Morihei Ueshiba O Senseï recitava durante il suo corso il norito, invocazione di origine Shinto. Itsuo Tsuda negli ultimi anni lo recitava quotidianamente e la tradizione è proseguita all’interno della Scuola Itsuo Tsuda.
“Il norito non appartiene al mondo della religione ma certamente al mondo del sacro nel senso Animista. Le vibrazioni e la risonanza portata dalla pronuncia di questo testo ci apportano a ogni seduta una sensazione di calma, di pienezza e a volte qualcosa che va al di là e resta inesprimibile. Il norito è un Misogi.* Per sua essenza, non è mai perfetto, cambia ed evolve. È il riflesso di un momento del nostro essere.”(Régis Soavi)
Questo norito è molto conosciuto in Giappone, si chiama Misogi no harae. La versione che recitava il Maestro Tsuda è in qualche modo una versione corta.
Itsuo Tsuda ricevette questo norito dalle mani di Nakanishi sensei che incontrò in occasione di un viaggio in Giappone. Lei gli trasmise anche la posizione delle mani che, senza essere rigida, è di una grande precisione. È un nodo di ki; tutte le dita devono toccarsi e anche la posizione dei gomiti ha la sua importanza. Nakanishi sensei fu la maestra di Kotodama di Morihei Ueshiba”da un colloquio con Régis Soavi
Itsuo Tsuda stesso scriverà: “Ad un dato momento della sua vita, il Maestro Ueshiba si è sentito bloccato nella prosecuzione della via, si è trovato di fronte ad un vicolo cieco. Era molto forte fisicamente, ma sentiva che gli mancava qualcosa. Fu allora che conobbe i Nakanishi. Aveva 56 o 57 anni mentre la signora Nakanishi ne aveva 20 e poco più. (…)”Itsuo Tsuda, La via degli Dei
Nel suo libro La via degli Dei (ed. originale La voie des Dieux, Le Courrier du Livre – 1982), Itsuo Tsuda tenta di chiarire alcuni soggetti di diffecile accesso come lo Shinto e il Kotodama. Noi ne pubblichiamo qualche estratto per accompagnare l’ascolto della recitazione del Norito da parte di Itsuo Tsuda.
“E’ veramente difficile definire quello che viene chiamato “shintoismo”, letteralmente, la Via degli Dei. La denominazione è stata inventata per la necessità di paragonarla con le altre forme di “credenza” che sono state introdotte in Giappone nel corso dei secoli.(…)”
“Se devo dire in poche parole che cosa sia lo shintô , citerò un proverbio francese del XV secolo: «Acqua che scorre non porta con sé alcuna immondizia». Ciò che è importante, non è il dogma, ma la sensazione immediata di serenità. E’ possibile mantenere costantemente una sensazione di serenità, in qualsiasi circostanza? Se ci riuscite, non ho nulla da aggiungere. Sono piuttosto dell’avviso che la maggior parte delle volte, proviamo una serenità precaria in certe particolari condizioni. Ci sforziamo di conservare questa serenità irrigidendoci. Significa salvare le apparenze. È essere ciechi non ammettere che abbiamo debolezze e difetti. Questo proverbio è oggi quasi sconosciuto. .(…)”
Kotodama (vibrazioni)
“Tutto l’Universo è concepito come pieno di sensazioni vibratorie. Queste vibrazioni esistono prima di essere percettibili. Così, il Maestro Ueshiba parlava spesso, per esempio, del kotodama della vocale «u», vibrazione che nasce dal ventre. Spiegava le funzioni di tutto il vocalismo che erano, in fondo, molto semplici, ma mi era difficile capirle perché si trattava di cose che non rientravano nelle mie abitudini.(…)”
“Secondo la signora Nakanishi, la particolarità del budô, delle arti marziali, risiede nell’attitudine a rispondere alle risonanze. E’ in questo che le arti marziali si incontrano col kototama . E’ anche in questo che differiscono dagli sport. In effetti, le arti marziali sono nate in tempi in cui si era esposti continuamente alla fatalità, senza preavviso. Non si trattava di esibire una tecnica fisica, davanti a degli spettatori in ammirazione, come al circo. Bisognava sentire l’avvicinarsi di un pericolo prima che i dati percettivi lo confermassero. Il momento della conferma è già troppo tardi perché determina non dei punteggi, ma la vita o la morte.(…)”
“L’aikido concepito come movimento sacralizzato dal Maestro Ueshiba, sta scomparendo per lasciare il posto all’aikidô atletico, sport di combattimento, più conforme alle esigenze dei civilizzati.«Il vero budô deve essere come una specie di mai » ha detto la signora Nakanishi. «Sono gli altri che vi girano intorno, ma il vero maestro non si muove».Nello shintô , non c’è opposizione tra Dio e uomo come nel cristianesimo. Si tratta di ritrovare Dio in voi stessi. Questo viene chiamato chinkon kishin , placare l’anima e fare ritorno a Dio. Di fatto, non si può né calmare né agitare l’anima. Si purifica il ki che si attacca alla nostra persona per mantenerci in vita, ma che allo stesso tempo ci espone a costanti agitazioni. (…)”Ha detto anche: «Di miracoli non abbiamo bisogno. La cosa più difficile è essere naturali, essere normali». Il mare calmo riflette la luna nella sua forma rotonda. Il mare agitato non dà che riflessi frammentati.(…)”
“L’insegnamento della signora Nakanishi mi ha svelato una nuova dimensione dell’universo. L’universo dello shintô non corrisponde in niente alla concezione geocentrica pre Copernicana né alla concezione eliocentrica, consolidata da Newton. L’universo di cui lei parla non è situato da nessuna parte. Si crea dal Vuoto originale, nel momento e nel luogo in cui vi è necessità, e scompare appena il caso è chiuso.A partire dal Vuoto, si crea il Niente ed il Niente crea l’Esistenza. E L’Esistenza culmina nel Niente che ritorna al Vuoto. Non c’è quindi una creazione all’inizio del mondo, una volta per tutte. Ogni istante può essere il momento della creazione. Chiunque ci provi può creare l’Universo là dove si trova.Non dobbiamo dunque discutere con un Gagarin per negare o affermare l’esistenza di Dio nello spazio. Lo shintô è troppo fluido per irrigidirsi nella sclerosi.
Ogni giorno è il primo giorno della creazione. Ogni giorno è forse l’ultimo giorno del ritorno al Vuoto.(…)” Itsuo Tsuda La Via degli Dei
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Un ponte tra l’Oriente e l’Occidente, Lettura-IncontroTracciando una profonda considerazione sugli sviluppi più importanti del pensiero umano, Tsuda attraversa Oriente e Occidente e pone il ki al centro della sua ricerca.Tsuda è venuto in Francia nel 1934 e ha studiato alla Sorbona con il sinologo Marcel Granet e il sociologo Marcel Mauss. Nel 1940, tornato in Giappone, si interessa agli aspetti culturali del suo paese, come la recitazione del Noh, la tecnica seitai e l’ Aikido. Negli anni ’70, comincia a diffondere le sue idee sul ki in Europa e pubblica nuovi libri in lingua francese.Creando un ponte tra Oriente e Occidente, è stato in grado di sviluppare e presentare la conoscenza che le e’ stata trasmessa dai suoi insegnanti. Una sfida in cui l’essere umano è considerato al di là del tempo, luogo e tradizione. L’essere umano in quanto tale. La vita nei suoi molteplici aspetti. Tsuda offre un modo per risvegliare la sensibilità e per trovare la libertà interiore.Questa lettura-incontro, condotta da Regis Soavi, conferenziere e insegnante di Aikido, allievo diretto di Tsuda, e Yan Allégret, scrittore e attore, sarà l’occasione per scoprire questo percorso.Martedì, 4 novembre 2014 alle ore 19:30 presso l’Anfiteatro Guizot17, rue de la Sorbonne Paris 75005Ingresso gratuito su richiesta tramite i servizi culturali: Agenda-culturel@paris-sorbonne.fr.
L’attore, scrittore, Yan Allegret ha letto alcuni estratti dei libri di Tsuda, live Sabato, 8 febbraio 2014, al tè-biblioteca di Blois, le Liberthé.
Il movimento non costituisce un apporto esterno. Traccia il cammino per la scoperta di se? in profondita?. Questo cammino non e? una linea retta verso il paradiso, ma un percorso tortuoso.
“Mettere una calligrafia piuttosto che la foto di un Maestro, questo ha un altro interesse, che ho capito in seguito: questo evita un certo «culto della personalità». Invece di mettere una foto del maestro Ueshiba, ne avrei potuto mettere una del mio maestro, Itsuo Tsuda…. ma di colpo questo induce qualcosa verso «un Graande Maeeestro» che È, e questo va anche verso le religioni in cui ci sono dei santi, delle pitture di santi, delle statue di santi… nel buddismo c’è questo, nel cristianesimo anche, evidentemente…
Ma così, non c’è più la stessa risonanza, perchè sono delle foto di persone, dei «personaggi».
Con una calligrafia, questo permette a tutto il mondo di praticare, qualunque sia la sua religione.. perchè inchinarsi davanti al vuoto, questo non può infastidire nessuno…
Davanti ad un vuoto, dunque davanti alla natura, va molto bene…
E questo abitua l’occhio, poco a poco, inconsciamente ad apprezzare le calligrafie, se se ne guardano diverse, si comincia ad avere l’occhio che vede differentemente… la foto di un maestro confonde l’occhio, per me, mentre la calligrafia permette di aprirlo.
E’ in questo senso che per esempio, nel cristianesimo, malgrado tutto, le icone non sono delle immagini… c’è una differrenza tra l’immagine e l’icona… l’icona è una rappresentazione simbolica, anche se c’è un personaggio. E’ aperta verso qualcosa, mentre l’immagine è chiusa.
La calligrafia è stata una scoperta molto importante per me… posso sempre praticare davanti ad una foto ma, malgrado tutto quando ci si inchina davanti ad un maestro, ci si inchina davanti ad una persona in particolare, bisogna allora veramente visualizzare che ci si inchina davanti alla vita, e non davanti ad una persona… se questo implica di inchinarsi davanti ad un maestro, un semi-dio… Questo non è sano per un essere umano!
Mentre una calligrafia, è molto più vuota, soprattutto le calligrafie del maestro Tsuda, che non implicano la religione…
Itsuo Tsuda aveva fatto una calligrafia – ad inchiostro su carta questa volta – con la frase di Tchouang Tseu, che era il suo testamento e che aveva messo al dojo..:
«Quando sarò morto, se voi mi metterete nella terra, sono i vermi che mi mangeranno, se mi mettete all’aria, sono gli uccelli che mi mangeranno e se mi metterete nel mare, saranno i pesci a mangiarmi… fate di me ciò che volete!»
E curiosamente, c’è stata una cerimonia buddista alla sua morte, anche se non era buddista, è stato cremato con una cerimonia protestante, anche se non era protestante, e le sue ceneri sono in un cimitero cattolico, anche se non era cattolico! Favoloso!
Ma non è male, tutto sommato…
Era principalmente nel mese di maggio che Itsuo Tsuda faceva le sue calligrafie. Quando gli si chiedeva perchè le facesse a maggio, diceva «E’ la primavera!»
Aveva già fatto calligrafia in Giappone. Quando è arrivato in Europa, ha tracciato piccole cose, ma la carta che trovava non era adatta, quindi scriveva più che fare della calligrafia. E poi ha avuto voglia di esprimere qualcosa attraverso la calligrafia.
Considerrava sempre le sue calligrafie « calligrafie amatoriali ». In Giappone, non è calligrafia amatoriale, è quella fatta dai maestri Zen per esempio, o i maestri di Ikebana, di spada… fanno passare il loro insegnamento attraverso di loro.
È il caso del maestro Ueshiba. Le firmava del resto con un nome diverso. Quindi per il Maestro Tsuda era la trasmissione di un insegnamento attraverso un tracciato, era trasmettere qualcosa.
Ha cominciato a tracciare su carta di riso, ma come diceva lui, questa carta è molto fragile se non è incollata, si rovina velocemente…sfortunatamente, non trovava nessuno in Francia negli anni 70 che facesse questo lavoro di incollaggio. Ecco perchè ha deciso di utilizzare la tecnica del Batik, ed è questa tecnica che ha osservato in seguito per la maggior parte delle calligrafie che realizzo’.
Quindi, nel mese di maggio si preparava, in qualche modo, e tracciava le sue calligrafie.
E ne ha fatte tutti gli anni, per un certo numero di anni. Non ne faceva molte, forse una ventina, non di più.
Nonostante questo, il maestro Tsuda non usava la tecnica del Batik in maniera classica: normalmente si riempie un punto minuziosamente ed in seguito si tinge..lui intingeva il suo pennello da calligrafia nella cera calda e doveva riuscire a tracciare prima che la cera si seccasse. Questo per conservare l’atto del tracciato che si trova nella calligrafia tradizionale: si prepara l’inchiostro e poi si traccia. E’ un gesto unico senza interruzione.
Quando spiegava la sua tecnica, diceva che era molto difficile e che all’inizio aveva sbagliato molto. Ciononostante, era l’unico sistema per potere in Occidente, lasciarne una traccia.
Il maestro Tsuda tingeva lui stesso il tessuto, in generale in una specie di blu che definirei «blu giapponese», sia in una specie di marrone-rosso o anche in un blu scuro. Utilizzava unicamente questi tre colori ed ogni anno ne sceglieva uno – perchè il tal anno faceva il tal colore ed il tal altro un altro ? Questo, non lo ha mai speigato – inseguito, tirava la cera col ferro da stiro, con della carta assorbente. La calligrafia allora era pronta.”
Seguito della corrispondenza di Itsuo Tsuda di cui pubblichiamo qualche lettera, con la gentile autorizzazione del signor e della signora Bel. Il link per leggere la prima lettera.
Si tratta qui delle risposte date da Itsuo Tsuda, tra il 1972 e il 1979, a una giovane coppia che comincia a praticare il movimento rigeneratore. Seguiremo così in queste lettere il loro desiderio di far conoscere, attorno a loro, nella loro città, questa scoperta.
Questa lettera faceva seguito a una lettera nella quale raccontavamo a Itsuo Tsuda del nostro soggiorno a Saanen nel mese di luglio, nel corso del quale abbiamo fatto praticare il movimento rigeneratore a un gruppo di persone- tra cui molti allievi di Yvon Achard, insegnante di yoga a Grenoble. La reazione del gruppo era stata entusiasta. La riflessione di Itsuo Tsuda sulla tendenza degli occidentali a mischiare tutto ci ha indotto a una grande prudenza. Abbiamo avuto cura di non utilizzare mai questo termine anche se le nostre sedute erano assolutamente identiche a quelle organizzate da Katsugen-kai. È anche in quel periodo che abbiamo preso la decisione di non accettare mai soldi dai partecipanti: “in famiglia e tra amici”? Andréine BelLeggere di più →
Itsuo Tsuda a Ginevra, seduta di movimento rigeneratore
La corrispondenza di un autore, di un filosofo, rivela spesso al di là dei particolari, delle visioni d’ordine generale. È il caso di questa corrispondenza di Itsuo Tsuda di cui pubblichiamo qualche lettera, con la gentile autorizzazione del signor e della signora Andréine Bel.
Si tratta qui delle risposte date da Itsuo Tsuda, tra il 1972 e il 1979, a una giovane coppia che comincia a praticare il movimento rigeneratore. Seguiremo così in queste lettere il loro desiderio di far conoscere, attorno a loro, nella loro città, questa scoperta.
[Per una la storia del dojo a Ginevra, leggi qui.]
Questo articolo racconta la storia del dojo di Ginevra (Katsugen Kai, gruppo di movimento rigeneratore), si trova in filigrana il percorso di Itsuo Tsuda dai suoi primi anni in Europa. E’ stato pubblicato in aprile 1987 nel «giornale del dojo». Scritto da un co-responsabile del dojo, Sven Kunz, è qui riportato con la gentile autorizzazione del suo autore. L’articolo è preceduto da un estratto delle lettere di Itsuo Tsuda inviate a Ginevra nel 1975.
Il lavoro è ciò che ci permette di avere i piedi per terra.
Non predico l’evasione, la rinuncia. L’utopia non esiste da nessuna parte, salvo dove si è.
Se lo si sa attendere, il cambiamento interiore si farà e non si vedrà più la cosa nello stesso modo.
C’è il fenomeno della fissazione molto forte negli occidentali, ed è inevitabile che ci si sfoghi nella discussione.
Non ho mai impedito alle persone di discutere, è il loro sport preferito. Ora, queste discussioni oziose sono quasi sparite.
Molte persone vengono da noi per curiosità ma molte si fermano giusto il tempo necessario per appiccicare un’etichetta e spariscono. Tuttavia il numero di praticanti non smette di aumentare progressivamente.
Ipertrofia cerebrale, atrofia, è la malattia della civilizzazione. Un tempo la religione ci imponeva il suo valore del lavoro, il suo valore della famiglia, il suo valore della vita. Ora, dobbiamo riscoprire noi stessi il valore della nostra vita, senza ricorrere all’autorità della chiesa…
(…) Conosco le reazioni che avete descritto. Quando ci sono io, non si ha paura. Quando sono andato via, si comincia ad avere paura. Dal mio punto di vista, si ha paura di cose che non fanno paura. Ma quando si tratta di cose che mi fanno paura; non hanno paura: restano indifferenti. Portano degli occhiali che invertono.
Tutto ciò che auguro, è che continuino. Scopriranno da soli la verità.
Roma non si fa in un giorno. Per sciogliere la mentalità strutturata, occorre del tempo. Il tempo lavora da solo per noi.
Itsuo Tsuda
Rencontre par Sven Kunz
Ho incontrato il signor Tsuda a Gstaad (stazione delle alpi bernesi, in Svizzera), in occasione di uno stage macrobiotico di Madame Tartière, nel dicembre 1972. Per animare gli stage macrobiotici, i responsabili invitavano dei maestri di diverse discipline: yoga, aikido, zazen, ecc. Il signor Tsuda era dunque un invitato e non un adepto della macrobiotica.
Primo periodo
Durante questo primo periodo, che va dal 1973 al 1976-1977, abbiamo praticato solo il movimento rigeneratore a Ginevra. Dopo dei contatti presi col signor Tsuda a Parigi, nel suo dojo di rue des Epinettes, un primo stage fu organizzato a Ginevra nel settembre 1973. Lo stage è durato 10 giorni.
A partire da questa data, il signor Tsuda è venuto a fare 4 stage di 10 giorni per anno a Ginevra.
Il primo anno, gli stage e la pratica regolare si svolgevano in sale affittate in città. Dal novembre 1974, grazie all’iniziativa di Christoph, noi abbiamo potuto avere un locale fisso e da questa data, tutte le nostre attività si sono svolte nel nostro dojo attuale di viale Giuseppe Motta.
A quell’epoca, il signor Tsuda, che viveva da solo, sua moglie era restata in Giappone, alloggiava all’Hotel.
Il signor Tsuda non amava nè il turismo nè la mondanità, ed approfittava di tutto il suo tempo libero per scrivere i suoi libri. Apprezzava molto l’ambiente tranquillo di Ginevra che gli permetteva di procedere rapidamente nel suo lavoro.
Questo periodo è stato un periodo euforico a Ginevra, c’era molta gente agli stage (non era raro di vedere da 70 a 90 persone) e alle sedute regolari (da 3 a 6 sedute per settimana, con 15, 20 persone ad ogni seduta).
L’ambiente durante le sedute era abbastanza straordinario (immense risate collettive, pianti, grida di animali, capriole e non dico tutto) forse questo non era veramente movimento rigeneratore, ma «questo faceva del bene» ed il signor Tsuda lasciava fare. Gli stage erano seguiti da magnifici pic-nic e balli improvvisati. Quasi tutte le sedute finivano al bistrot con grandi discussioni e grandi scoppi di risa.
I contatti tra il dojo di Parigi e di Ginevra erano molto buoni e mi ricordo di uno stage di Natale a Parigi per cui si erano spostate almeno 15 persone di Ginevra.
Inutile precisare che col contatto col signor Tsuda, molto velocemente, la maggior parte delle persone non ha continuato con la macrobiotica.
Secondo periodo
Itsuo Tsuda a Parigi
In seguito ad un viaggio del signor Tsuda in Giappone e all’arrivo della signora Tsuda in Europa, nel maggio 1976, molte cose sono cambiate nel nostro dojo come negli altri. Il signor Tsuda ci disse allora che non bisognava confondere il movimento generatore con il liberarsi delle tensioni. Le sedute di movimento sono diventate più calme e più concentrate, che non era per forza una cattiva cosa. Le grida ed i gesticolamenti sono a poco a poco spariti. Ma per certe persone la transizione è stata troppo brusca, e molti praticanti si sono dimessi in quel momento. In seguito abbiamo trovato un certo ambiente di gruppo (al di fuori delle sedute) ma non è mai più stato quello dei primi anni.
La signora Tsuda ci ha detto allora di praticare pure l’aikido. Noi abbiamo quindi messo giù dei tatami nel nostro dojo nel maggio 1977. Prima il pavimento era ricoperto solo da una moquette.
Uno stage d’estate di una durata di 6 settimane è stato organizzato a Ginevra nel luglio e agosto 1977. Noi abbiamo finito lo stage in ginocchio ma cià ci aveva permesso di pagare quasi completamente l’installazione dei tatami.
Da gennaio 1978, il signor Tsuda è venuto regolarmente a condurre degli stage di movimento e di aikido di 5 giorni tutti i mesi, fino a gennaio 1983. Ci sono stati degli alti e dei bassi, il numero dei partecipanti agli stage poteva variare da 20 a 70 persone, quello dei partecipanti alle sedute regolari da 2 a 20 persone.
In quel periodo, il dojo di Ginevra ha organizzato degli stage d’estate ad Arachon, nel 1979 e 1980, stage con un ambiente molto simpatico.
Dal 1977 al 1982, i responsabili del dojo si occuparono di battere a macchina in bella in copia i quaderni del signor Tsuda, di fotocopiarli ed inviarli agli abbonati. Si occuparono allo stesso modo della pubblicazione e della diffusione del calendario degli stage del signor Tsuda nei diversi dojo (Parigi, Ginevra, Bruxelles, Palma, Ibiza, Madrid). Dal 1973 al 1983, circa 1000 persone hanno frequentato il dojo di Ginevra.
Il dojo di Ginevra è animato dal 1974 da Cristoph e me, che ne siamo gli amministratori. Il dojo di Ginevra è una società semplice e non un’associazione. Non ci sono assemblee nè riunioni, ma le cose importanti si discutono in modo informale dopo le sedute.
Il signor e la signora Tsuda durante questo periodo hanno alloggiato da Cristoph. La signora Tsuda cucinava a mezzogiorno (una cucina assolutamente straordinaria) e noi facevamo una cucina semplice la sera perché lei potesse partecipare alle sedute di movimento.
Noi abbiamo trascorso dei momenti molto piacevoli insieme, come in famiglia, dei momenti spesso molto divertenti, con grande stupore di chi pensava che bisognasse essere seri per comprendere il movimento e l’aikido.
Il signor Tsuda era un amante della bella vita cui piaceva bere e mangiare bene. Apprezzava sia la cucina asiatica che la cucina francese ed il suo vino rosso. Amava anche i buoni sigari.
In conclusione direi che il signor Tsuda (noi non l’abbiamo mai chiamato maestro Tsuda a Ginevra, ma lo consideriamo tale) era un personaggio fuori dal comune e che ha lasciato un vuoto molto grande alla sua scomparsa.
Terzo periodo
Dopo la scomparsa del signor Tsuda, noi abbiamo proceduto a qualche modifica nei nostri orari. Attualmente le nostre attività proseguono sempre. Il dojo di Ginevra conta su circa una trentina di irriducibili per proseguire nella via mostrata dal signor Tsuda.
Seguito e conclusione del reportage pubblicato sulla rivista “Question de” nel 1975, realizzata da Claudine Brelet (antropologa, esperta internazionale e donna di lettere francese) a Itsuo Tsuda.
Parte seconda
– Si possono “fondere” respirazione e visualizzazione?
– Effettivamente, la visualizzazione costituisce uno degli aspetti del Ki. La visualizzazione gioca un ruolo fondamentale, primordiale nell’Aikido. È un atto mentale che produce effetti fisici. La visualizzazione fa parte dell’aspetto “attenzione” del Ki. Quando l’attenzione è localizzata, ferma al polso, per esempio, la respirazione diventa superficiale, perturbata…si dimentica tutto il resto del corpo.
Il Maestro Ueshiba ripeteva sempre: “Maru, sankaku, shíkaku” cioè: “Cerchio, triangolo, quadrato..”. Se tutta l’attenzione è ferma al polso che sta per essere afferrato dall’avversario, a meno che non sia debole, occorre mobilitare tutte le forze muscolari per liberarsi. Se, al contrario, si visualizza un grande cerchio, come un arcobaleno che passa al di sopra della propria testa, espirando dalla punta delle dita per disegnare il cerchio visualizzato e che, quando la mano passa verticalmente allo zenith, si sposta il piede dello stesso lato all’indietro continuando a descrivere questo cerchio, l’avversario cade all’indietro lasciando il polso. « Questa visualizzazione passa attraverso a respirazione addominale. Quando ho iniziato ad imparare la recitazione del N?, mi esercitavo a far semplicemente vibrare le mie corde vocali. Il Maestro Hosada mi fece toccare un asse molto sottile che si trovava al centro di un tavolo di legno, molto robusto del resto. Quando si mise a recitare un brano, sentii questa tavola vibrare sotto le mie dita. Poi fu il mio turno. Per quanto gridassi, nessuna vibrazione. Il Maestro mi disse allora: «Non è questione di corde vocali nel Nô, ma di hara, di ventre. La respirazione addominale, è ciò che in giapponese chiamiamo kokyu. Nell’apprendimento delle arti giapponesi, è sempre una questione di kokyu. Avere il kokyu è anche avere l’abilità manuale, il “truc” (espressione francese che vuol dire “la capacità”, “il talento” o “il sapere come si fa qualcosa”). « Ko è espirazione. Kyu è inspirazione ». La combinazione dei due fa la respirazione. La nozione di Kokyu è particolarmente difficile da presentare in una forma didattica semplice. I due mezzi a cui ho fatto ricorso sono, da una parte, pubblicare dei testi dando accesso a questa nozione per la via intellettuale e, dall’altra, permettere alle persone, attraverso la pratica, di provare e di sentire direttamente… Io ci ho messo probabilmente più di dieci anni per recitare dal ventre il Nô. La respirazione, il Kokyu, è il segreto ultimo dell’apprendimento. Per accedervi occorrono lunghi anni di impegno continuo. In Giappone, si dice che un maestro di Arti marziali a cui i cani abbaiano non è un buon maestro. Il trucco, l’astuzia non è un pezzo di zucchero infilato nella bocca del cane, è il Kokyu, la respirazione.« Nel movimento rigeneratore, noi facciamo il contrario della tradizione: noi cominciamo dal segreto supremo, senza preamboli. Lavoro unicamente con coloro che accettano di considerare l’essere umano nel suo insieme…
– L’essere umano è di volta in volta mentale e fisico, pensiero e azione, individuo e ambiente ?
– Esattamente. A differenza dei filosofi occidentali il cui dominio è unicamente verbale, completamente separato dall’azione e dalla pratica, il movimento rigeneratore include insieme la comprensione e la pratica. È molto difficile descrivere il movimento rigeneratore nel quadro delle concezioni occidentali come: ginnastica, rilassamento, liberazione dalle inibizioni, dinamica di gruppo ecc. Il movimento si pratica e si deve praticare senza alcuno scopo preciso, affinchè l’evoluzione non ricchi di essere deviata intenzionalmente. Il movimento contribuisce ad una evoluzione fisica e mentale: l’ottica si allarga. Così, per esempio, se c’è un effetto di ringiovanimento, è semplicemente perché si era invecchiati troppo velocemente. Si tratta di una normalizzazione del terreno. La normalizzazione del terreno non deve essere ricercata come un punto fisso, definito in anticipo. È un atto che dovrebbe essere praticato in un non-scopo. È la filosofia del non-fare… da non confondere col “fare niente”! Non esiste un modello perfetto di terreno normale, perché ciascuno è differente. Del resto, ogni definizione è contraria alla vita. La normalizzazione deve venire da sola, senza sforzo. Si deve rivelare nel “sentire”. Si può dare una piccola idea della normalizzazione che si produce: la flessibilità fisica diventa più grande, ci si libera della fatica rapidamente, si passa più velocemente dalla concentrazione al rilassamento – e viceversa. Lo scarto tra pensiero e azione diminuisce…
– Ma cos’è il terreno dal punto di vista del Ki?
– Il Ki è l’amore, è la vita. Appartiene alla saggezza del corpo. L’Europa ha completamente perso di vista questa saggezza ed questo corpo nel corso della sua evoluzione. Il Ki è questa unità invisibile che lavora nel corso della vita dell’individuo assorbendo ciò che gli è necessario e viceversa, secondo il mutare dei suoi bisogni. Ma a questo bisogna aggiungere che il Ki precede ogni fenomeno vitale e che il Ki è contagioso. Non si sa perchè, quando ci si trova in presenza di certe persone, ci si sente improvvisamente dinamici, contenti, “euforizzati”: lo stato del loro Ki si trasmette. Il Ki è molto forte, intenso quando si è giovani. Poi, s’indebolisce con l’età. Non c’è più quando si è morti. Bisogna ricordare che la parola “spirito” ai giorni nostri significa un certo virtuosismo verbale, ma che questa parola viene dal latino spiritus, soffio, respirazione… Certamente c’è stato un tempo in cui gli antichi avi europei si servivano di questa parola, come della parola anima, dal latino anima, ciò che anima, come un qualcosa che va da sè, senza rompersi la testa… Quando il Ki sparisce, si è inanimati, si è morti.
– Come e dove si svolge il « movimento rigeneratore » ?
– Nel dojo. Il dojo è un posto dove l’ambiente è particolarmente intenso. Vi regna uno spirito di pace, di comunione e di gioia. Il Ki, effettivamente, qui è particolarmente intenso. » Il Seitai fondato dal Maestro Noguchi, significa letteralmente: “coordinazione fisica “. Non si tratta in realtà di uno stato di buona salute, ma di una sensibilizzazione che peremette all’uomo di reagire a tutte le anomalie, dunque di eliminare le possibilità di malessere, di malattia. E questo attraverso la respirazione, il soffio: il Ki. In breve, il movimento rigeneratore è la via che prepara ad un corpo ben Seitaizzato.
La ginnastica fa appello al sistema motore piramidale che comanda i gesti volontari. Il movimento rigeneratore è un metodo di allenamento del sistema motorio extrapiramidale che comanda i gesti involontari: singhiozzo, brividi, sbadigli, ecc. Il movimento rigeneratore non richiede nessuna conoscenza tecnica o accademica. È molto semplice e per questo è sconcertante! «Il movimento rigeneratore è basato sulla spontaneità. Spontaneità non significa poter fare qualunque cosa, assestare un pugno o uno schiaffo al proprio partner.No! Se un movimento è spontaneo, è che si è sbarazzato poco a poco degli elementi inutili per la vita. È diventato così semplice, che coincide con il movimento che si fa nella vita di tutti i giorni, senza tensioni, senza fatica. Il movimento rigeneratore è, in questo senso, una sorta di depurazione e non l’acquisizione di una nuova abitudine.
– Che cosa si intende per corpo ben seitaizzato ?
– L’energia, o il Ki, agendo sull’individuo, si trova polarizzato secondo le caratteristiche che gli sono proprie. Chi pratica il movimento rigeneratore può attraversare diverse fasi prima di trovare la normalizzazione del terreno: rilassamento del corpo, ipersensibilizzazione, poi eliminazione e infine, lavoro in profondità. L’energia, il Ki, agendo su ogni individuo e trovandosi polarizzato secondo le caratteristiche di ognuno, fa che ognuno sente e agisce in modo diverso. Il movimento che scatta spontaneamente dipende da elementi propri di ognuno e non da una nozione generalizzata a tutti. Secondo l’ipotesi Seitai, è il disequilibrio del corpo che impedisce una circolazione normale del Ki, una buona evacuazione delle anomalie. Rabbrividire, sbadigliare o ruttare sono delle funzioni, dei gesti normali del corpo che cerca istintivamente a ristabilire il suo equilibrio. Un corpo ben seitaizzato, normalizzato avrà il riflesso di vomitare un cibo avvelenato che il palato goloso avrà accettato.Se si ritorna come dei bambini piccoli, allora si diventa Respirazione. Se, con gli occhi chiusi, si respira mentalmente con le mani, i pensieri e le riflessioni varie diminuiscono, spariscono man mano che la concentrazione si intensifica. Le mani possono ingrandirsi… fino a raggiungere la grandezza dell’universo. E possono sparire lasciando posto unicamente alla respirazione. Si pratica senza scopo. Il cuore di cielo puro è tutto ciò che ci serve…
– Qual’è il ruolo di Itsuo Tsuda durante una seduta di movimento rigeneratore ?
– In materia di movimento rigeneratore, non ci sono maestri. Non sono un maestro. Al contrario, ciascuno è maestro di se stesso. Ognuno deve scoprire il proprio movimento. Non c’è scoperta né trasmissione come nel caso di un insegnamento esoterico. Sono incapace di dare un modello, di imitare i movimenti che ciascuno fa per una ragione semplice: il desiderio del corpo è differente in ognuno. Prendo la direzione dell’organizzazione, perchè ho un respiro più lungo e più intenso degli altri. Sono un catalizzatore, semplicemente. La qualità richiesta ad un catalizzatore, è che la sua presenza silenziosa sia ricercata. Un catalizzatore è un pò come quelle piccole braci che finiscono per trasmettere il loro fuoco ai carboni non accesi…
Il mio prossimo obbiettivo è di formare dei catalizzatori occidentali. Se non ci riuscirò negli anni a venire, il mio lavoro sarà un fallimento.
Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista “Question de” nel 1975. Claudine Brelet (antropologa, esperta internazionale e letterata francese), che ha realizzato questo articolo e questa intervista, è stata uno dei primi allievi di Tsuda.
Prima parte
Sul limitare del bois de Vincennes, in fondo ad un giardino della periferia parigina, esiste un dojo molto particolare. Un dojo, cioè un luogo in cui si praticano l’Arte della respirazione e le Arti marziali. Non è una palestra. È piuttosto un luogo consacrato dove lo « spazio-tempo » è diverso da quello di un luogo profano. Entrando si saluta per sacralizzarsi ed uscendo per desacralizzarsi. Il dojo dell’Associazione Katsugen-Kai ha per Maestro Itsuo Tsuda, «Maestro» che comincia con il rifiutare questo titolo: «Mi hanno anche rimproverato, aggiunge, di non indossare il kimono nel nostro dojo. Ma è molto meglio che sia in jeans, per esempio. Se mettessi il kimono, per rispettare la tradizione sarei costretto a mandarlo ogni volta a Tokio per farlo pulire secondo le condizioni richieste!»
Tutto nel suo atteggiamento invita a riflettere. Sarebbe un vero Maestro, quest’uomo ostinatamente modesto e che dissimula un sapere di cui la vastità stupisce costantemente dietro il suo umorismo bonario? Quando rifiuta di essere chiamato «maestro», quando rifiuta un certo cinema che si trova in altri dojo, si può già essere certi di una cosa: non è un businessman dell’orientalismo attualmente in voga.
Itsuo Tsuda è nato in Corea nel 1914, «allora sotto la dominazione giapponese», precisa. Poi aggiunge: « All’età di sedici anni, mi sono rivoltato contro la volontà di mio padre: ho rifiutato di essere l’erede del suo patrimonio, ho rifiutato il diritto di primogenitura. Poi ho lasciato la mia famiglia e mi sono messo a vagabondare alla ricerca della libertà di pensiero. Un giorno, alla fine, mi sono riconciliato con mio padre. Nel 1934, sono venuto in Francia e, fino al 1940, ho completato i miei studi all’università di Parigi, in sinologia con Marcel Granet ed in etno-sociologia con Marcel Mauss. Ho dovuto lasciare Parigi a causa della guerra, ma questo soggiorno e l’insegnamento di questi due grandi ricercatori mi hanno arricchito molto… forse sono stati anche decisivi, in una certa misura. Forse, è grazie a loro che ho potuto cercare di esprimere in Occidente, attraverso dei termini e dei concetti comprensibili per gli occidentali e, soprattutto, per i francesi, ciò che sono il Ki e la filosofia del Non-Fare».
Quando torna in Giappone, Itsuo Tsuda lavora come etnologo. Si interessa agli aspetti culturali delle antiche tradizioni del suo paese:
« Nel 1950, mi sono messo a studiare molto seriamente la recitazione del N? con il Maestro Hosada, il Seitai con il Maestro Noguchi e l’Aikido con il Maestro Ueshiba. N?, Seitai e Aikido sono basati sul Ki non solamente come lo sono tutte le Arti tradizionali giapponesi, ma anche come tutti gli aspetti della vita quotidiana tradizionale in Giappone. »
– Cos’è dunque il Ki ?
– La cosa più difficile da capire della lingua giapponese! La parola Ki appartiene al campo del sentire e non a quello del sapere. Il sentire è un’esperienza primaria, preliminare ad ogni sforzo dell’intelligenza. Nessuna spiegazione potrà trasmetterla adeguatamente a qualcuno che non condivide la stessa esperienza.La parola Ki ritorna continuamente nella lingua giapponese, per esempio: Ki ga chiisai significa parola per parola “il suo ki è piccolo”, che bisognerebbe tradurre con: “Si fa troppi problemi per niente”.O al contrario, Ki ga ôkii, “Il suo Ki è grande”, dovrebbe essere tradotto con: “Non si preoccupa per delle piccole cose”. Da sola, isolata, il termine Ki è praticamente intraducibile. Così Ancora un ultimo esempio: Ki-mochi no mondai si può tradurre con: “È condizionato dallo stato del Ki”, o, detto altrimenti: “Non è l’oggetto ed il risultato tangibile che contano, ma il gesto e l’intenzione… il Ki”. Questa espressione Ki-mochi è quasi diventata sinonimo di regalo e, presentandolo, si dice: “È il mio Ki-mochi”, che significa: “L’oggetto che vi offro è modesto, ma vogliate trovare un segno della mia profonda riconoscenza”. Rasentiamo allora il campo della psicometria!
– Perché insegnare l’approccio al Ki attraverso una scuola della respirazione?
– Lo sfondo giudeo-cristiano in cui vivono ancora gli occidentali del XX° secolo rendono le cose molto diverse da quelle che possono essere in altre civiltà, da altri modi di vedere la vita. È perché qui, in Occidente, il Ki è molto difficile da spiegare, perché non rientra nel sistema delle categorie. In qualsiasi altro luogo, quando si constata una cosa, la si accetta in modo molto naturale. Esiste, ecco tutto. L’occidentale ama la discussione, è fortemente cerebralizzato. Ma le discussioni ci rendono ubriachi di parole e ci impediscono di vedere ciò che accade realmente sotto il nostro naso. Così tradurre la parola Ki con “soffio” potrebbe essere molto corretto… a condizione di comprenderlo come duemila anni fa, come la parola pneuma degli antichi greci platonici, per esempio. Tuttavia, nel francese moderno, si può riflettere sul fatto che la parola inspirazione possiede due sensi: l’inspirazione fisica e l’ispirazione (in francese: “inspiration”) creatrice. In Estremo Oriente, Tchouang Tseu, filosofo cinese del V secolo a.C., fu uno dei primi ad aver discusso questa nozione di soffio. Non bisogna neanche dimenticare che il buddismo fu, all’inizio, una tecnica di respirazione. Qui, in Occidente, il Ki si traduce, secondo alcuni con magnetismo, e per altri, è l’influsso nervoso, per altri ancora, è la vibrazione o le onde o ancora elettromagnetismo. Io penso che il solo che abbia veramente individuato che cosa è il Ki ? è Groddeck. È lui che ha trovato la parola europea più vicina a questa nozione di Ki: il titolo stesso del suo libro, “In fondo all’uomo, questo”, o “Il libro dell’Es”, è molto esplicito.« Il Ki, se volete, è la Vitalità. È ciò che spinge l’uomo a realizzare qualcosa. Un modo di spiegare l’uomo che è dunque molto diverso dall’immagine fisico-chimica che si ha in Occidente da Lavoisier e Newton. Il cartesianesimo che è in Francia alla base di tutto (la scienza, la morale, la politica, l’amministrazione… tutto!), il cartesianesimo è una filosofia della conoscenza secondo cui ogni problema è concepito in uno spazio omogeneo ed immobile. Quando si tratta il problema dell’essere umano, lo si definisce quindi sulla base di questo spazio: è diviso in due, il mentale ed il fisico. Ciascuno a suo volta è diviso tante volte quante si vuole. La filosofia del Ki è, in questo senso, completamente diversa, perché l’essere umano qui è considerato nel suo insieme: è sia mentale che fisico, sia pensiero e azione, sia individuo che ambiente.
– Che cosa si pratica esattamente al dojo Katsugen-kai ?
– Si imparano i primi rudimenti, se posso esprimermi così, della coordinazione del Ki attraverso quello che è chiamato”movimento rigeneratore”. Questo permette, eventualmente, di passare in seguito allo stadio dell’apprendimento delle Arti marziali per chi lo desidera. Si impara l’Aikido. Si ascoltano anche delle recitazioni di Nô.
L’Aikido fa parte delle mie ricerche sul Ki. Ai-ki-do significa letteralmente: “via della coordinazione del Ki». Dire che l’Aikido è un’Arte marziale d’Amore può certo stupire degli occidentali. Per il suo fondatore, il Maestro Ueshiba con cui ho lavorato, l’ Aikido non è uno sport nè una tecnica di combattimento. È una dottrina di non-resistenza, un principio di fusione… Questo principio di fusione è il Ki. Il Maestro Ueshiba diceva spesso: «Il Ki è il grande re delle forze». La forza del Maestro Ueshiba non era una forza, ma il Ki, questa potenza eccezionale che si libera incoscientemente in caso di pericolo, per esempio. E questa potenza esiste virtualmente in tutti gli individui… È su questo principio di fusione del Ki che è basata la scuola di respirazione del Katsugen-Kaï.
Nel teatro Nô, non c’è la parola Ki. Ma, quando si sa ciò che è, questo salta agli occhi: il teatro Nô colpisce da intuito a intuito. A Katsugen-Kai, il nostro dojo, io recito una volta alla settimana per qualche minuto, un piccolo passaggio di Nô. Il mio uditorio, beninteso, è francese. Dopo aver recitato una sera un passaggio dell’opera teatrale Uneme, una giovane donna mi ha chiesto se non si trattava di suicidio. «È giusto», le ho risposto. Il suicidio della cortigiana Unémé, che si è gettata in uno stagno, l’aveva fatta pensare al suicidio di suo cognato, suicida col veleno. Come ?… Forse perchè la visualizzazione si era trasmessa direttamente. Questa giovane donna non conosceva affatto il giapponese.
Bruno Vienne è regista, realizzatore di documentari sugli animali e sull’avventura umana, membro della spedizione Tara Arctic al Polo Nord, ed ex allievo di Itsuo Tsuda.
Dopo 30 anni di pratica, sente che è il momento di condividere ciò che ha capito e sentito nell’approccio al Movimento Rigeneratore e alla pratica respiratoria del Maestro Ueshiba (fondatore dell’Aikido). Ci invita a un’immersione nel nostro infinito potenziale interiore.
“Saremo in grado di passare la china per una nuova umanità?
È tutto lì, è la sfida dei prossimi anni…
Gli allarmi rossi lampeggianti sono accesi già da molto tempo per quanto riguarda il modo in cui utilizziamo l’energia e l’acqua sulla Terra.
Quando ho cominciato a insegnare l’Aikido, come molti altri, avevo una foto del Maestro Ueshiba al Tokonoma. Era cosi’ che avevo imparato, si salutava in direzione del maestro. Quando sono andato al dojo del Maestro Tsuda per la prima volta, c’era una calligrafia, stampata da uno dei suoi amici che era artista a partire da un’incisione su pietra molto antica. Era “Bodai”. Questa calligrafia era là mentre io mi aspettavo di vedere una foto del Maestro Ueshiba… Inoltre il suo tratto era grosso… -un tratto che era largo otto centimentri, molto largo!- E dava una risonanza diversa, respirava altrimenti…E un’altra dimensione. E il fatto di vedere la calligrafia a ogni seduta… questo cambia tutto.
Verso il mese di giugno, il Maestro Tsuda arrivava con queste calligrafie arrotolate sotto braccio e le metteva al dojo: erano in esposizione ed erano in vendita.
Bisogna dire che i primi anni, al dojo, non ci capivamo niente! Non si sapeva che cos’era, quindi domadavamo “cosa vuol dire?”… e non si era per niente capaci di apprezzare le calligrafie…
Il loro prezzo era fissato a circa cento euro, che è ridicolo, ma ci sembrava enorme!Quel prezzo solo per un ideogramma! Ci sembrava sproporzionato!
Abbiamo avuto bisogno, noi che eravamo al dojo, di un certo numero di anni per cominciare ad apprezzare e a sentire quello che lui esprimeva attraverso le calligrafie.
Spiegava a volte quello che oggi le persone che si interessano alla calligrafia sanno che non è il segno che è importante, ma lo spazio che delimita. Devo dire che all’epoca ci sembrava un po’ curioso. Tutto questo era piuttosto ermetico per noi. Non capivo. Poi, poco a poco, abbiamo cominciato ad apprezzare.
Erano gli svizzeri che ne compravano perché avevano più soldi che i francesi! E cosi’ c’è stato un buon numero di calligrafie che sono andate a finire in Svizzera.
Ma questo vuol dire che, in generale, c’era comunque un certo numero di persone che ne compravano. Spesso perché era un po’ come un ricordo del Maestro Tsuda. Ma dopo, purtroppo, queste persone non se ne prendevano sempre cura: abbiamo ritrovato delle calligrafie piegate in quattro perché erano state infilate in un cassetto. Il tessuto si era rovinato ovviamente!
Poco a poco per me, ciò ha preso un senso; e mi sono detto “se il Maestro Tsuda lascia queste calligrafie, è che c’è qualche cosa”.
Ho cominciato allora ad interessarmi alla calligrafia. Anche al di là di quelle di Itsuo Tsuda ho scoperto altri tipi di calligrafie e i kakemono. Ho cominciato a guardarle, a vedere e a provare di sentire cosa succedeva. E vendendo calligrafie di grandi maestri, come per esempio di maestri zen, poco a poco, ho scoperto che effettivamente non era l’estetica che contava, era un’altra cosa. Ma dipende dai Maestri: ci sono calligrafie di un gran maestro zen di cui posso dire “sì, sono molto estetiche, sono magnifiche sopra una credenza anni ’30, ma non mi parlano assolutamente!” E invece, a volte, delle calligrafie fatte da degli sconosciuti hanno una grande forza…
Qualche anno fa sono andato in un ristorante giapponese, e all’entrata vedo una calligrafia montata in kakemono. E mi son detto “Ah, questa è una calligrafia!” poi ho chiesto al padrone “che cos’è questa calligrafia?”… ha risposto “Oh, sono semplicemente degli auguri di riuscita, è mio nonno che li ha fatti…” Allora ti dici “sì, c’è del ki là dentro!”
Ovviamente, non era una calligrafia di insegnamento, e neanche una calligrafia estetica, ma sono gli auguri di un nonno per i suoi nipoti che sono andati ad aprire un ristorante in Francia. E quindi era piena!
È anche tutto questo che si puo’ scoprire nella calligrafia: ad un certo momento, ci parla. Non si capisce sempre cosa vuol dire ma ci si dice “Ah! Là c’è una persona, un certo tipo di attenzione!”
Abbiamo il piacere di presentarvi una versione restaurata del video del Maestro Tsuda che recita il Nô. Grazie a Nicolas Déflache per questo restauro sonoro.
Il Maestro Tsuda, in occasione dello stage d’estate del 1981 a Coulonges-sur-l’Autize, recita un estratto del teatro Nô.
Prima di cominciare, il Maestro Tsuda presenta la storia.
Ecco la trascrizione della presentazione:
«È in relazione con una leggenda. Una volta, c’era un giovane monaco che faceva il pellegrinaggio e ogni volta che si fermava in un paese era ospitato da qualcuno che aveva una figlia piccola e, per scherzo, suo padre ripeteva: “Eh, questo monaco, sarà il tuo futuro marito!”
E la figlia cresce con questa promessa. E un giorno dice al monaco di passaggio: “Ma quando ha intenzione di sposarmi?”
Allora il monaco è preso dalla paura. Scappa dalla casa perché gli era vietato sposarsi, e la ragazza lo ha inseguito per monti e per valli. Alla fine, il monaco ha attraversato un fiume e lei si è trasformata in serpente.
Il Monaco trova rifugio nel tempio Dojo-Ji spiegando questa storia ai bonzi del tempio che decidono di dargli asilo. Quindi gli dicono “si nasconda nella campana”.
La campana, è enorme e può nascondere varie persone, quindi si è nascosto là dentro.
E il serpente arriva, lo cerca dappertutto; alla fine, si arrotola intorno alla campana e batte con la coda e la campana si scioglie e il monaco è bruciato.
Allora il Waki dice “non siate colpiti da questo evento” e qualche tempo dopo si è voluto ricostruire la campana.
Da allora, il giorno dell’inaugurazione della campana i Monaci hanno vietato alle donne di entrare nelle mura del tempio.
Arriva una giovane danzatrice che chiede di vedere la campana. “No, è vietato alle donne!” “Sì, ma io sono una danzatrice e vorrei lo stesso celebrare questa inaugurazione con la mia danza.”
Alla fine, l’hanno lasciata entrare.
Allora sulla scena porta un grande cappello alto, così e poi si mette a danzare. Una danza un po’ frenetica, molto a scattiche mostra che c’è un eccesso isterico.
Nel frattempo c’è una grande campana sospesa al soffitto. Un po’ prima c’è una corda che la trattiene all’anello, dietro il coro, e qualche minuto prima, le persone del coro disfano il nodo e aspettano così; ce ne sono tre, quattro, è molto pesante.
E poi questa danzatrice arriva in mezzo alla scena.
Alla fine si mette sotto la campana e hiep! salta, allo stesso tempo la campana cade. Quindi la campana è qui, pofff! Come se la danzatrice fosse assorbita dalla campana.
È difficile perché se c’è una frazione di secondo di ritardo l’attore cade e la campana arriva dopo oppure se si salta troppo presto, si batte la testa. È molto difficile. Bisogna che dia l’effetto di assorbimento.
E poi nella campana l’attore cambia maschera, cambia creatura. Porta una maschera da demone e dei vestiti da demone. E poi, dopo la campana è in abito da demone. Inizia a fare il secondo atto.
È il passaggio di questo momento in cui la danzatrice arriva.
Danza e viene fino al centro della scena e in un colpo solo salta e la campana cade.»
Dicembre 2013 “Il Manifesto”. Intervista a Régis Soavi Sensei, maestro di Aikido che da oltre trent’anni fa conoscere il «Katsugen undo», pratica giapponese che ci fa ritrovare le capacità naturali.
Oggi molte persone con idee politiche diverse o anche prive di una idea politica definita, si preoccupano di come i loro comportamenti individuali possono influire sull’ambiente: acquistare prodotti biologici e a”km-zero”, riciclare meglio i rifiuti, scegliere fornitori di servizi più rispettosi dell’ambiente, ridurre il consumo energetico, ecc.
A livello di dibattito politico comunque, la retorica ecologista funziona sempre, anche in tempo di crisi.
In ogni caso, l’attenzione collettiva verso le condizioni e la qualità della terra, dell’aria e dell’acqua, per diverse ragioni, che sia per senso di responsabilità o a volte, semplicemente per business, è alta. Ci si preoccupa delle sostanze con cui tutti gli esseri viventi entrano in contatto: piante, animali ed esseri umani, siano queste nutritive, medicinali o tossiche.
Per aiutarci a scoprire quello che poteva rappresentare il Nô per il Maestro Itsuo Tsuda, ed anche per i suoi allievi, questi momenti di recitazione che avevano luogo alcune sere di stage, abbiamo chiesto a Régis Soavi, allievo del Maestro Tsuda e insegnante d’aikido da oltre trent’anni, di raccontare…
Il Maestro Tsuda recitava il Nô all’occasione degli stage, e se mi ricordo bene, lo faceva due volte durante lo stage – a volte una, a volte due – dopo la seduta di movimento la sera. Qualcuno andava via, come qui e, siccome sapevamo che ci sarebbe stato il Nô, perché qualcuno lo diceva, cominciavamo ad preparare: mettevamo la corda – una corda intrecciata, bianca – che delimitava la scena. Nel frattempo, Tsuda era nella sua stanza, e ci si metteva sui tatami, ad un metro dalla corda circa, e aspettavamo che tutti andassero via: tutti quelli che non erano interessati al Nô o che lo trovavano lungo. C’era un piccolo gruppo che rimaneva. In generale, molta gente andava via. Perché era in giapponese : Tsuda non raccontava sistematicamente le storie, a volte diceva solo qualche parola :
Cosa sono l’Aikido e il Movimento Rigeneratore? Come fare di essi mezzi per vivere la quotidianità? Ce ne parla Régis Soavi, discepolo diretto di Itsuo Tsuda, a sua volta allievo del Maestro Ueshiba e del Maestro Noguchi. Articolo di Francesca Giomo
Dell’Aikido conoscevo solo il nome, prima di essere invitata a partecipare a quattro lezioni per praticare questa “non arte marziale” presso la Scuola della Respirazione di via Fioravanti a Milano. Le lezioni per gli “assaggiatori” si tenevano il lunedì sera alle sette, nessuna parte teorica, ma solo pratica. Prima si osservava la dimostrazione della tecnica da parte degli allievi più anziani, quindi, si “eseguiva” direttamente.
L’Aikido di cui parleremo e che ho cominciato a conoscere è quello del Maestro Itsuo Tsuda, allievo del fondatore della pratica Morihei Ueshiba. Ora è Régis Soavi a portare avanti la ricerca iniziata da Tsuda attraverso la pratica del suo insegnamento presso differenti dojo in Europa, tra cui anche la Scuola della Respirazione di Milano. Tsudo in vita si era occupato anche del Katsugen Undo, il Movimento Rigeneratore, appreso da Haruchika Noguchi, che viene praticato, oltre all’Aikido, anche presso il dojo di Milano. Di entrambi ce ne parla direttamente Régis Soavi nell’intervista che segue.
D – Che cosa è l’Aikido? Può essere definito un’arte marziale?RS – L’Aikido è una non-arte marziale. Infatti l’origine dell’Aikido è un’arte marziale che si chiama Ju Jitsu. La visione del Maestro Ueshiba ha trasformato questa arte marziale in un insieme di armonia e fusione tra le persone. Per questo non si tratta più di un’arte marziale come alle origini, ma di una non-arte marziale.
D – Fu, allora, il Maestro Ueshiba ad inventare l’Aikido?RS – Si, fu Ueshiba, morto nel 1969. Ma il fatto che alla base dell’Aikido vi sia il Ju Jitsu è importante, in quanto da qui si capisce come Ueshiba con l’Aikido ne cambiò lo spirito. Ai-Ki-Do significa via (do) dell’armonia (ai) del ki, vi di fusione del ki. La sua linea di orientamento ha di fatto trasformato un’arte marziale in qualcosa d’altro. Nell’Aikido non si può, ad esempio, parlare di difendersi, bensì di fondersi.
D – Se Ueshiba fu il fondatore dell’Aikido, l’insegnamento della Scuola della Respirazione si rifà, però, al Maestro Itsuo TsudaRS – Sì, Tsuda è morto nel 1984. Attraverso i suoi libri ha fatto passare il messaggio di Ueshiba, di cui fu allievo per dieci anni, come me di Tsuda. Dopo la morte di Ueshiba si formarono diverse scuole di Aikido. Qualcuna tra queste ha preferito tornare a un’arte marziale tipo Ju Jitsu, altre hanno fatto dell’Aikido uno sport. Noi cerchiamo di capire cosa in realtà il Maestro Ueshiba ha detto.
D – Il M. Tsuda ha conosciuto tardi il Maestro Ueshiba? Prima praticava arti marziali?RS – No, Tsuda era un intellettuale. Non aveva mai praticato arti marziali. Studiò in Francia con Marcel Granet e Marcel Mauss, lui fu interessato dal Ki. Ha cominciato le sue ricerche verso questa direzione e prima ha scoperto il Katsugen Undo, poi l’Aikido. Tsuda, grazie a Ueshiba, ha visto come si poteva usare il Ki nell’arte marziale. Aveva 45 anni quando ha cominciato, senza mai praticare prima né karatè, né judo, né altro.
D – Non è facile per un occidentale comprendere cosa sia il KiRS – Tutti ne parlano ormai. Basta pensare al Tai Chi Chuan, al Qi Qong?Tutti lo conoscono dal punto di vista mentale, ma è dal punto di vista del fisico che pochi lo sperimentano. Ma questo non si può spiegare. Ognuno deve sentirlo, non esiste spiegazione. A noi non interessa la spiegazione di cosa sia il ki a noi interessa solo come possiamo utilizzarlo. E’ un po’ come spiegare cosa sia l’amore. Oggi si possono fare analisi sull’odore delle donne, su quello degli uomini ecc?ma non basta, se no siamo solo animali?Non si spiega l’amore, l’amore è un incontro tra due essere e non avviene perché quello ha la barba ecc ecc… Così avviene anche per il Ki.
D – Parlando della pratica dell’Aikido, come si articola una seduta?RS – Una seduta di Aikido è un momento speciale della giornata. Io pratico ogni giorno, vi si può ritrovare un certo aspetto sacro. All’inizio della pratica vi sono dei gesti rituali, di cui non è importante conoscere il senso, ma fondamentale è che quando li fai, questo procura qualcosa. C’è anche la recitazione del norito (un testo di origini shintoiste recitato in giapponese), che è una recitazione di purificazione Nessuno sa cosa vogliono dire le parole intonate, ma quando la loro recitazione è buona c’è una vibrazione interna, che agisce. A noi può sembrare molto mistico, ma se uno ascolta dei lieder di Schubert, ad esempio, eseguiti da un buon cantante, se non sa il tedesco non capisce nulla, ma quando ascolta il canto accade qualcosa o di triste o di gioioso, viene generato un effetto. Come quando si guarda la rappresentazione del teatro Noh, non si capisce niente, è in giapponese, ma i gesti e i movimenti creano effetti. E questo non è mistico, bensì reale.
D – Quando abbiamo assistito a una delle ultime parti della seduta, la parte del movimento libero, grazie al susseguirsi di attacchi e “fusioni”, sembrava di assistere a un’improvvisazione…RS – Sì, infatti, si tratta di un’improvvisazione
D – Ci vuole una tecnica speciale per fare il movimento libero?RS – Anche se si tratta di un’improvvisazione, ci sono dei gesti che sono un pò ritualizzati. Uno non può attaccare a caso,ma in un certo modo dipende dalla postura di chi è attaccato, diciamo così. Il gesto dell'”attaccante” corrisponde alla postura di colui che viene “attaccato”. Ma nel caso di un’improvvisazione, come quando dei musicisti improvvisano insieme, c’è sempre armonia altrimenti si crea il caos. Dunque si sorpassa la tecnica e si crea armonia.Tutti possono farlo. Ognuno lo fa al suo livello. All’inizio lo si fa più lentamente, con la tecnica che si conosce. Non si inventa qualcosa di veramente nuovo.
D – Che importanza ha il respiro nella nell’Aikido?RS – Quando si parla di respiro in tale contesto, si parla della condizione del Ki. Uno non deve pensare a respirazione a livello dei polmoni. E’ un respiro del corpo che permette di essere più in armonia. Quando uno agisce è espirazione, quando uno riceve è inspirazione.La respirazione polmonare, quando si inizia a praticare, diventa più ampia. Tutto il corpo respira e questo diviene più sciolto e morbido, il ki scorre meglio. In tal senso la respirazione serve ad ammorbidire le persone, a trovare un ritmo nella pratica, perché se uno non respira correttamente dopo cinque minuti non ha più forze. Per questo motivo, all’inizio delle sedute si pratica lentamente, perché armonizziamo attraverso il respiro i gesti. I gesti, quindi, vengono armonizzati dal respiro.
D – All’inizio della pratica c’è il maestro che fa un respiro molto particolare, molto forte, ma in funzione di cosa esattamente?RS – Questo respiro serve per espirare a fondo, per vuotare. C’è un’abitudine deformante comune a molte persone riguardo alla respirazione. Oggi, infatti, le persone tendono a trattenere sempre un po’d’aria, non respirano a fondo. Trattengono il respiro perché sono sempre pronti a difendersi, a dare riposte. Alla fine il respiro, non essendo mai realmente vuoti, non può essere profondo e manca il fiato. Quindi, la seduta si inizia facendo uscire tutta l’aria, così, insieme a lei escono anche i pensieri. E diventiamo vuoti, nuovi.
D – Dove agisce a livello fisico l’Aikido?Che tipo di riposte muscolari esige dal fisico?RS – E’ come nella vita quotidiana, normalmente si usano tutti i muscoli, così nell’Aikido. E’ vero, però, che alcune scuole di Aikido hanno cercato di fare diventare il corpo più forte. La nostra scuola non vuole questo. Non vogliamo essere più forti, solo meno deboli. I muscoli non devono essere più forti per fare qualcosa di speciale. Con l’Aikido uno si muove normalmente e fa dei gesti quotidiani?come correre, girare, gesti normali, che però facciamo con un’attenzione speciale.
D – E’ possibile riportare questa “attenzione speciale” nella propria vita quotidiana?RS – Certo, altrimenti non serve a niente l’Aikido. Alcuni vengono qui per poter diventare più forti, per difendersi, invece no. L’Aikido serve a sensibilizzare, a diventare più sensibile e dunque serve nella vita quotidiana. Si ritrova una certa morbidezza. Se prima il respiro era troppo corto e alto, a poco a poco, diventa più calmo. Questo serve per interagire con i bambini, nelle relazioni di lavoro?questa è la vera utilità dell’Aikido, servire nella vita quotidiana.
D – Voi praticate sempre la mattina molto presto?Perché?RS – Io sì, nella scuola Itsuo Tsuda pratico così, ma non tutti quelli che fanno Aikido praticano la mattina presto. Io preferisco la mattina perché siamo più nella dimensione dell’involontario, è una condizione che permette al corpo di svegliarsi e prepararsi alla giornata.
D – Presso la “Scuola della Respirazione” si pratica anche il Katsugen Undo, ovvero il Movimento Rigeneratore. Quali le sue origini?RS – E’ una scoperta del Maestro Noguchi. All’inizio Noguchi era un guaritore. Faceva passare ki alle persone per farle stare meglio. Ma a un certo punto, ha scoperto che la capacità umana di guarirsi da solo era innata, ma non funzionava più o funzionava di meno. E’ lui che ha scoperto che facendo yuki, ovvero fare passare il i con le mani, i corpi si muovono da soli e che questo comporta un riequilibrio del corpo. Sempre Noguchi, quindi, ha trovato alcuni movimenti che permettono al corpo di risvegliare la sua capacità di autoguarirsi. Per questo è nato il Movimento Rigeneratore o Katsugen Undo, esercizi che permettono al corpo di risvegliare capacità che non sa di avere.Tsuda ha portato il movimento rigeneratore in Francia e ione sono stato interessato perché ho trovato il legame che c’era tra l’Aikido e il Movimento Rigeneratore. Ho realizzato la presenza di tale legame per il fatto che quando un corpo è sano e ritrova le sue capacità, l’Aikido non può più andare verso il senso della lotta contro gli altri, bensì sparisce la volontà di farlo. Dunque il Movimento Rigeneratore è molto importante, a mio avviso è difficile praticare l’aikido nella nosra scuola senza conoscerlo.
D – Il Katsugen Undo si può apprendere solo frequentando gli stages che Lei tiene ogni due mesi?RS – Durante lo stage faccio delle conferenze, spiego e mostro le “tecniche” che permettono di entrare nello stato che genera il movimento. Io torno ogni due mesi per permettere alle persone che praticano quotidianamente di continuare nel “buon cammino”. Molti possono sviare, forse proprio perché nel Movimento Rigeneratore non c’è niente da fare, in realtà, solo essere presenti, chiudere gli occhi, svuotare la testa. Alcuni però pensano che sia meglio fare delle sedute accompagnate da musica ecc ecc?Ma il cammino è quello più semplice.
D – Il Movimento Rigeneratore è una cosa che noi abbiamo già, ma abbiamo dimenticato?RS – Non Proprio. Il Movimento Rigeneratore è un’attività umana normale, quello che abbiamo dimenticato è di lasciare il nostro corpo vivere da solo. Abbiamo dimenticato la fede nel nostro corpo, nelle nostre capacità, è come se fossimo traumatizzati. Il Movimento Rigeneratore permette di ritrovare questo, se prima non potevo fare qualcosa, dopo posso farlo. Ho solo allenato la mia capacità di fare, non ho fatto niente altro. Questa capacità si trova nel sistema motorio exrapiramidale, il sistema involontario. Quando questo viene allenato, si ritrova la capacità di riequilibrarsi da soli. E’ questa la capacità che abbiamo già. Anche le persone che non fanno Movimento Rigeneratore sanno riequilibrarsi da sole: quando uno è stanco va a letto, dorme e durante il sonno il corpo si muove, questa è la capacità del corpo di riequilibrarsi. Il Movimento Rigeneratore è una cosa che tutti hanno ancora un po’, ma la capacità di fare scattare il movimento diventa minore, attraverso l’allenamento dell’extrapiramidale la si ritrova.
D – Cosa è il sistema motorio extrapiramidale?RS – E’ il sistema involontario, che permette che il corpo si riequilibri. Ma non è l’unico, infatti, il Movimento Rigeneratore agisce anche sul sistema immunitario, che non dipende dal sistema extrapiramidale, ma è una capacità involontaria.Il movimento del nostro copro non è qualcosa che possiamo imparare, ma solo scoprire ed accettare. Il Movimento Rigeneratore agisce su tante cose, ad esempio sulla capacità di riscaldarsi, ma per ogni persona è diverso, non c’è né movimento uguale né reazione uguale perché ogni persona è diversa.
D – Il maestro davanti a persone che non conosce deve avere una sensibilità particolare per capire di che movimento ognuno dei partecipanti ha bisogno?RS – No perché il maestro non può fare il movimento per l'”allievo”, in quanto il movimento è spontaneo involontario, per cui ogni persona deve trovare il suo. Un allenamento del sistema involontario deve iniziare dal fatto di “lasciarlo involontario”. Dunque durante gli stages io spiego, faccio fare esercizi e dopo faccio solo “yuki”. Qualche volta posso aiutare la persona a svuotarsi la testa, con qualche tecnica, ma dopo il movimento scatta da solo. E’ come quando una persona si gratta sa dove e come farlo, senza che nessuno gli dica nulla.
D – Cosa significa Yuki e fare Yuki?RS – Yuki significa ki gioioso e fare Yuki “fare passare il ki gioioso”, ma è un’interpretazione?Si fa appoggiando le mani sul corpo dell’altro.
D – Si parla di riequilibrio del corpo, ma il Movimento Rigeneratore non è una terapia, bensì esercizi che permettono il risveglio di qualcosa?RS – Sì perché la terapia vuol dire che tu ti occupi del sintomo della malattia, ti prendi una responsabilità. Qui no. Qui lasciamo solo che il corpo faccia il suo lavoro. Se le persone hanno dei problemi e bisogno di qualcosa, si può fare il Ki e così si attiva la capacità del resto del corpo. Per cui non è terapia. Ci sono delle conseguenze terapeutiche, questo si può dire.
D – Tutti possono praticare il Movimento Rigeneratore?RS – No. Alle persone che hanno subito dei trapianti è sconsigliato, perché se una persona ha subito un trapianto possiede una parte di un’altra persona. Il suo corpo con il Movimento Rigeneratore tende a espellere la parte estranea al suo corpo. Infatti, colui che subisce un trapianto deve prendere medicine che gli permettano di fare accettare al suo corpo l’elemento estraneo. Il Movimento Rigeneratore attiva le capacità del corpo di riequilibrarsi, dunque agisce nell’espulsione di quel qualcosa di estraneo a sé. Può andare bene,invece, se il trapianto è con materiale del suo corpo, parti di pelle che prese da un punto vengono messe in un altro. Non accettiamo nemmeno persone che prendono medicine forti, come il cortisone ecc? in quanto queste medicine vanno nel senso della “desensibilizzazione” delle persone, mentre il Movimento Rigeneratore ne rende più acuta la sensibilità.
D – Quanti anni bisogna praticare per potere condurre una seduta di Movimento Rigeneratore?RS – Non ha senso parlare di anni. Sono i praticanti stessi che tengono le sedute. Basta anche solo un anno di pratica. Certo per condurre una seduta la persona deve avere un respiro abbastanza calmo e un ‘attitudine giusta, cordiale, semplice, non disturbare gli altri. Infatti, agisce solo l’involontario dell’altra persona.
D – Non può succedere qualcosa durante la seduta dal punto di vista emotivo da parte di persone più fragili?RS – Non accade nulla di questo, perché si scopre che il Movimento Rigeneratore è veramente naturale. E’ come se dicessi che grattandosi uno si fa uscire sangue. Le persone hanno delle tensioni al loro interno ma il Movimento Rigeneratore non le fa uscire, le scioglie. Se c’è qualcosa che non ha più ragione di essere, si scioglie.
D – Per permettere al Movimento Rigeneratore di generarsi bisogna prima liberare la mente dai pensieri, fare “vuoto mentale”, ma come avviene questo?RS – Per fare vuoto mentale, bisogna cominciare a lasciare cadere i pensieri che arrivano. Il vuoto significa che se ci sono pensieri passano. La mente ha comunque bisogno di agire, ma i pensieri non hanno importanza. All’inizio è un po’ difficile, ma poi non ci si preoccupa più e poco a poco tutto viene da sé?
Articolo di Francesca Giomo pubblicato sulla rivista on-line “Terranauta”, 04/01/2006.
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L’appuntamento è alle sette meno un quarto di mattina. La zona è quella della Chinatown milanese. Il luogo è un ex garage trasformato in un dojo tradizionale e spartano in cui, appena entrati, gentilmente ma con fermezza, ti indicano di toglierti le scarpe. I praticanti arrivano alla spicciolata, le facce assonnate, si danno il buongiorno sussurrando, quasi a non voler spezzare l’atmosfera livida di una Milano che sta per scuotersi di dosso il torpore dell’alba.
Ero stata invitata a una sessione di Aikido da Régis Soavi, francese, a Milano per uno degli stages che periodicamente conduce in Italia. Soavi porta avanti la scuola e il messaggio di Itsuo Tsuda (1914 – 1984), che fu allievo diretto di Morihei Ueshiba. Avevo letto un paio di libri di Tsuda, giapponese trapiantato in Francia. Strani libri i suoi, che non appartengono né al genere “arti marziali”, né al genere “saggi” o “narrativa”. Nella scuola di Tsuda convergono due esperienze fondamentali, l’Aikido e il “movimento rigeneratore”. Ho cercato di approfondire l’argomento insieme a Régis Soavi.
Chi era Itsuo Tsuda.– Lei è stato allievo diretto del Maestro Tsuda. Mi parli un pò di lui.
– Era un uomo semplice. Noi lo chiamavamo semplicemente signor Tsuda. Io stesso ho cominciato a chiamarlo maestro solo negli ultimi anni. Teneva molto a essere considerato soprattutto un filosofo e uno scrittore. La sua era una ricerca personale. Quando lo si incontrava, ci si rendeva conto immediatamente della sua forte personalità, ma allo stesso tempo era un asiatico comune. Incrociandolo per strada, non ci si rendeva conto che fosse un esperto di arti marziali, sembrava un giapponese come tanti altri. Comunque, sui tatami era una scoperta. Tsuda si rivolgeva a ogni persona direttamente, non parlava mai in generale. Al mattino dopo l’Aikido prendevamo il caffè insieme e lì raccontava delle storie rivolgendosi a tutti, ma ogni volta capivamo che c’erano delle persone in particolare che voleva raggiungere. Ciò che lo caratterizzava era soprattutto la semplicità.
– Leggo dalla biografia di Tsuda: “a sedici anni si rivoltò contro la volontà del padre che lo destinava a diventare erede dei suoi beni; lasciò quindi la sua famiglia e si mise a vagare alla ricerca della libertà di pensiero. Dopo essersi riconcigliato con il padre, si recò in Francia nel 1934, dove studiò sotto la guida di Marcel Granet e Marcel Mauss fino al 1940, anno del suo ritorno in Giappone. Dopo il 1950 si interessò agli aspetti culturali del Giappone: studiò la recitazione No con il Maestro Hosada, il Seitai con il Maestro Haruchika Noguchi e l’Aikido con il Maestro Ueshiba. Tsuda tornò in Europa nel 1970 per diffondere il movimento rigeneratore e le proprie idee sul ki”. Cosa ha fatto Tsuda durante la seconda guerra mondiale?
– Nel 1940 venne mobilitato e dovette rientrare in Giappone, con l’ultimo battello che attraversava il canale di Suez. Poi il canale fu chiuso. Fu arruolato e ricoprì una funzione amministrativa nell’esercito. Non ha mai combattuto.In seguito, subito dopo la guerra, ha lavorato per la compagnia Air France come interpredte. Ed è stato così che ha incontrato il Maestro Ueshiba. André Nocquet, un praticante di Judo francese, era venuto in Giappone per imparare l’Aikido e poiché non parlava giapponese, ha cercato un interprete; quell’interprede era Tsuda, che dell’Aikido fino a quel momento non sapeva niente; ma vi si appassionò subito.
– Tsuda ha conosciuto prima Ueshiba o Noguchi?
– Noguchi. Aveva circa 30 anni quando lo ha conosciuto, mentre ne aveva 45 quando ha incontrato Ueshiba.
– Cosa significa che non voleva accettare l’eredità della famiglia?
– Suo padre faceva parte di una famiglia di samurai, che con la modernizzazione Meiji si erano trasformati in industriali e capi d’impresa. E Tsuda non voleva lavorare nell’azienda di famiglia. Voleva portare avanti la propria vita; all’inizio con difficoltà: ha lavorato anche in una fabbrica chimica. Poi si è riconciliato con il padre ed è stato lì che ha deciso di proseguire gli studi in Francia. Tsuda amava molto la Francia.
L’Aikido
Nella Pratica Respiratoria il battito delle mani (1) precede e segue la recitazione del norito.(2) Il norito è un testo di origini shintoiste recitato in giapponese. Il senso di questa recitazione è di creare una risonanza nei praticanti.- Un altro momento della Pratica Respiratoria: Régis Soavi durante l’espirazione (3 -4) e il saluto alla calligrafia.(5)
-Secondo lei l’Aikido è un’arte marziale?
– No, conosce già la risposta. L’Aikido è una non-arte marziale: la pratica del non-fare. Il Maestro Ueshiba, in un’altra epoca avrebbe potuto rispondere che l’Aikido è un’arte marziale. Se però dico che non lo è, mi si obbietta: “ma allora è una danza”. Quindi io definisco l’Aikido una “non-arte marziale”. E poi è comunque qualcosa di diverso, infatti il Maestro Ueshiba l’ha chiamato ai-ki-do. Viene spesso tradotto come “via dell’armonia”, ma la definizione più appropriata è “via della fusione del ki”. Due persone si possono fondere. Fanno molto di più, che armonizzarsi: da due diventano uno, poi tornano ad essere due. In un’arte marziale di solito ci sono due antagonisti che si scontrano e ne resta solo uno; invece nell’Aikido c’è, la fusione delle sensibilità. Nella nostra scuola colui che attacca, attacca; l’altro si fonde: prende, assorbe e da due ne fa uno. Fà in modo che l’altro entri a fare un pò parte di lui. E in questo modo disarma. L’attacco non funziona più.
– Si impara quindi a prendersi la responsabilità anche per l’altro? Ovvero in una relazione fra due persone, basta la volontà di uno dei due per cambiare la qualità della stessa?
– Si impara a prendersi la propria responsabilità. Nella nostra scuola l’attaccante aiuta l’altro che ancora non riesce a “creare la fusione”, e la favorisce. Se attaccasse brutalmente, il principiante non riuscirebbe a realizzare la fusione, ma guidandolo gli fà riscoprire la sua capacità di movimento. Questa capacità la si possiede già. Se attraversando la strada arriva una macchina all’improvviso, si fa un salto indietro. E’ l’arte della schivata. Queste capacità emergono spontaneamente in condizioni eccezionali. Qui le si reintroducono, in modo che diventino più naturali, che partecipino a ogni istante della nostra vita.
– Voi praticate tutti i giorni al mattino presto. Come mai?
– Il maestro Ueshiba praticava al mattino, il maestro Tsuda anche, io ho continuato a praticare al mattino. Questa è una prima ragione. La seconda ragione è che vengono solo le persone decise e motivate, perché per venire a quell’ora bisogna alzarsi intorno alle cinque e mezzo. Al mattino si è più freschi che non a fine giornata ed è più facile praticare il non fare, per lo meno per i principianti; si è più “involontari”, ancora mezzo addormentati, non si è ancora perfettamente dentro il proprio “essere sociale” che serve durante la giornata per incontrare le persone e svolgere il proprio lavoro: sorridere quando si deve, non sorridere quando non si deve, ringraziare, eccetera. Il mattino, quando si arriva al dojo si è ancora puliti, poco strutturati e quindi c’è una maggior verità.
– In cosa il vostro Aikido si differenzia dalle altre scuole?
– Non ci sono differenze, è Aikido. Non so cosa si faccia nelle altre organizzazioni oggi, per esempio nell’Aikikai che ho lasciato vent’anni fa. Credo però che siano state dimenticate alcune cose. Per esempio, la prima parte della “pratica respiratoria”, che il maestro Ueshiba faceva tutte le mattine e che noi abbiamo conservato. Di essa, altrove, sono state conservate alcune forme, ma gran parte è andata perduta. Penso che ciò si adatti di più agli occidentali e alla nostra epoca, ma io preferisco rimanere più tradizionale.In una nostra sessione di Aikido c’è una prima parte in cui si pratica da soli per circa venti minuti, e una seconda in cui si pratica a coppie: uno dei due partner attacca e l’altro esegue la tecnica; qui troviamo le stesse tecniche praticate nell’Aikikai o dal maestro Kobayashi, o da qualsiasi altro maestro. La differenza sta nel modo di farle, un modo che dà molta più importanza al partner; si tiene completamente conto di lui e, in questo, credo che abbia svolto un ruolo fondamentale la nostra pratica del katsugen undo.
Il movimento rigeneratore (Katsugen undo)
– Cos’è il katsugen-undo?
– Nella nostra scuola ci sono due pratiche unite da uno spirito comune: l’Aikido, di cui abbiamo
appena parlato e il movimento rigeneratore, che Tsuda aveva appreso dal maestro Noguchi: un “movimento che permette il ritorno alla sorgente”.E’ stato questo che ha permesso di comprendere meglio la parte non-fare dell’Aikido.Spesso quando arrivano delle persone da altri dojo vedo che “hanno” una tecnica: rispondono agli attacchi in un certo modo,ma non c’è più niente di spontaneo, tutto è calcolato, registrato, appreso, ordinato.
– E il movimento rigeneratore dovrebbe ricondurre l’individuo alla spontaneità?
– Sì, è l’arte della spontaneità per eccellenza.
– E deriva dal Seitai di Noguchi, se ho ben capito.
– Sì.
– Che cosa vuol dire “Seitai” ?
– Vuol dire “terreno normale” . Il Seitai soho , per esempio, è una tecnica per “Seitaizzare” le persone, ovvero dar loro la possibilità di ritrovare il terreno normale; il katsugen undo, invece, è il movimento del sistema motorio extrapiramidale, il movimento involontario, che scatta da solo e “seitaizza” l’individuo. Non si tratta di un sistema di acquisizione, al contrario è un sistema di spoliazione, non si acquista una maggiore flessibilità, piuttosto ci si libera dall rigidità. Non si acquista niente, si perdono delle cose, ci si libera di ciò che ci disturba. Anche nell’Aikido questo è importante. L’Aikido non è una via per acquisire delle tecniche, o per avere dei risultati bensì per ritrovare delle cose molto semplici. Per questo il maestro Tsuda usava dire “ridivenire bambini senza essere puerili” .
– Ueshiba conosceva il Seitai? E come si sposano il Seitai e l’Aikido?
– È stato Tsuda a operare questa unione. Non credo che Ueshiba conoscesse il Seitai. Al contrario, il maestro Noguchi, era andato a vedere una dimostrazione di Ueshiba, dopo la quale aveva detto: “Va bene” . E questo in Giappone è sufficiente.
Il ki
– Noguchi ha fondato il Seitai o esisteva già una tradizione del Seitai che lui ha perpetuato?
– No, lo ha creato lui. Inizialmente Noguchi era un guaritore, fino a quando ha “scoperto” il movimento involontario. Un giorno si è reso conto che le persone si ammalavano, andavano da lui, lui faceva passare il ki, esse guarivano e se ne andavano; poi si riammalavano e ritornavano. . . Questo avrebbe fatto felice un qualsiasi pranoterapeuta che si sarebbe fatto un parco clienti fisso. Ma Noguchi partiva da un punto di vista diverso: “A cosa serve che io li guarisca visto che si riammalano? E ogni volta che si ammalano dipendono da me”. Per lui era assurdo. Ha scoperto che con il “katsugen undo” non si ha bisogno di qualcuno che ci guarisca, il corpo non ha bisogno di nessuno, fa tutto da solo.
– Si può dire che il nostro ki ci guarisce?
– No, il ki non guarisce. Il ki attiva la capacità vitale dell’individuo, ma siamo già pieni di ki ! Se il nostro corpo lavora normalmente, non abbiamo bisogno di altro. Se ho dei microbi nel corpo, questo fa scattare la febbre e la produzione degli antibiotici “home made”, degli anticorpi, eccetera. Noguchi non faceva altro che attivare la vita quando gli individui erano troppo deboli. Ancora più interessante è che gli individui stessi possono attivare la vita da soli, senza avere bisogno di nessuno, senza dover domandare che qualcuno lo faccia per loro.
– E funziona questo metodo per curarsi?
– Non ci si cura . Se ci si rompe un braccio, una volta rimesso a posto l’osso, che cosa fa sì che esso si rinsaldi? Non sono le medicine, non sono i medici, e nemmeno il ki. Anche se non si fa niente, le ossa si rinsaldano, semplicemente perché si è vivi! Se si riscopre questa capacità, tutto il corpo funzionerà in questo modo.
– E per quanto riguarda il cancro, come funziona? E’ più difficile far funzionare delle cellule che sono impazzite.
– Nel caso del cancro si tratta di pigrizia del corpo; il corpo è talmente danneggiato, che sta per morire. Ma ci sono persone che sopravvivono al cancro. Come succede? Non mi riguarda, perché non mi occupo di terapia, non mi occupo di guarire le persone. Ma ciò che è sicuro è che ci sono persone che non hanno lasciato lavorare il loro corpo; a ogni piccolo problema hanno preso delle medicine. Le cose, oggi, vanno in questo modo anche con la nascita, la gravidanza; già dall’inizio della vita si è medicalizzati, ospedalizzati, quando invece si tratta di eventi naturali, in cui la vita lavora.
– Si potrebbe allora dire che sono i pensieri a essere malati?
– Non solo. È un insieme. Tuttavia, ciò che Noguchi ha apportato di nuovo è la possibilità, a chi lo vuole, di risvegliarsi. Non si tratta di risvegliare gli individui ad ogni costo; e nemmeno di proporre un metodo geniale che guarirà tutti. Può servire solo alle persone che hanno il desiderio di andare in una certa direzione. Gli altri, i pigri, non hanno niente da fare, qui. In questa società c’è già un infinito numero di specialisti che si occupano di loro: i medici, i sacerdoti, gli psicoanalisti, i guru, eccetera. Quanto a me, preferisco vivere la mia vita totalmente, preferisco che non ci sia bisogno di occuparsi di me.
– Sul nostro giornale avevamo iniziato una discussione sul ki, su come ogni disciplina orientale lo interpreta e lo usa. Sarebbe interessante sentire anche la vostra opinione.
– Il ki è una parola intraducibile, oggi. Ki, Ch’i, Spiritus. . . Che cos’è? Il ki ha mille forme: il buon ki, il cattivo ki…. si tratta di qualcosa di indefinibile. Quando si entra in un posto, in un ambiente, si può dire che si sente un certo ki. Ma quello che a qualcuno pare un ki gradevole, a un altro può sembrare completamente sgradevole. Ilki non è qualcosa di definito. Nell’Aikido, c’è senza dubbio un ki nell’attacco che arriva. Talvolta, camminando per la strada, improvvisamente si sente qualcosa sulla nuca. Ci si gira e non si vede nessuno, poi ci si accorge che da un tetto c’è un gatto che ci guarda. Si è sentito il ki dello sguardo del gatto. Come spiegarlo? Si constata, ma poter spiegare cos’è… Essere in armonia con il ki. Ma quale ki? Non è semplice.
– Ricordo una sua conferenza nella quale diceva che quando si ha male è naturale appoggiare la mano sulla parte dolorante. Per esempio, quando abbiamo il mal di testa, è un gesto naturale portare la mano alla testa e che questo è già un modo di utilizzare il ki.
– Sì, posare la mano è yuki. Quando fa male la testa, si mette la mano sulla testa e il ki passa. In questo caso si concentra il ki. Il ki c’è già, circola, ma lo si concentra. Quando si ha male da qualche parte, si posano le mani su quel punto: in questo caso è talmente semplice, non ci si pensa nemmeno, lo si fa spontaneamente. Invece, quando si fa yuki a qualcuno c’è in più la concentrazione, la direzione.
– Quindi nella vostra scuola voi praticate yuki gli uni agli altri?
– Quando pratichiamo il movimento rigeneratore facciamo anche l’esercizio di yuki. Tuttavia, più che “fare” yuki, lo si riscopre. Si riscopre qualcosa che tutti già conoscono, una conoscenza che risale a quando si era bambini.
– La traduzione di yuki?
– “Ki gioioso”.
La percezione del sacro
– Il seitai si rifà a una tradizione religiosa di qualche tipo, come l’aikido?
– Né l’uno né l’altro seguono un credo religioso.
– Però Ueshiba era talmente influenzato dall’Omoto-kyo (una setta shintoista) che nel suo pensiero l’aikido e la religiosità non sono sempre ben distinguibili.
-Ma l’aikido in sé non è affatto religioso. Si iscrive in una tradizione sacra, questo sì. Sicuramente Ueshiba aveva un rapporto molto forte con il sacro. E anche il maestro Tsuda considerava il dojo come uno spazio sacro. Del resto cos’ è il dojo ? E’ uno spazio dove pratichiamo la Via. E la Via è resa in giapponese con l’ideogramma di “Tao”. Non si pratica la Via dappertutto.C’ è bisogno di uno spazio consacrato a questo scopo.
– Ma cos’ è il sacro per lei?
– Non posso darne una definizione precisa. Resta il fatto che le persone dicono “Il sacro sì, la religione no !” Devo tenere conto degli individui che leggeranno il giornale . Una particolarità della nostra scuola è che non si pratica davanti a una foto di Ueshiba o di Tsuda, ma davanti a una calligrafia; la calligrafia appesa in questo dojo , per esempio, è “Mu” , il vuoto.
– E usate la stessa calligrafia in ogni dojo?
– No. A Tolosa hanno una calligrafia che significa “Il drago esce dallo stagno dove giaceva addormentato”. Ad Avezzano hanno una calligrafia che significa “Bodai” , ovvero lo “stato del risveglio, dell’illuminazione” .
– Che significato ha questa abitudine?
– Praticare davanti a una calligrafia crea un ambiente diverso che praticare davanti a una foto. Mettermi davanti a una calligrafia che significa “vuoto” personalmente mi riempie. Praticare davanti alla foto di un personaggio, fosse anche il fondatore della scuola, mi sembra un atteggiamento religioso, devozionale. Ueshiba non praticava davanti a una foto. Una calligrafia è “vuota”. E poi tengo molto a che le persone che vengono in un dojo comprendano il senso del sacro ma anche che non ci sono dèi da venerare qui. Non ci occupiamo delle credenze religiose o politiche delle persone. Allo stesso tempo, questo luogo, non è soltanto fisico. Non è una palestra, dove ci si allena, si suda e si fa la doccia.È un dojo permanente, dove non si praticano che l’Aikido e il movimento rigeneratore.
– Penso che le persone siano interessate anche a conoscere l’origine, che sia culturale, filosofica o religiosa delle discipline che praticano. Nella tradizione cinese, per esempio, le arti marziali classiche hanno avuto se non inizio, per lo meno un grande sviluppo all’interno di monasteri , buddhisti e taoisti.
– Tutto ha avuto inizio con la religione. Anche l’arte in Europa ha avuto inizio con la religione. Adesso è la pubblicità che dà impulso all’arte. La pubblicità è la nuova religione. Lo stesso Ueshiba diceva che l’Aikido non è una religione ma che, semmai, esso illumina le religioni, permettendo una migliore comprensione. Del resto, lui stesso recitava il “norito” davanti a piccoli altari buddhisti o shintoisti, o persino davanti a immagini di Gesù.
– Perché recitate il norito , quest’invocazione shintoista prima della pratica?
– Non è shintoista. Non so cosa sia. Dico che non è shintoista perché è qualcosa di più antico, qualcosa che è stato poi adottato dallo shinto . Il Maestro Ueshiba in questo caso parlava di “kotodama” . Che cos’è il kotodama ? E’ la risonanza.
– Come un mantra?
– Se si vuole. Lo shinto ha attinto a origini più antiche; così come il cattolicesimo che ha integrato le tradizioni più antiche della Pasqua ( che era in origine una ricorrenza ebraica) e del Natale (i “Saturnalia” romani; lo “Yule” celtico e nordico).
– In cosa consiste?
– E’ un piccolo testo. Ci vogliono pochi minuti per recitarlo.
– E insegnate ai praticanti il significato di queste parole ?
– No. Quello che conta di più è la vibrazione, la risonanza.
– Quindi le persone accettano di partecipare a qualcosa che non comprendono?
– Sì.
– Ma lei comprende il senso di questo testo?
– No. E’ la sensazione interiore che mi importa di più. Si fanno tante cose che non si capiscono, ma che si sentono.
Stage d’été de l’Ecole Itsuo Tsuda
Ognuno sa già tutto ciò che gli serve
– A una persona che si avvicina a un’ arte marziale, è sempre richiesto un grande atto di fiducia nel maestro. Il praticante suppone che un giorno arriverà a capire, che otterrà dei risultati. Spera di ottenere degli effetti visibili, la prova che ciò che sta facendo funziona, anche se forse non a breve termine.
– Ci si comporta sempre in funzione del ragionamento.Si fa qualcosa, poi si comprende, poi si diventa, eccetera.Invece con il Maestro Tsuda si scopriva qualcos’ altro.Ho praticato l’Aikido con altri maestri prima di lui, ho conosciuto diverse scuole e forme, ma con Tsuda ho scoperto la non-forma : di fatto la forma esiste, ma è molto vaga.
Con Tsuda si cambia orientamento. Nella pratica, come lui l’insegnava, ci si ritrovava. Questa sensazione di ritrovarmi è ciò che mi ha portato a lasciare tutto quello che facevo d’altro: l’Aikido delle federazioni, il Ju-jitsu, eccetera. Non si ha più bisogno di spiegazioni. Credo che le persone che vengono qui sentano questo. Riscoprono la sensazione. Non hanno bisogno che si spieghi loro che fanno questo per una ragione, quest’altro per un’altra… Sentono, vedono, comprendono interiormente, scoprono; è questo ciò che conta di più per loro.In ogni modo, le conseguenze della conoscenza oggi sono cattive. Più si scoprono delle cose, più si pongono dei problemi. Non voglio dire che non si debba conoscere nulla o imparare nulla, però bisogna avere fiducia in ciò che vi è di istintivo negli esseri umani; nell’intuizione delle donne quando si occupano dei loro figli appena nati, per esempio. Quando una donna prende in braccio un neonato, non si domanda: “Chissà se ha fame, se ha fatto pipì, se ha sonno, se ha sete?”. Lei sa già di cosa ha bisogno il bambino, intuitivamente. Lo ha sempre saputo. Quando era bambina non aveva bisogno di utilizzare questa conoscenza ma quando diventa madre, l’utilizza e basta.Le persone sentono , ma normalmente questo tipo di percezione si arresta all’inconscio, non emerge. E quindi, ufficialmente, si dice “Non lo so”, ma in fondo, sappiamo già tutto.
La responsabilità individuale
– Che cosa propone, in definitiva, la scuola del Maestro Tsuda?
– Semplicemente dare alle persone un luogo dove si possono scoprire autonome , responsabili. Per esempio qui a Milano, il dojo si chiama “Scuola della Respirazione” e sono i membri stessi della scuola che lo gestiscono e condividono ogni tipo di responsabilità. Ci sono naturalmente delle persone che vengono agli stages per avere delle soluzioni ai loro problemi, ma non è quello che proponiamo noi; non proponiamo nemmeno un modello ideale che basta copiare per sistemarsi la vita. Ed è per questo che l’Aikido che noi pratichiamo è diretto a individui molto diversi tra loro: non è assolutamente “uno stile, una scuola”. Siamo individui diversi che praticano insieme, per ritrovare quello che di più profondo abbiamo; chi viene qui non viene per essere “preso a carico” dagli altri. Viene per scoprire qualcosa che gli deve servire nella vita quotidiana e che, altrimenti, non ha valore.
– Degli esempi concreti su come la vostra pratica possa servire nella vita quotidiana?
– Gli individui sono meno stressati, si prendono più tempo per sé, sono più concentrati. Attenzione, non è un metodo “miracoloso” che rende tutte le persone belle, intelligenti, ricche e generose. Può servire nel lavoro, nel rapporto con gli altri, nel rapporto con i propri figli, ma non è una panacea.
– Ci sono delle persone che cominciano a praticare le arti marziali per essere più forti, ma poi vi scoprono altre cose, altri valori. Si può , per esempio, imparare a cedere invece che aggredire, come insegna il Taiji, si “fa entrare” l’avversario, invece che opporgli un blocco e poi si va nella stessa sua direzione, si sfrutta il suo movimento. E’ un atteggiamento trasferibile anche ai rapporti umani al di fuori della palestra.
-Infatti, invece di avere delle relazioni aggressive con gli altri esseri umani si può entrare in armonia e trovare qualcosa di più vero. Oggi le relazioni tra esseri umani sono troppo superficiali. Non ci si occupa più dei bambini: vengono messi al nido, poi a scuola, poi fanno il servizio militare… Ritrovare il contatto è importante. O ritrovare il piacere di lavorare e di fare un lavoro perché ci interessa. Questo non vuol dire che dobbiamo comportarci tutti allo stesso modo. Per ognuno di noi sono importanti cose diverse. Si rispetta il ritmo di ognuno. Alcuni ci mettono cent’anni a scoprire le cose più semplici e altri le scoprono subito, ma non per questo le utilizzano; scoprono in fretta un sacco di cose e poi spariscono.
– L’importante è che sia servito loro.
– L’importante è che esistano luoghi come questo, dove le persone che cercano possano venire a trovare.
– Ma forse, ancora più importante è che una volta che si è trovato, si cominci a dare . Che il fatto di aver trovato, possa servire a qualcuno.
– Sono d’accordo, ma ci sono molte persone che esistono solo in funzione del dare: e danno, danno. Alla fine gli altri non ne possono più di ricevere. È come quando si dà da mangiare al proprio bimbo: “Un cucchiaio per la mamma un cucchiaio per il papà un cucchiaio per la sorellina”; il bambino alla fine scoppia, non ne può più. I genitori fanno questo “per il nostro bene”. Ma anche i dittatori fanno delle cose “per il bene della nazione” Cosa si può fare per il bene degli altri? Un sacco di cose.
– Questa è un’espressione di egocentrismo .
– Certo. Ci sono anche delle persone che danno agli altri per non fare loro stessi o per se stessi. Sono piuttosto diffidente al riguardo. Ma è vero che se si dà in modo giusto, equilibrato, lo si sente, è qualcosa di vero.
– E’ per questo che in certe forme di arti marziali influenzate dallo zen, si cerca di eliminare l’ego…
– Ma non è possibile eliminare l’ego. Si può dire che non si deve essere egoisti o egocentrici. Il piccolo sé rappresenta l’unità della nostra personalità: l’importante è che non diventi il “padrone”.
Finita la sessione, i praticanti della Scuola della Respirazione, tirano fuori un lungo e basso tavolo attorno al quale fanno colazione tutti insieme, seduti per terra sui tatami.Nonostante siano ormai le otto passate e tutti siano completamente svegli, il tono delle voci resta smorzato, quasi a voler rimandare il più possibile l’entrata nel ritmo quotidiano e vociferante della città, e a trattenere il più possibile quest’altro ritmo, più interiore e pacifico, per sé.
Articolo di Monica Rossi pubblicato sulla rivista “Arti d’Oriente” (num.2 / febbraio 1999)