Intervista a Régis Soavi sul Katsugen Undo (o Movimento rigeneratore), una pratica elaborata da Haruchika Noguchi e diffusa in Europa da Itsuo Tsuda: articolo di Monica Rossi pubblicato sulla rivista “Arti d’Oriente” (num. 4 / maggio 2000).
” Dopo aver letto i libri di Itsuo Tsuda (1914-1984), affascinata dalle sue argomentazioni che spaziano liberamente tra l’Aikido, i bambini e il modo in cui nascono, le malattie e i ricordi di Ueshiba Morihei e di Haruchika Noguchi, volevo saperne di più: mi era rimasta la sensazione che qualcosa mi sfuggisse.
Ho cominciato la mia investigazione su cosa consistesse effettivamente questo Movimento rigeneratore (katsugen undo) di cui parla Tsuda, un movimento spontaneo del corpo che sembra poterlo rimettere in equilibrio senza aver bisogno di intossicarlo con le medicine. Concetto antico, ma tuttora rivoluzionario, soprattutto nella nostra società. Non sono riuscita a ottenere risposte soddisfacenti alle mie domande: chi aveva praticato il Movimento rigeneratore non riusciva a descrivermi che cosa fosse; la risposta era sempre: « devi provare per capire; e la prima volta rimarrai sicuramente un po’ scossa ». Così mi sono decisa. La scuola che fa riferimento agli insegnamenti di Itsuo Tsuda è a Milano la Scuola della Respirazione. Lì si praticano Aikido e Movimento rigeneratore (in sedute separate). Per poter frequentare le sedute di movimento, però, bisogna prima frequentare uno stage condotto da Régis Soavi, che ha portato avanti il lavoro di Tsuda in Europa, durante un week-end.
La pratica dell’Aikido ci conduce verso la riunificazione dell’essere umano.
Si ha spesso tendenza a considerare lo spirito di un’arte come un processo mentale, una direzione da prendere in modo cosciente o anche come delle regole da rispettare. Tutto questo perché in occidente viviamo in un mondo di separazione, di divisione. Da una parte c’è lo spirito, dall’altra il corpo, da una parte il conscio, dall’altra l’inconscio, è questo che dovrebbe fare di noi degli esseri civilizzati mentre invece questa separazione genera in noi dei conflitti. Conflitti che sono rinforzati dai sistemi di divieti istituiti per proteggere la società, per proteggere noi stessi contro noi stessi. Verso la riunificazione dell’essere umano, ecco la Via nella quale ci dirigiamo con la pratica dell’Aikido. Questa riunificazione è necessaria in un mondo in cui l’essere umano è reso un oggetto, in cui diventa allo stesso tempo un consumatore e una merce. Senza rendersi conto della strada che intraprende, il civilizzato esegue la vita invece di viverla. Questa società che ci spinge al consumismo lascia poco spazio al lavoro interiore, ci spinge a cercare al di fuori ciò che si trova all’interno. Ad acquisire ciò che possediamo già, a cercare soluzioni a tutti i nostri problemi all’esterno di noi stessi, come se altri avessero soluzioni migliori. Questo porta a una presa in carico dell’individuo da parte dei diversi sistemi di protezione nello stesso tempo sociali, ideologici o sanitari, moltiplicando così l’offerta e creando un mercato ideale per venditori di sogni di tutti i tipi, ciarlatani, guru e compagnia.Ho sentito oggi che è stata appena creata una nuova pratica: la “Respirologia”, e come al solito arriverà a frotte la clientela che avrà subito l’abuso del potere delle parole. In nome della normalizzazione del corpo e dello spirito, della rimessa in forma delle persone, dovremmo cambiare il nome della nostra arte in: “Aikido Terapia”?
Lo spirito dell’Aikido non si può insegnare
Non penso che si possa dire che ci sia uno spirito specifico dell’Aikido, ma piuttosto che l’Aikido debba essere il riflesso di qualcosa di molto più grande che noi piccoli esseri umani facciamo fatica a realizzare nel corso della nostra vita.Lo spirito di un’arte non si può insegnare, si tratta piuttosto di una trasmissione, ma cosa sarebbe un Aikido senza spirito: una lotta, un combattimento, una specie di zuffa senza capo né coda. È assolutamente possibile insegnare la tecnica senza trasmettere niente dello spirito, ma così, si tratta di tutta un’altra cosa. Forse self-defense oppure una tecnica di benessere.Come in tutte le arti marziali abbiamo il Rei, il saluto, che ovviamente ne è l’espressione più immediatamente visibile, ma è attraverso la postura dell’insegnante che si trasmetterà ciò che è più importante. Per postura intendo un insieme estremamente complesso di segni che saranno reperibili dagli allievi: di sicuro l’aspetto fisico, la dinamica, la precisione, ecc., ma anche la maniera di far passare un messaggio, l’attenzione dedicata a ognuno dei praticanti in funzione di migliaia di fattori che l’insegnante deve percepire. È sviluppando la propria intuizione che si può avere la più grande e la più fine delle pedagogie, e così apportare gli elementi dei quali il praticante ha bisogno per approfondire la propria arte, per meglio comprenderne le radici.
Lo spirito dell’Aikido non si impara
Lo spirito dell’Aikido non si impara, lo si scopre, non ci cambia, ci permette di ritrovare le nostre radici umane, di raggiungere ciò che c’è di migliore nell’essere umano.«L’Aikido è l’arte di apprendere profondamente, l’arte di conoscere se stessi.»*Il desiderio del fondatore dell’Aikido era di avvicinare gli esseri umani, per lui il mondo era come una grande famiglia: «Nell’Aikido, l’allenamento non è fatto per diventare più forti o vincere l’avversario. No. Aiuta ad avere lo spirito di mettersi al centro dell’Universo e di contribuire alla pace mondiale, di far sì che tutti gli esseri umani formino una grande famiglia».*
Un inno alla gioia
O Sensei diceva: «Praticare sempre l’Aikido in modo vibrante e gioioso.»*Non si parla molto spesso della gioia, il nostro mondo ci incita alla tristezza, a reagire con violenza agli eventi, a criticare le carenze del sistema, a vedere i difetti degli altri, a essere competitivi. Ma tutto questo finisce per renderci scorbutici, irritabili e rovina il nostro piacere di vivere semplicemente.La gioia è una sensazione che considero sacra. La gioia di vivere, di sentirsi pienamente vivi in tutto ciò che si fa, o ciò che non si fa. La gioia ci permette di vivere quello che molti considerano come delle limitazioni in modo completamente diverso, di considerarle come delle opportunità che ci permettono di andare più lontano, di approfondire ciò che il mio maestro chiamava la respirazione.La gioia ci porta poco a poco verso la libertà interiore, che è la sola libertà che valga veramente la pena di scoprire come racconta così bene il maestro di Tai-chi-chuan Gu Meisheng (1926-2003) che la scoprì nelle prigioni cinesi all’epoca di Mao.Essa ci permette di uscire dalle convenzioni che i diversi sistemi ci impongono.
Lo spirito dell’Aikido, lo si trova nella natura, non una natura esterna all’essere umano ma l’umano che fa parte della natura, essendo egli stesso natura.«La pratica dell’Aikido è un atto di fede, una credenza nel potere della non violenza. Non è un tipo di disciplina rigida o di vuoto ascetismo. È una via che segue i principi della natura, dei principi che devono essere applicati nella vita quotidiana. L’Aikido deve essere praticato dal momento in cui vi alzate per accogliere il giorno fino al momento in cui vi ritirate per la notte.»*Ogni mattina cominciare nella calma del dojo con una meditazione di due o tre minuti circa per ricentrarsi, concentrarsi. Poi passare alla Pratica respiratoria, come l’ha chiamata Tsuda Sensei, e che O Sensei Morihei Ueshiba faceva ad ogni seduta. Si può allora abbordare la seconda parte, la pratica con un partner, il piacere della comunicazione attraverso la tecnica, la respirazione Ka Mi e tutto ciò molto di buon’ora mentre molte persone al di fuori sono appena emerse dal sonno.Quando non c’è niente di programmato, quando si è vuoti da ogni pensiero, in questi momenti sublimi in cui la fusione si realizza con il partner, allora si è nello spirito dell’Aiki.Come nello Zen, ci viene proposto di vivere qui e ora, di non essere diversi da ciò che siamo, ma di guardare con lucidità ciò che siamo diventati.
L’Aikido è l’arte di apprendere profondamente, l’arte di conoscere se stessi.
La trasmissione dello spirito
Per comprendere lo spirito dell’Aikido bisogna, secondo me, immergersi nel passato, non solo del Giappone ma anche e forse soprattutto, della Cina antica. Andare a cercare i pensatori, i filosofi, i poeti che alimentarono la riflessione e diedero peso al pensiero orientale. È grazie al mio maestro Tsuda Itsuo che ho scavato in questa direzione: non perché egli abbia fatto dei corsi di filosofia o tenuto dei seminari sull’argomento, lui che non parlava se non con parsimonia, ma al contrario ci ha lasciato con i suoi libri una riflessione sull’Oriente e l’Occidente, creando un ponte tra questi due mondi che sembravano antinomici.L’immensa cultura di questo maestro, che ho avuto la fortuna di conoscere, mi aveva all’epoca lasciato sbalordito, ma poco a poco ho potuto accedere alla comprensione del suo messaggio, della sua opera filosofica che mi avevano nutrito. Ma quest’uomo, che avevo ammirato, aveva lasciato anche delle tracce che vedevo senza comprendere, altri segni, come i maestri Zen: ha lasciato delle calligrafie. Come in quest’arte, che si chiama oggi lo Zenga ci ha trasmesso un insegnamento attraverso gli ideogrammi, le sentenze di Chuang-tzu, Lao-tzu, Lin-tsi, Bai Juyi o dei proverbi popolari. Ognuna di queste calligrafie ci fa scoprire una storia, un testo, un’arte, che ci permette appunto di andare più lontano nella comprensione di questo spirito che sottende la nostra pratica.
Senza la sensazione concreta del ki, passiamo a lato dell’essenziale.
Risvegliare la forza interiore
«Ci sono delle forze in noi, ma restano latenti, dormienti. Bisogna svegliarle, attivarle.», scriveva Nocquet Sensei in un articolo apparso nel 1987. Questa frase fa eco per me alla calligrafia di Tsuda Sensei «Il dragone esce dallo stagno ove giaceva addormentato, il talento traspare». Nei due casi questi maestri parlano del ki e ci incitano a cercare in questa direzione.Senza la sensazione concreta del ki ci perdiamo l’essenziale. Come parlare dello spirito dell’Aikido senza farne una sequela di regole da rispettare se non seguendo, ritrovando i fondamenti dell’essere umano. La nostra società industriale moderna ci facilita talmente la vita che non ci muoviamo più, ci spostiamo troppo facilmente, nelle città dobbiamo fare solo qualche metro per nutrirci invece di correre, cacciare o coltivare. L’Aikido permette di spendere quest’energia in eccesso che altrimenti ci fa ammalare. Ma non si tratta solo dell’aspetto fisico, motorio, è tutto il nostro corpo che ha bisogno di ritrovarsi, di normalizzarsi. Il nostro spirito sovraccarico di informazioni inutili ha anch’esso bisogno di riposarsi, di ritrovare la pace in mezzo all’agitazione che ci circonda.
Lo spirito dell’Aikido è l’Aikido
Lo spirito dell’Aikido si trova nella pratica stessa e poco a poco lo si scopre. Ed è un reale godimento questa scoperta. Le persone che iniziano, quando prendono coscienza della sua importanza, entrano pienamente in quest’arte che è la nostra. Spesso è a questo punto che cominciano le difficoltà nello spiegare quello che facciamo. Si desidera parlarne, invitare degli amici a venire a partecipare ad almeno una seduta.Si prova a far capire che cosa si risente. Gli altri constatano il nostro entusiasmo ma non riescono a capire di cosa si tratti. E le risposte che si ricevono alle nostre spiegazioni, a ciò che cerchiamo di far passare sono spesso piuttosto deludenti. Possono andare da «Ah, sì anch’io ho fatto dello Yoga l’anno scorso durante le vacanze al club Med. Ma non ho tempo di fare una cosa così, capisci, non ho veramente il tempo.» Fino a «Sì, la tua cosa è veramente simpatica ma è troppo complicata, sai io faccio del self-defense, californio-australiana, ed è veramente efficace…». Passare da un mondo ad un altro richiede di essere pronti, essere pronti a scoprire molto semplicemente ciò che non si conosce ancora, ma che si intuisce. Si comincia a praticare perché si è letto un libro, un articolo, e si è rimasti scioccati, ci si è detti: «Strano questo tipo, ma mi piace quello che racconta, mi piace questo spirito, lo sento vicino, vicino a ciò che penso io».
Un’arte per la normalizzazione dell’individuo
Molto spesso è lo spirito della pratica che ci fa continuare per molti anni, raramente sono le prodezze fisiche o tecniche, che in ogni modo sarebbero limitate dall’età. La sola cosa che non ha età è il ki, l’attenzione, la respirazione come lo chiamava Tsuda Sensei. Essa può approfondirsi senza alcun limite, ed è per questo che ci sono stati dei grandi maestri.Se si risveglia la propria sensibilità, se c’è la continuità, e se si è ben guidati; se l’insegnamento non si limita alla superficie ma ci permette di scavare, di aprire da soli delle porte di cui non sospettavamo l’esistenza, allora tutto è possibile. Quando dico tutto è possibile, voglio dire che ognuno diviene responsabile di se stesso, della propria vita, della qualità della propria vita.Come dice Yamaoka Tessh?: «L’unità del corpo con lo spirito può fare tutto. Se una lumaca vuole fare l’ascensione del monte Fuji, allora ci riuscirà.»Non cercare la notorietà, non cercare di diventare ma piuttosto di essere grazie alla realizzazione personale. Placare le tensioni interne, unificare il corpo e lo spirito, che molto spesso lavorano in direzione contraria, quando non lavorano l’uno contro l’altro, ecco il senso profondo della ricerca che possiamo fare nella pratica delle arti marziali.
Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 18) nel mese di ottobre del 2017.
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Note
* Citazioni tratte dal libro L’art de la paix : Enseignements du fondateur de l’Aïkido Interviste e scritti di Morihei Ueshiba raccolti da John Stevens, Guy Trédaniel Éditeur, 2000, traduzione italiana della Scuola Itsuo Tsuda.
Di Régis SoaviL’Aikido è uno strumento della mia evoluzione, mi ha fatto evolvere, ho dovuto soltanto seguire con tenacia questa strada che si apriva davanti a me, che si apriva dentro di me. Come tanti altri, sono arrivato a questa pratica per la sua marzialità. Ma la sua bellezza, come anche l’estetica dei suoi movimenti, mi hanno rapidamente affascinato, e questo già con il mio primo professore Maroteaux Sensei. Poi, quando ho avuto modo di vedere Masamichi Noro Sensei, e Nobuyoshi Tamura Sensei, ho avuto la conferma di quello che avevo intuito: l’Aikido era una cosa completamente diversa da quello che conoscevo.Arrivavo dal mondo del Judo, con le immagini che ci erano state trasmesse, come ad esempio quella del ramo di ciliegio che si copre di neve e che tutt’a un tratto la lascia cadere e si raddrizza. Ero già andato oltre le idee che giravano all’inizio del secolo e negli anni cinquanta di un “Jiu Jitsu giapponese che trasforma un uomo piccolo e mingherlino in un mostro di efficacia”.La realtà della mia periferia e soprattutto gli avvenimenti ai quali avevo preso parte negli anni dal ’68 al ’70 avevano già spazzato via tutte queste immagini. Avevo appena vent’anni quando ho incominciato a praticare l’Aikido, e se il mondo non era certo come lo avrei desiderato, poteva essere cambiato. Potevamo passare dalla barbarie mondiale, con le sue guerre, le sue carestie, le sue incomprensioni tra i popoli, ad una società più umana, una società finalmente pacificata. E ovviamente l’Aikido ce lo avrebbe permesso. Il Maestro Ueshiba era appena deceduto, ma ci lasciava un’eredità incredibile, con una quantità di discepoli giovani o meno giovani pronti a guidarci, ad insegnarci. Faccio parte di questa generazione, piena di queste speranze, dopo la delusione dovuta al disastro di quello che avevamo sperato essere una rivoluzione umanista nel Maggio ’68 in Francia. La filosofia trasmessa dall’Aikido risuonava in noi, ci incitava ad essere forti per combattere l’ingiustizia. Come spiegavano i libri di Tadashi Abe e Jean Zin1, di E. Herrigel2, o anche un po’ più tardi e a modo suo di K.G. Durkheim3, era un’Arte Cavalleresca. Forse saremmo stati i cavalieri dei tempi moderni… Jigoro Kano Sensei aveva, all’alba del ventesimo secolo, trasformato il Jiu Jitsu in “un’arte”, una via, era stato uno degli iniziatori di questo cambiamento storico ed era riuscito a farlo conoscere. Gli ideali di Kano Sensei dovevano essere trasmessi dall’educazione, l’arte del Judo ne era lo strumento.O Sensei Morihei Ueshiba si era anche lui evoluto. Come ogni uomo, il tempo, l’età, l’esperienza, ma molto più di tutto questo, la sua illuminazione, questo istante di coscienza, che evocava così bene ed in modo così poetico e che aveva aperto in lui una porta verso l’ignoto.Dell’Aikido che si era già costruito come pratica marziale, arte del combattimento, ha tenuto la forma, il rigore, ma la filosofia che ne costituiva la base non era più la stessa, iniziava a parlare dell’amore con la A maiuscola, dell'”Amore universale”.
Un’altra dimensione
Quando Tsuda Sensei che aveva già quarantacinque anni incontrò il Maestro Ueshiba che ne aveva settantasei, misurò subito la grandezza di O Sensei, l’intensità del suo messaggio. Poteva capirlo grazie alla sua età, alla sua cultura immensa, e forse anche perché non arrivava dalle arti marziali, ma dal Seitai, che studiava con Haruchika Noguchi Sensei4 già da una quindicina di anni. Profondamente pacifista, aveva anche subito in età adulta, la Seconda Guerra mondiale, con il suo corteo di massacri e la sua tragica fine nucleare.Con Itsuo Tsuda scoprivo qualcosa di diverso da quello che avevo appreso fino ad allora. Non si trattava di esercitarsi o di integrare delle tecniche e di ripeterle all’infinito. Ci presentava qualcosa di diverso, un’altra dimensione. Il suo talento era nella respirazione, il ki, questa nozione così misteriosa, che con lui, diventava estremamente concreta, comune, quasi banale.A causa, e soprattutto grazie a questo, il mio Aikido evolveva, la mia pratica si trasformava. Avevo sentito parlare dell’aspetto religioso dell’Aikido, del rapporto che il fondatore aveva coltivato con l’Omoto-kyo fino alla fine della sua vita. Questo aspetto è stato rifiutato da alcuni aikidoka. Le religioni non erano più di moda ed in ogni caso non bisognava mescolare le cose, bisognava sbarazzarsene, ritornare indietro, alle origini, al combattimento, alla dura realtà della vita e quindi più o meno alla giungla. Gli avvenimenti recenti non gli danno forse ragione, con la loro violenza, ed i suoi corollari, il suo corteo di protezioni, la tendenza al ripiegamento su se stessi, sui propri interessi?Il mio maestro ci proponeva una prospettiva tutta diversa. Parlava spesso della sua immensa ammirazione per il Maestro Ueshiba. Ci diceva che lui stesso stava cercando nella direzione che gli aveva dato il suo maestro. Ci guidava verso il sacro, non verso il religioso ma verso il sacro, era la sua maniera di insegnarci l’arte del misogi,5 di trasmettere un messaggio a questo piccolo gruppo di Francesi che ignoravano, all’epoca, tutto o quasi delle tradizioni e della cultura giapponesi.
L’Aikido evolve
Per Régis Soavi, l’Aikido, è l’approfondimento della percezione del ki.Se l’Aikido si è evoluto, dobbiamo per questo classificarlo oggi tra le tecniche di benessere, di rilassamento o di gestione dello stress? La filosofia della nostra arte forse non ha finito di sorprenderci, per chi sa scavare, ed andare alla radice dell’essere umano, grazie a questo formidabile strumento.Se l’Aikido evolve è attraverso il nostro incontro con esso, perché ogni giorno, ogni mattina precisamente, durante ogni seduta ci mettiamo in armonia con l’altro, gli altri, e di conseguenza con l’Universo.L’Aikido è multiplo ma il suo fondamento è “UNO”, è per me una ricerca, un approfondimento della mia respirazione, della mia percezione del ki. Perché il cambiamento che si produce dentro di noi è la scoperta del mondo del ki.L’Aikido evolve perché io evolvo. La mia comprensione lo fa evolvere in me.La nostra arte ha fatto molto più che evolversi, si è radicalmente staccata dalle sue origini, ha cambiato orientamento, ha cambiato il “nostro” orientamento.La mia domanda è quindi: dobbiamo far evolvere l’Aikido perché non è più adatto alla nostra epoca? Il mondo è cambiato certo, i suoi valori non sono più gli stessi, ma gli individui sono realmente cambiati? Oppure vogliono una volta ancora uscire dall’impasse in cui la società li ha portati?
Soffocare il nostro mondo interiore per sopravvivere o risvegliare il nostro mondo interiore per poter vivere.
Se tante persone cercano oggi in direzioni diverse da quelle che ci propone la società, non è per farla continuare così com’è, ma proprio perché desiderano cambiarla. Cambiarla per andare avanti e non per tornare indietro. Ma andare avanti non vuol dire fare tabula rasa del passato, al contrario. Bisogna saper approfittare dell’esperienza di questo passato, perché ci sono radici sane, non tutto è da buttare alle ortiche. In una società in cui gli individui sono diventati intercambiabili, ci sono dei valori eterni che possiamo conservare o ritrovare, ovvero riappropriarcene. Uno di questi valori è l’individualità, la differenza e la ricchezza delle persone che non chiede di meglio che di sbocciare. L’Aikido è qui per permettere loro questo sbocciare. Per questo sarà necessario lavorare sulla sensibilità, bisognerà ritrovarla nei meandri del nostro inconscio, del nostro involontario, di quello che fa di noi degli esseri umani, e non dei robot.Il mondo dell’Aikido è per la maggior parte un mondo maschile, la sua evoluzione si farà anche attraverso il riconoscimento reale del femminile, come un mondo con valori propri, così vicino e allo stesso tempo così lontano.Questo riconoscimento di un mondo che ha mantenuto un contatto con la vita nella sua semplicità, nel suo lato primitivo e propriamente istintivo può aiutarci a ritrovare noi stessi. Finiremo forse con l’apprezzare quello che sarà un vero equilibrio, basato su un’uguaglianza reale e non dettato da convenzioni antiquate. Un’uguaglianza dove la comprensione della differenza permette di apprezzarla.Parlo della nostra evoluzione, quella che ci è indispensabile per andare avanti. I più grandi maestri non sono né aggressivi né violenti, al contrario. Anche se si parla della loro potenza, viene fatto l’elogio della dolcezza di Tamura Sensei, di Noro Sensei, di O Sensei Morihei Ueshiba, di Itsuo Tsuda Sensei. Senza che questo li sminuisca in alcun modo, senza che questo pregiudichi la loro forza, la loro personalità, al contrario. Se dovessimo trovare una via che ci porti alla pace, non sarebbe forse in questa direzione che dovremmo guardare?L’amore di cui parla il fondatore non è qualcosa che si impara, questo Amore universale emerge dall’essere umano sincero quando si è sbarazzato da tutto quello che ne impediva l’emergere. Le sue debolezze, la sua condiscendenza, le sue paure, le sue rigidità, e tante altre cose. Ognuno di noi può fare la propria lista. Emerge dal più profondo di noi, a volte all’improvviso, sempre perché abbiamo abbandonato le nostre prerogative. Questo amore è ben lontano dall’essere un punto d’arrivo in sé, non si può misurare, la sua dimensione non è calcolabile, così può crescere mano a mano che il nostro respiro si approfondisce, che penetriamo un po’ di più in quella che chiamerò una dimensione supplementare: la sensazione concreta del ki. Al di là delle tre dimensioni a cui siamo abituati, e senza entrare nella quarta dimensione dei romanzi di fantascienza. Questa dimensione che è la sensazione fisica del ki in ogni sua forma, ci apre le porte verso una percezione più fine, più precisa del mondo. Un mondo in qualche modo allargato, un mondo che intuiamo e di cui abbiamo la chiave. Un mondo di libertà per noi e che si estende intorno a noi, che libera tutti quelli che vogliono cercare e lasciarsi guidare dalla loro intuizione, dal loro kokoro6, e dalla loro intelligenza in profondità.La percezione di questa dimensione mi sembra essere un’evoluzione logica che deve derivare dalla natura stessa della nostra pratica e per questo dobbiamo dirigere tutta la nostra energia in questa direzione. Dobbiamo operare senza sosta perché i nostri allievi, e per estensione le persone che li circondano, possano beneficiare di questa scoperta.
L’Aikido: sport olimpico, arte di combattimento o tecnica di rilassamento?
Qual è il futuro di questa pratica? Se ha un passato glorioso sembra che oggi attiri sempre meno persone. Forse le rigidità amministrative dello Stato francese hanno bloccato l’entusiasmo delle generazioni passate. La scolarizzazione della società, già denunciata da un filosofo come Ivan Illich7 negli anni ’70, fu applicata nell’insegnamento dell’Aikido, con i suoi programmi, i suoi esami, le sue ricompense. Questa idea di progressione basata sulla performance ha spesso, passato l’entusiasmo dell’inizio, stancato i giovani praticanti. Quelli che praticano da tanto tempo e ripetono sempre la stessa cosa non vedono più verso cosa stanno andando e a volte sono delusi da quest’arte che non ha portato loro quello che avevano creduto d’intravedere all’inizio. I nostri maestri e i nostri predecessori che avevano conosciuto O Sensei avevano visto qualcos’altro in questo uomo fuori dal comune. Sapevano che l’Aikido non si riduceva ad un’efficacia miracolosa dovuta a concatenazioni di tecniche eseguite sempre più velocemente.Come arte di combattimento, senza gli anni di allenamento quotidiano, è molto spesso un’illusione, e anche con gli allenamenti intensivi, rimane comunque un’illusione. Anche i meglio preparati non possono garantire niente, perché tanti fattori entrano in gioco in un incontro violento. Si può allora lasciarsi andare a paragonare le differenti arti: Boxe Inglese, Cinese, Tailandese, Jiu Jitsu Brasiliano, Vale tudo, ecc., ognuno può tirare a sé la coperta argomentando. È la polemica verbale, e a volte finisce sul ring in un confronto ben lontano dagli ideali dei nostri poveri maestri, il cui unico desiderio mentre ci insegnavano quest’arte era di farci diventare esseri umani a tutti gli effetti, donne e uomini di valore. L’Aikido, con i suoi valori umanisti, era portatore di speranza nel ventesimo secolo, trovava un’eco nella nuova generazione che usciva dall’oscurantismo antiquato del conformismo. L’epoca lo ha trasformato, non ha saputo, potuto, resistere alle sirene della modernizzazione, dell’ognuno per sé, del cocooning o del ritorno al passato verso i valori-rifugio del tipo autorità, condizionamento, spirito di competizione.
L’autonomia
L’autonomia non si può insegnare, si scopre allo stesso modo delle capacità individuali, ma ci vuole tempo. Bisogna essere guidati, ma non forzati. Serve libertà, non lassismo. Forza senza rigidità. Infine, se sappiamo proporre questo in dojo che siano indipendenti dallo Stato, dalle Regioni, dai Comuni, dalle organizzazioni varie, allora vedremo persone riunirsi, per evolvere insieme grazie alla nostra pratica. Se non si dimentica che l’asse principale della nostra ricerca è il ki, le sue manifestazioni, la comprensione della sua importanza, il suo utilizzo attraverso la sensazione della vita che ci anima.L’essenziale è nella scoperta della direzione da seguire, quella che ci porta all’autonomia, alla realizzazione dell’Essere nella semplicità.Posso così fare mie le parole dell’Internazionale di Eugène Pottier8, come quelle della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina di Olympe de Gouges9 o quelle di Gesù di Nazareth o anche quelle di Buddha. Basta che io ne faccia una lettura non di parte ed aperta. Se l’Occidente ha una mente manichea, è completamente diverso in Oriente. Senza idealizzare l’uno o l’altro, la nostra ricerca deve portarci ad afferrare il meglio di ogni cultura. Il nostro mondo non è dei più allegri, ci mostra ogni giorno, attraverso i media, il suo volto spesso così deformato, con il suo carico di incomprensioni, di difficoltà e anche di orrori. Se è difficile agire efficacemente sulla società a livello mondiale, invece, possiamo agire a livello regionale, intendo dire vicino a noi, nel nostro entourage.L’Aikido, se si sviluppa nello spirito di cui ho provato a dare un’idea, può essere uno strumento formidabile per rendere la nostra società più umana, più tollerante, ed anche più accogliente. È un’arte eccezionale che non chiede altro che svilupparsi. Siamo noi insegnanti di oggi che dobbiamo dare risposte, dare una direzione sana alla nostra pratica, con franchezza, senza nasconderci dietro ideologie o idee preconcette, per poter essere all’altezza di quello che abbiamo ricevuto dai nostri maestri.
Articolo di Régis Soavi pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 16) nel mese di luglio del 2017.
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Note1 Jean Zin et Tadashi Abe, La vittoria attraverso la pace.2 E. Herrigel, Lo Zen e il tiro con l’arco.3 K. G. Durkeim, Hara, centro vitale dell’uomo.4 Noguchi Haruchika (1911-1976) è il fondatore del Seitai.5 Per Ueshiba Morihei l’Aikido è un Misogi, una pratica di purificazione del corpo e della mente.6 Il termine kokoro esprime un concetto, ha quindi un significato più esteso rispetto ai suoi equivalenti “cuore” “anima” o “spirito” spesso utilizzati per tradurlo.7 I. Illich, Una società senza scuola (titolo originale: Deschooling Society).8 Eugène Pottier (1816-1887) autore di L’Internazionale, canto rivoluzionario le cui parole furono scritte nel 1871 durante la repressione della Comune di Parigi, sotto forma di un poema alla gloria dell’Internazionale operaia.9 Olympe de Gouges (1748-1793) ha lasciato numerosi scritti a favore dei diritti civili e politici delle donne e dell’abolizione della schiavitù.
Di Régis Soavi.Tutti gli aikidoka hanno già sentito parlare di Ma-ai perché è una delle basi della nostra pratica. Ma parlarne e viverla sono purtroppo due cose molto diverse. Essendo conosciuta in tutte le arti marziali, si trovano facilmente tanti riferimenti in merito.Si può concepire intellettualmente questa nozione, si può scriverne e sviluppare tutto un discorso, ma “niente vale quanto il vissuto” come ci ripeteva spesso il mio maestro Itsuo Tsuda.Proverò quindi a spiegare l’inspiegabile attraverso esempi o situazioni concrete.Leggere di più →
Di Régis Soavi«Il ki appartiene alla sfera del sentire e non a quella del sapere». Itsuo Tsuda
Appena si parla del ki si passa per un mistico, una specie di strampalato: «Non è scientifico, nessuno strumento, nessuna macchina è capace di provare, di dimostrare che il ki esista». Sono perfettamente d’accordo. Effettivamente se si considera il ki come un’energia super potente, una specie di magia capace di proiettare le persone a distanza o di uccidere solamente grazie a un grido, come si credeva con il kiai, si rischia di attendersi dei miracoli ed essere molto velocemente delusi.Leggere di più →
Di Régis SoaviTutto è iniziato in un pomeriggio qualunque nella mia città-dormitorio del Blanc-Mesnil, in periferia di Parigi.Una lite come ne capitavano spesso, ma quel giorno mi trovai sotto un ragazzo che, mentre mi picchiava la testa sul bordo del marciapiede, mi diceva “Ti uccido, ti uccido”. Non mi ricordo nemmeno come finì. Ma la settimana dopo ero iscritto al corso di Judo Jiu-Jitsu Autodifesa della città vicina, le Bourget.Avevo dodici anni e nella mia testa c’era questo leitmotiv: “Mai più, mai più”.Due anni dopo in occasione della festa di fine anno delle medie, la sezione di Judo doveva fare una dimostrazione. Tutto era andato benissimo quando di colpo dalle prime file del pubblico salta fuori un adolescente in giacca di pelle nera, che inveisce contro il nostro gruppo: “Sono tutte balle, fate schifo…” Prima che chiunque possa reagire, salta sul palco, tira fuori un coltello a serramanico e con un magnifico tsuki tenta di accoltellarmi: schivo ed eseguo una tecnica (mi pare che fosse una sorta di o soto gary). Emozione del pubblico, grida! Poi saluto tra il mio aggressore e me. Conseguenza: tirata di orecchie dal direttore della scuola che ci fece giurare, al mio amico Jean Michel (l’aggressore) e a me, di non rifare mai una cosa del genere, perché gli era quasi venuto un infarto.Oltre ai corsi di Karate per lui e di Judo per me, ci allenavamo il più spesso possibile e per delle ore nel mio “Dojo personale”.Da quando ci eravamo installati in un villino all’entrata di un piccolo complesso di case dove mia madre aveva trovato lavoro come custode, avevo trasformato il seminterrato in Dojo, con dei bancali ricoperti di gommapiuma di recupero a fungere da tatami, ed era lì che avevamo preparato la nostra bravata, lui il karateka ed io lo judoka.All’epoca, parlo dell’inizio degli anni sessanta, non avevamo nessuna conoscenza delle armi come la katana, il bokken, il jo o altre. A parte il fioretto, che era uno sport, e il bastone di Robin Hood, grazie ad Errol Flynn, l’unica arma che conoscevamo nel quotidiano era il coltello.Quando si pratica l’Aikido c’è sempre la possibilità di sognarsi qualcun altro, il cinema e gli effetti speciali ben si prestano a far sognare gli adolescenti così come i giovani adulti delle nuove generazioni. Nei nostri paesi industrializzati, la morte è diventata virtuale e spesso asettica, la spettacolarizzazione ha creato un distacco. Gli schermi che tutti possiedono oggi hanno permesso questo distanza tanto fisica quanto psicologica.Il lavoro che possiamo fare con un bokken, un jo o anche con uno iai ha un’importanza enorme dal punto di vista fisico e psicologico. Ma non ho mai visto nei miei allievi una reazione simile a quella che si può vedere con un tanto.Finché si tratta di un tanto in legno va ancora bene, ma non appena si propone il tanto di metallo, anche se la lama non è affilata, si può riconoscere negli occhi dei praticanti un certo sguardo, con una serie di sfumature, dallo spavento al panico passando dallo sbalordimento, in ogni caso vi è la paura, perché dobbiamo pur chiamarla con il suo nome. Qualsiasi siano i dinieghi, le giustificazioni.Siamo spesso talmente lontani da questo tipo di realtà…
Guarda sotto i tuoi piedi
La calligrafia del nostro stage d’estate 2016 era Guarda sotto i tuoi piedi, calligrafia realizzata dal mio maestro Itsuo Tsuda. Questa frase, che era all’entrata dei monasteri Zen, risuona in modo evidente come un Koan. È una delle numerose calligrafie che ci ha lasciato e che ci intrigano. Messaggio subliminale? Messaggio per la posterità.Durante il nostro stage, Guarda sotto i tuoi piedi era: “Vedi e senti la realtà. Esci dal sogno, dall’illusione, diventa un essere umano vero”.Il tanto fa parte del principio di realtà. Al di là della destrezza che gli allenamenti possono portare, quello che è determinante e che dobbiamo considerare è appunto la paura: la paura della ferita, che è un male minore, e la paura della morte.In un primo momento c’è bisogno che le persone che, a turno, saranno uke imparino ad usare il tanto: anche se le tecniche di attacco o di taglio sono piuttosto semplici, perfino rudimentali, richiedono un apprendimento che definirei rigoroso. Il modo di tenere l’arma nell’incavo della mano e gli appoggi che si scopriranno per una buona presa devono essere insegnati con attenzione e devono permettere la comprensione, perché se la presa del tanto è scorretta, può rivelarsi più pericolosa per uke stesso che non per tori. Per quanto riguarda la nostra Scuola, rari sono quelli che, quando arrivano, hanno già avuto un’arma di questo tipo tra le mani. Il semplice fatto del senso della lama, la sua presa in mano, gli angoli di taglio. È tutto questo che condiziona un buon attacco.Spesso le persone sono riluttanti ad utilizzare il tanto di metallo, troppo vicino alla realtà. Si visualizzano già come barbari, le mani grondanti di sangue del partner!Per quanto io possa spiegare ed usare le precauzioni necessarie, queste visualizzazioni impediscono loro di fare un vero attacco e li bloccano. Rimangono lì, aspettando non so cosa, o attaccano mollemente e, anche se gli attacchi sono convenzionali, avvisano, “telefonano”, il momento del loro attacco. Ma se tutto, proprio tutto, è previsto, non rimane niente di vivo. Se si protegge e iperprotegge, la vita scompare. Il respiro si accorcia, diventa affannoso, inconsistente.L’istinto non può svilupparsi. Rimane sono un allenamento ripetitivo e noioso.E qui devo dirlo: non si tratta solo di parlare delle arti marziali, perché tutti gli attacchi sono prefissati ed è normale, è necessario per acquisire una postura corretta. È anche importante lavorare lentamente per un certo tempo al fine di sentire bene i movimenti, come quando si lavora un kata di Jiu jitsu ad esempio. Ma a partire da un certo livello il momento e l’intensità devono rimanere aleatori e si deve dare il massimo. Il movimento libero – sorta di randori alla fine di ogni seduta – è il momento in cui si può appunto, nel rispetto del livello di ognuno, lavorare sulle proprie reazioni.Quello che fa la differenza con i grandi Maestri del passato non è la loro tecnica eccezionale ma la loro presenza, la qualità della loro presenza. Quello che fa la differenza ancora oggi è la qualità dell’essere e non la quantità di tecniche.Quando si pratica con una sciabola o un bastone ci si può rifugiare nell’arte, lo stile, la bellezza del gesto, le regole, l’etichetta. Con il tanto è più difficile perché è più vicino alla nostra realtà. Il coltello, il pugnale, sono purtroppo delle armi troppo spesso utilizzate ancora oggi. L’aggressione fa paura, trasformarci in aggressori per qualche minuto ci impressiona. Questo vincolo è estremamente fastidioso e addirittura a volte quasi impossibile da superare per alcune persone. Il mio lavoro consiste ad aiutarli, per uscire da questo immobilismo, da questo blocco nel loro corpo, ad andare fino in fondo a questa paura, a rivelarla, a mostrare che è questa ad impedirci di vivere pienamente. Il tanto è un rivelatore di quello che avviene dentro di noi. E qui, due grandi orientamenti sono possibili: la via del rafforzamento o la via della spoliazione. Nel primo caso, la lotta contro la paura ed il suo corollario, la lotta contro se stesso che è un’illusione, perché in fin dei conti chi è quello che perde? È una via di desensibilizzazione, d’irrigidimento del corpo, d’indurimento muscolare e la sua conseguenza: il rischio di un’atrofia della nostra umanità.Oppure il superamento per l’accettazione di questa paura per quello che è e per il fatto di favorire lo scorrere del ki che la rendeva paralizzante. La paura, che in partenza è una sensazione naturale, deriva dal nostro istinto. Non è altro che il blocco della nostra energia vitale quando quest’ultima non trova una via di uscita. Si trasforma in stimolo, in attenzione, in realizzazione e perfino in creazione quando trova la giusta via.È per questo che la nostra Scuola propone il Movimento rigeneratore (una delle pratiche del Seitai insegnato da Haruchika Noguchi sensei) come possibilità di normalizzare il terreno tramite un’attivazione del sistema motore extrapiramidale. Questa normalizzazione del corpo passa attraverso lo sviluppo del nostro sistema involontario che, invece di un funzionamento per riflesso ottenuto con ore ed ore di allenamento, ritrova le sue capacità originali, la sua vivacità ed il suo intuito. È allora che poco a poco scopriremo che un gran numero delle nostre paure, della nostra incapacità a vivere pienamente, a reagire con flessibilità e rapidità di fronte alle difficoltà, e ancor più di fronte all’aggressione fisica o verbale, che le nostre lentezze, sono dovute alla mancanza di reazione del nostro corpo. Ai blocchi della nostra energia in un fisico troppo pesante o a una “mentalizzazione” troppo rapida ed inoperante. L’immaginario, quando è girato verso il negativo e che si sviluppa in maniera eccessiva, è spesso all’origine di un gran numero di difficoltà nella vita quotidiana e si rivela drammaticamente bloccante in circostanze eccezionali.
Flessibilità esteriore e fermezza interiore
Itsuo Tsuda ci da un esempio che colpisce, preso dalla vita del samurai Kamiizumi Ise-no-kamicome riportata nel famoso film I sette samurai di Akira Kurosawa : “Un assassino si è rifugiato nel granaio di una casa privata, prendendo un bambino in ostaggio. Allertato dagli abitanti, Kamiizumi, di passaggio nel villaggio, chiede ad un monaco buddista di prestargli la sua veste nera e si traveste da monaco, radendosi la testa. Porta due polpette di riso, ne dà una al bambino e l’altra all’assassino per calmarlo. Nell’istante in cui quest’ultimo tende la mano verso la polpetta, lo afferra e lo fa prigioniero.Se avesse agito da guerriero, il bandito avrebbe ucciso il bambino. Se fosse stato semplicemente un monaco, non avrebbe avuto altro modo che supplicare il bandito che si sarebbe rifiutato di ascoltarlo.Kamiizumi era famoso per essere un uomo molto riservato ed umile e non aveva per niente l’arroganza frequente tra i guerrieri. È stata conservata una sua calligrafia datata 1565, probabilmente quando aveva l’età di 58 anni, che, si dice, denota una maturità, una elasticità ed una serenità straordinarie. È questa flessibilità che gli ha permesso di compiere questa trasformazione istantanea guerriero-bonzo-guerriero.Quando penso a questa personalità dalla flessibilità esteriore e dalla fermezza interiore, paragonata a quello che siamo, noi civilizzati di oggi, con la rigidità esteriore e la fragilità interiore, credo di sognare.”*
La via del Seitai
Se io insisto sulla via del Seitai, che è purtroppo così misconosciuta in Europa, o a volte viene talmente deviata, è che mi sembra essere realmente la via che può accompagnare la ricerca di un gran numero di praticanti di arti marziali.È una via individuale che si può seguire senza mai praticare niente altro, perché è una via in sé e per sé. Ma quando si pratica l’Aikido io penso che sarebbe sano praticare il Movimento rigeneratore qualsiasi sia il livello raggiunto e anche, o sopratutto, fin dall’inizio. Perché ad esempio, potrebbe evitare un buon numero di inconvenienti, di piccoli incidenti, preparare il momento in cui essendo meno giovani, per continuare a praticare, si dovrà contare su risorse diverse dalla forza, la velocità di esecuzione o la fama, ecc.Il Movimento rigeneratore è appunto quello che Germain Chamot chiama “una pratica di salute personale e regolare”, nel suo ultimo articolo**. È una via che non necessita alcun finanziamento o qualità fisica, ma semplicemente continuità ed apertura mentale. Non posso che essere d’accordo con le sue riflessioni sulle difficoltà, nella nostra società, a proporre una pratica regolare, sul lungo termine, come sul costo che rappresenterebbe una pratica settimanale con uno Shiatsuki, ecc. Il terapeuta prende in carico il paziente in maniera individuale, ha anche un obbligo di risultato, e il fatto di essere consultato puntualmente per dei problemi che deve risolvere il più velocemente possibile gli rende il lavoro difficile.Il Seitai non è una terapia ma un orientamento filosofico riconosciuto dal ministero dell’Educazione giapponese.Noguchi Sensei desiderava che si sviluppasse la pratica del Movimento rigeneratore (Katsugen undo in giapponese). La sua azione mirava a “seitaizzare” (normalizzare) cento milioni di Giapponesi ed è per questa ragione che ha sostenuto Itsuo Tsuda sensei nel suo desiderio di creare dei gruppi di Movimento rigeneratore (Katsugen kaï) prima in Giappone, poi in Europa. È questo e l’immenso lavoro di quest’ultimo, moltiplicando gli stage e le conferenze in Francia, in Svizzera, in Spagna, ecc., che ha fatto conoscere il Movimento rigeneratore e permesso lo sviluppo di questo approccio alla salute così prezioso.Oggi il suo lavoro si continua.
Articolo di Régis Soavi sul tema del tanto nel Aîkido, pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 14) nel mese di ottobre del 2016.
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Note*Itsuo TSUDA “La Via degli Dei”** “Aïkijo : une histoire de contexte” (ultimo paragrafo, sullo Shiatsu), Dragon Magazine Spécial Aïkido n°13, p.12-14.
Di Régis SoaviCerto il jo, il bastone, è sempre stato utilizzato nell’Aikido. Ma fa realmente parte della nostra Arte? Il suo insegnamento è sempre stato particolare e persino spesso separato dai corsi regolari. Molti di noi hanno cercato, attraverso altre scuole di Jujitsu, di ritrovare delle forme, dei kata, dei “colpi segreti”. Alcuni si sono interessati al Kobudo. Tuttavia l’arte del jo nell’Aikido ha le sue specificità, le sue regole.Per quanto mi riguarda, quello che mi ha sempre affascinato è piuttosto l’estrema precisione che si può acquisire se si segue un certo tipo di allenamento. Invece di cominciare lavorando la potenza, io trovo che sia meglio favorire il movimento, gli spostamenti e soprattutto la precisione.
Allenarsi alla precisione
Ero un giovane insegnante quando ho cominciato ad allenarmi più regolarmente con il bastone. All’epoca fissavo un tappo di bibita all’estremità di una cordicella che appendevo al soffitto. Il mio allenamento consisteva nel fare tsuki sul tappo e ogni volta che si muoveva a immobilizzarlo di nuovo. Poi ho variato le altezze. In seguito ho lavorato gli yokomen e i colpi da sotto, sempre cercando di essere preciso e senza aumentare la velocità. Ho lavorato lentamente cercando l’angolo giusto, utilizzando gli spostamenti e poco a poco ho aumentato la velocità di esecuzione e infine ho cominciato a colpire utilizzando il movimento del tappo che volteggiava a sinistra, a destra, con dei soprassalti a volte curiosi, o addirittura inquietanti se fosse stato il bastone o il Bokken di un avversario. Potevo girare attorno a quell’asse che appendevo al centro del piccolo dojo che si trovava nel cortile di rue de la Montagne Sainte Geneviève 34 a Parigi. Me ne ricordo ancora con emozione perché è stato grazie al Maestro Henry Plée che ho potuto fare questo tipo di lavoro. Di fatto mi aveva autorizzato e anche sostenuto in questa direzione (Budoka completo, amava che ci allenassimo al massimo delle nostre capacità). Dopo vari mesi di questo tipo di allenamento, sono passato al lavoro sui makiwara ma, devo ammetterlo, senza troppo insistere perché lo trovavo noioso. Invece ho adorato i colpi in tutte le direzioni, stile “shadow boxing“.In questo esercizio ritrovavo le difficoltà del lavoro con il tappo, con in più la potenza che dovevo controllare, i movimenti rotatori, la rapidità e soprattutto la visualizzazione. Quel lavoro di visualizzazione che già intravedevo nell’insegnamento del mio maestro Tsuda Itsuo. È anche grazie a questo che ho scoperto l’importanza di avere un proprio bastone, voglio dire uno strumento di lavoro personale. Faccio parte degli insegnanti che ritengono che il jo non debba essere un manufatto, di tale lunghezza, tale spessore, tale peso. Il jo deve essere in rapporto, senza esagerazione, altrimenti saremo di fronte a un bo, con la persona che lo possiede, la sua altezza, la sua muscolatura: ci sono delle differenze enormi, non tenerne conto mi sembra un errore, ma in ogni caso è l’uso che se ne fa che resta determinante.
La pedagogia
Per quanto mi riguarda, adesso lo utilizzo più come strumento pedagogico. Come sempre si tratta di ritrovare, comprendere le forme antiche, certo, ma soprattutto di canalizzare l’energia sprigionata, sentirla circolare, scorrere lungo questo pezzo di legno.Il Maestro Tsuda ci diceva: “Il jo ha tre parti, le due estremità e un centro, a differenza del Bo che conta quattro parti a causa della maniera di afferrarlo, le due mani a uguale distanza dalle estremità”. Gli aspetti tecnici dei colpi variano negli tsuki, a seconda che lo si utilizzi nella forma antica che corrispondeva alla lancia, oppure come un jo, quindi molto più corto, con le due mani nello stesso senso o una opposta all’altra. Tutto questo non aveva importanza per lui: quello che contava era la trasmissione del ki e l’atto di non resistenza.Il jo doveva soltanto permetterci di scoprire il Non-fare, di approfondire la respirazione.Utilizzare il bastone (propongo di chiamarlo così) come se fosse un tubo vuoto che si riempie di ki, che ha una certa autonomia, che torna vivente.Il bastone esacerba le distanze. Ci obbliga ad avere un altro rapporto con la distanza, a sentire gli assi così come i cambiamenti di direzione, di orientamento.Certe persone hanno una particolare affinità con il jo, altri preferiscono il bokken. Benché faccia parte del mio insegnamento, lascio loro il tempo di scoprire se per loro ha un senso, se possono approfondire la loro pratica grazie a questo.È uno dei mezzi che utilizzo a volte per far comprendere come circolano le forze che entrano in gioco nella nostra pratica: è proprio con il bastone che posso farle vedere.Chiedo a uke di afferrare il bastone molto forte e tori deve trovare l’asse, la direzione attraverso il semplice movimento del suo corpo, del suo koshi e non dei suoi muscoli o delle sue braccia, per fare scivolare la forza esercitata, in modo che quando tori si sposta, ne segue un tale disequilibrio per uke, che accetta di cadere e cade come un frutto maturo che si stacca dall’albero.
Praticare all’aperto
C’è un momento in cui è particolarmente piacevole praticare il bastone, ed è quando si è fuori, all’aria aperta.Ne abbiamo occasione durante gli stage d’estate che organizziamo da quasi trent’anni al Mas d’Azil, in Ariège, poiché abbiamo la fortuna di poter trasformare una vecchia palestra praticamente in disuso, in un magnifico dojo, dopo numerosi ma piacevoli giorni di lavoro. Poiché si trova accanto ad un campo da calcio, possiamo uscire per praticarvi le armi.So che allora i praticanti hanno molto piacere di praticare fuori dai tatami.Lo spazio è talmente più vasto che possiamo ritrovare le dimensioni che esigevano le arti antiche.Dopo essere stati confinati in uno spazio chiuso, tutto l’interesse di queste sedute all’aria aperta è di estendersi fisicamente: niente più soffitto, niente più muri, niente più limiti. È il momento in cui ciascuno può sperimentare delle dimensioni diverse, il momento ideale per tentare, in questo spazio, di sentire più lontano. Il fatto di praticare fuori mentre siamo abituati all’uniformità dei tatami è una costrizione per tutto il corpo: il terreno non è più così piatto, ci sono delle buche, dei dossi, tutti gli spostamenti, i taisabaki, ed evidentemente le cadute o le immobilizzazioni diventano più difficili. La velocità di esecuzione dell’attacco si trova spesso diminuita per questa mancanza di abitudine ma di conseguenza, quando di nuovo si pratica sui tatami tutto diventa più facile: si è acquisita una destrezza, una rapidità, una solidità nelle gambe, un equilibrio che non si aveva prima.Ne approfittiamo dunque per praticare con più persone, tre, quattro, sei o anche otto attaccanti (un tori e sette uke) i quali, nel rispetto della nostra Arte e senza cercare la competizione, cercano di raggiungere, di mettere in pericolo quello che è al centro. Inutile farsi un film: non siamo né samurai né agenti segreti a cui niente resiste. Si tratta di muoversi di più e meglio del solito, di sentire il movimento della nostra sfera, i suoi buchi e il rischio di avere un impatto in quei punti.L’importanza non è data a una tecnica perfetta, sia essa in difesa o all’attacco, ma molto più alla sensazione del movimento degli altri, alla distanza, all’energia che si può lanciare.Lo spazio così vasto permette delle circonferenze di circa otto o dieci metri a volte. Lo sguardo di tori, attraverso la sua intensità e la sua direzione precisa, libera, durante i movimenti circolari, la potenza e la velocità del bastone. Esso solo a volte, crea le condizioni favorevoli a una risposta, a uno spostamento corretto.Non so se mi faccio ben comprendere: si tratta di un gioco in cui ciascuno dei partecipanti ha il proprio ruolo, dal più principiante al più anziano, in funzione del proprio livello.I sei o otto attaccanti modereranno la potenza e la velocità degli attacchi (tsuki, shomen, yokomen) in funzione di questo.Ciascuno di loro cerca la posizione giusta in modo da trovare il punto debole, la velocità di avvicinamento, l’angolo corretto. Gli attacchi si fanno il più possibile a fondo, ma sempre senza violenza e anche se possibile non troppo veloci e in ogni modo senza precipitazione. È importante quando si lavora in questo modo essere attenti a non bloccare, a non mettere alle strette quello che è al centro, a non trascinarlo in una spirale di paura che lo porterebbe all’aggressività, ma al contrario aiutarlo ad uscire dal suo imprigionamento, tanto fisico che mentale, e permettergli di sviluppare il suo potenziale. Lo stage d’estate dura quindici giorni ed è molto concentrato: due sedute di Aikido, due sedute di Katsugen undo e una seduta di armi al giorno. Vuol dire sette o otto ore di lavoro al giorno, una cinquantina di ore la settimana. È per questo che abbiamo bisogno di questo tipo di lavoro con il jo, grazie al quale i corpi si slegano, fioriscono e trovano un’altra dimensione. I bastoni ruotano, gli spazi si muovono, i corpi a volte stanchi si stirano. L’atmosfera resta serena, a volte anche allegra, ma vi è sempre il rigore.Uomini, donne, bambini di ogni età nel rispetto delle loro particolarità.
La sensibilità del feto
Tuttavia, una precisazione: le donne incinte praticano a volte fino all’ultimo momento nella nostra Scuola. Ma fin dall’inizio della gravidanza abbiamo un’attenzione particolare al fatto che essendo in questo stato così speciale, anche se naturalmente non tocchiamo mai il corpo con il bastone, è vietato fare tsuki nella direzione del ventre. Indipendentemente dal rischio di incidente, rispetto al quale siamo sempre molto attenti. Si tratta di non dirigere il ki, altrimenti detto “l’intenzione del colpo”. Un simile ki diretto, guidato, sarebbe istintivamente registrato come pericoloso, e percepito dalla madre, e soprattutto dal bambino, il quale non è altro che sensibilità, come un’aggressione, al punto da rischiare di provocare per lo meno una paura, o una contrazione che nuocerebbe al suo buon sviluppo. Nel caso in cui si lavorino i colpi tsuki, esse si mettono da parte e guardano, ma non partecipano.
Una forza centripeta può diventare una forza centrifuga
A volte lavoriamo jo contro bokken. Qui si tratta, proprio perché le armi sono diverse, di comprendere da una parte il loro utilizzo e d’altra parte i loro limiti e capacità, senza dimenticare che dietro c’è l’essere umano. Altre volte, solo uke ha un’arma. Un bastone, un bokken, questo può fare paura se si è disarmati. Non si sa in quale direzione partirà, men, yokomen, tsuki, non si può parare il colpo con un semplice gesto della mano. Solo la schivata, il taisabaki, può evitare lo choc. La presa del bastone, del bokken, è allora una delle possibilità per fermare l’attacco, trasformarlo e renderlo inoffensivo, in modo che si possa utilizzare la sua energia nella direzione opposta o deviarla verso un’altra direzione. È una magnifica occasione di vedere, di sentire come una forza centripeta, per esempio, possa trasformarsi, quando entra in contatto con un centro, in una forza centrifuga e ritrovarsi proiettata verso l’esterno. Se si tratta di “fermare la lancia”1, di che cosa parliamo? Non si tratta di essere vincitore o vinto ma piuttosto di cambiare sistema, di permettere che sorga qualcos’altro, e per questo, la conoscenza dell’altro, la comprensione dell’uno verso l’altro è indispensabile. In ogni persona ci sono dei lati buoni e cattivi e delle buone e cattive abitudini: si tratta di guidare il tutto verso l’armonia. L’armonia è all’origine della nostra vita, si tratta di ritrovare il naturale che è sempre presente nel fondo di ogni individuo. Ecco, per me, la via dell’Aikido.Il nostro orizzonte può illuminarsi se comprendiamo meglio le parole di O Sensei Ueshiba, trasmesse dal mio Maestro Tsuda Itsuo nel suo insegnamento e attraverso i suoi nove libri. Queste parole non sono rimaste lettera morta; al contrario hanno preso vita, una volta di più, e continuano attraverso quelli che, con buona volontà, seguono questa via.
Articolo di Régis Soavi sul tema del bastone nel Aîkido, pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 13) nel mese di luglio del 2016.
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1Bud? può essere inteso originariamente come «la via per fermare la lancia».
Di Régis SoaviNella pratica dell’Aikido ho sempre amato il ken. La spada, come il Kyudo nel modo in cui ne parla Herrigel nel suo libro sull’arte del tiro con l’arco, è un’estensione del corpo umano, una via per la realizzazione dell’essere. Nella nostra Scuola, il primo atto all’inizio della seduta è un saluto con il bokken davanti alla calligrafia. Ogni mattina, dopo aver indossato il kimono ed essermi preso qualche minuto di meditazione nell’angolo del dojo, comincio la pratica respiratoria con questo saluto verso la calligrafia. È per me indispensabile armonizzarmi con ciò che mi circonda, con l’universo.Il semplice fatto di respirare profondamente alzando il bokken davanti al tokonoma, con una calligrafia, un ikebana, cambia la natura della seduta.Si tratta, per me, di realizzare Ame no Ukihashi1, il ponte fluttuante celeste, che lega l’umano e ciò che lo circonda, il conscio e l’inconscio, il visibile e l’invisibile.Per tutta la pratica respiratoria, la prima parte della seduta, il mio bokken è al mio fianco, lo stesso bokken da quarant’anni. È come un amico, una vecchia conoscenza. Un regalo di una donna semplice e generosa che si occupava della vendita in negozio quando ero un giovane insegnante di Aikido al dojo del Maestro Plée in rue de la Montagne Sainte-Geneviève.
Il mio studio della spada
Itsuo Tsuda non mi ha mai insegnato il ken. Ovviamente anch’egli lo usava per il saluto davanti al tokonoma all’inizio della seduta e in seguito quando facevamo la corsa in cerchio attorno a lui sui tatami prima di mettersi in linea per guardare la dimostrazione. Se no, l’utilizzava soprattutto per le dimostrazioni della spinta del bokken con due partner, come aveva visto fare da O Senseï Morihei Ueshiba.Di fatto, non faccio differenze tra l’Aikido a mani nude, col bokken o con il jo. Ciò che conta di più secondo me è la fusione con la respirazione del partner. Questo altro così diverso e tuttavia così vicino, ed anche, alle volte, così pericoloso.Le mie radici principali per ciò che riguarda le armi vengono da ciò che ho imparato con Tatsuzawa Sensei. È colui che mi ha influenzato di più. Negli anni settanta avevo cominciato a praticare l’Hakko Ryu jujutsu con il maestro Maroteaux. Poi ho studiato le armi all’istituto Noro dove si tenevano dei corsi specifici e durante gli stage con Tamura Sensei e Sugano Sensei, questo lavoro faceva parte dell’Aikido. Ciò che Tatzusawa mi ha mostrato è un Koryu (scuola antica), è un’altra cosa. A Parigi per i suoi studi, questo giovane giapponese (avevamo tutti e due una ventina di anni) si è presentato una sera all’improvviso nel dojo in cui insegnavo Aikido. Allora abbiamo iniziato uno scambio: lui praticava Aikido con me e mi mostrava delle tecniche della scuola della sua famiglia che studiavamo un certo numero di ore per settimana, forse quattro o cinque, per circa due anni.Praticavamo molto il Iaïjutsu ed anche il Bojutsu2. Le tecniche che mi aveva mostrato mi hanno segnato per la loro estrema precisione. Era il giovane maestro della scuola della sua famiglia, Jigo Ryu. All’epoca non conoscevo neanche il nome di questa scuola. Oggi è diventato un sensei importante, è anche il 19° maestro del Bushuden Kiraku Ryu, una scuola che ha più di quattro secoli di esistenza.C’è una realtà nelle armi che può mancare alla pratica dell’Aikido come è talvolta insegnato oggi e rischia di diventare una specie di danza. Oppure si cerca di testare chi è di fronte mettendoci troppa resistenza e il tutto si trasforma in una lotta.Con Tatsuzawa Sensei, c’era una respirazione. Una respirazione che non era la stessa che trovavo con Tsuda Sensei, ma c’era qualcosa e mi piaceva ciò che insegnava. Era qualcosa di talmente fine, talmente preciso, talmente bello che ho desiderato che i miei allievi ne approfittassero. E per anni, quando facevo degli stage, dicevo: «Ciò che vi ho mostrato è una tecnica della scuola di Tatsuzawa Sensei». Progressivamente questi due cieli, l’insegnamento di Tatzuzawa Sensei, ed il lavoro sulla respirazione con Tsuda Sensei, mi hanno portato a dare questo nome a ciò che io stesso scoprivo, Ame no Ukihashi Ken, la spada che lega il cielo e la terra, il cosciente e l’inconscio, il volontario e l’involontario.Non ho più rivisto Tatsuzawa Sensei per trent’anni, ed è in occasione di un viaggio in Giappone che ci siamo ritrovati! È così che da dieci anni i miei allievi studiano l’arte del Bushuden Kiraku Ryu con lui ed uno dei suoi allievi, Sai Sensei. È un modo per noi di capire meglio le origini delle tecniche che utilizziamo, è una ricerca storica che ci permette di scoprire il cammino percorso da O Sensei Ueshiba.
Un principio di realtà
Per Tatsuzawa Sensei l’allenamento doveva essere reale. Durante i nostri allenamenti negli anni settanta utilizzava uno iaito e colpiva come un dannato! «Men, men, kote, tsuki, men, tsuki». Evidentemente ad un certo punto, per la stanchezza, la spada mi ha colpito alla spalla, me ne ricordo ancora. Siccome era una spada in metallo, è entrata qualche centimetro nella spalla, tre forse quattro centimetri. Questo mi ha risvegliato. Non ho mai più lasciato calare l’attenzione nelle schivate.Finito. Era un risveglio, perché evidentemente egli non voleva farmi male. Il suo intento era di risvegliarmi, di spingermi in una direzione, affinché non fossi una specie di imbranato addormentato. Bene, mi è servito. In questo senso, la spada ci può risvegliare. Un bel calcio nel sedere certe volte è meglio di mille carezze. Io sono ancora molto riconoscente al mio maestro di aver fatto entrare la realtà nel mio corpo.Oggi quando l’Aikido sembra diventare un passatempo per alcuni, ricordo loro la realtà con dolcezza ma con fermezza.Ho spesso visto delle parodie di estrazione di katana con un bokken, in cui ci si accontenta di aprire la mano invece di estrarre la spada (chi pratica il iai lo capirà).Non dobbiamo confondere la nobile arte della spada con l’utilizzo che ne facciamo nell’Aikido.A mia figlia che pratica fin da piccola l’Aikido ed adora la spada, ho sempre consigliato di andare a vedere una vera scuola di spada. Ha scelto di studiare, oltre all’Aikido, anche lei il Bushuden Kiraku Ryu con Tatsuzawa Senseï ed il Iaïjutsu con Matsuura Senseï, che le insegnano ciò che non avrei mai potuto insegnarle.
L’Aikiken non è il Kendo
L’Aikiken non è il Kendo, né lo Iaido. La poesia non è il romanzo e viceversa, ogni arte ha le sue specificità, ma quando utilizziamo un bokken non dobbiamo dimenticare che è una katana che ha anche una tsuba ed un fodero, anche se sono invisibili. Noi dobbiamo usarli con lo stesso rispetto, lo stesso rigore, la stessa attenzione.Ogni bokken è unico, nonostante la sua fabbricazione spesso piuttosto industriale, sta a noi farne un oggetto rispettabile, unico, grazie alla nostra attenzione, al modo in cui lo maneggiamo, in cui lo muoviamo. Per esempio se visualizziamo l’uscita della spada usando un bokken, occorre anche visualizzarne il rinfodero. Poco a poco si carica, si può avere l’impressione che diventi più pesante.Del resto gli allievi che hanno l’occasione di toccare il mio bokken, di prenderlo, o alle volte di usarlo, lo trovano speciale, più facile da maneggiare ed allo stesso tempo più esigente, dicono. Non è più la stessa cosa, non è più un bokken ordinario. È per questo che io consiglio ai miei allievi di avere il loro bokken, il loro bastone. Le armi si caricano. Se voi avete un bokken o un bastone che avete ben scelto, che caricate di ki, e che usate per anni, avrà una natura diversa, vi assomiglierà in qualche modo. Per prima cosa potrete conoscere esattamente la sua dimensione, la dimensione del bastone, la dimensione del bokken, quasi al millimetro. Questo vi eviterà gli incidenti.Avrà una consistenza differente se si agisce in questo modo, allora sarà il riflesso di ciò che siamo. La circolazione del ki cambia il bokken e si può cominciare a capire perché la spada era l’anima del samurai.Ci si ricorda di queste spade leggendarie che riflettevano tanto l’anima del samurai che potevano essere toccate solo dal loro proprietario. Ho avuto modo di scoprire questo in un periodo in cui, per continuare a praticare e provvedere ai miei bisogni, lavoravo nell’ambito dell’antiquariato. Mi sono specializzato, tra le altre cose, nella rivendita di spade giapponesi, katana, wakizashi, tanto. Il fatto di toccarle, perché non avevo nessuna possibilità di comprarle mi ha permesso, più ancora di ammirarle, di scoprire qualcosa di indicibile.Alcune avevano una tale carica di ki, era estremamente impressionante! Solo estraendo la lama di dieci quindici centimetri si poteva sentire se la lama aveva un’anima aggressiva o generosa, oppure se emanava una grande nobiltà ecc. All’inizio questo mi sembrava assurdo, ma i commercianti con cui lavoravo mi hanno confermato la realtà di queste sensazioni ed in seguito le discussioni con Tsuda Sensei hanno dato loro la realtà di cui avevano bisogno.Un’arma senza respirazione, senza fusione, cos’è? Niente, un pezzo di legno, un pezzo di metallo.Chuang-tzu, ci parla bene di fusione, di estensione dell’essere con uno strumento, l’arma, quando parla del macellaio:” Quando ho iniziato a praticare il mio mestiere, vedevo tutto il bue davanti a me. Tre anni più tardi, non ne vedevo che delle parti. Oggi, lo trovo con lo spirito senza vederlo più con gli occhi. I miei sensi non intervengono più, il mio spirito agisce come sente e segue da solo i lineamenti del bue. Quando la mia lama taglia e divide, segue le faglie e le fenditure che le si offrono. Non tocca né le vene, né i tendini, né il rivestimento delle ossa, neppure ovviamente le ossa. [?] Quando incontro un’articolazione, individuo il punto difficile, lo fisso con lo sguardo e, agendo con una prudenza estrema, lentamente taglio. Sotto l’azione delicata della lama, le parti si separano con un uoh leggero come quello di un po’ di terra che si posa sul pavimento. Col coltello in mano, mi raddrizzo, guardo intorno a me, divertito e soddisfatto e dopo aver pulito la lama, la rimetto nel fodero.[?]”3
La fusione con il partner
Se non c’è fusione col partner, non si può lavorare con un arma, altrimenti non è che brutalità, lotta. È proprio perché la si utilizza fondendo la respirazione con il partner che si può scoprire ciò che prima di noi hanno scoperto dei grandi maestri. Tutti i loro sforzi per indicarci la via, il cammino da percorrere saranno perduti se noi stessi non facciamo lo sforzo di lavorare come ci hanno suggerito. Con un arma in mano si può scoprire la nostra sfera, renderla visibile. E grazie a questo si può estendere la nostra respirazione a qualcosa di più grande che non si limiterà alla nostra piccola sfera personale, ma che andrà oltre.Se si utilizzano le armi così, trovo che abbia un senso, ma se le si utilizza cercando di tagliare la testa agli altri, di ferirli o di mostrare che si è più forti si deve cercare altrove piuttosto che nella nostra Scuola.Le armi sono il prolungamento delle nostre braccia, che sono il prolungamento del nostro centro.Ci sono delle linee di ki che partono dal nostro centro, dall’hara. Agiscono attraverso le mani. Se si mette un’arma all’estremità, un bokken, un wakizashi, un bastone, queste linee del ki possono convergere. Hanno un prolungamento. Può darsi sia più facile quando si lavora a mani nude, comincia ad essere più difficile con un arma. Ma diventa molto interessante: non si è più limitati, si diventa “illimitati”. È proprio questo che è importante, è una conseguenza logica del mio insegnamento. All’inizio, si lavora un po’ limitati, costretti in qualche modo, poi si cerca di estendere, d’andare al di là partendo dal nostro centro. Alle volte ci sono delle interruzioni, il ki non passa attraverso la spalla, il gomito, il polso, le dita. A volte il bokken diventa come il bastone di un burattino che picchia il gendarme, allora non ha più senso. È per questo che mostro queste linee che tutti possono vedere. È qualcosa di noto nell’agopuntura. Lo si può vedere anche nello shiatsu ed in molte arti diverse. E là si va oltre. Se si potessero materializzare con delle linee luminose sarebbero sbalorditive da vedere. È ciò che ci lega agli altri. Ciò che ci permette di capire gli altri. Sono delle linee legate ai corpi, non unicamente al corpo materiale, ma al corpo nel suo insieme tanto fisico che kokoro. È ciò che c’è di sottile, d’immateriale, che è legato, non c’è differenza.
Seitai-d?
Nella nostra Scuola pratichiamo quest’arte che è il Seitai-do, la via del Seitai. Quest’arte che comprende tra l’altro il Katsugen undo (Movimento rigeneratore seguendo la terminologia di Itsuo Tsuda), ci permette di ritrovare tanto a livello dell’involontario che dell’intuizione una qualità di risposta poco abituale.Risveglia l’istinto “animale” nel buon senso della parola, un po’ come quando eravamo dei bambini, giocosi ed anche turbolenti a volte ma senza reale aggressività, che prendono la vita come un gioco con tutta la serietà che ciò impone.È grazie a quest’arte che ho scoperto l’intermissione respiratoria, questo spazio tempo tra l’inspirazione e l’espirazione, e tra l’espirazione e l’inspirazione. Questo momento infinitesimale quasi irrivelabile durante il quale il corpo non può reagire. È durante uno di questi momenti che si applica la tecnica seitai. All’inizio è difficile percepirlo e ancor di più agire esattamente in quel momento molto preciso. Tuttavia poco a poco si sente questo spazio in modo molto chiaro, si ha l’impressione che si allarghi, ed infatti si ha l’impressione che il tempo scorra in maniera differente come talvolta succede quando c’è una caduta o un incidente. Ci si può chiedere quale rapporto ci sia con il lavoro con le armi nell’Aikido. È proprio la nostra ricerca in questa direzione e l’aneddoto seguente raccontato da Tsuda Sensei è rivelatore.
Un livello troppo alto
Haruchika Noguchi Sensei il creatore del Seitai quando era ancora giovane volle praticare il Kendo, s’iscrisse in un dojo per imparare quest’arte. Dopo i preparativi di rito si trovò davanti a sé un kendoka. Appena l’altro alzò il suo shinai sopra la sua testa, Noguchi Sensei lo toccò alla gola, benché non conoscesse nessuna tecnica. L’insegnante gli mandò un praticante più avanzato, stesso risultato, gli mise di fronte un sesto dan: non andò meglio. Il maestro gli domandò se avesse già fatto Kendo: «Per niente» rispose «io tocco al momento dell’intermissione respiratoria, è tutto» «Lei ha già raggiunto un livello troppo alto Sensei» disse. È così che Noguchi Sensei non poté mai imparare il Kendo.Praticare l’Aikido a mani nude, praticare l’Aikiken, usare il jo, il bo, praticare il koryu o qualunque altra arte come Itsuo Tsuda stesso che faceva la recitazione del No, l’essenziale non è nella tecnica, ma nell’arte stessa e nel suo insegnamento che deve permettere la realizzazione dell’individuo. Tsuda Sensei citando le diverse arti che aveva praticato ci diceva: «Il Maestro Ueshiba, il Maestro Noguchi, il Maestro Hosada4 hanno scavato dei pozzi di una profondità eccezionale. [?] Hanno raggiunto le vene d’acqua, la sorgente della vita. Tuttavia, questi pozzi non comunicano tra loro, anche se è la stessa acqua che ci si trova.»5
Articolo di Régis Soavi sul tema la spada del Aîkido, pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 12) nel mese di april del 2016.
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Notes
1. Vedere il Kojiki (???) raccolta di miti sull’origine delle isole che formano il Giappone e i kami.2. Il b? è un bastone lungo 180 cm maneggiato con entrambe le mani.3. Trad. it. dall’opera francese: J.F. Billeter, Leçons sur Tchouang-Tseu, p. 16 Ed. Allia, Paris 2002.4.Teatro Nô : Scuola Kanze Kasetsu.5. Itsuo Tsuda, il Non-fare, Prefazione p. 14, Yume Editions, 2014.
Affrontare il tema omote-ura nell’Aikido mi evoca immediatamente yang-yin ( in giapponese yo/in).Ciononostante in occidente la tendenza generale è di percepirlo in maniera manichea; si oppongono l’uno all’altro, si dividono tra il luminoso e l’oscuro, si categorizza, si dice positivo e negativo, oltre a tutti i riferimenti che questo ci fa tornare in mente, scolastici o anche sessisti. È molto facile, abbiamo delle abitudini, non ci pensiamo neanche.
Si rappresenta il Tao disegnato a due dimensioni, o meglio sotto forma di sfera dove lo yin e lo yang si compenetrano, ma in realtà ognuno resta al suo posto: tu, io, lui, l’altro.Si disserta filosoficamente dell’uno o dell’altro, si dimenticano i grandi pensatori cinesi: Lao Tsu, Chouang Tseu, Li Tseu, o Sun Tse, per citare i più conosciuti.Il nero o il bianco, lo yin o lo yang. Ed il grigio cos’è?Se si resta in un pensiero dualista, è un miscuglio dei due.Il mio Maestro Itsuo Tsuda non citava praticamente mai omote o ura, del resto dava raramente un nome giapponese a ciò che faceva o mostrava. Perfettamente bilingue, ha sempre preferito il francese per le sue spiegazioni, particolarmente nei suoi libri che scriveva di getto, senza quasi alcuna correzione.Sapeva guidare la nostra sensibilità e farci sentire grazie alla pratica del Katsugen undo (Movimento rigeneratore), dello yuki, e soprattutto attraverso il suo tocco o anche la sua presenza silenziosa, questo mondo non dualista che era venuto a farci scoprire.
Scoprire con il corpo
Aikido, è scoprire con il proprio corpo, voglio dire fisicamente, concretamente, sentire scorrere i fluidi seguendo i circuiti a tendenza yin o yang.
Quando durante una seduta si cita omote o ura, si cita generalmente solo l’insieme del movimento, la sua tendenza, eventualmente il suo finale.E’ la respirazione che può aiutarci a comprendere meglio, sentire, di cosa si tratta. È meglio cominciare lavorando con un ritmo piuttosto lento, se si va troppo veloce all’inizio è grande il rischio di non riuscirci. Ci si concentra sulla respirazione, si segue l’inspirazione, l’espirazione, ci si muove concentrandosi sulla sensazione interiore, si può lavorare su esercizi di questo tipo con un partner chiudendo gli occhi e rimanendo concentrati sul centro. Le braccia per esempio si aprono o si chiudono indipendentemente dalla nostra volontà, obbediscono ad una necessità che nasce dallo yin o dallo yang.
Se si vuole praticare l’Aikido come pratica del Non-Fare, tutto il lavoro si fa al livello del sentire, si scava, si approfondisce e poco a poco qualcosa si muove in noi; ed un giorno ci si rende conto che si è superato qualcosa. Questo muro che ci bloccava, che rendeva la nostra tecnica dura o incerta, e quindi artificiale, completamente fuori dalla realtà, è caduto. È in quel momento che ci si sente liberi, così liberi. La ricerca allora prende tutt’altra piega. La percezione dello yin, dello yang diventa un’evidenza. È qualcosa che ho difficoltà a spiegare a parole, perché tutto diventa semplice: i gesti, gli spostamenti, non c’è più mentalizzazione. E’ diretta a partire dal centro, e inoltre, una grande dolcezza si instaura in noi, una dolcezza che può essere yin o yang, ma che in ogni caso è molto forte, una dolcezza di una grande potenza che agisce e sa agire in armonia con il partner o l’avversario, se eventualmente le circostanze ci hanno portato in una situazione tale che colui che si trova di fronte a noi si comporti così. La tendenza durante l’inspirazione è piuttosto verso l’apertura e dunque yin; l’espirazione chiude il corpo e la sua tendenza è yang. Con la sola respirazione già si possono sentire, se si è attenti, lo yin e lo yang, ma non sono che l’espressione e la direzione di una energia che si è materializzata.La parte visibile, quella che il corpo fisico potrà eventualmente utilizzare, è pronta.Nel corpo la parte anteriore, il davanti, è yin e la schiena è yang, anche se le gambe sono yang davanti e yin dietro: questo è ammesso in tutte le scuole, ma il passaggio del ki dall’uno all’altro è raramente esplicitato nelle arti marziali, se ne parla spesso solo in generale.Il mio incontro con il Itsuo Tsuda, la pratica del Katsugen undo, la scoperta del Seitai del Maestro Haruchika Noguchi sono state determinanti nella mia ricerca e mi hanno permesso una comprensione del corpo, del suo movimento che mi era mancata fino ad allora. Certe zone che erano rimaste vaghe nell’insegnamento dell’Aikido, come l’hara, sono diventate estremamente precise nel Seitai. Si può per esempio verificare lo stato dei «tre punti del ventre». Il primo che deve essere yin, il secondo che deve essere neutro, ed il terzo yang, bello positivo e reattivo.«Lo scopo del Movimento rigeneratore è di regolarizzare il nostro organismo, di seitaizzarlo.Regolarizzare il nostro organismo non è necessario solo per essere in salute. Qualunque sia il genere di attività che si eserciti, che si tratti di fare calligrafia, di disegnare o di praticare le arti marziali, bisogna prima di tutto cominciare col regolarizzare il nostro organismo, altrimenti si rischia di mancare il bersaglio»1
Non-fare e non dualismo
Nell’Aikido lasciamo il ki sorgere dal seika tanden, dall’hara (3° punto del ventre nel Seitai), e la sua tendenza è yang perché risulta dalla forza che viene dalla schiena, forza che non si esprimerà nelle spalle, come si vede troppo spesso, ma naturalmente grazie al koshi.Il punto di passaggio di questa forza, di questo ki diventato yang, è la 3° vertebra lombare che è appunto in posizione yin nella colonna vertebrale. Se si visualizza la respirazione addominale si constata che l’inspirazione yin gonfia l’addome e prepara l’atto che sarà yang, nello stesso tempo, il ki discende lungo la colonna vertebrale ed irriga l’insieme del corpo.2Quando il ki esce direttamente al livello del centro la sua tendenza quindi è yang, ma in funzione del circuito che prende si esprimerà sotto forma yin o yang. Se segue i circuiti interni del ventre, delle braccia, la parte anteriore del corpo, allora diventa yin, altrimenti la sua espressione è yang. La forza che ne risulta sarà yin o yang anche in funzione del momento in cui viene utilizzata.Perché ovviamente, in un mondo non separato, anche il tempo fa parte di questa unità. Anche se si può rallentare o accelerare il momento di un impatto per esempio, così da trovarsi in modo molto preciso nel posto giusto, al momento giusto, con la respirazione giusta ed il ki giusto, tutto ciò non accadrà se non grazie alla coordinazione che riuscirà a fare il nostro «sistema involontario». È precisamente qui che l’insegnamento di Itsuo Tsuda ha apportato degli elementi decisivi. Perché, facendoci entrare nel mondo della sensazione, insistendo sul Non Fare, e permettendoci di scoprire il non dualismo, ci ha dato delle chiavi che possiamo utilizzare ancora oggi, perché sono alla portata di tutti, come i suoi libri testimoniano.
Yin e yang
Se si scompone un movimento come ryo te dori ten chi nage nella forma omote, uke arriva con una forza yang. È nel pieno dell’espirazione, tori lo riceve alla fine del suo yang, lo yin è già cresciuto in lui, è diventato incomprimibile, crescerà ancora e andrà a sommergere uke. Poi è la volta dello yang di crescere, lo si constata per il fatto che le braccia si girano, questa volta è la linea di demarcazione tra yang e yin che passa dal basso verso l’alto. Ma per uke il movimento è cominciato all’inizio dell’ispirazione, non potendo resistere si stacca e cade come quando un frutto è maturo e cade nella mano. Nella forma ura, tori deve aspettare perché lo yang è ancora troppo potente, gira per deviare questa forza ma appena ricostituisce la sua forza yin, può utilizzare allora lo yang per ripartire in omote o lasciare che lo yin continui il suo lavoro fino all’avvolgimento totale dell’uke.
Lo stesso nel kokyu ho, ci sono differenti modi di fare: o si proietta subito la forza yang, oppure si lascia crescere la forza yin per utilizzare alla fine lo yang. Anche lì tutto dipende dalle condizioni, dal momento, dal partner.La forza yang è più diretta, più dirigista rispetto allo yin, ma è facile che ci indurisca. I padri troppo autoritari conoscono questo problema con i loro figli e la rottura è spesso consumata al momento dell’adolescenza.La forza yin è avvolgente, dolce ma alle volte mal utilizzata, come fanno certe madri. Rischiano di imprigionare il bambino e faticherà ad uscire dall’impronta e dal nido famigliare.Idealmente lo yin quando finisce permette lo spiccare il volo del luminoso, dopo il lavoro interiore, “oscuro”, della preparazione che è l’infanzia, un vero distacco senza rottura, come il frutto maturo che si stacca dall’albero al momento giusto. Lo spiccare il volo del luminoso è la libertà senza pensiero. La possibilità di essere il proprio TAO. Semplicemente la realizzazione dell’essere.
Le sfere del corpo
Il nostro corpo si presenta tra l’altro con una superficie esterna: la pelle, è in qualche modo la sfera materiale. Ma noi non siamo limitati dalla pelle, la pelle delimita solamente le yin interno dallo yang esterno, ura e omote. Questa superficie è una sfera che ha preso la forma di essere umano.Al di là di questo esiste un’altra sfera che ognuno può sentire istintivamente. Si presenta piuttosto sotto la forma di un uovo deformabile in funzione dei bisogni. Questa sfera è spesso rappresentata dalle religioni, viene chiamata Mandorla o Aura. È la rappresentazione visuale di una realtà avvertita da popoli interi, e mantenuta viva nelle arti marziali. Anch’essa è yin all’interno e yang all’esterno con un limite estremamente preciso, si può così constatare che ciò che è yang rispetto alla pelle è yin rispetto alla sfera energetica.
Irimi e tenkan
Quando si fa irimi per esempio, si fa entrare uke nella nostra sfera yin, gli si dà sollievo del suo ki yang in eccesso diventato duro, rigido, si normalizza il suo terreno, gli si permette di ritrovare un equilibrio interno. Poi in irimi nage si finisce con un movimento yang, che provocherà in lui il desiderio di cadere per evitare il peggio. D’altra parte in tenkan le due sfere si sfiorano e si compenetrano solo al livello della mano. Le superfici yang spinte, sostenute dallo yin interno, diventate forti, si affiancano, si respingono e scivolano l’una contro l’altra.Se tori fa scivolare il gomito entrando nella sfera di uke, allora il suo movimento yin crescerà fino a sommergere uke che, anche in questo caso, cadrà per evitare gli inconvenienti di questo rovesciamento di situazione.Nella nostra scuola, la prima parte della seduta di Aikido è una pratica solitaria. Uno degli esercizi consiste nel sollevare le braccia con le palme rivolte verso il cielo, poi nell’abbassarle. Itsuo Tsuda ci diceva: «Sollevate il cielo poi respingete la terra.» Ci sono diversi modi di fare questo esercizio. Se si cerca di sollevare con lo yang le spalle si contrarranno, se si cerca di respingere la terra con lo yin si resterà incastrati al centro del movimento. Alzare le braccia facendo corpo (yin) con il cielo e scendere in armonia con la terra (yang), era questo tipo di lavoro, di visualizzazione, che ho iniziato con il mio Maestro e che continuo da più di quarant’anni.Rendere cosciente la circolazione del ki, migliorare la nostra percezione di questo movimento, di questa sfera di energia, di cui molti parlano ma che pochi percepiscono chiaramente, è così che concepisco il mio lavoro attualmente.Permettere la normalizzazione del terreno delle persone che vengono al dojo, dare loro gli strumenti visibili o invisibili, consci o inconsci per permettergli di giungere all’indipendenza, all’autonomia, alla libertà interiore.Per questo la presa di coscienza di omote-ura, in quanto espressione dello yang-yin, è a mio avviso indispensabile.
Articolo di Régis Soavi sul tema Omote-Ura, pubblicato in Dragon Magazine (speciale Aikido n° 11) nel mese di gennaio del 2016.
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Estratto della conferenza Regolarizzare l’organismo di Noguchi Haruchika sensei, tradotta in francese da Tsuda Itsuo (trad. it. Il triangolo instabile, capitolo XIX).
Il Maestro Noguchi Haruchika preconizzava d’altra parte l’esercizio Sekitsui Gy?ki – ????? o Respirazione attraverso la colonna che si fa a partire dai “secondi punti della testa” e che permette la normalizzazione del terreno (dell’insieme del nostro corpo, beninteso in modo unitario, fisico, mentale, ecc).
In uno dei suoi libri Itsuo Tsuda ci dà il suo punto di vista su Kokyu :
«Nell’apprendimento di un’arte giapponese è sempre questione di “kokyu”, che è l’equivalente propriamente detto della respirazione. Ma questa parola significa anche abilità nel fare qualcosa, il trucco del mestiere. Quando non si ha “kokyu”, non si può eseguire qualcosa come si deve. Un cuoco ha bisogno di “kokyu” per servirsi bene del proprio coltello, e l’operaio per i propri utensili. Il “kokyu” non si spiega, si acquisisce.Quand’ero giovane, ho visto un operaio lavorare con il suo cacciavite su macchinari molto arrugginiti. Ho provato a svitare, ma invano, tanta era la ruggine. Per lui, la cosa non poneva alcun problema, svitava con facilità, non perché fosse più forte, ma perché aveva il “kokyu”.Quando si acquisisce il “kokyu”, si ha l’impressione che utensili, macchine, materiali, fino ad allora «indomabili», divengano improvvisamente docili ed obbediscano ai nostri ordini senza opporre resistenza.Il ki , il kokyu, respirazione, intuizione, ecco i temi intorno ai quali ruotano le arti ed i mestieri del Giappone. Costituiscono il segreto professionale, non perché lo si voglia custodire come un brevetto d’invenzione o come mezzo per guadagnarsi il pane, ma perché è intrasmissibile intellettualmente. La respirazione, è l’ultima parola, il segreto supremo dell’apprendimento. Solo i discepoli migliori vi accedono dopo anni di grandi e continui sforzi.Un maestro di arti marziali a cui i cani abbaiano non è un buon maestro, si dice. I Francesi sanno farli tacere infilando loro uno zuccherino in gola. È astuzia, è un trucco, ma non è kokyu, respirazione, che è tutt’altra cosa.»
Itsuo Tsuda, La Via della Spoliazione – Yume Editions
Il mio maestro Itsuo Tsuda, citando O Sensei Ueshiba, ha scritto nel suo secondo libro: “L’Aikido è un’arte di (musunde hanatsu) unirsi e separarsi”* . Era un aspetto molto presente nel suo insegnamento, però non ha mai utilizzato i termini Awase e Musubi*. Ci parlava in francese, ci parlava di qualcosa di più grande di noi. Ci invitava a realizzare in noi il vuoto mentale per poter percepire qualcosa. Diceva a volte: “Dio (nel senso di kami) parla senza sosta, ma noi esseri umani non riusciamo a sintonizzarci, quindi non sentiamo niente. O allora sentiamo appena dei suoni come una radio disturbata. Ma dio parla chiaramente”. Quindi per lui sta a noi metterci in uno stato che ci permetta di “ricevere”. L’Aikido della Scuola Itsuo Tsuda è basato su quello che lui, invece, chiamava la fusione di sensibilità, quindi sulla fusione con il partner: di fronte a un attacco, c’è una risposta, ma perché la risposta sia adeguata, dobbiamo fondere con il partner. In occasione delle sedute parlo per esempio di fondersi e armonizzarsi con il partner, di sentire il suo centro. E in quel momento si è legati da qualcosa, più niente ci è estraneo. Oggi comincio ad andare un po’ più lontano nella pratica dell’Aikido e sento molto di più quello che Tsuda sensei voleva dire a proposito del legame che ci unisce all’Universo. Si sente veramente come un legame tra questo Universo e il partner, e si constata che ciò circola, che tutto torna all’Universo.
La Pratica respiratoria : una pratica di Musubi
La Pratica respiratoria* che facciamo a inizio seduta ci mette in una “condizione di spirito” che ci permette di ricevere, di creare un legame tra l’Universo e noi. Non si sa esattamente cos’è l’Universo. Non sono le stelle, non è un buco nero, ecc. è qualcos’altro. Per la Pratica respiratoria restiamo il più vicino possibile agli insegnamenti di O Sensei Ueshiba, Tsuda sensei era preciso su questo. Per esempio facciamo tre volte la vibrazione dell’anima, Tama-no-hireburi, ogni volta con un ritmo diverso (lento, medio, rapido) e unicamente all’inspirazione. La prima volta si evoca Ame-no-minaka-nushi, Centro dell’Universo. Dico a volte che è un’ “invocazione-evocazione”.O Sensei Ueshiba diceva di evocarlo tre volte durante la vibrazione dell’anima: chi conduce la seduta lo dice a voce alta poi lo si evoca altre due volte interiormente. Sono informazioni che ho sentito (solo) da Tsuda sensei, e da nessun’altra parte. Dunque quando si evoca Ame-no-minaka-nushi, come O Sensei Ueshiba diceva, ci si mette al Centro dell’Universo. Centro dell’Universo non è “Centro del Mondo”, né “io e gli altri”, né qualcosa di religioso. In qualche modo è inafferrabile, ma allo stesso tempo è estremamente concreto. In ogni caso non ci ingombra (la mente), è Centro dell’Universo e possiamo esserci. Poi la seconda volta si evoca Kuni-toko-tachi, l’Eterna Terra, per me è l’umano, è la materia. Il primo è immateriale, il secondo diventa concreto, è materia. Poi il terzo kami evocato-invocato è Amaterasu, la dea sole, la vita, ciò che ci anima. Racconto a volte la storia della grotta in cui Amaterasu si è rifugiata e della porta di roccia4. O Sensei Ueshiba ne parlava spesso e anche Tsuda sensei la citava. È la vita che si era rinchiusa in una grotta oscura e che risorge. È importante aprire la porta di roccia in noi. Ci siamo rinchiusi, ci siamo rigidificati, non sentiamo più niente, e poi un giorno comunque apriamo uno spiraglio. L’Aikido ci porta un soffio d’aria, qualcosa che ci permette di respirare un po’ meglio. Allora, a partire da questo soffio, possiamo aprire di più e forse sentire meglio quello che i Kami hanno da dirci, quello che l’Universo ha da dirci. Non sono per niente religioso, ma ogni mattina recito il Norito, come lo faceva Tsuda sensei, come lo faceva O Sensei Ueshiba. Ogni mattina, all’inizio di ogni seduta, alle sette meno un quarto, recito il Norito, poi faccio la vibrazione dell’anima e questo da più di quarant’anni. E poco a poco scopro qualcosa, vado un po’ più lontano, sono più permeabile.
Awase: praticare con lo stesso partner può permettere l’armonizzazione con l’altro
A partire dalla prima parte della seduta, che è una pratica individuale, è importante mettersi in una certa condizione. Il lavoro di armonizzazione prosegue nella seconda parte durante la quale si pratica con un partner. Per favorire ciò, nella nostra Scuola si lavora con lo stesso partner per tutta la seduta. Potremmo cambiare a ogni tecnica, ma se vogliamo armonizzarci è difficile riuscirci nei cinque o dieci minuti passati con ogni persona. Per chi ha venti o trent’anni di pratica va bene… Ma se siete all’inizio, diciamo per i primi dieci anni, è anche in qualche modo rassicurante restare con lo stesso partner, si ha il tempo di armonizzarsi, di impregnarsi dell’altro. Così lo si sentirà, i primi contatti sono un po’ difficili a volte. Ma su una stessa tecnica, una seconda, poi una terza si può andare un po’ più lontano, avvicinarsi al suo centro, respirare meglio il “profumo” del partner. Tsuda sensei parlava di scoprire il paesaggio interiore di qualcuno, ma scoprire il paesaggio interiore di sette o otto persone nella stessa seduta è più difficile. A volte, soprattutto alla fine della seduta, mi capita di far cambiare partner in particolare in occasione di Movimento libero. Ma ovviamente ad ogni seduta cambiamo, non è un partner a vita!
Il Non-Fare
Uke deve giocare un ruolo, senza essere violento, deve essere sincero nel suo attacco perché senza quest’energia, Tori sarà nel “Fare” e non nel “Non-Fare”. Vedo spesso nell’Aikido degli Uke molto gentili e Tori che massacra con gioia il suo Uke. Non è per niente il mio principio. Se parlo di attacco è che effettivamente quando Uke fa uno Shomen, uno Yokomen, uno Tsuki o una presa, è importante che un’energia venga sprigionata, lui “Fa”. Tori, invece, la devia, lascia passare quest’energia che si esprime nel fatto di stringere il polso o di colpire, passa a lato e la trasforma, allora è il “Non-Fare”. Non risponde all’attacco, lascia scorrere quest’energia, questo ki, va oltre l’attacco. Certo, non aspetta stupidamente di farsi colpire! Il Non-Fare non è non fare niente. Parto anche dal principio che se qualcuno attacca un’altra persona non sta bene con se stesso… Quando si sta bene con se stessi, quando si è ben vivi, non si ha alcuna voglia di andare ad attaccare gli altri. Non ci verrebbe nemmeno in mente. È perché non stiamo bene con noi stessi che ciò accade. Viviamo in un mondo violento, siamo educati a reagire in funzione di questa violenza, bisogna difendersi contro questo, contro quello… Ce ne siamo ammalati. Facendo l’Aikido, quando si è Tori, si sta “guarendo” questa violenza. Questa violenza che è nell’altro, che si esprime nel ruolo e nella fermezza di Uke, la si guida per trasformarla in qualcosa di positivo e liberatorio.
Il lavoro con le armi: Ame-no-uki-hashi ken
Quasi trent’anni fa, ho deciso di parlare di Ame-no-uki-hashi ken per indicare il lavoro con le armi che facciamo in occasione degli stage e a volte nella pratica regolare. Il ken, la spada è una rappresentazione del ponte fluttuante celeste: Ame-no-uki-hashi. Si parla di Ponte fluttuante celeste quando si vede la Katana con la lama verso l’alto e si parla anche di Barca fluttuante celeste quando la lama è nell’altro senso, verso il basso. È abbastanza curioso perché è allo stesso tempo il ponte e la barca… è ciò che unisce il cielo e la terra, il conscio e l’inconscio, l’Universo e noi. Quando lavoriamo con le armi, queste sono un’estensione di noi stessi, oltre la nostra pelle, qualcosa che ci permette di andare un po’ più lontano, di scoprire anche la nostra sfera. Ame-no-uki-hashi: essere sul Ponte fluttuante celeste, era un’immagine che utilizzava O Sensei Ueshiba e che ci trasmetteva Tsuda sensei. Essere sulla lama della spada è essere in uno stato di attenzione che si potrebbe anche qualificare come “divino”, in cui una percezione diversa si può produrre. Non ho voglia di entrare nella discussione di sapere se bisogna usare o no le armi nell’Aikido, ciò non ha importanza. Faccio lavorare con le armi perché questo ci obbliga a essere in uno stato di estrema concentrazione pur mantenendo la distensione. Le armi mi servono anche per rendere visibili le linee di ki, sia quelle del partner che quelle che partono da me stesso, in maniera più evidente. Per esempio, quando in una dimostrazione appoggio due bokken sul mio centro mostro anche che la forza viene dall’hara e non esclusivamente dalla muscolatura.
Kokyu Ho: respirare
Tradizionalmente da Tsuda sensei la seduta cominciava sempre con la Pratica respiratoria, poi si faceva l’esercizio che si chiama Solfeggio, dopo si lavoravano le tecniche e alla fine c’era sempre Kokyu Ho in suwari waza*. Per Tsuda sensei, Kokyu Ho era l’occasione di fare solo una cosa: respirare. Dava, tra l’altro, la visualizzazione di aprire le braccia come si apre il fiore di loto. Non c’è più tecnica, c’è solo una persona che ci prende, e poi respiriamo attraverso, facciamo circolare il ki, attraverso le nostre braccia, attraverso il partner. Qualunque sia la resistenza del partner, ci apriamo a ciò e realizziamo la fusione di sensibilità. Per me ogni Kokyu Ho è diverso, con ogni persona. Non c’è tecnica particolare, ci sono, invece, delle linee che si propagano a partire dall’hara, c’è come una specie di sole che irradia e si può seguire ogni raggio di sole per trovare questo hara, qualcosa s’incendia e la persona cade a sinistra, a destra e si fa l’immobilizzazione. È per me un istante privilegiato di respirazione profonda. Quando parlo di respirazione profonda, parlo ovviamente di ki, cioè quando si respira profondamente il ki si mette a circolare in modo diverso.
Awase al di là dei tatami: occuparsi del bebé, il vertice delle arti marziali
“Saper trattare bene un bambino piccolo è per me il vertice delle arti marziali”6. Quando Tsuda sensei scrive questa frase mette in relazione l’Aikido e il modo di occuparsi del bebé nel Seitai di Noguchi Haruchika sensei. Diceva anche che occuparsi del bebé è come avere una spada sopra la testa, appena si fa un errore “sciack”, la spada cade. Se si fa un parallelo con l’Aikido, il bebé è allo stesso tempo molto più esigente del maestro e molto più gentile; nel Seitai, occuparsi del bebé è avere un’attenzione permanente, costante, è abbandonarsi. I più grandi maestri parlano dell’importanza di abbandonarsi, è centrale nelle arti marziali. Awase, questa fusione di cui si parla, è anche accettare di abbandonarsi. Con il bebé tutto è questione di sensazione, si è nella fusione di sensibilità costante, come per esempio quando la mamma sa se il suo bebé piange perché ha bisogno di fare pipì, o ha fame o è stanco. Allo stesso modo, ma inversamente, per il samurai che si trovava di fronte al suo avversario, l’arte consisteva nello scoprire nell’altro il momento in cui la respirazione sarebbe stata irregolare, il momento in cui avrebbe potuto colpire. È fare appello a tutte le nostre capacità. Occuparsi del bebé è scoprire un mondo di sensibilità, per esempio attraverso l’arte di fare il bagno caldo nel Seitai. Sapere come far entrare un bebé nell’acqua, al momento della sua espirazione e farlo uscire dall’acqua all’inspirazione, quando si è capaci di occuparsi di un bebé in questo modo si è anche nel campo delle arti marziali. Toccare un bebé, cambiare un bebé nel ritmo della sua respirazione, farlo addormentare e posarlo addormentato senza svegliarlo… Certo, è molto più appariscente tirar fuori la propria katana e far finta di tagliare una testa! Ma per me, è talmente più difficile e importante mettere a letto un bebé che si è addormentato in braccio, essere capace di ritirare le mani da sotto il bebé senza che si svegli, questo è arte! Con un partner all’Aikido si può “barare”, un spintarella con le spalle, si forza un po’… con il bebé, non si può barare. C’è o non c’è fusione. Ho imparato molto con i miei bebé, penso che ho appreso con loro quanto con Tsuda sensei, anche se in modo diverso.
Musubi e Awase: l’inizio
Si considera generalmente che bisogna iniziare con l’imparare le tecniche e che dopo molti anni di lavoro si possono imparare Awase e Musubi. Nella nostra Scuola la Pratica respiratoria e la fusione di sensibilità sono all’inizio e inseparabili dal resto. Tutta la nostra ricerca si fa attraverso la respirazione, il “ki”. Questa direzione ci permette di approfondire la ricerca nella semplicità, piuttosto che nell’acquisizione e in questo senso ritroviamo la definizione di O Sensei Ueshiba: “Aikido è misogi”.
Articolo di Régis Soavipubblicatosullarivista Dragon Magazine, ottobre 2014. Tradotto dal francese.
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*Itsuo Tsuda (1914-1984), La via della spoliazione, p.173-174 *Armonizzarsi (awase), unirsi (musubi). *Una serie di esercizi individuali che precedono le tecniche a coppie. *Un mito descritto nel Kojiki. *Esercizio (ho) che ha per scopo l’approfondimento della respirazione (kokyu) che si pratica in ginocchio (suwari waza). *Itsuo Tsuda, Di fronte alla scienza, p. 25 *Termine shintoista traducibile come “purificazione del corpo e della mente”.
Nato nel 1914 Itsuo Tsuda avrebbe avuto cent’anni. Questo personaggio atipico, tenacemente indipendente, si considerava prima di tutto un filosofo ed è una figura fondamentale dell’Aikido in Francia. È lui che introdusse il Katsugen Undo* in Europa all’inizio degli anni ’70.Allievo diretto di O’Sensei Morihei Ueshiba per gli ultimi dieci anni della vita di quest’ultimo, Itsuo Tsuda non riteneva importante dell’Aikido né l’aspetto sportivo né quello di arte marziale, ma piuttosto la possibilità di fare attraverso quest’arte una ricerca interiore, personale. Qualificò questa dimensione come «pratica solitaria» e si dedicò a trasmetterla nei suoi libri e nel suo insegnamento.Iniziando l’Aikido a quarantacinque anni sono le nozioni di ki e di Non Fare che l’attirano principalmente. Questi aspetti sono particolarmente tangibili in una serie di esercizi che precedeva, presso O’Sensei Ueshiba, la tecnica e per la quale Itsuo Tsuda ha inventato l’espressione «Pratica respiratoria». Leggere di più →
“Mettere una calligrafia piuttosto che la foto di un Maestro, questo ha un altro interesse, che ho capito in seguito: questo evita un certo «culto della personalità». Invece di mettere una foto del maestro Ueshiba, ne avrei potuto mettere una del mio maestro, Itsuo Tsuda…. ma di colpo questo induce qualcosa verso «un Graande Maeeestro» che È, e questo va anche verso le religioni in cui ci sono dei santi, delle pitture di santi, delle statue di santi… nel buddismo c’è questo, nel cristianesimo anche, evidentemente…
Ma così, non c’è più la stessa risonanza, perchè sono delle foto di persone, dei «personaggi».
Con una calligrafia, questo permette a tutto il mondo di praticare, qualunque sia la sua religione.. perchè inchinarsi davanti al vuoto, questo non può infastidire nessuno…
Davanti ad un vuoto, dunque davanti alla natura, va molto bene…
E questo abitua l’occhio, poco a poco, inconsciamente ad apprezzare le calligrafie, se se ne guardano diverse, si comincia ad avere l’occhio che vede differentemente… la foto di un maestro confonde l’occhio, per me, mentre la calligrafia permette di aprirlo.
E’ in questo senso che per esempio, nel cristianesimo, malgrado tutto, le icone non sono delle immagini… c’è una differrenza tra l’immagine e l’icona… l’icona è una rappresentazione simbolica, anche se c’è un personaggio. E’ aperta verso qualcosa, mentre l’immagine è chiusa.
La calligrafia è stata una scoperta molto importante per me… posso sempre praticare davanti ad una foto ma, malgrado tutto quando ci si inchina davanti ad un maestro, ci si inchina davanti ad una persona in particolare, bisogna allora veramente visualizzare che ci si inchina davanti alla vita, e non davanti ad una persona… se questo implica di inchinarsi davanti ad un maestro, un semi-dio… Questo non è sano per un essere umano!
Mentre una calligrafia, è molto più vuota, soprattutto le calligrafie del maestro Tsuda, che non implicano la religione…
Itsuo Tsuda aveva fatto una calligrafia – ad inchiostro su carta questa volta – con la frase di Tchouang Tseu, che era il suo testamento e che aveva messo al dojo..:
«Quando sarò morto, se voi mi metterete nella terra, sono i vermi che mi mangeranno, se mi mettete all’aria, sono gli uccelli che mi mangeranno e se mi metterete nel mare, saranno i pesci a mangiarmi… fate di me ciò che volete!»
E curiosamente, c’è stata una cerimonia buddista alla sua morte, anche se non era buddista, è stato cremato con una cerimonia protestante, anche se non era protestante, e le sue ceneri sono in un cimitero cattolico, anche se non era cattolico! Favoloso!
Ma non è male, tutto sommato…
Era principalmente nel mese di maggio che Itsuo Tsuda faceva le sue calligrafie. Quando gli si chiedeva perchè le facesse a maggio, diceva «E’ la primavera!»
Aveva già fatto calligrafia in Giappone. Quando è arrivato in Europa, ha tracciato piccole cose, ma la carta che trovava non era adatta, quindi scriveva più che fare della calligrafia. E poi ha avuto voglia di esprimere qualcosa attraverso la calligrafia.
Considerrava sempre le sue calligrafie « calligrafie amatoriali ». In Giappone, non è calligrafia amatoriale, è quella fatta dai maestri Zen per esempio, o i maestri di Ikebana, di spada… fanno passare il loro insegnamento attraverso di loro.
È il caso del maestro Ueshiba. Le firmava del resto con un nome diverso. Quindi per il Maestro Tsuda era la trasmissione di un insegnamento attraverso un tracciato, era trasmettere qualcosa.
Ha cominciato a tracciare su carta di riso, ma come diceva lui, questa carta è molto fragile se non è incollata, si rovina velocemente…sfortunatamente, non trovava nessuno in Francia negli anni 70 che facesse questo lavoro di incollaggio. Ecco perchè ha deciso di utilizzare la tecnica del Batik, ed è questa tecnica che ha osservato in seguito per la maggior parte delle calligrafie che realizzo’.
Quindi, nel mese di maggio si preparava, in qualche modo, e tracciava le sue calligrafie.
E ne ha fatte tutti gli anni, per un certo numero di anni. Non ne faceva molte, forse una ventina, non di più.
Nonostante questo, il maestro Tsuda non usava la tecnica del Batik in maniera classica: normalmente si riempie un punto minuziosamente ed in seguito si tinge..lui intingeva il suo pennello da calligrafia nella cera calda e doveva riuscire a tracciare prima che la cera si seccasse. Questo per conservare l’atto del tracciato che si trova nella calligrafia tradizionale: si prepara l’inchiostro e poi si traccia. E’ un gesto unico senza interruzione.
Quando spiegava la sua tecnica, diceva che era molto difficile e che all’inizio aveva sbagliato molto. Ciononostante, era l’unico sistema per potere in Occidente, lasciarne una traccia.
Il maestro Tsuda tingeva lui stesso il tessuto, in generale in una specie di blu che definirei «blu giapponese», sia in una specie di marrone-rosso o anche in un blu scuro. Utilizzava unicamente questi tre colori ed ogni anno ne sceglieva uno – perchè il tal anno faceva il tal colore ed il tal altro un altro ? Questo, non lo ha mai speigato – inseguito, tirava la cera col ferro da stiro, con della carta assorbente. La calligrafia allora era pronta.”
Quando ho cominciato a insegnare l’Aikido, come molti altri, avevo una foto del Maestro Ueshiba al Tokonoma. Era cosi’ che avevo imparato, si salutava in direzione del maestro. Quando sono andato al dojo del Maestro Tsuda per la prima volta, c’era una calligrafia, stampata da uno dei suoi amici che era artista a partire da un’incisione su pietra molto antica. Era “Bodai”. Questa calligrafia era là mentre io mi aspettavo di vedere una foto del Maestro Ueshiba… Inoltre il suo tratto era grosso… -un tratto che era largo otto centimentri, molto largo!- E dava una risonanza diversa, respirava altrimenti…E un’altra dimensione. E il fatto di vedere la calligrafia a ogni seduta… questo cambia tutto.
Verso il mese di giugno, il Maestro Tsuda arrivava con queste calligrafie arrotolate sotto braccio e le metteva al dojo: erano in esposizione ed erano in vendita.
Bisogna dire che i primi anni, al dojo, non ci capivamo niente! Non si sapeva che cos’era, quindi domadavamo “cosa vuol dire?”… e non si era per niente capaci di apprezzare le calligrafie…
Il loro prezzo era fissato a circa cento euro, che è ridicolo, ma ci sembrava enorme!Quel prezzo solo per un ideogramma! Ci sembrava sproporzionato!
Abbiamo avuto bisogno, noi che eravamo al dojo, di un certo numero di anni per cominciare ad apprezzare e a sentire quello che lui esprimeva attraverso le calligrafie.
Spiegava a volte quello che oggi le persone che si interessano alla calligrafia sanno che non è il segno che è importante, ma lo spazio che delimita. Devo dire che all’epoca ci sembrava un po’ curioso. Tutto questo era piuttosto ermetico per noi. Non capivo. Poi, poco a poco, abbiamo cominciato ad apprezzare.
Erano gli svizzeri che ne compravano perché avevano più soldi che i francesi! E cosi’ c’è stato un buon numero di calligrafie che sono andate a finire in Svizzera.
Ma questo vuol dire che, in generale, c’era comunque un certo numero di persone che ne compravano. Spesso perché era un po’ come un ricordo del Maestro Tsuda. Ma dopo, purtroppo, queste persone non se ne prendevano sempre cura: abbiamo ritrovato delle calligrafie piegate in quattro perché erano state infilate in un cassetto. Il tessuto si era rovinato ovviamente!
Poco a poco per me, ciò ha preso un senso; e mi sono detto “se il Maestro Tsuda lascia queste calligrafie, è che c’è qualche cosa”.
Ho cominciato allora ad interessarmi alla calligrafia. Anche al di là di quelle di Itsuo Tsuda ho scoperto altri tipi di calligrafie e i kakemono. Ho cominciato a guardarle, a vedere e a provare di sentire cosa succedeva. E vendendo calligrafie di grandi maestri, come per esempio di maestri zen, poco a poco, ho scoperto che effettivamente non era l’estetica che contava, era un’altra cosa. Ma dipende dai Maestri: ci sono calligrafie di un gran maestro zen di cui posso dire “sì, sono molto estetiche, sono magnifiche sopra una credenza anni ’30, ma non mi parlano assolutamente!” E invece, a volte, delle calligrafie fatte da degli sconosciuti hanno una grande forza…
Qualche anno fa sono andato in un ristorante giapponese, e all’entrata vedo una calligrafia montata in kakemono. E mi son detto “Ah, questa è una calligrafia!” poi ho chiesto al padrone “che cos’è questa calligrafia?”… ha risposto “Oh, sono semplicemente degli auguri di riuscita, è mio nonno che li ha fatti…” Allora ti dici “sì, c’è del ki là dentro!”
Ovviamente, non era una calligrafia di insegnamento, e neanche una calligrafia estetica, ma sono gli auguri di un nonno per i suoi nipoti che sono andati ad aprire un ristorante in Francia. E quindi era piena!
È anche tutto questo che si puo’ scoprire nella calligrafia: ad un certo momento, ci parla. Non si capisce sempre cosa vuol dire ma ci si dice “Ah! Là c’è una persona, un certo tipo di attenzione!”
L’appuntamento è alle sette meno un quarto di mattina. La zona è quella della Chinatown milanese. Il luogo è un ex garage trasformato in un dojo tradizionale e spartano in cui, appena entrati, gentilmente ma con fermezza, ti indicano di toglierti le scarpe. I praticanti arrivano alla spicciolata, le facce assonnate, si danno il buongiorno sussurrando, quasi a non voler spezzare l’atmosfera livida di una Milano che sta per scuotersi di dosso il torpore dell’alba.
Ero stata invitata a una sessione di Aikido da Régis Soavi, francese, a Milano per uno degli stages che periodicamente conduce in Italia. Soavi porta avanti la scuola e il messaggio di Itsuo Tsuda (1914 – 1984), che fu allievo diretto di Morihei Ueshiba. Avevo letto un paio di libri di Tsuda, giapponese trapiantato in Francia. Strani libri i suoi, che non appartengono né al genere “arti marziali”, né al genere “saggi” o “narrativa”. Nella scuola di Tsuda convergono due esperienze fondamentali, l’Aikido e il “movimento rigeneratore”. Ho cercato di approfondire l’argomento insieme a Régis Soavi.
Chi era Itsuo Tsuda.– Lei è stato allievo diretto del Maestro Tsuda. Mi parli un pò di lui.
– Era un uomo semplice. Noi lo chiamavamo semplicemente signor Tsuda. Io stesso ho cominciato a chiamarlo maestro solo negli ultimi anni. Teneva molto a essere considerato soprattutto un filosofo e uno scrittore. La sua era una ricerca personale. Quando lo si incontrava, ci si rendeva conto immediatamente della sua forte personalità, ma allo stesso tempo era un asiatico comune. Incrociandolo per strada, non ci si rendeva conto che fosse un esperto di arti marziali, sembrava un giapponese come tanti altri. Comunque, sui tatami era una scoperta. Tsuda si rivolgeva a ogni persona direttamente, non parlava mai in generale. Al mattino dopo l’Aikido prendevamo il caffè insieme e lì raccontava delle storie rivolgendosi a tutti, ma ogni volta capivamo che c’erano delle persone in particolare che voleva raggiungere. Ciò che lo caratterizzava era soprattutto la semplicità.
– Leggo dalla biografia di Tsuda: “a sedici anni si rivoltò contro la volontà del padre che lo destinava a diventare erede dei suoi beni; lasciò quindi la sua famiglia e si mise a vagare alla ricerca della libertà di pensiero. Dopo essersi riconcigliato con il padre, si recò in Francia nel 1934, dove studiò sotto la guida di Marcel Granet e Marcel Mauss fino al 1940, anno del suo ritorno in Giappone. Dopo il 1950 si interessò agli aspetti culturali del Giappone: studiò la recitazione No con il Maestro Hosada, il Seitai con il Maestro Haruchika Noguchi e l’Aikido con il Maestro Ueshiba. Tsuda tornò in Europa nel 1970 per diffondere il movimento rigeneratore e le proprie idee sul ki”. Cosa ha fatto Tsuda durante la seconda guerra mondiale?
– Nel 1940 venne mobilitato e dovette rientrare in Giappone, con l’ultimo battello che attraversava il canale di Suez. Poi il canale fu chiuso. Fu arruolato e ricoprì una funzione amministrativa nell’esercito. Non ha mai combattuto.In seguito, subito dopo la guerra, ha lavorato per la compagnia Air France come interpredte. Ed è stato così che ha incontrato il Maestro Ueshiba. André Nocquet, un praticante di Judo francese, era venuto in Giappone per imparare l’Aikido e poiché non parlava giapponese, ha cercato un interprete; quell’interprede era Tsuda, che dell’Aikido fino a quel momento non sapeva niente; ma vi si appassionò subito.
– Tsuda ha conosciuto prima Ueshiba o Noguchi?
– Noguchi. Aveva circa 30 anni quando lo ha conosciuto, mentre ne aveva 45 quando ha incontrato Ueshiba.
– Cosa significa che non voleva accettare l’eredità della famiglia?
– Suo padre faceva parte di una famiglia di samurai, che con la modernizzazione Meiji si erano trasformati in industriali e capi d’impresa. E Tsuda non voleva lavorare nell’azienda di famiglia. Voleva portare avanti la propria vita; all’inizio con difficoltà: ha lavorato anche in una fabbrica chimica. Poi si è riconciliato con il padre ed è stato lì che ha deciso di proseguire gli studi in Francia. Tsuda amava molto la Francia.
L’Aikido
Nella Pratica Respiratoria il battito delle mani (1) precede e segue la recitazione del norito.(2) Il norito è un testo di origini shintoiste recitato in giapponese. Il senso di questa recitazione è di creare una risonanza nei praticanti.- Un altro momento della Pratica Respiratoria: Régis Soavi durante l’espirazione (3 -4) e il saluto alla calligrafia.(5)
-Secondo lei l’Aikido è un’arte marziale?
– No, conosce già la risposta. L’Aikido è una non-arte marziale: la pratica del non-fare. Il Maestro Ueshiba, in un’altra epoca avrebbe potuto rispondere che l’Aikido è un’arte marziale. Se però dico che non lo è, mi si obbietta: “ma allora è una danza”. Quindi io definisco l’Aikido una “non-arte marziale”. E poi è comunque qualcosa di diverso, infatti il Maestro Ueshiba l’ha chiamato ai-ki-do. Viene spesso tradotto come “via dell’armonia”, ma la definizione più appropriata è “via della fusione del ki”. Due persone si possono fondere. Fanno molto di più, che armonizzarsi: da due diventano uno, poi tornano ad essere due. In un’arte marziale di solito ci sono due antagonisti che si scontrano e ne resta solo uno; invece nell’Aikido c’è, la fusione delle sensibilità. Nella nostra scuola colui che attacca, attacca; l’altro si fonde: prende, assorbe e da due ne fa uno. Fà in modo che l’altro entri a fare un pò parte di lui. E in questo modo disarma. L’attacco non funziona più.
– Si impara quindi a prendersi la responsabilità anche per l’altro? Ovvero in una relazione fra due persone, basta la volontà di uno dei due per cambiare la qualità della stessa?
– Si impara a prendersi la propria responsabilità. Nella nostra scuola l’attaccante aiuta l’altro che ancora non riesce a “creare la fusione”, e la favorisce. Se attaccasse brutalmente, il principiante non riuscirebbe a realizzare la fusione, ma guidandolo gli fà riscoprire la sua capacità di movimento. Questa capacità la si possiede già. Se attraversando la strada arriva una macchina all’improvviso, si fa un salto indietro. E’ l’arte della schivata. Queste capacità emergono spontaneamente in condizioni eccezionali. Qui le si reintroducono, in modo che diventino più naturali, che partecipino a ogni istante della nostra vita.
– Voi praticate tutti i giorni al mattino presto. Come mai?
– Il maestro Ueshiba praticava al mattino, il maestro Tsuda anche, io ho continuato a praticare al mattino. Questa è una prima ragione. La seconda ragione è che vengono solo le persone decise e motivate, perché per venire a quell’ora bisogna alzarsi intorno alle cinque e mezzo. Al mattino si è più freschi che non a fine giornata ed è più facile praticare il non fare, per lo meno per i principianti; si è più “involontari”, ancora mezzo addormentati, non si è ancora perfettamente dentro il proprio “essere sociale” che serve durante la giornata per incontrare le persone e svolgere il proprio lavoro: sorridere quando si deve, non sorridere quando non si deve, ringraziare, eccetera. Il mattino, quando si arriva al dojo si è ancora puliti, poco strutturati e quindi c’è una maggior verità.
– In cosa il vostro Aikido si differenzia dalle altre scuole?
– Non ci sono differenze, è Aikido. Non so cosa si faccia nelle altre organizzazioni oggi, per esempio nell’Aikikai che ho lasciato vent’anni fa. Credo però che siano state dimenticate alcune cose. Per esempio, la prima parte della “pratica respiratoria”, che il maestro Ueshiba faceva tutte le mattine e che noi abbiamo conservato. Di essa, altrove, sono state conservate alcune forme, ma gran parte è andata perduta. Penso che ciò si adatti di più agli occidentali e alla nostra epoca, ma io preferisco rimanere più tradizionale.In una nostra sessione di Aikido c’è una prima parte in cui si pratica da soli per circa venti minuti, e una seconda in cui si pratica a coppie: uno dei due partner attacca e l’altro esegue la tecnica; qui troviamo le stesse tecniche praticate nell’Aikikai o dal maestro Kobayashi, o da qualsiasi altro maestro. La differenza sta nel modo di farle, un modo che dà molta più importanza al partner; si tiene completamente conto di lui e, in questo, credo che abbia svolto un ruolo fondamentale la nostra pratica del katsugen undo.
Il movimento rigeneratore (Katsugen undo)
– Cos’è il katsugen-undo?
– Nella nostra scuola ci sono due pratiche unite da uno spirito comune: l’Aikido, di cui abbiamo
appena parlato e il movimento rigeneratore, che Tsuda aveva appreso dal maestro Noguchi: un “movimento che permette il ritorno alla sorgente”.E’ stato questo che ha permesso di comprendere meglio la parte non-fare dell’Aikido.Spesso quando arrivano delle persone da altri dojo vedo che “hanno” una tecnica: rispondono agli attacchi in un certo modo,ma non c’è più niente di spontaneo, tutto è calcolato, registrato, appreso, ordinato.
– E il movimento rigeneratore dovrebbe ricondurre l’individuo alla spontaneità?
– Sì, è l’arte della spontaneità per eccellenza.
– E deriva dal Seitai di Noguchi, se ho ben capito.
– Sì.
– Che cosa vuol dire “Seitai” ?
– Vuol dire “terreno normale” . Il Seitai soho , per esempio, è una tecnica per “Seitaizzare” le persone, ovvero dar loro la possibilità di ritrovare il terreno normale; il katsugen undo, invece, è il movimento del sistema motorio extrapiramidale, il movimento involontario, che scatta da solo e “seitaizza” l’individuo. Non si tratta di un sistema di acquisizione, al contrario è un sistema di spoliazione, non si acquista una maggiore flessibilità, piuttosto ci si libera dall rigidità. Non si acquista niente, si perdono delle cose, ci si libera di ciò che ci disturba. Anche nell’Aikido questo è importante. L’Aikido non è una via per acquisire delle tecniche, o per avere dei risultati bensì per ritrovare delle cose molto semplici. Per questo il maestro Tsuda usava dire “ridivenire bambini senza essere puerili” .
– Ueshiba conosceva il Seitai? E come si sposano il Seitai e l’Aikido?
– È stato Tsuda a operare questa unione. Non credo che Ueshiba conoscesse il Seitai. Al contrario, il maestro Noguchi, era andato a vedere una dimostrazione di Ueshiba, dopo la quale aveva detto: “Va bene” . E questo in Giappone è sufficiente.
Il ki
– Noguchi ha fondato il Seitai o esisteva già una tradizione del Seitai che lui ha perpetuato?
– No, lo ha creato lui. Inizialmente Noguchi era un guaritore, fino a quando ha “scoperto” il movimento involontario. Un giorno si è reso conto che le persone si ammalavano, andavano da lui, lui faceva passare il ki, esse guarivano e se ne andavano; poi si riammalavano e ritornavano. . . Questo avrebbe fatto felice un qualsiasi pranoterapeuta che si sarebbe fatto un parco clienti fisso. Ma Noguchi partiva da un punto di vista diverso: “A cosa serve che io li guarisca visto che si riammalano? E ogni volta che si ammalano dipendono da me”. Per lui era assurdo. Ha scoperto che con il “katsugen undo” non si ha bisogno di qualcuno che ci guarisca, il corpo non ha bisogno di nessuno, fa tutto da solo.
– Si può dire che il nostro ki ci guarisce?
– No, il ki non guarisce. Il ki attiva la capacità vitale dell’individuo, ma siamo già pieni di ki ! Se il nostro corpo lavora normalmente, non abbiamo bisogno di altro. Se ho dei microbi nel corpo, questo fa scattare la febbre e la produzione degli antibiotici “home made”, degli anticorpi, eccetera. Noguchi non faceva altro che attivare la vita quando gli individui erano troppo deboli. Ancora più interessante è che gli individui stessi possono attivare la vita da soli, senza avere bisogno di nessuno, senza dover domandare che qualcuno lo faccia per loro.
– E funziona questo metodo per curarsi?
– Non ci si cura . Se ci si rompe un braccio, una volta rimesso a posto l’osso, che cosa fa sì che esso si rinsaldi? Non sono le medicine, non sono i medici, e nemmeno il ki. Anche se non si fa niente, le ossa si rinsaldano, semplicemente perché si è vivi! Se si riscopre questa capacità, tutto il corpo funzionerà in questo modo.
– E per quanto riguarda il cancro, come funziona? E’ più difficile far funzionare delle cellule che sono impazzite.
– Nel caso del cancro si tratta di pigrizia del corpo; il corpo è talmente danneggiato, che sta per morire. Ma ci sono persone che sopravvivono al cancro. Come succede? Non mi riguarda, perché non mi occupo di terapia, non mi occupo di guarire le persone. Ma ciò che è sicuro è che ci sono persone che non hanno lasciato lavorare il loro corpo; a ogni piccolo problema hanno preso delle medicine. Le cose, oggi, vanno in questo modo anche con la nascita, la gravidanza; già dall’inizio della vita si è medicalizzati, ospedalizzati, quando invece si tratta di eventi naturali, in cui la vita lavora.
– Si potrebbe allora dire che sono i pensieri a essere malati?
– Non solo. È un insieme. Tuttavia, ciò che Noguchi ha apportato di nuovo è la possibilità, a chi lo vuole, di risvegliarsi. Non si tratta di risvegliare gli individui ad ogni costo; e nemmeno di proporre un metodo geniale che guarirà tutti. Può servire solo alle persone che hanno il desiderio di andare in una certa direzione. Gli altri, i pigri, non hanno niente da fare, qui. In questa società c’è già un infinito numero di specialisti che si occupano di loro: i medici, i sacerdoti, gli psicoanalisti, i guru, eccetera. Quanto a me, preferisco vivere la mia vita totalmente, preferisco che non ci sia bisogno di occuparsi di me.
– Sul nostro giornale avevamo iniziato una discussione sul ki, su come ogni disciplina orientale lo interpreta e lo usa. Sarebbe interessante sentire anche la vostra opinione.
– Il ki è una parola intraducibile, oggi. Ki, Ch’i, Spiritus. . . Che cos’è? Il ki ha mille forme: il buon ki, il cattivo ki…. si tratta di qualcosa di indefinibile. Quando si entra in un posto, in un ambiente, si può dire che si sente un certo ki. Ma quello che a qualcuno pare un ki gradevole, a un altro può sembrare completamente sgradevole. Ilki non è qualcosa di definito. Nell’Aikido, c’è senza dubbio un ki nell’attacco che arriva. Talvolta, camminando per la strada, improvvisamente si sente qualcosa sulla nuca. Ci si gira e non si vede nessuno, poi ci si accorge che da un tetto c’è un gatto che ci guarda. Si è sentito il ki dello sguardo del gatto. Come spiegarlo? Si constata, ma poter spiegare cos’è… Essere in armonia con il ki. Ma quale ki? Non è semplice.
– Ricordo una sua conferenza nella quale diceva che quando si ha male è naturale appoggiare la mano sulla parte dolorante. Per esempio, quando abbiamo il mal di testa, è un gesto naturale portare la mano alla testa e che questo è già un modo di utilizzare il ki.
– Sì, posare la mano è yuki. Quando fa male la testa, si mette la mano sulla testa e il ki passa. In questo caso si concentra il ki. Il ki c’è già, circola, ma lo si concentra. Quando si ha male da qualche parte, si posano le mani su quel punto: in questo caso è talmente semplice, non ci si pensa nemmeno, lo si fa spontaneamente. Invece, quando si fa yuki a qualcuno c’è in più la concentrazione, la direzione.
– Quindi nella vostra scuola voi praticate yuki gli uni agli altri?
– Quando pratichiamo il movimento rigeneratore facciamo anche l’esercizio di yuki. Tuttavia, più che “fare” yuki, lo si riscopre. Si riscopre qualcosa che tutti già conoscono, una conoscenza che risale a quando si era bambini.
– La traduzione di yuki?
– “Ki gioioso”.
La percezione del sacro
– Il seitai si rifà a una tradizione religiosa di qualche tipo, come l’aikido?
– Né l’uno né l’altro seguono un credo religioso.
– Però Ueshiba era talmente influenzato dall’Omoto-kyo (una setta shintoista) che nel suo pensiero l’aikido e la religiosità non sono sempre ben distinguibili.
-Ma l’aikido in sé non è affatto religioso. Si iscrive in una tradizione sacra, questo sì. Sicuramente Ueshiba aveva un rapporto molto forte con il sacro. E anche il maestro Tsuda considerava il dojo come uno spazio sacro. Del resto cos’ è il dojo ? E’ uno spazio dove pratichiamo la Via. E la Via è resa in giapponese con l’ideogramma di “Tao”. Non si pratica la Via dappertutto.C’ è bisogno di uno spazio consacrato a questo scopo.
– Ma cos’ è il sacro per lei?
– Non posso darne una definizione precisa. Resta il fatto che le persone dicono “Il sacro sì, la religione no !” Devo tenere conto degli individui che leggeranno il giornale . Una particolarità della nostra scuola è che non si pratica davanti a una foto di Ueshiba o di Tsuda, ma davanti a una calligrafia; la calligrafia appesa in questo dojo , per esempio, è “Mu” , il vuoto.
– E usate la stessa calligrafia in ogni dojo?
– No. A Tolosa hanno una calligrafia che significa “Il drago esce dallo stagno dove giaceva addormentato”. Ad Avezzano hanno una calligrafia che significa “Bodai” , ovvero lo “stato del risveglio, dell’illuminazione” .
– Che significato ha questa abitudine?
– Praticare davanti a una calligrafia crea un ambiente diverso che praticare davanti a una foto. Mettermi davanti a una calligrafia che significa “vuoto” personalmente mi riempie. Praticare davanti alla foto di un personaggio, fosse anche il fondatore della scuola, mi sembra un atteggiamento religioso, devozionale. Ueshiba non praticava davanti a una foto. Una calligrafia è “vuota”. E poi tengo molto a che le persone che vengono in un dojo comprendano il senso del sacro ma anche che non ci sono dèi da venerare qui. Non ci occupiamo delle credenze religiose o politiche delle persone. Allo stesso tempo, questo luogo, non è soltanto fisico. Non è una palestra, dove ci si allena, si suda e si fa la doccia.È un dojo permanente, dove non si praticano che l’Aikido e il movimento rigeneratore.
– Penso che le persone siano interessate anche a conoscere l’origine, che sia culturale, filosofica o religiosa delle discipline che praticano. Nella tradizione cinese, per esempio, le arti marziali classiche hanno avuto se non inizio, per lo meno un grande sviluppo all’interno di monasteri , buddhisti e taoisti.
– Tutto ha avuto inizio con la religione. Anche l’arte in Europa ha avuto inizio con la religione. Adesso è la pubblicità che dà impulso all’arte. La pubblicità è la nuova religione. Lo stesso Ueshiba diceva che l’Aikido non è una religione ma che, semmai, esso illumina le religioni, permettendo una migliore comprensione. Del resto, lui stesso recitava il “norito” davanti a piccoli altari buddhisti o shintoisti, o persino davanti a immagini di Gesù.
– Perché recitate il norito , quest’invocazione shintoista prima della pratica?
– Non è shintoista. Non so cosa sia. Dico che non è shintoista perché è qualcosa di più antico, qualcosa che è stato poi adottato dallo shinto . Il Maestro Ueshiba in questo caso parlava di “kotodama” . Che cos’è il kotodama ? E’ la risonanza.
– Come un mantra?
– Se si vuole. Lo shinto ha attinto a origini più antiche; così come il cattolicesimo che ha integrato le tradizioni più antiche della Pasqua ( che era in origine una ricorrenza ebraica) e del Natale (i “Saturnalia” romani; lo “Yule” celtico e nordico).
– In cosa consiste?
– E’ un piccolo testo. Ci vogliono pochi minuti per recitarlo.
– E insegnate ai praticanti il significato di queste parole ?
– No. Quello che conta di più è la vibrazione, la risonanza.
– Quindi le persone accettano di partecipare a qualcosa che non comprendono?
– Sì.
– Ma lei comprende il senso di questo testo?
– No. E’ la sensazione interiore che mi importa di più. Si fanno tante cose che non si capiscono, ma che si sentono.
Stage d’été de l’Ecole Itsuo Tsuda
Ognuno sa già tutto ciò che gli serve
– A una persona che si avvicina a un’ arte marziale, è sempre richiesto un grande atto di fiducia nel maestro. Il praticante suppone che un giorno arriverà a capire, che otterrà dei risultati. Spera di ottenere degli effetti visibili, la prova che ciò che sta facendo funziona, anche se forse non a breve termine.
– Ci si comporta sempre in funzione del ragionamento.Si fa qualcosa, poi si comprende, poi si diventa, eccetera.Invece con il Maestro Tsuda si scopriva qualcos’ altro.Ho praticato l’Aikido con altri maestri prima di lui, ho conosciuto diverse scuole e forme, ma con Tsuda ho scoperto la non-forma : di fatto la forma esiste, ma è molto vaga.
Con Tsuda si cambia orientamento. Nella pratica, come lui l’insegnava, ci si ritrovava. Questa sensazione di ritrovarmi è ciò che mi ha portato a lasciare tutto quello che facevo d’altro: l’Aikido delle federazioni, il Ju-jitsu, eccetera. Non si ha più bisogno di spiegazioni. Credo che le persone che vengono qui sentano questo. Riscoprono la sensazione. Non hanno bisogno che si spieghi loro che fanno questo per una ragione, quest’altro per un’altra… Sentono, vedono, comprendono interiormente, scoprono; è questo ciò che conta di più per loro.In ogni modo, le conseguenze della conoscenza oggi sono cattive. Più si scoprono delle cose, più si pongono dei problemi. Non voglio dire che non si debba conoscere nulla o imparare nulla, però bisogna avere fiducia in ciò che vi è di istintivo negli esseri umani; nell’intuizione delle donne quando si occupano dei loro figli appena nati, per esempio. Quando una donna prende in braccio un neonato, non si domanda: “Chissà se ha fame, se ha fatto pipì, se ha sonno, se ha sete?”. Lei sa già di cosa ha bisogno il bambino, intuitivamente. Lo ha sempre saputo. Quando era bambina non aveva bisogno di utilizzare questa conoscenza ma quando diventa madre, l’utilizza e basta.Le persone sentono , ma normalmente questo tipo di percezione si arresta all’inconscio, non emerge. E quindi, ufficialmente, si dice “Non lo so”, ma in fondo, sappiamo già tutto.
La responsabilità individuale
– Che cosa propone, in definitiva, la scuola del Maestro Tsuda?
– Semplicemente dare alle persone un luogo dove si possono scoprire autonome , responsabili. Per esempio qui a Milano, il dojo si chiama “Scuola della Respirazione” e sono i membri stessi della scuola che lo gestiscono e condividono ogni tipo di responsabilità. Ci sono naturalmente delle persone che vengono agli stages per avere delle soluzioni ai loro problemi, ma non è quello che proponiamo noi; non proponiamo nemmeno un modello ideale che basta copiare per sistemarsi la vita. Ed è per questo che l’Aikido che noi pratichiamo è diretto a individui molto diversi tra loro: non è assolutamente “uno stile, una scuola”. Siamo individui diversi che praticano insieme, per ritrovare quello che di più profondo abbiamo; chi viene qui non viene per essere “preso a carico” dagli altri. Viene per scoprire qualcosa che gli deve servire nella vita quotidiana e che, altrimenti, non ha valore.
– Degli esempi concreti su come la vostra pratica possa servire nella vita quotidiana?
– Gli individui sono meno stressati, si prendono più tempo per sé, sono più concentrati. Attenzione, non è un metodo “miracoloso” che rende tutte le persone belle, intelligenti, ricche e generose. Può servire nel lavoro, nel rapporto con gli altri, nel rapporto con i propri figli, ma non è una panacea.
– Ci sono delle persone che cominciano a praticare le arti marziali per essere più forti, ma poi vi scoprono altre cose, altri valori. Si può , per esempio, imparare a cedere invece che aggredire, come insegna il Taiji, si “fa entrare” l’avversario, invece che opporgli un blocco e poi si va nella stessa sua direzione, si sfrutta il suo movimento. E’ un atteggiamento trasferibile anche ai rapporti umani al di fuori della palestra.
-Infatti, invece di avere delle relazioni aggressive con gli altri esseri umani si può entrare in armonia e trovare qualcosa di più vero. Oggi le relazioni tra esseri umani sono troppo superficiali. Non ci si occupa più dei bambini: vengono messi al nido, poi a scuola, poi fanno il servizio militare… Ritrovare il contatto è importante. O ritrovare il piacere di lavorare e di fare un lavoro perché ci interessa. Questo non vuol dire che dobbiamo comportarci tutti allo stesso modo. Per ognuno di noi sono importanti cose diverse. Si rispetta il ritmo di ognuno. Alcuni ci mettono cent’anni a scoprire le cose più semplici e altri le scoprono subito, ma non per questo le utilizzano; scoprono in fretta un sacco di cose e poi spariscono.
– L’importante è che sia servito loro.
– L’importante è che esistano luoghi come questo, dove le persone che cercano possano venire a trovare.
– Ma forse, ancora più importante è che una volta che si è trovato, si cominci a dare . Che il fatto di aver trovato, possa servire a qualcuno.
– Sono d’accordo, ma ci sono molte persone che esistono solo in funzione del dare: e danno, danno. Alla fine gli altri non ne possono più di ricevere. È come quando si dà da mangiare al proprio bimbo: “Un cucchiaio per la mamma un cucchiaio per il papà un cucchiaio per la sorellina”; il bambino alla fine scoppia, non ne può più. I genitori fanno questo “per il nostro bene”. Ma anche i dittatori fanno delle cose “per il bene della nazione” Cosa si può fare per il bene degli altri? Un sacco di cose.
– Questa è un’espressione di egocentrismo .
– Certo. Ci sono anche delle persone che danno agli altri per non fare loro stessi o per se stessi. Sono piuttosto diffidente al riguardo. Ma è vero che se si dà in modo giusto, equilibrato, lo si sente, è qualcosa di vero.
– E’ per questo che in certe forme di arti marziali influenzate dallo zen, si cerca di eliminare l’ego…
– Ma non è possibile eliminare l’ego. Si può dire che non si deve essere egoisti o egocentrici. Il piccolo sé rappresenta l’unità della nostra personalità: l’importante è che non diventi il “padrone”.
Finita la sessione, i praticanti della Scuola della Respirazione, tirano fuori un lungo e basso tavolo attorno al quale fanno colazione tutti insieme, seduti per terra sui tatami.Nonostante siano ormai le otto passate e tutti siano completamente svegli, il tono delle voci resta smorzato, quasi a voler rimandare il più possibile l’entrata nel ritmo quotidiano e vociferante della città, e a trattenere il più possibile quest’altro ritmo, più interiore e pacifico, per sé.
Articolo di Monica Rossi pubblicato sulla rivista “Arti d’Oriente” (num.2 / febbraio 1999)