Vivere senza certezza né incertezza

di Régis SoaviSono indubbiamente le certezze che arrecano più danno nella pratica delle arti marziali perché spesso nascono da un pensiero che si è fermato a schemi che altri hanno sperimentato in precedenza. Rifiutando il dubbio ci si limita a un mondo conosciuto, certamente rassicurante, ma che rischia di bloccare la mente e il corpo.Le certezze portano spesso alla ripetizione, che è rassicurante, alla monotonia, che è demotivante, o addirittura alla presunzione o all’arroganza, che impediscono ogni reale evoluzione. L’incertezza, invece, se non è un pretesto per sottrarsi ad una situazione alla quale si sarebbe potuto rispondere con coraggio, e se non blocca l’azione già intrapresa instillando dubbi che spesso non si fondano su nulla di concreto e portano a girare in tondo, può essere all’origine della comprensione, dell’originalità, della creazione, e quindi dell’apertura mentale che conduce all’intelligenza. Attraverso la messa in discussione delle certezze acquisite, essa può far scoprire l’origine di tecniche rimaste incomprese, la loro importanza in un dato momento e quindi talvolta la loro inutilità in un altro. Quando la certezza è il frutto dell’esperienza personale del praticante e si basa su una pratica concreta priva di presunzioni, allora può apportare una tranquillità che non sarà fittizia, e favorire il risveglio di una forza interiore che saprà usare l’intuizione per adeguarsi alla situazione reale che si presenta.

Insegnare

Una delle difficoltà quando si insegna è non favorire né le certezze né le incertezze, evitare l’idealizzazione che potrebbe nascere da affermazioni troppo perentorie sulla potenza di certe tecniche, di certe Scuole, ecc. È senz’altro possibile e anche molto salutare che alcuni allievi abbiano incertezze e si pongano questioni sulla loro pratica. È allora sufficiente che abbiano reazioni semplici e che si facciano spiegare il motivo di questa o quella postura. Ciò non significa mettere in discussione il responsabile della seduta, e non è neppure il pretesto per mettere in dubbio le sue capacità con lo scopo di provocarlo affinché dimostri la sua abilità. L’uso del principio di incertezza non viene fatto per mettere in discussione le qualità dell’insegnante, con lo scopo di dimostrare che ci sono difetti e causare problemi non rispettando le regole dell’allenamento, infrangendole o mescolando tecniche. L’incertezza, se ben utilizzata, ci costringe a cercare più in là e più in profondità, fisicamente o psichicamente, per capire perché quest’arte abbia già convinto tante persone, prima di arrivare a noi, e come abbia saputo attraversare gli anni e talvolta i secoli in centinaia di paesi rimanendo perfettamente attuale nella sostanza.

La pratica regolare dell’Aikido trasforma i nostri punti di vista

Certezza

La certezza può essere molto utile se si è ben compresa la filosofia taoista dello Yin e dello Yang, in cui ciascuno dei due princìpi contiene una parte attiva, per quanto piccola, dell’altro. Non c’è niente di male nell’essere convinti del valore di una tecnica che fondamentalmente è considerata Yang, perché contiene intrinsecamente il dubbio (la sua parte di Yin). Se questa tecnica viene neutralizzata nonostante le nostre certezze, si produce subito un adattamento per colmare lo squilibrio che si è creato e l’ordine ritorna da solo. Non è la tecnica ad essere messa in discussione, né la certezza del suo valore, ma il suo uso troppo rigido perché troppo sicura di sé, poco padroneggiata per mancanza di allenamento o per una certa incompetenza, o anche per l’incomprensione dell’azione in corso. La competenza a volte può portarci a delle certezze; è importante in termini di sopravvivenza per esempio, perché ci sono circostanze in cui non ci si può permettere di avere dubbi, essere incerti potrebbe causare i danni più terribili. È fondamentale in questo caso lasciare da parte tutto ciò che può contrastare il risultato necessario. Se la certezza ci fa andare avanti con i rischi che questo a volte comporta, l’incertezza tenderebbe piuttosto a tirarci indietro, o a bloccarci. Ma ci costringe anche a riflettere sulla realtà, a uscire dalla confusione in cui siamo trascinati dal lato virtuale e quindi irreale delle immagini, delle serie, dei film che ci vengono proposti dal mondo circostante. L’equilibrio dell’individuo sarà migliore se dopo aver riflettuto si passa dall’incertezza alla certezza, anche se relativa, invece di seguire la strada opposta, perché l’incertezza, se è il risultato di questo atteggiamento, può presentarsi come saggezza per servire come scusa alla paura o alla sfiducia. In questo caso porta a esitazioni, blocchi e molto spesso rimpianti per non aver trovato la strada giusta.

incertitude
Non favorire le certezze, né le incertezze

Vivere nell’incertezza

Di fatto, ognuno di noi vive alla giornata e quindi nell’incertezza di cosa accadrà il giorno dopo. Chi può dire con certezza quando finirà la nostra vita o cosa accadrà domani? Anche se non abbiamo certezze su nulla, viviamo come se fossimo sicuri del futuro o, per essere più precisi, evitiamo di preoccuparci troppo perché istintivamente conosciamo le conseguenze generate dalla preoccupazione. Se questa incertezza ci impedisce di vivere normalmente a causa della tensione che provoca, la conseguenza logica sarà la malattia, blocchi invalidanti o problemi mentali, persino qualche forma di nevrosi. È sempre possibile vivere nella convinzione che le nostre idee siano indubitabili, ma se in occasione di un evento, magari fortuito, si esce dall’illusione, ci si rende presto conto di quanto sia falso il percorso che si è intrapreso.Fondamentalmente, per vivere nella certezza potrebbe sembrare quasi indispensabile sposare anche inconsapevolmente un’ideologia, sia essa religiosa, politica, settaria, scientifica o altro. È una soluzione estremamente rassicurante, molto tranquillizzante, e dà alla vita un carattere invidiabile perché sembra essere un rimedio, forse anche il rifugio ideale di fronte alle difficoltà quotidiane che l’essere umano deve affrontare. Non sono necessariamente individui deboli ad adottare questa soluzione; vi è un gran numero di persone che, credendosi esenti da influenze, pur avendo un’indole ribelle, vengono trascinate da ragionamenti che, sebbene fallaci, sembrano loro estremamente convincenti. Molto spesso è anche una modalità di comportamento resa indispensabile o semplicemente necessaria da chi ci circonda in certi tipi di società, moderne o ancestrali, e che quindi rende più facili le relazioni. L’educazione e la mediatizzazione di certe ideologie hanno finito per irregimentare intere popolazioni con la conseguenza di rendere le persone apatiche e quindi più manipolabili.

L’Aikido per passare attraverso

Senza certezza e senza incertezza, la pratica dell’Aikido permette di raggiungere questo istante del presente così spesso descritto nel Taoismo o nel Buddismo Zen. È attraverso il Non Fare che è possibile ritrovare la serenità indispensabile alla nostra pratica. Non vi è alcun interesse nell’usare una tecnica se non fa da supporto alla circolazione di un Ki volto a purificare la mente ed il corpo da ciò che li intralcia. Si tratta di risvegliare fenomeni sepolti nel profondo della nostra umanità, che forse sfuggono al razionale ma ci avvicinano all’infanzia e quindi anche al Sacro nella sua più semplice accezione. Dal momento in cui pratichiamo, comincia un viaggio iniziatico che ci porta verso lidi a noi sconosciuti, ma di cui sospettavamo l’esistenza per averli percepiti già da molto tempo. Alla fine di ogni seduta, quando inizia la parte del “movimento libero”, essendo in quel momento occupati a sentire e persino a fondersi con il partner, si ha in quei pochi istanti la possibilità di sfuggire dai problemi di certezza o incertezza per comunicare con una dimensione diversa, a noi nota ma troppo spesso bloccata nella vita quotidiana. La nostra attenzione focalizzata su ciò che sta accadendo “qui e ora” si libera di ciò che la ostacola, permettendoci di lasciare che i movimenti e le tecniche si susseguano, si dispieghino nella massima libertà e allo stesso tempo nel rigore che è indispensabile per la loro realizzazione.

I ciechi e l’elefante di Katsushika Hokusai

La storia dei ciechi e dell’elefante

Questa favola di origine indiana circola da almeno duemilacinquecento anni ed è diventata una delle parabole filosofiche più conosciute. Questa storia racconta di come sei studiosi ciechi che volevano accrescere le loro conoscenze confrontassero le loro informazioni dopo aver toccato un elefante ma, a causa della loro cecità, ognuno di loro aveva avuto accesso solo ad una parte del corpo dell’animale. Il risultato fu disastroso perché nessuno di loro aveva avuto la stessa risposta. Uno diceva che sembrava un muro, un altro un lungo tubo, un terzo, tastando la zampa, pensava che fosse come un albero o una colonna. Ciascuno era individualmente persuaso di avere ragione e grazie alla sua conoscenza passata, alla sua esperienza di ieri e di oggi, aveva la certezza che fosse la verità. La loro certezza avrebbe potuto persino portarli a un conflitto; un saggio che passava di lì fornì loro la soluzione; risolvendo il problema, il conflitto svanì, egli così rese loro la pace dello spirito. Se ne andarono sereni perché nessuno di loro aveva torto, ma semplicemente la loro verità si è rivelata parziale. Le certezze possono, come in questo racconto, condurci in direzioni sbagliate se non sappiamo andare oltre le apparenze, ogni volta che le incontriamo e le riconosciamo. Come i ciechi possiamo riconoscere che le nostre certezze sono sì una realtà, ma non certo l’unica, e se scaviamo sinceramente nel nostro essere troveremo risposte che possono essere diverse da ciò che pensavamo. Dove c’erano incertezze o certezze, troveremo forse comprensione e intelligenza.

Insospettabile

La pratica regolare dell’Aikido trasforma i nostri punti di vista e ci porta più lontano di quanto pensassimo inizialmente; non si può avere un’idea di cosa ci sia dietro questa pratica, forse dovrei dire nella sua essenza. È un ritorno alla fiducia in se stessi, che trova fondamento e conferma nell’esperienza maturata in questi anni di pratica senza competizione ma non senza emulazione. Una fiducia che diventa insieme sicurezza e spontaneità che spesso pensavamo di aver perso a seguito delle disillusioni o delusioni subite nel tempo. Non si tratta più di cercare certezze per poter vivere in tutta tranquillità, o di sentirsi perseguitati dalle incertezze del quotidiano, ma di guardare in faccia la realtà e viverla pienamente facendo leva sulle proprie capacità, insospettate e insospettabili, ma in realtà più reali e concrete di quanto il mondo, fino ad ora, ci avesse lasciato sperare. Non si tratta tanto di una speranza di risolvere qualcosa che ci ha impedito di realizzarci, quanto di una presa di coscienza di ciò che siamo realmente che, grazie a questa unione di corpo e mente, frutto del lavoro sulla circolazione del Ki, finalmente sboccia per permetterci di avere la soddisfazione di vivere senza incertezze o certezze.Volete ricevere i prossimi articoli? Iscriviti alla newsletter:

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Articolo di Régis Soavi pubblicato in Self e Dragon Speciale n° 12 nel mese di gennaio del 2023.