Di Régis Soavi
Lasciare… lasciare… lasciare… Dimenticare per perdere l’abitudine al giudizio sugli altri così come su noi stessi, che troppo spesso serve solo a giustificare le nostre azioni, a nascondere le nostre incomprensioni o le paure, e confondere le nostre sane riflessioni dal profondo del nostro essere. Progredire o regredire fa parte di un mondo identico, un mondo ingannevole in cui l’apprendimento, come la formazione o la competizione, sono diventati oggetti commerciabili. L’approfondimento non è monetizzabile.
Citius, Altius, Fortius
Più veloce, più alto, più forte. Questo è il motto dei Giochi Olimpici, l’ideale dello sport di alto livello. L’Aikido, invece, si colloca in una dimensione totalmente diversa, aperta a tutti, a ciascuno, senza essere minimamente sminuito come arte marziale, Arte del soffio e soprattutto Arte dell’armonia. Nelle pratiche marziali in Giappone si usa dire che tutte le arti seguono percorsi che all’inizio e anche per molto tempo possono sembrare molto diversi tra loro, ma che puntano tutti nella stessa direzione, verso la cima della montagna, il Monte Fuji. Alcuni sono tortuosi o di difficile accesso, altri sembrano più facili, più rapidi o semplicemente più lenti, ma tutti si incontrano sulla vetta. I patriarchi del buddismo zen, che incoraggiano la perseveranza, aggiungono: “quando arrivi in cima, non fermarti, continua a salire”.

Tsuda sensei ci proponeva un’altra immagine, una visualizzazione che permetteva un altro punto di vista, un modo di pensare che mi è sempre servito da orientamento e mi ha permesso di aprirmi a un’altra dimensione essenziale e tuttavia semplice, un riorientamento di cui avevo assolutamente bisogno. Quando parlava dei suoi Maestri – fossero essi giapponesi come Ueshiba Morihei Osensei, Noguchi Haruchika sensei creatore del Seitai, Hosada sensei della Scuola Kanze Kasetsu con cui studiò la recitazione del Nō, o francesi come Marcel Granet e Marcel Mauss all’Università degli Studi di Sorbona – spiegava che grazie alla loro ricerca, intensa quanto continua, nella loro disciplina, avevano scavato “pozzi di grande profondità”. Eppure, pur lavorando in campi molto diversi, ciò che ciascuno di loro aveva scoperto avvicinandosi alla fonte, era che quella che vi scorreva era la stessa “Acqua”.
Lui stesso, parlando del suo lavoro, della sua ricerca nell’Aikido, nel Seitai e nella comunicazione attraverso i suoi libri, ci diceva, due anni prima della sua morte, che cominciava a sentire l’umidità. La direzione da lui indicata non è quella di accumulare conoscenze, tecniche o competenze, ma di andare sempre nella direzione della spoliazione che permette all’individuo di svegliarsi, di uscire dal suo torpore. Ce ne dà un esempio in questo paragrafo del suo quinto libro1: “La sola cosa che mi preoccupa è fino a che punto riuscirò a sviluppare la mia respirazione. La mia esperienza m’insegna che, su questo, non ci sono limiti. Ciò che mi sembrava difficile, impossibile o anche inconcepibile diventa un giorno fattibile, e in seguito facile e piacevole. Tutto si svolge come l’incubazione di un uovo. Quando l’embrione diventa un pulcino, rompe il guscio ed esce. Un nuovo mondo si apre con il risveglio di nuove sensazioni”.

Approfondire non significa ripetere all’infinito
Ogni partner, ogni situazione, è un’opportunità per incontrare e scoprire qualcosa di nuovo, di sottilmente diverso. È grazie a questa diversità che possiamo crescere. D’altra parte, ricordo i miei primi anni di Judo. Avevo appena dodici anni e, sebbene praticassimo il metodo noto come “Judo-jujitsu giapponese”, molto diverso dal “Judo moderno” perché, tra l’altro, non c’erano categorie di peso e tutto si basava sul disequilibrio piuttosto che sulla forza, il nostro maestro pensò bene di allinearsi alle tendenze più moderne promosse da Anton Geesink, il primo non giapponese a vincere il titolo di campione del mondo nel 1961. Iniziò a farci lavorare su uno “speciale”, cioè una sola tecnica, al massimo due, per ciascuno di noi. Dovevamo ripeterle instancabilmente per vincere le poche gare intercomunali e poter partecipare ai tornei dell’Île-de-France.
Pensava che fosse uno stimolo che si adattava perfettamente alla pedagogia moderna, ma per quanto mi riguarda, mi ero già reso conto di quanto ci stessimo spostando dall’arte marziale allo sport. E tuttavia amavo lo sport, soprattutto la corsa e la campestre in particolare, ma ciò che amavo del judo secondo me stava scomparendo. Nonostante tutto, continuavo al club e soprattutto, contemporaneamente, in quello che chiamavo il mio “Dojo personale” con un amico judoka e karateka: era uno spazio di una ventina di metri quadrati di cui ero molto orgoglioso perché ero riuscito a installarlo in uno scantinato su tatami di fabbricazione estremamente artigianale.
Tuttavia, aveva tutte le caratteristiche necessarie per la nostra pratica, foto dei maestri nel Tokonoma, ecc. Lì praticavamo le “vere” arti marziali, con la nobiltà dell’arte, ma naturalmente anche con scioltezza e con rigore, mettendo a confronto le esperienze appena acquisite – all’epoca avevo solo quindici anni e praticavo da quattro anni. Il nostro repertorio si trovava nei primi libri pubblicati e non tralasciavamo nessun Kata, anche i più difficili, anche se non erano ancora alla nostra portata, ma ciò che ci appassionava era scoprire la ricchezza e la finezza di quest’arte, che affondava le sue radici nell’esperienza dei secoli passati.
L’Aikido e la scoperta del ki
Il nostro insegnante di Judo ci aveva parlato dell’Aikido e fatto vedere alcune semplici tecniche. Cosa si celava dietro quelle tecniche di cui ci parlava e che ci aveva fatto intravedere? Come progredire nelle arti marziali? Queste erano le domande che mi assillavano quando ho voluto riprendere gli allenamenti dopo gli eventi del 1968. Avevo lasciato la mia periferia, avevo fatto molte arti diverse e mi ero allenato in ogni sorta di arti marziali, ma tutto questo mi andava bene solo a metà. Iscrivendomi a Parigi presso il dojo della Montagne Sainte-Geneviève con il Maestro Plée, speravo di trovare finalmente qualcosa che mi soddisfacesse.
È stato proprio dopo i corsi di Judo, e grazie alle sedute di Aikido che Maroteau sensei conduceva nonché grazie alle sue dimostrazioni o alle sue spiegazioni sull’importanza del Ki sia nell’Aikido che nel Jiu-jitsu che ho intravisto la direzione da prendere. È grazie a lui che ho trovato il filo che mi ha portato a quello che è diventato il mio maestro di Aikido, nonché di Katsugen Undo e Seitai nei suoi ultimi dieci anni, Tsuda sensei, e per questo non lo ringrazierò mai abbastanza. In tutti i maestri che ho incontrato in seguito, ho cercato di vedere e sentire il Ki, invisibile ma presente in ognuno di loro.
Attraverso gli incontri in occasione di stage nazionali e internazionali, ho incontrato praticanti di scuole diverse, sempre nell’ottica non di mettermi in conflitto né di scoprire nuove tecniche, e nemmeno soprattutto di mostrare quello che sapevo fare, ma di sentire il Ki nelle persone con cui praticavo. L’importante per me era percepire cosa li animava, superficialmente o più profondamente, se era positivo o negativo rispetto alla mia pratica. Tutto questo mi ha permesso di verificare a che punto ero, ma anche di sentire quanta strada avevo fatto, e quindi di approfondire e andare più lontano. I libri di Tsuda sensei, per la loro semplicità ma anche la profondità, non sono stati solo guide teoriche, ma soprattutto guide pratiche che ho potuto utilizzare nella vita quotidiana e che, a poco a poco, mi hanno costretto a “lasciare la presa” per poter finalmente ritrovare me stesso e confermare ciò che mi spingeva, che mi guidava.

Progredire per diventare o approfondire per “essere”.
Finché vogliamo ottenere una vittoria, su noi stessi o sugli altri, ottenere vantaggi o rafforzarci, seguiamo fondamentalmente la stessa strada. È la via dell’acquisizione che si concentra sul superficiale, sul contenitore più che sul contenuto, sulla forma più che sull’essenza. Prendere coscienza del tragitto che si sta seguendo, e della frustrazione che molto spesso ne deriva, può portarci a fare marcia indietro e ad iniziare a imparare come usare l’insoddisfazione per cercare ciò che è già presente e che aspetta solo di compiersi, piuttosto che cercare di colmare, per sopravvivere, le lacune che avvertiamo nella nostra struttura caratteriale o fisiologica.
Questo è il percorso che ci propone l’Aikido, un’arte dell’incontro, con una dimensione che ci sorprenderà tanto quanto ci delizierà, se abbiamo la pazienza di scoprirla. Intensificare la sensazione, non opporsi alla delusione quando si presenta, ma accettarla come un’amica che ci aiuta a scavare un po’ più a fondo nella direzione che noi stessi abbiamo deciso di seguire. Risvegliare la nostra intuizione grazie alla fusione con i nostri partner e prestando attenzione a ogni movimento, alla circolazione di quest’energia interiore che dobbiamo scoprire e che è a portata di mano. Aprirci alla nostra umanità immanente senza lasciarci espropriare o invadere, perché la nostra sfera è diventata più percepibile, più forte, con una pratica al contempo realistica, ma soprattutto, senza falsità o compiacimento.
Approfondire è scoprire un mondo sconosciuto
È quando siamo stanchi, depressi o a volte semplicemente sofferenti che si risvegliano in noi sorprendenti capacità insolite. Perché non possiamo più comportarci come di solito, e se abbiamo lavorato nella direzione dell’approfondimento, ecco che emergono abilità sconosciute, altri modi di fare, di capire ciò che ci circonda. In questo caso, l’ego, senza che ce ne rendiamo conto in modo cosciente, ha la possibilità di sottomettersi a qualcosa di sconosciuto. Se accettiamo che lo faccia senza averne paura, allora si aprono possibilità insospettate, di cui l’empatia è il motore, e il desiderio di comunicare è la conseguenza. Il bisogno di agire che nasce allora da questa situazione ci spinge, più o meno rapidamente, a uscire da questo stato di difficoltà, portandoci a una comprensione di ciò che cercavamo senza esserne consapevoli. Le risposte che emergono sono spesso sepolte nel profondo di noi stessi. Sono tuttavia di grande semplicità, come ad esempio “Perché si è scelto di praticare l’Aikido?” o “Perché approfondire nonostante la lentezza e la difficoltà di questo tipo di percorso?”
Il mondo a cui abbiamo accesso non è diverso da quello in cui vivevamo, con l’aggiunta di una dimensione, il Ki. È una quarta dimensione o una quinta se consideriamo il tempo come la quarta. A rigore si può concepire il Ki come oggi viene concepita la gravità, o qualsiasi altra cosa che al momento ci è parzialmente sconosciuta, non saprei darne una definizione perché è una dimensione “a parte”. Tsuda sensei ce ne dà un indizio quando scrive nel 1973 fin dalle prime pagine del suo primo libro Il Non Fare:
“Trasporre il problema del “ki” nel vocabolario francese, in cui ogni parola sottostà all’imperativo di definirsi, di limitarsi, è in sé contraddittorio, perché il “ki” è suggestivo e illimitato per natura.”, “Lo spirito occidentale, con la sua tendenza intellettuale e analitica, è incapace, ad ogni modo, di ammettere nel suo vocabolario una parola così flessibile come ki: infinitamente grande, infinitamente piccolo, estremamente vago, estremamente preciso, molto comune, terra terra, tecnico, esoterico”.2
Ma in fondo quello che pratichiamo si chiama AI KI DO, non è vero? La “Via di fusione, di armonizzazione del Ki”.
Un articolo di Régis Soavi
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Notes:
1Itsuo Tsuda, Le dialogue du silence, p. 36, editore Le Courrier du livre
2Itsuo Tsuda, Il Non-Fare, Yume Editions, 2014, pp. 14 e 18