attenzione. Rimanere attenti alla velocità biologica, cosa che richiede un’intensità di attenzione. Questo l’ho preso dal suo libro. Quindi stavamo parlando dell’influenza del gyo su questo maestro…MS: Sì, allora, Itsuo Tsuda trova davvero nelle pratiche del corpo, nella fattispecie il seitai e l’aikido, questa incarnazione, questa possibilità di sentire. Scopre la dimensione del ki e della respirazione. Il gyo è un termine spesso tradotto con ascetismo. Ma la differenza nella versione occidentale dell’ascetismo è che si cerca di uscire dal proprio corpo mediante delle pratiche, di non sentire più, di sottrarsi dal corpo. Mentre nel gyo, nelle pratiche ascetiche dell’Asia o anche dell’India, per lo meno alcune branche, al contrario si cerca l’unità, la riunificazione tra lo spirito e il corpo attraverso pratiche ascetiche. Sono pratiche ascetiche che hanno influenzato in particolare il M° Ueshiba che ne ha trasmessa una parte attraverso l’aikido. Si può vedere attraverso l’aikido una possibilità di ritrovare questo legame, questa totalità dell’essere.LV: Ha parlato di nuovo del seitai, il movimento rigeneratore: magari potrebbe darci dei chiarimenti su questo.MS: Il Seitai è stato messo a punto dal Maestro Haruchika Noguchi a partire dagli anni ’50. Si interessa di ciò che rende ogni individuo unico e indivisibile e della sua capacità innata di equilibrarsi per mantenere la salute. È il movimento inconscio del corpo. Nel seitai, che è, si potrebbe dire, una filosofia, una comprensione dell’essere umano, ci sono diverse tecniche, diverse pratiche e c’è in particolare il Katsugen Undo che Itsuo Tsuda traduce con Movimento Rigeneratore, ed è proprio questo l’aspetto che interessa a Itsuo Tsuda, il movimento rigeneratore. È questo aspetto del seitai che sceglie di ritrasmettere negli anni ’70 in Francia; lo interessa proprio per il suo orientamento personale, la sua filosofia, la sua ricerca di libertà tanto per se stesso quanto per gli altri, questa ricerca di libertà, di autonomia: trova nel Katsugen Undo una possibilità di riattivare da sé le risorse del proprio corpo per ritrovare l’equilibrio. Di non dipendere più da un esperto, da una pratica esterna, dal parere di un maestro o altro. È per questo che lo avvicino a ciò che Ivan Illich chiamava cose conviviali, nel senso che sono strumenti che chiunque può utilizzare, non c’è bisogno di una competenza e questo è fondamentale per Itsuo Tsuda.LV: Sì, questo mi fa pensare che nel Qi Qong si lavora con questa dimensione. Si collabora con queste dimensioni di automedicazione proprie del corpo.MS: Il Maestro Noguchi diceva che non si finiva mai con i “si deve” e “non si deve”, con le indicazioni esterne e che, dagli anni ’50, questo non ha fatto che peggiorare. Oggi si devono mangiare 5 frutti e verdure al giorno, si deve bere un litro d’acqua, si deve mangiare ma muoversi, bisogna fare sport, ma non troppo, ? abbiamo ingiunzioni esterne permanenti?LV: È vero.MS: E si dimentica il proprio bisogno biologico che dipende dal giorno, dal momento, da tante cose e che non è uguale per noi, per il mio vicino, per mio figlio, ognuno ha un bisogno diverso e l’unica bussola siamo noi stessi. E ritrovare la capacità di sentire se si ha voglia di carote o di cioccolato, se si è mangiato abbastanza oppure no, è semplicemente l’inizio dell’autonomia.LV: Assolutamente. Ed ora parliamo un po’ di Ki, che in Cina si chiama Qi, per esempio. Lei scrive “Il Ki sfugge a qualsiasi tentativo di categorizzazione” diceva Itsuo Tsuda che ha spiegato questo molte volte. Qui in Occidente il Ki è molto difficile da spiegare perché non entra nel sistema delle categorie. Lei fa questo esempio: sentirsi osservati.MS: Il ki può essere tradotto a seconda delle circostanze con intuizione, ambiente, intenzione, vitalità, respirazione, azione, movimento, spontaneità? è qualcosa di fluido che non si può effettivamente definire. Itsuo Tsuda diceva anche che “il ki muore nella forma”. Ma è qualcosa che si può sentire. È un’esperienza concreta. Faceva questo esempio: si cammina per strada e all’improvviso si sente. Ci si sente osservati, ci si gira? magari si trova chi ci osserva da dietro una tenda. Forse è solo un gatto, ma l’abbiamo sentito comunque. Si sente l’intenzione. Ovviamente nelle arti marziali lo si usa piuttosto per sentire il ki di aggressione, il pericolo. È una delle forme. Ma si può benissimo percepire il ki del pericolo per altre ragioni. Al contrario, si può sentire un ki accogliente, si può sentire un ambiente. Ci si sente bene in certi posti. E in certi posti ci si sente estremamente a disagio.LV: E anche con delle persone. Per me ci sono delle amicizie, degli amori di ki.MS: Assolutamente. Ci sono persone che emanano qualcosa.LV: Ci si sente subito in confidenza, subito bene, perché quel qi – direi piuttosto qi o ki, beh, poco importa – parla al mio.MS: Certo. Assolutamente. Il problema è il fatto che si impara fin dall’infanzia, fin dalla primissima infanzia, a non ascoltare se stessi. A non ascoltare questa intuizione, questa cosa che ci parla. Allora, purtroppo, perdendo il contatto con se stessi si dimentica un po’ questa sensazione.LV: Va bene, pensiamoci mentre ascoltiamo Hot Hot Hot di Matthew E. White.LV: Ne abbiamo parlato abbastanza velocemente, perché bisogna dire che questo libro è molto molto ricco e ve lo raccomando, parliamo ora del suo insegnamento in senso stretto. E per cominciare le chiederò cosa lui ha trovato nella pratica dell’aikido del M° Ueshiba?MS: Ha conosciuto il M° Ueshiba negli ultimi anni della sua vita, gli ultimi dieci anni. Il M° Ueshiba alla fine di una vita intera di pratica, di ricerca ha proposto un’evoluzione della sua arte. L’ha chiamata una via dell’amore. Credo che sia un potente strumento per l’evoluzione umana. C’è effettivamente il gyo, le pratiche ascetiche, i misogi e diverse cose che l’hanno alimentato nella sua ricerca. Credo che quello che ha affascinato Itsuo Tsuda sia la libertà di movimento di questo maestro. Il M° Ueshiba aveva già ottant’anni eppure aveva una libertà di movimento che Itsuo Tsuda che aveva quarant’anni, non aveva, si sentiva già rigido. Attraverso la pratica dell’aikido, la pratica quotidiana della prima parte che Itsuo Tsuda chiamava pratica respiratoria, che è una pratica individuale con vari movimenti che ravvivano, che rimettono in moto il corpo, che approfondiscono la respirazione, è qualcosa che alimenta, che alimenta la vita in noi. Quel che è piuttosto strano o curioso è che per esempio troviamo anche tra i ribelli, i rivoluzionari come “il comitato invisibile” questa frase che dice “l’esaurimento delle risorse naturali è probabilmente molto meno avanzato dell’esaurimento delle risorse soggettive, delle risorse vitali che colpisce i nostri contemporanei”. Questo esaurimento è la questione, si tratta di rivitalizzare le risorse interne, questa radice. Itsuo Tsuda diceva che era lì per proporre la possibilità di ravvivare la radice. E penso che sia quello che ha trovato anche nell’aikido. In ogni caso, è quello che ha insegnato, è quello che ha dato come orientamento. Perché ancora una volta, come per il Seitai da cui ha preso il katsugen undo, nell’aikido c’erano anche aspetti più marziali e altri, che di fatto non lo interessavano, che altri allievi del M° Ueshiba hanno sviluppato, ognuno ha fatto il suo percorso. Ma ciò che lo interessava era questo aspetto della respirazione, della circolazione del ki, questa possibilità attraverso il corpo. Questo è ciò che lo ha segnato ed è ciò che ha trasmesso nella sua scuola.A destra Itsuo Tsuda, al centro Régis Soavi negli anni ’80LV: E’ vero che è una grande ricchezza l’aikido del M° Ueshiba e che alcuni hanno sviluppato la propria via. C’è anche il M° Noro che ha creato un movimento, un’arte del movimento.MS: Si, infatti.LS: Non è più un’arte marziale ma un’arte del movimento. Oltretutto erano amici.MS: Si, infatti. Conosceva piuttosto bene il M° Noro che ha creato il Ki no michi. C’era una grande differenza di età, perché il M° Noro è stato allievo del M° Ueshiba molto giovane, è stato un allievo interno, aveva 17, 18 anni, mentre di fatto Itsuo Tsuda ha iniziato l’aikido a quarantacinque anni. E nonostante questa grande differenza di età, avevano molti punti in comune, un’affinità che effettivamente era molto forte. Avere iniziato così tardi l’aikido, ha permesso a Itsuo Tsuda in qualche modo anche di avere un bagaglio intellettuale, perché aveva anche un bagaglio culturale in sinologia, e di cogliere quindi i riferimenti quando il M° Ueshiba parlava in modo poetico, letterario, riferendosi alla mitologia e alla cultura cinese. E Itsuo Tsuda aveva quel bagaglio, era veramente un intellettuale ed è quello che gli ha permesso di mettersi dentro. Inoltre, era il traduttore, anzi l’interprete all’inizio, ed ha continuato ad esserlo, degli Occidentali che venivano dal M° Ueshiba. Come il M° Nocquet, e altre persone. Quindi era anche un modo per lui di essere molto in contatto con i discorsi del M° Ueshiba, che doveva tradurre per renderli comprensibili a questi occidentali.LV: Molto bene. Allora c’è un altro aspetto che ho trovato interessante nel maestro Itsuo Tsuda, è la mnemotecnica che consiste nel dimenticare.MS: Ancora una volta, si tratta di trovare questa connessione con se stessi, come lui diceva. Questa capacità. E’ avere fiducia nella propria capacità interna, nelle proprie risorse e anche nel proprio inconscio, nel proprio subconscio. Abbiamo l’impressione di essere noi a decidere di fare questo o quello, ma nei fatti, il 90% delle nostre attività vitali, o addirittura il 100% è totalmente incosciente. Non si può accelerare il battito cardiaco o rallentarlo, a parte forse qualche Yogi ma la maggior parte del tempo non abbiamo alcun impatto sulle nostre funzioni vitali. Ed abbiamo l’illusione del controllo su noi stessi, sulla Natura, sugli altri? siamo completamente in un’illusione di controllo. Dunque, invece di irrigidirsi sul “non devo assolutamente dimenticare di comprare il latte rientrando a casa” – questa è una tensione, è il mentale che sta cercando di ricordarselo. E sappiamo tutti bene che la maggior parte delle volte tornati a casa, posate le chiavi ci diciamo “Ah! Il Latte! L’ho dimenticato…”. Mentre, al contrario, Itsuo Tsuda dice: “Visualizzate voi stessi mentre uscite dalla metropolitana, fate la deviazione per il piccolo supermercato accanto e prendete il latte”. Visualizzate questa azione, la vedete. Ok? E ora dimenticate, non pensateci più.LV: Grazie per questo consiglio che metterò subito in pratica. Allora, cosa succede nel dojo? Il dojo permette di riprendere il potere sul proprio corpo e questo si estende alla vita quotidiana. La cito: “Il dojo fa parte di quei luoghi unici in cui il tempo scorre diversamente, in cui il mondo si ferma per qualche istante”.MS: Nella nostra Scuola abbiamo diversi dojo e sono luoghi interamente dedicati all’aikido ed al katsugen undo. Non sono delle palestre, non sono delle sale sportive, non ci sono altre attività. Sono luoghi gestiti da associazioni. Dunque le persone si autogestiscono, si auto-organizzano. Tutti i membri sono responsabili del loro dojo. Non c’è da un lato il dojo e dall’altro dei clienti. Ciascuno è in qualche modo come a casa propria e in casa d’altri allo stesso tempo. Quindi è uno spazio un po’ fuori dal tempo, fuori dal mondo, grazie all’orientamento che ha dato Itsuo Tsuda, e l’orientamento con cui anche Régis Soavi, mio padre, ha continuato a lavorare per 50 anni, e che oggi io stessa provo a continuare. Continuare a dare questo impulso. Di far comprendere che si può vivere diversamente.LV: Sì, allora il dojo è il luogo in cui si viene a lavorare sulla Via. Torno un po’ su questa nozione di arte marziale – non può essere qualcosa di meccanico dove il corpo sarebbe un oggetto. Quindi è molto più connessa effettivamente con questa dimensione del soffio, con la spiritualità. Quindi suo padre recita un Norito al mattino.MS: Sì, non solo mio padre. Tutti iniziamo la seduta con questo Norito che è una recitazione. A dire il vero, non si sa nemmeno cosa voglia dire. E’ un momento, è un modo di mettersi in un’altra condizione, un’altra disponibilità. Certe volte mio padre fa questo esempio, parla di un Lied di Schubert che è in tedesco – e magari non capiamo il tedesco. Eppure quando lo ascoltiamo, c’è qualcosa in noi che risuona. Lo si percepisce, lo si sente, è inesplicabile.LV: Si. Ci sono vocali che sono sacre soprattutto in sanscrito e davvero il suono, la vibrazione ha un’azione. Quindi deriva dallo Shintoismo. È un’invocazione agli dei originari. Leggerò un brano in cui per l’appunto suo padre ne parla. “Régis Soavi dice: «Il norito non appartiene al mondo della religione ma certamente al mondo del sacro nel senso animista. Le vibrazioni e la risonanza portata dalla pronuncia di questo testo ci apportano a ogni seduta una sensazione di calma, di pienezza e a volte qualcosa che va al di là e resta inesprimibile. Il norito è un misogi. Per sua essenza, non è mai perfetto, cambia ed evolve. È il riflesso di un momento del nostro essere.»” Allora ci riflettiamo durante l’ascolto del brano Sure di Shannon Ley.Itsuo TsudaLV: Allora, parliamo del Maestro Itsuo Tsuda oggi. E parliamo di anarchia.MS: L’anarchia è una parola che è diventata tabù. Una parola piena di violenza e caos. E infatti si dimentica completamente, si dimentica e direi anche che sicuramente la parola è stata intenzionalmente separata da ciò che era, e da ciò che è sempre la filosofia anarchica. La filosofia anarchica è l’organizzazione fatta da sé, l’autogestione. E’ l’ordine senza il potere. E’ semplicemente un rifiuto del dominio degli uni sugli altri. E alla fine è qualcosa che non è così sconosciuto. Già prima della creazione degli Stati, comparsi intorno al 3000 o 4000 a.C., esistevano e sono esistite per molte migliaia di anni, società che si autogestivano. E anche dopo la creazione degli Stati ci sono stati molti luoghi sulla terra che hanno continuato ad autogestirsi, ad avere funzionamenti diversi. C’è un certo numero di storici, di ricercatori, Pierre Clastres e altri o David Graber ad esempio, che hanno fatto ricerche e dimostrato che esistono vari tipi di organizzazione sociale. Quello che è sicuro è che anche se c’è un leader, il ruolo del leader non è la coercizione, non è dirigere gli altri. Molto spesso è un ruolo di mediatore, di qualcuno che deve trovare il modo di organizzare le cose ma che non decide nulla da solo. Il leader non può dare ordini agli altri. L’anarchia è riscoprire questa potenza dell’individuo e qualcosa che si organizza con gli altri. I movimenti anarchici sono stati molto potenti. Ci sono stati effettivamente alcuni atti di violenza che sono stati esageratamente enfatizzati per screditare il movimento, per screditare tutto un pensiero ricco e complesso. Non c’è un’anarchia, ce ne sono molte. Ed è qualcosa che effettivamente ha molto segnato il pensiero di Itsuo Tsuda, e anche il pensiero di mio padre Régis Soavi. La ricerca di libertà, non soltanto la libertà interiore, certo, ma anche la libertà con gli altri. Nel Dojo si tratta difatti di farsi carico di tutti gli aspetti della propria esistenza. Quindi bisogna ben comprendere che non si tratta di una libertà separata dalla realtà. Aurélien Berlan si oppone alla fantasia di liberazione, dove si sarebbe liberati da tutte le contingenze materiali, ma evidentemente liberati con altre persone che sono schiave, che siano schiavi energetici, tecnologici o con altre persone dominate. Quindi, contro la fantasia della liberazione, parla della ricerca dell’autonomia. Riprendere in mano la propria capacità, in tutti gli aspetti della vita. Questo ovviamente accomuna anche le femministe della sussistenza, che parlano anche di questo aspetto molto importante, di riappropriarsi di tutti gli aspetti della propria vita. E’ questo che cerchiamo in un dojo. E in ogni caso nei nostri, c’è evidentemente l’aspetto pratico del corpo ma c’è anche l’aspetto fondamentale di questa organizzazione, di uscire da un rapporto in cui si arriva, si è clienti, si paga e si vuole avere qualcosa in cambio. Siamo tutti coinvolti, impegnati a far vivere questo dojo perché il luogo esista, per noi stessi. Non si tratta nemmeno di dirsi che lo si deve fare per gli altri, io mi sacrifico? assolutamente no. Ciascuno di noi lo fa per se stesso ma in collaborazione con gli altri.LV: Si allora quello che trovo veramente molto interessante in questo percorso – e qui troviamo, e ne parla nel suo libro, cose in comune in particolare con i Kogi – cioè che la vera morale nasce dall’interno. Questo lavoro, questo cambiamento interiore sfocerà in un cambiamento esteriore. E lei dice anche che la creazione di uno Stato ha determinato una deprivazione dei valori creativi dell’individuo.MS: La morale sorge dall’interno, l’anarchico Kropotkin ne parla, come pure Itsuo Tsuda, ed effettivamente i Kogi. Non si tratta di avere regole esterne, divieti, ancora una volta ingiunzioni, ma di ritrovare questa morale che fa sì che si collabori gli uni con gli altri. Si ritrova anche la nozione di attenzione. Fare a meno di un capo, i Kogi vivono così. Ma noi, noi viviamo con il dominio. Siamo sempre allo stesso tempo dominati e dominatori di qualcuno. Non possiamo semplicemente dire “ah sì, è la libertà, faremo a meno di un capo e tutto è facile”. Non è la realtà. La realtà è che va rifatta un’auto-educazione per comprendere l’attenzione, l’autodisciplina che ciò richiede. Riscoprire sia la propria potenza che la propria capacità di organizzazione. Alla fine c’è una presa di coscienza che si avvicina un po’ a ciò che Winona LaDuke dice sugli Amerindi, che sanno di essere oppressi ma non si sentono impotenti. I Bianchi invece non sanno di essere oppressi ma si sentono impotenti. Beh, è proprio così. Riscopriamo che alla fine siamo dominati, siamo dominanti ma che non siamo impotenti. Penso che fosse questo il senso della frase quando Itsuo Tsuda diceva: “L’utopia non esiste da nessuna parte se non dove siamo”. È ritrovare questa potenza oggi e ora. E sono qui per dire che è possibile.LV: Sicuramente.MS: Anche se questo richiede un cammino! Non è una bacchetta magica. È qualcosa su cui lavorare, da scoprire. Questo richiede un percorso nel proprio corpo, come effettivamente nello spirito. Ci sono strumenti filosofici, strumenti di comprensione intellettuale e strumenti per uscire da quello che abbiamo integrato totalmente fin dalla primissima infanzia. Fin dalla primissima infanzia si insegna ai bambini a non ascoltarsi, a non poter dire No, a non essere se stessi, ebbene in effetti si arriva ad avere delle persone che integrano il dominio e bisogna fare un lavoro per uscirne, ed è possibile. È possibile fare questo percorso, e camminare almeno un po’ più liberi.LV: Si, siamo in cammino in ogni caso. Quindi questa cultura della separazione, lei ne parla in particolare quando evoca il pianto dei bambini, dicendo che non è veramente normale che i bambini piangano in altre culture. In Kenya è piuttosto una cultura di prossimità, di attaccamento.MS: La cultura della separazione è un modo di separarci da noi stessi, dal nostro corpo, dalle nostre sensazioni, gli uni dagli altri evidentemente. E’ pensare che sia normale lasciar piangere un neonato, trascinare un bambino urlante per la strada perché non vuole andare a scuola, che è normale, che la vita è così, che in ogni caso bisogna “perdere la propria vita per guadagnarsela” come dicevano i sessantottini. Eppure è questa la vita? Non è possibile rifiutarsi completamente di giocare a questo gioco? Non possiamo riscoprire che dentro di noi siamo liberi? Allora di certo mi si dirà: “Sì, ma i soldi? Sì, ma ci sono i debiti? Sì, ma bisogna pagare questo, è così, nella vita bisogna soffrire..” Ma effettivamente chi l’ha detto? Ah sì? Perché? Magari semplicemente no! Forse ci sembra di avere tutte queste catene, e da qualche parte le abbiamo davvero, certo. Non cadono con un tocco di bacchetta magica. Ma si può fare un percorso che ci riunisca e in cui ci accorgeremo che effettivamente il pianto dei bambini esprime forse la cosa fondamentale: che non va affatto bene!LV: Trovo che questa sia una conclusione molto bella! Allora Manon Soavi, raccomando vivamente questo libro “Le maître anarchiste Itsuo Tsuda, savoir vivre l’utopie“.