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Lo sport, la violenza e le donne

Di Manon Soavi

Parte 1- Uscire dalla negazione

I Giochi Olimpici hanno attirato l’attenzione sulla pratica sportiva delle donne, sottolineando implicitamente fino a che punto lo sport rimane un mondo di competizione e aggressività progettato da e per gli uomini.

Dalla sessualizzazione dei corpi con le attillate e scomode tenute sportive obbligatorie ai discorsi sessisti e misogini dei commentatori, passando per le magnifiche inquadrature dal basso delle natiche delle atlete, senza dimenticare il divieto di indossare il velo per le sportive musulmane, la sequenza delle Olimpiadi del 2024 non ci ha risparmiato nulla.

Per poche donne che brillano – e a quale prezzo? – quante vengono spezzate, nauseate o scoraggiate? Le segnalazioni di abusi commessi da allenatori, mentori o partner sono purtroppo “solo” la parte visibile dell’iceberg. Al di sotto si nasconde il continuum1 di violenza che contribuisce all’asservimento, all’oggettivazione e all’annientamento delle donne. Abusi che colpiscono anche la pratica amatoriale poiché ogni anno una donna su due, nonostante lo desideri, non intraprende il percorso della pratica fisica2.

Come insegnante di aikido e femminista, sono arrabbiata: il mondo delle arti marziali non fa eccezione. È portatore di un immaginario che associa combattimento e virilità, ed è una vera e propria riserva esclusiva dell’identità maschile. Con il pretesto dell’efficacia marziale, vi regna l’omertà sulle violenze contro le donne, la negazione delle loro difficoltà di accesso ai tatami, il rifiuto delle critiche, mentre invece queste pratiche, in quanto arti emancipatrici, potrebbero giovare a tutti·e, comprese le donne private dei loro benefici.

Non tacere più

Nonostante tutto, alcune voci si levano: quella del judoka Patrick Roux che denuncia3 le violenze inflitte ai bambini con il pretesto dell’allenamento. Quella di Neilu Naini4, un’aikidoka americana drogata e violentata dal suo sensei (maestro di Aikido), con la complicità di un compagno di tatami. Creatrice di #metooaikido, si batte per dei dojo più sicuri attraverso un lavoro di prevenzione. O anche Djihene Abdellilah5, campionessa di grappling e MMA, che continua a denunciare le violenze traumatiche inflitte in nome della preparazione ai combattimenti.

È tempo di ribellarsi e di ricordare al mondo che le pratiche marziali non sono una ridicola esibizione di virilità sudata, né un passepartout per la violenza, ma strumenti millenari ricchi di filosofie di vita: il rispetto, il lavoro del corpo, la flessibilità, la respirazione, il superamento di se stessi, lo sviluppo della sensazione e dell’ intuizione… Anche l’aikido, che si dichiara universale e aperto a tutti, sta affrontando una crisi: la frequenza è in caduta libera6, i praticanti invecchiano e la presenza delle donne rimane sempre bassa: dal 20% al 30%. Ma ogni critica che rimetta in questione il suo orientamento androcentrico viene liquidata come espressione di un’“isteria femminista”. La vecchia ricetta: un pizzico di gaslighting7 mescolato a una buona dose di mansplaining8.

Quando ho istituito a Parigi9 una seduta non mista riservata alle donne, ho ricevuto un po’ di sostegno, fortunatamente, ma anche molte critiche da parte degli aikidoka: reazioni epidermiche che mi intimavano di non creare divisioni all’interno di quest’arte universalistica, con il rischio di provocare un’improbabile disastro. Tuttavia, credo che sia necessario non solo denunciare gli abusi, ma anche guardare più da vicino la realtà delle donne e ciò che impedisce loro di praticare sport e arti marziali.

Disuguaglianze sistemiche

Su questo tema, alcuni studi ci forniscono dei dati illuminanti. Lo studio Move her Mind10 è la più grande ricerca mondiale11 sulle disuguaglianze di genere nella pratica sportiva. La prima constatazione di questo studio, la disparità tra la visione degli uomini e la realtà quotidiana delle donne: il 54% degli uomini pensa che le donne abbiano abbandonato lo sport perché a loro non piace e il 56% suppone che i principali ostacoli siano i complessi fisici, la paura delle molestie e il timore del giudizio. Eppure è la mancanza di tempo il principale ostacolo segnalato dalle interessate.
Infatti, le donne ovunque nel mondo non sono soddisfatte del proprio livello di attività fisica e il 53% delle donne europee si trova di fronte ostacoli sistematici alle proprie pratiche. Interpellate, hanno individuato cinque ostacoli principali12.

1. Il tempo (76%)

Influenzate dai condizionamenti di genere, alle donne manca il tempo. Secondo le donne interessate, l’ostacolo principale è la distribuzione dei compiti domestici e del lavoro di cura – assistenza, educazione dei figli, assistenza alle persone non autosufficienti, sostegno emotivo – svolti all’interno della famiglia13. Secondo l’INSEE14, quando entrambi i genitori lavorano a tempo pieno, il 70% delle donne svolge almeno un’ora di lavoro domestico al giorno, rispetto al 28% degli uomini.

2. Il costo (62%)

Dato che gli uomini guadagnano (in media) il 32% in più rispetto alle donne, ciò incide pesantemente sul budget che possono dedicare allo sport. A ciò si aggiunge la caduta del potere d’acquisto delle madri dopo il divorzio: queste perdono il 14,5% del loro tenore di vita, mentre gli uomini lo aumentano del 3,5%15.

3. L’ambiente (43%)

L’esperienza comune e quotidiana della violenza subita porta le donne ad adottare strategie di autoesclusione da qualsiasi situazione percepita come non sicura. Il paradosso è che questa paura inculcata le porta a temere gli estranei fuori casa, mentre invece sono più in pericolo con persone a loro vicine in un ambiente familiare. Ricordiamo che il 91% degli stupri e dei tentativi di stupro sono commessi da persone del proprio entourage16.
La vulnerabilità delle donne, presentata come una caratteristica “naturale”, induce un’ipervigilanza negli spazi pubblici, alimentata da esperienze spiacevoli, intimidatorie o umilianti – punizioni tramite l’attività sportiva durante l’infanzia, violenza da parte degli allenatori di educazione fisica e sportiva, ora di nuoto obbligatoria, ecc. I commenti indesiderati richiameranno sempre le donne all’ordine affinché questo controllo sociale maschile continui17.

Anche nelle arti marziali, il disprezzo di cui sono vittime le donne come anche i praticanti principianti o intermittenti contribuisce a questo circolo vizioso di mancanza di fiducia in se stessi. Le esperienze traumatiche subite fin dalla più tenera età hanno un impatto duraturo: “Quando avevo dodici anni, l’insegnante di aikido mi ha detto di sdraiarmi per fare una dimostrazione della forza dell’hara. Si è messo in piedi sulla mia pancia. Il dolore è stato terribile, ho creduto di svenire. Ho smesso definitivamente di praticare arti marziali”.18

Le principianti di Aikido testimoniano: “Sono salita per la prima volta sui tatami, abbiamo fatto il saluto, un uomo mi ha afferrato senza dire una parola e mi sono ritrovata per terra, con il naso contro un tatami puzzolente. Non sono mai più tornata”. Un’altra: “Il mio insegnante di Aikido dopo 3 minuti di riscaldamento inizia con 20 minuti di tecniche con caduta in volo. I dieci principianti che non sanno fare quella caduta non hanno né spiegazione né alternativa accessibile”.

Questi maltrattamenti colpiscono anche le persone anziane. Tra i 40 e i 70 anni le donne possono perdere il 40% della massa ossea e sono quindi più soggette a fratture. Una parigina racconta: “Principiante di oltre 60 anni, mi ritrovo a praticare con un uomo, praticante avanzato, alto e di forte corporatura. Non ho mai visto la tecnica proposta, ma, senza alcuna spiegazione, mi solleva, mi fa passare sopra le sue anche e mi sbatte direttamente a terra (koshinage)”.

Uno studio condotto dalla Commissione Donne della Federazione Francese di Aikido e di Budo19 deplora la stessa situazione nei club di aikido. Invece di mettere tutta la loro energia nella loro arte, le praticanti di aikido si sfiancano per proteggersi dai comportamenti brutali dei loro partner: “Sono fisicamente apprensiva, alcuni di loro ti massacrano i polsi, ti costringono a fare cadute in volo, non ti fanno cadere in modo sicuro. Non dosano la loro forza e non trattengono i colpi”.

Con la scusa dell’allenamento, le praticanti subiscono aggressioni: “Mi prendo veri e propri colpi in faccia col pretesto che sono mal posizionata, ed è normale che li prenda in faccia”. Visitando un’altra scuola di Aikido, ho visto un insegnante anziano, armato di bastone, colpire ripetutamente una ragazza nel plesso. Si è ritrovata con un livido.

Djihene Abdellilahl sottolinea che non c’è alcuna giustificazione al colpire e insultare le persone supponendo di renderle più forti e che i colpi non creano delle “guerriere”, ma vittime. La violenza che lei stessa ha subito non l’ha resa più forte, ma ha normalizzato nella sua mente le violenze fisiche e psicologiche che ora denuncia. “Secondo gli studi di Christine Mennesson, sociologa specializzata in sport e genere, alcune donne adottano atteggiamenti “guerrieri” non per scelta, ma per essere accettate e rispettate in ambienti dominati dagli uomini. Questa dinamica crea un’illusione di consenso alle pratiche violente”.20

4. Le condizioni fisiche (42%)

Le convinzioni autolimitanti dovute agli stereotipi di genere e alla mancanza di rappresentanza femminile portano a sentimenti di esclusione. Questa mancanza di fiducia in se stesse porta le donne a ritenere di non essere abbastanza in forma per un’attività fisica.

Le aikidoka vorrebbero anche21 che più insegnanti e praticanti donne venissero messe in risalto nella comunicazione, negli stage e nelle dimostrazioni. Come dice Yeza Lucas: “Se un’altra donna si aggiunge al gruppo non sono più sola. E se arriva una terza e vede già due donne sul tatami, anche lei potrebbe sentirsi meno intimidita”22.

5. Mancanza di luoghi (38%)

Le donne hanno imparato a considerare la loro biologia come un “inconveniente” da mettere da parte, anche a costo di rimetterci la salute, per imporsi in un mondo che idolatra la forza. Lola Lafon lo riassume con umorismo: “La fermezza è venerata: seni sodi, cosce sode, ‘muscolosi’ discorsi politici con le palle. Tutto tranne che essere un ‘budino’. Orrore per il fragile, il morbido, il tremante “23.

Ciò che è più arrotondato, flessuoso o tenero è destinato al disprezzo e a subire violenza. In questo universo asfissiante, le donne, come il pesce che deve arrampicarsi su un albero per dimostrare il proprio valore,24 si credono stupide e incapaci, oppure incassano danneggiandosi. Ecco perché avere luoghi dove praticare secondo i propri desideri, in sicurezza e tenendo conto della biologia specifica è un obiettivo richiesto dalle giovani generazioni (45%).

Ho fatto qui il punto della situazione e non è incoraggiante. La constatazione è comunque definitiva? Niente affatto: la soluzione esiste ed è molto semplice. Basta diventare ReSister, o addirittura trasformarsi in draghi femmine.

Per leggere la seconda parte dell’articolo, clicca qui

Manon Soavi

Notes :

1 Vedi Christelle Taraud (dir.) – Féminicides. Une histoire mondiale, 2022, Paris, La Découverte.

2 Secondo lo studio Move her mind 2023, il 53% delle donne in Europa afferma di non svolgere tanta attività fisica quanto vorrebbe (fonte https://www.asics.com/fr/fr-fr/mk /move-her- mind/report) e secondo i risultati di Santé Publique France, nel 2024, il 41% non fa abbastanza attività fisica per mantenersi in salute, soprattutto perché l’81% di queste si trascura anteponendo la salute e le esigenze dei propri cari alla propria.

3 Patrick Roux, Le revers de nos médailles, Editore Dunod, 2023

4 Vedi la testimonianza e l’impegno di Neilu Naini su https://www.metooaikido.com

5 Campionessa del mondo di grappling e di Francia di MMA (Mixed Martial Arts); fondatrice della Djihene Academy.

6 Dal 2016: Karate -15%, Judo -16%, Aïkido -35%. Ulteriori informazioni sui blog aiki-kohai e paressemartiale.

7 Il gaslighting, noto anche come sviamento cognitivo, è un concetto di psicologia che descrive le manovre utilizzate per manipolare la percezione della realtà da parte degli altri. Le informazioni vengono distorte o presentate sotto una luce diversa, omesse selettivamente per favorire chi ne abusa, o distorte per far dubitare la vittima della percezione e salute mentale. Vedi H. Frappat Le Gaslighting ou l’art de faire taire les femmes, ed. L’Observatoire, 2023.

8 Il termine mansplaining si riferisce alla situazione in cui un uomo spiega a una donna qualcosa che lei già conosce, o di cui è addirittura esperta, con un tono paternalistico e condiscendente.

9 Sedute non miste e stage al dojo Tenshin a Parigi, al dojo Yuki-ho a Tolosa, e a Yume Dojo a Milano.

10 Commissionato da ASICS, azienda giapponese che crea scarpe e abbigliamento sportivo dal 1940

11 Studio Move her mind 2023 disponibile online: https://www.asics.com/fr/fr-fr/mk/move-her-mind/report

12 Studio Move her mind 2023

13 L’Observatoire des inégalités https://inegalites.fr/Le-partage-des-taches-domestiques-et-familiales-ne-progresse-pas

14 INSEE, 2022, https://www.insee.fr/fr/statistiques/6047759?sommaire=6047805#graphique-figure3

15 Cifre dell’INSEE, consultabili qui : https://inegalites.fr/Les-inegalites-de-salaires-entre-les-femmes-et-les-hommes-etat-des-lieux et https://inegalites.fr/La-rupture-conjugale-une-epreuve-economique-pour-les-femmes

16 Le Monde: « Stupri: più di nove vittime su dieci conoscono il proprio aggressore » 2018, https://urls.fr/hhsxAM

17 Lieber, M. (2002). Le sentiment d’insécurité des femmes dans l’espace public : une entrave à la citoyenneté ? – Nouvelles Questions Féministes, 21, 41-56.

18 Testimonianza orale raccolta dall’autrice

19 CRF FFAB, Bilancio 2019, consultabile online: https://www.ffabaikido.fr/fr/bilan-des-enqu-tes-des-crf-279.html

20 Djihene Abdellilah, Arrêtons de normaliser la violence dans l’entraînement sous couvert de formation de guerrières, pubblicato su LinkedIn, 01/09/2024.

21 CRF FFAB, Bilancio 2019, consultabile online: https://www.ffabaikido.fr/fr/bilan-des-enqu-tes-des-crf-279.html

22 Yeza Lucas Communiquer vous permet de fidéliser vos adhérents ! 2024 https://aikido-millennials.com/

23 Lola Lafon Prendre notre place dans ce monde podcast “Chaud dedans” del 12 giugno 2024

24 Frase attribita ad Einstein.

“Un’estinzione biologica e culturale in corso?”

Marc-André Selosse è biologo e professore del Museo di storia naturale e insegna in diverse università in Francia e altrove. Le sue ricerche si concentrano sulle associazioni a vantaggio reciproco (simbiosi), e i suoi insegnamenti riguardano i microbi, l’ecologia e l’evoluzione. Nel 2020, poco tempo prima del primo confinamento, il dojo Tenshin doveva accoglierlo per una conferenza sul microbiota. A causa della situazione questa conferenza non si è potuta tenere, ma speriamo di poter concretizzare questo invito appena possibile. Nell’attesa vi invitiamo a scoprire le sue appassionanti ricerche, tramite due video e l’articolo che avevamo scritto a proposito del suo libro « Jamais seul » e dei punti di convergenza con il Seitai.

Marc-André Selosse : “Un’estinzione biologica e culturale in corso?”

Estratto “Il microbiota biologico che è in noi sta male, sta svanendo e colpisce direttamente la nostra salute: soffriamo di queste “malattie della modernità”, che toccano il nostro sistema immunitario (allergie, asma, malattie auto-immuni?), il nostro sistema nervoso (Alzheimer, Parkinson, autismo?), il nostro metabolismo (diabete, obesità?). Constatiamo che il microbiota è meno diversificato negli individui malati che negli individui sani. Nel 2025, queste malattie della modernità, legate alla regressione del nostro microbiota, toccheranno un Europeo su 4.”Per continuare, cliccate sul video:Intervento al convegno organizzato dalla Fondazione per la biodiversità casearia il 14 settembre 2021 nel quadro del Mondial du Fromager di Tours.

Marc-André Selosse, la Medicina di fronte all’evoluzione

Marc-André Selosse risponde alla domande del Consiglio dell’Ordine dei Medici di Yvelines

Ciò che ci unisce: microbiota e terreno umano

di Fabien R. febbraio 2020Dall’alba delle nostre civiltà, l’azione dei microbi modella la nostra alimentazione, permette la conservazione e il consumo degli alimenti (pane, formaggio, vino, verdure?). Addomesticati empiricamente da millenni, i microrganismi che intervengono in questo processo sono stati identificati solo abbastanza di recente, meno di 200 anni fa.Ed è solo ancora più recentemente che gli scienziati hanno cominciato a studiare il microbiota, cioè l’insieme di batteri, funghi, virus, ecc. che sono ospitati da un organismo-ospite (l’essere umano per esempio) e vivono in un ambiente specifico di quest’ospite come la pelle o lo stomaco.La maggior parte di noi non sospetta che la nostra vita dipenda da una stretta associazione, chiamata simbiosi, che stabiliamo naturalmente con diverse decine di miliardi di batteri che popolano la superficie del nostro corpo e fino in fondo ai nostri intestini. Ci si considera come al di sopra, indipendenti da qualsiasi influenza microbica, con la notevole eccezione di chi è raffreddato che si sente spesso dire: “Ah, ma non mi rifilare i tuoi microbi!” Il microbiota viene quindi considerato, nel migliore dei casi solo perché può o potrebbe avere un potenziale patogeno. Questa visione, attualmente superata ma sempre onnipresente, del microbo visto come nefasto ha profondamente influenzato il nostro rapporto con la Natura, con i nostri corpi e più globalmente con la vita. Che si tratti di pesticidi in agricoltura, di saponi battericidi o gel disinfettanti sulla nostra pelle, questi prodotti, eliminando indiscriminatamente i microrganismi favorevoli e quelli sfavorevoli ai loro ospiti, creano le condizioni per un impoverimento del terreno – quello dei nostri campi come quello delle nostre mucose.Queste azioni igieniste ripetute nel tempo, fin dal parto, impediscono, nell’essere umano, una maturazione del sistema immunitario che più tardi non sarà più in grado di riconoscere il corpo di cui fa parte oppure avrà delle reazioni sproporzionate. La nostra epoca è anche quella delle malattie auto-immuni e delle allergie[1].I principi Seitai, nell’opera di Haruchika Noguchi[2], partono da un punto di vista radicale: intuitivo piuttosto che analitico. Basandosi sulla propria esperienza trentennale di guaritore, H. Noguchi rinunciò all’idea di terapeutica negli anni ’50 perché aveva constatato che essa indeboliva gli organismi degli individui e li rendeva dipendenti dal terapeuta. Ciò lo portò a considerare la salute in un modo completamente diverso prendendo atto che le reazioni del corpo sono le manifestazioni di un organismo che reagisce per ritrovare il proprio equilibrio. « La malattia è una cosa naturale, è uno sforzo dell’organismo che tenta di recuperare l’equilibrio perduto. [?] È bene che la malattia esista, ma bisogna che gli uomini si liberino dal suo assoggettamento, la sua schiavitù. È così che Noguchi è giunto a concepire la nozione di Seitai, la normalizzazione del terreno, se si vuole. »[3].Questo riequilibrio è l’opera del sistema involontario, non dipende dalla nostra volontà. Comporta dei sintomi che coinvolgono il microbiota. Per esempio i flussi che espellono fuori dal corpo i germi sfavorevoli (raffreddori, diarree)[4], la funzione regolatrice della febbre oppure la funzione antibiotica della carenza di ferro nelle donne incinte[5].

humain forêt symbiose microbiote
foto di Jérémie Logeay
La filosofia Seitai ha questa peculiarità di vedere l’essere umano come un tutto indivisibile. Non c’è separazione tra lo psichico e il fisico. La traduzione della parola Seitai è “terreno normalizzato”. Questa nozione in H. Noguchi è globale. Copre in parte la nozione di microbiota. Quest’ultimo è per noi come la terra che circonda le radici di un albero, è la Natura che vive in armonia e in collaborazione in ognuno di noi, senza neanche che ne siamo consapevoli. È per questo che non siamo mai soli.Considerare i microbi come nefasti e combatterli oppure approfittare del loro aiuto e collaborare naturalmente con loro è una questione di orientamento interiore. Privilegiare un igienismo ad oltranza o favorire ciò che Selosse chiama “la sporcizia pulita”[6]. dipende da questa stessa scelta.L’espressione “Coltivare il proprio giardino”[7]. prende allora un senso nuovo e concreto. Tutto dipende da noi.Laddove l’istinto è scomparso, è necessario mettere a disposizione le scoperte scientifiche. Pur essendo autodidatta, H. Noguchi era perfettamente al corrente della scienza della propria epoca. Ciò nutriva le sue riflessioni e le sue intuizioni. È nello stesso spirito che siamo onorati di accogliere Marc-André Selosse che presenterà le scoperte più recenti sul microbiota umano. Note[1]?. Marc-André Selosse, Jamais seul : Ces microbes qui construisent les plantes, les animaux et les civilisations p.185 Édition Actes Sud 2017[2]?. Vedi l’opera di Itsuo Tsuda (9 libri), pubblicati dal Courrier du Livre, in corso di traduzione in italiano per Yume Editions, e di Haruchika Noguchi, 3 libri in inglese pubblicati dalle edizioni Zensei[3]?. Itsuo Tsuda, Le Dialogue du Silence, le Courrier du Livre, 2006 (1979) p. 64-65.[4]?. Marc-André Selosse, op. cit. p.156[5]?. Vedi l’articolo: Marc-André Selosse : La disparition silencieuse des SVT sur Café pédagogique[6]?. Marc-André Selosse, op. cit. p.156 et p.197[7]?. Marc-André Selosse, op. cit. p.169

Atemis

Di Régis SoaviPraticare l’Aikido senza usare gli atemi è un po’ come voler suonare uno strumento acorda a cui mancano delle corde o le cui corde sono allentate.Gli atemi fanno parte delle arti marziali e, naturalmente, in Aikido è indispensabileinsegnarli bene e comprenderne l’importanza. Da Ikkyo a Ushiro katate dori kubishime ognivolta che faccio la dimostrazione di una tecnica, faccio vedere che tutto è pronto per piazzare un atemi: la congiuntura, il posizionamento, la postura. Se pratichiamo avendo in ogni momento la sensazione del centro della sfera, e dei punti di contatto tra le sfere dei partner, possiamo vedere che ci sono degli spazi vuoti che consentono di piazzare uno o più atemi. È necessario formare gli allievi dall’inizio altrimenti non capiranno il senso profondo dei movimenti, nonché la loro realtà, la loro concretezza. Fin dall’inizio è importante far scoprire, far sentire le linee di penetrazione che possono raggiungere il nostro corpo e metterlo in pericolo, Uke deve essere educato allo spirito dell’atemi, anche se fosse solo per questo motivo.Durante l’anno, abbiamo uno stage un po’ particolare per i praticanti più anziani, cosìcome per quelli che conducono sedute nel proprio dojo. L’allenamento è più approfondito, più intenso, sotto tutti i punti di vista e per far sentire l’impatto dei colpi, come Tsuki, Shomen Uchi o Yokomen Uchi, utilizziamo dei Makiwara portatili. Penso che il modo migliore per capire di cosa si tratti sia che gli atemi siano sferrati sul serio, sia per Tori che per Uke, ovviamente senza forza reale e non tutte le volte, ma il solo fatto di essere toccati porta alla consapevolezza del rischio.Si tratta di sviluppare un istinto che risveglia il vero essere che è assonnato dietroun’apparenza di sicurezza data dalla comodità e dall’assistenza che forniscono le societàsviluppate, è anche questione di uscire dal ruolo sociale che ognuno assume, semplicemente per ritrovarci.

Atemi
Atemis secrets par Saiko Fujita, Budo Magazine Europe, ‘judo Kodokan’, vol. XVI – n°3, automne 1966, p. 55.
Quando ho iniziato l’Aikido nei primi anni settanta, si parlava molto dei punti vitali, HenryPlée sensei o Roland Maroteaux sensei ci mostravano come sbarazzarci di un avversariocolpendo o toccando con precisione uno di questi punti. C’erano delle mappe, si potrebbe dire, del corpo umano che li elencavano. Ho l’impressione che spesso questo sia stato perso in molti dojo a favore di tecniche forse più semplici, certamente più dirette, di sicuro più violente, più vicine ai combattimenti di strada, ma che si allontanano dalla pratica di un Budo. O, in nome di un’estetica, di un’idea di pace che è capita male, interpretata male, gesti che avevano un senso profondo sono stati edulcorati e resi inoffensivi.La Scuola Itsuo Tsuda intende conservare uno spirito tradizionale, attraverso uninsegnamento dell’Aikido, certo, ma anche del Seitai, senza trascurare nulla delle conoscenze antiche, al contrario, usando tutto ciò che ho potuto imparare dai maestri che ho avuto la fortuna di incontrare sia in Aikido sia in ju-jitsu, o nell’imparare a maneggiare armi in questa epoca ancora ricca di rispetto per le tradizioni.Rimane un punto essenziale: il SAPER-FARE. Possiamo dissertare per oresull’argomento, se non insegniamo correttamente e concretamente come immobilizzare unaggressore o renderlo innocuo almeno per un momento, ad esempio in occasione di una presa di un indumento al collo o alle spalle con una o due mani, approccio comune come presa di contatto alla sprovvista, tutto ciò sarà inutile. È grazie al lavoro sulla respirazione,nell’allenamento quotidiano, e alla capacità di fondersi con un partner, che si scoprel’intermissione respiratoria, lo spazio che esiste tra espirazione e inspirazione, in cui l’individuo è nell’impossibilità di reagire. In seguito è la capacità di utilizzarla in caso di necessità che consente di neutralizzarlo tramite un colpo abbastanza leggero, ma particolare e in profondità, al plesso solare, in questo momento preciso della respirazione. Neutralizzarlo almeno i pochi microsecondi necessari per eseguire una tecnica, un’immobilizzazione o talvolta semplicemente quando è necessario per fuggire.Articolo pubblicato sul n. 74 di AikidoJournal, giugno 2020 Tema: Lei insegna gli atemi?

Libertà vo riscoprendo.

La ricerca della libertà interiore nella pratica dell’Aikido e nel Seitai.

di Andrea QuartinoLe limitazioni alla libertà di movimento si stanno allentando, anche se con tempi e modi ancora incerti. Per chi pratica l’Aikido in un dojo della Scuola Itsuo Tsuda sembra non vicino il giorno in cui potrà riprendere a farlo. Al di là delle diverse opinioni sulla causa dell’emergenza, le limitazioni decise dai governi non dovrebbero limitare la capacità di giudizio. Ed è normale mantenere uno sguardo critico verso l’efficacia e le conseguenze di tali misure pur applicandole.Haruchika Noguchi, il fondatore del Seitai, in un periodo come quello vissuto durante la seconda guerra mondiale dal Giappone, in cui avevano prevalso le tendenze più marcatamente nazionaliste e militariste tanto da mettere al bando la parola “libertà”, non si esimeva dal parlarne. Certo, poteva contare sul fatto di avere tra i suoi clienti diversi rappresentanti della classe dirigente.La fine della guerra, per l’Italia, il 25 aprile 1945, fu un sollievo per tutti, tanto quanto lo fu la caduta del fascismo, anche per chi condivideva quell’ideologia. Lo stesso sollievo fu sentito da molti giapponesi.1 Non si trattava solo del ritorno della pace e di libertà più o meno formali, ma del venir meno di un clima di tensione continua, che si respirava ovunque e a cui nessuno era immune. Fatte le debite differenze, e al netto delle perplessità suscitate dalle metafore guerresche di molti nel parlare dell’impegno nel contenimento del contagio, chi ha un minimo di sensibilità non può non sentire quanto tutto e tutti siano permeati dalla diffidenza e dalla paura, siano esse provocate dal virus o dalle sanzioni previste se si violano le norme. Un’oppressione molto spessa, anche noi proveremo sollievo, quando e se finirà.”Quando [il Maestro Noguchi] sentì alla radio la cessazione delle ostilità, si sentì di colpo le spalle come sgravate da un pesante fardello, e avvertì una distensione insospettata in tutto il corpo.La sua respirazione si approfondì, scoprendo un fondo di calma nel proprio spirito. Questa calma fece sorgere in lui un’energia tutta nuova, e sentì nella pelle che un mondo nuovo stava cominciando.- Perché ho parlato così tanto della libertà durante la guerra,” si disse, “non erano che parole. Al contrario, ero semplicemente bloccato nel mio atteggiamento. Più mi sforzavo di lottare contro la tendenza, più ero rinchiuso in un ristretto quadro di pensiero, senza poter respirare profondamente.”2Perché questa libertà non era che una parola per Noguchi? Aveva forse cambiato opinione sulla natura del regime del periodo bellico? È poco probabile, ma la questione è un’altra. Si tratta di capire cosa intendiamo con libertà.

Itsuo Tsuda ritorna più volte nei suoi libri sull’idea di libertà

Per Itsuo Tsuda l’uomo moderno “ha combattuto dure battaglie per acquisire il suo diritto di Uomo. Ha ottenuto delle libertà e continua a lottare per acquisirne altre. Ma un giorno scopre che queste libertà non si riferiscono che a condizioni materiali, a lui esteriori.”3 Quindi spesso gli esseri umani lottano per libertà al plurale, che sono condizionate.”La fissazione delle idee che ci orienta nell’organizzazione della vita, può anche ritorcersi contro di noi portandoci a dei vincoli imprevedibili. La libertà diventa una fissazione che ci lega. Più libertà si ha, meno ci si sente liberi. La libertà è un mito.Si lotta contro i vincoli per acquisire la libertà. La libertà acquisita non rimane senza provocare altri vincoli. Non sembrano esserci soluzioni finali. Perché la libertà che cerchiamo è prima di tutto una libertà condizionata. Non si ha l’idea di una libertà assoluta, senza condizioni.”4Libertà condizionata, quasi un ossimoro, se questa locuzione non fosse usata nel linguaggio giuridico. Si è condizionati dal tempo lineare degli orologi, dall’organizzazione sociale del lavoro e dal mercato che ci sollecita, con tecniche pubblicitarie sempre più sofisticate e invasive, a soddisfare bisogni, per lo più indotti. Tra le infinite offerte, reperibili online o meno, “troviamo tutto, tranne il desiderio. [?] Abbiamo la libertà di scegliere, certo, ma si tratta di una libertà negativa: quella di accettare o di rifiutare l’offerta. Quanto alla libertà positiva, quella di creare, non abbiamo né l’intuizione né la continuità per goderne.”5

Itsuo Tsuda e Haruchika Noguchi
Itsuo Tsuda e Haruchika Noguchi
Tsuda ci indica la possibilità di “lasciare la presa” rispetto a tutto ciò che è libertà apparente, scelta impostaci dal mercato, bene consumabile, commercializzabile, per quanto ciò sia difficile per l’uomo civilizzato, che ha paura di perdere tutto se rinuncia alla sua possessività. Lasciando la presa, si può “vedere infine che Tutto ci appartiene; il cielo, la terra, il sole, i monti e i fiumi, senza che ci sia bisogno di metterli tutti in tasca.” Può nascere in noi “la voglia di conoscere la vera libertà. Nessun apporto esterno, soldi, onore, potere, può procurarci la vera Libertà, poiché questa è una sensazione interiore che non dipende da alcuna condizione materiale o oggettiva. Ci si può sentire liberi nella peggiore delle costrizioni, così come prigionieri al colmo della felicità.”6Il desiderio profondo di un’altra libertà sorge insieme a una convinzione interiore, che in realtà si riscopre, si ritrova perché è in ogni essere umano fin dall’origine, dal concepimento. Ma la sua riscoperta non è possibile finché si resta nella “via dell’acquisizione” che è norma nella nostra società, in cui “tutte queste accumulazioni pesano molto sul nostro destino.Nella via della spoliazione, ci si dirige nel senso diametralmente opposto. Ci si sbarazza poco a poco di tutto ciò che è inutile alla vita. Ci si sente sempre più liberi, in quanto non ci si impongono più divieti o regole per vivere bene. Si vive, semplicemente, senza essere combattuti a causa di false idee.Non abbiamo bisogno di essere antisociali o anarchici per sentirci liberi. La liberazione non richiede la distruzione. La libertà non dipende dal condizionamento, dall’ambiente o dalla situazione. La libertà è una cosa del tutto personale. Sorge dalla convinzione profonda dell’individuo.Questa convinzione è una cosa naturale che esiste in tutti gli uomini all’origine. Non è un prodotto fabbricato di sana pianta a posteriori. Ma resterà velata finché si vive in un clima di dipendenza. «Non vale la pena» dice Noguchi «di aiutare le persone che non vogliono mettersi in piedi da sole. Se le si lascia, cadono di nuovo». “7È stata questa consapevolezza che ha portato Noguchi, nel momento in cui ha trovato un’altra libertà, una respirazione e una calma più profonde alla conclusione della seconda guerra mondiale, a rinunciare alla terapeutica, per dedicarsi al risveglio delle persone che permette ad ogni individuo di riscoprire la propria libertà interiore nei tempi e nei modi che si confanno a lui.

In che modo la pratica di arti come l’Aikido e il Katsugen undo possono guidarci nella riscoperta della nostra libertà individuale?

Una risposta si può trovare nelle parole del Maestro di Taichi Gu Meisheng:”Il ‘vero naturale’ si può acquisire solo al prezzo di una lunga pratica assidua? Sei come un bambino? Perché solo il bambino è spontaneamente nello stesso tempo naturale e libero. In effetti, se non sei ridiventato come un bambino non sei né libero né naturale. [?] Abitualmente per un uomo ordinario, il corpo è un ostacolo, non una forza motrice in cui si può attingere uno slancio spirituale. Eppure grazie a un allenamento molto lungo associato a una pratica assidua e rigorosa, si riesce a liberare quest’uomo ordinario per lasciarlo agire secondo una spontaneità meravigliosa e creatrice. Allora né il corpo, né il mondo esterno, né i molteplici legami che l’incatenano al mondo costituiscono un ostacolo per lui. Questa prima sensazione di libertà, l’ho percepita nel 1970 quando ero in prigione, e questa libertà cresceva progressivamente nel corso della mia prigionia.”8Le parole del Maestro Gu, che fu incarcerato nel corso della rivoluzione culturale cinese, sono valide per il Taichi come per le pratiche dell’Aikido e del Katsugen undo e richiamano quelle di Tsuda quando dice che si può essere liberi nella maggior costrizione possibile. E se la costrizione in cui viviamo oggi non è quella di una prigione, è comunque l’occasione di riscoprire la nostra libertà interiore, anche dandosi la possibilità di praticare in solitudine, quando non c’è un dojo a disposizione. Tale scoperta non è esclusiva di grandi maestri, come il Maestro Gu, il Maestro Noguchi o il Maestro Tsuda, e per quanto sia una ricerca individuale che si fa nella continuità della pratica, possiamo noi qui e ora cominciare a essere liberi come esseri umani, perché “essere liberi, rende gli altri liberi.”9Andrea QuartinoNotes:1. Itsuo Tsuda, Coeur de ciel pur (oeuvre posthume à partir d’inédits), Le Courrier du Livre, 2014, pag. 169. Vedi anche Itsuo Tsuda. Calligrafie di primavera, Yume Editions, 2018, pag. 409.2. Itsuo Tsuda, Un, Le Courrier du Livre, 2014, pag. 69. Nelle pagine successive viene detto “un uomo veramente libero non discute della libertà, un uomo in buona salute non pensa alla salute.” Sembra risuonare qui il verso del poeta cinese Bai Juyi: “Coloro che parlano, non sanno. Coloro che sanno, non parlano” che Tsuda riprese anche in una delle sue calligrafie. Vedi Itsuo Tsuda. Calligrafie di primavera, op. cit., pag. 288, e anche Itsuo Tsuda, La voie des dieux, Le Courrier du Livre, 2014, pag. 51-52.3. Itsuo Tsuda, Il Non-fare, Yume Editions, 2014, pag. 17.4. Itsuo Tsuda, Un, op. cit., pag. 24.5. Itsuo Tsuda, La Scienza del particolare, Yume Editions, 2019 pag. 80-81.6. Itsuo Tsuda, Le dialogue du silence, Le Courrier du Livre 1979 p.737. Itsuo Tsuda, Un, op. cit., pag. 49.8. Video : http://simoni.mic.fr/index.php/2016/11/18/la-vision-du-dao-du-professeur-gu-meisheng/9. Video https://www.deabyday.tv/sport-e-fitness/corpo-e-mente/video/3324/Manon-Soavi-della-Scuola-Itsuo-Tsuda—Essere-liberi-rende-gli-altri-liberi-.html